Processo Penale 2003
Processo Penale 2003
Vi è differenza tra la fase del procedimento e quella del processo: la prima inizia con l'acquisizione della
notizia di reato (art. 330) e termina con l'esercizio dell'azione penale (art. 405). Da questo momento, con la
formulazione dell'imputazione, inizia la fase del processo. La persona inquisita è considerata indagata, nella
prima fase, mentre è imputata, nella seconda.
Le modalità di svolgimento del processo costituiscono la procedura penale. Infatti il diritto processuale
penale è costituito dal complesso delle norme giuridiche che disciplinano l'applicazione della sanzione
penale o della misura di sicurezza. In particolare le norme processuali sono dirette:
- all'accertamento del reato ed all'inflizione della pena;
- all'accertamento della pericolosità sociale ed all'applicazione della misura di
sicurezza;
- all'accertamento delle responsabilità civili connesse al reato ed alla applicazione delle conseguenti
sanzioni;
- all'esecuzione dei provvedimenti.
Norma processuale penale è ogni norma giuridica che regoli lo svolgimento del procedimento penale. Il
carattere processuale di una norma si deduce dall’oggetto di essa per cui è di diritto sostanziale ogni norma
relativa alla pretesa punitiva dello Stato, anche se contenuta nel codice di procedura penale, mentre è di
diritto processuale quella che si riferisce all’accertamento giudiziale di una pretesa punitiva, anche se
contenuta nel codice penale.
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- i membri del Parlamento italiano (art. 68 Cost.) e anche quelli del Parlamento europeo che godono di
immunità sostanziale e processuale limitatamente alle opinioni espresse e ai voti dati nell'esercizio delle loro
funzioni. Attualmente (L. cost. 3/1993) è possibile sottoporre ad indagini i parlamentari senza l'autorizzazione
della Camera di appartenenza, nonché procedere ad arresto, in seguito a sentenza irrevocabile di condanna
(D.L. 374/1995);
- i Giudici della Corte Costituzionale, che godono della immunità sostanziale e processuale;
- i consiglieri regionali, che godono solo di immunità sostanziale;
- i componenti del C.S.M., che hanno immunità solo per le opinioni espresse.
4. I SISTEMI PROCESSUALI
In astratto sono concepibili tre differenti modello processuali: sistema inquisitorio, accusatorio e misto.
A) Sistema inquisitorio e sistema accusatorio
Il processo di tipo inquisitorio è un processo essenzialmente scritto e segreto, in cui manca qualsiasi forma
di contraddittorio con l'imputato: questo sistema, alla luce dei principi vigenti nelle democrazie moderne, è
inconcepibile, perché non si giova del confronto tra accusa e difesa, e perché concentra nella mani del
giudice l’istruzione e il giudizio.
Il processo di tipo accusatorio è invece un processo di parti, dove accusa e difesa si fronteggiano su
posizioni contrapposte, ma di parità, ed in cui il giudice svolge la funzione di arbitro, super partes, col
compito di valutare gli elementi pro e contro l’imputato. Questo tipo di processo è caratterizzato dalla oralità
e pubblicità del giudizio, che non viene preceduto da una fase istruttoria, in quanto l'accusa e la difesa
raccolgono, ciascuno per proprio conto, gli elementi che poi produrranno in giudizio.
B) Sistema misto
Il sistema cd. misto è caratterizzato dalla combinazione dei caratteri dell'accusatorio e di quelli
dell'inquisitorio, al fine di conciliare le esigenze di repressione dei reati (tipiche dell'inquisitorio) con quelle di
libertà dell'accusato (tipiche dell'accusatorio ). Generalmente il sistema misto fa seguire ad una fase di
istruzione (inquisitoria) una fase di giudizio (accusatoria).
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Una spinta rilevante alla valorizzazione dei principi accusatori del codice è stata attuata attraverso la
modifica dell'art. 111 della Costituzione da parte della legge Cost. 23-11-1999, n. 2 che ha introdotto i canoni
del cd. giusto processo. La nuova norma costituzionalizza i principi dell'imparzialità del giudice; di parità nel
contraddittorio tra le parti; del diritto dell'imputato e del suo difensore di poter interrogare il proprio
accusatore. Un impatto incisivo sull'attuale sistema si è avuto, inoltre, con il [Link]. 19-2-1998.. n. 51,
istitutivo del Giudice Unico in primo grado.
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il sospetto che il giudice per motivi personali o ambientali non possa essere imparziale, può richiedere la
sospensione del processo e presentare istanza di trasferimento dello stesso alla Corte di Cassazione).
Conseguenze:
1) gli uffici giudiziari sono organizzati dalla legge (le sedi non possono essere determinate dal potere
esecutivo o da quello giudiziario)
2) nessuno può essere giudicato da un organo istituito successivamente al fatto commesso
Diritto di difesa
Art. 24 gratuito patrocinio a spese dello Stato
Estradabilità
Artt. 10 e 26 l’estradizione è consentita solo se prevista da convenzioni internazionali non estradabilità
per delitti politici sia del cittadino che dello straniero
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Principio del libero convincimento del giudice
Il giudice valuta la prova dando conto nella motivazione dei risultati acquisiti e dei criteri adottati. Il giudice è
libero di apprezzare ogni elemento acquisito al processo spetta al giudice la valutazione circa le condotte
e i fatti in merito all’ammissibilità e all’utilizzabilità (alcuni limiti e norme sull’ammissibilità delle prove sono
comunque da rispettare art. 526)
Principio di pubblicità
Eccezioni: fase procedimentale (fase affidata al PM e alla PG nella quale vige il principio di segretezza)
solo in via eccezionale il PM è tenuto a comunicare alla persona indagata che si stanno svolgendo indagini
sul suo conto (art. 369, informazione di garanzia).
Le fasi propriamente processuali, quelle cioè in cui il confronto tra PM e imputato si svolge davanti a un
giudice, sono pubbliche solo per quanto concerne la celebrazione del dibattimento, per il quale la mancanza
di pubblicità è l’eccezione, mentre restano non pubbliche l’udienza preliminare, quelle per l’incidente
probatorio e alcuni riti alternativi davanti al GIP.
Art.10 Cost: «l'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente
riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei
trattati internazionali» . I principi internazionalistici prevalgono sulle disposizioni codicistiche con essi
contrastanti. I principi sono:
- presunzione di innocenza;
- diritto ad un processo pubblico e non in camera di consiglio;
- diritto ad un giudizio in tempi ragionevoli;
- diritto dell'imputato all'uso di una lingua a lui nota;
- diritto alla piena e pronta conoscenza dell'imputazione;
- diritto ad un procedimento corretto e leale;
- diritto ad essere giudicato da un tribunale corretto ed imparziale;
- diritto al giusto processo.
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IL GIUSTO PROCESSO
In Italia, l'elaborazione dottrinale del «giusto processo» si è tradotta, sul piano costituzionale, con la legge
Cost. 23-11-1999, n. 2, in vigore dal 7-1-2000, nell'integrazione dell'art. 111 Cost. con cinque nuovi commi,
ispirati al due process of law angloamericano e diretti a rafforzare l'opzione per il modello accusatorio
operata dal nostro vigente codice di rito. Le nuove previsioni garantistiche, nonostante la loro portata
parzialmente dirompente sui residui profili inquisitori codicistici, si appalesano, in verità, attenuate e
moderate rispetto ai modelli processuali anglo-americani.
I principi enucleabili dal nuovo art. 111 sono i seguenti:
- riserva assoluta di legge per la materia processuale («giusto processo regolato dalla legge»);
- terzietà ed imparzialità del giudice, arbitro nel cd. processo di parti;
- formazione della prova nel contraddittorio delle parti, sul presupposto che la ricerca dialettica abbia
maggiore capacità di accertamento della verità reale;
- ammissibilità di deroghe a tale dialettica nei casi di consenso dell'imputato, oggettiva impossibilità di
dialettica nella formazione della prova o provata condotta illecita.
- riti speciali. Ammissibilità di deroghe al rito ordinario e, quindi, di riti speciali, purché espressamente
previsti dalla legge e nel rispetto delle suindicate esigenze di formazione dialettica della prova salvi i
casi giustificati dell'utilizzabilità degli elementi di prova unilaternlmente acquisiti dal P.M. o dalla
polizia giudiziaria;
- parità tra le parti processuali ed in particolare tra il P.M. e la difesa dell'imputato;
- ragionevole durata del procedimento;
- diritto dell'inquisito ad una informativa di garanzia, tempestiva, riservata ed esauriente, con
specificazione della natura e dei motivi dell'accusa elevata a suo carico. La tempestività non implica
l'immediatezza, dovendo essere conciliata con le effettive esigenze di non compromissione delle
indagini urgenti o esposte a pericolo di inquinamento. La discovery delle fonti di prova può essere
limitata a quelle necessarie per consentire all'inquisito di difendersi sin dall'inizio;
- concreta possibilità di difesa per l'inquisito, con adeguato spazio temporale e condizioni operative.
Da qui nascono le esigenze di assicurare l'esperibilità di indagini difensive;
- diritto dell'accusato alla confutazione dell'accusa mediante l'interrogatorio innanzi ad un giudice dei
testi dell'accusa e dei chiamanti in correità, nonché l'acquisizione di ogni altro mezzo di prova con
proprie indagini difensive;
- diritto dell'accusato alla produzione di prove a discarico, anche mediante esame dei testi a difesa;
- limiti al regime dei pentiti. Vi è l'inidoneità delle dichiarazioni non confermate in dibattimento a
costituire prova di colpevolezza. Non sono, quindi, sufficienti a giustificare la condanna dell'imputato
le dichiarazioni testimoniati e soprattutto le chiamate in correità provenienti dai cd. pentiti quando tali
dichiaranti, per loro libera scelta, si sottraggono all'interrogatorio o controesarne da parte
dell'imputato o del suo difensore;
- diritto dell'accusato all'idioma da lui comprensibile (assistenza di un interprete);
Anzitutto preme fare una premessa terminologica: comunemente si usano i termini «processo» e
«procedimento» come sinonimi, anche se quest'ultimo ha una portata maggiore, attenendo a tutte le
fattispecie a formazione progressiva. Processo sta ad indicare quella fase del procedimento che si svolge
davanti ad un giudice, e che consegue all'esercizio dell'azione penale (che, come vedremo, è differito al
momento conclusivo delle indagini preliminari). Procedimento, invece, è la fase che inizia con l'acquisizione
della notizia di reato e giunge all'esercizio dell'azione penale (fase delle indagini preliminari). Si tratta, in
questo secondo caso, di attività svolta dal P.M. o dalla Polizia Giudiziaria. Ciò non toglie che, talvolta, si usi il
termine «procedimento» per intendere in realtà la nozione di «rito» ecco perché si parla di «procedimento in
camera di consiglio» (art. 127) ovvero di «procedimenti speciali». Se l'espressione «procedimento» può
trovarsi usata in questo secondo significato, quella di «processo» è sempre usata in senso tecnico e
ristretto. Secondo lo schema ordinario previsto dal codice, l'iter del procedimento è il seguente:
a) fase delle indagini preliminari (con l'acquisizione della notitia criminis; l'assunzione delle fonti di
prova; l'eventuale adozione di misure cautelari personali o reali, etc.);
b) fase di chiusura delle indagini preliminari, con richiesta al giudice o di archiviazione oppure di rinvio
a giudizio dell'imputato;
c) in caso di richiesta di rinvio a giudizio, celebrazione dell'udienza preliminare che può concludersi con
il proscioglimento dell'imputato od il suo rinvio a giudizio dibattimentale;
d) celebrazione del dibattimento di primo grado, all'esito del quale l'imputato sarà assolto o
condannato;
e) impugnazioni (es. appello, ricorso per cassazione).
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L’iter normale di svolgimento del procedimento può avere anche delle alternative diverse: in taluni casi non
viene celebrata l’udienza preliminare; inoltre sono previsti riti speciali in funzione di semplificazione ed
accelerazione processuale (patteggiamento, giudizio abbreviato).
GENERALITA’
In relazione alla vicenda processuale rilevano diverse categorie di persone.
Soggetti
Secondo l'elencazione che ne fa il codice, sono tali il giudice, il pubblico ministero, la polizia giudiziaria,
l'imputato, il danneggiato da reato, il responsabile civile, il civilmente obbligato per la pena pecuniaria,
l'offeso dal reato, il difensore.
Parti processuali
Sono parti i soggetti nei cui confronti verrà assunta la decisione giurisdizionale (es. imputato, parte civile).
Sono parti necessarie del rapporto processuale il P.M., l'imputato (parte sostanziale) ed il suo difensore
(parte formale): senza di esse il rapporto processuale non sorge, e non può continuare se una di esse venga
meno. La qualità di parte necessaria si assume fin dal momento in cui il P.M. formula l'imputazione, e
permane fino al momento della sentenza irrevocabile e può rivivere nelle ipotesi di revisione.
La parte civile, il responsabile civile e il civilmente obbligato per la pena pecuniaria, nonché i loro rispettivi
difensori, sono parti eventuali ed accessorie, nel senso che la loro presenza è solo accidentale, se ed in
quanto si verifichino certe condizioni: esercizio dell'azione civile nel processo penale; chiamata di colui che
deve rispondere dei danni civili cagionati dall'imputato; irrogazione della sanzione pecuniaria che il
condannato non può pagare a chi è tenuto per il caso di sua insolvenza.
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Tra i funzionari merita, poi, un accenno il funzionario U.N.E.P., (Ufficio Notifiche, Esecuzioni e Protesti), il
quale ha lo specifico compito di notificare gli atti del giudice, del P.M. e delle parti private. È organo
autonomo (in passato indicato come ufficiale giudiziario): non dipende, infatti, né dal P.M. né dal giudice.
È, infine, da sottolineare che le stesse funzioni suindicate, attribuite all'ufficio di cancelleria presso ciascun
giudice, sono esercitate all'interno delle segreterie giudiziarie istituite presso ciascun ufficio del P.M. secondo
lo schema proprio delle cancellerie, salvo alcune differenze dovute alle funzioni più limitate del P.M.
GENERALITÀ
Il nuovo codice si apre con la normativa intitolata al giudice, proprio per segnalare la centralità della funzione
giurisdizionale. Tocca al giudice, infatti, risolvere la controversia fra P.M. ed imputato, esprimendo la sua
valutazione sugli elementi raccolti nel processo. S'è già detto che nell'assolvere a questo compito il giudice
gode di ampia indipendenza, sia esterna che interna. Egli è soggetto solo alla legge, e deve essere estraneo
agli interessi in conflitto, è imparziale (super partes).
