Italo Svevo
Vita: Italo Svevo è lo pseudonimo di Aron Hector Schmitz cambiato in Ettore Schmitz e successivamente
italianizzato in Ettore Samigli.
Pseudonimo utile ad associare il termine Svevo alla sua origine culturale tedesca e il temine Italo a quella
italiana (Si riconosce nell’Italia, nella sensibilità italiana). Miscellanea tra esperienza della lingua, del
permisero sia della Germania che dell’Italia.
Nasce a Trieste nel 1861 da una famiglia ebraica benestante (anch’esso ebreo), il padre commerciante
d'origine tedesca e la madre friulana.
Svevo trascorse la sua giovinezza studiando materie tecniche commerciali e frequentando scuole sia in
Germania che a Trieste (cultura mitteleuropea).
Nel 1880 lavora presso la filiale triestina di una banca Viennese, ma il lavoro non lo appassiona molto e
continua a coltivare la sua passione per la letteratura.
Inizia a comporre per diletto, non pubblicando però niente fino al 1892, anno in cui da alle stampe “una
vita”, romanzo che però fu totale fallimento sia a livello di critica che di pubblico. Nel 1896 si sposa (con la
cugina Livia Veneziani, scrive i pensieri di un innamorato nel Diario per la fidanzata), abbandona la banca,
e, nel 1899 inizia a lavorare nella ditta del suocero (una ditta di vernici sottomarine) dove fa tantissima
esperienza commerciale. Nel 1898 scrive “Senilità”, che però si rivela un altro insuccesso. Decide per questo
di smettere di scrivere e dedicarsi solo al lavoro.
Egli ha modo di approfondire da autodidatta lo studio di autori importanti della letteratura italiana, Giosué
Carducci, degli autori della letteratura francese, come per esempio i naturalisti, di filosofi tedeschi come
Nietzsche e Schopenhauer e prende lezioni dallo scrittore inglese James Joyce con cui l’opportunità di
confrontarsi direttamente con uno scrittore affermato, fa suscitare in Svevo nuovi stimoli per ritornare a
scrivere dopo la lunga pausa, dovuta dai tanti insuccessi.
Durante il periodo della prima guerra mondiale Italo Svevo inizia a studiare le teorie della psicoanalisi di
Freud (sperimentate anche su di se), utilizzate come tema fondamentale per scrivere il suo romanzo più
famoso La coscienza di Zeno. Inizialmente destinato all’insuccesso ma dopo tre anni la critica inizia ad
elogiarlo, grazie a molti articoli fatti da Montale e Joyce. Svevo inizia quindi ad essere apprezzato non solo in
Italia, ma in tutta Europa.
Le teorie di f. la portano a considerare la malattia dell'uomo come strettamente legata alla condizione della
vita moderna: la società si divide in sani e malati.
Il 13 settembre del 1928 muore per un incidente stradale.
Poetica: La componente irrazionalistica del pensiero di Schopenauer e Nietzsche, spostò l'attenzione di
Svevo sull'interiorità dei personaggi. E l'interessa per la psiche portò Svevo ad accostarsi alle teorie di Freud
tra il 1908 e 1910. Non credendo nell'effi cacia terapeutica della psicanalisi, si interessava a queste teorie
come strumento di introspezione della complessità della psiche dei suoi personaggi, di cui si servì nella
coscienza di Zeno.
L'amicizia con Joice lo portò all'interessarsi alla narrativa inglese, il cui influsso è da collegare all'umorismo e
all'ironia che caratterizzano l'ultimo romanzo.
Leggendo i romanzi di Proust ricavò l'idea del recupero della memoria come strumento per analizzare e
comprendere il passato.
Nel suo primo romanzo, "Una vita", compare la prima figura di inetto, ovvero uomo incapace di vivere la
vita e destinato a fallire. Notiamo anche l'evidente influsso del naturalismo.
Svevo si interessa alla psiche dei personaggi, all'intrecciarsi dei loro rapporti mentre l'ambiente sociale non
riveste particolare interesse.
Si allontana sempre più dal naturalismo e con la Coscienza di Zeno abbiamo il definitivo superamento di
questo. Il racconto non segue un ordine cronologico ma procede per tematiche, quindi un continuo avanti e
indietro nel tempo tra passato e presente realizzato con la tecnica del flashback.
La letteratura per lui è strumento di analisi, ricerca interiore, pratica privata con funzione terapeutica.
Il tema comune in questa letteratura del Novecento, che unifica i tre romanzi sveviani (Una vita, Senilità, La
coscienza di Zeno) è l'inettitudine: l’incapacità di vivere realmente la vita. L'inetto avverte l'impulso al piacere
ed è spinto ad agire da pulsioni inconsce, ma poi si trova bloccato dall'intervento della ragione e della
volontà: più che vivere la vita, la contempla.
Pensieri principali che influenzarono l’autore:
-Da Darwin e Freud si avvale di conoscenze scientifiche riprendendole dal positivismo, rifiuta la metafisica e
le cose spirituali. Riprende essi ma non l’ ottimismo e per questo si avvicina a Schopenhauer.
-Dal positivismo riprende solo la base scientifica.
-Svevo non accettava il Marxismo come funzione sociale ma solo come analisi (percezione chiara della lotta
tra le classi)
-Non accetta la noluntas di Schopenhauer, ma riprese la capacità di criticare gli auto inganni.
-Svevo da Nietzsche trasse l’idea del soggetto non come salda e coerente unità, ma come pluralità di stati in
fluido divenire. (l’ io non è l’ unico ma è molteplice)
-Svevo rifiuta di aderire al sistema di Freud cioè la psicoanalisi che l’ accetta solo come tecnica di conoscenza
e la respinge come terapia. Lui concepisce la letteratura come recupero della vita.
-Fu influenzato da Tolstoi e Dostoevskij che scavavano alla ricerca dell’interiorità e all’ analisi dell’io.
-da Darwin riprese la teoria dell'evoluzione fondata sulle nozioni della lotta per la vita e la selezione naturale.
Con il pensiero darwiniano, Svevo pensò che il comportamento dei suoi eroi come prodotto di leggi naturali
immodificabili non dipendi dalla volontà
-da Madame Bovary prese lo stile di vita introducendo la figura dell’inetto; lei era sempre insoddisfatta di
tutto ciò che la circonda, non farà mai nulla per rimediare a questa sua situazione.
-dai comici inglesi Swift, Sterne e Dickens, Svevo elaborò un atteggiamento ironico e umoristico per
affrontare la realtà sapendosi prendere in giro.
Carattere antiletterario: all’ambiente triestino, dominato dalla ragion pratica del successo economico e,
quindi, da una visione degli uomini e delle cose concreta e spregiudicata, Svevo deve il carattere antiletterario
della sua opera e lo sguardo acuto e disincantato con cui la vita viene ricondotta attraverso salute, affari,
amore.
Il disagio esistenziale: Il confl itto tra attività economica e vocazione letteraria si rifl ette nell’opera
sveviana assumendo la forma dialettica del contrasto tra due modelli di vita opposti, fondati l’uno sulla lotta
per il successo e l’altro sulla ricerca della serenità interiore. Il personaggio è sempre uno “straniero”, un
“diverso”, incapace di adattarsi a un ambiente sociale ostile o indifferente, diviso fra il bisogno di
integrazione e la salvaguardia della propria irrinunciabile individualità.
il non lottatore ovvero colui che capisce se stesso e conosce la propria individualità; sensibilità che nasce dal
confronto con se stesso.
L’analisi interiore: Svevo si rivela soprattutto maestro nell’introspezione psicologia del personaggio, di cui
sa indagare in modo particolare i meccanismi di difesa e le strategie di autoinganno messi in atto per far
fronte alle frustrazioni dell’esistenza. Il personaggio sveviano più che agire rifl ette, ma questo rifl ettere non lo
conduce all’elaborazione di una sapienza, bensì si rivela uno strumento deviante: un argine al rimorso o una
valvola di sfogo per i desideri insoddisfatti e inconfessati.
Caratteri dello stile sveviano: Essendo La sua cultura letteraria quella di un autodidatta il suo
liguaggio narrativo appare incolore e generico o ragionieristico: una lingua artificiale. Di qui l’accusa di
“scriver male” formulata da diversi critici.
