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Fisica Con Esercitazioni

Appunti di fisica per esame universitario

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Argomenti trattati

  • campo elettrico,
  • ottica,
  • analisi dimensionale,
  • meccanica,
  • leggi di Pascal,
  • termodinamica,
  • equilibrio,
  • riflessione,
  • leggi di Bernoulli,
  • onde elettromagnetiche
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  • onde elettromagnetiche

FISICA CON ESERCITAZIONI

1. LE GRANDEZZE FISICHE E I VETTORI


Cos’è la fisica?
La fisica è la scienza sperimentale che studia in maniera razionale e quantitativa tutti i fenomeni
naturali (dalla caduta di un oggetto all’espansione dell’universo), osservandoli e dandone una
descrizione matematica. Il termine fisica deriva dalla parola greca φύσις (physis = natura).
Tale scienza ebbe inizio con gli studi della “filosofia naturale” praticata da pensatori come Aristotele
(IV sec. a.C.), i quali studiavano come si muoveva il mondo, e si è evoluta fino ai giorni nostri,
divenendo una scienza moderna vera e propria solo nel XVII secolo grazie a Galileo Galilei, ritenuto
il padre della scienza moderna e del metodo scientifico. Quest’ultimo è la procedura con cui studiare
un fenomeno naturale, e si basa su alcuni passaggi fondamentali:
- riconoscere il problema
- formulare un’ipotesi sulla sua soluzione
- prevedere le conseguenze di questa ipotesi
- compiere esperienze per verificare le previsioni
- elaborare una regola generale in grado di organizzare in maniera coerente ipotesi, previsione,
esperimento
Precedentemente a Galileo gli studi avvenivano in modo pragmatico.
La fisica si occupa quindi di misurare delle grandezze, ed elaborare modelli utili a stabilire le
relazioni tra le diverse grandezze, usando cioè il linguaggio della matematica. Contribuì
particolarmente agli studi fisici anche il celebre scienziato Isaac Newton (1642-1727) che nel 1687
pubblicò il trattato “Philosophiae Naturalis Principia Mathematica” (I principi matematici della
filosofia naturale) in tre libri. Ad egli dobbiamo le leggi della dinamica e la legge di gravitazione
universale. È unanimemente considerata una delle più importanti opere del pensiero scientifico.

Le grandezze fisiche
Ogni fenomeno fisico è descrivibile attraverso un certo numero di grandezze fisiche, ovvero delle
quantità suscettibili di una misura sperimentale. Misurare una grandezza fisica significa
confrontarla con una grandezza omogenea di riferimento, un’unità campione, detta unità di misura.
𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑖𝑡à 𝑚𝑖𝑠𝑢𝑟𝑎𝑡𝑎
𝑀𝑖𝑠𝑢𝑟𝑎 = 𝑢𝑛𝑖𝑡à 𝑑𝑖 𝑚𝑖𝑠𝑢𝑟𝑎

Esempi: 13.4 m, 34 s, … Tale formula non può essere usata per tutte le grandezze fisiche, perché ne
esistono di due tipi: fondamentali e derivate. Le grandezze fondamentali sono quelle basate su
concetti intuitivi (massa, lunghezza, tempo, …). Per la misura di altre grandezze invece, la
definizione operativa mediante il confronto diretto con la quantità campione, è impossibile, ed in
questi casi si dovrà ricorrere ad una “misura indiretta”, e si chiamano grandezze derivate (si tratta
spesso di grandezze scaturite da leggi fisiche). Le grandezze derivate suscitano spesso da una legge
fisica che lega la grandezza da misurare ad altre grandezze direttamente accessibili, come ad esempio
la velocità (m/s) o la pressione (Pa= N/m2)
Sistemi di unità di misura
Sono l’unione delle grandezze fisiche fondamentali e derivate. Ne esistono vari, come il S.I.
(sistema internazionale) con kg, m, s, A, oppure il C.G.S. (centimetro, grammo, secondo)
[Esempi di unità di misura: armstrong= 10-10 metri, usato per i legami all’interno delle molecole,
come la distanza dei legami a idrogeno, mentre per le cellule viene usato il micron= 10 -4; fermi=
fisico nucleare italiano, unità di misura usata per definire la scala del nucleo atomico= 10-15m).
Vi sono poi delle costanti fondamentali, come ad esempio la velocità della luce (c= 3*108 m/s da
celeritas), o la carica dell’elettrone e- = 1,6*10-19C.

Grandezze scalari e vettoriali


Per esprimere la temperatura del nostro corpo basta fornire il numero indicato dal termometro con la
sua unità di misura, e lo stesso vale per il nostro peso o l’altezza. Le grandezze scalari sono quindi
dei valori con associate delle unità di misura. Temperatura, massa, lunghezza sono esempi di
grandezze fisiche scalari.
Al contrario, se vogliamo informare qualcuno del nostro spostamento da un luogo scelto come punto
d’incontro non è sufficiente dirgli di quanti metri ci siamo spostati. In questo caso dobbiamo indicare
anche la direzione lungo la quale ci siamo mossi se vogliamo essere rintracciati. Lo spostamento è
un esempio di grandezza vettoriale, come la velocità o la forza. Mentre le grandezze fisiche scalari
sono pienamente caratterizzate da un numero e dall’unità di misura associati, per la descrizione delle
grandezze fisiche vettoriali si ricorre all’uso dei vettori, ad indicare verso e direzione.

I vettori
I vettori sono entità matematiche che obbediscono a precise regole di somma e prodotto. Un vettore
è caratterizzato da:
- Punto d’applicazione
- Modulo (lunghezza del vettore)
- Direzione (quella della retta su cui giace)
- Verso (orientamento, definito dalla freccia)
Componente di un vettore: A seconda dell’angolo che formano fra loro due vettori possono essere
obliqui, paralleli (equiversi o opposti), ortogonali. È possibile proiettare un vettore lungo una certa
direzione, la quale rappresenta la componente del vettore in quella direzione.
[Ad esempio, il piano inclinato serve per studiare la caduta di un corpo soggetto ad una forza peso
rallentata, in quanto la forza viene decomposta in entità ridotte, quali le componenti].
Nel piano cartesiano le componenti possono essere rappresentate:
v = vx i + vy j + vz k (i, j versori degli assi x e y)
Dalla trigonometria:
vx = v sin Φ cos θ
vy = v sin Φ sin θ
vz = v cos Φ Si dimostra facilmente che: 𝒗 = √𝑣𝑥2 + 𝑣𝑦2 + 𝑣𝑧2
Somma e differenza di vettori
I vettori si possono sommare o sottrarre graficamente col metodo del parallelogramma:

Prodotto scalare
A·B = A B cos Φ = AxBx+ AyBy + AzBz
Ciò che si ottiene dal prodotto scalare fra due vettori non è un vettore ma è uno scalare. Non ha le
unità di misura di A e B, bensì una differente (es: il lavoro L= F*s espresso in J). Può essere nullo se
uno dei due vettori è nullo, oppure se sono perpendicolari fra loro.

Prodotto vettoriale
v1 x v2 = v1 * v2 * sin Φ = v3
Ciò che si ottiene dal prodotto vettoriale fra due vettori è un vettore. Questo possiede 3 caratteristiche:
il modulo, la direzione ed il verso.
- Il modulo di v3 = v1 v2 sin Φ
- La direzione è perpendicolare al piano che contiene v1 e v2
- Il verso è dato dalla regola delle tre dita della mano destra (v1 indice, v2 medio, v3 pollice)
Il prodotto vettoriale è nullo se uno dei due vettori è nullo, oppure se sono paralleli.

2. LA MECCANICA
La meccanica studia il moto dei corpi, in particolare il legame fra il moto e le forze, le quali sono
ciò che determina il moto. Tradizionalmente la meccanica newtoniana si divide in tre parti distinte:
1. Cinematica= studia il moto dei corpi senza preoccuparsi della causa che determina tale
moto
2. Dinamica= studia il moto dei corpi focalizzandosi sulla causa che determina questo moto,
ovvero le forze
3. Statica= si preoccupa di stabilire le leggi che determinano l’equilibrio dei corpi, applicabile
anche al mondo biologico (es: equilibrio del corpo umano, stabilità dell’anca etc...)

2.1 CINEMATICA
La cinematica studia il moto dei corpi indipendentemente dalle cause che lo determinano.
Per capire ciò che si intende con moto, si considera un corpo in movimento quando la sua posizione
varia nel tempo rispetto ad un riferimento fisso. Dobbiamo riferirci appunto ad un sistema di
riferimento, per cui il concetto di moto ha un significato relativo. Si effettua quindi un’astrazione
utile a semplificare i problemi oggetto di studio della fisica, prendendo quindi in considerazione il
moto di un oggetto idealizzato, un punto materiale, che ha dimensioni piccole rispetto al fenomeno
di studio.
Concetti base
1. La traiettoria:
Il luogo geometrico dei punti dello spazio occupati da un punto materiale successivamente nel
tempo durante il suo moto, a formare una curva. Tale curva si sviluppa nelle 3 dimensioni e può
essere aperta o chiusa, rettilinea o curvilinea. La traiettoria si indica con una freccia a rappresentare
il verso di percorrenza. Il moto deve sempre essere riferito ad un sistema di riferimento rispetto al
quale si possono fare le sue misure.

2. La legge oraria:
La posizione che occupa l’oggetto viene individuata dal vettore posizione “r” rispetto al tempo t, e
dato che l’oggetto si muove, le coordinate di tale vettore variano in funzione del tempo:
x=x(t), y=y(t), z=z(t)
Tali funzioni assumono il nome di leggi orarie, le quali indicano la dipendenza di una certa variabile
da un’altra in corrispondenza di determinati valori.
Le leggi orarie indicano quindi il fatto che il vettore posizione è una funzione del tempo:
r(t)= x(t)i + y(t)j + z(t)k
3. Lo spostamento:
Il moto avviene sia nello spazio che nel tempo. Supponiamo nota la posizione all’istante di tempo
iniziale situata nell’origine degli assi cartesiani: r(t=0) = r0.
Consideriamo un moto generico descritto dalla legge oraria r(t). Il vettore spostamento è definito
come il vettore risultante tra la differenza tra il vettore t e il vettore r0 alla posizione iniziale:
s(t)=r(t) – r0

r(t)= x(t)i + y(t)j +z(t)k r0= x0 i + y0 j+ z0 k

4. Il diagramma spazio – tempo:


Per lo studio del moto è importante conoscere la traiettoria, ma anche l’andamento del modulo del
vettore spostamento s in funzione del tempo t. Attenzione! La curva del diagramma non rappresenta
il moto del punto materiale.

5. Il diagramma velocità – tempo:


Analogamente, l’andamento del modulo della velocità v in funzione di t è il diagramma velocità-
tempo.
Nel caso raffigurato (moto uniformemente accelerato) si osserva che al variare del tempo la velocità
aumenta linearmente, cioè della stessa quantità 0.5 m/s.

6. La velocità media:
Consideriamo un punto materiale che si muove nello spazio e nel tempo assumendo delle varie
posizioni s(t1) e s(t2) in intervalli di tempo successivi in istanti t1 e t2 = t1 + Δt.
𝑠(𝑡2 )−𝑠(𝑡1 ) 𝛥𝑠
La velocità media è quindi definita dal rapporto incrementale: 𝑣𝑚 = = 𝛥𝑡
𝑡2 −𝑡1

La velocità è un vettore, che quantifica di quanto si è spostato nel tempo il punto materiale. È una
grandezza fisica derivata, che nel S.I. si misura in m/s.
La velocità istantanea si ha quando l’intervallo di tempo diventa molto piccolo tendente a zero con
𝛥
il limite infinitesimo 𝑣 = 𝑙𝑖𝑚 𝛥𝑠.
𝛥𝑡 →0 𝑡

La velocità è rappresentata geometricamente dalla tangente alla curva in corrispondenza dell’istante


di tempo nel diagramma spazio – tempo. È associata alla variazione di spazio nel tempo

7. L’accelerazione:
È associata alla variazione di velocità nel tempo. È quindi un rapporto incrementale dato da:
𝑣(𝑡2 )−𝑣(𝑡1 )
𝑎𝑚 = . È un vettore e ha unità derivate dalle grandezze che la definiscono, ovvero m/s2.
𝑡2 −𝑡1

L’accelerazione istantanea è quindi il limite del rapporto incrementale con il tempo che tende a zero:
𝛥𝑣
𝑎 = 𝑙𝑖𝑚 𝛥𝑡 . L’interpretazione geometrica dell’accelerazione nella direzione della velocità è la
𝛥𝑡→0
tangente alla curva nel grafico velocità – tempo. L’accelerazione può essere positiva o negativa. Ci
sono casi in cui se la velocità in modulo resta uguale ma varia vettorialmente, si ha comunque
un’accelerazione.
Questi sono gli elementi su cui si sviluppa la cinematica.
Moto rettilineo uniforme
Si tratta di un moto che avviene in una sola dimensione, in cui il punto materiale percorre distanze
uguali in tempi uguali, seguendo la direzione dell’asse delle ascisse. La caratteristica di tale moto è
dunque la velocità, la quale è costante, data la definizione stessa.
Esempio: Supponiamo di percorrere una distanza Δx= 300m ogni Δt= 1 min.
𝚫𝐱 Δx 300m 𝑚
La velocità è data dal rapporto incrementale 𝚫𝐭 , per cui si ottiene v = Δt = 60s = 5 𝑠 . Inoltre, v
è rappresentata da un vettore lungo l’asse x, ed è costante in modulo, direzione e verso.

La legge oraria del moto rettilineo uniforme si ottiene dalla definizione di velocità media, la quale
Δx x2– x1
è definita come v= Δt = t2 – t1. Successivamente poniamo che t2= t, x2= x e t1= 0, x1= x0, ovvero che
x−x0
si tratti di uno spostamento generico in un istante di tempo generico. Si otterrà quindi che v= , da
t
cui ricaviamo lo spostamento in funzione del tempo: x(t)= x0 + v0t.

La rappresentazione grafica di questa legge oraria è una retta con una certa pendenza nel diagramma
spazio-tempo. La velocità in tale grafico è data dalla tangente dell’angolo che la retta forma con
l’asse x, ovvero la pendenza della retta: v0= tg θ0.

Invece, per il grafico velocità – tempo, essendo la velocità costante, questa sarà rappresentata da
una retta orizzontale parallela all’asse x.
Quando abbiamo una funzione che esprime l’andamento di uno spostamento che avviene nel tempo,
dx
la velocità è data dalla derivata prima del grafico: x= x(t) → v(t)= x’(t)= dt . Mentre l’accelerazione
d2x
è data dalla derivata seconda: a(t)= x’’(t)= d2t .
Moto uniformemente accelerato
Si tratta anche in questo caso di un moto che avviene in una sola dimensione, ma in cui la velocità
non si mantiene costante, in quanto è presente un’accelerazione. Quest’ultima è l’elemento
caratterizzante del moto, ed è costante, uniforme. Essa rappresenta la variazione di velocità in un
dato intervallo di tempo. Un esempio semplice di tale moto è la caduta libera, la quale è caratterizzata
dall’accelerazione di gravità.
Esempio: Supponiamo che in ogni Δt= 1s la velocità di un auto aumenti di 2m/s. Si osserva che la
distanza percorsa negli intervalli di tempo aumenta progressivamente, e ciò che determina questo
𝚫𝐯
aumento è proprio l’accelerazione. Si ottiene che a= 𝚫𝐭 , la quale è costante in modulo, direzione e
verso.

Δv v2−v1
La legge oraria è ricavabile dalla definizione di accelerazione media: a= Δt = .
t2−t1
v−v0
Successivamente poniamo che t1=0, v1= v0, mentre t2= t, v2= v. Quindi: a= da cui ricavo
t
l’equazione della velocità in funzione del tempo v(t)= v0 + at.
La rappresentazione grafica di tale legge è una retta con una certa pendenza, ovvero l’accelerazione
(variazione dellla velocità), nel grafico velocità – tempo. L’accelerazione invece, essendo costante,
in questo grafico è data da una retta orizzontale. Questo è comprensibile anche considerando la
1
derivata prima della legge oraria: x(t)= x0 + v0t + 2 at2 → v(t) = v0 + at, dove a(t) = a, quindi è
costante.
L’accelerazione può essere anche negativa e di conseguenza la pendenza di tale retta sarà negativa,
quindi diretta verso il basso.

La legge oraria che invece esprime la distanza percorsa nell’intervallo di tempo si ottiene dalle due
x−x0 v+v0
equazioni che definiscono la velocità media: vmedia = t oppure vmedia = 2 . Uguagliando
x−x0 v+v0 1
queste due equazioni e ricordando la legge oraria v(t)= v0 + at, allora si ottiene che: = = 2 𝑎𝑡
t 2
𝟏
da cui: x(t)= x0 + v0t + 𝟐 at2
Abbiamo così ottenuto la legge oraria per il moto uniformemente accelerato, in cui il termine
quadratico dipende dall’accelerazione, e la legge racchiude anche il moto rettilineo uniforme, caso
particolare in cui l’accelerazione a=0.

Nel grafico spazio – tempo tale legge oraria è rappresentata da una parabola. La velocità, la
tangente alla parabola, ha una pendenza maggiore perché in funzione del tempo aumenta più
velocemente a causa dell’accelerazione. Il valore dell’accelerazione invece, esprime la concavità di
tale parabola, e maggiore è e più sarà stretta tale parabola, mentre più sarà piccola e più sarà larga.

Moto circolare uniforme


Si tratta di un moto bidimensionale (nel piano xy), la cui traiettoria descritta dal punto materiale è
una circonferenza. La sua velocità in modulo è costante, per cui il punto percorre archi di
circonferenza uguali percorsi in tempi uguali.
Nel moto circolare uniforme la velocità, istante per istante, è tangente alla circonferenza in quel punto.
|v(t1)| = |v(t2)| → velocità tangenziale

Quando il punto materiale si muove, descrive un arco di circonferenza, e il raggio e


contemporaneamente spazza un angolo. Infatti, nel moto circolare uniforme in aggiunta alla velocità
tangenziale bisogna aggiungere il concetto di velocità angolare, la quale esprime l’angolo descritto
𝚫𝛉 𝟐𝛑
nell’unità di tempo: ω= 𝚫𝐭 = 𝐓 . Il periodo T= tempo necessario per ripristinare le condizioni di
partenza, ovvero a percorrere l’angolo giro.
La velocità angolare e tangenziale sono strettamente legate tra loro da una relazione: data una
porzione di cerchio, l’arco di circonferenza è legato all’angolo che lo sottende dal prodotto tra il
raggio r e l’angolo percorso: r*α (2π). Da questa relazione quindi si ottiene che se la velocità
Δs Δθ 2π Δs Δθ 2π
tangenzionale è v = Δt e la velocità angolare è ω= Δt = T , allora v= Δθ ∗ Δt =Rω= T .

La velocità tangenziale è quindi data anche dal rapporto tra la distanza percorsa (2π) ed il periodo T.
Abbiamo stabilito quindi che il moto è uniforme in quanto la velocità tangenziale rimane costante in
modulo, per cui la componente tangenziale dell’accelerazione è nulla. Ma poiché il vettore velocità
cambia direzione e verso istante per istante, si ha una variazione di velocità, ovvero
un’accelerazione. La componente vettoriale di tale accelerazione ha direzione pari a quella del raggio
verso il centro, per cui è chiamata centripeta.

Per ricavare il suo modulo consideriamo due intervalli di tempo successivi, in cui il raggio r descrive
un angolo Δθ. Supponiamo che i vettori cambiano man mano che il punto materiale si muove nella
circonferenza, e prendiamo i singoli vettori facendo coincidere i punti di applicazione. Se considero
i due vettori, questi descrivono un angolo Δθ. Effettuando quindi la differenza tra due vettori:
Δv= v(t2) - v(t1), che può essere approssimata all’arco di circonferenza. Quindi v Δθ ≃ Δv.
|𝐯(𝐭𝟐)−𝐯(𝐭𝟏) 𝚫𝛉 𝐯𝟐
L’accelerazione è data da a = ≃𝒗
𝚫𝐭
=𝒗𝛚= 𝐑
= 𝛚𝟐 ∗ 𝐑.
𝚫𝐭

2.2 DINAMICA
La dinamica è quella parte della meccanica che studia il moto dei corpi e il loro legame con la causa
del moto, ovvero le forze, a cui diede un cruciale contributo Newton. La dinamica newtoniana si
fonda su 3 principi: principio di inerzia, legge di Newtom, e principio di azione e reazione.
I due concetti fondamentali su cui si basa tale parte della fisica sono quelli di forza e di sistema di
riferimento inerziale.

La forza
Per quanto riguarda la forza, essa è strettamente legata al moto, in quanto è responsabile del
cambiamento di stato di quiete di un corpo. Se prendiamo in considerazione un oggetto fermo,
come ad esempio pallina in quiete, se la lascio cadere questa si mette in movimento. Altri esempi
sono quelli del moto rettilineo che potrebbe curvare per effetto di un agente esterno, oppure un
moto uniforme che può essere accelerato o rallentato. Si può quindi dedurre che su un corpo agisce
una forza ogni qual volta viene modificato il suo stato di quiete/moto rettilineo uniforme.
La grandezza fisica forza viene classificata come vettoriale, in quanto agisce lungo una certa
direzione, può avere dei versi d’azione opposti e può essere più o meno intensa.

Il sistema di riferimento
Per caratterizzare il moto dei corpi è necessario assumere anche il concetto di sistema di riferimento.
In alcune misure, come quella del moto rettilineo, possiamo tracciare una traiettoria nello spazio, ma
in particolare nel caso della dinamica è necessario considerare un sistema di riferimento inerziale.
Questo è definibile tale se un corpo libero, non soggetto a delle forze, si muove di moto rettilineo
uniforme, per cui è caratterizzato dalla legge oraria x(t)= x0 + v0t, in cui v0 è costante.
Data questa premessa, è possibile parlare dei principi della dinamica. Essi furono enunciati da Newton
nella sua opera più importante “Principiae” (“Philosophiæ Naturalis Principia Mathematica”1687).
È importante mettere in evidenza che tali principi sono validi esclusivamente per sistemi di
riferimento inerziali. Inoltre sono validi solo quando le velocità in gioco non sono prossime a
quelle della luce, quindi per fenomeni macroscopici, il campo di interesse delle scienze della vita.
[Fenomeni in cui invece è possibile raggiungere velocità prossime a quelle della luce sono quelli degli
acceleratori di particelle.]