ORGANI
Gli organi per mezzo dei quali si svolge la funzione giurisdizionale penale sono gli uffici giudiziari intesi non
nel senso materiale, ma nel senso funzionale. L'istituzione di uffici giudiziari può avvenire solo per legge. Le
sezioni delle Corti d'Assise e delle Corti d'Assise d'Appello possono essere costituite, in base alla legge 21
febbraio 1984 n. 14, anziché con legge, con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del
Ministro della Giustizia, di concerto con il Ministro del Tesoro e sentito il Consiglio Superiore della
Magistratura. Gli organi ai quali è affidata l'amministrazione della giustizia nella materia penale sono:
- il Tribunale (in composizione monocratica e collegiale);
- la Corte d'Assise;
- il Giudice per le indagini preliminari (GIP);
- la Corte d'Appello;
- la Corte d'Assise d'Appello;
- la Corte Suprema di Cassazione;
- il Tribunale per i minorenni;
- il Magistrato di sorveglianza;
- il Tribunale di sorveglianza;
- il Giudice di pace (la cui disciplina è prevista dal [Link]. 28-8-2000, n. 274).
La Corte d'Appello
È un organo collegiale, che ha sede nel capoluogo del distretto di Corte d'Appello. Ogni distretto di Corte
d'Appello ha un'estensione pressapoco equivalente a quella di una regione. In materia penale, la Corte
d'Appello a seguito della istituzione del Giudice Unico in primo grado, esercita giurisdizione sulle decisioni
pronunciate dal Tribunale. In alcune materie (es: deliberazioni di sentenze straniere, esecuzione di sentenze
ecclesiastiche in materia matrimoniale) è giudice di primo grado. Ogni Corte d'Appello è suddivisa in sezioni.
Esistono anche sezioni staccate delle Corti d'Appello nei comuni indicati in una apposita tabella: attualmente
esistono sezioni staccate a Reggio Calabria (dipendente da Catanzaro) e a Campobasso (dipendente da
Napoli).
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La Corte d'Assise e la Corte d'Assise d'Appello
La Corte d'Assise è un organo collegiale, la cui circoscrizione territoriale è il circolo e la cui composizione
comprende sia giudici togati (cioè magistrati di carriera) che giudici «laici», cioè giudici popolari. Anch'essa è
prevista in due gradi. La Corte d'Assise, competente a conoscere reati caratterizzati da una particolare
gravità ed elencati nell'art. 5 c.p.p., è composta da: un consigliere di Corte d'Appello (presidente); un
magistrato di Tribunale; sei giudici popolari.
La Corte d'Assise d'Appello competente a conoscere le impugnazioni avverso le sentenze e gli altri
provvedimenti emessi dalla Corte d'Assise è composta da un magistrato di Cassazione (presidente); un
magistrato d'appello; sei giudici popolari.
I magistrati e i giudici popolari costituiscono un collegio unico: in particolare i giudici popolari delle Corti
d'Assise realizzano la partecipazione diretta del popolo all'amministrazione della giustizia (art. 102 Cost.).
Allo scopo di impedire che l'imprevista e forzata indisponibilità di un componente togato della Corte d'Assise
o d'Assise d'Appello impedisca la conclusione o il prosieguo del dibattimento, è prevista per i dibattimenti per
cui si prevede una durata lunga la facoltà per il Presidente della Corte d’Appello di disporre che prestino
servizio in udienza altri due magistrati in qualità di aggiunti.
La Corte di Cassazione
È l'organo giudicante posto al vertice dell'organizzazione giudiziaria: ha sede (unica) a Roma, e giurisdizione
su tutto il territorio dello Stato. La Corte di Cassazione ha il compito di assicurare l'esatta osservanza e
l’uniforme interpretazione della legge. Essa pertanto è giudice di diritto, controllando che le sentenze
pronunciate dai giudici di merito (cioè quelli che valutano direttamente i fatti) siano conformi alla legge.
Il Magistrato di sorveglianza
È l'organo cui è demandato l'obbligo di vigilare sulla organizzazione degli istituti di prevenzione e pena,
prospettando al Ministro della Giustizia le esigenze dei vari servizi, con particolare riguardo al trattamento
rieducativo. In particolare ha competenza in materia di rateizzazione o conversione delle pene pecuniarie, di
remissione del debito, di ricovero di condannati in ospedali psichiatrici giudiziari, di misure di sicurezza, di
pene detentive sostitutive, di dichiarazione di delinquenza abituale professionale o per tendenza etc.
Il Tribunale di sorveglianza
Presso ogni distretto e per ogni sezione distaccata di Corte d'Appello è istituito il Tribunale di sorveglianza, al
quale sono devoluti gli affari in materia di misure alternative alla detenzione e di revoca anticipata delle
misure di sicurezza in grado di appello. Il Tribunale è composto da tutti i magistrati di sorveglianza in servizio
nel distretto e da professionisti esperti in psicologia, servizio sociale, pedagogia, psichiatria e criminologia.
I provvedimenti vengono adottati da un collegio composto da un presidente (magistrato di cassazione), da
un magistrato di sorveglianza e da due degli esperti.
Il Giudice di pace
Si tratta di una figura di magistrato onorario e introdotta con L. 374/91. I Giudici di pace esercitano la
giurisdizione in materia civile e penale. Tale organo monocratico esercita giurisdizione penale per alcuni
delitti considerati meno gravi (es. ingiuria, percosse), per alcuni reati contravvenzionali anch'essi di minore
allarme sociale.
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Prima che sia commesso un fatto, si è in grado di sapere che se un furto viene commesso a Milano, l’autore
sarà giudicato dal Tribunale monocratico (competenza per materia) di Milano (competenza per territorio).
L'INCOMPATIBILITÀ
L'incompatibilità ha la funzione di garantire l'imparzialità del giudice (come per la rimessione), ma non
produce spostamento di competenza territoriale, in quanto si limita a determinare la sostituzione del giudice
«incompatibile» con altro giudice dello stesso ufficio. L'incompatibilità trae origine dal compimento di attività
in altra fase dello stesso procedimento: così ad esempio il G.I.P. che si è pronunciato sulla richiesta di rinvio
a giudizio non può successivamente partecipare al collegio che dovrà giudicare l'imputato. L'incompatibilità
può inoltre fondarsi su ragioni di carattere personale (es.: parentela o l'affinità con altro giudice già
pronunciatosi sul caso: artt. 34 e 35). In questo caso deve essere sostituito il singolo giudice, senza alcuno
spostamento territoriale del processo, come invece avviene in caso di rimessione ove l'incapacità a giudicare
colpisce l'intero ufficio giudiziario.
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Per esempio la Corte Costituzionale ha stabilito che la incompatibilità si verifica solo quando il Giudice si sia
già pronunciato sul merito dell'accusa in una fase precedente del procedimento o processo.
Inoltre la Corte Cost. ha ribadito che non può essere giudice del dibattimento chi abbia fatto parte del
Collegio del Tribunale che si è pronunciato, in sede di riesame o di appello, sull'ordinanza di adozione di una
misura cautelare personale nei confronti dell'indagato.
Da ultimo, la Corte Cost. ha disposto che non può celebrare l'udienza preliminare il giudice che abbia
pronunciato o concorso a pronunciare sentenza, poi annullata, nei confronti del medesimo imputato e per lo
stesso fatto.
L’art. 171 del D. Lgs 51/98 ha inserito il comma 2bis all'art. 34 c.p.p., a norma del quale il giudice che nel
medesimo procedimento ha esercitato funzioni di giudice per le indagini preliminari non può emettere il
decreto penale di condanna, né tenere l'udienza preliminare e non può partecipare al giudizio, anche fuori
dai casi previsti dal comma2.
L'ASTENSIONE
Anche questo istituto assolve alla funzione di assicurare l'imparzialità del giudice, nel senso che prevede la
sua sostituzione in conseguenza di particolari gravi situazioni specificamente descritte dalla legge (vedi art.
36). A differenza di quanto avviene nella ricusazione, che esamineremo dopo, in questi casi è il giudice a
chiedere di essere sostituito, segnalando le ragioni di convenienza che giustificano il provvedimento (si noti,
infatti, la quasi totale identità delle cause determinanti i due istituti). Trattandosi di una richiesta di
autoesclusione, la legge ha ritenuto sufficiente che a decidere sia il presidente dell'ufficio cui è addetto il
giudice (ovvero il presidente dell'ufficio superiore, se si tratta del dirigente l'ufficio inferiore).
LA RICUSAZIONE
Quando, in presenza di una causa di astensione, il giudice non prende l'iniziativa per farsi sostituire, è data
facoltà alle parti di ricusarlo. In caso di accoglimento della relativa istanza, si producono effetti anche
cospicui sul processo, perché gli atti compiuti possono essere invalidati (art. 42) e comunque il giudice non
potrà più decidere sui fatti sino a quando non sia stata esaminata la richiesta di ricusazione (art. 37).
Tuttavia, la sentenza della Corte Costituzionale 10/97 ha stabilito che nell'ipotesi di reiterata istanza di
ricusazione per gli stessi motivi, il giudice può proseguire nel giudizio anche fino alla sentenza.
L'esame della richiesta di ricusazione non è affidato all'organo monocratico (presidente) che era deputato a
valutare la richiesta di astensione, ma ad un organo collegiale (art. 40). La richiesta deve essere
personalmente formulata dall'imputato o da persona munita di procura speciale, ed è previsto che in caso di
rigetto si applichi una sanzione pecuniaria (si badi, solo a carico dell'imputato, mai del P.M.).
In quanto istituto posto a presidio dell'imparzialità del giudice, la ricusazione non è possibile nei confronti del
P.M., per il quale la sussistenza di una delle situazioni indicate dalla legge potrà indurlo alla richiesta di
astensione.
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Innanzi al Tribunale monocratico, a seguito di delega nominativa del procuratore capo, le funzioni di accusa
possono essere svolte anche da cd. delegati del P.M.: vice procuratori onorari, ufficiali di P .G. (diversi da
quelli che hanno partecipato alle indagini), uditori giudiziari senza funzioni, ossia in tirocinio.
Tra i diversi uffici del P .M. non sussiste un rapporto di dipendenza gerarchica, ma una semplice relazione di
mera sovraordinazione, collegata alla progressione del processo al grado di giudizio successivo. In ciascun
grado di giudizio, legittimato ad esercitare le funzioni di P.M. è unicamente l'ufficio costituito presso il
corrispondente giudice. In fase di indagini preliminari, il procuratore generale presso la Corte d'appello non
ha poteri né di investigazione, né di esercizio dell'azione penale (art. 51), salvo le ipotesi eccezionali di
avocazione. Ciò si riflette anche nella mancata previsione di sezioni di polizia giudiziaria presso la procura
generale. Il titolare di ogni singola Procura ha un potere di organizzazione dell'ufficio e designa il sostituto
che debba trattare un certo affare, ma ha limitati poteri di sostituzione (grave impedimento, rilevanti esigenze
di servizio), che può disporre con provvedimento motivato da comunicarsi al Consiglio Superiore della
Magistratura. Il sostituto, dal canto suo, ha piena autonomia nello svolgimento delle sue funzioni in sede di
udienza, perché prima di questo momento deve riferire al dirigente le eventuali notizie di reato di cui venisse
a conoscenza, non essendogli riconosciuto dalla legge un potere di iniziativa autonoma.
Funzione di incriminazione
Alla conclusione delle indagini il P.M. deve valutare il materiale raccolto, e se lo ritiene sufficiente per
sostenere l'accusa, chiedere al giudice il provvedimento di rinvio a giudizio. Tale richiesta, ai sensi dell'art.
416 c.p.p., deve essere preceduta dall'avviso previsto dall'art. 415bis, nonché dall'invito a presentarsi per
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rendere l'interrogatorio ex art. 375, comma 3 qualora la persona sottoposta alle indagini abbia chiesto di
essere sottoposta ad interrogatorio. Il nuovo codice ha fissato nella domanda di rinvio a giudizio il momento
in cui viene esercitata l'azione penale, facendo dipendere da essa anche l'assunzione della qualità di
imputato e il passaggio dal procedimento al processo vero e proprio. Ne discendono conseguenze notevoli:
il P.M. diventa una parte con poteri analoghi a quelli dell'imputato; possono entrare nel processo le altre parti
eventuali che finora erano rimaste assenti (parte civile, responsabile civile, civilmente obbligato per la pena
pecuniaria), in quanto la loro presenza è condizionata alla sussistenza di un «processo» penale; il reato
attribuito ottiene una qualificazione non più mutevole, in quanto essendosi proceduto alla formale
contestazione, ogni mutamento sarà soggetto alle disposizioni del codice (art. 423).
La richiesta di rinvio a giudizio (con conseguente celebrazione dell'udienza preliminare) non è l'unico modo
di esercizio dell'azione penale (art. 405): infatti, a seconda dei casi, il P.M. può disporre la citazione diretta a
giudizio (art. 550), ovvero attivare uno dei procedimenti speciali (artt. 438 e seg.).
Nel caso invece che il materiale raccolto non sia sufficiente per il rinvio a giudizio, il P.M. deve valutare se
richiedere una proroga dei termini previsti per l'indagine preliminare ovvero se richiedere l'archiviazione.
Funzione requirente
Ottenuto il rinvio a giudizio dell'imputato, il P.M. svolge quale parte necessaria del rapporto processuale la
cd. funzione requirente, che consiste nel rivolgere al giudice, esattamente come fa l'imputato, una serie di
istanze che possono riferirsi al rito (es. giudizio immediato, giudizio per decreto, citazione di testi, periti o
consulenti tecnici) ovvero al merito (es. applicazione della pena patteggiata, richiesta di condanna).
Come riconosciuto al difensore dell'imputato e delle altre parti private, il P.M. nel dibattimento può procedere
all'esame diretto dei testi da lui richiesti, e ha diritto di controesaminare i testi prodotti dalle altre parti (cd.
cross examination).
La possibilità di disporre della polizia giudiziaria compete all'autorità giudiziaria nel suo insieme, e quindi
anche alla magistratura giudicante. Per rendere più efficace la lotta contro la criminalità organizzata, il D.L.
20-10-1991, n. 345 ha introdotto un nuovo organo investigativo, la Direzione Investigativa Antimafia (D.I.A.).
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- speciali (o particolari), quando incontrano uno o più dei suindicati limiti (es. ispettori del lavoro nelle
materie di propria competenza).