Svevo e Schopenhauer: Schopenauer fu uno dei maestri dello scrittore le sue teorie esercitare un
influsso determinante sui suoi romanzi. Il problema della volontà e quindi della libertà: l’uomo è spinto ad
agire da una forza istintiva che lo spinge ad affermarsi sugli altri. L’esistenza e dunque una rotta e le relazioni
tra gli uomini sono regolati dalla legge del più forte. Questa volontà di vivere muove il mondo da solo lo
scopo di perpetuarsi all’infinito; l’uomo non arriva mai a raggiungere la piena affermazione di sé e dunque è
continuamente spinto dall’azione. Proprio perché non arriva all’obiettivo soffre prova dolore oppure cade
nella noia e se invece crede di aver raggiunto quello obiettivo non fa altro che ingannarsi.l’unica possibilità
che all’uomo per uscire da questo circolo vizioso è di salvaguardare la propria libertà annullando questa
forza. La malattia non ho solo un valore negativo ma può essere anche l’occasione per ribaltare la prospettiva
usuale vedere la realtà in modo diverso. Permette di vedere le cose con ironia, di arrivare a una più matura
consapevolezza di sé e del mondo: chi è malato può riflettere con maggior onestà, può avere uno sguardo più
lucido e disincantato è così conoscere e conoscersi senza auto ingannarsi. La malattia offre la possibilità di
svelare le maschere le più crisi del mondo dei cosiddetti sani e forti ovvero della borghesia. La malattia è una
dimensione esistenziale, non essere in grado di superare le difficoltà.
Trieste: Trieste è collocata alla periferia della penisola italiana E fa parte dell’impero austroungarico. È
crocevia di etnie e culture diverse, priva di un’autentica questione culturale. Trieste città di confine
cosmopolita e multietnica, luogo isolato ma allo stesso tempo vis bassissima per traffici e commerci. Se da una
parte si riconosce un sentimento di diversità e marginalità nello stesso tempo vive una sorta di nostalgia per
l’Italia che rimane il punto di riferimento per diverse generazioni e intellettuali.
“Trieste fu quasi sempre, per ragioni di storia naturale delle quali città come gli individui non possono
evadere, una città cosmopolita. Era questo il suo pericolo ma anche il suo fascino.“
La condizione di città di confine a riflessi sulla letteratura triestina. Tra la fine dell’ottocento e l’inizio del 900
gli intellettuali triestini, vivendo i margini della penisola italiana, si sono rivelati immuni dal fascino del
dannunzianesimo hanno intessuto stretti legami con la cultura multi europea dell’Europa centrale. Tale
scambio culturale negli anni arricchito la città e le sue espressioni culturali, facilitando l’affermazione di
scrittori triestini prima Europa e poi in Italia e incoraggiando l’arrivo di importanti scrittori stranieri come
Joyce.
Montale racconta Svevo: Tramonta la Svevo si instaura un dialogo profondo testimoniato dall’oro
carteggio. “Mi feci coraggio e arrischiai <il signor Schmitz?> non mi ero sbagliato. Il nostro primo dialogo fu
breve ma ricordo di Di essere subito colpito dalla somiglianza che esisteva tra lo Schmitz e i suoi
personaggi.Italo Svevo tutto era sveviano.grande viaggiatore insieme grande sedentario […] portava il suo
mondo con sé come la chiocciola. Ma al mondo che lo aveva formato richiama anche in modo irresistibile a
una città ed a un focolare: Villa veneziani.
Svevo e Joyce: Coinvolto nell’attività commerciali di famiglia Svevo matura la necessità di migliorare la
propria conoscenza della lingua inglese si rivolge a Joyce che ne divenne il suo insegnante. Tra i due nacque
un’amicizia fondata su una profonda stima reciproca destinata a durare fino alla morte di Svevo.le
conseguenze del primo incontro fra i due furono importanti soprattutto sul piano Del confronto culturale
reciproco. Lo scrittore irlandese fu uno dei primi e più intelligenti lettori dei romanzi sveviani e si deve anche
alla sua iniziativa il riconoscimento di Svevo da parte della critica. Per entrambi le lezioni di inglese
diventarono l’occasione per discutere dei problemi letterari, leggere le reciproche opere, confrontarsi su
questioni generali: rappresentarono l’opportunità di uno scambio continuo. “ fra il maestro, oltre modo il
regolare, ma ad altissimo ingegno e lo scolaro ti eccezione, le lezioni si svolgevano con un andamento fuori
dal comune.“ Svevo contribuì alla diffusione dello scrittore irlandese in Italia con la pubblicazione di articoli
pubblici.ugualmente Joyce apprezzo gli scritti di Svevo e si adoperò affinché la coscienza di Zeno fosse
conosciuta in Francia.
la scrittura letteraria come menzogna e come rivelazione dell’unità fittizia
dell’io:
Svevo scrisse avendo una “forte consapevolezza dei problemi della scrittura, della scarsa attendibilità di ogni
voce narrante, della problematicità di ogni ricostruzione soggettiva della coscienza della memoria.” La
scrittura diviene un “forte impegno conoscitivo ed una tenace ricerca di verità”.
Fuori dalla penna non c’è salvezza: Riflessioni sulla scrittura.
Non c’è miglior via per arrivare a scrivere sul serio che di “scribacchiare giornalmente”= scrivere non per
pubblicare ma scrittura come osservazione di analisi ed introspezione di sé. Si tradisce il proprio io se non si
scrive ogni giorno
Si deve tentare di portare a galla dall’imo del proprio essere-> arte che aiuta a conoscersi
Attributi della scrittura sono la sincerità e l’immediatezza; essa deve rispecchiare il vero analizzando, nel
profondo e con coraggio se stessi.
“Fate in modo che il vostro pensiero riposi sul segno grafico col quale una volta fissaste un concetto e vi lavori
intorno alterandone piacere parte o tutto”
Quella ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura: “Diario della mia vita”->
bisogna scrivere con l’intenzione di registrare; scrittura come mezzo per capirsi. La scrittura fine a se stessa
come attributo di conoscenza di sé deve antecedere la pubblicazione e il guadagno di questa stessa.
“io voglio soltanto attraverso queste pagine arrivare a capirmi meglio”
“ L’abitudine mia e di tutti gli impotenti di non saper pensare che con la penna alla mano”-> sottolinea il
periodo storico in cui il progresso scardina il ritmo della vita. Bisogna adattarsi al movimento frenetico della
vita, non c’è il momento per potersi fermare a riflettere. Il 900 è dettato dal pensiero e dalle azione
contemporanea.
“ voglio sapere abituarmi a pensare nell’attitudine stessa dell’azione”-> Svevo cercherà di adeguarsi ma non
ci riuscirà; si penserà unico sano in mezzo a tutti i malati; per gli altri sarà al contrario.
Scrittura, penna-> no strumento industriale bensì strumento “grezzo e rigido”
“ la penna mi aiuterà ad arrivare al fondo tanto complesso del mio essere“
La vita letteraturizzata: Zeno torna scrivere a parlare di sé ormai vecchio. Rileggi il romanzo nel
quale fissato una parte la sua vita che definitivamente morta ma che è importante proprio perché l’ha fissata.
“ com’è viva quella vita e come definitivamente morta la parte che non raccontai (quella meno importante)”
“ E ora che cosa sono io? Non colui che visse ma colui che descrissi.“
“la vita sarà letteraturizzata. Metà dell’umanità sarà dedicata a leggere studiare quello che l’altra metà avrà
annotato”-> arte rende eterno ciò che canta, l’altra parte di se stesso che non descrisse sarà resa vana, non
conosciuta dai posteri.
“ ognuno leggerà se stesso. E la propria vita risulterà più chiara O più scura ma si ripeterà, si correggerà, si
cristallizzerà“-> scrittura mezzo per capirsi, per sviscerare la propria vita.
“Io voglio scrivere ancora. In queste carte metterò tutto me stesso”.
Grande uomo quel nostro Freud ma più per i romanzieri che per gli ammalati:
Svevo descrisse con precisione il suo rapporto con le idee di Freud con la sua teoria.
Denuncia alla psicanalisi utile allo scrittore ma mano come pratica medica. Aiuta alla comprensione di sé ma
non come mezzo per curare la propria nevrosi.
“ Grande uomo quel nostro Freud ma più per i romanzieri che per gli ammalati”
“ io feci ancora nella solitudine senza medico. Da tale esperienza nacque il romanzo“—> romanzi che
nacquero dallo studio approfondito della psicanalisi. Grazie a questa Freud fu un predecessore del nuovo stile
di scrittura, inizialmente non compreso dagli italiani perché anticipatore di temi di cui la società non era
ancora pronta.