1. Primo principio: il principio di inerzia


“In un sistema di riferimento inerziale, un corpo persevera il suo stato di quiete o moto rettilineo
uniforme finché non intervengono forze esterne a modificare tale stato”
Tale validità non è osservabile sulla Terra a causa dell’azione degli attriti. A tale principio giunse
per primo Galileo, opponendosi ai dogmi della filosofia aristotelica, secondo i quali lo stato naturale
di tutti i corpi è quello di quiete e per indurre il moto è necessario un agente esterno.

2. Secondo principio: la legge fondamentale della dinamica (di Newton)


“L’accelerazione che subisce un corpo per effetto di una forza è proporzionale alla forza e ne
assume anche la direzione ed il verso”
Ciò che altera la velocità di un oggetto è l’accelerazione. Quando applico una forza ad un corpo,
questo subisce un’accelerazione, e la legge che lega le due grandezze secondo proporzionalità diretta
𝑓𝑜𝑟𝑧𝑎 𝑎𝑝𝑝𝑙𝑖𝑐𝑎𝑡𝑎
è proprio il secondo principio della dinamica: accelerazione = 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒

⃗ =𝑚⋅𝒂
𝑭 ⃗
La costante di proporzionalità è detta massa inerziale del corpo, chiamata così in quanto esprime
il fatto che essa si oppone al moto. Infatti a parità di forza si oppone maggiormente al moto l’oggetto
con massa maggiore. La massa inerziale è quindi la grandezza fisica che esprime la quantità di
materia di cui è composto il corpo, ed è una proprietà intrinseca. Fa parte delle unità fondamentali
del S.I. e la sua un’unità di misura è il kg. Per la forza invece, l’unità di misura è il
N(newton)=1kg*1m/s2.

3. Terzo principio: il principio di azione e reazione


“Se il corpo A esercita una forza su un corpo B, allora il corpo B esercita sul corpo A una forza
uguale ma opposta”
FAB = - FBA.
Queste forze non si annullano tra loro perché hanno punti di applicazione differenti, bensì
costituiscono una coppia di azione e reazione.

Quantità di moto
È una grandezza fisica cinematica (chiamata anche momento lineare) utile per descrivere gli effetti
fisici che si hanno quando i corpi interagiscono dando luogo agli urti. È definita dal prodotto tra la
massa e la velocità: q= m*v
Si può riformulare il terzo principio in termini di quantità di moto, ricavando il teorema della
conservazione della quantità di moto: “In un sistema isolato la quantità di moto totale del sistema
si mantiene costante”.
𝛥𝑣𝐴 𝛥𝑣𝐵
FAB + FBA = 0 → mA*aA= mB*aB = 0 → mA + mB = 0 → mAΔvA + mBΔvB=0 → ΔqA+ΔqB=0
𝛥𝑡 𝛥𝑡
→ Δqtot= 0

Teorema dell’impulso
L’impulso di una forza F che agisce su un corpo per un intervallo di tempo Δt è pari alla variazione
della quantità di moto subita dal corpo: I = F𝚫t = 𝚫𝐪. È un modo equivalente per scrivere il secondo
principio della dinamica:
𝛥𝑣 𝛥𝑣𝐵 𝛥𝑣𝐴
F= m*a → F= m* → mB* - mA* = F → F*Δt = mB*ΔvB – mA*ΔvA = Δq
𝛥𝑡 𝛥𝑡 𝛥𝑡

Esempio: quando la testa in macchina ha il colpo di frusta per l’improvviso fermarsi per un incidente.

Campo di forze
Bisogna fare una distinzione tra forze di contatto e forze che agiscono a distanza. In quest’ultimo
caso si intruduce la nozione di campo di forze. Esso è l’insieme dei valori che assume la funzione
forza in funzione delle coordinate cartesiane in una determinata regione di spazio. Per cui ad ogni
punto dello spazio associamo un vettore forza che dipende da quelle coordinate. Un semplice esempio
è il caso del campo gravitazionale.
Quando si ha a che fare con campi di forze si introduce inoltre, il concetto di linee di forza (o linee
di corrente). Hanno 3 caratteristiche principali:
1. Sono più dense dove le forze sono più intense
2. Si diradano dove le forze sono meno intense
3. In ogni punto la tangente della linea di forza in quel punto rappresenta il vettore della forza
E’ una convenzione per visualizzare l’effetto di una forza e per poterla interpretare, in quanto agisce
a distanza.

La legge di gravitazione universale


Nei “Principiae”, Newton formulò anche la legge di gravitazione universale, assimilando la caduta
di un oggetto alla caduta costante della luna. Tale legge esprime la forza attrattiva con cui
interagiscono due corpi dotati di massa m1 e m2 posti ad una distanza r. Tale forza è direttamente
proporzionale alle entità delle due masse e inversamente proporzionale al quadrato della distanza:
𝑚1𝑚2 𝒓
F12= - G (𝑟 )
𝑟2
-21
G= costante di gravitazione universale (6,67*10 Nm2 kg-2).

Le due forze F12 e F21 sono opposte, ed il rapporto r/r è un versore, ovvero il vettore diviso il suo
modulo.
Consideriamo la legge di gravitazione universale prendendo il caso di un corpo di massa m posto
sulla superficie terrestre, che quindi si trova sul campo gravitazionale terrestre le cui linee di campo
che convergono verso il centro.

Le masse in gioco sono quelle del corpo e quelle della Terra, ed essendo in prossimità della
superficie terrestre possiamo assumere che il campo gravitazionale sia uniforme e che la distanza
del corpo dal centro della Terra corrisponda al raggio terrestre. Quindi la forza di gravitazione
𝑀 𝑚
universale in questo caso si esprime come F= 𝐺 𝑅𝑇2 = 𝑚 ⋅ 𝑔

[Esercizio: Cercare il valore della costante g, della massa della terra e del raggio e trovare che tale
𝑀
valore corrisponde all’accelerazione di gravità: 𝑔 = 𝐺 𝑅2𝑇 = 6,67*10-11(5,97*1024/ 6.3782)= 9,81

Inoltre se la Terra esercita un’attrazione gravitazionale, anche noi la esercitiamo su di essa a sua volta,
e il valore di questa è pari a quella terrestre. Le forze di attrazione che esercitiamo tra noi invece, sono
trascurabili e non se ne vedono gli effetti poiché il valore di g è molto piccolo.

Massa e peso
La massa è una grandezza fisica scalare che fornisce la misura della quantità di materia di un
corpo. Il peso invece è una forza, per cui una grandezza fisica vettoriale, che indica la forza con
cui un corpo è attratto dalla Terra. Il peso e la massa sono legati da una relazione: P = m*g.

Densità
Per caratterizzare un mezzo omogeneo e continuo in diverse fasi (solido, liquido o gassoso) si usa la
grandezza fisica densità. La densità assoluta è data dal rapporto tra la massa e il volume (kg/m3).
𝑚
𝑑=
𝑉
Si può esprimere la densità di un oggetto anche in relazione alla densità di un egual volume d’acqua
𝑑 𝑚 𝑣 𝑚
alla temperatura di 4°C: 𝑑𝑟𝑒 = ′ = ⋅ 1 = 1 , in cui si ottiene il rapporto tra la massa del corpo e
𝑑 𝑣 𝑚 𝑚
quella dell’acqua. La densità dell’aria è circa 1000 volte più bassa di quella dell’aria.

Forze e legge oraria


È possibile stabilire il legame tra le forze ed il moto, e si può effettuare ciò considerando due casi
particolari: uno in cui il moto di un corpo di massa m è determinato dall’azione di una forza F, la
quale è costante, ed un altro in cui questa non lo è.
1. Caso della forza costante
Supponiamo di avere una forza costante in modulo, direzione e verso che agisce su un corpo di
massa m. La forza è esprimibile secondo il principio di Newton (F=m*a), dal quale deduciamo che
se F è costante, allora anche l’accelerazione è costante, per cui si tratta di un moto uniformemente
accelerato.
Il caso più semplice è quello rappresentato dalla situazione in cui l’oggetto si muove per effetto della
forza peso, cioè la caduta di un oggetto per azione dell’accelerazione di gravità. Supponiamo
quindi che un corpo di massa m si trovi ad una certa altezza h, e lo lasciamo cadere per il solo effetto
della forza peso, assumendo che l’attrito dell’aria sia trascurabile. L’oggetto subisce l’azione
dell’accelerazione di gravità g= 9,81 m/s2.
Il corpo cade verticalmente, quindi il moto avviene lungo l’asse y, per cui la sua espressione sarà:
1
y(t)= y0 + v0t + 2 at2
Si può esprimere tale legge nella situazione presa in considerazione, considerando che l’altezza
diminuisce al variare del tempo:
𝟏
y(t)= h0 – 𝟐 gt2

Ipotizziamo che il moto di caduta avvenga con l’oggetto che ha una velocità iniziale perpendicolare
alla direzione di caduta. In questo caso non avremo più una sola equazione oraria per una direzione,
ma ne avremo due, in quanto l’oggetto si sposta nel piano. Avremo dunque un moto con traiettoria
parabolica per la componente y, lungo la quale compie un moto uniformemente accelerato, ed uno
con traiettoria orizzontale per la componente x (non agisce alcuna forza), lungo cui compie un moto
rettilineo uniforme (agisce la forza peso).

Lungo x: x(t)= x0 + v0t = v0t


Lungo y: y(t)= y0 + v0t + 1/2t2 = h – 1/2gt2
𝑥
Possiamo quindi ottenere una legge da cui deriva una parabola, ricavando t=𝑣0 dalla prima equazione
1 𝑥 2
e sostituendo questo dato nella seconda, effettuando un’eliminazione del tempo: y(t) = h - 2 g (𝑣 ) .
0

2. Forza non costante


Prendiamo in esame il caso di un sistema massa – molla, in cui se si sposta il corpo dalla posizione
di equilibrio allora entra in gioco la forza di richiamo elastica: 𝑭 = −𝒌𝒙. Se la molla viene
compressa, la forza elastica agisce lungo la direzione della molla e ha verso opposto alla forza di
compressione e viceversa se viene elongata. Questo sistema è uno dei più importanti per descrivere
il moto della materia, e possiamo usarlo anche per descrivere il moto degli atomi, se li approssimiamo
a delle palline legate tra loro da delle molle.
Il moto avviene quindi lunga la direzione di elongazione o pressione della molla, per cui si tratta di
un moto unidirezionale. Assumendo che avvenga lungo l’asse x, calcoliamo la legge oraria per
studiare la variazione di x in funzione di t: x(t). Partiamo dal fatto che conosciamo la forza elastica
F= -kx, che secondo il principio fondamentale della dinamica è uguagliabile a F= 𝑚 ∙ 𝑎.
𝑚 ∙ 𝑎 = −𝑘𝑥
L’accelerazione è anche definibile come la derivata seconda dello spostamento rispetto al tempo →
𝑥̈ . Bisogna quindi trovare la x dell’equazione differenziale 𝑚 ∙ 𝑥̈ + 𝑘𝑥 = 0, in cui la derivata è
strettamente legata all’incognita. La soluzione di tale equazione è data dalla funzione (legge oraria):
m 𝑥̈ + k x=0, in cui la derivata è legata con l’incognita:
𝒙(𝒕) = 𝑨 𝒔𝒊𝒏(𝝎𝒕 + 𝝋)
Dove A= ampiezza, 𝜔= pulsazione, 𝜑= fase
Il moto di oscillazione del sistema massa-molla è quindi un moto armonico. In questo è possibile
notare come l’accelerazione è massima agli estremi dell’oscillazione ed è nulla quando la molla
assume la lunghezza di riposo (equilibrio). Per cui l’andamento del moto armonico nel grafico spazio-
tempo è definibile periodico, e dà origine ad una sinusoide.

2.3 LAVORO, ENERGIA E POTENZA


Il lavoro
Il concetto di energia nell’ambito della fisica è strettamente legato a quello di lavoro. Per darne la
definizione è necessario partire dalla definizione di forza. Supponiamo di avere una forza F che sia
costante in modulo e che agisce su un punto materiale spostando il suo punto di applicazione secondo
il vettore spostamento. Si ottengono quindi due vettori, quello della forza F e quello dello
spostamento s, i quali formano un angolo 𝛼. Il lavoro è definito come il prodotto scalare tra i due
vettori F e s.
𝐿 = 𝐹 ⋅ 𝑠 = 𝐹 ∙ 𝑠 ∙ 𝑐𝑜𝑠𝛼
Il lavoro è una grandezza fisica scalare che può assumere un valore positivo (cos 0°), nullo (cos 90°)
o negativo (cos 180°) a seconda dell’angolo formato tra i due vettori, proprio dalla definizione di
prodotto scalare.

L’unità di misura del lavoro è il joule, in onore del fisico James Prescott Joule: 1J = 1N ∙ 1m.
La forza mentre compie lavoro può cambiare direzione, modulo e verso, agendo non necessariamente
lungo un percorso semplice, ma anche lungo un percorso variabile, cambiando il suo punto di
applicazione. Per calcolare il lavoro in questi casi, bisogna suddividere il percorso totale in
spostamenti infinitesimi (piccoli e vari segmenti), nei quali si può considerare la forza come
costante. Il lavoro totale sarà la sommatoria di tutti i lavori calcolati nei vari tratti. Sommando i
termini quando lim 𝑓(𝑥) si ottiene che LTOT = ∫ 𝑭 ∙ 𝑑𝒔.
𝑑𝑠→0

Il concetto di energia
Il concetto di energia è fondamentale nella fisica ed è strettamente legato alla nozione di lavoro. In
fisica si definisce energia di un sistema fisico la capacità di compiere un lavoro, ed essendo una
grandezza omogenea a quella del lavoro, anche l’energia si misura in joule. Esistono differenti forme
di energia e durante l’osservazione dei fenomeni fisici è possibile osservare delle trasformazioni di
vari tipi di energia. Le forme di energia sono quindi interconvertibili e tal volta questa può essere
dissipata in quanto è presente l’attrito.
Esempi di forme di energia:
Energia cinetica
È la forma di energia che un corpo possiede per il fatto che esso si trova in movimento. Un corpo di
massa m, che si muove con velocità v, ha un’energia cinetica data dalla formula:
1
𝐸𝑘 = 𝑚𝑣 2
2
Data tale definizione non può assumere valori negativi e la sua unità di misura è il joule, essendo
𝑚2
un’energia. Dimostriamo che tale grandezza si misura in joule: m= [kg] e v2= (m/s)2 → 𝑘𝑔 ∙ . Dalla
𝑠2
𝑚
legge F= m∙a = N → 𝑘𝑔 ∙ 𝑠2 Allora diventa N ∙ m = J.

Prendiamo in considerazione la situazione in cui vi sono due palline che vanno a sbattere, urtandosi
anelasticamente, per cui una delle due si ferma con l’urto e l’altra continua a rotolare.

In tale situazione si verifica una certa variazione di moto, e vi è quindi una forza impulsiva che fa
muovere la pallina, in grado di compiere lavoro tale da farla muovere, per cui la pallina possiede
energia cinetica.
ESERCIZI:
1) Due corpi di uguale massa si muovono, rispettivamente, con velocità v e -v nella stessa direzione.
Cosa possiamo dire delle corrispondenti energie cinetiche?
Le loro energie cinetiche sono uguali perché ciò che conta è il modulo al quadrato, quindi il verso
non conta.
2) Un corpo di massa m = 1kg si muove orizzontalmente con una velocità di modulo pari a v = 35
m/s. Ad un certo istante il corpo cambia direzione del moto e si muove verticalmente con la stessa
velocità v. Calcolare di quanto cambia la sua energia cinetica.
La sua velocità cinetica non cambia in quanto non vi è l’aspetto vettoriale nel concetto di energia, ma
solo quella scalare, il modulo.

Teorema dell’energia cinetica


Situazione fisica: abbiamo un corpo che possiede una certa energia cinetica iniziale 𝐸𝑘𝑖 e sul corpo
agisce una forza F che compie un certo lavoro L lungo la traiettoria del moto. Il teorema dell’energia
cinetica afferma che l’energia cinetica che il corpo possiede per effetto di questa forza è legata al
lavoro compiuto, ed in particolare la variazione dell’energia cinetica è uguale al lavoro compiuto,
secondo la relazione:
𝐿 = ∆𝐸 = 𝐸𝑓 − 𝐸𝑖
Per effetto del lavoro compiuto produciamo un cambiamento di velocità, per questo si verifica
l’eguaglianza tra il lavoro e la variazione di energia cinetica. È possibile dimostrare il teorema se si
prende in considerazione un punto materiale in moto rettilineo uniformemente accelerato, il quale
possiede una velocità iniziale e compie uno spostamento. Successivamente su di esso agisce una forza
che imprime un’accelerazione sulla massa, per cui la velocità aumenterà in quanto la forza agisce
nella stessa direzione del moto. A partire dalla definizione di lavoro 𝐿 = 𝐹 ∙ ∆𝑠 → 𝑚 ∙ 𝑎 ∙ ∆𝑠. Da qui
𝑚∙Δ𝑣 𝑚∙Δ𝑣 𝑣 +𝑣𝑏
si può esplicitare la formula dell’accelerazione: Δt ∙ Δs → Δt (𝑣 ∙ Δt) → 𝑚(𝑣𝑏 − 𝑣𝑎 ) ( 𝑎 2 ) →
𝑚∙(𝑣𝑏 −𝑣𝑎 )(𝑣𝑏 +𝑣𝑎 ) 1 1
→ 2 𝑚 (𝑣𝑏2 − 𝑣𝑎2 ) = 2 𝑚𝑣 2
2
Forze conservative
Le forze conservative sono quella classe di forze per le quali il lavoro da esse compiuto non dipende
dal percorso (traiettoria), ma esclusivamente dalle posizioni iniziale e finale. È analoga la definizione
secondo cui se le forze agiscono compiendo un percorso chiuso, allora il lavoro dell’intero
spostamento risulta nullo. La definizione di forze conservative sottende quella di un’altra grandezza
fisica molto importante: l’energia potenziale U. Consideriamo di avere due punti generici nello
spazio che indicano due posizioni. Di conseguenza l’energia potenziale è definita in dipendenza dal
lavoro, come la differenza dei valori che questa assume nei punti A e B: LA→B= UA – UB.
Per le forze conservative, ovvero quando vale il concetto di energia potenziale, è possibile enunciare
il principio di conservazione dell’energia meccanica. Secondo tale principio la somma
dell’energia cinetica e di quella potenziale istante per istante rimane costante. È possibile
dimostrarlo a partire dal teorema dell’energia cinetica:
∆𝐸 = 𝐸𝐵 − 𝐸𝐴 = 𝐿𝐴→𝐵 = 𝑈𝐴 − 𝑈𝐵 → 𝑈𝐴 + 𝐸𝐴 = 𝑈𝐵 + 𝐸𝐵
La somma è costante. Tale principio è valido solo per la classe di forze conservative.

Forza peso e energia potenziale gravitazionale


La forza peso è una forza conservativa, in quanto quando un oggetto si sposta poiché soggetto alla
forza peso il valore del suo lavoro non dipende dal percorso che questo compie. Lungo la verticale
la forza peso (𝑃 = 𝑚 ∙ 𝑔) e lo spostamento h sono uguali e concordi, per cui il lavoro è:
𝐿 = 𝑃 ∙ ℎ = 𝑚𝑔ℎ
È dimostrabile che, quando il percorso è differente il lavoro rimane invariato. Prendiamo ad
esempio il caso in cui il corpo compie una caduta a zig zag. In corrispondenza dei percorsi orizzontali,
il vettore dello spostamento e quello della forza sono perpendicolari, quindi il loro coseno è nullo,
per cui il lavoro è nullo. Quindi quando vado a sommare il contributo del lavoro in questi casi avremo
che il contributo è dato unicamente dai lavori compiuti lungo la verticale, quindi la formula rimane
invariata. La forza peso per questo è definibile come una forza conservativa, in quanto non dipende
dal percorso compiuto.

È possibile generalizzare il caso della forza peso applicandolo con un piano inclinato, per il quale è
possibile dimostrare che il lavoro passando da A a B è uguale a quello da A a C

Il lavoro: 𝐿𝐴→𝐵 = 𝐿𝐴→𝐶 + 𝐿𝐶→𝐵 , dove 𝐿𝐶→𝐵 = 𝐹 ∙ 𝑐𝑜𝑠𝛼 ∙ 𝑠 = 𝑚𝑔ℎ, mentre 𝐿𝐴→𝐶 = 𝑚𝑔𝑙 ∙ 𝑐𝑜𝑠𝛼. In
questo caso 𝛼 = 90° − 𝜃. Il 𝑐𝑜𝑠𝜃 = 𝑠𝑒𝑛𝜃 → L∙ 𝑠𝑒𝑛𝜃 = ℎ → 𝐿 = 𝑚𝑔ℎ
Se la forza peso è una forza conservativa, allora in sua corrispondenza è possibile introdurre
un’energia potenziale, detta energia potenziale gravitazionale. Il lavoro che essa compie è dato da
𝐿 = 𝑈𝐴 − 𝑈𝐵 . Il lavoro è inoltre definito come 𝐿 = 𝑚𝑔ℎ, ed inoltre si assume che UB = 0 in quanto
la forza peso al suolo è nulla. Effettuando la differenza si ottiene che:
𝑈 = 𝑚𝑔ℎ
Qualunque oggetto posto ad una quota h possiede energia potenziale gravitazionale per il solo fatto
di trovarsi in quella posizione. Si chiama potenziale in quanto è come se fosse conservata nel corpo,
il quale la possiede e può trasformarla in un’altra forma di energia. L’energia potenziale si misura in
joule.

