LOCKE
Fede e ragione
L’intera conoscenza deriva dall’esperienza e questa non può però puntare ad una
conoscenza assoluta, ma solo ad un'alta probabilità e la ragione è l’unico strumento che
abbiamo per conoscere il mondo. I contenuti della religione da un lato sono poco verosimili,
mentre dall’altro sono dettati da quella che è la parola infallibile di Dio. Locke punta quindi a
depurare la religione, in modo da renderla completamente ragionevole e fornisce dei criteri
con cui valutarla:
1. le affermazioni secondo ragione, perciò che sono in accordo con ragione e religione
2. le affermazioni al di sopra della ragione, perciò non dimostrabili con la ragione e che
rientrano solo nel campo religioso, della fede
3. le affermazioni contro ragione, che vanno contro ragione e religione
La comune appartenenza al Cristianesimo
Alla fine del XVII secolo si assiste alla convivenza di più religioni assieme, che portava a veri
e propri conflitti. Locke trova la soluzione individuando nella fede cristiana, l’unica fede
ragionevole, se depurata. Le caratteristiche sono la fede in un unico Dio, la messianicità di
Gesù e lo spirito di carità.
Contro il fanatismo e l'intolleranza
La tolleranza dovrà essere praticata anche da parte delle autorità sia politiche che religiose
nei confronti delle scelte del fedele. La Chiesa deve mirare alla salvezza eterna dei fedeli,
disponendo solo di armi spirituali, mentre lo Stato deve garantire la pace all’interno della
società, reprimendo anche alcuni comportamenti che ne mirano la serenità, ma senza
interessarsi delle scelte religiose dei cittadini. Chiesa e Stato hanno quindi ruoli ben distinti.
Locke è contro ogni tipo di fanatismo e sceglie di escludere dalla tolleranza i cattolici e gli
atei. Esclude i cattolici perché si ritengono allo stesso tempo sudditi di due sovrani, il Papa e
il re e questo potrebbe interferire con i loro doveri di cittadini, mentre gli atei non credendo in
ciò che è ultraterreno, potrebbero essere meno motivati a credere nell’autorità.
Lo stato di natura e il diritto di proprietà
Locke condivide con Hobbes l’idea di contrattualismo, ma con alcune modifiche. Il diritto di
natura è il diritto che ha qualcuno su qualcosa, ovvero in sintesi, la proprietà privata, che
quindi per Locke già esiste all’interno dello Stato di natura. Ogni individuo oltre al diritto alla
vita e al diritto alla libertà ha quindi anche il diritto di appropriarsi di ciò che gli serve per
garantirsi i primi due diritti, così nasce la proprietà privata. L’uomo in più ha la capacità di
trasformare tutto ciò che è in natura grazie ad un suo lavoro, in questo modo un qualsiasi
oggetto plasmato dal lavoro, diviene di proprietà di quella persona, anche se nasceva come
bene naturale comune.
Lo Stato di natura e lo sviluppo del commercio
Nessuno può produrre tutto ciò di cui ha bisogno e così nasce il commercio. Inizialmente
Locke pensa al baratto, ma non è detto che i due proprietari abbiano bisogno dei prodotti
dell’altro nello stesso momento, perciò nasce il denaro, un bene non deperibile che può
quindi servire all’altro in ogni momento. Il denaro permette di poter pagare molti più terreni di
quelli che servono alla famiglia, in questo modo quei terreni vengono fatti coltivare da altri
che non ne possiedono in cambio di un salario, perciò di altro denaro. In questo modo il
denaro crea numerose disuguaglianze sociali e la comunità potrebbe degenerare in uno
stato di conflitto.
Il patto e la nascita dello Stato politico
La ragione suggerisce agli uomini di uscire da questo Stato di natura, fatto di possibili
conflitti, tramite un patto, attribuendo ad una o più persone, il potere per mantenere la pace.
Per Locke questo patto non fonda la società, perché con il denaro e la proprietà privata, già
esisteva nello Stato di natura. Lo Stato politico ha infatti la funzione semplicemente di
tutelare quelli che sono i diritti naturali già esistenti, in modo da mantenere così la pace. Per
Locke il pericolo non è la Guerra civile, come invece credeva Hobbes visto le sue
esperienze passate, ma è proprio il contrario, è l’assolutismo. Per Locke il potere dato al
capo dello Stato deve essere il minore possibile, lo stretto necessario a fargli mantenere la
pace.
Caratteristiche e funzioni del patto sociale
I sudditi devono rinunciare solamente al diritto alla forza, solo a scopo di tutelare meglio gli
altri diritti. Il sovrano si impegna invece a usare il potere conferito con lo scopo di garantire la
pace, la difesa e i diritti naturali. Se il sovrano non compie i suoi doveri, i sudditi possono
ribellarsi, Locke infatti è favorevole alla rivolta e dona il diritto alla rivoluzione.