Psicoanalisi non cura ma aiuta a conoscersi.
Perché voler curare la vostra malattia?:
Scetticismo nei confronti della psicanalisi.
“Freud stesso dopo anni di cure implicanti gravi spese, congedò il paziente dichiarando inguaribile”->
psicanalisi non utile alla cura della malattia
“ perché è voler curare la nostra malattia? Davvero dobbiamo togliere all’umanità quello che sa di meglio?”
Malattia come dimensione esistenziale dell’uomo che non è in grado di superare le difficoltà. L’uomo sente il
limite dell’anima. La malattia permette di vedere le cose con ironia, di arrivare una più matura
consapevolezza di sé e del mondo: chi è malato può riflettere con maggiore onestà, può avere uno sguardo
più lucido e disincantato e così conoscere e conoscersi senza auto ingannarsi. La malattia offre la possibilità
di svelare le maschere le ipocrisie del mondo dei cosiddetti sani e forti (coloro che pensano di essere all’altezza
del ritmo della vita moderna) -> convenzione della malattia ripresa da S.
“Noi siamo una vivente protesta contro la ridicola concezione del superuomo come ci è stata gabellata.” ->
denuncia della società, dei falsi miti del passato. Svevo sottolinea la differenza comportamentale rispetto
l’uomo dell’ottocento.
Una vita [1892]
Romanzo pubblicato a spese di Svevo poiché Treves aveva già previsto l’insuccesso dell’opera.
Il romanzo si apre si chiude con una lettera alla madre.
Tre sezioni principali:
-Delineato il ritratto di Alfonso e si descrive la città in cui vive
-relazione sentimentale con annetta, fino alla fuga da lei e da Trieste
-soggiorno nel paese natale il ritorno in città fino al suicidio.
La trama: Alfonso Nitti, giunto a Trieste dalla campagna e con alle spalle una formazione umanistica, non
riesce ad adattarsi all’alienante lavoro in banca e al modo di fare dei colleghi. Sua unica consolazione è lo
studio cui si dedica la sera, frequentando la biblioteca. Conosce la fi glia del principale, Annetta, corteggiata
dal brillante cugino Macario, e comincia a frequentarla allorché la ragazza decide di scrivere un romanzo.
Tra i due nasce un’attrazione e lei infi ne gli si concede. Disgustato dall’accaduto, Alfonso si allontana da
Trieste; al ritorno trova Annetta fi danzata con Macario e, sul lavoro, si vede relegato a un incarico umiliante.
Le sue proteste provocano una sfi da a duello, cui Alfonso si sottrae con il suicidio.
La figura dell’inetto: il protagonista, fi gura di antieroe assolutamente incapace di cogliere le occasioni per
affermarsi (Un inetto era il titolo iniziale), non poteva incontrare i gusti del pubblico del tempo.
L’inetto sveviano è invece un individuo negato per la lotta (opposto al lottatore), goffo e ridicolo, incapace di
dominare la vita, perennemente frustrato e scontento; non ha alcuna dote fuori del comune, è anzi individuo
marginale e disadattato, inerme e remissivo, oggetto di scherno e dileggio. Non ha velleità di miglioramento.
È dotato di un’intelligenza superiore e di maggiore sensibilità questo gli permette di comprendere totalmente
se stesso.
Alfonso è spesso distratto sul lavoro, lento, disordinato, è il ritratto dell’inefficienza; impacciato e subalterno
nei rapporti interpersonali, non sa cogliere le occasioni che gli si presentano e si lascia così sfuggire la
possibilità di sposare Annetta e di promuovere la propria posizione sociale.
In un mondo darwinianamente concepito, Alfonso è nato perdente.
La figura dell’inetto. Non va confusa con la figura del fallito.
Inetto è da una parte portatore di asportazioni ideali alte e profonde, di un’istinto eroico che deriva dal
romanticismo; tuttavia queste aspirazioni eroiche si presentano in forma velleitaria; egli non è più all’altezza
dei propri ideali, non sostiene gli ideali con un comportamento adeguato e ciò determina l’insuccesso e il
fallimento.
L’inganno della coscienza: La vicenda si snoda senza colpi di scena, perché al centro del racconto sono le
risonanze intense che gli eventi, anche banali, suscitano nell’animo del protagonista (romanzo dell’esistenza).
Messa in rilievo la sfera della coscienza, che però nell’inetto si rivela strategia di autoinganno per contraffare
la realtà. Incapace di imporsi o anche solo di difendersi nel mondo reale, Alfonso si rifugia nel sogno a occhi
aperti, immaginando scenari in cui rifarsi delle frustrazioni subite.
Il male di vivere: l’inetto non è uomo migliore degli altri: anch’egli compie il male, e il ragionamento
sofi stico diviene in lui strumento per crearsi un alibi a prova di rimorso, operando non un esame, ma uno
scarico di coscienza. Al di sotto della coscienza si rivela l’anima del personaggio, che consiste in una cieca
volontà di vita e affermazione, destinata a rimanere inappagata; di qui il “male di vivere” del protagonista.
Vi è una concezione schopenhaueriana alla base del romanzo: la vita umana scorre fra desiderio, che è
dolore, e soddisfazione, che è sazietà; con il possesso svanisce ogni attrattiva e il desiderio rinasce in forma
nuova, pertanto la delusione è inestirpabile.
Vita come lotta (Darwin): l’intera vicenda del protagonista è descritta come una lotta per l’affermazione
sociale. La relazione con annetta rappresenta per Alfonso un mezzo per migliorare la propria posizione
sociale allo stesso tempo uno strumento per rivalsa per l’umiliazioni subite a causa la sua inferiorità
economica e sociale.eppure ottenuto l’amore di annetta è la promozione Alfonso rinuncia alla donna
scappando.
La scelta del suicidio: Dalla constatazione di essere «incapace alla vita», o meglio di non aver saputo
estrirpare da sé l’impulso naturale alla lotta, nasce in Alfonso la scelta fi nale del suicidio; Schopenhauer,
peraltro condannando il suicidio, aveva affermato: «Il suicida vorrebbe la vita: e soltanto non è soddisfatto
delle condizioni in cui gli si offre [...]. Il suicida cessa di vivere, appunto perché non può cessar di volere; la
volontà si afferma in lui con la soppressione del fenomeno [...]».
Influssi naturalisti:
-l’abbondanza di dettagli descrittivi attraverso cui traspare l’emotività dei personaggi,
-l’attenzione allo status sociale dei personaggi,
-lo scrupolo scientifico nel cogliere gli aspetti clinici della malattia.
Alfonso viene esaminato all’interno di quattro realtà differenti: la banca, la famiglia presso cui vive a
pensione, casa Maller, il villaggio natio.
-dal capitolo primo: una lettera alla madre
Paese d’origine=spazio mistico, viene idealizzato. Possedeva un grande casolare di proprietà
Città= luogo frustante e reale, presentata inquinata, sotto un aspetto non edificante. Casa piccola. Trieste
diviene luogo della solitudine urbana che rende impersonali e anonimi i rapporti umani.
Perfetta adesione con i sentimenti della madre, rispetto verso di lei.
Malinconia del passato, del vecchio “nostro paesello“.
Testo di impostazione naturalistica, intriso di emotività.
“ non credere, mamma, che qui si stia tanto male; sono io che ci sto male! Non so rassegnarmi a non vederti,
a restare lontano da te per tanto tempo.“-> Scontentezza velleità di coraggio e forza, senso di estraneità ed
alienazione verso Trieste, città in cui non si rivede; vorrebbe stare nel “grande casamento” (proprietà di
famiglia). Alfonso trasferisce il suo personale di saggio sul piano affettivo per dire che non sa rassegnarsi alla
lontananza della madre.
“ qui respirano certa aria densa [..] gli altri che stanno qui sono tutti o quasi tutti lieti e tranquilli poiché non
sanno che altrove si possa vivere tanto meglio“-> riferimento all’inquinamento atmosferico dell’ambiente
cittadino: la città di Trieste è presentata sotto un aspetto non edificante. L’impiego delle forme verbali in
terza persona sottolinea una sorta di auto esclusione da parte di Alfonso. Questo conferma il personale
disagio esistenziale del protagonista.
