PORTOGHESI
PORTOGHESI
vecchio di due secoli, sottintende un giudizio drasticamente negativo su tutto quanto è stato
costruito a Roma da allora in poi, a partire quindi dal 1748. Pur senza condividere appieno
questo giudizio Indiscriminato, specie per quanto riguarda le espansioni del secolo scorso,
dobbiamo ammettere che la rimozione immaginaria della terza e della quarta Roma ha il
merito di facilitare, nel momento progettuale, l'istituzione di un rapporto critico di continuità
tra la città storica e la città presente. E' un semplificare ì problemi e quindi un allontanarsi dalia
realtà e dalla sua complessità disarmante; ma è anche un modo per verificare in modo diretto
se è ancora possìbile riprendere un discorso interrotto: quello dello sviluppo coerente di un
"luogo che, pur trasformandosi, mantiene la sua identità inconfondibile, continua ad
esprimersi con una logica sua propria. Se divenisse possibile Indagare sulle difficoltà del
dialogo, della continuazione della città antica non attraverso la mimesi ma usando parole
nuove, forme nuove e specifiche del nostro tempo, l'aver semplificato 1 problemi, aver
accettato il rischio dell'evasione, vorrebbe dire aver usato la scala di Wittgenstein che può
essere gettata dopo esservi saliti.
Analogie tra l'ambiente fisico ed urbano: la forra del Treia confrontata con la piazza della
fontana di Trevi; confluenza di due forre nei pressi di Calcata confrontata con uno scorcio dal
basso di un crocicchio a via della Fìenella. Analogie tra l'ambiente fisico ed urbano:
biforcazione di una forra nei pressi di Barbarano Romano confrontata con lo sfondo di via del
Pianellarì; la stessa forra vista dal basso confrontata con uno scorcio della tribuna di Tor de'
specchi.
La struttura spaziale creata dall'erosione delle forre del territorio romano può essere
razionalizzata secondo più ordini geometrici: triangolare, ortogonale, policentrico. Tentativo di
definire una struttura analoga capace di mettere in relazione i punti singolari del vecchio
tessuto urbano secondo un ordine organico. chitettonica permeata dalla memoria. La via della
consapevolezza è più difficile e più lunga. Interrotti i canali della continuità culturale,
riallacciare il colloquio tra antico e nuovo, vuol dire tornare a comprendere l'antico nelle sue
strutture profonde: è un po' come decifrare una lingua senza conoscerne la grammatica e il
vocabolario; ma è anche l'unica strada possibile. // metodo della ricerca La tavola della pianta
del Nolli toccataci in sorte lasciava pochi margini d'arbitrio. Nessuno squilibrio da compensare,
nessun errore da riparare. Il cuore della città, il suo centro laico, la sua compagine stratificata e
complessa, ma dotata di un ordine organico, che le trasformazioni successive hanno alterato. A
rigore nessun intervento era necessario od opportuno. E' solo quindi a titolo di ipotesi teorica
che abbiamo collocato il nostro intervento in una delle pochissime smagliature del tessuto
urbano comprese nella tavola a noi assegnata, quella dei giardini e delle vigne comprese tra la
via Paola, la via Felice e la via Panisperna, la zona dove sarebbe sorta via Nazionale, in asse con
le Terme dì Diocleziano. Alla scelta dell'area ci spingeva anche una singolare coincidenza,
giacché questo progetto è stato disegnato nella grande casa (l'attuale palazzo Rospigliosi-
Pallavicini) che il Cardinale Scipione Borghese costruì nei primi anni del Seicento in cima al
Quirinale, ai margini di quell'area. Il metodo che abbiamo seguito per recuperare le radici
troncate e riacquisire una coerenza con lo sviluppo organico della città antica si basa anzitutto
sul riferimento all'ambiente fisico in cui Roma è sorta, inteso come matrice originaria
dell'ambiente costruito che ad esso lentamente si è sostituito. Per farsi un'idea del paesaggio
di Roma prima della costruzione della città, bisogna guardare la scogliera di tufo della rupe