Forza elastica
La forza elastica F= -kx rappresenta un esempio di forza conservativa. A partire da questa forza è
possibile trovare l’espressione dell’energia potenziale ad essa associata. Infatti, quando si ha l’azione
della forza elastica è possibile calcolare il lavoro a partire dalla sua definizione:
𝐵
𝐿 = −𝑘𝑥 → ∫𝐴 𝐹 𝑑𝑥 Dato che la forza e lo spostamento sono paralleli e discorsi, si avrà che
𝐵 𝐵 1 1 1
∫𝐴 −𝑘𝑥 𝑑𝑥 = −𝑘 ∫𝐴 𝑥 𝑑𝑥 → −𝑘[2 𝑥 2 ]𝐵𝐴 = 2 𝑘𝑥𝐴2 − 2 𝑘𝑥𝐵2 Da cui si dimostra che:
1
𝑈𝑒𝑙 = 𝑘𝑥 2
2
Forze non conservative
Non tutte le forze sono conservative (es: forze d’attrito), poiché non danno luogo all’introduzione di
un’energia potenziale, il lavoro dipende dal percorso e non vale il principio della conservazione
dell’energia meccanica ma continua a valere quello dell’energia cinetica.

La potenza
Consideriamo la situazione in cui una certa forza F compie un lavoro in un intervallo di tempo. La
potenza è definita come il rapporto tra il lavoro e l’intervallo di tempo in cui questo viene
compiuto:
𝐿
𝑃=
∆𝑡
La potenza è una grandezza fisica scalare esprime l’energia consumata nell’unità di tempo. La sua
unità di misura è il watt: 1W= 1J/1s. Dalla definizione di potenza, è possibile riformularla in termini
di forza e di velocità:
𝐿 𝐹∙∆𝑠 ∆𝑠
P= ∆𝑡 = = 𝐹 ∙ ∆𝑡 = 𝐹 ∙ ∆𝑣
∆𝑡

2.4 L’EQUILIBRIO STATICO


Centro di massa
Sin ora abbiamo considerato l’astrazione del punto materiale che possiede una certa massa senza
preoccuparci della distribuzione della massa nel corpo. Se invece si considerasse questo concetto,
scaturirebbe il problema di indentificare il centro di massa. La coordinata del centro di massa è
definita come la media pesata delle coordinate date dai punti del corpo, a ciascuno dei quali è
associata una massa ed un vettore. Quindi il prodotto della sua massa per il vettore posizione,
𝑚 𝑟1 +𝑚2 𝑟2 +𝑚3 𝑟3 …
sommati tra loro e diviso la somma delle masse, dà proprio il centro di massa: rcm = 1 𝑚 .
+𝑚 +𝑚
1 2 3
Questo concetto è utile per passare da considerare masse discrete a studiare una massa totale
concentrata in un punto.
Baricentro
Un corpo di dimensioni finite e massa M può essere suddiviso in tante parti di massa m i. La forza
peso del corpo è data dai vari contributi delle masse, la cui risultante agisce in un punto preciso
𝑚1∗𝑔∗𝑟1+𝑚2∗𝑔∗𝑟2+𝑚3∗𝑔∗𝑟3… ∑ 𝑚𝑖 𝑔𝑟𝑖
chiamato baricentro: rbaricentro = → 𝒓𝑏𝑎𝑟𝑖𝑐𝑒𝑛𝑡𝑟𝑜 = 𝑖 𝑀𝑔
𝑚1∗𝑔+𝑚2∗𝑔+𝑚3∗𝑔

Abbiamo quindi un’espressione analoga a quella del centro di massa se con g come elemento
differente, e queste coincidono se consideriamo g uguale per ogni particella, e in condizioni
biologiche tale condizione è sempre verificata.
Vincoli
I vincoli o reazioni vincolari sono elementi che limitano la mobilità di un oggetto. Un corpo sta
in equilibrio perché il vincolo esercita una forza uguale e contraria a quella della forza peso. Ad
esempio, un sasso rimane fermo perché si crea tale equilibrio tra le forze, ma anche nel semplice atto
di camminare agisce su di noi una reazione vincolare dovuta al pavimento.
L’attrito
Le forze d’attrito costituiscono un esempio di forze non conservative, in quanto l’energia prodotta
da esse viene in parta dissipata in calore. Si tratta quindi di forze dissipative, le quali si oppongono
al movimento. Bisogna fare una distinzione tra forze d’attrito statico, ovvero che agiscono su un
corpo in quiete e d’attrito dinamico. Per metter un corpo in moto è necessario vincere la forza
d’attrito, la quale è direttamente proporzionale alla reazione vincolare: 𝐹𝑎 = 𝜇 ∙ 𝑁, dove 𝜇 è il
coefficiente d’attrito statico. Tale dipendenza è data dal fatto che quanto è più pesante un corpo, tanto
più sarà difficile metterlo in moto.

La statica
La statica è quella parte della fisica chiamata che si occupa dell’equilibrio dei corpi. Si afferma che
su un corpo agisce una certa forza quando ne cambia lo stato di moto, e che quando una forza è diversa
da zero e non è bilanciata, l’oggetto si muove. È possibile, inoltre, avere più forze che agiscono su
un oggetto, e quando la loro risultante nulla, allora tale corpo è definibile in condizione di
equilibrio: 𝐹𝑡𝑜𝑡 = 𝐹1 + 𝐹2 = 0 → condizione di equilibrio traslazionale. Tale condizione, se
applicata ad un punto materiale, è sufficiente a garantire l’equilibrio. Ma se si considera un corpo
esteso, rigido e non deformabile, è necessaria inoltre una condizione di equilibrio rotazionale. Infatti,
ad esempio, se consideriamo un’asta rigida vincolata ad un punto, alla quale vengono applicate due
forze uguali e contrarie il corpo ruota, per cui non si trova in equilibrio.

Momento di una forza


Per poter introdurre la nuova condizione di equilibrio è necessario definire una nuova grandezza
fisica: il momento di una forza. Si tratta di un vettore ottenuto da un prodotto vettoriale, la cui
risultante sarà perpendicolare al piano tra gli altri due vettori:
𝑀 = 𝑟 × 𝐹 = 𝑟 ∙ 𝐹 ∙ 𝑠𝑒𝑛𝛼
Il braccio b della forza rappresenta la distanza tra la retta d’azione e l’origine in cui calcolo il
momento. Il momento rende conto dell’entità che la forza produce in un moto rotazionale.
Prendiamo ad esempio una porta, la cui maniglia si trova nella posizione più lontana rispetto all’asse
rotazionale, per cui si comprende che quanto più è lungo il braccio tanto più sarà l’entità del momento,
il quale produce effetti di rotazione. Quindi per un corpo esteso, la condizione di equilibrio sarà data
dalla somma delle risultanti forze e momenti nulla: 𝐹𝑡𝑜𝑡 = ∑𝑖 𝐹𝑖 = 0 + 𝑀𝑡𝑜𝑡 = ∑𝑖 𝑀𝑖 = 0. In
questo caso vale il principio di azione e reazione, secondo cui se una forza spinge un oggetto, questo
compirà una forza uguale e opposta.

Le leve
Una leva è una macchina semplice che trasforma il movimento ed è esemplificata dal caso di un’asta
rigida girevole. Gli elementi importanti nello studio di una leva sono:
- L’asta che può ruotare attorno ad un asse vincolata in un punto detto fulcro
- La forza motrice FM, la quale produce il movimento, a cui è associato il braccio bM
- La forza resistente FR, la quale si oppone al movimento, a cui è associato il braccio bR
Quando il vincolo è approssimabile ad un punto materiale, la condizione di equilibrio traslazionale
è già soddisfatta, in quanto il corpo è fissato, per deve valere unicamente la condizione di equilibrio
rotazionale. Assunto ciò si ottiene che 𝑀𝑡𝑜𝑡 = 0 → 𝑏𝑀 𝐹𝑀 − 𝑏𝑅 𝐹𝑅 = 0 → 𝑏𝑀 𝐹𝑀 = 𝑏𝑅 𝐹𝑅 , di
conseguenza una leva è in equilibrio quando i momenti delle due forze si eguagliano.
𝐹 𝑏𝑀
Da tale equazione scaturisce la grandezza fisica chiamata guadagno di una leva: 𝐺 = 𝐹 𝑅 =
𝑀 𝑏𝑅
(adimensionale). In base al guadagno, le leve vengono classificate in leve vantaggiose (G>1), leve
svantaggiose (G<1) e leve indifferenti (G=1). Esiste inoltre, un’altra classificazione in termini di
tipi di leve:
- 1° genere= interfulcro, possono essere vantaggiose o svantaggiose
- 2° genere= interresistente, sempre vantaggiose
- 3° genere= interpotente, sempre svantaggiose
2.5 LA BIOMECCANICA
Alcuni argomenti della meccanica possono essere applicati nel contesto biologico, come ad esempio
l’equilibrio delle articolazioni o ciò che accade durante le fratture ossee. La biomeccanica si occupa
proprio di studiare le leggi nella meccanica in contesti di interesse biologico.

Equilibrio delle articolazioni


Nel caso più generale di equilibrio delle articolazioni bisogna prendere in esame tutte le forze in
gioco, che sono la forza peso, le reazioni vincolari e le forze muscolari.
Bisogna poi considerare le condizioni di equilibrio traslazionale e rotazionale. Assumiamo che le
forze in gioco giacciano sullo stesso piano, per cui le condizioni si traducono con le coordinate come:

Consideriamo ad esempio l’articolazione dell’anca e della gamba nell’ipotesi di equilibrio su un


solo piede. Tutte le forze appartengono allo stesso piano, e sono:
- La forza di trazione F dei muscoli adduttori, inclinata di 70° rispetto all’asse x
- La forza peso P della gamba (1/7 del peso totale) applicata nel baricentro, verso il basso
- La reazione vincolare del pavimento N
- La forza R del resto peso del corpo che grava in corrispondenza dell’anca

Dove le condizioni di equilibrio sono: in cui Pgx e Nx


sono nulle in quanto agiscono verticalmente e MRZ = 0 in quanto il suo braccio è nullo. Dalla soluzione
di questo sistema di equazioni possiamo ricavare F, quindi le componenti Rx e Ry con cui stimare la
forza complessiva che agisce sull’anca.
1
da cui 𝐹 ∙ 𝑐𝑜𝑠70° − 𝑅𝑥 = 0; 𝐹 ∙ 𝑠𝑒𝑛70° − 7 𝑃 + 𝑃 − 𝑅𝑦 = 0 →
1
𝐹(𝑠𝑒𝑛70°)(7𝑐𝑚) + 7 𝑃(3𝑐𝑚) + 𝑃(11𝑐𝑚) = 0.

Ricaviamo quindi che F=1,61P ; Rx= 0,55P e Ry= 2,37P → 𝑅 = √𝑅𝑥2 + 𝑅𝑦2 = 2,43𝑃. Si può osservare
come la forza che grava sull’anca è pari a quasi due volte è mezzo il peso totale. Con le
approssimazioni utilizzate si è in grado di stabilire che stare in equilibrio su un piede, condizione
sperimentata naturalmente con la deambulazione, può dare luogo ad una forza molto intensa. Da ciò
si può dedurre come le cartilagini si usurano severamente con l’età.

Forze elastiche in biomeccanica


Sappiamo che per una forza di natura elastica che si manifesta per una molla di costante elastica k
vale la relazione F = - kx. I corpi solidi sono deformabili e possono avere caratteristiche elastiche,
ovvero possono avere la capacità di riprendere la forma iniziale quando cessa la forza che ha prodotto
la deformazione. Anche in tal caso si riscontra sperimentalmente una proporzionalità fra la forza
applicata e la deformazione. Questo comportamento è espresso dalla legge di Hooke:
𝐹 ∆𝐿
=𝐸
𝐴 𝐿
𝐹 ∆𝐿
Dove A= sezione, L= lunghezza iniziale, ∆𝐿= variazione di lunghezza. 𝐴 = sforzo e 𝐿 =
deformazione. E= costante di proporzionalità chiamata modulo di elasticità di Young, che è
inversamente proporzionale alla deformabilità. Il femore, ad esempio, è più deformabile in
1
compressione che in trazione, in quanto 𝐸𝐶 ≅ 2 𝐸𝑇 , poiché la pendenza in compressione è minore di
quella in trazione.

Le leve nel corpo umano


L'apparato locomotore è basato su un sistema di leve: ad ogni movimento del nostro corpo è
associata una leva o un sistema di leve. Un esempio sono i muscoli scheletrici (elemento attivo del
moto), che inserendosi fra le ossa (elemento passivo del moto), determinano il movimento mediante
la contrazione muscolare. Questo è possibile grazie anche alle articolazioni, che rappresentano
l'elemento di congiunzione e perno delle ossa.
Le leve del corpo umano possono essere di 1°, 2° o 3° genere. Il fulcro è rappresentato dall’asse di
rotazione (di solito l'articolazione, ma può anche essere un punto di appoggio o di presa). La forza
motrice di solito è applicata nell'inserzione muscolare, mentre la forza resistente è quella alla quale
ci opponiamo nel corso del movimento (un peso, lo spostamento di una parte del corpo, ecc.).
Esempi di leve nel corpo umano sono:
Leva di 1° genere: articolazione Leva di 2° genere: articolazione Leva di 3° genere: articolazione

di appoggio della testa del piede in elevazione sulle punte del gomito

[Link] MECCANICA DEI FLUIDI


I fluidi, dal latino fluere= scorrere, sono quei sistemi fisici che scorrono, completamente
deformabili e che si distinguono in due classi: liquidi e gas. Per le applicazioni fisiche di nostro
interesse considereremo i liquidi incomprimibili e i gas aeriformi come comprimibili. Le proprietà
intrinseche dei fluidi sono in generale la massa e il volume. Essendo deformabili, la massa si
distribuisce con continuità su tutto il volume occupato, per cui per quantizzare la distribuzione della
𝑚
massa si ricorre al concetto di densità: 𝑑 = 𝑉 . La sua unità di misura è kg/m3 o g/cm3. La densità
dell’acqua a temperatura ambiente è 103 kg/m3, mentre quella dell’aria è di 1,3 kg/m3.
Data la loro deformabilità, per descrivere le azioni meccaniche agenti su un fluido non è possibile
usare il concetto di forza, e per questo si introduce il concetto di pressione direttamente legato ad
essa. Consideriamo una forza F che agisce su una certa superficie di un fluido ∆s. La direzione del
vettore N è perpendicolare alla superficie e il verso dipende da essa. Di conseguenza possiamo
determinare la componente di quel vettore lungo quella direzione. Si definisce pressione il prodotto
scalare tra la forza e la componente della normale:
𝐹 ∙ 𝑛 𝐹𝑐𝑜𝑠𝛼 𝐹𝑛
𝑝= = =
∆𝑆 ∆𝑆 ∆𝑆
La forza agisce solo se è perpendicolare poiché se è parallela si annulla. Fn = F cos 𝛼 è la
componente della forza normale alla superficie. La pressione è una grandezza fisica scalare la cui
unità di misura è N/m2, che nel S.I. si indica con Pa (pascal), mentre nel sistema del C.G.S. si misura
in dyne/cm2 ovvero il Baria (Ba).

Equilibrio dei fluidi


Consideriamo un fluido all’equilibrio e assumiamo che questo assuma la forma del recipiente che lo
contiene e che sia soggetto alla forza peso. La superficie rispetto alla quale si calcola la pressione
può essere interna o perimetrale. Si definisce superficie limite la superficie più esterna del fluido,
ovvero l’interfaccia tra il sistema fluido e l’ambiente esterno in cui si trova. È evidente che, se il
fluido è all’equilibrio, le forze che agiscono tangenti alla superficie limite sono nulle. Inoltre,
secondo il principio di isotropia della pressione, la pressione esercitata su un punto P qualunque
all’interno del liquido, questa non non dipende dall’orientazione della superficie ΔS.
Le conseguenze delle condizioni di equilibrio ci conducono al principio di Pascal.

Il principio di Pascal
“La pressione esercitata su un punto qualsiasi della superficie limite si trasmette inalterata a tutti i
punti al suo interno e a tutti i punti della superficie limite”
𝐹
𝑝= = 𝑝𝑖 = 𝑝𝐸
𝐴
Il principio di Pascal è alla base del funzionamento della leva idraulica.

La pressione si mantiene inalterata, si applica sulla superficie S1 una forza limitata (F1), mentre su
𝑆
S2 si dispone di una forza molto elevata (F2) che agisce verso l’alto → 𝐹2 = 𝑆2 𝐹1
1

La legge di Stevino
La legge di Stevino afferma che la pressione aumenta all’aumentare della profondità all’interno
di un fluido, per cui la pressione in un punto interno ad un fluido dipende dalla quota h. Quest’ultima
è pari alla distanza verticale tra la superficie limite e la posizione del punto.
𝑃 𝑚𝑔
𝑝 = ∆𝑠 = → scriviamo poi la massa in termini di densità (𝑚 = 𝑑 ∙ 𝑉) dove 𝑉 = ∆𝑆 ∙ ℎ:
∆𝑠

𝑑 𝑉 ℎ 𝑑 ∆𝑠 ℎ 𝑔
𝑝= = → 𝒑 = 𝒅𝒈𝒉
∆𝑠 ∆𝑠
La pressione trovata è detta pressione idrostatica. Ma se voglio calcolare la pressione totale devo
considerare anche quella che agisce sulla superficie libera, quella atmosferica:
𝑝 = 𝑝0 + 𝑑𝑔ℎ
Questa legge ci porta a trovare altre unità di misura della pressione, come ad esempio il bar, il
grammo peso/cm2 (forza peso di 1 g su 1 cm2), e il mmHg= 1 torr. Quest’ultima unità si deve a
Torricelli, noto per l’esperimento in cui aveva riempito una cannula di vetro riempita di mercurio,
l’aveva capovolto e inserita in una vasca di mercurio e aveva notato che si stabilizzava a 760 mm,
ovvero 1 torr.
- Pa
- Atm → 1 atm= 101.325 Pa
- Bar → 1 bar = 105 Pa
- mmHg= torr → 760 mmHg = 1 atm = 101325 Pa
Il principio di Archimede
Consideriamo un corpo di volume V, sezione S e altezza ∆ℎ = ℎ𝑖𝑛𝑓 − ℎ𝑠𝑢𝑝 , che si trova immerso in
un fluido di densità d. Per effetto della diversa pressione idrostatica causata dalla differenza di quota,
il corpo risulta essere soggetto ad una forza che lo spinge verso l’alto. Questa forza è chiamata
spinta di Archimede, una diretta conseguenza della legge di Stevino:
FA = F2 – F1 = p2S – p1S = dgh2S – dgh1S= dghS(h2 – h1) = dgS∆ℎ = dgV= mg
𝐹𝐴 = 𝑚𝑓𝑙𝑢𝑖𝑑𝑜 ∙ 𝑔
La legge di Archimede afferma quindi che “un corpo immerso in un fluido riceve una spinta dal basso
verso l’alto pari al peso del fluido da esso spostato”.
La spinta di Archimede sta alla base del galleggiamento dei corpi. Infatti, 𝐹𝐴 = 𝑑𝑓𝑙 𝑉𝑖𝑚𝑚 𝑔, mentre
𝑃 = 𝑑𝑐𝑜𝑟𝑝𝑜 𝑉𝑐𝑜𝑟𝑝𝑜 𝑔, per cui se la densità del corpo è maggiore di quella del fluido, questo andrà a
fondo, se sono uguali sarà immerso, mentre se quella del corpo è minore di quella del fluido questo
galleggerà.

Densità relativa
È possibile misurare la densità del materiale di cui è fatto un oggetto rispetto alla densità
dell’acqua, trovando la sua densità relativa. Per farlo è necessario prima pesare l’oggetto
singolarmente, trovando la misura P1. Successivamente si riempie un recipiente d’acqua e si fa la tara,
ed infine si effettua nuovamente la misura del peso quando l’oggetto è immerso e non tocca il fondo
𝑃 𝑚𝑐𝑜𝑟𝑝𝑜 ∙ 𝑔 𝑚𝑐𝑜𝑟𝑝𝑜 𝑔
o le pareti, appendendolo ad un dinamometro. Per cui si avrà che 𝑃1 = 𝐹 =𝑚 =
2 𝐴 𝑔
𝑎𝑐𝑞𝑢𝑎
𝑚𝑐𝑜𝑟𝑝𝑜 𝑉𝑎𝑐𝑞𝑢𝑎 𝑑𝑐𝑜𝑟𝑝𝑜
=𝑑 = 𝑑𝑟𝑒𝑙 . Nel famoso aneddoto, Archimede di Siracusa avrebbe determinato così
𝑚𝑎𝑐𝑞𝑢𝑎 𝑉𝑎𝑐𝑞𝑢𝑎 𝑎𝑐𝑞𝑢𝑎
se la corona del re Gerone fosse interamente d’oro (P1/P2=19.3) oppure se contenesse altri metalli
meno preziosi.

Meccanica dei fluidi


Nello studio della meccanica dei fluidi ci riferiremo in particolare ai liquidi in movimento. Per farlo
è necessario invocare il concetto di linee di velocità o di corrente per descrivere in modo semplice e
collettivo il moto delle particelle del fluido.
Considerato un condotto con pareti rigide, supponiamo di avere un liquido che fluisce con un certo
verso di scorrimento, descritto dalle linee di corrente. Esse sono associate al concetto di velocità e
campo di velocità (l’insieme dei vettori velocità delle particelle di fluido in moto). Le linee di campo
possiedono alcune caratteristiche specifiche:
- Sono tali che la direzione del campo in un punto è data dalla tangente alla linea in quel punto
- Si addensano dove il campo è più intenso, quindi dove la velocità è maggiore
- Si diradano nei punti in cui il campo è minore
Quando un liquido scorre in un condotto e istante per istante la velocità si mantiene costante in ogni
punto del condotto, questo scorre in regime stazionario.