Descrivendo la stanza in cui abita, piccola rispetto quella del paese d’origine descrive il disagio ambientale
che prova.
“ non ti pare mamma che sarebbe meglio che io ritorni?“; “ questi i miei affanni, e con una sola parola tu
puoi annullarli.dilla essendo che ore sono da te“-> cambiamento non voluto fino in fondo, figura dell’inetto.
si annulla alla capacità di migliorare la posizione in una migliore; scelta che doveva essere determinata dagli
altri (dalla madre): inerzia, determinata dalla sofferenza. Alfonso si rende conto delle sue possibilità ma non
vuole migliorare “io m’impegno come posso”
“Non farei meglio di ritornare a casa?”-> rifugiarsi piuttosto che affrontare la situazione= inetto.
Alfonso ha una cultura classica ma anche contadina e il resto è un paesano, guarda tutti con distacco
ironico.avendo la conoscenza di scritti classici penso di valere di più rispetto ai suoi colleghi. Viene delineato
il luogo di lavoro, caratterizzato da superbia e dal dolore provato da Alfonso. Il lavoro in banco è monotono,
ripetitivo e stressante.
Alfonso vive il dolore non in maniera esasperata; il suo dolore è vissuto in relazione al sociale: egli non è
contento del lavoro, della città, dell’amore…
La grigia routine dell’impiegato Nitti:
Stile semplice al fine di riprodurre genuinamente i pensieri.
Alfonso riceve un avanzamento di carriera, questo gli procura inquietudine poiché non si sente all’altezza dei
nuovi compiti assegnati. I colleghi ricordavano più volte che non sarebbe stato all’altezza del posto ottenuto.
“ Alfonso non sapeva gioire del suo avanzamento“
“ disperavi avrebbe preso volentieri il primo treno per ritornare a casa sua e lasciare con le lettere da rifare al
signor Maller stesso“-> desiderio di scappare dalle difficoltà.
Nausea e noia per il nuovo lavoro, meccanico e ripetitivo; ogni giorno doveva lavorare sempre di più del
precedente. “Al suo malessere si aggiungeva L’ inquietudine”
Non era mai puntuale nella consegna dei compiti prefissati.
“ non era la buona volontà che gli mancasse, era la capacità; il suo era un difetto organico“-> figura
dell’inetto.
Alfonso era un giovane che dimostrava desiderio di lavorare ma non riuscivo a fare di più-> nessuna volontà
di migliorare la propria posizione.
Natura che aiuta ad alleviare il malessere.
L’attività letteraria divenne una relazione all’avvilimento provato dalle obbedienze e dalle sgridate di Sanneo.
Questo sostituire le passeggiate serali, era soddisfacente, si dedica verso questa con uno zelo che crebbe
quanto più cresce illuminazione sul posto di lavoro.
Non si sente all’altezza dei lavori assegnati; decide di scrivere un romanzo, possibilità per le quali si innalza.
Due punti Di vista:
-protagonista: non ha una visione chiara sente un malessere generale pensa che esso sia dovuto a un fattore
materiale.
-narratore esterno che sembra vedere e sapere di più, È il narratore dare una lettura corretta della
promozione mentre Alfonso di fronte alle novità rimane confuso e impaurito. Sono i narratore è in grado di
penetrare nei suoi sentimenti. Comprende che Alfonso prova soddisfazione ogni volta che il suo lavoro è
approvato dal superiore, non è soltanto stanco per il lavoro ma è anche annoiato e avvilito dalla vita di
impiegato; consapevolezza dell’inadeguatezza.
Il malessere di Alfonso è causato da un profondo avvilimento. Vive il lavoro come una imposizione, come un
peso sentendosi completamente sono la realtà in cui emerso che gli sembra congiurare contro di lui.la visione
negativa del protagonista rispecchia quella di Svevo allungo impiegato anch’egli in una banca. Il ritratto
dell’ambiente lavorativo del protagonista diventa una rappresentazione del mondo del lavoro e la società
borghese capitalista moderna.
Alfonso il tipico inetto che avvertendo la sua incapacità vuole scappare sentendosi una vittima. Egli è inadatto
al lavoro in banca è lento, distratto e non regge il ritmo come dovrebbe. Non è solo per le sue incapacità che
Alfonso si sente diverso bensì poiché nutre ambizioni intellettuali, fa sogni da megalomani credendo così di
potersi riscattare.alla misera realtà sostituisce una condizione rovesciata. Nel più profondo degli animi si sente
superiore rispetto ai suoi colleghi che sia pagano della loro grigia vita impiegatizia.
Il malessere del seduttore:
Alfonso dopo aver sedotto annetta in preda un profondo turbamento, in un implicato intreccio di sentimenti
e riflessioni contraddittorie.
Alfonso ricorda la notte passata con annetta. I ricordi non sono riferiti con oggettività ma sono filtrati
attraverso la coscienza tormentata del protagonista.
4 punti fondamentali:
-sentimenti negativi di Alfonso: egli ripensa la notte con disgusto; ha conquistato annetta solo per fini
personali e penso che la ragazza si è lasciata possedere con rassegnazione non per amore.
-riflessioni sulla vita intesa come lotta: inizialmente Alfonso rivendica la propria natura di lottatore poiché ha
conquistato annetta successivamente se ne distacca ritenendosi una vittima.
-reazione di Alfonso alla lettera di annetta: l’atteggiamento risoluto della ragazza decisa di andare dal padre
annunciare il matrimonio, pur consapevole della distima che il padre prova per il giovane, é mal interpretata
dal protagonista.
-rassegnazione di Alfonso: il giovane a finalmente ottenuto ciò che voleva (il matrimonio con annetta e quindi
ascesa sociale), ma si convince di non avere alcuna responsabilità rispetto a questi eventi anzi: ritiene di essere
solo una vittima impotente.
Viene sottolineata la figura di Nat the Alfonso. Non vuole ammettere di aver agito spinto non solo dal
desiderio ma anche dalla volontà di fare carriera; si convince invece, che annetta gli acceduto solo per vanità.
Vorrebbe eliminare dal proprio comportamento ogni traccia di meschinità opportunismo: il suo intervento
professionale dovrebbe essere una conseguenza naturale.perciò subito dopo aver posseduto la ragazza, invece
di essere felice, Alfonso si sente deluso. Prova disgusto per la notte in cui si è trovato. Nel rigo 124 viene
dichiarato la non possibilità di decisione nella propria vita tipica dell’inetto assoggettato al volere di coloro
nelle cui mani era posto il suo destino. Non ho possibilità di scelta poiché non vuole scegliere, non vuole
cambiare la propria posizione.
Nella vita intesa come lotta anche Alfonso è un lottatore non è consapevole se ne vanta.ripensa a un
colloquio avuto con Macario (macarena= felicità) quest’ultimo lo reputava “ incapace di lottare e di afferrare
la preda” sottolineando l’inettitudine di Alfonso. Il possesso di annetta diviene una rivolta nei confronti di
Macario. Alfonso si giustifica poiché sente che il suo comportamento è scorretto ma non vuole confessarlo se
stesso e dunque scarica la responsabilità sugli altri dicendo che è impossibile uscire una nota nella quale era
stato attirato non perso volontà “questi lottatori che gli disprezzava lo avevano attirato nel loro
mezzo” (r.22-23). Alfonso si contraddice poiché non è vero che non si può uscire dalla lotta poiché l’individuo
può farlo estraniandosi dalla realtà rifugiandosi nello studio.
Viene sottolineato l’indifferenza è l’egoismo di Alfonso che lo porta a pensare esclusivamente a se stesso.
Sembra incapace di nutrire sentimenti veri nei confronti di annetta e della madre. L’inettitudine di Alfonso
non riguarda soltanto il lavoro ma anche i rapporti interpersonali (aridità dell’anima).
“ annetta la colpevole fra i due”-> scarica la colpa su di lei e nel momento in cui distorce infatti Alfonso crede
di provare pietà per la ragazza. Falsa coscienza che gli impedisce di prendersi le proprie responsabilità.
A. Vive nell’idealizzazione della realtà.
Alfonso è condizionato dalla paura: di lasciarsi coinvolgere in un avere relazione sentimentale, di essere
giudicato dei colleghi e superiori, di partecipare alla lotta della vita. E dominato delle insicurezze per cui
finisce per rinunciare a tutto. Accusa gli altri di vanità e di ambizione immaginando di essere moralmente e
intellettualmente superiore (tanto più superbo andava della propria superiorità, r. 20) ma è spinto solo dal
desiderio di estraniarsi del mondo, di mettersi al sicuro isolandosi.