Tarpea o quelle lungo la via Flaminia, prima e dopo la villa di Papa Giulio. Le ricostruzioni
archeologiche ci mostrano non i mitici sette colli sorgenti dalla pianura, ma una serie di
insenature che dalla valle del Tevere si insinuano sui fianchi di una zona pianeggiante
sopraelevata formando una serie di contrafforti. I colli non erano altro che questi contrafforti
di forma peninsulare e le insenature intermedie, prodotte dall'erosione, dovevano essere
molto simili alle forre tipiche del Lazio settentrionale, come si vedono ancora oggi a Velo, a
Barbarano, a Calcata. In tutta questa zona, al paesaggio « esterno » fatto di montagne, di
colline, di brevi tratti pianeggianti, si contrappone come un controcanto un paesaggio «
interno », fatto di valli profonde racchiuse tra pareti di tufo come un ambiente o una strada
sono racchiusi tra mura costruite dall'uomo. Queste valli, che a tratti si stringono come fossati
e a tratti si allargano come conche ridenti, sono — in un paesaggio scarno, povero di
vegetazione corporosa e nei mesi estivi bruciato e arido come una pelle disseccata — riserve
straordinarie di vegetazione rigogliosa, fragrante di profumi intensi e di rugiade come quella di
un sottobosco. La sezione trasversale di queste depressioni presenta una tipologia variabile ma
unitaria come se la disposizione della vegetazione rispettasse delle regole prestabilite; dove la
valle è piij stretta non esistono coltivazioni e la fessura si presenta dall'alto interamente
coperta dalla macchia, ad eccezione delle pareti verticali di tufo che ne segnano i confini; dove
la valle si allarga le coltivazioni agricole occupano fasce intermedie tra i dirupi immersi nella
macchia e II corso d'acqua attorniato da una vegetazione selvaggia a foglia caduca; si hanno
così ordini di fasce parallele dai contorni variabili in continua osmosi l'una rispetto all'altra.
Percorrendo in senso longitudinale questi spazi interni della terra si possono cogliere in una
successione alterna, piena di inattesi rovesciamenti, tutte le forme tipiche che abbiamo
ricordato, passando dalla immagine di una natura selvaggia « prima dell'uomo » a quella di una
natura misurata e dominata dall'uomo attraverso le coltivazioni ma senza alcunsegno «
costruito » della sua presenza, fino alla immagine degli insediamenti raccolti in cima a isole o
penisole che interrompono il vuoto delle forre, erte come acropoli in cui l'uomo insidia alla
natura il ruolo di protagonista contrapponendo al tufo degli speroni rocciosi il tufo costruito
delle case disposte come cristalli di rocca in fasci di volumi d'altezza variabile. Negli spazi
interni naturali caratteristici del paesaggio delle forre, ora contratti ora distesi, sempre
nell'imminenza del passaggio tra diàstole e sìstole si può forse cogliere una delle strutture
invarianti dell'architettura nata nei secoli sul •109 bordo del Tevere; quella strutturalità basata
sulle cavità risonanti, sugli spazi raccolti e fascianti e poi improvvisamente dilatati a perdita
d'occhio, sulla sequenza dì spazi sempre diversi incatenati gli uni agli altri come i tempi
successivi di un'azione drammatica, sulla densità degli elementi plastici, sugli sbattimenti di
luce che introducono la vibrazione del chiaroscuro nella inerzia delle muraglie di pietra. Forse è
guardando alle scogliere di tufo dell'alto Lazio che si può comprendere meglio il filo che lega il
muro di confine del Foro di Augusto all'abside di San Pietro o alla facciata di San Carlino, le
pareti di mattone delle basiliche, la facciata di Santa IVIaria in Ara Coeli e il tiburio di
Sant'Andrea delle Fratte, lo spazio di vìa Monserrato equello di piazza Sant'Ignazio. Le tavole
che illustrano II metodo seguito nel progettare procedono per coppie di immagini accostate in
modo da stimolare insieme l'analisi strutturale e la suggestione emotiva, cercano di ricostruire