La portata
Essendo difficile misurare la velocità di scorrimento del liquido in ogni singolo punto all’interno di
un condotto, si introduce una grandezza fisica che descriva in modo complessivo lo scorrimento
del fluido: il flusso o portata. È la quantità di fluido (volume) che attraversa una certa sezione del
condotto in un intervallo di tempo ∆t:
𝑉
𝑄=
∆𝑡
La sua unità di misura è m3/s, che risulta però essere scomoda quando si studiano fenomeni in cui la
portata molto piccola, come ad esempio in quelli biologici, per cui si ricorre al litro al minuto (l/min).
Esprimere la portata dell’arteria aorta (4 l/m) in unità SI e CGS:
- S.I.= m3/s quindi 1l= 1 dm3 → 4∙10-3 / 60= 6,7 ∙ 10-5
- CGS= cm3/s = 4*10-6 / 60= 6
La portata è esprimibile anche in funzione della velocità se si considera un condotto in cui è presente
un restringimento. Se andiamo a considerare tutte le particelle nella sezione del condotto, dopo un
certo intervallo queste si spostano ad una certa velocità, di un tratto v ∙ ∆𝑡. Il volume del fluido sarà
quindi V= Sv∆𝑡. Di conseguenza la nuova definizione di portata sarà:
𝑆𝑣∆𝑡
𝑄= →𝑄 =𝑆∙𝑣
∆𝑡
L’equazione di continuità
Da tale relazione scaturisce la prima equazione della fluidodinamica: l’equazione di continuità.
Secondo tale legge, se un fluido incomprimibile scorre in regime stazionario, questo, rispettando il
principio di conservazione di massa, avrà portata costante. È evidente come se la quantità di materia
fluisce, il volume rimane lo stesso nonostante vi siano dei restringimenti di sezione, mentre ciò che
varia è la velocità, in modo inversamente proporzionale alla sezione. Data tale dipendenza vale
l’equazione:
𝑆1 𝑣1 = 𝑆2 𝑣2
Esercizio: il condotto ha una portata Q= 10 m3/s e ha un dislivello di 20 m. Calcolare la potenza
massima ottenibile dalla diga.
𝐿 𝑚𝑔ℎ 𝑉𝑑𝑔ℎ
P= ∆𝑡 = = = 𝑄𝑑𝑔ℎ = 10 ∙ 1000 ∙ 9,81∙20= 1,98∙106 W.
∆𝑡 ∆𝑡

Nello studio della dinamica dei fluidi è però necessario fare un’importante distinzione tra fluidi per i
quali si possono trascurare le forze d’attrito, non viscosi, chiamati ideali, sempre nell’ipotesi che sia
incomprimibile, e quelli reali caratterizzati dalla presenza di forze d’attrito interne.

Il teorema di Bernoulli
Il teorema il Bernoulli rappresenta la legge fondamentale dei fluidi, e scaturisce dal principio di
conservazione dell’energia meccanica. Le ipotesi di partenza sono che il liquido sia ideale
(incomprimibile e non viscoso) e che scorra in regime stazionario in un condotto con pareti rigide.
Inoltre, le uniche forze che agiscono sul fluido sono la forza peso e le forze di pressione, e queste
ultime agiscono ortogonalmente alle sezioni del condotto. Date tali condizioni, in ogni punto del
fluido la somma dei seguenti termini è costante:
- Altezza geometrica h
- Altezza piezometrica p/dg
- Altezza cinetica v2/2g
𝑝 𝑣2
ℎ+ + = 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒
𝑑𝑔 2𝑔
C’è un modo alternativo per enunciare il teorema, secondo cui la somma delle pressioni è costante:
1 1
𝑑𝑔ℎ1 + 𝑝1 + 𝑑𝑣12 = 𝑑𝑔ℎ2 + 𝑝2 + 𝑑𝑣22
2 2

Di conseguenza la velocità aumenta all’aumentare della pressione. Se il tubo considerato è


orizzontale allora vale tale teorema, dove però viene semplificata la quota h.
Dimostrazione del teorema:
1. Rispettando l’ipotesi dell’equazione di continuità 𝑆1 𝑣1 = 𝑆2 𝑣2 la portata è costante
2. Dato che il liquido compie uno spostamento da un punto 1 a un punto 2, vale il teorema
dell’energia cinetica, in cui il lavoro totale è quello compiuto dalle forze di pressione e dalla
1 1
forza peso: 𝐿 = ∆𝐸 = 2 𝑚𝑣12 − 2 𝑚𝑣22
3. Il lavoro compiuto dalla forza peso è: 𝐿 = −∆𝑈 = 𝑚𝑔ℎ1 − 𝑚𝑔ℎ2
4. Il lavoro compiuto dalle forze di pressione è: 𝐿 = 𝑆1 𝑝1 𝑙1 − 𝑆2 𝑝2 𝑙2
5. Combinando tali relazioni e dividendo per V si ottiene il risultato cercato

3.1 PROPRIETA’ DEI LIQUIDI


Liquidi reali
Vi è un’importante distinzione tra liquidi reali e liquidi ideali. Consideriamo un liquido ideale che
scorre in regime stazionario in un condotto orizzontale e di sezione costante. In queste condizioni,
dal teorema di Bernoulli scaturisce che p1 = p2, ma tale relazione vale sono in condizioni ideali. Nelle
situazioni reali si osserva invece una caduta di pressione al passare del tempo quando il fluido si trova
in moto. Ciò accade poiché nei fluidi reali agiscono delle forze d’attrito interne che tendono a
dissipare l’energia cinetica. In presenza di tali forze dobbiamo tener conto di un termine aggiuntivo
associato alla velocità, ovvero l’energia per unità di volume dissipata dalle forze di attrito:
1 1
𝑑𝑔ℎ1 + 𝑝1 + 𝑑𝑣12 = 𝑑𝑔ℎ2 + 𝑝2 + 𝑑𝑣22 + 𝐸𝐴
2 2
In un condotto orizzontale e di sezione costante, considerate le condizioni enunciate inizialmente si
ha che EA = p1 – p2. È possibile dedurre che, per far scorrere un liquido reale contrastando l’attrito, è
necessario applicare una differenza di pressione ∆𝑝 agli estremi del condotto. Una delle applicazioni
pratiche di tale principio è il cuore, che pompa il sangue nei condotti vincendo l’attrito del sangue
nelle vene per far sì che fluisca.

Resistenza di un condotto
In generale la grandezza fisica che caratterizza lo scorrere del fluido è la portata. Nei fluidi reali per
avere una portata è necessario applicare una differenza di pressione. Si definisce resistenza di un
condotto il rapporto tra la differenza di pressione e la portata:
∆𝑝
𝑅=
𝑄
Moto laminare e turbolento
Per i liquidi reali si distinguono due regimi di moto:
- Laminare: il fluido scorre come se fosse costituito da tante lamine che scorrono l’una
sull’altra
- Turbolento: il moto è caratterizzato dalla presenza di vortici macroscopici che portano ad un
rimescolamento del fluido con distribuzioni irregolari e continuamente variabili di velocità
Ciò che differenzia i due regimi sono le linee di corrente, distribuite nello differentemente spazio. Nel
regime laminare si ha un profilo di velocità regolare, in cui le linee sono equi spaziate, e può essere
idealizzato come costituito da tante porzioni cilindriche, in cui la velocità cambia a seconda
dell’attrito, il quale aumenta vicino alle pareti. Nel moto turbolento invece, le linee sono totalmente
irregolari.

La viscosità
La grandezza fisica che caratterizza l’attrito e i moti dei fluidi reali è la viscosità, ovvero una misura
quantitativa che un liquido oppone allo scorrimento. Dal punto di vista qualitativo si potrebbe
misurare confrontando diversi fluidi nei quali scorre un oggetto. Viene confrontato il tempo
necessario per raggiungere il fondo nei vari liquidi. La viscosità non dipende dalla densità.
Si può quindi dimostrare sperimentalmente che in regime di moto laminare sussiste la relazione
secondo cui la forza d’attrito è direttamente proporzionale alla superficie degli strati che
𝑣
scorrono tra loro: 𝐹𝐴 = −𝜂𝐴 𝛿 , in cui il coefficiente 𝜂 è chiamato coefficiente di viscosità, una
grandezza fisica scalare la cui unità di misura è il Poise (P) = 1g cm-1 s-1. 𝛿 invece, è la distanza tra
gli strati.
Trovare la corrispondenza in Pa * s
1g cm-1 s-1 = 10-3 kg * 10-2 m-1 * s-1
La viscosità dipende dalla temperatura in maniera molto marcata, in quanto quando la temperatura
aumenta la viscosità diminuisce.
Formula di Poiseuille
Esiste una relazione di diretta proporzionalità tra la resistenza R di un condotto e la viscosità 𝜂 del
8 𝑙
fluido che vi scorre: 𝑅 = 𝜋 𝜂 𝑟 4 .
8 𝑙
Da tale relazione è possibile ricavare un’espressione della portata in funzione di Δ𝑝: 𝑅 = 𝜋 𝜂 𝑟 4 =
Δ𝑝 𝜋𝑟 4
→𝑄= Δ𝑝. Questa relazione è chiamata formula di Poiseuille.
𝑄 8𝜂𝑙

Numero di Reynolds
Si verifica sperimentalmente che, se la velocità di scorrimento aumenta progressivamente, si
raggiunge una velocità critica a partire dalla quale non valgono più le equazioni valide nel regime
𝜂
di moto laminare, e questo diventa turbolento. La formula della velocità critica è: 𝑣𝑐 = ℜ 𝑑𝑟, in cui
ℜ è una quantità adimensionale chiamata numero di Reynolds. Il valore di tale quantità per condotti
rettilinei e a sezione è compreso fra circa 1000 e circa 1200, mentre per condotti che presentano delle
irregolarità, come gomiti e strozzature, è molto minore di 1000.

Forze intermolecolari
Nei liquidi agiscono forze di coesione intermolecolari di natura elettrica, tali da mantenere le
molecole vicine, ma sufficientemente deboli da permettere scambi di posizione fra esse. La
principale conseguenza è che un liquido all’equilibrio si dispone sempre in modo da rendere minima
la propria superficie limite, la quale si comporta come una membrana elastica tesa. L’esempio più
noto è rappresentato da una goccia d’acqua che assume una forma sferica.
Il motivo di tale comportamento è comprensibile se si considerano le forze che agiscono su una
molecola all’interno del liquido e su una sulla superficie. La molecola all’interno è sottoposta ad un
sistema di forze aventi risultante nulla. Quella in superficie è soggetta ad una risultante netta
diretta verso l’interno. Questo conferisce alla superficie limite le caratteristiche di una membrana
elastica.

Tensione superficiale
La grandezza fisica che esprime questa caratteristica dei fluidi prende il nome di tensione
superficiale τ. Questa è definita come il rapporto tra la forza F che serve per incrementare la
𝐹
superficie libera di un liquido e l’unità di lunghezza: 𝜏 = 𝑙 . La tensione superficiale può essere
anche definita in termini di lavoro, come il lavoro richiesto per aumentarne la superficie libera
𝐿
contro le forze di tensione superficiale: 𝜏 = Δ𝑆 . L’unità di misura è il N/m o il dyne/cm. Tale proprietà
dipende dalla temperatura, infatti ad esempio l'acqua calda ha migliori proprietà detergenti in quanto
la sua τ molto bassa permette di raggiungere più facilmente porosità e fessure. Per ridurla
ulteriormente si fa uso di tensioattivi (come i detersivi).

La capillarità
La capillarità è una proprietà dei liquidi strettamente legata alla tensione superficiale. Si riferisce al
fatto che, quando si ha a che fare con tubi capillari (la cui sezione è molto piccola), a seconda della
natura del liquido, la superficie si dispone con un profilo concavo o convesso. Considerati contenitori
dello stesso materiale, si distinguono ad esempio il caso dell’acqua (concavo) e quello del mercurio
(convesso). In particolare, si dice che a seconda del valore del coefficiente di tensione superficiale τ,
un liquido bagna o non-bagna la parete del recipiente.

Nel 1° caso si osserva un innalzamento capillare con la formazione di un menisco concavo.


Nel 2° caso si osserva un abbassamento capillare con la formazione di un menisco convesso.
𝑑𝑔𝑟ℎ
Si trova che l’angolo di curvatura dipende dal coefficiente τ: 𝑐𝑜𝑠𝜃 = 2𝜏 . Il fenomeno si spiega
tenendo conto dell’equilibrio fra le diverse forze che agiscono all’interfaccia fra il liquido e il
recipiente:
- Forza di tensione superficiale Ft
- Reazione vincolare della parete
- Forza peso della porzione di liquido
La componente Ft viene controbilanciata dalla reazione vincolare P= mg.

3.2 FLUIDI NEI SISTEMI BIOLOGICI


Le nozioni riguardanti la fluido dinamica si possono applicare agli ambiti biomedici, per studiare il
moto dei fluidi nei sistemi biologici, come ad esempio quelli della circolazione sanguigna.
Fra le funzioni del sistema circolatorio vi sono quelle di trasportare ossigeno dai polmoni ai tessuti
e trasportare anidride carbonica in senso inverso. Il concomitante trasporto si realizza grazie ad un
circuito idrodinamico chiuso. Per descrivere il moto del sangue è necessario applicare delle
semplificazioni: questo deve compiere un moto stazionario, i condotti devono essere delle pareti
rigide e deve essere considerato come un liquido reale e omogeneo.
È quindi necessario trascurare 3 effetti principali:
1. La pulsatilità del moto, data dalla differenza di pressione per vincere l’attrito del sangue con
le pareti dovuta al battere del cuore. Si verifica quindi un’immissione ogni intervallo di tempo
in cui si apre la valvola aortica, per cui non si tratta realmente di un moto stazionario
- Le pareti dei condotti quali le vene e le arterie non sono rigide
- Il sangue che scorre è un liquido complesso e non omogeneo.
Si tratta infatti di un liquido viscoso estremamente complesso (𝜂𝑠𝑎𝑛𝑔𝑢𝑒 = 1,5𝜂𝑎𝑐𝑞𝑢𝑎 ) che consiste
di una soluzione acquosa (plasma) costituita anche da sali minerali e proteine in cui si trovano in
sospensione diversi corpuscoli. Questi sono gli eritrociti (globuli rossi), i leucociti (globuli bianchi)
e i trombociti (piastrine). I corpuscoli che contribuiscono maggiormente alla viscosità del sangue
sono i globuli rossi con concentrazioni 5 ∙ 106 per mm3, la cui funzione principale è quella di
trasportare ossigeno tramite l’emoglobina.
Il cuore
Il cuore, per spingere il sangue attraverso i polmoni e tutti i tessuti corporei, grazie alla sua azione di
pompaggio, fornisce una certa differenza di pressione Δp. Il suo funzionamento è caratterizzato da
due fasi: una fase di riempimento, ed una di compressione e repulsione. Dal cuore si dipartono la
piccola e la grande circolazione. Il piccolo circolo (circolo polmonare) origina dal ventricolo destro
(VD) con l’arteria polmonare e termina nell’atrio sinistro (AS) con la vena polmonare.

Tratteremo il sistema cardiocircolatorio come un circuito idrodinamico equivalente, la cui portata


è di circa 5 L/min. Per le ipotesi fatte vale l’equazione di continuità: 𝑆𝑣 = 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒. Ogni singolo
vaso si ramifica in numerosi capillari, la cui sezione è molto inferiore rispetto a quella del vaso
principale. Ma nei capillari, per favorire gli scambi di ossigeno, è necessario che il flusso di sangue
sia lento, e che quindi la velocità sia bassa. Ma questo non rispetterebbe l’equazione di continuità,
dato che la sezione è minore. In realtà, in totale date le numerose diramazioni, la sezione risulta
essere aumentata rispetto a quella del vaso principale, per cui la velocità diminuisce.

Applicazioni biomedicali
Non si possono però completamente ignorare gli attriti presenti nei fluidi biologici reali. Applicando
però le leggi della statica e dinamica dei fluidi è possibile comprendere il principio di funzionamento
di dispositivi volti alla misura della portata e della pressione del sangue e fornire utili indicazioni
sulla natura di alcune fra le patologie vascolari più comuni legate alla dilatazione (aneurisma) e al
restringimento (stenosi) di un vaso sanguigno.

Manometro a liquido
Il manometro a liquido è un dispositivo che consente di misurare una differenza di pressione data
una differenza di quota, basandosi sulla legge di Stevino: ∆𝑝 = 𝑔𝑑∆ℎ. Tale principio trova
applicazione nella misura della portata del sangue, effettuabile tramite strumenti chiamati flussimetri.
Questi dispositivi, chiamati anche tubi di Venturi, sono composti da un tubo caratterizzato da una
certa sezione in cui si presenta una strozzatura centrale, e da due canne manometriche, che
consentono di rilevare la pressione. Per il calcolo effettivo della portata bisogna sfruttare l’equazione
di continuità e il teorema di Bernoulli:
• S1v1 = S2v2
1 1
• p1 + 2 𝑑𝑣12 = p2 + 2 𝑑𝑣22
Nota la sezione, caratteristica dello strumento, bisogna poi ricavare la velocità iniziale, sostituendo
v2 nella prima formula:
1 𝑆2
𝑝1 − 𝑝2 = 2 𝑑𝑣12 ( 𝑆12 − 1) → 𝑄 = 𝑣1 𝑆1
2

Stetoscopio e sfigmomanometro
Per misurare la pressione arteriosa evitando l’inserzione di una cannula manometrica, si possono
usare metodi non invasivi, sfruttando la transizione del sangue da un flusso laminare a uno
turbolento, rilevandolo con l’auscultazione tramite stetoscopio e sfigmomanometro. Quest’ultimo
è composto da un manicotto che si avvolge al braccio, in cui viene immessa progressivamente aria
per comprimere le vie sanguigne e aumentarne la pressione. Ad una riduzione di sezione, per
l’equazione di continuità, corrisponde un aumento della velocità del sangue. In questo modo si fa
passare il sangue da un regime di moto laminare ad un regime di moto turbolento che si può
rilevare. Immettendo ancora aria il rumore scompare. Si lascia allora diminuire via via la pressione
facendo sfiatare l’aria. La pressione a cui riprende la circolazione e ricompare il rumore, è la pressione
massima arteriosa, o pressione sistolica. Quando scompare successivamente il rumore, perché il
sangue è tornato al moto laminare, si legge la pressione minima o diastolica. Si tratta di un
andamento periodico e pulsatile dato appunto dal battito del cuore.

Aneurisma e stenosi
Fra le patologie vascolari più comuni vi sono la dilatazione (aneurisma) e il restringimento (stenosi)
di un vaso sanguigno. Tramite l’applicazione del teorema di Bernoulli si può comprendere ciò che
si verifica.
1 1
Per quanto riguarda l’aneurisma, si verifica una dilatazione: p1 + 2 𝑑𝑣12 = p2 + 2 𝑑𝑣22
1 𝑆
𝑝1 − 𝑝2 = 2 𝑑(𝑣22 − 𝑣12 ) Inoltre, dalla formula S1v1 = S2v2 si ricava che 𝑣1 = 𝑣2 𝑆2. Sostituendo nella
1
1 𝑆22
formula: 𝑝1 − 𝑝2 = 𝑑𝑣22 (1 − 𝑆2 ). Si osserva come 𝑆2 > 𝑆1 → 𝑝1 − 𝑝2 < 0 nel caso di una
2 1
dilatazione, per cui si avrà una maggiore tendenza a dilatarsi, per cui il vaso potrebbe cedere.

Per quanto riguarda la stenosi, si verifica un restringimento, quindi 𝑆2 < 𝑆1 → 𝑝1 − 𝑝2 > 0,


quindi una tendenza all’ulteriore restringimento, quindi il vaso potrebbe occludersi.
[Link] TERMODINAMICA
La termodinamica è quella parte della fisica classica che include i processi fisici in cui avviene una
trasformazione di calore in lavoro e viceversa. Si sviluppa attraverso 3 principi fondamentali, i
quali introducono altrettante grandezze fisiche:
1. Principio zero → temperatura
2. Primo principio → energia
3. Secondo principio → entropia
Quando si studia termodinamica ci si riferisce ad un sistema fisico preciso, chiamato sistema
termodinamico, con la caratteristica di essere macroscopico e costituito da numerose particelle.
Tutto ciò che c’è attorno viene chiamato ambiente. Ambiente + sistema = universo. I parametri
termodinamici, le grandezze fisiche, sono ciò che descrive lo stato del sistema tramite le equazioni
di stato, e dai quali dipendono le funzioni termodinamiche.
Ogni sistema termodinamico è delimitato da pareti o confini, che possono avere diverse
caratteristiche. Supponiamo di avere un gas 1 determinato dai parametri p1, V1, T1 separato dal gas 2
da una parete. Tale parete può essere fissa o mobile, che si sposti per effetto del gas. Anche
permeabile o impermeabile ed infine isolante termicamente (adiabatica) o conduttrice di calore
(diatermica). A seconda delle caratteristiche delle pareti, un sistema può essere:
- Aperto: può scambiare sia materia che energia con l’esterno (bottiglia aperta)
- Chiuso: può scambiare energia ma non materia (bottiglia sigillata)
- Isolato: non può scambiare né materia né energia (thermos chiuso)
Tutti i sistemi biologici di interesse sono sistemi aperti.

Descrizione microscopica della materia


La materia è composta da atomi e molecole in numero elevatissimo. Secondo il principio di
Avogadro, volumi uguali di gas diversi nelle stesse condizioni di temperatura e pressione contengono
lo stesso numero di particelle. Tale numero è proprio il numero di Avogadro, il quale costituisce una
mole, e vale 6,022 ∙ 1023 mol-1. Dato quanto è elevato questo numero, è chiaro capire come sia
impossibile studiare la materia occupandosi di risolvere le equazioni della meccanica per ogni singola
particella. La termodinamica, infatti, si basa su una descrizione macroscopica della materia, ovvero
la manifestazione di ciò che avviene a livello microscopico.
Esempio: Abbiamo un gas contenuto in un recipiente con pareti rigide, impermeabili e fisse, al di
sopra del quale vi è un pistone rigido, impermeabile e mobile. Dal punto di vista microscopico le
molecole urtano contro le pareti e il pistone e potrebbero sollevarlo in quanto mobile. Vogliamo
quindi determinare il lavoro compiuto dal gas a partire ++--dalle forze che le particelle in totale
esercitano sul pistone. N è il numero di particelle totali, mentre Fi è la forza esercitata dalla particella
iesima sul pistone.
1 ⟨𝐹⟩
La forza totale sarà quindi ⟨𝐹⟩ = 𝑁 ∑𝑖 𝐹𝑖 , per cui il lavoro dalla definizione è 𝐿 = ⟨𝐹⟩∆𝑆 = 𝐴∆𝑆.
𝐴
⟨𝐹⟩
La pressione del gas sul pistone sarà 𝑝 = 𝐴 mentre la variazione di volume del gas sarà ∆𝑉 = 𝐴∆𝑆.
Si trova quindi che il lavoro complessivo può essere espresso in funzione di grandezze
macroscopiche: 𝐿 = 𝑝 ∆𝑉.
La pressione p del gas sul pistone è l’effetto collettivo delle forze esercitate dalle singole particelle
che costituiscono il gas. Questo esempio concettuale mostra l’idea che sta alla base di tutta la
termodinamica: le grandezze fisiche macroscopiche sono la manifestazione di fenomeni che
avvengono a livello microscopico.