Senilità [1898]:
La trama: Emilio Brentani conduce una vita anonima e ritirata con la sorella nubile Amalia. Il grigiore di
questa esistenza viene sconvolto dall’irrompere dell’amore: Amalia si innamora senza speranza dello scultore
Stefano Balli, mentre Emilio si invaghisce della disinibita popolana Angiolina, che lo tradisce e lo inganna
senza pudore. Alla fi ne Amalia cerca la pace negli stupefacenti che la portano alla morte, mentre Emilio,
stanco di giustifi care sempre e comunque l’amante infedele, trova il coraggio di lasciarla.
Temi:
Il distacco dagli schemi naturalisti: Svevo riduce il numero dei personaggi e si concentra sull’esplorazione del
loro mondo interiore. Svevo adotta il campo visivo dei due protagonisti, Emilio e la sorella Amalia; il mondo
esterno è una realtà lontana e nel romanzo c’è posto solo per l’amore, tardivo quanto totalizzante. Il tempo e
lo spazio si contraggono all’oscurità serale in cui vive l’ombroso Emilio e all’appartamento dove Amalia
conduce la sua esistenza.
La senilità: cui allude il titolo non ha nulla a che fare con l’età anagrafica (Emilio ha 35 anni e Amalia è
ancora più giovane), ma è una condizione interiore: come Alfonso Nitti, Emilio Brentani è un inetto, un
personaggio debole e passivo; Emilio e la sorella sono entrambi persone irrealizzate, avviate al declino senza
aver mai raggiunto la maturazione; la vita li ha solo sfiorati ed essi, con la loro insoddisfatta brama di piacere
e di amore, si sono lasciati vincere dal torpore.
L’irruzione dell’amore: L’amore irrompe in queste vite grigie e apatiche sconvolgendole. Per queste due
anime che mai si sono aperte alla vita, l’esperienza dell’amore significa vivere all’improvviso una giovinezza
mai conosciuta. Significativamente i due partner, Stefano e Angiolina, rappresentano tutto ciò che ai
protagonisti manca e, in più, possiedono la noncuranza propria degli individui destinati a trionfare nella lotta
per la vita.
Il carnevale: La vicenda è ambientata nel periodo del carnevale (Il carnevale di Emilio era il titolo iniziale),
che rappresenta il sovvertimento della vita ordinaria; l’esistenza dei due protagonisti è capovolta dalle
pulsioni vitali e dall’arbitrio personale, in un vortice che, dalla noia condurrà, attraverso il dolore, a una noia
ancora più greve.
Emilio fa una dichiarazione d’amore ad Angiolina:
Il passo inizia in medias res.
Emilio Bretani-> inettitudine che lo rende incapace di rischiare, di piegare la vita ai propri desideri facendolo
rifugiare in norme conformistiche.
Vive cauto, non vive totalmente nè il dolore nè la felicità-> consapevolezza
“ pensava sul suo, sentendosi le spalle gravate di tante responsabilità, egli attraversava la vita cauto, lasciando
da parte tutti i pericoli e manca il godimento, la felicità.a 35 anni si ritrovava non l’anima la brama
insoddisfatta di piaceri e di amore, e già l’amarezza di non averne goduto, e nel cervello una grande paura di
se stesso e della debolezza del proprio carattere”
Raffigura l’inetto:
-impegnatuccio, faceva due lavoro: società di assicurazioni, carreria letteraria
-La sua esistenza non lieta pare fiacca e opaca passa la vita ad analizzarsi: “vive cauto”; “credeva di trovarsi
ancora sempre nel periodo di preparazione, riguardandosi in un segreto interno come una potente macchina
geniale in costruzione, non ancora in attività. Mi aveva sempre in un’aspettativa, non paziente, di qualche
cosa che doveva venire io dal cervello”
-frustrato per lo scarso successo del romanzo-> “coscienza della nullità della propria opera, egli non si
gloriava del passato”
-manca di coraggio e determinazione, è egoista
“Egli non aveva fatto nulla, per inerzia, non per sfiducia”
Reificazione dell’amore: amore che diviene un oggetto, “un giocatolo”, utile per giocare e divertirsi per un
breve momento.
“Mi piaci molto ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di un giocattolo. Ho altri doveri
io, la mia carriera, la mia famiglia”
E. Sul piano psicanalitico appare incapace di amare, inibito sessualmente. Teme la donna sessuata e quindi
cerca una donna materna.
Amore che rimane distante, senza una totale coscienza della dimensione emotiva.
“L’affetto ch’egli le offriva ne ebbe l’aspetto di fraternamente dolce”
“Si era avvicinato con l’idea di trovare un’avventura facile e breve”
“La vicinanza della fame turba là dove ci si vuol divertire”
“Bacio castissimo”
Angiolina-> oggetto del desiderio sessuale e fisico; priva di intelletto, bella come un angelo (“bionda dagli
occhi azzurri grandi”) e provocante.
“Aveva il volto illuminato dalla vita”
“Raggiante di gioventù e bellezza”
diviene l’immagine di una bella salute mentre i personaggi sveviani sono torturati dal sospetto della malattia
(pallidi, passo non sicuro) ovvero l’inettitudine.
Caratterizzata da tanto oro=giovane di mondo.
Incontro tra i due sottolinea la differenza, l’incapacità di comprendersi. Distanza culturale ed economica: lui
intelligente lei no.
La coscienza di Zeno [1923]:
Zeno: Xenos= straniero
Opera immaginata come scritta dal paziente
Opera= arte moderna, Quadro astratto non contiene la stessa verità di un quadro raffigurativo; non c’è nulla
che raffigura una realtà puntuale. Realtà che può essere decisa solo attraverso lo sguardo dell’osservatore.
Arte contemporanea pone il lettore nella concezione nuova di collaboratore alla creazione del senso.
Romanzo esemplare->ridere di fronte alla goffaggine di Z. o svelare la denuncia di un nuovo modo di essere.
La Coscienza di Zeno non è più una parabola esistenziale costruita sulle tappe fondamentali della vita del
protagonista, non è più un romanzo di formazione strutturato come i romanzi alti. Ha una struttura
radicamente nuova e rivoluzionaria, per temi non cronologici.
Rilettura integrale della vita in ogni capitolo a cui corrisponde un tema specifico; per associazione si
ricostruisce il senso della vita facendo riferimento agli episodi e attribuirne una conclusione. Procedimento
simile ad una seduta di psicoanalisi.
Continua capacità di spostamento nel tempo della vita del protagonista. Tempo dilatato, continui flashback
tra passato e presente. Associazione delle tematiche. Alla fine del romanzo il lettore non sa qual’e il significato
della vita di Zeno bensì lo deve ricostruire il lettore.
Opera che si fonda su un’esperienza emotiva e il paziente non racconta tutta la verità, si protegge
dall’affermazione. Nella psicanalisi il taciuto e l’esplicitato non sempre corrispondono ai fatti. Tutto è letto e
interpretato dall’occhio di Zeno.
Specchio=scandaglio interiore che mette Zeno davanti se stesso.
Fabula e intreccio
Taglio autobiografico-> 1 p. Singolare
La trama
Il romanzo è scandito in otto capitoli.
Nel primo (Prefazione) il Dottor S. annuncia di avere deciso di pubblicare per vendetta i quaderni del suo
paziente Zeno Cosini, “reo” di avere interrotto la terapia psicanalitica. Nel secondo (Preambolo) Zeno
dichiara la valenza terapeutica dei propri quaderni autobiografici.
Nel terzo (Il fumo) Zeno illustra i numerosi e vani tentativi di smettere di fumare.
Nel quarto (La morte di mio padre) descrive il rapporto conflittuale con il padre.
Nel quinto (La storia del mio matrimonio) racconta le bizzarre circostanze che lo hanno portato a sposare
Augusta Malfenti. Nel sesto (La moglie e l’amante) narra della relazione con Carla, che procede parallela al
matrimonio.
Nel settimo (Storia di un’associazione commerciale) racconta la società stretta con il rivale Guido, marito di
Ada Malfenti, e le paradossali circostanze della sua morte. Nell’ottavo (Psicoanalisi) condanna la tearapia
psicanalitica come fallimentare e proclama la propria auto-guarigione.