Funzione investigativa
Si tratta dell'attività della P.G. finalizzata all'acquisizione di tutti gli elementi occorrenti al P.M. per iniziare e
proseguire l'azione penale. Il primo momento della funzione in esame è l'acquisizione della notitia criminis,
cui segue, poi, la ricerca delle fonti di prova (tracce del reato, persone in grado di fornire informazioni etc.).
Funzione repressiva
La P.G. ha il potere-dovere di impedire che i reati vengano portati a conseguenze ulteriori, sicché deve
attivarsi al fine di interrompere le attività criminose.
Funzione esecutiva
Si tratta dell'attività che la P.G. svolge in attuazione del suo obbligo di assistere l'Autorità giudiziaria. Essa si
sostanzia, quindi, nell'esecuzione degli atti dell'A.G., su delega di quest'ultima (ad es. esecuzione di
ordinanze cautelari, di sequestri, di perquisizioni).
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IDENTIFICAZIONE DELL'IMPUTATO
Perché si possa attribuire ad una persona la qualità di imputato, occorre che ne sia certa l'esistenza, la
capacità e l'identità sia fisica che anagrafica. In particolare:
- esistenza in vita: il codice dispone che «se risulta la morte dell'imputato, in ogni stato e grado del
processo il giudice, sentiti il pubblico ministero ed il difensore, pronuncia sentenza»;
- identità dell'imputato: occorre distinguere fra identità fisica e identità anagrafica:
identità anagrafica: l'art. 66 dispone che «l'impossibilità di attribuire all'imputato le sue esatte
generalità non pregiudica il compimento di alcun atto da parte dell'autorità procedente, quando sia
certa l'identità fisica della persona». In caso di incertezza sull'età dell'imputato, se si ha ragione di
ritenere che si tratti di un minorenne, l'art. 67 dispone che gli atti vengano trasmessI al procuratore
della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni;
identità fisica: ove risulti l'errore di persona, l'art. 68 dispone che il giudice, sentiti il P.M. ed il
difensore, pronuncia sentenza ai sensi dell'art. 129. L'art. 389 impone in questi casi l'immediata
scarcerazione del fermato o dell'arrestato, alla quale deve provvedere nella fase delle indagini
preliminari lo stesso ufficiale di polizia giudiziaria o il P.M..
LA CAPACITÀ DELL'IMPUTATO
Il problema della capacità dell'imputato deve essere esaminato sotto un duplice profilo.
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I DIRITTI DELL'IMPUTATO
L'imputato (cui va equiparata la persona sottoposta alle indagini), è un soggetto processuale, cui la legge gli
riconosce alcuni diritti e poteri. Si possono tuttavia indicare i più importanti, che sono:
- diritto a scegliersi un difensore di fiducia (art. 96);
- sindacato della competenza del giudice (art. 31);
- sindacato della competenza del P.M. procedente (art. 54quater);
- diritto a rivolgersi direttamente al giudice (art. 121);
- diritto alla prova (art. 190) e allo svolgimento di indagini difensive (artt. 391bis e seg.);
- diritto all'incidente probatorio (art. 392);
- diritto a partecipare al processo (art. 420bis);
- diritto a non presenziare all'udienza (art. 420quater);
- diritto a scegliere il rito alternativo (libro VI);
- diritto alle impugnazioni (libro IX);
- diritto alla libertà morale (art. 64 comma 2);
- diritto di non rispondere (art. 64 comma 3).
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Nei casi di assoluta urgenza (es. giudizio direttissimo) è prevista una sorta di legittimazione provvisoria del
P.M. nell'interesse del danneggiato incapace (art. 77). Può notarsi, proprio in base alle condizioni di
legittimazione all'azione civile, un'ulteriore differenza fra il danneggiato e la persona offesa: il primo (che ha
la possibilità di costituirsi parte civile) in caso di morte trasferisce tale suo diritto ai suoi successori universali,
mentre la persona offesa ai suoi prossimi congiunti.
Costituzione
L'atto introduttivo dell'azione civile nel processo penale è l'«atto di costituzione» di parte civile oppure l' "atto
di trasferimento» in sede penale dell'azione civile già promossa nella sua naturale sede. L'atto di
trasferimento equivale all'atto di costituzione. Entrambi sono sottoscritti dal difensore giacché, le parti
private, diverse dall'imputato, stanno in giudizio col ministero di un difensore. Le procure speciali rilasciate ai
difensori possono essere autenticate dagli stessi difensori o da altra persona abilitata.
Occorre rispettare delle condizioni temporali minime e massime: non ci si può costituire prima che sia stata
esercitata l'azione penale da parte del P.M., in quanto presupposto della costituzione di parte civile è la
sussistenza del rapporto processuale penale. D'altro canto, non ci si può costituire oltre un certo termine,
che la legge identifica in quello relativo alla fase degli atti introduttivi del dibattimento, allorché il giudice
verifica l'instaurazione del contraddittorio fra le parti (art. 79).
Revoca
La revoca rientra nelle facoltà riconosciute alla parte civile, la quale può rinunciare ad avvalersi della sede
penale, pur non rinunciando alla sua pretesa risarcitoria. Ecco perché l'art. 82 prevede la possibilità del
successivo esercizio dell'azione in sede civile.
La rinuncia può essere espressa (ed allora sarà contenuta in una dichiarazione orale o scritta) ovvero tacita
(la legge identifica due ipotesi testuali: l'omessa presentazione delle conclusioni ovvero il promuovimento
dell'azione civile nella sua sede naturale).
Esclusione
Oltre che per iniziativa della parte civile, l'azione civile in sede penale può estinguersi per effetto della
richiesta di esclusione della parte civile proveniente innanzi tutto dai soggetti che ne sono la naturale
controparte, cioè l'imputato ed il responsabile civile. Vi è legittimato però anche il P.M. È previsto, tuttavia,
che possa provvedervi il giudice, di ufficio, quando non sussistano i requisiti di legge (art. 81). Le ordinanze
del giudice, che respingono o ammettono la richiesta di costituzione di parte civile, non sono impugnabili,
non essendo dal codice prevista tale ipotesi (principio di tassatività dei mezzi di impugnazione).
Il limite temporale per chiedere l'esclusione è fissato in quello corrispondente alla costituzione delle parti in
dibattimento: una volta costituitosi, il rapporto processuale si sviluppa fino al suo naturale epilogo (sentenza).
PENA PECUNIARIA
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Il responsabile civile è un soggetto diverso dall'imputato e tenuto in luogo di questi al risarcimento del danno
prodotto dal reato (es. compagnia assicuratrice per i danni causati dal veicolo guidato dal conducente -
imputato). Ipotesi di responsabilità civile per fatto altrui sono, ad es., quelle contemplate nei seguenti articoli:
- l'art. 2048 c.c. che prevede la responsabilità dei genitori e tutori per il danno provocato dai figli o dai
pupilli;
- l'art. 2049 c.c. che prevede la responsabilità dei padroni e dei committenti per il danno prodotto dai
loro domestici e commessi, nello svolgimento dei compiti loro affidati;
- gli artt. 274 e 878 cod. nav. in tema di responsabilità dell'armatore della nave o dell'esercente un
aereo, per i fatti dannosi commessi;
- la L. 990/1969 che prevede, in relazione ai danni causati dalla circolazione di autoveicoli, la
responsabilità solidale dell'assicuratore con il conducente proprietario del veicolo.
In tutti questi casi la responsabilità civile per il risarcimento è addossata dalla legge a persona diversa da
quella che materialmente ha causato il danno. Il responsabile civile è quindi un soggetto eventuale del
rapporto processuale civile inserito nel processo penale, e ciò in un duplice senso:
- vi può entrare a condizione che sussista il rapporto processuale penale;
- vi può entrare a condizione che vi sia stata costituzione di parte civile (se questa viene meno, esce
dalla scena anche lui);
In tali casi concorre con l'imputato all'adempimento dell'obbligo del risarcimento dei danni cagionati.
DISCIPLINA
Trattandosi di parte processuale, il termine minimo per la sua comparsa è l'udienza preliminare, mentre il
termine massimo è il dibattimento. Il responsabile civile deve costituirsi in giudizio (art. 84), e ciò potrà
avvenire o a seguito di citazione ordinata dal giudice su richiesta del danneggiato (purché costituitosi parte
civile) o del P.M. (art. 83), ovvero per intervento volontario dello stesso responsabile civile (art. 85). Infatti
egli ha una propria autonoma posizione da difendere, potendo essere chiamato a rispondere dei danni, e
avendo perciò interesse a far accertare la non responsabilità dell'imputato in ordine agli stessi.
Concetto
Si tratta di un soggetto accessorio del rapporto processuale penale. Civilmente obbligato per la pena
pecuniaria è il soggetto che, in quanto investito di particolari poteri di direzione o vigilanza nei confronti
dell'imputato, è tenuto dalla legge a rispondere civilmente per il pagamento delle sanzioni pecuniarie inflitte
all'imputato, in caso di una sua insolvibilità. Assumono tale qualità anche le persone giuridiche per fatti
commessi da propri rappresentanti, amministratori e dipendenti, in violazione di obblighi inerenti a tali
qualità, ovvero commessi nell'interesse dell'ente.
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- il civilmente obbligato non può essere condannato né alle spese né ai danni (art. 535);
- l'azione contro di lui può essere esercitata solo nel processo penale, e non in altra sede.
ENTI ED ASSOCIAZIONI
L'art. 91 sancisce espressamente che «gli enti e le associazioni senza scopo di lucro, ai quali anteriormente
alla commissione del fatto per cui si procede sono state riconosciute, in forza di legge, finalità di tutela degli
interessi lesi dal reato, possono esercitare, in ogni stato e grado del procedimento, i diritti e le facoltà
attribuiti alla persona offesa dal reato», restando perciò soggetto, senza mai divenire parti.
A questi requisiti propri dell'ente la legge aggiunge una precisa condizione all'art. 92, cioè che la persona
offesa abbia dato il suo consenso all'ente che intende intervenire. La norma prescrive che il consenso va
prestato per iscritto (atto pubblico o scrittura privata autenticata) e può essere accordato solo ad un ente,
ritenendosi inefficace se esteso ad altre associazioni.
CAPITOLO UNDICESIMO – IL DIFENSORE
La difesa giudiziaria penale consiste nel complesso delle attività processuali svolte dalle parti private, ad
esclusione della parte civile, e dai loro difensori, per far valere propri diritti ed interessi in ordine agli
accertamenti sulla esistenza della pretesa punitiva dello Stato nei confronti dell'imputato, e della pretesa
civile riparatoria o risarcitoria nei confronti dell'imputato e del responsabile civile. La difesa, quindi, coinvolge
diversi soggetti. L'art. 24 della Costituzione sancisce l'inviolabilità del diritto di difesa in ogni stato e grado del
giudizio. Il difensore è una parte meramente formale nel senso che l'interesse che fa valere nel processo
non gli appartiene, ma fa capo all'imputato o alle altre parti private che agiscono. L'assistenza consiste in
una collaborazione di natura tecnica, che si svolge tendenzialmente in ogni momento della procedura, ma
che può mancare nella fase degli atti di indagine, non essendo prevista l'informazione di garanzia (art. 369)
se non nelle ipotesi in cui debba compiersi un atto cd. garantito. Secondo il modo di investitura del difensore,
si parla di un difensore di fiducia (se scelto dall'interessato) e di un difensore d'ufficio (se designato in base
ad un meccanismo che prescinde dalla scelta dell’interessato). L’imputato può avere al massimo due
difensori e non può ricevere suggerimenti dal personale penitenziario o della polizia giudiziaria per la sua
scelta. La difesa di ufficio risponde a caratteri di sussidiarietà, obbligatorietà, immutabilità e precostituzione:
è sussidiaria, giacché il difensore di ufficio cessa dalle sue funzioni quando venga nominato un difensore di
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fiducia; è obbligatoria perché il difensore nominato non può rifiutare l'incarico né abbandonarlo altrimenti è
passibile di sanzioni disciplinari; è immutabile, perché una volta nominato, non può essere sostituito in via
definitiva con altro diverso, ma soltanto temporaneamente da un sostituto; è precostituita, perché la nomina
non rientra nella scelta discrezionale dell'autorità giudiziaria, ma è frutto di individuazione attraverso appositi
elenchi. In proposito, la legge 6-3-2001, n. 60, ha previsto che l'elenco dei difensori d'ufficio ed i relativi turni
di disponibilità siano tenuti da un ufficio centralizzato dell'ordine forense, sito nel capoluogo della Corte di
appello. Quando il p.m. od il giudice debbono compiere un atto che richiede la presenza del difensore,
dovranno attingere il nominativo dall'elenco predisposto dall'ufficio centralizzato. La difesa di fiducia, dal
canto suo, ha i seguenti caratteri: prevalenza, perchè la nomina del difensore di fiducia prevale su quella del
difensore d'ufficio; facoltatività, nel senso che l'interessato è libero di scegliere il proprio difensore e può
revocarlo in qualsiasi momento; inoltre anche il difensore è libero di accettare o meno l'incarico difensivo.
Fin dal momento dell'eventuale arresto del soggetto il difensore ha diritto al colloquio col suo cliente, per cui
la p.g. deve immediatamente informarlo dell'avvenuto arresto. Se la persona arrestata è priva di difensore di
fiducia, la p.g. dovrà rivolgersi al P.M. che provvederà a designare il difensore d'ufficio.
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giurisdizionale, che vengono adottati su richiesta del P .M. e che non sono orali (es. autorizzazione
all'intercettazione; ordinanza che dispone la custodia cautelare), ma come si vede, si tratta di eccezioni.
Va notato però che se la fase delle indagini preliminari non può certo definirsi orale, in essa la scrittura
assume un ruolo ben diverso da quello che ha rivestito nel processo inquisitorio o in quello di tipo misto.
Infatti mentre in tali processi essa era la forma attraverso cui venivano consacrate prove raccolte, destinate
ad operare nel dibattimento, nel nuovo rito si tratta piuttosto di «appunti di lavoro».
Lingua
L'art. 109 sancisce il principio che gli atti vanno compiuti in lingua italiana, ammettendo una deroga solo
quando il procedimento si svolga davanti ad un ufficio giudiziario che operi su un territorio ove sia insediata
una minoranza linguistica riconosciuta. L'imputato ha diritto all'assistenza di un interprete, nel caso in cui non
conosca la lingua italiana.