l'effetto psicologico del « già vissuto » che provocano vicendevolmente le immagini delle forre
per chi ha ancora negli occhi le immagini delle strade e delle piazze di Roma e le immagini delle
piazze e delle strade di Roma per chi ha ancora negli occhi le Immagini delle strette valli
racchiuse tra le muraglie di tufo. La tipologia degli spazi pulsanti delle vìe del quartiere del
Rinascimento, delimitate da quinte che seguono contorni spezzati e mìstillnei, degli slarghi
triangolari, delle biforcazioni, delle spine, dei tridenti, condizioni tipiche dello spazio urbano di
Roma, attraverso l'accostamento delle immagini sono riportate alle tipologie delle forre con la
loro struttura ad albero che si manifesta in forme infinitamente differenziate. L'intervento
progettato nell'area tra il Quirinale e l'EsquIllno si propone, partendo dalla pianta del Nolli, di
percorrere a ritroso molti altri secoli, fino a ricostruire per ipotesi l'ambiente fisico originario,
prima che alluvioni, crolli, rinterri, determinati dalle alterne vicende della città storica, ne
alterassero ì connotati riducendo i dislivelli, appiattendo la originaria fisionomia del terreno. E'
facile pensare che tra i due colli, nel fondo di una forra scorresse originariamente un fossato. I
fossi del paesaggio antico ancora oggi scorrono sotterranei nella città, lambiscono le fondazioni
degli edifìci e lentamente creano delle voragini. Sotto via Capo le Case un fiume sotterraneo
scende verso il Campo Marzio e ogni tanto minaccia la stabilità del campanile di Sant'Andrea
delle Fratte.
Abbiamo provato ad immaginare che l'area scelta per l'intervento potesse improvvisamente
liberarsi dei sedimenti prodotti dalla natura e dall'uomo e tornasse ad essere come al tempo
dei primi insediamenti umani. Questo ritorno all'ambiente fisico originario era anche il modo
migliore per ritrovare il « futuro » nel « passato », per ipotizzare un intervento nel cuore della
città antica che potrebbe spostarsi, senza perdere significato, ai margini della città nuova, dove
spesso la natura è ancora quella delle forre vergini, quella di « Roma prima di Roma ». Che
l'ottica dell'intervento sia quella della città futura è evidente anche nella scelta tipologica: non
un quadro monumentale da aggiungere ad altri nella « scena della storia » al di sopra del
tempo, ma un pezzo di città quotidiana, fatta di case, di botteghe, di portici, di servizi collettivi
intrecciati tra loro in un tessuto continuo. Anche l'immagine della natura, il verde pubblico, che
l'urbanistica prescrive concentrato in zone separate dalla città, in isole contrapposte alla trama
del costruito, penetra qui con violenza nella città, entra nel suo corpo come una mano, con le
sue dita articolate, penetra in una massa liquida, e l'ossatura di queste mani è l'acqua del
fossati che confluiscono in un unico corso. Nel disegnare il tracciato delle strade è servita di
modello la struttura ad albero delle forre dell'Alto Lazio. Le punte dei rami dovevano
coincidere con i punti di confine della rete stradale come era ai tempi del Nolli. Alla forma
definitiva si è arrivati attraverso un processo di razionalizzazione geometrica, avendo negli
occhi però i risultati dell'analisi comparativa sintetizzata nelle tavole che mettono a confronto
gli spazi delle forre e quelli delle strade e delle piazze romane. Naturalmente tutta la ricerca
tende a scegliere, all'interno di quel nodo di contraddizioni e di alternative che è l'organismo di
Roma, una parte ben definita del suo corpo e della sua eredità, non la città rappresentativa,
non la grande oratoria di Apollodoro di Damasco, di Rabirio o di Gianlorenzo Bernini, piuttosto
la città, nata in tempi avversi, appoggiandosi ai ruderi, poi rivissuta e riorganizzata con il
linguaggio cordiale del tardo Barocco, la città in cui piccolo e bello sono due qualità in stretto
rapporto: fino all'identificazione.