La struttura narrativa: la genesi del testo è ricondotta alla prescrizione di un medico come preludio alla
terapia psicanalitica. Diligentemente Zeno prende a redigere dei quaderni a tema recuperando
retrospettivamente i capitoli più importanti della propria esistenza. Argomenti narrati per nuclei tematici a
cui è affidato un preciso carolò; ogni evento passato è sempre ricondotto al presente di Zeno, che si descrive
nell’atto di ripensare il proprio passato, sottolineando l’intenzionalità della scrittura da parte dell’io narrate.
Ne deriva, in generale, la percezione di un tempo fluttuante, dilatato.
Un romanzo anti-psicanalitico: La psicanalisi costituisce l’innesco narrativo del romanzo, anche se, nella
finzione narrativa, la redazione dei quaderni precede le sedute, di cui Zeno offre un sommario ragguaglio a
posteriori solo nell’ultimo capitolo.
La coscienza di Zeno si risolve in una completa liquidazione della terapia psicanalitica, sulla quale Svevo
nutriva forti dubbi suffragati dall’esperienza del cognato che, dopo due anni di sedute a Vienna con Freud in
persona, fece ritorno a Trieste in condizioni ancora peggiori, congedato addirittuta come “incurabile” dal
padre della psicanalisi. Scetticismo nei confronti della psicanalisi, utile per la scrittura è per la conoscenza di
se ma non come terapia per curare malattie.
Lo stesso Dottor S., che apre il romanzo con il suo atteggiamento non professionale, viene liquidato al
termine come un isterico vendicativo. Alla psicanalisi viene negato ogni valore conoscitivo e non le sono
risparmiate critiche sul piano della dottrina, della terapia e del metodo; la confutazione radicale delle
scoperte freudiane è condotta inizialmente con sottile malizia, mentre nell’ultimo capitolo la psicanalisi viene
esplicitamente liquidata come una colossale «ciarlataneria».
Il complesso di edipo: Nella prima parte del romanzo l’io narrante rilegge il proprio passato alla luce del
complesso di Edipo in cui crede di riconoscere la matrice della propria malattia. Svevo è molto abile nel
“depistare” il lettore sul conto del protagonista: le qualità positive di Zeno vengono sistematicamente intese
come sintomi della malattia e i suoi successi come capricci della fortuna. Zeno in persona a rivelare di aver
letto «un trattato di psicoanalisi» prima di cominciare a redigere le proprie memorie: ciò significa che il
protagonista rilegge la propria storia personale attraverso il filtro (deformante) dell’antropologia freudiana e
costruisce intenzionalemnete il proprio racconto autobiografico come un caso clinico da manuale.
La riscrittura mancata: Giunto alla conclusione di non essere affatto malato, Zeno vorrebbe riavere i suoi
quaderni per poter riscrivere la propria autobiografia da un diverso punto di vista, abbandonando la chiave
interpretativa edipica, rivelatasi fuorviante. Negatagli questa possibilità, spetterebbe al lettore operare una
rilettura del testo rintracciando, nei diversi capitoli, segnali di sanità laddove erroneamente erano stati
individuati sintomi di malattia. Il lettore deve sviscerare la verità.
Il trionfo di Zeno: Zeno chiude in attivo il bilancio della propria esistenza, in particolare nei fondamentali
capitoli dell’amore, del lavoro e della salute.
Per quanto riguarda l’amore, Zeno, pur non riuscendo a sposare la donna che crede di amare, trova senza
volerlo una moglie adorabile; anche la relazione con Carla procede liscia e senza alcun intralcio,
intregrandosi perfettamente con la vita matrimoniale.
Nell’ambito del lavoro, fin dall’inizio, pur godendo di ridottissimi spazi di manovra, Zeno ottiene
incoraggianti successi finanziari. Con lo scoppio della Grande guerra, poi, rimasto a operare in totale
autonomia, sa dar prova di una superiore intelligenza delle leggi economiche.
Per quanto riguarda la salute, Zeno non perde occasione di raffigurarsi come bisognoso di cure, anche se il
suo male è la vita stessa. Nonostante lo zelo maniacale con cui si intestardisce a curare i propri “disturbi”,
Zeno gode di una salute di ferro; condizione invidiabile specialmente se messa a confronto con le patologie
devastanti che, senza pietà, colpiscono tutti gli altri personaggi. Il trionfo finale di Zeno, che alla fine si
impone sulle altre figure maschili dell’opera è sancito da Ada in persona, la donna amata dal protagonista e
infelicemente sposata a Guido, che riconosce in Zeno «il migliore uomo della nostra famiglia». Quanto al
rapporto con il padre, lo schema del conflitto edipico viene rovesciato: è il padre la figura debole, ossessionato
dall’idea della morte, emotivamente bloccato e incapace di compiere l’ufficio di genitore.
Natura problematica della verità: Lo scritto inizia con una prefazione, un paragrafetto scritta dal dottore
psicanalista che ha la funzione di porre il lettore in uno stato di sospetto.
La verità del romanzo è tale in quanto il lettore sospende il principio di incredulità, smettiamo di pensare che
le cose che ci raccontano siano vere; Appello autorevole a non credere a ciò che ci verrà raccontato nel
romanzo; rafforzare il principio di incredulità e stare in uno stato di vigilanza e di sospetto a ciò che verrà
detto. Sono presenti nel romanzo tante verità e menzogne; riconoscerle è compito del lettore.
Lettore solo di fronte alla voce di Zeno in uno specie di corpo a coprono costante, il lettore deve sperimentare
un metodo che gli permetta di riconoscere la verità detta da Zeno. No interpretazione moralistica,
riconoscere solamente le verità. Quello che conta è sapere che la voce che proviene dalla coscienza di Zeno è
contaminata, in cui trovano posto tanto la verità quanto l’inganno, contrizione di animi per tutelare la
propria innocenza. verità, non più basata sull’autorevolezza del punto di vista, ma creata dalla collaborazione
tra il lettore e l’opera.
Non si può considerare un inetto il protagonista del romanzo. Zeno rappresenta un uomo nuovo, non più
inconsapevole delle proprie debolezze, un uomo nuovo che ha preso coscienza della propria inettitudine e che
si è deciso a utilizzare la propria debolezza esistenziale per ottenere il massimo successo possibile, può fare
della propria incapacità una degli strumenti per realizzarsi e ottenere il successo e una posizione gratificante.
Figura interpretata dai lettori come figura che smaschera l’inautenticità delle figure sociali.
Eroe della denuncia delle convenzioni borghesi, Zeno è anche colui che si serve delle condizioni per
preservare a se stesso uno spazio egoistico ed ipocrita di realizzazione. Uomo massa disposto a rinunciare ai
grandi valori romantico-risorgimentali in nome di una propria felicità e realizzazione personale, disposto
anche a rinunciare alla propria dignità, disposto a sposarsi con l’unica donna che gli si concede, garantire a se
stesso il massimo successo possibile con gli strumenti a disposizione. Uomo disilluso che non fallisce più.
Prefazione del dottor S.:
Rispetto al testo del romanzo presenta un’anomalia: per la prima e unica volta parla in prima persona il
dottor S. Uno psicanalista.
Le parole del medico hanno la funzione di presentare la natura del testo che il lettore si accinge a leggere
(memoriale scritto da un suo paziente a fini terapeutici) e lo scopo della pubblicazione: vendetta ai danni del
paziente, che Si È sottratto alla cura, nella speranza che questo lo induca a tornare in terapia-> dottore non
rispetta il giuramento professionale; accusa il paziente di aver truffato. “Risultati insperato che sarebbero stati
maggiori se il malato sul più bello non si fosse sottratto alla cura truffandomi del frutto della mia lunga
paziente analisi di queste memorie”
-Oggetto della narrazione non sarà una Vicenza narrata obiettivamente ma il resoconto dei pensieri e delle
memorie di un soggetto malato;
-narrazione ambigua costruita sulla negazione ed affermazione continua.
Topos del manoscritto ritrovato. Funzione di attestate la veridicità della vicenda ma in questo caso ne
sottolinea l’incertezza. Manoscritto che custodisce i ricordi delle sedute di Zeno.
Il dottore presenta le pagine del suo paziente come una novella e poi come una serie di verità e bugie. Si
sottrae al racconto ogni certezza-> la verità deve essere sviscerata dal lettore.