Il principio zero
La temperatura è una delle grandezze fisiche fondamentali della termodinamica, la cui base empirica
della temperatura è la sensazione fisiologica di caldo o freddo. La sua esistenza è stata sancita dal
principio zero, il quale parte dalla definizione di equilibrio termico. Misurando la temperatura, se
mettiamo a contatto tra loro due sistemi isolati dall’ambiente, dopo un certo intervallo di tempo questi
raggiungono la stessa temperatura.
Se ho un sistema A che è in equilibrio termico con il sistema B, che è in equilibrio termico con C,
allora i sistemi A e C sono in equilibrio termico fra loro.
Su questo principio si fonda la possibilità di misurare la temperatura, stabilendo una relazione
matematica fra questa grandezza e un parametro termometrico di un sistema fisico campione. Si va a
misurare la grandezza termometrica e la si associa in una scala, ed estrapolando i parametri della retta
data dal grafico volume – temperatura si hanno i valori della temperatura.

Il termometro è un sistema fisico particolare, caratterizzato da un parametro termometrico, cioè


una proprietà fisica che può cambiare quando lo si mette a contatto con un altro sistema dotato di una
parete diatermica (conduttrice), il quale consente di misurare la temperatura. È quindi il sistema B
nell’enunciato del principio 0 della termodinamica, in cui ad esempio con la misurazione della
temperatura corporea il termometro arriva ad equilibrio termico con il corpo.
Storicamente sono state definite diverse scale termometriche:
- Scala centigrada °C (la scala utilizzata in Europa)
- Scala Fahrenheit °F (diffusa nei paesi anglosassoni)
- Scala Kelvin K (o scala delle temperature assolute)
Le scale differiscono in due aspetti essenziali: nei valori assunti da due punti di riferimento scelti
arbitrariamente e nel numero di divisioni fra un punto di riferimento e l’altro (100 nel caso delle
scale °C e K, 180 nel caso della scala °F).

Il primo principio della termodinamica


Il primo principio della termodinamica costituisce l’espressione del principio di conservazione
dell’energia in questa parte della fisica: l’energia non si crea, né si distrugge, si trasforma. Porta,
inoltre, ad introdurre il concetto di energia. Si esprime mediante una precisa relazione matematica
fra tre quantità fondamentali: l’energia interna, il calore, e il lavoro.
Ogni sistema termodinamico è fatto di moltissimi costituenti elementari, i quali possiedono energia
cinetica e potenziale (di natura elettrostatica), la cui somma è detta energia interna:
U= 𝛴𝑖𝑁 (𝐸𝑖𝑐𝑖𝑛 − 𝐸𝑖𝑝𝑜𝑡 ) L’energia interna è una funzione di stato che dipende dai parametri
termodinamici del sistema: U = U (V, T, P).

Il concetto di calore
Consideriamo la situazione del gas in un recipiente con al di sopra un pistone di prima dove in questo
caso è fisso, non mobile, per cui le molecole urtando compiono lavoro anche sulle pareti rigide.
Dato che il è pistone fisso (∆𝑆 = 0) non è possibile calcolare il lavoro come L= ⟨𝐹⟩ ∆𝑆, poiché
risulterebbe nullo. Chiamiamo quindi calore tutto il lavoro che non possiamo calcolare con le
formule della meccanica classica. Se poniamo in contatto attraverso una parete diatermica due gas,
uno freddo e uno caldo, ci aspettiamo che raggiungano l’equilibrio termico. Esprimiamo questo fatto
parlando di uno scambio di calore, cioè un flusso di energia che avviene senza che venga compiuto
un lavoro meccanico. La definizione di calore è quindi il trasferimento di energia dovuto ad una
differenza di temperatura. Non si tratta di una forma di energia ma di un suo transito, non è una
grandezza fisica ma un processo fisico.
L’unità di misura del calore è la caloria (cal), ovvero la quantità di calore che assorbita da 1 grammo
di acqua distillata alla pressione normale ne provoca l’innalzamento di temperatura da 14.5 gradi a
15.5 gradi. La grande caloria è 1 Cal = 103 cal
Joule scoprì che il calore è strettamente connesso al lavoro, giungendo all’equivalente meccanico
della caloria: 1 cal = 4,184 J.

Calore specifico e capacità termica


Se cediamo del calore ad un sistema verifichiamo un aumento di temperatura e viceversa. Si osserva
che al variare della massa m, la quantità di calore da somministrare per verificare una variazione
varia, ed inoltre dipende anche dalla sostanza di cui il corpo è costituito. Date queste osservazioni
viene introdotto il calore specifico, il quale relaziona queste due variabili:
𝑄 = 𝑐 𝑚 ∆𝑇
Il valore c (calore specifico) ha come unità di misura cal g-1 °C-1 ed i suoi valori per le varie sostanze
sono tabulati.
Dalla precedente relazione si trova che il prodotto tra la massa e il calore specifico definisce la
quantità C, la capacità termica: 𝐶 = 𝑚 ∙ 𝑐. Se c è una proprietà della sostanza, C è una proprietà
specifica del corpo.
La relazione che definisce il calore specifico permette di stabilire una convenzione sul segno di Q.
Il calore specifico per definizione è una quantità positiva, quindi il segno del calore dipende dalla
variazione di temperatura. Se ∆𝑇 > 0 allora 𝑸 > 𝟎, per cui viene ceduto calore al sistema, mentre
se ∆𝑇 < 0 allora 𝑸 < 𝟎, per cui viene sottratto calore dal sistema.
Il lavoro termodinamico
Consideriamo il caso in cui il sistema cambia volume per effetto del lavoro fatto o subito, come ad
esempio ciò che avviene con un gas contenuto in un cilindro con un pistone mobile sopra di esso. Il
questo caso il lavoro è dato da 𝐿 = 𝑝∆𝑉, e a pressione costante il suo segno dipende dalla variazione
∆𝑉. Di conseguenza, se il volume aumenta L>0, per cui il sistema compie lavoro, mentre se
comprimo il pistone quindi diminuisce il volume, allora L< 0, per cui il sistema subisce lavoro.

Il primo principio
Abbiamo introdotto le grandezze fisiche fondamentali coinvolte nel primo principio della
termodinamica e le convenzioni sui segni:
- Q > 0, il sistema assorbe calore
- Q < 0, il sistema cede calore
- L > 0, il sistema compie lavoro
- L < 0, il sistema subisce lavoro
Consideriamo un generico sistema termodinamico che attraverso i suoi confini scambia energia con
l’ambiente esterno. Secondo il primo principio, la variazione di energia interna è data dalla
differenza tra il calore (in Joule) e il lavoro:
∆𝑈 = 𝑄 − 𝐿
Dal punto di vista fisico, tale relazione ci permette di comprendere che esistono 2 modi per
modificare l’energia di un sistema:
- U può aumentare (∆𝑈>0) se il sistema assorbe calore (Q>0) oppure se sul sistema viene
compiuto un lavoro (L<0)
- U può diminuire (ΔU < 0) se il sistema cede calore (Q < 0) oppure se compie un lavoro
all’esterno (L > 0)

Passaggi di stato e calore latente


Gli stati di aggregazione della materia dipendono dalle condizioni di pressione e temperatura. È
ben noto che: riscaldando il ghiaccio questo si scioglie, riscaldando l'acqua questa evapora,
raffreddando il vapore acqueo (oppure comprimendolo) questo passa allo stato liquido. Tutte queste
trasformazioni vengono definite passaggi di stato.
La somministrazione di calore ad un sistema termodinamico non ha sempre l’effetto di aumentarne
la temperatura. Se riscaldiamo una pentola d’acqua, la T sale fino a che l’acqua non comincia a bollire,
poi rimane costante per tutta la fase di ebollizione. La quantità di calore necessaria per la fusione
(oppure per l’evaporazione) è direttamente proporzionale alla massa:
𝑄 =𝜆𝑚
La costante di proporzionalità λ si chiama calore latente [per l’acqua si ha: 𝜆𝑓𝑢𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 = 80 cal/g,
𝜆𝑒𝑣𝑎𝑝𝑜𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 = 540 cal/g]

Termodinamica dei gas


Una trasformazione è definibile come la variazione dei parametri termodinamici che
caratterizzano lo stato del sistema. Una trasformazione termodinamica può essere:
- Aperta (stato A ≠ stato B) o chiusa (o ciclica, stato A ≡ stato B)
- Reversibile (stato A ↔ stato B) o irreversibile
Inoltre, a seconda dei parametri termodinamici che si mantengono fissi nel corso della trasformazione
si parla di:
- Trasformazione isocora (volume costante)
- Trasformazione isobara (pressione costante)
- Trasformazione isoterma (temperatura costante)
- Trasformazione adiabatica (non avviene scambio di calore, il sistema è termicamente isolato
dall’ambiente circostante)
Le trasformazioni termodinamiche possono essere rappresentate nel piano p-V, che prende il nome di
piano di Clapeyron.

Dai grafici ottenuti è possibile calcolare il lavoro compiuto durante la trasformazione, che
corrisponde all’area sottesa dal grafico, quindi ottenibile tramite un integrale.

I gas perfetti
I gas (termine derivante dalla parola caos) sono fluidi in cui le particelle costituenti hanno deboli
interazioni tra loro, e rappresentano i sistemi termodinamici più semplici. Lo stato fisico di un gas è
caratterizzato dai valori assunti dai parametri termodinamici quali temperatura, pressione, volume e
densità. In particolare, in situazioni di bassa pressione ed alta temperatura i gas obbediscono alle
leggi dei gas perfetti. Per gas perfetto, ideale, si intende un gas in cui:
- Le particelle hanno volume trascurabile rispetto a quello del gas
- Si trascurano le mutue interazioni di natura elettrostatica tra le particelle
- Gli urti tra le particelle e le pareti sono urti perfettamente elastici
Per i gas perfetti valgono le leggi:
- Legge di Boyle: 𝑝𝑉 = 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒 (t costante)
- 1a legge di Gay-Lussac: 𝑉 = 𝑉0 (1 + 𝛼𝑡) (p costante)
- 2a legge di Gay-Lussac: 𝑝 = 𝑝0 (1 + 𝛽𝑡) (V costante)
1
Si trova che 𝛼 = 𝛽 = 273,15℃. È possibile combinare queste 3 leggi per trovarne un’unica:
l’equazione di stato dei gas perfetti. Vogliamo trovare una relazione fra le quantità (p0,V0) a
temperatura 0 °C alle equivalenti (p,V) alla generica temperatura t (in gradi °C). Se alla temperatura
costante t= 0°C passiamo a p’ e V, quindi secondo la legge di Boyle: 𝑝0 𝑉𝑜 = 𝑝′ 𝑉. Inoltre, se anche il
volume è costante, allora si passa a p e V, per cui per la seconda legge di Gay – Lussac:
𝑝 1 𝑇
𝑝 = 𝑝′ (1 + 𝛼𝑡) → 𝑝0 𝑉𝑜 = 𝑝′ 𝑉 = (1+𝛼𝑡) 𝑉 Ma 𝛼 = 273,15℃ → 𝑇 = 273,15 + 𝑡 → (1 + 𝛼𝑡) = 273,15
𝑝 𝑉
0 𝑜
Quindi: 𝑝𝑉 = 273,15 𝑇. Sperimentalmente si trova che a t = 0 °C e p = 1 atm il volume occupato da
una mole di gas perfetto è circa 22.412 litri, quindi l’equazione diventa:
𝑝𝑉 = 𝑛𝑅𝑇
𝐿 𝑎𝑡𝑚 𝐽
Dove R è la costante universale dei gas: 𝑅 = 0,082 𝐾 𝑚𝑜𝑙 = 8,32 𝐾 𝑚𝑜𝑙

I gas reali
I gas reali sono caratterizzati da differenze importanti rispetto ai gas ideali: le loro particelle hanno
delle dimensioni finite, anche se piccole, e quindi il loro volume non è trascurabile. Inoltre, esistono
delle forze di pressione interne in quanto le particelle interagiscono tra di loro e con le pareti. Infine,
nella realtà l’urto non è perfettamente elastico. Di conseguenza non obbediscono all’equazione di
stato per i gas perfetti, bensì all’ equazione di stato di van der Waals:
𝑎
(𝑝 + ) (𝑉 − 𝑏) = 𝑛𝑅𝑇
𝑉2
Le costanti a e b dipendono dalla natura del gas e sono positive. In particolare, “a” rende conto del
contributo alla pressione totale dovuto alla pressione interna del gas. Analogamente, “b” rende conto
della riduzione di volume a disposizione del gas dovuta alle dimensioni finite delle particelle.

Vapore e temperatura critica


Per vapore si intende lo stato aeriforme di una sostanza che, a temperatura e pressione normale,
si trova allo stato liquido. Per vapore saturo invece, si intende la situazione di equilibrio tra la fase
condensata e quella di vapore. In questa particolare condizione di equilibrio il numero di particelle
che dalla fase condensata passano alla fase gassosa è esattamente uguale al numero di quelle che
condensano. La distinzione tra gas e vapore risale a circa un secolo fa, quando furono compiuti
importanti esperimenti per liquefare i gas. Poiché era possibile condensare i vapori per compressione,
si pensava erroneamente che si potesse fare lo stesso anche per i gas. Infatti, gas come O2, H2, N2,
pur sottoposti a pressioni elevate rimangono allo stato aeriforme, e vennero chiamati gas incoercibili.
Nel 1883 Thomas Andrews dimostrò che per T superiori ad un valore caratteristico, noto come
temperatura critica Tc, il gas non può essere liquefatto neanche se viene sottoposto a pressioni
elevatissime. In aggiunta alla Tc si hanno anche pressione e volume critici, che definiscono il punto
critico.
Entalpia
Consideriamo una trasformazione isobara in cui il sistema termodinamico passa dal volume V1 a
V2. Il lavoro compiuto è 𝐿 = 𝑝Δ𝑉 = 𝑝(𝑉2 − 𝑉1 ). Applicando il primo principio della termodinamica:
ΔU = Q − L → Q = ΔU − p (𝑉2 – 𝑉1 ) → U2 – U1 – p (V2 – V1) → (U2 + pV2) – (U1 + pV1)
Questa formulazione permette di introdurre una nuova grandezza, una funzione di stato che prende
il nome di entalpia, collegata al calore scambiato durante una trasformazione isobara:
𝐻 = 𝑈 + 𝑝𝑉
Con questa definizione, il risultato precedentemente ottenuto si interpreta fisicamente dicendo che il
calore scambiato nel corso di una trasformazione isobara è dato dalla variazione di entalpia:
𝑄 = (𝑈2 + 𝑝𝑉2 ) − (𝑈1 + 𝑝𝑉1 ) → 𝑄 = 𝐻2 − 𝐻1 = ∆𝐻
L’entalpia è importante in biochimica e biologia perché tutte le reazioni chimiche o le trasformazioni
termodinamiche di interesse nei sistemi viventi avvengono a pressione costante. In particolare, se
- ∆𝐻 = 𝐻𝑓 − 𝐻𝑖 < 0 reazione esotermica
- ∆𝐻 = 𝐻𝑓 − 𝐻𝑖 > 0 reazione endotermica

Trasmissione del calore


Esistono 3 diversi meccanismi per trasmettere calore:
- Convenzione
- Conduzione
- Irraggiamento
Per questi tre casi vale che la quantità di calore trasmessa è proporzionale alla variazione di
temperatura: 𝑄 = 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒Δ𝑇
La convenzione comporta il trasporto di calore e materia, avviene solo nei fluidi e non nei solidi.
Per effetto della variazione della temperatura, viene prodotta una variazione di densità e si
instaurano dei moti convettivi. In particolare, avvengono in successione diversi passaggi: la parte del
sistema esposta ad una fonte di calore si scalda a T maggiore e questa parte calda si espande, quindi
diminuisce la sua densità. Si instaura un flusso di materia dalle parti più dense a quelle meno dense.
Fenomeni di questo tipo si verificano nell’atmosfera, nel vento, ma anche nella pentola dell’acqua
calda.

La conduzione avviene tra corpi solidi a contatto, in cui vi è un flusso di calore stazionario. Se si
mantiene una differenza di temperatura costante dopo un certo intervallo di tempo si instaura un
flusso di calore stazionario. A parità di condizioni fisiche, la quantità di calore che viene trasmessa
dipende dalla natura del materiale.
L’irraggiamento permette di conduzione di calore senza flusso di materia e nemmeno di contatto,
ed avviene tramite radiazioni elettromagnetiche. Può avvenire anche attraverso il vuoto (si pensi alla
luce del sole). Ogni corpo a T > 0 K emette radiazione elettromagnetica, e tale emissione comporta
un raffreddamento del corpo. Ogni corpo può assorbire la radiazione elettromagnetica comportandone
un riscaldamento.

Metabolismo
Per metabolismo si intende genericamente il bilancio energetico fra produzione e dissipazione di
energia di un organismo vivente. L’energia coinvolta nei processi biologici origina da reazioni
chimiche che avvengono all’interno dell’organismo (es. reazioni di ossidazione di carboidrati,
proteine, grassi,). Questa energia può essere ricondotta al lavoro compiuto dagli organi o al calore
scambiato con l’ambiente.
Per quantificare il metabolismo si assume in genere il bilancio fra il calore medio prodotto attraverso
l’uso di un litro di ossigeno e il calore consumato in un’ora. Si specifica ulteriormente il metabolismo
basale come l’energia utilizzata per le sole funzioni vitali (in condizioni di riposo, lontano dai pasti,
e alla temperatura costante di 20 ºC). Il tasso metabolico esprime l’energia consumata per unità di
superficie corporea in un dato intervallo di tempo.

5. FENOMENI ELETTRICI
La materia ordinaria è elettricamente neutra, ma i suoi costituenti fondamentali possiedono una
carica elettrica, la quale è una proprietà intrinseca delle particelle elementari. Come osservato da
Franklin, la natura ci mette di fronte a due tipi di forze che coinvolgono le cariche elettriche:
attrattive e repulsive. Di conseguenza esistono due tipi di cariche: positive e negative. Corpi
carichi dello stesso segno si respingono, mentre quelli carichi del segno opposto si attraggono.
Esiste inoltre in natura la forza forte, che tiene i protoni nel nucleo.
È possibile creare uno sbilanciamento di carica per mettere in evidenza le due forze, attrattiva e
repulsiva, attraverso lo strofinio, dando origine al fenomeno della triboelettricità. L’entità di questo
fenomeno dipende dal tipo di materiale, dall’entità dello strofinio, dalla durata. Prendiamo ad esempio
bacchetta di plastica strofinata con un panno di lana ed una di vetro strofinata con una busta di nylon.
Possiamo osservare come queste due si attraggono, in quanto cariche di segno opposto.
Dal punto di vista del comportamento elettrico i materiali si classificano in isolanti (plastica) e
conduttori (rame). Nei conduttori le cariche elettriche si muovono liberamente, mentre negli isolanti
rimangono localizzate e non si muovono.
Carica puntiforme e legge di Coulomb
La carica puntiforme è un’astrazione con cui viene rappresentato un oggetto carico di dimensioni
piccole rispetto alle dimensioni del problema fisico in esame. Consideriamo due cariche puntiformi
q1 e q2 che si trovano ad una certa distanza r. Si osserva sperimentalmente che le due cariche
interagiscono tra loro, per cui agisce una forza. Questa è espressa dalla legge di Coulomb:
|𝑞1 ||𝑞2 |
𝐹=𝑘
𝑟2
Il modulo della forza è direttamente proporzionale alle cariche e inversamente proporzionale al
quadrato della distanza. La direzione della forza sarà la stessa retta che congiunge le cariche, mentre
il verso sarà di attrazione o repulsione a seconda del segno.
È possibile riformulare la legge di Coulomb anche in termini vettoriali, introducendo il vettore
posizione che congiunge le cariche e il suo versore, quindi posso riscrivere la forza come:
𝑞1 𝑞2 ⃗𝑟 𝑞1 𝑞2
𝐹=𝑘 = 𝑘 𝑟̂
𝑟2 𝑟 𝑟2
Qui però le forze in gioco sono due, quindi vale il principio di azione e reazione: F12 = - F21, quindi
|F12| = |F21|.
Dal punto di vista analitico la legge di Coulomb è simile alla legge di gravitazione universale, in
quanto vi sono delle costanti G e k, c’è una proporzionalità inversa rispetto a una distanza al quadrato
ed una diretta rispetto a delle caratteristiche della materia. La massa però, in quella gravitazionale,
non può assumere valori negativi, per cui sarà sempre attrattiva, al contrario di quella elettrica che
può essere anche repulsiva.
𝑑𝑞
L’unità di misura della carica è il Coulomb, che deriva dall’intensità di corrente (Ampere): I= 𝑑𝑡 , per
1𝐶
cui 1A = 1𝑠 → 1C= 1A ∙ 1s

Per la carica vale il principio di conservazione, analogo a quello per l’energia meccanica. Inoltre,
essendo la carica una proprietà intrinseca delle particelle elementari, questa è quantizzata, e si esprime
sempre in unità di carica elettrica elementare: e =1,6 ∙ 10-19 C → Q = n e-.
𝑁 𝑚2 1
La costante k, dalla formula della forza, è: 𝑘 = 9 ∙ 109 , descritta come 𝑘 = 4𝜋𝜀 . Quali sono le
𝐶2 0
𝑁 𝑚2 1 𝜀0 𝑁 𝑚 2 1 1 𝐶2
dimensioni di 𝜀0 ? = 4𝜋𝜀 → = 4𝜋 → 𝜀0 = 4𝜋 ∙ 𝑁 𝑚2
𝐶2 0 𝐶2

La legge di Coulomb è valida anche per cariche puntiformi poste all’interno di un mezzo materiale
isolante (dielettrico) e non solo nel vuoto. Il materiale si polarizza e si creano dei domini elettrici
nelle prossimità delle cariche, quindi appaiono come se fossero schermate e l’interazione tra le
cariche risulta attenuata. Per questo si aggiunge un’ulteriore costante alla legge di Coulomb: la
costante dielettrica relativa 𝜀𝑟 . [In acqua le interazioni elettrostatiche sono fortemente schermate.]