Sottoscrizione
La sottoscrizione, se richiesta, sarà costituita dalla firma del soggetto. Se chi deve firmare è analfabeta o
comunque non in grado di scrivere, il pubblico ufficiale procedente ne cura l'identificazione completa,
precisando le ragioni della mancata sottoscrizione. Non è valida la firma apposta con mezzi meccanici (timbri
etc.) o con segni diversi dalla scrittura. Nel caso in cui una parte debba conferire una procura speciale (ad
es. per la costituzione di parte civile), tale atto può essere autenticato dallo stesso difensore.
Data
A norma dell'art. 111, quando è richiesta la data di un atto, va indicato il giorno, il mese e l'anno della
redazione dell'atto (non l'ora, salvo espressa previsione di legge: es. art. 386 comma 3).
giacché la segretezza attiene ai rapporti fra i soggetti processuali, e non alla sfera della libertà di
stampa.
Per atto coperto dal segreto si intende quello che l'indagato non conosce né ha diritto di conoscere. Il
compimento dell'atto alla sua presenza, ovvero il suo successivo deposito, con avviso al difensore, rende
l'atto conosciuto o conoscibile, ma solo dal soggetto o parte processuale e non già da terzi estranei,
compreso il giornalista. Nella fase delle indagini preliminari, si hanno atti segreti, di cui è ovviamente vietata
la pubblicazione. Questa sarà possibile, solo con riferimento al contenuto dell'atto, quando ne sia venuta
meno la segretezza. Nella fase della celebrazione del dibattimento (ove non si proceda a porte chiuse) (art.
472), non esistono per definizione atti segreti, essendosi proceduto al deposito degli atti di indagine
contenuti nel fascicolo del P.M. È perciò consentita la pubblicazione del contenuto di qualsiasi atto, ma non
in forma testuale (vi sono eccezioni); inoltre la L. 479/1999 ha previsto che sia vietata la pubblicazione
dell'immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre la stessa si trova sottoposta all'uso di
manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica, salvo che la persona vi consenta.
ATTI E PROVVEDIMENTI DEL GIUDICE
Il nuovo legislatore ha ritenuto opportuno creare una sezione in cui dettare una articolata disciplina ci rca i
provvedimenti che può adottare il giudice (si noti: non anche il P.M).
Ha innanzi tutto chiarito che essi possono assumere una triplice forma: sentenza, ordinanza e decreto.
Sentenza
La sentenza è l'atto processuale che esaurisce il rapporto processuale o una fase di esso. Essa può essere
di merito (cioè relativa al rapporto penale sostanziale) o processuale (se decide solo su problemi di carattere
processuale) e viene sempre emanata in nome del popolo italiano. Va motivata a pena di nullità.
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Ordinanza
L'ordinanza è un atto la cui definizione è piuttosto complessa, perché la legge ne prevede l'emanazione in
casi molto eterogenei. In generale può dirsi che è l'atto che decide sulle questioni incidentali che possono
sorgere. Anche essa va motivata a pena di nullità.
Decreto
Il decreto è un provvedimento del giudice emanato sia nella fase processuale che in quella esecutiva. Esso
va motivato a pena di nullità solo quando espressamente richiesto dalla legge. La motivazione è richiesta nei
seguenti casi:
- decreto che dispone la sospensione dell'ordinanza adottata ai sensi dell'art. 127, quando la stessa
sia stata impugnata;
- decreto che dispone l'accompagnamento coattivo dell'imputato (art. 132);
- decreto che dispone l'ispezione (art. 244);
- decreto che dispone la perquisizione (art. 247);
- decreto che dispone il sequestro (art. 253);
- decreto che dispone l'intercettazione (art. 267);
- decreto che dispone il sequestro preventivo (art. 321);
- decreto che dispone l'archiviazione (art. 409);
- decreto che dispone la riapertura delle indagini dopo l'archiviazione (art. 414).
Non è un «decreto», ma sostanzialmente una sentenza, il cd. decreto di condanna (artt. 459 segg.).
Si noti che non richiede alcuna motivazione il decreto di rinvio a giudizio (art. 429): la legge richiede solo
l'indicazione sommaria delle fonti di prova e dei fatti cui esse si riferiscono»; anche se a seguito della L. 16-
12-1999, n. 479 il decreto deve contenere l'enunciazione delle circostanze aggravanti e di quelle che
possono comportare l'applicazione di misure di sicurezza, con l'indicazione dei relativi articoli di legge. Ogni
provvedimento è adottato dal giudice in camera di consiglio, senza la presenza delle parti o dell'ausiliario, e
la deliberazione è segreta (cioè in caso di giudice collegiale, riferita a tutto il collegio, senza indicazione di
un'eventuale minoranza dissenziente: in realtà bisogna indicare il dissenso succintamente motivato, redatto
su verbale sottoscritto da tutti i componenti del collegio e custodito in plico sigillato presso la cancelleria.
Provvedimenti innominati
I provvedimenti cd. innominati, sono tutti quegli atti del giudice privi di una specifica denominazione, ma
identificati solo in relazione alla loro funzione (es. avvisi, inviti, ordini, disposizioni etc.).
La procedura è disciplinata, in via generale, dall'art. 127 che prevede che all'udienza, non pubblica,
partecipino sia i difensori delle parti private (che possono produrre memorie fino a cinque giorni prima
dell'udienza), sia il P.M.. Possono intervenire personalmente tutti i soggetti interessati, e va disposto rinvio
se non compaia l'imputato detenuto che ha chiesto di essere ascoltato, e risulti assente per legittimo
impedimento. La decisione è adottata con ordinanza. Tale normativa può essere derogata da specifiche
forme di procedimento in camera di consiglio (es. ud. preliminare; ud. per il rito abbreviato).
Una particolare applicazione di tale procedimento riguarda la correzione degli errori materiali, (per «errore
materiale» si intende un errore che non determini nullità: p.e. rettifica delle generalità attribuite all'imputato).
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POTERI COERCITIVI DEL GIUDICE
Dopo avèr previsto (art. 131) tali poteri in via generale, il codice prende in esame due casi particolari, relativi
all'accompagnamento coattivo dell'imputato (art. 132) o di altre persone (art. 133). Va notato come tale
potere non si inquadri nell'ambito delle misure di coercizione personale, sia perché inerisce direttamente
all'attività di indagine e di accertamento, sia perché riguarda anche soggetti diversi dall'imputato. Per
sottolineare tale diversità ed eccezionalità, il legislatore ha disciplinato in modo particolareggiato l'istituto,
soprattutto per quanto riguarda l'accompagnamento coattivo dell'imputato, stabilendo che esso può essere
disposto solo nei casi previsti dalla legge e per il tempo strettamente necessario, comunque non superiore
alle 24 ore. I casi previsti dalla legge sono quelli dell'art. 376 (interrogatorio e confronto); dell'art. 399
(necessaria presenza della persona sottoposta alle indagini per un atto da assumere con l'incidente
probatorio); art. 490 (accompagnamento dell'assente o contumace per assumere una prova diversa
dall'esame). Per l'accompagnamento delle altre persone, va sottolineato che la misura è applicabile anche al
consulente tecnico, oltre che al testimone, al perito, all'interprete e al custode.
Se daI processo risulta evidente che il fatto non sussiste, o che l'imputato non lo ha commesso, o che il fatto
non costituisce reato o infine che non è previsto dalla legge come reato, la pronuncia sarà di assoluzione (o
di non luogo a procedere) per una di queste ragioni, anche se ricorra una causa di estinzione del reato.
La sentenza di non luogo a procedere (art. 425) scaturirà dall'udienza preliminare; nella fase
predibattimentale vi sarà la sentenza di proscioglimento di cui all'art. 469; in dibattimento, infine, la sentenza
sarà normalmente prevista nelle due articolazioni indicate dagli artt. 529 e 530.
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CAPITOLO TREDICESIMO - LE NOTIFICAZIONI
La notificazione consiste nell'actio del notum facere e, quindi, nell'attività diretta a rendere noto al suo
destinatario un atto processuale. L'atto notificato può, a sua volta, consistere in:
a) atto documentale. In tale ipotesi il documento materiale (di solito, cartaceo) racchiude ed incorpora
una manifestazione di volontà, di giudizio o altra elaborazione psichica di un soggetto processuale
(es.: notifica del decreto di rinvio a giudizio: artt. 429 c. 4° e 552 c. 3° c.p.p.).
b) avviso (o comunicazione). In tal caso, la notifica dell'atto contenente l'avviso (es. avviso del deposito
di atti: art. 366 c. 1 ° c.p.p.) fornisce al destinatario una conoscenza incompleta e parziale (ad es.: sa
che un atto è depositato, ma non conosce ancora il contenuto di quell'atto). Più analiticamente
l'avviso informa di un'attività già compiuta.
Come qualsiasi atto procedimentale, anche l'atto di notifica consiste, a sua volta, nell'atto-contenuto,
consistente nell'attività compiuta dall'organo notificante, e nell'atto forma, consistente nel documento
materiale (relata di notifica), in cui è descritta l'attività di notificazione compiuta.
Tale attività costituisce esercizio di una pubblica funzione giudiziaria ed il soggetto che la esercita assume,
per tale fatto, la qualità di pubblico ufficiale.
La funzione ha carattere giudiziario, ma non giurisdizionale. In particolare il personale degli Uffici Notifiche,
Esecuzioni e Protesti (U.N.E.P.) è espressamente definito come «ausiliario dell'ordine giudiziario». La loro
funzione, però, non ha carattere giurisdizionale, perché la giurisdizione (iuris-dictio) implica il potere di
pronunciarsi sul merito dell'accusa e, quindi, il potere di prosciogliere o condannare; potere che è esclusivo
del giudice, tanto che il P.M. è anch'esso organo solo giudiziario.
In particolare, per i provvedimenti del giudice, l'organo ordinario di notifica è l'ufficiale giudiziario o chi ne
esercita le funzioni; organo suppletivo è la polizia giudiziaria.
Per gli atti del P.M., durante la fase investigativa, organi ordinari sono sia la P.G. sia l'ufficiale giudiziario, ma
dopo l'inizio del processo anche per esso la P.G. diventa organo suppletivo.
Per gli atti dei soggetti privati, non potendo essi avvalersi della P.G. (di cui la sola A. G. ha la diretta
disponibilità: art. 109 Cost.). l'unico organo notificatore istituzionale è l'ufficiale giudiziario. Tali soggetti
possono anche ricorrere, nei casi consentiti alla cd. auto-notifica personale o al servizio postale (art. 162).
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provvedere alla consegna personale dell'atto, ma di tale attività deve procurarsi prova (ad es.,
sottoscrizione «per ricevuta di copia.).
FORME PARTICOLARI
La forma tipica di notifica consiste nella consegna all'interessato di copia integrale dell'atto.
Forme particolari di notifica sono:
a) gli avvisi orali e la lettura di provvedimenti fatta dal giudice, dal p .M. o dalla polizia giudiziaria;
b) notificazioni mediante mezzi tecnici di trasmissione a distanza dell'atto, in cui la copia è formata
dall'apparecchiatura dello stesso ricevente (es.: fax, posta elettronica) e, quindi, non fornisce
certezza circa l'autenticità dell'atto trasmesso e la identità del mittente. Pertanto, tale forma deve
essere autorizzata dal giudice o dal P.M. e non è ammessa nei confronti dell'imputato;
c) notificazioni mediante l'uso del telefono e del telegrafo (fonogramma-telegramma). Occorre
distinguere tra atto presupposto da notificare e documentazione dell'attività notificatoria. Circa l'atto
da notificare, questo va innanzi tutto redatto in forma di fonogramma o in questo trasfuso. Esso
viene, quindi, trasmesso al destinatario per via telefonica all'utenza installata nella sua casa di
abitazione (anche se non di residenza anagrafica), nel suo posto di lavoro o, in mancanza, nella sua
temporanea dimora o recapito. Il fonogramma vale come notifica se è ricevuto dall'interessato o da
persona che con lui conviva anche temporaneamente (es., segretaria dello studio) e se è
immediatamente confermato mediante telegramma. La procedura fonogramma-telegramma
presuppone l'urgenza, è comunque subordinata alla preventiva autorizzazione del magistrato, è
sempre preclusa nei confronti dell'imputato.
d) annotazione «per presa visione» ovvero «per presa visione e ricezione di copia». Trattasi di
dichiarazione sottoscritta dall'interessato, materialmente apposta sull'atto da notificare.
e) pubblici annunzi. Trattasi di un raro procedimento di notifica collettiva, in incertas personas,
sostitutivo della notifica individuale. Consiste nella pubblicità data all'atto mediante forme di
divulgazione, potenzialmente idonee a portare l'atto a conoscenza degli interessati (pubblicazione su
giornali, affissione di pubblici manifesti, annunci con mezzi radiotelevisivi etc.). Occorre in ogni caso
che l'atto sia inserito per estratto nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica e che una copia sia
depositata nella casa comunale. La relativa procedura è condizionata ad una disposizione espressa
del giudice o del P.M. ed è subordinata ad esigenze sostanziali, quali il numero rilevante dei
destinatari o l'impossibilità di identificarli tutti. Tale procedura non è esperibile nei riguardi degli
imputati.
LA RELATA DI NOTIFICA
La relazione di notifica è l'atto redatto dall'organo notificatore per documentare l'attività espletata. La relata
deve compiutamente descrivere le modalità seguite per la notifica, le circostanze di tempo e di luogo, gli
adempimenti egli accertamenti compiuti, in conformità dell'analitica disciplina normativa.
Il contenuto della relata comprende:
a) l'intestazione dell'organo (Ufficio U.N.E.P. o Comando di P.G.) che la esegue;
b) il riferimento al procedimento penale cui essa inerisce;
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c) l'indicazione dell'atto oggetto della notifica, di solito con la generica dicitura «atto allegato», «atto
retroscritto», «atto che precede»;
d) specificazione delle modalità seguite per la notifica, con precisazione del consegnatario dell'atto, dei
rapporti di costui con il destinatario, delle altre circostanze di tempo e di luogo e di eventuali ulteriori
adempimenti;
e) data e luogo di redazione della relata;
f) sottoscrizione dell'organo notificatore e, ove necessario, del consegnatario dell'atto;
g) timbro o stampigliatura identificativa del soggetto notificante.
La relata è atto pubblico in quanto proviene da un pubblico ufficiale ed è preordinata a costituire la prova
dell'attività (pubblica) di notificazione (art. 2700 c.c.).