Non ci si può fidare nemmeno del dottore poiché publica lo scritto per vendetta ed essendo guidato dal
risentimento potrebbe dichiarare cose non vere.
Il romanzo fa riferimento alla psicoanalisi. Dietro la S. Del dottore potrebbe celarsi lo stesso Svevo o
Sigmund Freud. Il dottore insinua la psicoanalisi stessa-> diffidenza del paziente verso la psicoanalisi.
“Autobiografia buon preludio di psicoanalisi”
Psicoanalisi non utile come terapia bensì modo per avvicinarsi ad un problema e conoscere se stessi.
Morte del padre:
Antiromanzo-> tutto avviene nella mente del protagonista
Due differenti punti di vista:
-Zeno giovane che vive gli avvenimenti
-Zeno adulto che ripensa ai fatti accaduti
Il rapporto conflittuale e antagonistico col padre è un carattere comune a tutti gli “inetti” sveviani, i quali
non possono coincidere con quell’immagine paterna, virile, solida, sicura, perché in crisi con sé stessi e con la
società del tempo.
Zeno ha la tendenza di autocommiserarsi, di piangere su se stesso, però, a differenza dei protagonisti di una
vita e senilità, è cosciente di avere sempre i “nervi scossi“ e dunque di avere il pianto facile, sa che piangendo
si auto commisera ma allo stesso tempo ha ben chiaro di aver sfruttato questa sua fragilità come alibi.
“il pianto offusca le proprie colpe e permette di accusare, senza obiezioni, il destino. Piangevo perché perdevo
il padre per cui ero sempre vissuto.”-> Zeno si sente colpevole ma copre il senso di colpa con le lacrime
accusando il destino della morte del padre.
Di queste sue lacrime Zeno si compiace: concentrato su se stesso piuttosto che sulla reale condizione del
padre vorrebbe un momento di tranquillità per assaporare il proprio dolore.
Zeno offre del padre un ritratto cattivo, corrosivo, che al di là dell’apparente affetto filiale rivela una profonda
tensione. Si tratta di vero odio e inconsciamente spinge Zeno a ricercare in sé la sua particolare inettitudine,
per contrapporsi al padre borghese e alle sue incrollabili certezze. Il ritratto del padre sottolinea il legame
complesso, pieno di contraddizioni e incomprensioni che lega i due. Zeno sente di non essere apprezzato dal
padre, ha sempre paura di essere rimproverato anche quando il padre si trova in punto di morte, E quando
alla fine muore, la disperazione é totale: da quel momento in poi sarebbe diventato impossibile provargli la
propria innocenza. Zeno aveva avuto nei confronti del padre un comportamento poco coerente: non gli è
stato vicino né fisicamente né affettivamente durante la sua malattia, ma sempre tenuto in grande
considerazione il suo giudizio. “Non importava che io avessi tenuto poca compagnia. Il successo qui anelavo
doveva bensì essere anche il mio vanto verso di lui, che di me aveva sempre dubitato, ma anche la mia
consolazione. Ed ora se ne andava convinto della mia insanabile debolezza” (r .6-9)
Anche di fronte alla sua agonia i suoi sentimenti non sono del tutto i chiari:
“ poi avrei avuto bisogno di un grande riposo per chiarire il mio animo e anche regolare forse assaporare il
mio dolore per mio padre e per me“, al dolore si unisce “Un grande il rancore“ Che il vecchio Zeno spiega
come conseguenza della fatica e del dolore, ma probabilmente deriva da quel rapporto irrisolto. “ debbo
confessare che al letto di morte di mio padre io albergai nell’animo un grande rancore che stranamente
s’avvinse al mio dolore e lo falsifico” (r. 127-129)
La complessità del rapporto viene riflessa nel momento drammatico in cui il padre schiaffeggia/accarezza il
figlio. l’aggressività di Zeno si rivela specialmente in occasione della malattia del padre, quando vengono
meno la sua forza e il suo potere simbolico. Dietro lo sgomento e il dolore del figlio affiora continuamente il
desiderio che il padre muoia.
Naturalmente Zeno non ammette a sé stesso questi impulsi malvagi ed anche a distanza di anni dagli eventi
narrati si costruisce alibi e autoinganni. verità e menzogna sono indissolubili, perché fissate nelle stesse
pagine, nelle stesse parole: le affermazioni di Zeno palesemente false sul piano oggettivo sono, però, vere nelle
sue convinzioni.
Zeno prova un profondo e indistinto senso di colpa nei confronti del padre tant’è che quando egli muore la
sua prima reazione è di difesa, disperata e irrazionale come se il padre lo avesse accusato di avergli provocato
la morte. Ma allo stesso tempo il vecchio Zeno sogna che è lui a volere la dolorosa cura con le sanguisughe
del padre mentre il dottore si ribella come nella realtà aveva fatto Zeno.questo sogno simboleggia che la
morte del padre non è superata e che il dolore non è dimenticato, ma identifica anche un intimo senso di
colpa di non aver saputo contrapporsi al volere del dottore. “ ora anche quel rimorso è morto insieme a tutti i
miei altri sentimenti di cui parlo qui con la freddezza con cui racconterei di avvenimenti toccati ad un
estraneo” (r. 97-99)
Per la sua instabilità Zeno è strumento straniante della società borghese: ciò che essa ritiene “normale” e
“sano” è, ai suoi occhi, “debole” e “avvelenato”. Con questo meccanismo egli muove una critica acuta del
mondo borghese contemporaneo e, nella fattispecie, ne mostra i limiti attraverso il ritratto del padre.
Il rapporto tra Zeno e il padre è, insomma, una semplice sfaccettatura del conflitto esistenziale del
protagonista con il mondo in cui vive. Ne è la prova il ritratto fisico del dottor Coprosich, (che assai
sgradevole “magro e nervoso“ “insignificante”, calvo) quindi nei suoi gesti e nello sguardo.già il nome che
contiene l’elemento greco kópros=sterco ha un valore allusivo. Egli rappresenta una superiorità autorevole e
indagatrice.
Zeno teme che il dottore scopra i suoi impulsi omicidi verso il padre e il suo recondito senso di colpa, perciò
trasferisce su di lui il conflitto, il suo odio profondo. Il medico, con le sue certezze scientifiche e positivistiche,
risulta quindi un altro bel campione di rigidezza e di immobilità borghese.
Una strana proposta di matrimonio: Zeno racconta la storia del proprio matrimonio. Il
protagonista è innamorato di Ada, una delle quattro figlie del ricco commerciante triestino Giovanni
Malfenti, ma la donna lo rifiuta. Poiché nel matrimonio vede la possibilità di guarire dalla propria nevrosi,
Zeno decide di sposare una qualunque delle altre sorelle in età da marito, Alberta o Augusta.
Il brano si può dividere in tre parti:
-in un primo momento pur dichiarando di essere innamorato di Ada, Zeno rivolge la possibilità di
matrimonio ad Alberta che, però, rifiuta.
-Zeno si rivolge ad Augusta alla quale fa la medesima proposta, ma non modo più rude. Negli istanti in cui
Augusta esita, Zeno è preso dal panico e vorrebbe ritrattare.
-Augusta alla fine accetta pur consapevole che non c’è amore nella proposta di Zeno. “Io devo dunque sapere
e ricordare che voi non mi amate?“ R. 55. Il protagonista si atteggia come se la scelta l’avesse subita eppure
sul finale non cela il proprio sollievo. “non avevo più da risolvere niente, perché tutto era stato risolto“ R.
85-86. Zeno È l’semplificazione dell’inetto, tutto viene risolto poiché gli altri lo risolvono prima. Sul finale
non cela il proprio sollievo:“ devo poi confessare che in quel momento fui pervaso da una soddisfazione che
mi allegro il petto.“ R. 84-85.
Zeno È l’semplificazione dell’inetto, tutto viene risolto poiché gli altri lo risolvono prima.
L’episodio semplifica la malattia della volontà del protagonista, sempre in bilico tra i buoni propositi è un
groviglio di impulsi ceche confusi che l’oggetto nell’indecisione. Una volta che si è esposto per la terza volta e
se Augusta non oppone un immediato rifiuto sorprendentemente Zeno vorrebbe ritrattare, tornare indietro:
si sente in pericolo e desidera rifugiarsi nel suo studio, che diventa per lui è una specie di nido protettivo in
cui tornare sano e salvo. Non so neppure lui che cosa vuole e quindi che cosa sperare: da una parte non vuole
rimanere solo e spera nel matrimonio, dall’altra vorrebbe istintivamente su scappare e salvarsi. Zeno non ha
scampo perché ogni scelta è sbagliata: “ero salvo e cioè doveva abbandonare quel salotto, o potevo restarci e
dovevo sposarmi?“ R. 68-69.