Una intervención de diseño que parte de un documento, como el plano de Nolli, que tiene dos
siglos de antigüedad, implica un juicio drásticamente negativo sobre todo lo que se ha
construido en Roma a partir de entonces, a partir por tanto de 1748. Incluso sin estar
plenamente de acuerdo con este juicio indiscriminado, Especialmente en lo que respecta a las
ampliaciones del siglo pasado, debemos admitir que la eliminación imaginaria de la tercera y
cuarta Roma tiene el mérito de facilitar, en el momento de la planificación, el establecimiento
de una relación crítica de continuidad entre la ciudad histórica y la actual. ciudad. Es una
simplificación de los problemas y por tanto un distanciamiento de la realidad y de su
desarmante complejidad; pero también es una manera de verificar directamente si todavía es
posible retomar una discusión interrumpida: la del desarrollo coherente de un "lugar que,
aunque se transforma, mantiene su identidad inconfundible, continúa expresándose con su
propia lógica". fuera posible Investigar las dificultades del diálogo, de la continuación de la
ciudad antigua no a través de la mimesis sino utilizando nuevas palabras, formas nuevas y
específicas de nuestro tiempo, haber simplificado los problemas, haber aceptado el riesgo de
la evasión, significaría haber utilizado la escala de Wittgenstein que se puede lanzar después
de subirse a él.
Similitudes entre el entorno físico y urbano: el desfiladero de Treia comparado con la plaza de
la Fontana di Trevi; Confluencia de dos barrancos cerca de Calcata en comparación con una
vista desde abajo de un cruce en via della Fienella. Similitudes entre el entorno físico y urbano:
bifurcación de un desfiladero cerca de Barbarano Romano en comparación con el fondo de via
del Pianellarì; el mismo desfiladero visto desde abajo comparado con la tribuna Tor de'
Specchi.
La estructura espacial creada por la erosión de los barrancos del territorio romano puede
racionalizarse según múltiples órdenes geométricos: triangular, ortogonal, policéntrico.
Intentar definir una estructura similar capaz de relacionar los puntos singulares del antiguo
tejido urbano según un orden orgánico. Arquitectura impregnada de memoria. El camino de la
conciencia es más difícil y más largo. Una vez interrumpidos los canales de continuidad
cultural, reconectar la conversación entre lo antiguo y lo nuevo significa volver a comprender
lo antiguo en sus estructuras profundas: es un poco como descifrar un idioma sin conocer su
gramática y vocabulario; pero también es el único camino posible. El método de investigación
El cuadro del plan de Nolli que nos ha tocado deja poco margen a la discreción. No hay
desequilibrios que compensar, ni errores que reparar. El corazón de la ciudad, su centro
secular, su estructura estratificada y compleja, pero dotada de un orden orgánico, que las
transformaciones posteriores han alterado. En rigor, ninguna intervención era necesaria ni
apropiada. Por tanto, sólo como hipótesis teórica hemos situado nuestra intervención en una
de las pocas zonas del tejido urbano incluidas en el cuadro que nos ha sido asignado, la de los
jardines y viñedos entre via Paola, via Felice y via Panisperna, la zona donde habría surgido la
Via Nazionale, en consonancia con las Termas de Diocleciano. Una singular coincidencia
también nos empujó a elegir la zona, ya que este proyecto fue diseñado en la casona (el actual
palacio Rospigliosi-Pallavicini) que el cardenal Scipione Borghese construyó a principios del
siglo XVII en lo alto del Quirinal, en el límite de ese ' área. El método que seguimos para
recuperar las raíces truncadas y recuperar la coherencia con el desarrollo orgánico de la ciudad
antigua se basa, en primer lugar, en la referencia al entorno físico en el que surgió Roma,
entendido como la matriz original del entorno construido que poco a poco fue reemplazando.