La divisione dei poteri
Locke riduce al minimo i poteri dello Stato per paura di raggiungere l’assolutismo, punta
perciò alla separazione dei poteri tra due diversi organi istituzionali. Il Parlamento,
un’assemblea elettiva dei rappresentanti dei ceti proprietari, si occupa di produrre norme
generali, congruenti con gli interessi dei sudditi, mentre il Governo, composto dal re e dai
suoi ministri, si occupa di attuare le decisioni più specifiche e concrete, ma sempre nel
rispetto delle leggi emanate dal Parlamento. Il Parlamento è anche l’unico in grado di
richiedere imposte ai cittadini, perché secondo il patto il re non può violare la proprietà
privata dei sudditi, che è un loro diritto naturale, perciò non può richiedere direttamente il
loro denaro. Parlamento e Governo quindi si controllano a vicenda, in modo da poter
garantire al meglio la pace e i diritti ai sudditi.
HUME
Un’indagine sulla natura umana
Hume crede sia importante impegnarsi in un’indagine approfondita sulla mente umana.
L’indagine deve impegnarsi e focalizzarsi sulle percezioni, ovvero le modalità con cui la
mente opera ed elabora pensieri.
Impressioni e idee
Nelle percezioni si distinguono le impressioni e le idee. Le impressioni derivano dai sensi,
quindi dalle sensazioni e dai sentimenti nel momento stesso in cui si provano e sono perciò
più vivide. Le idee vengono invece in un secondo momento, durante una riflessione che
facciamo sull’ impressione avuta prima. L’idea è quindi solo un’immagine nella nostra mente
ed appare quindi meno intensa. Non si può avere un’idea senza prima aver avuto
l’impressione. Le impressioni e le idee si distinguono a loro volta in semplici e complesse. La
percezione del verde ad esempio è semplice, mentre la percezione di una mela è complessa
perché è composta da più piccole percezioni semplici messe insieme, colore, forma e
sapore ad esempio.
La certezza immediata delle percezioni
La mente umana ha per oggetto solamente le percezioni e questa è l’unica cosa di cui
possiamo essere certi. L’esistenza al di là delle percezioni non è ovvia. Quando vedo una
mela devo limitarmi a dire che ho avuto una serie di impressioni più semplici e che nella mia
mente ho unito per creare un’impressione complessa. Successivamente sempre nella mia
mente si è creata una copia di questa impressione complessa, ovvero un’idea.
L’associazione di idee
Le impressioni e le idee si connettono grazie al principio di associazione che agisce in tre
diversi modi:
1. connessione per somiglianza quando un’impressione richiama un’altra idea simile,
come un gatto ci fa pensare ad un altro felino
2. connessione per contiguità quando una percezione ci fa venire in mente un oggetto
precedentemente visto accanto all’oggetto che stiamo percependo
3. connessione di causalità quando un evento ci fa venire in mente un altro evento
causa o effetto del primo
L’impossibilità di fondare razionalmente o empiricamente il nesso causale
Il concetto di causalità implica una connessione necessaria, ma come nasce questa
connessione? Due possibilità, relazione tra idee o materia di fatto. Quando parliamo di
relazione tra idee ci riferiamo alle verità che derivano dall’analisi semplice del concetto, la
loro negazione è contraddittoria, ma non ci confermano l’esistenza necessaria dell’oggetto a
cui sono legate, il teorema di Pitagora esiste ed è certo anche senza un triangolo rettangolo.
Le materie di fatto riguardano i dati di fatto, constatati quindi con l’esperienza, verità basate
e provate con l’esperimento, non sono necessarie e possono essere vere oppure false. La
causalità però non è propriamente né una relazione tra idee, perché ha bisogno di
esperimenti, ma non è nemmeno una materia di fatto, perché l’esperienza non ci dice niente
sul futuro, non ci dice che quel processo e quella connessione saranno sempre le stesse.
L’abitudine
Il concetto di abitudine sembra la soluzione al problema, ovvero la ripetizione di una
determinata esperienza che rafforza la connessione tra due percezioni, che ci appaiono
vivide ed intense e quindi ci fanno credere che questa connessione sia reale. Queste
percezioni dei due oggetti o fenomeni, se ripetitiva, crea una connessione che nella nostra
mente appare come un’unica idea, come se fossero una cosa sola. Questa idea appare
meno vivida delle impressioni, ma più vivida rispetto alle altre idee, permane quindi nella
mente. Con quell’idea di questa media intensità, riusciamo a credere a questa connessione
come quando ci troviamo durante ad un impressione. Il nesso causale è quindi proprio
l’abitudine.