NOTIFICHE ALL'IMPUTATO
La notifica all'imputato è il modello fondamentale per le notifiche agli altri soggetti processuali, per i quali
sono, però, apprestate minori garanzie procedurali. Per l'imputato esistono una molteplicità di procedimenti
di notifica, distinti a seconda del suo stato di libertà o di detenzione. Nell'ambito dello stato di libertà sono
differenziati gli imputati all'estero, in servizio militare, latitanti o evasi e quelli irreperibili, accanto all'ipotesi -
base dell'imputato semplicemente libero. Alla condizione di imputato è assimilata, ai fini delle notifiche,
quella di indagato (art. 61, c. 2°).
L'omissione dell'invio della raccomandata non costituisce una mera irregolarità, ma una causa di nullità della
notificazione. La copia dell'atto non può, comunque, essere consegnata ad una persona minore degli anni
quattordici o in stato di manifesta incapacità di intendere e di volere. In caso di assenza dell'imputato
destinatario, assenza o mancanza di persone conviventi e del portiere, loro inidoneità psichica, rifiuto di
riceversi l'atto opposto dal convivente e dal portiere, il p.u. notificatore deve procedere al secondo tentativo,
solo se il destinatario è un imputato. Quando, però, il rifiuto a riceversi l'atto proviene personalmente dal
destinatario, la notifica è considerata legalmente già perfezionata; basta che il p.u. notificante ne dia atto
nella sua relata. Negli altri casi, occorre seguire la procedura del deposito dell'atto nella casa (municipio) del
Comune in cui l'imputato ha l'abitazione (Comune di residenza di fatto, eventualmente diversa da quella
anagrafica) ed in subordine del Comune dove egli esercita abitualmente la sua attività lavorativa. Un avviso
del deposito presso il Comune deve essere affisso sulla porta della casa di abitazione o del luogo di lavoro
dell'imputato. Inoltre, l'organo notificatore deve spedire all'interessato avviso a mezzo posta (con lettera
raccomandata e avviso di ricevimento) dell'avvenuto deposito dell'atto presso il Comune.
Gli effetti della notificazione decorrono dal ricevimento della raccomandata che rappresenta l'ultimo
adempimento procedurale.
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Orbene in caso di residenza o dimora all'estero, può aversi:
a) conoscenza insufficiente dell'indirizzo. In tal caso la A.G. (P.M. o giudice) che procede dispone
ricerche all'estero nei limiti consentiti dalle convenzioni internazionali di assistenza giudiziaria.
b) conoscenza precisa dell'indirizzo. La A. G. servendosi della posta (raccomandata con avviso di
ricevimento), spedisce all'imputato una informativa di reato, avvisandolo del fatto-reato per cui si
procede, ed invitandolo ad indicare un domicilio in Italia, ai fini della notifica degli ulteriori atti
processuali.
Imputato militare
È «militare» sia l'imputato che si trovi in servizio di leva, sia l'imputato che si trovi in servizio permanente
effettivo. La prima notificazione deve essere eseguita nella sede di servizio, mediante consegna personale.
Ove la consegna personale non sia possibile, la copia dell'atto va notificata all'ufficio del comandante
militare, ove è ricevuta da questi o dal personale ivi addetto. Le notificazioni successive saranno eseguite
nel domicilio eletto dall'interessato ed, in mancanza, presso la sede di servizio (domiciliazione lavorativa) o
presso la sua abitazione privata (domiciliazione abitativa), secondo la regola generale.
Imputato irreperiblle
L'imputato (o indagato) irreperibile ha in comune con il latitante e l'evaso, oltre alla condizione di libertà, il
carattere della localizzazione ignota, non essendo conosciuta dalla A. G. procedente la sua effettiva attuale
domiciliazione. AIlorché la A.G. (P.M. o giudice), alla stregua delle ricerche esperite, ritiene non conseguita,
né conseguibile la reperibilità dell'inquisito, emette decreto di irreperibilità. Questo implica, quindi, la
impossibilità di eseguire la notifica nelle domiciliazioni personali dell'interessato (abitazione, posto di lavoro,
dimora o temporaneo recapito), nonché l'esito infruttuoso delle nuove ricerche esperite per identificarli.
Implica, altresì, la mancanza di un domicilio eletto presso terzi dall'imputato irreperibile. (VEDI ALTRO)
Il decreto, nella sua parte dispositiva, dichiara lo stato di irreperibilità dell'inquisito; designa il difensore di
ufficio, qualora l'inquisito (imputato o indagato) ne sia privo; ordina che le notificazioni, non ancora effettuate
e quelle che in futuro accorreranno, siano eseguite mediante consegna di copia al difensore (di fiducia o di
ufficio), considerato, quindi, suo domiciliatario legale.
Imputato detenuto
L'art. 156 prevede che le notificazioni all'imputato detenuto sono eseguite nel luogo di detenzione mediante
consegna di copia alla persona. La qualità di «detenuto», può essere relativa allo stesso o ad altro
procedimento penale, può avere carattere cautelare o espiativi e può riferirsi anche a situazioni di fatto
assimilabili ad una carcerazione, quali quelle delle misure di sicurezza.
Persona offesa
Le notifiche alla persona offesa dal reato (che non sia ancora costituita parte civile) sono eseguite presso
uno dei luoghi in cui la legge presume il suo radicamento: la casa di abitazione o il luogo di lavoro; in
subordine, il luogo di temporanea dimora. Se eseguita a mani proprie dell'interessato o di persona con lui
convivente, la notifica è già perfezionata, senza nemmeno la necessità della sottoscrizione dell'atto. Se,
invece, avviene nelle mani del portiere, essa va integrata: oltre alla sottoscrizione per ricevuta apposta dal
portiere sull'originale dell'atto, l'ufficiale giudiziario deve inviare aI destinatario lettera raccomandata R.R.
Parte civile, responsabile civile e civilmente obbligato per la pena pecuniaria
a) se si sono già costituiti nel giudizio, essi sono necessariamente assistiti da un difensore. Tali parti sono
ritenute dalla legge domiciliate presso il difensore. Le notifiche sono, quindi, effettuate presso il difensore
domiciliatario legale.
b) se ancora non si sono costituiti nel processo, mancando una domiciliazione legale, le notifiche
avvengono, come per la persona offesa, presso il loro posto di lavoro o abitazione ovvero temporanea
dimora (o recapito).
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NOTIFICHE ALL'AUTORITÀ GIUDIZIARIA
Gli atti diretti al giudice, sono consegnati alla sua cancelleria dal personale U.N.E.P. o dalla polizia
giudiziaria, che redigono la relata di notifica. In luogo di questa nella prassi è diffusa la forma sostitutiva di
una attestazione «per ricezione di copie» datata e sottoscritta dal funzionario che riceve l'atto. Le
notificazioni richieste dalle parti private possono essere sostituite dall'invio di copia dell'atto, effettuata dal
difensore mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento.
Per le comunicazioni tra P.M. e giudice, o viceversa, la consegna di copia dell'atto è compiuta dalla
segreteria del primo alla cancelleria del secondo, o viceversa, con annotazione «per ricevuta» su apposito
«registro di passaggio di atti» o direttamente sull'originale (o copia) dell'atto da restituire al funzionario
notificante. La attestazione di ricezione è usualmente apposta dal funzionario ricevente, ma essa potrebbe
essere eseguita anche dal funzionario notificante, essendo costui un pubblico ufficiale legittimato.
L'inesistenza
L'inesistenza ricorre tute le volte in cui un atto non possiede quei requisiti essenziali che lo rendano
riconoscibile come atto giuridico. Molto efficacemente CARNELUTTI scolpiva la differenza fra inesistenza e
nullità affermando che essa era analoga a quella che c'è fra il non nascere ed il morire: es. sentenza
pronunciata da soggetto che non è giudice.
La nullità
Possono distinguersi tre tipi di nullità: le nullità assolute; le nullità a regime intermedio (fra le assolute e le
relative; le nullità relative. Le nullità si distinguono anche in generali e speciali, a seconda che siano previste
in generale per tutti gli atti e casi, o da specifiche norme di legge per particolari ipotesi di nullità.
La irregolarità
L'irregolarità è qualsiasi vizio formale dell'atto non sanzionato dalla legge con la nullità. Quando si verifichi, il
giudice deve provvedere alla sua eliminazione, eventualmente facendo ricorso alla correzione degli errori
materiali, di cui ci siamo già occupati. Si tenga presente che l'art. 124 prescrive l'osservanza delle norme
processuali anche quando la loro violazione non comporti nullità o altra sanzione processuale (possono
ricorrere, invero, profili di responsabilità disciplinare).
LA NULLITÀ
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nessuna altra irregolarità può essere considerata nullità, e quindi assoggettata al relativo regime, se ciò non
è stabilito espressamente dalla legge.
LE NULLITÀ GENERALI
Le nullità generali sono elencate dall'art. 178, per il quale si intende sempre prescritta a pena di nullità
l'osservanza delle disposizioni concernenti:
a) le condizioni di capacità del giudice e il numero dei giudici necessario per costituire i collegi stabilito dalle
leggi di ordinamento giudiziario;
b) l'iniziativa del pubblico ministero nell'esercizio dell'azione penale e la sua partecipazione al procedimento;
c) l'intervento; l'assistenza e la rappresentanza dell'imputato e delle altre parti private nonché la citazione in
giudizio della persona offesa dal reato e del querelante. VEDI ALTRO
LE NULLITÀ RELATIVE
Le nullità relative sono quelle che possono essere dedotte solo da quella parte che ha interesse
all'osservanza della disposizione violata. Le nullità relative:
- non possono essere rilevate d'ufficio dal giudice, ma devono essere dedotte dalla parte interessata;
- sono sanabili.
La deducibilità di parte delle nullità relative incontra però i seguenti limiti:
- l'interesse della parte ad eccepirla;
- la non responsabilità della parte nella produzione della nullità.
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L'INAMMISSIBILIT À
È quella particolare pronuncia del giudice con la quale si dichiara che non si può provvedere sulla domanda
per il difetto delle condizioni di ammissibilità della stessa. In particolare, l'inammissibilità:
- può dedursi da qualsiasi soggetto processuale e va rilevata d'ufficio dal giudice in ogni stato e grado
del procedimento;
- può essere pronunciata sia con ordinanza sia con sentenza;
- non si riferisce ad un determinato atto, ma ad una determinata domanda, su cui il giudice dichiara di
non poter decidere.
Di inammissibilità si parla ad esempio a proposito della ricusazione (art. 41) e della rimessione (art. 46).
LA DECADENZA
Consiste nella perdita o estinzione del diritto o facoltà di porre in essere un atto del procedimento. Più
specificamente consiste nella vicenda estintiva del potere di compiere un atto processuale. Presuppone che
l'atto non sia stato ancora compiuto.
LA PRECLUSIONE
È un vizio che riguarda direttamente il soggetto ed indirettamente l'atto: è al soggetto che è proibito di agire.
Consiste nel divieto di compiere un atto procedurale. Sia la decadenza che la preclusione presuppongono
una pregressa fase di esistenza del potere; più specificamente la preclusione può essere consequenziale
alla decadenza o alla consumazione del diritto.
Le indagini sono strumentali alle determinazioni inerenti all'esercizio o meno dell'azione penale (art. 326), e
come tali richiedono che il P.M. abbia ricevuto quella che si chiama notitia criminis. Questa è l'informativa di
reato che normalmente viene trasmessa dalla P.G., ma talvolta può assumere forme particolari.
La forma più semplice è appunto la segnalazione con la quale la P .G. (art. 347) senza ritardo
dall'acquisizione della conoscenza del fatto, in forma scritta comunica al P.M. «gli elementi essenziali del
fatto e gli altri elementi sino ad allora raccolti, indicando le fonti di prova e le attività compiute».
Nel momento in cui il P.M. riceve la comunicazione scattano una serie di conseguenze:
- il P.M. assume la direzione delle indagini (art. 327);
- la P .G., oltre a compiere atti di indagine di propria iniziativa, compie gli atti ad essa specificamente
delegati dal P.M. (art. 348); nonché può continuare a compiere atti investigativi di propria iniziativa;
- il P.M. iscrive «immediatamente» la notizia nell'apposito registro (art. 335), e da questa data
decorrono i termini ordinari per le indagini;
La rilevanza delle conseguenze comporta che venga esattamente identificata la notizia di reato che
determina il sorgere dell'obbligo di informativa, essendo configurabile, in caso di omissione o ritardo, una
responsabilità penale o comunque una disciplinare (art. 16 disp. att.). In tal senso si è osservato in dottrina
che non può ritenersi notizia in senso tecnico tutta l'attività svolta per verificare un sospetto generico, ovvero
una denuncia anonima (prima della sua verifica).
LA DENUNCIA
Tale informativa di reato può provenire da privati o da pubblici ufficiali o incaricati di un pubblico servizio, e
può essere presentata direttamente al p.m. o alla p.g. (artt. 331-333). In conseguenza della qualità del
soggetto che la presenta, può essere obbligatoria (per iI p.u. o l'incaricato di pubblico servizio, che l'abbiano
appresa a cagione del loro ufficio) ovvero facoltativa (per il privato, salvo per le denunce relative a reati
contro la personalità dello Stato puniti con l'ergastolo ed in taluni casi eccezionali, come in materia di
sequestri di persona). Essa va redatta per iscritto (ma i privati possono presentarla oralmente, nel qual caso
viene assunta a verbale). La denuncia costituisce notitia criminis.
REFERTO
Tale è la segnalazione proveniente dall'esercente una professione sanitaria. Assume forma scritta ed è
obbligatoria per coloro che abbiano prestato assistenza in casi che possono configurare un delitto
perseguibile d'ufficio (art. 334), tanto vero che in caso di pluralità di professionisti sanitari intervenuti,
incombe a tutti l'obbligo del referto. L'omissione del referto configura apposito delitto (art. 365 c.p.).
NOTIZIE ATIPICHE
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Queste comprendono:
- le comunicazioni anonime, cioè provenienti da persone non identificabili. Assumono normalmente la
forma dello scritto non firmato, ma talvolta sono comunicate telefonicamente o con altri strumenti
tecnologici. Non possono comunque essere acquisite al processo;
- le delazioni confidenziali, poste in essere dai confidenti di polizia, che si limitano a dare l'informativa
in forma segreta. Tali delazioni sono assimilabili agli scritti anonimi e servono quindi solo ad
indirizzare le indagini all'acquisizione della notitia criminis;
- notizie di stampa e di mezzi audiovisivi in genere, che nell'assolvimento dei compiti di informazione
possono render noti fatti-reato.