Para hacerse una idea del paisaje de Roma antes de la construcción de la ciudad, hay que
fijarse en los acantilados de toba del acantilado de Tarpeya o en los de la Via Flaminia, antes y
después de la villa del Papa Julio. Las reconstrucciones arqueológicas no nos muestran las
míticas siete colinas que se elevan desde la llanura, sino una serie de ensenadas que se
arrastran desde el valle del Tíber hacia los lados de una zona plana elevada, formando una
serie de contrafuertes. Las colinas no eran más que estos contrafuertes de forma peninsular y
las ensenadas intermedias, producidas por la erosión, debieron ser muy similares a las típicas
gargantas del norte del Lacio, como aún hoy se pueden ver en Velo, Barbarano, Calcata. En
toda esta zona, el paisaje "exterior" formado por montañas, colinas y breves tramos llanos
contrasta como contrapunto con un paisaje "interior" formado por profundos valles
encerrados entre paredes de toba a modo de entorno o carretera.
están encerrados dentro de muros hechos por el hombre. Estos valles, que a veces se
estrechan como acequias y otras se ensanchan como cuencas risueñas, son - en un paisaje
ralo, pobre en vegetación abundante y en los meses de verano quemados y áridos como piel
seca - extraordinarias reservas de vegetación exuberante, fragante perfumes intensos y
húmedos como el de un sotobosque. La sección transversal de estas depresiones presenta una
tipología variable pero unitaria como si la disposición de la vegetación respetara reglas
preestablecidas; donde el valle es más estrecho no hay cultivos y la fisura aparece desde arriba
enteramente cubierta por matorral, a excepción de las paredes verticales de toba que marcan
sus límites; donde el valle se ensancha, los cultivos agrícolas ocupan franjas intermedias entre
los acantilados inmersos en el matorral y el curso de agua rodeado de vegetación silvestre
caducifolia; así tenemos órdenes de bandas paralelas con contornos variables en ósmosis
continua entre sí. Recorriendo longitudinalmente estos espacios internos de la tierra, se
pueden percibir en una sucesión alterna, llena de inversiones inesperadas, todas las formas
típicas que hemos mencionado, pasando de la imagen de una naturaleza salvaje "antes del
hombre" a la de una naturaleza medida y dominada por el hombre a través del cultivo pero sin
ningún signo "construido" de su presencia, hasta la imagen de los asentamientos reunidos en
lo alto de islas o penínsulas que interrumpen el vacío de los barrancos, escarpados como una
acrópolis en los que el hombre socava el papel protagonista de la naturaleza. contrastando la
toba de las estribaciones rocosas con la toba construida de las casas dispuestas como cristales
de roca en haces de volúmenes de diferentes alturas. En los espacios internos naturales
característicos del paisaje de las gargantas, ahora contraídos y ahora relajados, siempre en la
inminencia de la transición entre diástole y sístole, quizás se pueda percibir una de las
estructuras invariantes de la arquitectura nacida a lo largo de los siglos en el borde del Tíber;
esa estructuralidad basada en las cavidades resonantes, en los espacios recogidos y
envolventes y luego repentinamente dilatados hasta donde alcanza la vista, en la secuencia de
espacios siempre cambiantes encadenados entre sí como los tiempos sucesivos de una acción
dramática, en la densidad de los elementos plásticos, en los destellos de luz que introducen la
vibración del claroscuro en la inercia de los muros de piedra. Quizás sea mirando los
acantilados de toba del alto Lacio que se pueda comprender mejor el hilo que une el muro
fronterizo del Foro de Augusto con el ábside de San Pietro o con la fachada de San Carlino, los
muros de ladrillo de las basílicas, el de Santa Maria en Arar Coeli y el farol de Sant'Andrea delle
Fratte, el espacio de via Monserrato y el de piazza Sant'Ignazio. Las tablas que ilustran el
método seguido en el diseño proceden a través de pares de imágenes colocadas una al lado de
la otra para estimular tanto el análisis estructural como la sugerencia emocional, intentan