Uniformità della natura, scetticismo teorico e dogmatismo pratico
Per creare questo rapporto di causalità sono in realtà necessarie poche ripetizioni del
fenomeno causa effetto. Questo sulla base del principio di uniformità della natura, secondo il
quale la natura sia sempre coerente e costante, che a sua volta genera quindi un’abitudine.
La convinzione humeana non si basa sulla metafisica, ma al contrario, vuole essere una
ricerca sulla natura umana, non si vuole capire quali siano le cause della realtà, ma spiegare
come si è generato quel principio di causalità nella nostra mente. Questo principio di
causalità abbiamo compreso che non opera né secondo ragione, né secondo esperienza,
ma seconda il principio psicologico dell’abitudine. Il principio di causalità si fonda quindi su
una specie di istinto irresistibile che possiede l’uomo e Hume sembrerebbe scetticista, ma al
contrario lui crede che la sua concezione sia un’arma contro lo scetticismo, perché basa il
principio di causalità non su un qualcosa di fragile, ma su una forza naturale della natura
umana.
La sostanzialità come esistenza indipendente e continuativa
Hume critica oltre alla causa, anche la sostanza. Noi consideriamo sostanza anche ciò che
non percepiamo con i sensi in quel momento, per noi in ogni caso quell’oggetto esiste.
Perciò dobbiamo riuscire a provare questo. Per chiamarla sostanza dobbiamo riuscire a
considerarla tale sia quando la percepiamo sia quando è solo nella nostra mente.
L’origine del concetto di sostanza nella mente umana
Quando ho la percezione di un libro, abbiamo sempre impressioni più vivide e idee che lo
sono meno. Noi tendiamo ad unire queste diverse percezioni quasi a formarne una sola. In
questo modo anche le idee risultano più vivide e così il libro può definirsi sostanza, perché
appare vivido sia nell'impressione sia nell’idea. Non sono necessarie più esperienze per
convincerci che un oggetto sia una sostanza, sempre grazie al principio di uniformità della
natura.
L’io come fascio di percezioni
Il tipo più particolare di sostanza è proprio il soggetto della conoscenza. Ognuno di noi in
realtà non è un qualcosa che ha percezioni, ma è fatto di percezioni. Secondo Hume infatti,
eliminando tutte le nostre percezioni, non rimarrebbe più nulla di noi. Il soggetto si identifica
quindi totalmente con le sue percezioni, è un fascio di percezioni. Questa concezione dell’io
rappresenta la totale negazione della sostanzialità e dell’unità del soggetto.
La ragione come schiava delle passioni
Hume nega che la condotta umana possa essere guidata dalla ragione, infatti è guidata
dalle passioni. Per ognuno il bene è ciò che ci da gioia e la gioia, quindi anche il bene,
dipende dalla natura e dalle passioni, che cambiano da persona a persona. La ragione in
tutto questo non ha voce in capitolo. Essa può indicare i mezzi per risalire ai miei fini, cioè ci
può indicare ciò che ci serve assecondando le nostre passioni, quindi la ragione è schiava
delle passioni.
Egoismo e altruismo
Vedere il bene come ciò di cui abbiamo bisogno sottolinea una visione egoistica, ma in
realtà diventa un qualcosa di altruistico. Come essere umani noi siamo portati a percepire
anche le gioie e le tristezze degli altri. Le nostre appariranno come impressioni, quindi più
vivide, mentre quelle degli altri come idee, più sfumate. La vicinanza con una determinata
persona, può portare ad intensificare i sentimenti che sta provando, facendoli diventare in
qualche modo nostri e questa è ciò che Hume chiama simpatia, cioè avere le stesse
passioni. Questa simpatia si identifica con una specie di senso morale, grazie al quale ciò
che è bene e ciò che è male, può superare la visione individualista e ampliarsi in un
qualcosa di più altruista, facendoci preoccupare quindi anche degli altri.
La concezione politica
La società deve essere considerata il vero stato di natura, in quanto è governata dalle
passioni naturali di ognuno. Le passioni però tendono a limitarsi grazie al senso comune, per
cui una persona vorrà lo stesso rispetto che dà agli altri, creando così le basi della giustizia.
La prima società per Hume è la famiglia, perché la vicinanza aiuta lo sviluppo dell’altruismo.
La famiglia però potrebbe essere un ostacolo per la creazione di una società più ampia,
perché il piccolo gruppo potrebbe essere in conflitto con altri piccoli gruppi, per limitare
questo processo viene quindi creato il governo. La morale e la politica, invece che fondate
sul moderare le tendenze negative, si basano sull’esprimere le potenzialità degli uomini.