Il campo elettrico
L’interazione tra le due cariche avviene a distanza, e ciò che fa da mediatore di questa interazione
è il campo elettrico. In generale, per campo di una grandezza fisica si intende l’insieme dei valori
assunti da questa grandezza nello spazio. Può essere un campo scalare (es. temperatura, pressione)
o vettoriale (es. il campo di velocità per un fluido in movimento). Quest’ultimo può essere definito
operativamente, possono cioè essere fornite le procedure che consentono di misurarlo, e ciò è
possibile anche per il campo elettrico.
Per definirlo assumiamo di poter disporre di una carica di prova positiva e piccola per convenzione.
Operativamente vedo che si inserisce la carica nel campo elettrico questa subisce una forza. Di
conseguenza il campo elettrico è un vettore che ha direzione e verso uguali a quelli della forza,
definibile come il rapporto tra la forza e la carica di prova:
𝐹
𝐸=
𝑞
Nel SI il campo elettrico si misura in N/C. Si può ricavare una formula in cui il campo elettrico non
𝐹 𝑄𝑞 1 𝑄
dipende dalla carica di prova q: 𝐸 = 𝑞 = 𝑘 𝑟 2 𝑞 𝑟 = 𝑘 𝑟 2.

Anche per il campo elettrico si introduce la nozione di linee di forza o linee di campo. Queste si
presentano come radiali, e si addensano dove il campo è maggiore e viceversa, tali per cui la tangente
in ogni punto indichi la direzione del campo in quel punto. Per una carica positiva le linee sono
uscenti, mentre per quelle negative sono entranti.
Se in una regione sono presenti più cariche puntiformi, ovvero più sorgenti di campo, il campo
elettrico totale sarà dato dalla somma dei singoli campi elettrici. Vale quindi il principio di
sovrapposizione:
𝑁

𝐸 = ∑ 𝐸𝑖
𝑖

Dipolo elettrico
Il dipolo elettrico è un sistema costituito da due cariche, +q e -q, che si trovano ad una certa distanza
d. Il dipolo si trova al centro delle due cariche, per cui ogni carica ha la quota d/2. Voglio determinare
il valore del campo elettrico nel punto P, che si trova ad una distanza z dal dipolo.

Il campo totale è dato dalla somma dei due contributi, quello della carica positiva sommato a quello
della carica negativa, il cui modulo però è negativo. E= E+ - E-. In uno la distanza è z – d/2 e nell’altro
z+d/2. Dallo sviluppo di tale relazione si trova che:
1 𝑞𝑑 1 𝑝
𝐸= 3
=
2𝜋𝜀0 𝑧 2𝜋𝜀0 𝑧 3
Il campo prodotto da un dipolo elettrico dipende da p (dipolo elettrico) e non separatamente da q e d.
Decresce più velocemente del campo di una carica puntiforme (~ 1 / r3). L’acqua è un esempio tipico
di molecola polare, caratterizzata da un dipolo elettrico permanente, dovuto a un eccesso di carica
positiva su H e negativa su O.

Campo conservativo
Consideriamo un campo elettrostatico generato da cariche elettriche fisse e costanti. Si dimostra che
questo campo è conservativo, ovvero che il lavoro compiuto dalle forze del campo non dipende dal
percorso ma solo dai punti iniziale e finale. Questa è un ulteriore analogia con il campo gravitazionale.
Sia data una carica +Q che genera un campo elettrico nello spazio circostante. Consideriamo in questo
campo una carica di prova q0 (positiva e piccola tanto da non perturbare il campo elettrico in esame).
La forza di Coulomb generata dalla carica +Q compie lo stesso lavoro per spostare la carica di prova
q0 dal punto A al punto B, indipendentemente dal percorso compiuto. Tale proprietà è importante
poiché è possibile introdurre un’energia potenziale detta energia potenziale elettrica e vale la legge
della conservazione dell’energia. Il lavoro cambiato di segno sarà quindi uguale alla variazione
dell’energia potenziale:
∆U = UB − UA = −𝐿𝐴𝐵
Per comprendere il significato fisico di U, sfruttiamo il fatto che U è definita a meno di una costante,
nel senso che ciò che conta è esclusivamente ΔU. Si può quindi assumere che l’energia potenziale
elettrica sia uguale a zero quando la carica di prova si trova a distanza molto grande, sia a infinito,
nel punto B: U (∞) = 0, per cui U∞ − UA = −LA∞ → 𝑈𝐴 = LA∞ Fisicamente U rappresenta il lavoro
che le forze del campo devono compiere per portare la carica q da quel punto A a distanza infinita.

Potenziale elettrico
Supponiamo di avere una carica puntiforme +Q che genera un campo elettrico nello spazio
circostante, e che in sua prossimità vi sia una carica di prova che possiede energia potenziale elettrica.
La sua energia potenziale vale:
𝑄𝑞
U=𝑘
𝑟
Lo spostamento è dato da un integrale, quindi la dipendenza inversa è data dall’integrale della forza,
quindi 1/r2 diventa 1/r. È analoga all’energia potenziale gravitazionale.
Come si osserva dalla relazione precedente l’energia potenziale U in presenza di una carica
puntiforme dipende anche dalla carica q stessa. Nello studio dei fenomeni elettrici si introduce
un’altra grandezza fisica strettamente legata ad U ma indipendente da q. Questa grandezza è il
potenziale elettrico, definita come energia potenziale per unità di carica. Più propriamente ciò che si
introduce è la differenza di potenziale elettrico. Così come nella definizione operativa di campo
elettrico, per rendersi indipendenti dalla carica di prova si divide per il suo valore, analogamente la
differenza di potenziale fra i punti A e B è definita come:
∆𝑈 𝐿 𝑈𝐵 −𝑈𝐴 𝐿
∆𝑉 = → ∆𝑈 = −𝐿𝐴𝐵 → ∆𝑈 = − 𝑞 ; 𝑉𝐵 − 𝑉𝐴 = = − 𝑞 ; 𝐿 = 𝑞(𝑉𝐴 − 𝑉𝐵 )
𝑞 𝑞
𝑄𝑞 𝑈 𝑞
U=𝑘 →𝑉 =𝑄 =𝑘𝑟
𝑟

Il potenziale elettrico è una grandezza fisica scalare che caratterizza pienamente la distribuzione di
carica che genera il campo. Si misura in volt (da Alessandro Volta, inventore della pila): 1V= 1J/ 1C.
Per le energie che agiscono a livello atomico e molecolare si usa come unità l’elettronvolt, ovvero
l’energia che acquista o perde una particella carica con un’unità di carica (1,6∙10-19) quando passa da
un punto A a un punto B: 1eV= 1V ∙ 1,6∙10-19C = 1,6∙10-19J.

Le superfici equipotenziali
Se ho una carica puntiforme che genera un campo elettrostatico, data la simmetria sferica e la
dipendenza radiale (distanza dal centro), quello che succede è che tutti i punti che si trovano alla
stessa distanza hanno tutti lo stesso potenziale. I luoghi dei punti aventi tutti lo stesso potenziale sono
sfere concentriche cariche, dette superfici equipotenziali.
Vi è un legame geometrico tra superfici equipotenziali e campo elettrico: poiché le linee di forza E
sono uscenti dalla carica, queste sono in ogni punto perpendicolari alle superfici equipotenziali.
Campo e potenziale sono modi equivalenti di caratterizzare gli effetti di una carica o di un sistema di
cariche. Noto V è possibile determinare E, data una carica q spostata da A a B dalla forza F:
∆𝑉
𝐿 = 𝐹 ∙ ∆𝑟 = 𝑞𝐸∆𝑟 inoltre, 𝐿 = −∆𝑈 = −𝑞∆𝑉 → eguagliando: 𝐸 = − ∆𝑟

Da questa relazione si trova un gradiente, ovvero come varia la grandezza E nello spazio al variare
del potenziale.

5.1 CAPACITA’ ELETTRICA


Materiali conduttori
Dal punto di vista del comportamento elettrico i materiali si distinguono in:
- Isolanti: non hanno al proprio interno cariche libere (plastica, ceramica, ...)
- Conduttori: possiedono cariche libere (metalli, soluzioni elettrolitiche, ...)
- Semiconduttori: hanno caratteristiche intermedie. A bassa T sono isolanti e ad alta T
conducono
- Superconduttori: in questi materiali gli elettroni di conduzione scorrono senza trovare alcuna
resistenza, che diventa nulla (e la conducibilità elevatissima) al di sotto di una certa
“temperatura critica” [Il mercurio è superconduttore sotto 4K]
Supponiamo di avere una sfera conduttrice isolata alla quale si trasferisce una carica Q. La carica
si distribuisce sulla superficie esterna, la quale diviene una superficie equipotenziale. Tale potenziale
equivale a quello di tutto il corpo: 𝑉𝑠𝑢𝑝𝑒𝑟𝑓𝑖𝑐𝑖𝑒 = 𝑉𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑛𝑜 . All’interno del conduttore il campo elettrico
è nullo, e si crea il fenomeno chiamato gabbia di Faraday.
Passando ad un conduttore di forma generica, la carica elettrica si può distribuire in modo non
uniforme nei suoi punti. Si dimostra che in superficie il campo elettrico è proporzionale alla densità
superficiale di carica 𝛔 (che esprime la carica per unità di superficie):
𝜎
𝐸=
𝜀0
[σ] = [C / m2] Questa caratteristica dà luogo al potere dispersivo delle punte, in cui il E è maggiore.

Capacità elettrica
Consideriamo un corpo conduttore isolato, ipotizzando di trasferirgli una quantità di carica Q che lo
porta ad avere un certo potenziale V. Se la carica varia, varia anche il potenziale, in quanto sono
direttamente proporzionali. Si osserva che il rapporto tra la carica e il potenziale è costante ed è
una caratteristica del corpo che prende il nome di capacità elettrica del corpo conduttore:
𝑄
𝐶=
𝑉
Fissato il potenziale a cui viene portato il corpo, questo è in grado di accumulare tanta più carica
quanto maggiore è la capacità. È una caratteristica intrinseca del corpo che dipende da parametri
geometrici e non da Q e da V. La sua unità di misura è il Farad (F): 1F = 1C/ 1V.

Condensatori
Un condensatore è un dispositivo costituito da due conduttori carichi chiamati armature, la cui
funzione è quella di accumulare della carica elettrica e di conseguenza energia potenziale elettrica.
A seconda della geometria specifica delle armature possiamo avere condensatori piani, cilindrici o
sferici. Di norma, tra le due armature è posto un materiale isolante dielettrico.
Consideriamo il caso del condensatore piano, che costituisce il prototipo di dispositivo in cui si
realizza un campo elettrico uniforme. I due condensatori possiedono cariche opposte ma uguali in
modulo. Il campo elettrico tra le armature esce dalla carica positiva ed è diretto verso la negativa, e
le linee di forza sono equispaziate quindi il campo è costante, fatta eccezione per ciò che succede
ai margini, in cui le linee sono distorte a causa dell’effetto dei bordi.
Il campo elettrico ci aspettiamo che dipenda dalla differenza di potenziale tra le due armature, ed è
inversamente proporzionale alla distanza tra le due armature:
Δ𝑉
𝐸=
𝑑
La capacità del condensatore è anche dipendente dalla superficie S delle armature e dalla distanza a
𝑆 𝑆
cui si trovano: 𝐶 = 𝜀0 𝑑 per la sfera S= 4𝜋𝑟 2 , mentre se è presente un dielettrico 𝐶 = 𝜀0 𝜀𝑟 𝑑.

I condensatori vengono utilizzati nei circuiti elettrici allo scopo di immagazzinare energia elettrica.
Si dimostra che se si portano le armature del condensatore di capacità C ad una differenza di
1
potenziale ΔV, l’energia accumulata è data: 𝑈 = 2 𝐶(Δ𝑉)2. L’accumulo di energia è tanto maggiore
quanto maggiore è la capacità.
Più condensatori possono essere collegati tra loro in un circuito uno dopo l’altro, ovvero in serie,
oppure uno sopra l’altro, in parallelo. Quando sono collegati in serie la differenza di potenziale tra
i due condensatori è diversa, al contrario della carica, che rimane uguale. Se si vuole calcolare la
1 1 1
capacità equivalente tra i due condensatori: 𝐶 = 𝐶 + 𝐶 .
1 2

Mentre nel caso del collegamento in parallelo, entrambi sono tali che le loro armature sono collegate
ai punti A e B, quindi la differenza di potenziale è la stessa, mentre ciò che cambia è la carica, in
dipendenza dalla capacità, quindi in questo caso la capacità equivalente è: 𝐶 = 𝐶1 + 𝐶2 .
1 1 1
In serie: =𝐶 +𝐶 In parallelo: 𝐶 = 𝐶1 + 𝐶2
𝐶 1 2

5.2 L’ELETTRODINAMICA
Dallo studio dell’elettrostatica (cariche in quiete) passiamo allo studio dell’elettrodinamica (cariche
in movimento). Per descrivere la conduzione delle cariche elettriche nei materiali conduttori è
necessario introdurre tre grandezze fisiche macroscopiche:
1. Corrente elettrica i
2. Differenza di potenziale ∆V
3. Resistenza elettrica R
Poiché il passaggio di corrente elettrica nei conduttori è un processo fisico che coinvolge portatori di
carica microscopici (gli elettroni di conduzione), ciascuna di queste grandezze macroscopiche ha il
proprio equivalente microscopico:
1. Densità di corrente J (corrisponde a i)
2. Campo elettrico E (corrisponde a ∆V)
3. Resistività elettrica ρ (corrisponde a R

La corrente elettrica
Una corrente elettrica è un flusso netto e ordinato di cariche. L’intensità di corrente i è definita
come il rapporto fra la carica dq che fluisce attraverso la sezione S di un conduttore e l’intervallo
di tempo dt. Per calcolare la carica totale che passa in un certo intervallo di tempo è necessario fare
𝑇
l’integrale definito: ∫0 𝑖 𝑑𝑡. L’intensità di corrente è una grandezza fisica fondamentale nel SI, la cui
𝐶
unità di misura è l’ampere. La definizione di intensità di corrente è 𝑖 = ∆𝑡 → 1A = 1C/1s. In base
all’unità di misura della corrente si definisce quella della carica elettrica: 1 C è la carica trasportata
dalla corrente di 1 A in 1 s. La corrente elettrica è una grandezza fisica scalare, per cui vale il principio
di conservazione della carica: 𝑖1 = 𝑖2 + 𝑖3 . Sebbene gli effettivi portatori di carica siano gli elettroni
di conduzione, considereremo come portatori di carica delle cariche positive. Per i nostri scopi è del
tutto equivalente una carica negativa che fluisce in un verso o una positiva che scorre nel verso
opposto.

Campo e potenziale
Se alle estremità di un conduttore si applica una differenza di potenziale ∆𝑉 = 𝑉𝐴 − 𝑉𝐵 , al suo interno
si stabilisce un campo elettrico E. E è l’equivalente microscopico di ΔV ed è diretto dal potenziale
maggiore a quello minore. I portatori di carica (che assumiamo positivi) sentono la presenza di E, di
conseguenza si ha una corrente elettrica nella stessa direzione, da A a B. Il potenziale sarà minore in
B, in quanto le cariche elettriche si muovono da punti a potenziale maggiore a punti a potenziale
minore, da A a B.
Densità di corrente
Analogamente, associata all’intensità di corrente i, si introduce la densità di corrente J che ne
rappresenta l’equivalente microscopico. L’intensità di corrente è il flusso del vettore J attraverso la
sezione S: 𝑑𝑖 = 𝐽 ∙ 𝑑𝑆 → La corrente totale è la somma di tutte le quantità i su tutta la superficie A,
quindi l’integrale, ed è il flusso del vettore corrente 𝑖 = ∫𝐴 𝐽 ∙ 𝑑𝑆. Data una superficie, l’elemento dS
è un vettore che ha come area quella della superficie, alla quale è perpendicolare. Quando J è costante,
questa formula diventa 𝑖 = 𝐽 𝑆. Nel SI J si misura in A/m2.
Si dimostra che J è legata ad una proprietà microscopica dei portatori di carica, la cosiddetta velocità
di deriva o di migrazione (vd ~ 10-6 m/s).

Se applico una differenza di potenziale ai capi di un conduttore, creando una differenza di potenziale,
al suo interno si crea un campo elettrico. Ci attendiamo quindi un legame tra il campo elettrico E e
la densità di corrente J, i quali sono direttamente proporzionali tra loro: 𝐽 = 𝜎𝐸⃗ .
La costante di proporzionalità dipende dalle caratteristiche del conduttore e prende il nome di
conducibilità elettrica σ. Questa relazione è detta la legge di Ohm generalizzata. Esprime che per
un dispositivo detto ohmico vale che, se applico una differenza di potenziale, l’intensità di corrente
che si instaura è direttamente proporzionale a V, per cui esiste un legame lineare tra intensità di
corrente i e differenza di potenziale ∆𝑉. Si riferisce alle grandezze microscopiche ed è generalizzata.

Resistenza elettrica
Supponiamo di applicare una differenza di potenziale ai capi di un conduttore. Per effetto di questa
microscopicamente si osserva un passaggio di corrente e viene stabilito un campo elettrico. La
differenza di potenziale è legata linearmente alla corrente secondo la relazione:
∆𝑉 = 𝑅𝑖
∆𝑉
La quantità R prende il nome di resistenza elettrica. 𝑖 = 𝑅 , la corrente elettrica è inversamente
proporzionale a R, la quale contrasta il massaggio di corrente a parità di differenza di potenziale. La
∆𝑉 1𝑉
sua unità di misura è l’ohm Ω: 𝑅 = 𝑖 → 1Ω = 1𝐴.
𝐸
Dal punto di vista microscopico l’equivalente della resistenza è la resistività elettrica: 𝜌 = 𝐽 . La
resistenza è una caratteristica del conduttore, mentre la resistività è una grandezza fisica legata al
materiale del conduttore, quindi dipende dalle proprietà intrinseche del materiale e dalla
temperatura. La sua unità di misura è Ω ∙ 𝑚.
Esiste un legame tra resistività e resistenza. Per un conduttore omogeneo di lunghezza L, isotropo
(le sue proprietà non dipendono dal verso di scorrimento della corrente) di sezione costante S è
possibile scrivere una relazione analitica fra R e ρ.
Tale relazione è utile dal punto di vista pratico in quanto permette di stabilire la resistenza di un
materiale a partire dalle sue caratteristiche fisiche. Per farlo è necessario partire dalla definizione di
𝐸 𝑉
resistività: 𝜌 = 𝐽 e dall’ipotesi di uniformità sia del campo elettrico 𝐸 = 𝐿 sia della densità di corrente
𝑖 𝑉𝑆 𝑉
𝐽 = 𝑆, sia ha quindi che 𝐿 𝑖
=𝜌→𝑅= 𝑖
:

𝑙
𝑅=𝜌
𝑆
La resistenza di un filo conduttore cilindrico è direttamente proporzionale alla lunghezza L ed
inversamente proporzionale alla sezione S.

I resistori
Gli elementi resistivi o resistori sono caratterizzati da una certa resistenza R che serve a modulare
opportunamente il passaggio di corrente. Così come i condensatori, anche i resistori nei circuiti
elettrici possono essere posti differentemente: in serie o in parallelo.
1 1
In serie: 𝑅𝑒𝑞 = 𝑅1 + 𝑅2 In parallelo: 𝑅𝑒𝑞 = 𝑅 + 𝑅
1 2

Energia in un circuito
In un circuito perché passi della corrente deve essere presente un dispositivo che fornisce energia,
chiamato generatore di forza elettromotrice (batteria). Questa però non è una forza, ma energia per
unità di carica, ovvero una differenza di potenziale. Questo dispositivo è in grado di dare energia a
ciascuno dei portatori di carica nel circuito. Sappiamo che nei conduttori metallici i portatori di carica
sono gli elettroni di conduzione.
Dal punto di vista microscopico, chiudere un circuito con una batteria vuol dire instaurare un moto
di elettroni per effetto di un campo elettrico, in quanto questi subiscono una forza. Vengono quindi
accelerati dalla differenza di potenziale ΔV fornita dal generatore, ed allo stesso tempo rallentati dagli
ioni del reticolo cristallino del conduttore e dagli altri elettroni contro cui urtano. L’energia persa negli
urti viene ceduta al materiale sotto forma di calore.

Effetto Joule e energia elettrica


Consideriamo un resistore con una certa resistenza R, e supponiamo che dq sia una carica infinitesima
𝑑𝑞
associata al portatore di carica, la cui corrente è 𝑖 = 𝑑𝑡 . Inoltre, al circuito viene fornita da un
generatore una differenza di potenziale ∆𝑉. Per garantire la circolazione viene compiuto un lavoro
dL dal generatore, in quanto i portatori positivi vengono forzati ad andare verso il polo con il loro
𝑑𝐿
stesso segno. Il lavoro è: 𝑑𝐿 = ∆𝑉 𝑑𝑞 = 𝑖 𝑑𝑡 ∆𝑉, quindi la potenza dissipata sarà 𝑊 = 𝑑𝑡 = 𝑖 ∆𝑉.In
∆𝑉 2
termini di resistenza: ∆𝑉 = 𝑅 𝑖 → 𝑊 = → 𝑊 = 𝑅 𝑖 2 . Si parla quindi di calore dissipato per
𝑅
effetto Joule.
L’energia elettrica che viene consumata da un’utenza (ad esempio un elettrodomestico) si ottiene dal
prodotto della potenza W per l’intervallo di tempo Δt durante il quale viene utilizzato.
𝐸𝑐𝑜𝑛𝑠𝑢𝑚𝑎𝑡𝑎 = 𝑃 ∆𝑡
Tipicamente si esprime l’energia elettrica consumata in unità di chilowattora (operatori energetici
forniscono il costo per kWh) → 1000 W per 1 h: 1 kWh = 103 W · 1h = 103 J/s · 3600 s = 3.6 · 106 J.
[Link] MAGNETICI
Il magnetismo è una proprietà intrinseca della materia, analogamente alla carica elettrica. Vi sono
dei materiali per i quali questa natura si manifesta e altri per i quali è nascosta. Si introduce anche qui
il concetto di campo, le cui applicazioni sono molteplici (memoria, hard disk, …). Fenomeni
elettrici e magnetici sono strettamente legati, come si vede nelle forze che sono attrattive e
repulsive, ma mentre le forze elettriche sono prodotte solo da cariche elettriche, per il campo
magnetico questo può essere prodotto in due modi:
- Mediante materiali ferromagnetici
- Mediante correnti elettriche (cariche in movimento)
Lo stretto legame tra elettricità e magnetismo è stato scoperto quasi per caso, dal celebre esperimento
di Oersted, in cui un filo elettrico percorso da corrente è in grado di deviare l’ago di una bussola. Ciò
indica che il filo produce un campo magnetico. Per cui i circuiti elettrici possono interagire tra loro
ed esercitare delle forze, e sebbene siano percorsi da corrente sono neutri, per cui queste sono di
natura magnetica e non elettrica.