reconstruir el efecto psicológico de lo "ya vivido" que las imágenes de las gargantas provocarse
mutuamente para aquellos que todavía tienen en sus ojos las imágenes de las calles y plazas
de Roma y las imágenes de las plazas y calles de Roma para aquellos que todavía tienen en sus
ojos las imágenes de los estrechos valles encerrados entre los muros de toba. La tipología de
los espacios pulsantes de las calles del barrio renacentista, delimitados por alas que siguen
contornos quebrados y mixtos, de los claros triangulares, de las bifurcaciones, de las espinas,
de los tridentes, condiciones típicas del espacio urbano de Roma, A través de la yuxtaposición
de las imágenes se devuelve a las tipologías de las gargantas con su estructura arbórea que se
manifiesta en formas infinitamente diferenciadas. La intervención prevista en la zona entre el
Quirinal y el Esquillno pretende, a partir del plan de Nolli, viajar hacia atrás a través de muchos
siglos más, para reconstruir mediante hipótesis el entorno físico original, antes de
inundaciones, derrumbes, vertederos, determinado por los acontecimientos alternos de la
ciudad histórica, alteró sus rasgos reduciendo los desniveles y aplanando la fisonomía original
del terreno. Es fácil pensar que originalmente discurría una acequia entre las dos colinas al
fondo de un barranco. Los fosos del paisaje antiguo todavía fluyen bajo tierra en la ciudad hoy
en día, tocando los cimientos de los edificios y creando lentamente abismos. Debajo de Via
Capo le Case un río subterráneo desciende hacia Campo Marzio y de vez en cuando amenaza la
estabilidad del campanario de Sant'Andrea delle Fratte.
Intentamos imaginar que la zona elegida para la intervención podría liberarse repentinamente
de los sedimentos producidos por la naturaleza y el hombre y volver a ser como era en la
época de los primeros asentamientos humanos. Este regreso al entorno físico original fue
también la mejor manera de encontrar el "futuro" en el "pasado", de plantear la hipótesis de
una intervención en el corazón de la ciudad antigua que pudiera trasladarse, sin perder
significado, a los bordes de la ciudad nueva. , donde la naturaleza a menudo sigue siendo la de
las gargantas vírgenes, la de "Roma antes de Roma". Que la perspectiva de la intervención es la
de la ciudad futura también es evidente en la elección tipológica: no una pintura monumental
que se suma a otras en la "escena de la historia" sobre el tiempo, sino un pedazo de la ciudad
cotidiana, compuesta por casas, de comercios, pórticos, servicios colectivos entrelazados en un
tejido continuo. Incluso la imagen de la naturaleza, el verdor público, que el urbanismo
prescribe concentrado en zonas separadas de la ciudad, en islas opuestas al tejido del entorno
construido, penetra aquí violentamente en la ciudad, entra en su cuerpo como una mano, con
los dedos articulados., penetra una masa líquida, y el marco de estas manos es el agua de las
acequias que desembocan en un solo arroyo. A la hora de diseñar el trazado de las carreteras
se tomó como modelo la estructura arbórea de las gargantas del Alto Lacio. Las puntas de los
ramales debían coincidir con los puntos fronterizos de la red de carreteras tal como existía en
la época de Nolli. La forma final se alcanzó mediante un proceso de racionalización geométrica,
teniendo en cuenta los resultados del análisis comparativo resumido en las tablas que
comparan los espacios de los barrancos y los de las calles y plazas romanas. Por supuesto toda
la investigación tiende a elegir, dentro de ese nudo de contradicciones y alternativas que es el
organismo de Roma, una parte bien definida de su cuerpo y de su patrimonio, no la ciudad
representativa, no el gran oratorio de Apolodoro de Damasco, de Rabirio o de Gianlorenzo
Bernini, más bien la ciudad, nacida en tiempos adversos, apoyada en ruinas, luego revivida y
reorganizada con el lenguaje cordial del último barroco, la ciudad en la que lo pequeño y lo
bello son dos cualidades en estrecha relación: hasta el punto de identificarse.