In questa confusione di sentimenti Zeno non si assume alcuna responsabilità e lascia che siano gli altri a
scegliere per lui. Il protagonista non lo ammette: prima tenta di giustificarsi protestando di essere obbligato a
comportarsi così, ed una volta che la terza sorella accettato si sente praticamente soddisfatto come se tutto ciò
fosse opera sua frutto di una precisa scelta.
Il gioco sui quattro nomi che iniziano per A, lo scivolare di Zeno dall’una all’altra senza affetto, la fortuna che
deriverà dalla più brutta Augusta teorizzano la dipendenza assoluta dell’uomo dal caso e il predominio delle
convenzioni borghesi sull’amore. A Zeno infatti basta che Augusta prometta onestamente di assisterlo. “ voi,
Zeno, avete bisogno di una donna che voglia vivere per voi e vi assista. Io voglio essere con la donna“ R.
81-82.
3 maggio 1915 (l’abbandono della cura):
Zeno smette di compilare la propria autobiografia secondo l’indicazione del dottor S. E nonostante il divieto
del medico decide di riprendere a scrivere liberamente, non più a scopo terapeutico. Zeno compilerà ora un
diario, vengono inserite le date. Nelle ultime pagine del romanzo non vi sono altri momenti cruciali della vita
di Zeno bensì la grigie quotidianità. Zeno dichiara che la cura psicoanalitica si è rivelata inefficace ed ha
deciso di abbandonarla esprimendone la propria sfiducia. “ l’ho finita con la psicoanalisi. Dopo di averla
praticata assiduamente per sei mesi interi sto peggio di prima“ R. 1-2.
Mette in discussione l’intera psicanalisi richiamando la trucco, un inganno che giunge a conclusioni già note
uomini sin dall’antichità.
“Durante la cura dovevo raccogliermi solo a canto a lui poiché un raccoglimento da lui non sorvegliato
avrebbe rafforzati i freni che impedivano la mia sincerità, il mio abbandono“ R. 9-11->Nella psicanalisi
dovrebbe esserci abbandono e sincerità.
Per risanare al dolore che gli ha causato la psicanalisi, Zeno si rifugia nella scrittura-> “ impiegherò il tempo
che mi resta libero scrivendo“ R. 28.
La sua prima preoccupazione, scrivendo, è quella di negare le scoperte che dalla psicanalisi, tramite il dottor
S., gli sono derivate. “Ora mi trovo squilibrato e malato più che mai, scrivendo credo che mi metterò più
facilmente del male che la cura m’ha fatto. Almeno sono sicuro che questo è il vero sistema per ridare
importanza ad un passato che più non duole e far andar via più rapido il presente uggioso“ R. 11-14.
La psicanalisi lo ha costretto a vedere nel suo inconscio; ora Zeno deve riparare a quella presa di coscienza,
non può abolirla per cui può solo svalutarla. La malattia scoperta dal dottor S. è il complesso di Edipo,
conosciuto già dall’antichità: “Avevo amata mia madre e avrei voluto ammazzare mio padre” r.35 ; “La
miglior prova ch’io non ho avuto quella malattia risulta dal fatto che non ne sono guarito” R. 39-40; “ chiudo
gli occhi e vedo subito puro, infantile, ingenuo, il mio amore per mia madre, il rispetto e il grande mio affetto
per mio padre.“ R. 41-43.
Zeno mostra nei confronti del dottore è un disprezzo rabbioso. Lo apostrofa come un uomo ridicolo e lo
ritrae come incompetente poiché non riuscito a guarire il suo paziente. Denunciando l’incompetenza del
dottore Zeno denuncia l’inutilità della psicanalisi. L’unica possibilità di guarire è nella scrittura: scrivere
diventa una cura dalla terapia stessa.
Verità incerta: il protagonista afferma che il passato non fa più male ma successivamente parla dei suoi mali
fisici che sono la manifestazione materiale del suo disagio interiore. Inoltre afferma che del rapporto con il
padre ha un ricordo sereno e idillico ciò non coincide con gli episodi raccontati. Vi sono dei riferimenti
espliciti alla propria insincerità dovuta un rapporto poco chiaro e trasparente con il dottore ciò getta dubbi
sulle pagine precedenti. Egli annuncia che è poco attendibile ciò che verrà raccontato “una confessione in
iscritto è sempre menzognera“ R. 47. In questo modo egli insiste sulla menzogna ammettendo di essere
inattendibile e allo stesso tempo giustificandosi con l’alibi del dialetto.
24 marzo 1916: Romanzo che è la capacità di leggere la società del tempo e interpretare il disagio
sociale.
Zeno prima di chiudere il suo diario tiene a precisare che gode di ottima salute. A guarirlo sono state alcune
fortunate operazioni commerciali, legate allo stato di guerra che lo hanno indotto a un sentimento di forza, a
una nuova fiducia in se stesso e soprattutto la verifica che la sua storia privata rispecchia una storia comune.
“La vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e lisi ed ha giornalieri miglioramenti e
peggioramenti” r.33-34. ->vita come malattia mortale.
Ritiene di essere guarito, anzi sano. “ non solo non voglio fare la psicoanalisi, ma non ne ho neppure
bisogno“ R. 13-14.
Egli possiede l’unica salute possibile su questa terra, è l’accettazione della vita com’è, nella coscienza dei
meccanismi che la muovono, nell’esperienza piena, diretta della malattia che la contamina.
Zeno da un lato proclama la propria guarigione, dall’altro confessa “La vita attuale è inquinata alle radici.
L’uomo si è messo al posto degli alberi e delle bestie e ha inquinato l’aria, ha impedito il libero spazio . […]
Qualunque sforzo di darci la salute è vano . Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo
progresso, quello del proprio organismo” r.38-44.
Svevo, riprendendo la teoria darwiniana, accenna ad un progresso che può essere tale solo per gli animali che
si evolvono secondo natura conformando il proprio organismo al bisogno del momento (legge del più forte;
animali mutano, il cambiamento è determinato dalla necessità), che non arrivano mai a ledere «la salute» di
cui sono portatori. Al contrario il progresso dell’uomo che si affida agli ordigni (come strumenti materiali di
offesa e di difesa, ma anche come “idee”, mezzi intellettuali e morali di coercizione e dominio) coincide con
un regresso.
animali-soluzione per il loro stesso corpo e la loro funzione
Uomo- non fa niente per migliorare se stesso, non vuole soccombere e si deve adattare, necessita di un’azione
che incrementi la sopravvivenza: creazione dell’ordigno. “Ma l’occhialuto uomo (lo scienziato), invece,
inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute (salvezza) e nobiltà (tutti i valori) in chi li inventò,
quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre
più furbo e più debole (creare ordigni≠ da chi li usa)“ r.50-53.
In questo senso l’uomo appare vittima degli ordigni da lui inventati, divenendo tramite di malattia, causa
probabilmente, in un prossimo futuro, di un’immensa totale distruzione (bomba atomica verrà a distruggere
la popolazione). Guarire è quindi solo comprendere la verità arida del gran vuoto della società e dell’anima.
“È l’ordigno che crea la malattia con l’abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice.la legge del
più forte e sparì e prenderemo la selezione salutare“ R. 56-57.
per lui la malattia fa parte del destino degli uomini, eppure dentro questa malattia è possibile amare la vita ed
intenderla ed accettare e saper afferrare i piaceri che ogni attimo ci può dare. È una sorta di danza continua e
in questo Svevo è profondamente nietzschiano e l’esperienza di Nietzsche è un’esperienza cruciale in questa
concezione del personaggio sveviano. Svevo compie con Zeno quello che Nietzsche chiamava “nichilismo
compiuto” che significa che non solo i valori che stanno al di là della vita non hanno senso, ma si compie una
sorta di capovolgimento dei valori: ciò che prima non era valore, era svalutato, invece diventa valore. Tutto
questo serve a potenziare la realtà della vita, dell’esistenza, serve a dare spessore, a dare peso alla realtà
vivente, alla dimensione del vivere.