Forze magnetiche
Consideriamo due fili rettilinei, paralleli, indefiniti (di lunghezza infinita) e percorsi da correnti i1
e i2 in verso discorde e stazionarie (correnti continue che non variano nel tempo). Si osserva
sperimentalmente che, se sono discordi si osservano delle forze repulsive, viceversa se sono
concordi le forze sono attrattive. Ci aspettiamo che questa forza dipenda dalle correnti (direttamente
proporzionale) e dalla distanza tra i due fili (inversamente proporzionale). Consideriamo un tratto di
filo di lunghezza ∆𝑙 e troviamo empiricamente la relazione:
𝑖1 𝑖2 𝜇0 𝑖1 𝑖2
𝐹~ ∆𝑙 → 𝐹 = ∆𝑙
𝑑 2𝜋 𝑑
𝜇0 è detta costante di permeabilità magnetica del vuoto (è l’analogo della costante dielettrica del
vuoto ε0 nella legge di Coulomb) μ0=4 π⋅10−7 kg∙m C−2 (Dimostrare la consistenza delle unità di
misura di μ0). Se i due fili sono posti all’interno di un materiale, la precedente relazione si modifica
con l’introduzione della permeabilità magnetica relativa μr. μr è un numero puro come la costante
dielettrica relativa εr. La differenza è che, mentre εr è sempre > 1 e nell’espressione della forza sta al
denominatore, μr si trova al numeratore e può assumere valori < 1. Questo significa che nella materia
si possono avere forze di natura magnetica maggiori o minori rispetto a quelle che si hanno nel vuoto.

Materiali magnetici
Se consideriamo un materiale immerso in un campo magnetico esterno si ha la classificazione dei
materiali in:
- Ferromagnetici (μr >> 1): si magnetizzano intensamente e restano magnetizzati anche
quando questo si annulla (ferro, cobalto, nichel…)
- Paramagnetici (μr > 1): si magnetizzano debolmente ma perdono la magnetizzazione in
assenza di campo esterno (alluminio, ossigeno, platino…)
- Diamagnetici (μr < 1): si magnetizzano debolmente ma l’effetto viene mascherato dalla
presenza delle altre forme (rame, argento, acqua, ...)
Lo scienziato Andrej Konstantinovič Gejm (premio IgNobel 2000 e premio Nobel 2010) effettuò un
esperimento in cui riuscì a far levitare una rana. La rana, essendo per la gran parte fatta d’acqua come
gli esseri umani, è diamagnetica (0 < μr < 1). In presenza di un campo magnetico esterno (20 T)
sviluppa un campo magnetico in direzione opposta a quella del campo esterno per cui ne viene
respinta ed è come se fosse un piccolo magnete che levita.

Vettore campo magnetico


Così come per i fenomeni di natura elettrica abbiamo introdotto il vettore campo elettrico E, nel caso
del campo magnetico si introduce il vettore campo magnetico B (o vettore induzione magnetica).
Abbiamo definito E dal punto di vista operativo servendoci di una carica di prova. Per il campo
magnetico non è possibile farlo perché in natura non esiste l’equivalente della carica di prova, in
quanto non possono esistere monopoli magnetici.
Definiamo pertanto il vettore B a partire dalla forza magnetica fra due fili percorsi da corrente in
verso opposto, per cui le forze sono repulsive. Il filo 1 perturba lo spazio circostante e genera un
campo magnetico, ed inoltre esercita una forza F12 sul filo 2. Per il principio di azione e reazione vale
anche il viceversa, ovvero Il filo 2 esercita sul filo 1 la forza F21 uguale e contraria a F12. Abbiamo
ora bisogno dell’equivalente della carica di prova, che in questo caso non è una quantità scalare ma
vettoriale, chiamata vettore corrente – lunghezza: i2Δl, avente direzione del filo 2 e verso concorde
alla corrente i2.
Di conseguenza possiamo definire il vettore campo magnetico in modo che la forza F12 sia il risultato
del prodotto vettoriale: 𝐹12 = 𝑖2 Δ𝑙 × 𝐵12. Questa relazione, che fornisce la definizione operativa del
vettore campo magnetico, esprime la cosiddetta legge di Laplace.
𝜇 𝑖1 𝑖2 𝜇 𝑖
In modulo, la forza sarà: 𝐹 = 2𝜋0 ∆𝑙 = (𝑖2 ∆𝑙)𝐵12 ⋅ 𝑠𝑒𝑛90° → 𝐵12 = 2𝜋0 𝑑1 = legge di Biot- Savart.
𝑑

Linee di campo di B
Le linee di forza di B sono circonferenze concentriche col filo, il cui verso di percorrenza si
determina con la regola della mano destra. Nella situazione rappresentata i due fili sono
perpendicolari al piano, le linee di forza sono parallele al piano e la forza F12 giace sul piano ed è
perpendicolare sia al vettore campo magnetico B che al filo 2 (regola delle tre dita della mano destra).

La caratteristica delle linee di forza del campo magnetico prodotto da un filo rettilineo percorso da
corrente è del tutto generale, e queste inoltre sono chiuse. Si dice che il campo magnetico è un campo
solenoidale, in quanto mentre nel caso del campo elettrico possiamo avere dei monopoli, nel caso di
quello magnetico no, per cui le linee di campo escono dal polo nord ed entrare nel sud. La stessa cosa
accade con il campo magnetico terrestre: la Terra si comporta come una calamita, il cui suo polo sud
è in corrispondenza con il polo nord geografico, e le cui linee di campo sono chiuse. Questa proprietà
dovuto al fatto che nel nucleo terrestre si ritiene vi siano materiali ferromagnetici allo stato liquido.
𝑁
Il vettore induzione magnetica B si misura in Tesla: 𝑇 = 𝐴∙𝑚. Dal punto di vista pratico si usa il Gauss:
1G= 10-4 T. Le macchine NMR attualmente in commercio per scopi diagnostici hanno campi
magnetici di 1-3 T. Il valore medio del campo magnetico terrestre sulla superficie è di circa 0.5 G. I
campi magnetici generati dalle correnti nei nostri nervi hanno valori dell’ordine di 10-3 G.

Forza di Lorentz
I campi magnetici agiscono anche sulle particelle cariche in moto, le quali risentono di una forza
chiamata forza di Lorenz, la quale è il risultato del prodotto vettoriale:
𝐹 = 𝑞𝑣 × B = 𝐹 = 𝑞𝑣 B senθ
Se la particella si muove in direzioni parallele al campo, la forza risultante è nulla.
Ipotizziamo di voler descrivere il moto di una particella di carica q che entra in una regione di spazio
in cui è presente un campo magnetico di modulo B, e si muove con velocità di modulo v
perpendicolare al campo. Per effetto della forza di Lorentz la traiettoria viene deviata.
La componente della forza tangente alla traiettoria della particella è nulla. La componente della forza
perpendicolare ad essa ha modulo qvB. La curvatura costante della traiettoria da parte della forza di
Lorentz dà origine ad un moto circolare uniforme.
La forza è data da 𝐹 = 𝑞𝑣𝐵 che può essere uguagliata, per il secondo principio a 𝐹 = 𝑚 ∙ 𝑎. Quindi
𝑞𝑣𝐵
l’accelerazione centripeta è data da: 𝑞𝑣𝐵 = 𝑚 ∙ 𝑎 → 𝑎 = 𝑚 . Il raggio dell’orbita della particella e
la sua velocità angolare si ottengono dalle relazioni che valgono per il moto circolare uniforme:
𝑣2 𝑣2 𝑚 ∙ 𝑣2 𝑚 ∙ 𝑣
𝑎= →𝑅= = =
𝑅 𝑎 𝑞𝑣𝐵 𝑞𝐵
𝑣 𝑣𝑞𝐵 𝑞 𝐵
𝑣=𝜔𝑅→ 𝜔= = =
𝑅 𝑚𝑣 𝑚

Spira percorsa da corrente


Una spira è un circuito elettrico circolare disposto su un piano in cui passa una corrente stazionaria
di intensità i. Le linee di forza si chiudono su sé stesse e attraversano la spira secondo la regola della
mano destra. In particolare, in prossimità della spira sono circolari e chiuse, mentre spostandosi verso
il centro tenderanno ad essere sempre meno delle circonferenze. Per cui il campo magnetico è
proporzionale all’intensità di corrente. Si può assimilare la spira ad un dipolo magnetico.
La spira individua una superficie S e il versore perpendicolare alla spira è n → 𝑺 = 𝑆 𝒏. Si definisce
momento magnetico della spira il vettore M che ha direzione perpendicolare al piano in cui giace
la spira e verso dato dalla regola della mano destra:
𝑀=𝑖𝑆
Una spira è l’equivalente dell’ago di una bussola (principio di equivalenza di Ampère), poiché il
momento magnetico caratterizza il movimento della spira all’interno di un campo magnetico esterno.
Una spira percorsa da corrente immersa in un campo magnetico esterno Bext si orienta in modo tale
che M sia parallelo al campo. Questo comportamento è analogo a quello di un momento di dipolo p
in un campo elettrico esterno Eext (esempio: forno a microonde).
Gli atomi sono elettricamente neutri e si muovono di moto circolare (semplificato) attorno all’atomo.
Si comportano quindi come delle spire percorse da corrente, a cui sono associati dei momenti di
dipolo magnetici. In alcuni materiali questi vengono orientati pesantemente, e quindi si allineano tutti
e amplificano il campo esterno, in altri l’allineamento è meno efficace.

Il solenoide
Un solenoide è un insieme di N spire (nella pratica si realizza mediante N avvolgimenti su un
supporto rigido di forma cilindrica). È un dispositivo in cui si realizza un campo magnetico
uniforme, analogo al condensatore piano per il campo elettrico. Il campo magnetico in questo caso
è uniforme, perpendicolare ad ogni spira del solenoide e dipendente dalla corrente, dal numero di
spire e dall’unità di lunghezza:
𝑁
𝐵 = 𝜇0 𝑖 = 𝜇0 𝑖 𝑛
𝑙

È possibile incrementare l’entità del campo magnetico uniforme del solenoide mettendovi all’interno
un materiale ferromagnetico (μr >> 1). Il modulo del vettore B viene “amplificato” di un fattore μr
(per la ferrite si ha μr ~ 650): 𝐵 = 𝜇0 𝜇𝑟 𝑖 𝑛

Induzione elettromagnetica
Ipotizziamo di avere una spira immersa in un campo magnetico esterno B, la quale “intercetta” una
porzione delle linee di campo magnetico. Si definisce flusso del campo magnetico concatenato alla
spira il prodotto scalare:
Φ𝑆 (𝐵) = 𝐵 ∙ 𝑆 = 𝐵𝑆𝑐𝑜𝑠𝛼
In cui 𝛼 è l’angolo formato tra formato fra il vettore n normale alla spira e il vettore campo magnetico
B. Quindi il flusso sarà massimo quando il campo magnetico è perpendicolare alla spira. Il flusso
magnetico è una grandezza fisica scalare la cui unità di misura è il T∙ m2, chiamata weber Wb.
Il campo magnetico B di cui abbiamo definito il flusso ΦS(B) non è quello generato dalla spira ma è
un campo magnetico esterno e indipendente (la spira potrebbe non essere percorsa da corrente). La
parola flusso non implica che ci sia qualcosa che si muove (linguaggio comune: flusso d’aria).
Essenzialmente questa quantità quantifica quante linee di forza vengono intercettate dalla spira.
È possibile far cambiare ΦS(B)? Sì, si deduce che è sufficiente che si verifichi una o più di queste
situazioni:
- Il campo B varia nel tempo
- La spira ruota nel tempo (cambia α)
- La superficie della spira varia nel tempo.

La legge di Faraday
Quindi è possibile che in un intervallo di tempo Δt si osservi una variazione del flusso ΔΦS(B). Il
celebre scienziato inglese Michael Faraday si chiese se, visto che un filo percorso da corrente genera
un campo magnetico, anche che un campo magnetico potesse generare una corrente. In una serie
di esperimenti verificò che, per effetto di una variazione del flusso del campo magnetico concatenato
con una spira, ai suoi capi si osserva una forza elettromagnetica indotta.
∆Φ𝑆 (𝐵)
𝑉𝑖𝑛𝑑𝑜𝑡𝑡𝑎 = | |
Δ𝑡
È vero che la spira intercetta un certo numero di linee di campo, ma ciò che è importante non è il loro
numero, ma la rapidità con cui variano nel tempo. Se il flusso del campo magnetico varia nel tempo,
questo gradiente, questa variazione, in valore assoluto dà luogo ad una forza elettromotrice indotta.
La legge di Lenz esprime proprio il fatto che la f.e.m., e la corrente indotta associata a questa, è tale
da produrre un campo magnetico che si oppone alla causa che l’ha generata, per cui viene inserito
∆Φ𝑆 (𝐵)
nella relazione un segno meno, per il principio di conservazione dell’energia: 𝑉𝑖𝑛𝑑𝑜𝑡𝑡𝑎 = − Δ𝑡 .

Supponiamo di avere una spira in un campo magnetico e che questo cambia nel tempo, ipotizzando
che stia aumentando. Poiché cambia nel tempo, cambia il flusso, e si produce una forza elettromotrice
indotta che produce una corrente nella spira. La legge di Lenz ci dice il verso di percorrenza della
corrente.

Autoinduzione
Consideriamo una spira percorsa da una certa corrente i che varia nel tempo, la quale genera un campo
magnetico. Se i varia nel tempo, anche B varia nel tempo → B(t). La spira produce un campo
magnetico concatenato il quale varia nel tempo, dal quale dipende un flusso auto-concatenato.
Questo dipende dalla corrente i, alla quale è direttamente proporzionale attraverso L, una costante di
proporzionalità che prende il nome di induttanza:
Φ[𝐵(𝑡)] = 𝐿 𝑖(𝑡)
Il solenoide è quindi un induttore, caratterizzato da questa grandezza, che si misura in Wb/A= H dal
fisico Joseph Henry.
Conseguentemente, se in un circuito è presente un induttore caratterizzato da una certa induttanza L,
per effetto della variazione della corrente, e quindi del flusso, si ha una forza elettromotrice auto-
indotta. Come ad esempio, in apertura, o in chiusura del circuito prima di raggiungere una condizione
stazionaria (si parla rispettivamente di extracorrenti di apertura o chiusura di un circuito).
Posso quindi riscrivere la forza elettromotrice indotta come:
ΔΦ[B(t)] Δ𝑖(𝑡)
𝑉𝑎𝑢𝑡𝑜−𝑖𝑛𝑑𝑜𝑡𝑡𝑎 = − = −𝐿
Δ𝑡 Δ𝑡

Correnti alternate
Dal punto di vista pratico si utilizza l’energia elettrica mediante correnti alternate, le quali sono
correnti che variano nel tempo e hanno un andamento sinusoidale. Per creare un generatore di f.e.m.
alternata è necessario far ruotare una spira di area S all’interno di un campo magnetico uniforme.
Se la spira ruota con velocità angolare costante ω, l’angolo α varia come ωt (velocità angolare) e il
flusso concatenato è una funzione sinusoidale del tempo:
Φ𝑆 (𝐵) = 𝐵 ∙ 𝑆 = 𝐵𝑆𝑐𝑜𝑠𝜔𝑡
Associate a questo flusso variabile vi sono una f.e.m. e una corrente indotta:
ΔΦ[B(t)]
𝑉𝑖𝑛𝑑𝑜𝑡𝑡𝑎 = − = 𝐵𝑆𝜔𝑠𝑒𝑛𝜔𝑡 = 𝑉0 𝑠𝑒𝑛𝜔𝑡
Δ𝑡

𝑖𝑖𝑛𝑑𝑜𝑡𝑡𝑎 = 𝑖0 𝑠𝑒𝑛(𝜔𝑡 + 𝜙)

La frequenza è la stessa ma le due grandezze differiscono di una fase, quindi all’istante di tempo in
cui una raggiunge il massimo, mancano dei secondi perché anche l’altra raggiunga il massimo.

Il trasformatore
L’induzione ci offre la possibilità di trasformare le tensioni. Un trasformatore è un nucleo di ferro
attorno al quale sono avvolti due circuiti, uno primario e uno secondario.

Nel circuito primario circola una corrente alternata che dipende dal tempo i1(t). Questa corrente
genera un campo magnetico B1(t) variabile nel tempo. Il campo magnetico sta dentro il nucleo di
ferro, che essendo ferromagnetico lo amplifica notevolmente. Il flusso viene così guidato dal nucleo
di ferro, in modo tale da andare ad attraversare anche il circuito secondario. Ci aspettiamo quindi che
nel secondo circuito venga prodotta una forza elettromotrice indotta disponibile in uscita al
trasformatore, per effetto della legge di Faraday.
In particolare, si dimostra che per un trasformatore in cui primario e secondario hanno numero N1 ed
N2 spire vale che il rapporto tra le due tensioni in ingresso e in uscita è pari al rapporto tra il numero
di avvolgimenti del primo circuito con il secondo.
Esempio pratico: Si consideri un primario alimentato con 220V e avente 45 spire, ed un secondario
avente 614 spire. Qual è la differenza di potenziale che si ha al secondario?
220 45 614 ∙ 220
= → 𝑉2 = = 3000 𝑉
𝑉2 614 45

Defibrillatore
Nel corso di un attacco cardiaco le fasce muscolari cardiache si contraggono in modo non correlato.
Cessa quindi la funzione di pompaggio del cuore che può essere ripristinato mediante l’uso di un
defibrillatore applicato al torace del paziente. Il defibrillatore consiste di diversi elementi:
- un trasformatore in cui la corrente del circuito secondario viene “raddrizzata” in corrente
continua
- un condensatore, che viene caricato dalla corrente “raddrizzata”
All’accensione dell'interruttore si ha sul paziente una scarica di decine di A. Si tratta di una corrente
molto elevata, ma protratta solo per intervalli di tempo molto limitati. Per effetto di questa corrente
tutte le fibre muscolari cardiache sono contratte e questo favorisce il ripristino del corretto
funzionamento della pompa cardiaca.

6.1 ONDE ELETTROMAGNETICHE


Onde elettromagnetiche
James C. Maxwell nel 1860 raccolse tutte le evidenze sperimentali accumulate su elettricità e
magnetismo (a partire dal 1820 con l’esperimento di Oersted) e da queste formulò le celebri “quattro
equazioni di Maxwell” (due per il campo elettrico e due per il campo magnetico), che costituiscono
l’unificazione dei fenomeni elettrici e magnetici.
In particolare, sappiamo dalla legge di induzione di Faraday che un campo magnetico variabile nel
tempo genera un campo elettrico, anch’esso variabile. Infatti, se il flusso del campo magnetico varia
nel tempo, si produce una forza elettromotrice indotta, ovvero una differenza di potenziale, che
comporta alla formazione di un campo elettrico. Per analogia, Maxwell intuì e successivamente
dimostrò che anche un campo elettrico variabile nel tempo genera un campo magnetico,
anch’esso variabile.
Si dimostra matematicamente che dalle quattro equazioni di Maxwell si trova conseguentemente
l’esistenza del fenomeno fisico delle onde elettromagnetiche, la cui esistenza implica che i due
campi sono strettamente connessi e si inducono a vicenda, producendo un fenomeno ondulatorio
che si propaga nello spazio. In condizioni stazionarie, infatti, i campi elettrico e magnetico E e B, non
possono esistere indipendentemente l’uno dall’altro, ma si propagano nello spazio come un’onda
elettromagnetica. Tale onda, a differenza delle onde meccaniche, non ha bisogno di un mezzo per
propagarsi, per cui può farlo anche nel vuoto.
Qualche anno dopo Maxwell, il fisico Hertz dimostrò di riuscire a produrre e rilevare delle onde
elettromagnetiche. Un’onda meccanica consiste nella propagazione di una perturbazione in un mezzo
materiale (esempio di una molla e propagazione di un’onda elastica) Quando la perturbazione è
parallela alla direzione del moto si parla di onde longitudinali. I campi elettrico e magnetico sono
invece perpendicolari tra loro e alla direzione di propagazione dell’onda, per cui le onde risultanti
sono dette trasversali.

Le onde elettromagnetiche, in quanto onde hanno tutte le caratteristiche dei fenomeni ondulatori,
quindi sono caratterizzate da:
- Una lunghezza d’onda (la minima distanza a cui si ripete il picco, dal periodo T (il tempo
dopo il quale l’onda si ripete)
1
- Una frequenza 𝜈 = (l’inverso del periodo)
𝑇
2𝜋
- Un numero d’onda 𝑘 = 𝜆
2𝜋
- Una pulsazione 𝜔 = 𝑇

Onda piana
Dalla sorgente puntiforme in cui avviene l’impatto tra campo elettrico e magnetico ha luogo la
generazione dell’onda, da cui si dipartono delle ulteriori onde sferiche, perpendicolari alla direzione
di propagazione. A grande distanza queste sfere possono essere approssimate come onde piane, per
cui tutte le creste dell’onda si trovano in piani perpendicolari alla direzione di propagazione.

Per un’onda piana possiamo scrivere delle equazioni semplici, in cui troviamo un termine spaziale ed
uno temporale:
2𝜋𝑧 2𝜋𝑧
𝐸(𝑧, 𝑡) = 𝐸𝑜 𝑠𝑒𝑛 (𝜔𝑡 − ) e 𝐵(𝑧, 𝑡) = 𝐵𝑜 𝑠𝑒𝑛 (𝜔𝑡 − )
𝜆 𝜆
Il modulo del campo elettrico e magnetico hanno il massimo in funzione del seno, per cui producono
una pulsazione al variare del tempo, presente nella formula insieme al numero d’onda -kz.