LE CONDIZIONI DI PROCEDIBILITA’
Si è detto che normalmente l'azione penale è esercitata d'ufficio dal P.M., ma in certi casi la legge la
subordina alla manifestazione di volontà della persona offesa o di altro soggetto. Tali manifestazioni di
volontà, in quanto condizionanti l'azione penale, prendono il nome di condizioni di procedibilità.
La querela
Essa è una manifestazione di volontà diretta ad ottenere la punizione del colpevole, ed assume rilevanza nei
soli casi in cui la legge subordini la punibilità del fatto alla manifestazione di tale volontà.
La ratio della punibilità a querela di alcuni reati risiede:
- nell'esigenza di non mettere in moto la giustizia penale per fatti di minima importanza, se non lo
voglia lo stesso interessato;
- nella preoccupazione di non cagionare all'offeso dal reato, attraverso il clamore sociale spesso
derivante dal processo penale, un danno maggiore di quello che ha già subito, se non sia lo stesso
interessato a voler affrontare tale situazione.
Sono perciò punibili a querela, ad esempio, i seguenti delitti la minaccia non grave (art. 612, comma 1 c.p.);
il danneggiamento non aggravato (art. 635, comma 1 c.p.); la diffamazione (art. 595 c.p.) e l'ingiuria (art. 594
c.p.); la violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza (art. 616 c.p.); la violenza sessuale (art.
609bis c.p.) ed altri reati contro la libertà sessuale. Inoltre sono punibili a querela dell'offeso anche alcuni
reati commessi tra persone che hanno tra loro rapporti di parentela.
Circa le formalità di presentazione, dispone l'art. 337, il quale prevede che nei casi di querela sporta
oralmente venga redatto verbale. Il termine, fissato nel codice penale è di tre mesi dalla notizia del fatto.
È previsto inoltre che se il soggetto titolare del diritto sia infermo di mente o minore, alla presentazione
possano provvedere le persone indicate nell'art. 338. A norma dell'art. 123 c.p., la querela si estende di
diritto a tutti coloro che hanno commesso il reato (eguale principio opera per la sua remissione). In quanto
disponibile, la querela può essere rimessa (art. 340) ovvero rinunciata (art. 339).
L'istanza
Si tratta di una condizione di procedibilità analoga alla querela, tanto che da questa mutua una parte della
disciplina (art. 341). Riguarda taluni delitti commessi all'estero dal cittadino o dallo straniero, che se
commessi nel territorio dello Stato sarebbero stati perseguibili d'ufficio. A differenza della querela, però,
l'istanza non è revocabile.
La richiesta
La richiesta di procedimento costituisce un diritto pubblico soggettivo spettante al Ministro della giustizia, con
cui si richiede la rimozione di un ostacolo al promuovimento dell'azione penale per:
- delitti politici commessi all'estero (art. 8 c.p.);
- delitti commessi all' estero dal cittadino (punibili con pena restrittiva della libertà personale non
inferiore nel minimo a tre anni, quando il colpevole si trovi nel territorio dello Stato: art. 9 c.p.);
- delitti commessi in danno di uno Stato estero o di un cittadino straniero, purché il colpevole si trovi
nel territorio italiano, la pena non sia inferiore ad un anno di reclusione, e l'estradizione non sia stata
concessa ovvero non sia stata accettata dallo Stato dove fu commesso il delitto;
- delitti di offesa alla libertà ed onore del Presidente della Repubblica.
La richiesta è irrevocabile.
L'autorizzazione a procedere
Anche questa condizione si risolve in una dichiarazione di volontà di una pubblica autorità diretta a
consentire l'esercizio della giurisdizione penale in riferimento a determinate fattispecie (es. reati contro la
personalità dello Stato, vilipendio) ovvero a determinate persone (es. parlamentari). L'autorizzazione
concessa è irrevocabile (art. 343, comma 5). In taluni casi l'autorizzazione necessita proprio per iniziare il
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procedimento (es. nelle ipotesi previste dall'art. 313 c.p.); in altri casi il procedimento può iniziare e
proseguire senza necessità di alcuna autorizzazione, ma quest'ultima è necessaria solo per il compimento di
specifici atti (es. per i parlamentari, per l'applicazione di misure cautelari ed intercettazioni: v. art. 68 Cost.).
Essa va richiesta entro 30 giorni dalla iscrizione della notitia criminis nell'apposito registro (art. 344) ed è di
competenza del P.M. Il potere di autorizzazione spetta, a seconda dell'interesse pubblico o della funzione
subiettiva, al Ministro della giustizia, ad un ramo del Parlamento o alla Corte Costituzionale.
In mancanza di autorizzazione, non possono compiersi una serie di atti specificamente indicati nel comma 2
dell'art. 343 (fermo, misure cautelari personali, perquisizione personale o domiciliare, ispezione personale,
ricognizione, individuazione, confronto, intercettazione), che sono consentiti invece se la persona è colta
nella flagranza di uno dei delitti indicati nell'art. 380 (per i quali l'arresto è obbligatorio), ma a condizione che
non sia un parlamentare o un giudice costituzionale (per i quali sono consentiti solo l'arresto o le
perquisizioni).
La competenza costituisce la misura della giurisdizione assegnata ad un giudice con riferimento alla materia,
al territorio e alla connessione. Attraverso il rispetto delle regole sulla competenza viene chiamato a
giudicare su determinati fatti-reato il cd. giudice naturale individuato con criteri predeterminati e astratti prima
della commissione del fatto (art. 25 Cost.). Ogni reato si caratterizza per il suo titolo (nomen iuris) o per la
sua gravità (desunta dal tipo e dalla misura della pena prevista); inoltre rileva il luogo ove venne commesso
ed i legami con altri reati; possono ancora assumere rilevanza le caratteristiche personali del suo presunto
autore (infatti, se di età compresa fra i 14 e i 18 anni, verrà giudicato dal Tribunale per i minorenni). Questi
parametri costituiscono appunto la misura della giurisdizione dei giudici, e cioè la loro competenza.
Particolari regole di competenza valgono per i procedimenti riguardanti i magistrati. Dispone, in particolare,
l'art. Il c.p.p., riformulato dalla L. 2-121998, n. 420, che i procedimenti in cui un magistrato assume la qualità
di persona sottoposta alle indagini, di imputato ovvero di persona offesa o danneggiata dal reato, che
secondo le norme sulla competenza sarebbero attribuiti alla competenza di un ufficio giudiziario compreso
nel distretto di corte d'appello in cui il magistrato esercita le proprie funzioni o le esercitava al momento del
fatto, sono di competenza del giudice, ugualmente competente per materia, che ha sede nel capoluogo del
distretto di corte di appello determinato dalla legge.
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la consumazione. Se tali criteri non sono sufficienti, sono previste regole suppletive, che si riferiscono alla
residenza, alla dimora o al domicilio dell'imputato, altrimenti si farà riferimento al luogo ove ha sede l'ufficio
del P.M. che per primo abbia iscritto la notizia di reato nell'apposito registro.
Per il reato commesso interamente all'estero, l'art. 10 prevede una disciplina in parte analoga, ma indica
come criterio suppletivo anche quello del luogo dell'arresto o della consegna dell'imputato.
L'INCOMPETENZA
La violazione delle regole sulla competenza trova nel codice una puntuale disciplina, in quanto deve
armonizzare due contrapposte esigenze: quella della cd. perpetuatio iurisdictionis (volta a sanarne
l'inosservanza) e quella volta all'eliminazione delle attività svolte dal giudice incompetente.
In ordine alla legittimazione, va detto che ogni vizio è rilevabile d'ufficio dal giudice ed eccepibile dalle parti.
In ordine al momento in cui far valere il vizio, esistono vari sbarramenti temporali.
L'incompetenza per materia è sempre rilevabile, ma trova un generale ostacolo nella formazione della cosa
giudicata (sentenza definitiva).
Inoltre, per il principio della perpetuatio iurisdictionis, deve essere dichiarata prima della costituzione delle
parti nel dibattimento di primo grado, quando riguardi il caso di un giudice di competenza «superiore» che
decida in luogo di giudice «sottoordinato» (a tal fine la «gerarchia» può configurarsi nel seguente modo:
Corte d'Assise, Tribunale). L'incompetenza per territorio è rilevabile o eccepibile entro termini brevi: l'udienza
preliminare o, in caso di sua mancanza, la costituzione per la prima volta delle parti in dibattimento.
Identico sbarramento vale per l'incompetenza derivante da connessione, ed in tal caso non interessa se
influisca sulla competenza per materia o territorio, perché opera il principio di perpetuatio iurisdictionis. Le
conseguenze della dichiarata incompetenza sono disciplinate dagli artt. 26 e 27: le prove già acquisite
restano valide, mentre le misure cautelari (personali o reali) hanno un'efficacia limitata a venti giorni «dalla
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ordinanza di trasmissione degli atti». Quando l'incompetenza viene dichiarata nel corso del dibattimento, gli
atti vanno trasmessi al P.M. presso il giudice dichiarato competente.
Per l'ipotesi che fra più giudici ordinari sorga controversia sulla competenza in relazione ad un certo fatto, la
legge attribuisce alla Cassazione il compito di risolvere il conflitto (art. 32), prevedendo tuttavia che se
riguarda un contrasto insorto fra giudice dell'udienza preliminare e giudice dibattimentale debba prevalere
quest'ultimo (art. 28).
Affine al conflitto di competenza è quello di giurisdizione, che coinvolge giudice ordinario e giudice speciale
(es. Tribunale ordinario e Tribunale militare).
Per quanto riguarda il P.M., l'art. 54 dispone che la soluzione sarà adottata dal Procuratore Generale presso
la Corte d'Appello (se i due P.M. in contrasto appartengano allo stesso distretto), ovvero da quello presso la
Cassazione (se appartenenti a distretti diversi).
CARENZA DI ATTRIBUZIONE
Ciascun tribunale a seguito della soppressione delle preture e dell'introduzione della riforma del giudice
unico, ha una suddivisione tra organi giudicanti monocratici e collegiali; nonché un'articolazione, su base
territoriale, tra sede centrale e sezioni distaccate. In riferimento ai singoli procedimenti penali, possono
quindi verificarsi, per violazione delle norme di rito, situazioni di carenza di attribuzione di uno dei predetti
organi che procede, quando la legittimazione a procedere spetta, nell'ambito dello stesso tribunale, ad
esempio, al giudice monocratico, invece che a quello collegiale; ovvero alla sede distaccata, piuttosto che
alla centrale. La disciplina processuale del difetto di attribuzione (interna) ricalca sostanzialmente lo schema,
già illustrato, dell'incompetenza (esterna). Il difetto di attribuzione per materia può riguardare solo il rapporto
tra tribunale monocratico e tribunale collegiale.
CAPITOLO DICIASSETTESIMO - LE INDAGINI PRELIMINARI
Il codice usa largamente il termine «preliminare». Esiste una fase del procedimento dedicata alle indagini
«preliminari» (art.326) e si è creata una nuova figura di giudice, quello per le indagini preliminari (art. 328:
G.I.P.), cui è affidato anche lo svolgimento di apposita udienza, definita anch'essa preliminare (art. 416).
La qualificazione di «preliminarità» riguarda una fase pre-processuale, in cui manca l'organo giurisdizionale:
sono le parti che si attivano a cercare le fonti di prova, di cui si serviranno poi davanti al giudice per
sostenere le rispettive ragioni. Pur in presenza di tale finalizzazione, le acquisizioni della fase
procedimentale non sono irrilevanti, perché utilizzabili per ottenere una misura cautelare (personale o reale)
ovvero l'autorizzazione ad un'intercettazione. Inoltre esse formeranno oggetto di valutazione da parte del
Giudice incaricato di decidere della sufficienza di elementi per il rinvio a giudizio.
Se per esempio si prendono in esame i riti speciali, ci si accorgerà che in alcuni di essi il giudizio viene
espresso sulla base dei soliti atti di indagine preliminare (così nel giudizio abbreviato, nell'applicazione della
pena su richiesta delle parti e nel giudizio per decreto non seguito da opposizione).
La parità fra le parti, ben visibile nella fase processuale davanti al giudice, resta in ombra durante le indagini
preliminari, in cui è innegabile che il P.M. abbia una supremazia derivante non solo dalla possibilità di
servirsi di un apparato quale la Polizia Giudiziaria, ma soprattutto da poteri di investigazione che mancano
nella controparte (può, in via d'urgenza, disporre intercettarioni, per le quali è richiesta la convalida entro le
48 ore da parte del G.I.P.; può procedere a ispezioni, perquisizioni, sequestri, accompagnamenti coattivi;
può disporre il fermo di indiziato). La situazione, però, è stata di recente riequilibrata dalla legge 7-12-2000,
n. 397, che ha introdotto la possibilità per la difesa di svolgere «indagini difensive».
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Attività nei confronti della persona indagata
Anzitutto la P.G. deve provvedere alla sua identificazione, e questa sarà realizzata «eseguendo, ove
occorra, rilievi dattiloscopici, fotografici e antropometrici», potendo accompagnare nei propri uffici, «per il
tempo strettamente necessario all'identificazione e comunque non oltre le 12 ore», le persone che non diano
elementi certi di identificazione (art. 349).
In caso di flagranza, poi, si dovrà procedere all'arresto della persona indagata, ove il titolo del reato lo
richieda obbligatoriamente (art. 380), ovvero si potrà, facoltativamente, adottare tale provvedimento, se la
legge l'autorizza e ricorrono tutte le condizioni per adottarlo (art. 381).
Fuori dei casi di flagranza, sebbene l'atto sia tipicamente riservato al P.M., in via di urgenza la P. G. potrà
procedere al fermo dell'indagato che risulti gravemente indiziato e vi sia pericolo di fuga (art. 384).
Abbiamo accennato a tali due distinte ipotesi che determinano un'immediata privazione di libertà personale
perché l'art. 350, nel disciplinare l'attività di P .G. nei confronti della persona indagata, opera una netta
distinzione, quanto ad efficacia degli atti, fra l'una e l'altra ipotesi.
Le sommarie informazioni provenienti dall'indagato possono assumere una delle seguenti forme:
- assunzione di sommarie informazioni; tale strumento non può trasformarsi in un mezzo per
contestare il reato all'indagato e cioè in un interrogatorio. Presuppone lo stato di libertà dell'indagato
e la necessaria assistenza di un difensore. Tali informazioni hanno valenza investigativa e non
possono essere preordinate a costituire prova;
- assunzione di sommarie informazioni sul luogo ovvero nell'immediatezza del fatto. Tali informazioni
si caratterizzano per il fatto di essere assunte in assenza del difensore e per il fatto di essere utili
unicamente ai fini dell'immediata prosecuzione delle indagini;
- ricezione di dichiarazioni spontanee.