La concezione religiosa
Solitamente le argomentazioni erano basate sul dimostrare l’esistenza della divinità causa
suprema dell’intera realtà, ma secondo Hume e la sua critica del principio della causalità,
queste argomentazioni non hanno senso e infatti viene spesso criticato e chiamato ateo per
questo. Hume dà come spiegazione dell’inizio della religione la paura degli uomini e il
bisogno di proteggersi. Il filosofo è quindi più interessato all’aspetto psicologico della
religione, perché la credenza religiosa, più che un qualcosa di razionalmente giustificabile, si
basa sul bisogno dell’uomo di credere un qualcosa di superiore e di eterno. Infatti si sviluppa
il politeismo proprio perché gli uomini tendevano a divinizzare ciò che immaginavano, cosa
che si è poi evoluta un unico protettore, ovvero Dio, quindi monoteismo.
KANT
L’atteggiamento critico e gli ambiti di applicazione
Kant istituisce un vero e proprio tribunale della ragione su due sensi, la ragione deve essere
sottoposta a giudizio per definirne le possibilità e i limiti, ma allo stesso tempo la ragione è
giudice. In sintesi la ragione è sia giudice sia imputato, deve quindi fare un’analisi su se
stessa, per capire i propri limiti e questo è il criticismo di Kant. Le domande sono:
1. Che cosa posso sapere?
2. Che cosa devo fare?
3. Che cosa posso sperare?
La prima è la Critica alla ragion pura, mentre la seconda e la terza sono la Critica alla ragion
pratica. Kant aggiunge anche la Critica del giudizio, ovvero basata su un possibile finalismo
in natura. A queste domande Kant cerca una soluzione che abbia valenza universale, che la
abbiano quindi la conoscenza, la morale e l’estetica.
Il problema della conoscenza e la “rivoluzione” operata da Kant
Critica della ragion pura si riferisce all’insieme delle facoltà conoscitive indipendentemente
dall’esperienza, per questo “pura”.
Gli interrogativi della prima Critica
1. Com’è possibile la matematica?
2. Com’è possibile la fisica?
3. È possibile la metafisica come scienza?
Kant non sta mettendo in discussione matematica e fisica come scienze, lui vuole solo
capire il fondamento della possibilità di queste materie come scienze. Per quanto riguarda la
metafisica mette invece in dubbio la possibilità che possa essere definita scienza.
I giudizi analitici e i giudizi sintetici
Per giudizio si intende una preposizione che attribuisce un predicato a un soggetto, che può
quindi essere vera o falsa. Ci sono vari tipi di giudizi:
1. I giudizi analitici a priori, ovvero i giudizi in cui il predicato è implicito nel soggetto,
non dà quindi informazioni in più. Sono detti “a priori” perchè non derivano
dall’esperienza e quindi arrivano prima di essa
2. I giudizi sintetici a posteriori, ovvero i giudizi in cui il predicato è aggiunto al soggetto
e quindi in questo caso aggiunge informazioni. Sono detti “a posteriori” perché
arrivano dopo un’esperienza.
I giudizi sintetici a priori
I giudizi analitici a priori e i giudizi sintetici a posteriori presentano entrambi pregi, ma anche
difetti. I primi sono necessari, ma non arricchiscono la nostra conoscenza, mentre i secondi
non sono necessari, ma aggiungono qualcosa alla nostra conoscenza. Kant aggiunge quindi
i giudizi sintetici a priori, “sintetici” perché il predicato aggiunge informazioni al soggetto e a
“priori” perché non dipendono dall’esperienza. Solo questi giudizi dimostrano la possibilità
della scienza, un qualcosa di necessario e universale. Ma come sono possibili i giudizi
sintetici a priori?
La rivoluzione copernicana e il fondamento dell'oggettività
La risposta di Kant consiste nel radicale cambiamento della prospettiva, com’era successo
con la rivoluzione copernicana. Kant crede che sia necessaria un'analoga rivoluzione anche
nel campo della conoscenza. Crede che l’errore sia nel far gravitare tutto il processo
conoscitivo attorno all’oggetto, si deve ribaltare la situazione e basarlo sul soggetto,
adattando l’oggetto al soggetto e non il contrario. I contenuti della conoscenza, ovvero
l’oggetto, devono essere organizzate dal soggetto secondo le sue strutture conoscitive. Ogni
conoscenza per Kant inizia con l’esperienza, che è fondamentale, ma non si riduce ad essa,
perché la maggior parte del processo conoscitivo si basa proprio sul modificare ciò che
abbiamo ricavato dall’esperienza, che rappresenta quindi l’oggetto, secondo quelle che sono
le nostre strutture conoscitive, il soggetto. La concezione di conoscenza di Kant è quindi
basata sulla centralità del soggetto, sull’universalità e sulla necessità del sapere.