La velocità
La velocità di propagazione delle onde elettromagnetiche nel vuoto è la stessa per tutte,
indipendentemente dalla loro frequenza e dal sistema di riferimento (relatività ristretta), e prende il
nome di velocità della luce, la velocità massima raggiungibile in natura:

1 1
𝑐=√ =√ −12
= 3 ∙ 108 𝑚/𝑠
𝜀0 𝜇0 8,85 ∙ 10 ∙ 4𝜋 ∙ 10−7

La velocità di propagazione delle onde dipende da grandezze ritrovabili nei fenomeni elettrici e
magnetici. Questa è infatti legata al periodo T e alla frequenza 𝜈 da delle relazioni:
𝑐
𝜆 = 𝑐𝑇 =
𝜈
Nel propagarsi in un mezzo materiale, le onde elettromagnetiche non hanno la stessa velocità che
hanno nel vuoto, ma questa è sempre minore. In particolare, la velocità con cui si propagano in un
mezzo dipende dalle caratteristiche chimiche e fisiche del mezzo, e dalla lunghezza d’onda
(fenomeno della dispersione cromatica). Le onde elettromagnetiche trasportano energia quantizzata,
la quale dipende dalla sua frequenza attraverso la relazione:
ℎ𝑐
𝐸 =ℎ𝜈 =
𝜆
Dove ℎ = 6,626 ∙ 10−34 J·s costante di Planck, una delle costanti fondamentali della Fisica. Si
associa alle onde elettromagnetiche anche il concetto di intensità, ovvero l’energia per unità di tempo
1
in una certa superficie, la quale è proporzionale alla velocità della luce e all’ampiezza E0: 𝐼 = 2 𝑐𝜀0 𝐸02 .
La costante solare, la quantità di energia radiante che arriva sulla Terra dal Sole per unità di tempo e
superficie, è di circa 1,3 kW/m2.

Lo spettro e le radiazioni ionizzanti


Le onde elettromagnetiche coprono in termini di lunghezza d’onda e di frequenza uno spettro, una
porzione molto estesa, e a seconda del valore parliamo di diversi tipi di onde elettromagnetiche.
Nell’intero spettro elettromagnetico una parte è costituita dalle onde visibili.
È importante distinguere le radiazioni in ionizzati e non ionizzanti in base all’energia che possiedono:
• Non ionizzanti, bassa energia, non costituiscono un problema per la materia biologica, (es:
onde radio)
• Ionizzanti, alta energia, se la materia biologia ne è esposta a lungo tempo creano danni,
utilizzati in diagnostica medica (es: raggi x e 𝛾)

[Link]
L’ottica è quella parte della fisica che studia la luce. Dal punto di vista del loro comportamento ottico
i materiali si distinguono in:
- Opachi (non lasciano passare la luce perché la assorbono o meglio la estinguono)
- Trasparenti (si lasciano attraversare dalla luce)
In tutti i casi, la luce può essere in parte riflessa e in parte assorbita. Ad esempio, una superficie
metallica lucida riflette oltre il 99% della luce incidente, viceversa un pezzo di carbone ne assorbe
oltre il 99%.

Indice di rifrazione
La grandezza fisica che esprime le proprietà ottiche di un mezzo è chiamato indice di rifrazione,
definibile come il rapporto fra la velocità di propagazione della luce nel vuoto e nel mezzo:
𝑐
𝑛=
v
Si tratta di un numero puro e si trova che n aumenta con la densità del mezzo. Per definizione n=1
per il vuoto e n > 1 per tutti i mezzi.

7.1 L’OTTICA GEOMETRICA


L’ottica si divide in ottica geometrica (fenomeni di rifrazione, riflessione e dispersione cromatica)
in cui la luce è vista in termini di raggi, e ottica fisica (interferenza e diffrazione) che tratta la luce
sulla base della sua natura ondulatoria.
Nell’ottica geometrica i raggi sono la semplificazione delle onde piane che si propagano in
direzioni perpendicolari. Assumiamo, affinché sia valida questa semplificazione, che la lunghezza
d’onda della luce sia piccola in confronto agli oggetti con cui interagisce.
La riflessione
La riflessione avviene per tutti i fenomeni ondulatori, in particolare quando un’onda luminosa che
parte da un certo mezzo e arriva sulla superficie di rifrazione fra due mezzi con indice di
rifrazione diverso. La riflessione è caratterizzata da due leggi:
1. Geometricamente il raggio incidente, la normale e il raggio riflesso giacciono tutti e tre sullo
stesso piano
2. L’angolo di incidenza è uguale all’angolo di riflessione 𝑟̂ = 𝑖̂

La rifrazione
Anche la rifrazione è tipica dei fenomeni ondulatori, e si osserva quando il raggio luminoso viene
deviato dal suo percorso e in parte viene riflesso e in parte rifratto, formando un angolo rifratto più
piccolo dell’angolo incidente. Gli angoli formati si calcolano sempre rispetto alla normale. Valgono
le sue seguenti due leggi:
1. Raggio incidente, normale alla superficie di separazione e raggio rifratto giacciono sullo
stesso piano
2. Legge di Snell: angolo di rifrazione e angolo di incidenza sono uguali al rapporto inverso
degli indici di rifrazione:
𝑠𝑒𝑛𝑖̂ 𝑛2
=
𝑠𝑒𝑛𝑟̂ 𝑛1

Dalla definizione di indice di rifrazione, la legge di Snell può essere espressa come:
𝑠𝑒𝑛𝑖̂ 𝑛2 𝑐/𝑣2 𝑣1
= = =
𝑠𝑒𝑛𝑟̂ 𝑛1 𝑐/𝑣1 𝑣2
Se il raggio luminoso passa da un mezzo meno rifrangente (es. aria) ad uno più rifrangente (es. acqua)
si avvicina alla normale. Per cui se n2 > n1, allora il seno dell’angolo rifratto è minore di quello
incidente. Viceversa, se passa da un mezzo più rifrangente ad uno meno rifrangente si allontana dalla
normale n2 > n1.
Riflessione totale e angolo limite
Ipotizziamo di avere una sorgente che si trova in un mezzo, da cui si dipartono dei raggi luminosi, i
quali passano da un mezzo più rifrangente ad uno meno rifrangente n1 > n2. Il raggio
perpendicolare alla normale è tale da formare un angolo zero, procedendo indisturbato. Quando
l’angolo di incidenza è diverso da zero, viene deflesso e si allontana dalla normale. Man mano che
l’angolo di incidenza cresce, aumenta anche quello di rifrazione fino a una situazione limite in cui il
raggio rifratto sta sulla superficie di separazione del mezzo, ed è esattamente a 90°. Per angoli
maggiori il raggio che arriva non può più essere rifratto, quindi viene riflesso all’interno del mezzo.
Ecco perché si parla di riflessione totale, la quale si può verificare tra acqua e aria o vetro e aria.
L’angolo in corrispondenza del quale il raggio rifratto forma un angolo esattamente di 90° con la
normale prende il nome di angolo limite. Questo dipende dalle caratteristiche ottiche dei mezzi
𝑠𝑒𝑛𝑖̂ 𝑛 𝑛
coinvolti. Dalla legge di Snell: 𝑠𝑒𝑛 90° = 𝑛2 → 𝑖̂ = 𝑎𝑟𝑐𝑠𝑒𝑛 𝑛2 , dove il rapporto tra le rifrazioni deve
1 1
essere minore di 1 per il dominio del seno.
Il fenomeno della rifrazione totale ha permesso di creare degli strumenti importanti per la diagnosi
medica. Infatti, sfruttando delle fibre ottiche di materiale vetroso, si può intrappolare la luce laser e
guidarla.

Il prisma e la dispersione cromatica


Il prisma, strumento ottico di fondamentale importanza, è un mezzo trasparente delimitato da
superfici non parallele. Immaginiamo di avere un raggio monocromatico, caratterizzato da una sua
lunghezza d’onda, che incide sulla prima faccia di un prisma, lo attraversa ed emerge dalla seconda
faccia. Questo subisce una doppia rifrazione, passando dall’aria al vetro (avvicinandosi alla
normale), propagandosi dentro il vetro e giungendo all’altra superficie, e venendo rifratto nuovamente
passando dal vetro all’aria (allontanandosi dalla normale). Il raggio incidente e il raggio emergente
formano un angolo δ detto angolo di deviazione, mentre α è detto angolo di rifrangenza.

Inoltre, si verifica sperimentalmente che l’indice di rifrazione di un mezzo dipende dalla


lunghezza d’onda della luce. Luce di colori diversi viene quindi rifratta in modi diversi dallo stesso
mezzo. Ad esempio, il violetto viene deviato maggiormente a causa dell’andamento funzionale di
decrescita, rispetto al rosso. In conseguenza della doppia rifrazione il raggio emergente da un prisma
ha una direzione diversa da quello incidente. Consideriamo invece di un raggio monocromatico un
raggio di luce bianca che incide sul prisma. Questa viene decomposta nelle varie componenti
cromatiche in corrispondenza delle due rifrazioni sulle superfici del prisma. Di conseguenza i colori
diversi emergono in direzioni diverse, dimostrando il potere dispersivo del prisma. Il fenomeno
della dispersione sta alla base della formazione dell’arcobaleno. Il mezzo dispersivo è rappresentato
dalle gocce d’acqua che determinano una decomposizione della luce bianca nelle sue componenti
monocromatiche.
6.2 L’OTTICA FISICA
Abbiamo visto che l’ottica geometrica è una teoria approssimata dei fenomeni luminosi,
descrivendo le onde come raggi luminosi, ovvero onde piane che si propagano in direzioni ad esse
perpendicolari. In questa parte dell’ottica si effettuano alcune approssimazioni:
- L’indice di rifrazione è uguale ovunque nel mezzo, quindi il mezzo è omogeneo
- Il percorso e l’intensità dei raggi non variano, anche se si intersecano
- La traiettoria non dipende dal verso di propagazione
- Per andare da un punto A ad un punto B un raggio luminoso compie il percorso che richiede
il minor tempo possibile (principio di Fermat).
Quando queste assunzioni vengono meno, non si possono applicare le leggi della riflessione e
rifrazione, per cui si entra nell’ottica fisica. Per capire questa situazione consideriamo una sorgente
puntiforme dalla quale si diparte un’onda piana che attraversa una fenditura e giunge ad uno schermo.
In base alla propagazione rettilinea prevista dall’ottica geometrica, ci si aspetta che sullo schermo
venga proiettata una macchia luminosa con bordi netti e andamento a gradino, quindi bloccata solo
dalle parti opache. In realtà, se il diametro del foro attraversato dalla luce è piccolo rispetto alla
distanza a cui si trova la sorgente, ciò che si osserva è una figura che presenta un’alternanza di zone
chiare ed altre scure che sfumano gradualmente. Il disco centrale luminoso corrisponde alle
dimensioni del foro da cui è passata la luce. Le zone che si originano sono chiamate frange di
diffrazione.

La diffrazione
La diffrazione è un fenomeno tipico delle onde, legato dalla presenza di ostacoli. La figura della
diffrazione origina dall’interferenza delle onde tra loro, le quali partono da una fenditura. A seconda
della posizione del punto P (proiezione) sullo schermo le ampiezze delle onde si sommano o si
sottraggono. Si creano così delle zone chiare, i massimi, in cui vengono sommate, ed altre scure, i
minimi, in cui vengono sottratte. Di conseguenza l’interferenza può essere costruttiva o distruttiva.

Sistemi ottici
Il diottro è un sistema ottico costituito da due mezzi otticamente distinti, cioè, caratterizzati da
indici di rifrazione differenti (ad esempio aria e vetro) separati da una superficie. Se la superficie di
separazione del diottro è una calotta sferica o un piano si hanno rispettivamente un diottro sferico o
un diottro piano. Un sistema ottico si definisce stigmatico se data una sorgente puntiforme, il sistema
qualunque essa sia la sua natura, fornisce un’immagine anch’essa puntiforme. In condizioni di
stigmatismo, tutti i raggi che escono da P si incontrano in P’ dopo aver subito riflessioni e rifrazioni
all’interno del sistema ottico.

Il diottro è costituito da diversi elementi:


- Una sorgente puntiforme che incide il diottro con un angolo 𝛼, chiamato angolo di incidenza
- Un vertice V
- Un centro C, in quanto la superficie del diottro è circolare
- Un asse pq che collega P e P1, detto asse ottico
- La coordinata p nello spazio oggetto
- La coordinata 1 nello spazio immagine
- Il raggio R di curvatura (R > 0, calotta convessa verso lo spazio oggetto, R < 0 in caso
contrario)
Il diottro sferico costituisce un sistema stigmatico, tale che l’immagine P’ di un oggetto puntiforme P
è anch’essa puntiforme, solo se si assumono valide ed opportune approssimazioni, dette
approssimazioni di Gauss:
- Lo spessore della calotta sferica (distanza V-T) che costituisce il diottro è piccolo rispetto al
raggio di curvatura R
- Approssimazione para-assiale: tutti i raggi luminosi provenienti dall’oggetto formano
angoli di incidenza piccoli
Geometricamente queste corrispondono al fatto che:
ℎ ℎ ℎ
𝑐𝑜𝑠𝛼~𝑐𝑜𝑠𝛽~𝑐𝑜𝑠𝛾 = 1 𝑠𝑒𝑛𝛼~ 𝑠𝑒𝑛𝛽~ 𝑠𝑒𝑛𝛾~
𝑝 𝑅 𝑞
𝛽 è l’angolo che si forma fra il raggio che unisce il centro con il punto in cui avviene l’incidenza.
L’angolo 𝛾 è formato dalla prosecuzione del raggio che giunge all’asse ottico dopo aver passato il
diottro. Avviene quindi una rifrazione del raggio. L’angolo 𝑖̂ è dato dalla somma tra 𝛼 e 𝛽 dato che la
somma degli angoli deve dare 180.
Dalla geometria dei triangoli si può ricavare che 𝜃𝑖 = 𝛼 + 𝛽 e che 𝜃𝑟 = 𝛽 − 𝛾. Inoltre, dalla
trigonometria: 𝑠𝑒𝑛𝜃𝑖 = 𝑠𝑒𝑛𝛼𝑐𝑜𝑠𝛽 + 𝑠𝑒𝑛𝛽𝑐𝑜𝑠𝛼 e 𝑠𝑒𝑛𝜃𝑟 = 𝑠𝑒𝑛𝛽𝑐𝑜𝑠𝛾 − 𝑠𝑒𝑛𝛾𝑐𝑜𝑠𝛽. Dalle
ℎ ℎ ℎ ℎ
approssimazioni di Gauss si giunge al fatto che: 𝑠𝑒𝑛𝜃𝑖 = 𝑝 + 𝑅 e 𝑠𝑒𝑛𝜃𝑟 = 𝑅 − 𝑞 . Tenendo conto della
𝑛1 𝑛2 𝑛2 −𝑛1
legge di Snell: 𝑛1 𝑠𝑒𝑛𝜃𝑖 = 𝑛2 𝑠𝑒𝑛𝜃𝑟 Da cui si ottiene la formula dei punti coniugati: + =
𝑝 𝑞 𝑅

Dato un diottro con un certo raggio di curvatura e con indici di rifrazione, nota la posizione del punto
oggetto si è in grado di determinare la posizione del punto immagine attraverso l’equazione ricavata,
chiamata equazione dei punti coniugati di un diottro.

Fuochi, distanze focali e immagine


Le posizioni dei fuochi si ottengono con raggi luminosi provenienti dall’infinito nello spazio
immagine e dall’infinito nello spazio oggetto.

Le distanze focali sono 𝑓1 = ̅̅̅̅̅


𝐹1 𝑉 e 𝑓2 = ̅̅̅̅̅
𝐹2 𝑉 . Valgono le seguenti due leggi delle distanze focali:
𝑓1 𝑛1 𝑓1 𝑓2
= + =1
𝑓2 𝑛2 𝑝 𝑞
Note le posizioni dei fuochi si può costruire l’immagine di un oggetto (una freccia) posta oltre la
posizione del primo fuoco nello spazio oggetto. I raggi paralleli all’asse ottico passano per F2, mentre
i raggi passanti per C (perpendicolari al diottro) proseguono indisturbati. L’immagine risultante
dell’oggetto è dritta e rimpicciolita.

Il diottro piano
Si può pensare ad un diottro piano come ad un diottro sferico per il quale R → ∞. La formula dei
punti coniugati si semplifica e si ottiene una semplice espressione per la coordinata del punto oggetto:
𝑛1 𝑛2 𝑛2 − 𝑛1 𝑛2
+ = =0→𝑞=− 𝑝
𝑝 𝑞 𝑅 𝑛1
Questo comporta una diversa percezione delle distanze: se si osserva dall’alto il fondo di una piscina,
rispetto alla distanza reale appare più vicino di 1 / 1,33 = 0,75.

Lenti sottili
Una lente è un sistema ottico costituito dalla successione di due diottri il cui asse ottico coincide.
Per lente sottile si intende una lente il cui spessore è piccolo rispetto ai raggi di curvatura dei diottri.
Possono aversi vari tipi di lenti:
a. Biconvessa
b. piano-convessa
c. convesso-cava (più spessa al centro)
d. biconcava
e. piano-concava
f. concavo-convessa (più spessa all’estremità)
Vogliamo determinare la formula dei punti coniugati per una lente sottile, formata da due diottri,
per cui nell’attraversamento della lente si ha una doppia rifrazione. Per semplicità consideriamo una
lente biconvessa (indice di rifrazione n2). Il raggio PA parte da P, arriva in A e viene rifratto in Q’ sul
diottro aria-vetro. Il raggio Q’A viene rifratto sul diottro vetro-aria nel raggio AQ.

𝑛2 𝑛1 𝑛2 −𝑛1
Per il primo ed il secondo diottro si può scrivere: − + = e sommando membro a membro
𝑝 𝑞 𝑅
𝑛1 𝑛1 1 1
si ottiene + = (𝑛2 − 𝑛1 ) (𝑅 − 𝑅 ) → formula dei punti coniugati per una lente sottile:
𝑝 𝑞 1 2

1 1 𝑛2 1 1
+ = ( − 1) ( − )
𝑝 𝑞 𝑛1 𝑅1 𝑅2

Fuoco
I limiti p→∞ e q→∞ esprimono la precedente equazione in termini delle distanze focali f che per una
lente sottile risultano uguali in valore assoluto. Tenendo conto dell’equazione precedente si ha infine:
1 1 1
+ =
𝑝 𝑞 𝑓
A seconda del valore di f si distinguono lenti convergenti e divergenti. Le prime fanno convergere
un fascio di raggi paralleli in un fuoco F reale, mentre le seconde fanno divergere il fascio in modo
che i prolungamenti convergano in un fuoco F virtuale.
convergente divergente

Potere diottrico
Si definisce potere diottrico Ψ di una lente sottile l’inverso della sua distanza focale espressa in
metri:
1
Ψ=
𝑓
Il potere diottrico si misura in diottrie (unità di misura SI pari a m-1). Ad esempio, una lente da +4
diottrie è convergente con f = 1/4 m = 25 cm Analogamente, una lente da -2 diottrie è divergente con
f = 1/2 m = 50 cm.

Immagine, sorgente e ingrandimento


Per costruire l’immagine generata da una lente sottile si sfrutta la proprietà del centro ottico, per
cui tutti i raggi che lo attraversano non vengono deviati. Per ragioni di simmetria il centro ottico
coincide con il centro geometrico. Tutti i raggi che passano per il centro ottico C, rosso, verde e viola
proseguono il proprio cammino ottico senza subire deviazioni.

Supponiamo di avere un raggio che incide parallelamente all’asse ottico e che passa per il fuoco.
Dall’intersezione dei due raggi si determina l’immagine S’ dell’oggetto S. Una sorgente estesa può
essere pensata come costituita dall’insieme di tante sorgenti puntiformi a cui si applicano le precedenti
regole. A seconda della posizione della sorgente rispetto alla lente si ha un’ampia casistica e si
possono avere immagini differenti: reali (nello spazio immagine) o virtuali (nello spazio oggetto),
diritte o capovolte, ingrandite o rimpicciolite.
Si è soliti quantificare la capacità delle lenti di “amplificare” le immagini, ed in particolare si
definisce ingrandimento lineare G di una lente sottile il rapporto fra le dimensioni dell’immagine e
le dimensioni dell’oggetto. Consideriamo un esempio:
̅̅̅̅̅̅̅
𝐴′ 𝐵′ |𝑞| 𝑓 𝑞−𝑓
Utilizzando la formula dei punti coniugati si dimostra che: 𝐺 = ̅̅̅̅
= |𝑝| = |𝑝−𝑓| = | |
𝐴𝐵 𝑓

Lente divergente
Per una lente divergente si hanno due casi di costruzione dell’immagine:

a. L’oggetto si trova a distanza maggiore della distanza focale (p > f)


b. L’oggetto si trova a distanza minore della distanza focale (f < p)
In entrambi i casi l’immagine è virtuale (nello spazio oggetto), diritta e rimpicciolita
(ingrandimento G < 1).

Lente convergente
Data una lente sottile convergente si hanno invece cinque casi distinti:

a. Se l’oggetto si trova ad una distanza maggiore (p > 2f) l’immagine è reale, capovolta e
rimpicciolita (G < 1)
b. Se l’oggetto si trova ad una distanza uguale a due volte la distanza focale (p = 2f) l’immagine
è reale, capovolta e di uguale dimensione (G = 1)
c. Se si trova fra il fuoco e due volte la distanza focale (f < p < 2f) l’immagine è reale,
capovolta e ingrandita (G < 1)
d. Se si trova sul fuoco (p = f) i raggi emergono dalla lente paralleli e non si forma l’immagine
e. Se si trova ad una distanza minore della distanza focale (p < f), l’immagine è virtuale, diritta
e ingrandita (G > 1)

Aberrazioni
Abbiamo fatto tutta una serie di assunzioni ma i sistemi ottici reali non soddisfano in modo esatto le
approssimazioni di Gauss. Tipicamente le superfici di separazione fra mezzi ottici distinti sono
spesse o una superficie sferica non ha curvatura costante, etc. Di conseguenza:
- L’immagine di un oggetto puntiforme non è esattamente puntiforme
- L’immagine di un oggetto esteso può apparire sfuocata e poco definita
Nel loro insieme questi difetti prendono il nome di aberrazioni ottiche.

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