Tali informazioni si caratterizzano per il fatto di provenire dall'indagato senza sollecitazione o domanda della
P .G. Tali informazioni sono pienamente utilizzabili nella fase delle indagini preliminari (es. per la emissione
di misure cautelari oppure per il convincimento del giudice nei riti abbreviati).
Sono utilizzabili altresì in fase dibattimentale come fonti di prova, ma solo dopo le contestazioni.
ISPEZIONI
L'ispezione consiste in un'attività volta a rilevare tracce di reato ed altri suoi effetti materiali su persone,
luoghi o cose. Essa può essere effettuata sia durante le indagini preliminari ad opera della P .G. o del P.M.,
sia durante il dibattimento ad opera del giudice.
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In particolare, per l'ispezione personale l'interessato ha facoltà di farsi assistere da idonea persona di sua
fiducia. Devono essere rispettate la dignità e il pudore di chi vi è sottoposto e a tal uopo l'autorità giudiziaria
può delegare un medico.
L'ispezione locale, che può concernere il domicilio ed anche altri luoghi, deve pur attenersi al rispetto degli
altrui diritti, sicché a chi ha l'attuale disponibilità del luogo va preventivamente consegnata copia del decreto
di ispezione.
L'ispezione di cose, infine, è anch'essa tutelata da analoga previsione formale.
Per qualsiasi tipo di ispezione, il diritto di difesa dell'inquisito o imputato contempla per il suo difensore la
facoltà di assistere allo svolgimento dell'atto, senza preventivo avviso, se vi procede di sua iniziativa la P. G.,
trattandosi allora di atto assolutamente urgente, e con preventivo avviso nei casi di non assoluta urgenza, se
proceda il P.M. o l'ufficiale di P.G. delegato.
I giudice ed il P.M. emettono in ogni caso decreto motivato, mentre la . G. (che provvede di iniziativa e quindi
di urgenza) procede senza decreto. Se l'ispezione deve esse eseguita negli uffici dei difensori, è escluso che
possa procedervi la P.G. di sua iniziativa o delegata dal P.M. Il decreto di autorizzazione, motivato, dovrà
essere adottato dal giudice, che durante le indagini preliminari potrà autorizzare a procedervi il P.M. Occorre
sempre l'avviso locale Consiglio dell'ordine forense, a pena di nullità (art. 103).
PERQUISIZIONI
La perquisizione è una ricerca che si effettua su persone o in luoghi determinati per assicurare al processo
cose o persone imputate o evase.
Durante le indagini preliminari, la P .G. vi procede di iniziativa (in caso di flagranza di reato o di evasione)
ovvero per delega del P.M. in esecuzione di apposito decreto (artt. 352 e 370). In dibattimento vi procede il
giudice (art. 247). Le perquisizioni locali in generale e domiciliari in particolare possono essere finalizzate
all'arresto dell'indagato o alla cattura dell'evaso.
Le perquisizioni personali sono finalizzate al rinvenimento di cose, occultate sulla persona, da sequestrare.
Come mezzo di ricerca della prova, la perquisizione è preordinata al sequestro (art. 252). La ricerca quindi
può essere omessa, se l'interessato ottempera all'invito di consegna.
Presso le banche, per rintracciare le cose da sottoporre a sequestro, può essere delegata la P.G., ma se la
banca rifiuta l'esibizione degli atti richiesti, deve procedere direttamente l'Autorità giudiziaria, eventualmente
attraverso la perquisizione.
Vediamo la normativa. Innanzi tutto, per le perquisizioni di qualsiasi tipo, l'interessato ha diritto di farsi
rappresentare o assistere da idonea persona di sua fiducia; per quelle personali, debbono essere
salvaguardate la dignità ed il pudore di chi vi è sottoposto; per quelle domiciliari, vanno rispettati i limiti
temporali notturni. Dal punto di vista della difesa tecnica, il difensore ha sempre diritto ad assistere alla
perquisizione, anche se compiuta in situazioni di urgenza: naturalmente, la natura di atto a sorpresa esclude
che debba essergli dato avviso. Ulteriore garanzia è costituita dalla necessità del decreto scritto con cui il
P.M. o il giudice dispongono la perquisizione. Tale decreto deve essere preventivamente consegnato
all'interessato. Ovviamente, nei casi in cui la P .G. agisce di propria iniziativa (quindi senza un decreto del
P.M.) il controllo di legalità anziché preventivo diventa successivo, essendo sottoposto il verbale di
perquisizione alla procedura di convalida (art. 352).
Anche per le perquisizioni presso gli uffici dei difensori (come s'è visto per le ispezioni), valgono le garanzie
di libertà sia quanto all'organo che può procedervi (P.M. o giudice), sia quanto al provvedimento
autorizzatorio sia quanto all'avviso da darsi al Consiglio dell'ordine forense.
SEQUESTRI
Il sequestro è l'atto con cui si assicura il corpo di reato e le cose pertinenti al reato necessarie
all'accertamento dei fatti (art. 253). L'istituto ha, perciò, finalità tipicamente probatorie, e va tenuto distinto dal
sequestro conservativo (art. 316), la cui finalità è quella di costituire una garanzia per il soddisfacimento
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delle pretese dell'erario o delle obbligazioni civili; nonché dal sequestro preventivo (art. 321), la cui finalità è
quella di evitare aggravamenti degli effetti del reato o agevolazioni ad ulteriori reati.
Il sequestro probatorio assolve alla funzione di mezzo di conservazione della prova (la ricerca avviene
attraverso la perquisizione), e può essere adottato dalla P.G., anche se richiede la convalida da parte del
P.M. ed eventualmente può formare oggetto di riesame da parte del Tribunale (artt. 355 e 324).
Nella fase delle indagini, il sequestro può essere compiuto dalla P.G. di propria iniziativa, in caso di urgenza
(art. 354) e per delega del P.M. (art. 370). Copia del relativo verbale deve essere consegnata all'interessato
(art. 253). L'atto di sequestro è atto tipicamente irripetibile, perché effettuato a sorpresa: va perciò redatto
verbale, che sarà inserito nel fascicolo del dibattimento (art. 431).
Sequestro di corrispondenza
Per lettere ed altri oggetti di corrispondenza presso gli uffici postali non è consentito alla P .G. di procedere
al sequestro di propria iniziativa, potendo essa solo intimare al preposto al servizio di sospenderne l'inoltro
per non più di 48 ore. in attesa che il P.M. decida sull'eventuale sequestro (art. 353 comma 3). Per delega
del P.M., la P.G. potrà eseguire il sequestro, ma senza aprire la corrispondenza (art. 254).
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INTERCETTAZIONI
Le intercettazioni consistono in acquisizioni di conoscenza e di telecomunicazioni (attraverso telefono o altre
forme di trasmissione) nonché di colloqui tra presenti (cd. Intercettazioni ambientali) all'insaputa di almeno
uno degli interessati nel rispetto dei limiti di ammissibilità e di cautele. Preposto all'intercettazione è il P.M. e
non la P.G., anche se l'esecuzione è a questa delegabile.
Si tratta di un atto a sorpresa che, incidendo sulla libertà delle comunicazioni, garantita dall'art. 15 della
Costituzione, deve essere adottato dall’A.G. con provvedimento motivato. La legge prevede che sia
consentita solo per talune categorie di reati, identificati per l'entità della pena o per il bene giuridico protetto.
Inoltre devono sussistere gravi indizi di reato, e l'intercettazione deve apparire come assolutamente
indispensabile per il prosieguo delle indagini (artt.. 266 e 267). È previsto l'intervento del giudice con
funzione di controllo e garanzia, per assicurare la legalità dell'intercettazione, per cui il P.M. può disporla
solo nei casi di urgenza, quando vi è fondato motivo di ritenere che dal ritardo possa derivare grave
pregiudizio all'indagine (dovrà chiedere, però, la convalida al G.I.P. entro le 24 ore, e quest'ultimo dovrà
provvedere nelle successive 48 ore). In via normale, invece, andrà rivolta richiesta al G.I.P., che provvederà
con decreto motivato.
La tutela giurisdizionale si estende anche alle operazioni successive all'intercettazione: sarà perciò il G.I.P. a
consentire l'eventuale ritardo da parte del P.M. del deposito dei verbali e delle registrazioni effettuate; sarà
ancora lui a sovrintendere allo stralcio delle conversazioni ritenute irrilevanti e a disporre la trascrizione
integrale delle registrazioni da acquisire.
Sono espressamente dichiarate inutilizzabili le intercettazioni eseguite fuori dei casi consentiti dalla legge
ovvero relative a conversazioni di persone tenute al segreto professionale (art. 271).
E’ consentita l'intercettazione di comunicazioni tra presenti finalizzate ad agevolare le ricerche di un latitante
in relazione a gravi reati, fra i quali, l'associazione mafiosa, il sequestro di persona a scopo estorsivo e, a
seguito delle innovazioni disciplinari operate dal decreto antiterrorismo.
Il D.L. 152/91 prevede che quando le intercettazioni siano disposte per reati attinenti alla criminalità
organizzata, possono essere disposte anche solo in presenza di sufficienti indizi, ed hanno la durata di 40
giorni. Tale speciale disciplina è stata estesa ai procedimenti per i delitti previsti dall'articolo 270ter del
codice penale (assistenza agli associati in associazione terroristico-eversiva).
Per finalità di indagini può essere necessario acquisire presso i gestori (Telecom, Wind ecc.) i cd. tabulati in
cui è riportato, non il contenuto delle conversazioni, bensì i loro dati esteriori (utenze chiamate e chiamanti;
data, ora e durata del collegamento). Per tale acquisizione è necessaria l'autorizzazione dell' A.G. (C. Cost.
81/1983), ma è sufficiente quella del P.M., non essendo obbligatorio il procedimento autorizzativo del giudice
come per le intercettazioni.
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dal P.M. al G.I.P. è necessario il consenso della persona indagata, atteso che le intercettazioni potrebbero
essergli utili nel caso di riapertura del procedimento.
L'INFORMAZIONE DI GARANZIA
L'art. 369 prevede che «sin dal primo atto al quale il difensore ha diritto di assistere, il pubblico ministero
invia per posta, in piego chiuso raccomandato con ricevuta di ritorno, alla persona sottoposta alle indagini e
alla persona offesa un'informazione di garanzia con indicazione delle norme di legge che si assumono
violate, della data e del luogo del fatto e con invito ad esercitare la facoltà di nominare un difensore di
fiducia...».
Le indagini preliminari possono svilupparsi senza alcuna preventiva conoscenza da parte dell'indagato, ed
anzi il P.M. può anche decidere di omettere il compimento di atti che comportino la necessità
dell'informazione di garanzia, pervenendo in tal modo alla conclusione delle indagini stesse nel termine
ordinario di sei mesi, senza che l'indagato sappia alcunché (il periodo massimo di tale “ignoranza” non potrà
comunque superare i sei mesi, in quanto la richiesta di proroga del termine deve essere necessariamente
comunicata all'indagato ex art. 406).
L'art. 369bis, inoltre, al fine di garantire in modo concreto l'effettività della difesa tecnica dell'indagato,
prevede che il P.M., allorché nomina un difensore d'ufficio e stia per compiere il primo atto a cui il difensore
ha diritto di assistere ovvero abbia invitato l'indagato a rendere l'interrogatorio, deve informare quest'ultimo:
a) dei diritti che la legge garantisce all'indagato;
b) del nominativo del suo difensore d'ufficio;
c) della facoltà di nominare un difensore di fiducia;
d) dell'obbligo di retribuire il difensore e la facoltà, ove ne ricorrano i presupposti, di richiedere il gratuito
patrocinio.
LE INDAGINI DIFENSIVE
La legge 7-12-2000, n. 397 prosegue il percorso del legislatore mirante a garantire un'effettiva parità tra
accusa e difesa (art. 111 Cost.), soprattutto nella fase delle indagini preliminari, ove la divaricazione tra i
poteri del P.M. e quelli della Difesa a favore del primo era più vistosa.
L'art. 327bis dispone che «fin dal momento dell'incarico professionale, risultante da atto scritto, il difensore
ha facoltà di svolgere investigazioni per ricercare elementi di prova a favore del proprio assistito».
Le investigazioni difensive possono essere compiute non solo quando è già in corso il procedimento penale,
ma anche quando è solo eventuale la sua instaurazione (art. 391: cd. attività investigativa preventiva). È ora
stata prevista la possibilità per il difensore (sia dell'indagato/imputato, che dell'offeso dal reato o delle altre
parti private) di avere, con persone in grado di riferire circostanze utili all'attività investigativa, un colloquio,
ovvero di ricevere dichiarazioni o di assumere informazioni (art. 391bis). Tale facoltà è estesa ai sostituti del
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difensore, agli investigatori privati autorizzati ed ai consulenti tecnici. La raccolta delle dichiarazioni deve
avvenire nelle forme previste dall'art. 391bis c.p.p., informando la persona della facoltà di non rispondere o
non rendere dichiarazioni. Se la persona da ascoltare è detenuta, l'accesso al luogo di custodia deve essere
autorizzato dal giudice.
Il P.M., nella fase delle indagini, in quanto portatore di un interesse pubblico preminente, conserva maggiori
poteri rispetto alla difesa: pertanto, l'art. 391consente al P.M. di secretare (per non più di due mesi) le sue
fonti di prova ed in particolare di vietare, con decreto motivato, alle persone già da lui o dalla P .G. ascoltate,
di comunicare fatti e circostanze oggetto delle indagini, di cui la persona è a conoscenza.
Oltre ad avere contatti con persone informate, il difensore, può altresì:
1) richiedere ed estrarre copia di documentazione in possesso della pubblica amministrazione;
2) accedere a luoghi e visionare cose, effettuando descrizioni, rilievi tecnici, fotografici, ecc.;
3) accedere a luoghi privati o non aperti al pubblico, con l'autorizzazione di chi ne ha la disponibilità e,
in difetto, con l'autorizzazione del giudice;
4) compiere accertamenti tecnici non ripetibili, previo avviso al P.M. (pena la non utilizzabilità
dibattimentale: art. 391);
5) i difensori e consulenti tecnici di parte possono partecipare a determinati atti di indagine compiuti dal
P.M. In particolare: agli accertamenti tecnici non ripetibili (art. 360); alla raccolta delle sommarie
informazioni dalla persona indagata (art. 350); all'interrogatorio dell'indagato (artt. 363,364,374,388),
al confronto al quale egli partecipi, alle ispezioni (art. 364), alle perquisizioni e sequestri (art. 365).
Gli atti costituenti attività investigativa del difensore confluiscono nel «fascicolo del difensore». Il contenuto di
tale fascicolo può essere presentato:
1) al P.M., perché ne tenga conto ai fini delle sue determinazioni;
2) al giudice delle indagini preliminari o dell'udienza preliminare, prima che adotti la sua decisione per
cui è previsto l'intervento della parte privata;
3) al giudice, indipendentemente dal fatto che debba o meno prendere una decisione, ma affinché ne
tenga conto nel caso in cui si verifichi tale eventualità.
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CAPITOLO DICIOTTESIMO - L'ARRESTO E IL FERMO
La Costituzione proclama l'inviolabilità della libertà personale, ammettendo delle limitazioni solo in casi
tassativamente previsti dalla legge. Gli istituti che ci apprestiamo ad esaminare rientrano in tale concetto, ma
si differenziano dalle misure cautelari personali, di cui si parlerà in seguito, perché sono caratterizzati dal
connotato dell'urgenza, che ne determina un pronto impiego, anche in assenza di provvedimento
dell'Autorità giudiziaria (si noti che può procedere ad arresto anche il privato, quando il delitto comporti
l'arresto obbligatorio: art. 383).
Osserva in proposito TAMBURINO che esistono però segnali di «apparentamento» fra le due classi di
misure, che si colgono osservando che:
- la regola di determinazione della pena è identica (l'art. 278 è richiamato dal 379), per cui si terrà
conto della pena stabilita per il reato consumato o tentato, senza considerare la continuazione, la
recidiva o le circostanze dello stesso;
- l'applicazione è limitata ai delitti, essendo escluse le contravvenzioni (artt. 280, 380 e 381);
- la misura cautelare personale che tragga origine dall'arresto in flagranza non è condizionata al
requisito che la pena prevista superi i tre anni, potendosi applicare sempre una misura coercitiva,
ove il giudice ne ravvisi la necessità, in forza del disposto dell'art. 391 comma 5;
- la condizione di applicabilità è costituita dalla gravità di indizi a carico, richiesta espressamente per
le misure cautelari, ed implicitamente contenuta nello stato di flagranza dell'arresto.
ARRESTO IN FLAGRANZA
Va anzitutto precisato che per «flagranza» (art. 382) deve intendersi la condizione di chi venga colto nell'atto
di commettere il reato ovvero chi, subito dopo il reato, venga inseguito o infine sia sorpreso con cose o
tracce dalle quali appaia che immediatamente prima abbia commesso il reato.
Ove ricorra questa condizione, l'arresto sarà obbligatorio o facoltativo a seconda della gravità del reato,
desunta dall'entità della pena o dal titolo.
Per la previsione obbligatoria dell'arresto deve trattarsi sempre di delitti non colposi, punibili con reclusione
non inferiore nel minimo a 5 anni e nel massimo a 20 ovvero rientranti nelle ipotesi previste dall'art. 380.
Per la previsione facoltativa, esiste l'indicazione di un minimo di pena edittale (delitti dolosi con pena
superiore a tre anni, ovvero colposi con pena non inferiore nel massimo a 5 anni) e l'elencazione di numerosi
delitti, che tuttavia giustificano l'arresto a condizione che lo stesso sia necessario ad interrompere l'attività
criminosa. In tal caso la discrezionalità della P .G. nel procedere all'arresto è ulteriormente condizionata
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dalla prescrizione che la misura sia giustificata dalla gravità del fatto ovvero dalla pericolosità del soggetto,
desunta dalla sua personalità o dalle circostanze del fatto.
L'art. 3delD.L. 152/1991 consente, eccezionalmente, l'arresto anche fuori della flagranza, delle persone che
hanno consumato il reato di evasione. L'art. 381 vieta l'arresto della persona che fornisce informazioni false
alla P.G. o al P.M. ovvero rifiuta di fornirle: la ratio della norma è di garantire la libertà del teste da coazioni
psicologiche che la minaccia dell'arresto potrebbe comportare.
Contro il fenomeno della violenza in occasione di manifestazioni sportive, il D.L. 24 febbraio 2003, n. 28,
convertito in L. 24 aprile 2003, n. 88, ha previsto talune ipotesi di «flagranza differita»: in particolare, in
alcune situazioni normativamente indicate (es. nel caso di reati commessi con violenza alle persone o alle
cose in occasione o a causa di manifestazioni sportive, per i quali è obbligatorio o facoltativo l'arresto),
quando non è possibile procedere immediatamente all'arresto per ragioni di sicurezza o incolumità pubblica,
si considera comunque in stato di flagranza colui il quale, sulla base di documentazione video fotografica o
di altri elementi oggettivi dai quali emerga inequivocabilmente il fatto, ne risulta autore, sempre che l'arresto
sia compiuto non oltre il tempo necessario alla sua identificazione e, comunque, entro le trentasei ore dal
fatto. Per tali disposizioni, peraltro, è stata prevista una efficacia «a tempo determinato» (fino al 30/06/05).
FERMO DI INDIZIATI
Quando si tratti di un delitto la cui pena sia dell' ergastolo o della reclusione non inferiore nel minimo a due
anni e superiore nel massimo a sei anni, ovvero concernente armi da guerra ed esplosivi, si può disporre,
indipendentemente dalla flagranza, il fermo di colui a cui carico sussistano gravi indizi accompagnati da
specifici elementi che facciano ritenere fondato il pericolo di fuga. Tale ultimo pericolo può anche essere
desunto dalla impossibilità di identificare l'indagato. Il provvedimento è adottato in via normale dal P.M., ma
è possibile che lo adotti la P .G. quando non vi sia stata ancora l'assunzione della direzione delle indagini da
parte del P.M. (art. 384).
Un' ipotesi particolare di fermo è quella prevista dall'art. 307, secondo cui la persona scarcerata per
decorrenza dei termini, nei cui confronti vengano disposte altre misure cautelari, può essere fermata ove,
trasgredendo alle prescrizioni impostegli, si dia alla fuga. In tal caso non sussiste la necessità delle altre
condizioni richieste in via generale dalla legge (entità della pena, gravi indizi).
LA CONVALIDA
Indipendentemente dall'interrogatorio a cui il P.M. può o meno sottoporre l'arrestato o il fermato (art. 388), il
nuovo codice prescrive che sia un giudice a valutare la condizione del soggetto, e ciò avviene nel corso
dell'udienza di convalida (art. 391). In ossequio ai principi costituzionali, che vogliono che il provvedimento
dell'Autorità giudiziaria intervenga entro le 96 ore dall'arresto, è previsto che il P.M., entro le 48 ore
dall'arresto o dal fermo chieda al G.I.P .la convalida, (ciò se non debba disporre la liberazione della
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persona). Il G.I.P. dovrà fissare l'udienza con la massima tempestività, in quanto nelle residue 48 ore il
provvedimento della P.G. va convalidato, altrimenti diviene inefficace.
L'udienza di convalida si svolge nel luogo dove la persona è custodita (art. 123 disp. att.) e comporta la
presenza facoltativa del P.M. (il quale se non compare invia richiesta scritta) e necessaria del difensore. In
questa sede il P.M., se presente, illustrerà le ragioni del provvedimento e chiederà al giudice le misure
cautelari ritenute più adeguate. Dopo il P.M. parlerà eventualmente con l'arrestato (salvo che non sia potuto
o voluto intervenire) e comunque con il suo difensore: all'esito il giudice si pronuncerà.
Il provvedimento del giudice, ancorché possa essere unico, conterrà una doppia pronuncia: da un canto,
valuterà la legittimità dell'operato della p.g., convalidando eventualmente il fermo o l'arresto, se ne ricorrono
tutte le condizioni richiamate; dall'altro dovrà decidere per il futuro, adottando o meno una misura cautelare:
infatti l'art. 391 lascia chiaramente intendere che la sola convalida non è più sufficiente a trattenere in
carcere il soggetto. Tanto ciò è vero, che mentre l'ordinanza di applicazione di una misura coercitiva resta
soggetta alla possibilità di riesame, quella di convalida è invece solo ricorribile in Cassazione.
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delitto punibile con l'ergastolo o pena non inferiore nel massimo a 4 anni, se l'esigenza cautelare
da tutelare è quella del pericolo di commissione di reati della stessa specie di quelli per cui si
procede e la misura da adottare è la custodia cautelare (art. 274, letto C).
Misure coercitive
Le misure coercitive sono:
- il divieto di espatrio (art. 281);
- l'obbligo di presentazione alla P.G. (art. 282);
- l'allontanamento dal domicilio familiare (art. 282bis);
- il divieto o l'obbligo di dimora (art. 283);
- gli arresti domiciliari (art. 284);
- la custodia in carcere (art. 285);
- la custodia in luogo di cura (art. 286).
Un particolare cenno di approfondimento meritano le misure cautelari degli arresti domiciliari e la misura
dell'allontanamento dal domicilio familiare. Quanto agli arresti domiciliari, prendendo atto della facilità con cui
le persone sottoposte agli arresti domiciliari si sottraggono al vincolo, l'art. 275bis prevede che:
a) quando vi sono particolari esigenze cautelari da garantire ed il giudice a tal fine ritiene
necessario realizzare una maggior effettività del controllo del rispetto delle prescirizioni da
parte dell'imputato, può disporre che questi sia sottoposto a controllo mediante strumenti
elettronici od altri strumenti tecnici (es. braccialetto elettronico) di cui la P.G. abbia la
disponibilità;
b) il giudice deve contestualmente disporre la custodia in carcere per l'eventualità che
l'imputato rifiuti l'applicazione degli strumenti di controllo;
c) in caso di violazione degli arresti domiciliari (allontanamento dal domicilio), il giudice deve
disporre l'applicazione della custodia in carcere;
d) vi è divieto di arresti domiciliari per chi, nei cinque anni precedenti sia stato condannato per
il delitto di evasione (art. 385 c.p.).
La legge contro le violenze familiari ha inserito nel corpo del codice di rito una nuova misura coercitiva e cioè
l'allontanamento dalla casa familiare. Tale misura, mira a prevenire il pericolo del consumarsi di reati di
violenze (fisiche, sessuali ecc.) in seno alla famiglia.
Con il provvedimento il giudice, su richiesta del P.M., dispone l'allontanamento dal domicilio familiare
dell'imputato (marito od altro convivente). Nei casi di maggiore gravità il giudice può anche prescrivere
all'imputato di non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dai familiari (domicilio, luogo di lavoro ecc.).
Inoltre, su richiesta del P.M., il giudice può imporre all'imputato di versare un assegno di mantenimento alle
persone conviventi che, a seguito del suo allontanamento, rimangano privi di mezzi di sussistenza.
Misure interdittive
Le misure interdittive sono:
- la sospensione dall'esercizio della potestà genitoriale (art. 288);
- la sospensione dall'esercizio di un pubblico ufficio o servizio (alt. 289);
- il divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali o imprenditoriali.
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d) non sono utilizzabili le intercettazioni acquisite illegittimamente (art. 271, comma 1).
L'ordinanza del giudice necessita poi di adempimenti esecutivi, al fine della sua concreta applicazione. Dopo
l'emissione della misura il giudice deve procedere all'interrogatorio dell'indagato che si ispira ad esigenze di
controllo e garanzia.
Nel solco delle sentenze della Corte costituzionale n. 77/97 e n.32/99, censuranti l'art. 294 c. p. p. nella parte
in cui limitava l'interrogatorio di garanzia alla fase delle indagini preliminari, il legislatore, modificando l'art.
294 c.p.p., ha esteso la necessità di tale interrogatorio all'ipotesi in cui la misura sia eseguita dopo la
chiusura delle indagini preliminari e fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento, essendo, anche in
tale fase, immutate le esigenze di garanzia fondanti l'interrogatorio di cui all'art. 294, finalizzato a verificare la
sussistenza o la permanenza delle condizioni che legittimano la misura restrittiva.
L'interrogatorio deve essere eseguito entro 5 giorni dall'inizio della detenzione in carcere oppure entro 10
giorni se si tratta di altra misura cautelare (artt. 294 e 302); infine l'interrogatorio della persona in stato di
custodia cautelare, oltre ad essere verbalizzato, deve essere riprodotto con mezzi fonografici o audiovisivi.
L'interrogatorio rappresenta una condizione risolutiva di efficacia della misura disposta, nel senso che in
mancanza si dovrà disporre la scarcerazione, ed una replica del provvedimento sarà possibile solo se
permangano le condizioni legittimanti la misura dopo l'interrogatorio a piede libero del soggetto (art. 302).
A seguito della dichiarazione di parziale incostituzionalità dell'art. 302 (sent. 4-4-2001,n. 95), anche le misure
coercitive diverse dalla custodia cautelare, e quelle interdittive, perdono immediatamente efficacia se il
giudice non procede all'interrogatorio nel citato termine di 10 giorni dall'esecuzione del provvedimento.
Nel caso di mancata esecuzione per irreperibilità della persona da sottoporre alla misura cautelare, l'art. 295
prevede che a seguito del verbale di vane ricerche il giudice dichiari la latitanza del soggetto quando la
misura era di tipo coercitivo (esclusi l'obbligo di presentazione alla p.g. ovvero il divieto di dimora v. art. 296).
Attesa la finalità cautelare ed il carattere contingente delle misure, queste possono essere revocate o
modificate quando vengano meno o mutino le esigenze che le hanno determinate (art. 299). Va detto in
proposito che, per effetto del favor libertatis, al giudice è consentito eccezionalmente di provvedere di ufficio,
anche senza le richieste delle parti, alla revoca, sostituzione o modificazione della misura in atto, ogni
qualvolta sia chiamato a provvedere ad adempimenti inerenti il procedimento (art. 299: interrogatorio,
richiesta di proroga del termine per le indagini preliminari, incidente probatorio o udienza preliminare).
La custodia cautelare, in particolare, ha una durata massima che l'art. 303 articola con riferimento alla pena
prevista dalla legge per il delitto e in relazione al momento in cui matura il termine.
Accanto alla previsione di un termine massimo di durata, l'art.303 disciplina i cd. termini di fase, finalizzati a
limitare la durata massima della custodia cautelare relativamente a ciascun segmento in cui si articola il
procedimento (indagini preliminari, giudizio di primo grado, di appello, di cassazione).
La durata dei termini è connessa all'entità della pena prevista per il reato per cui si provvede, per le indagini
preliminari ed il giudizio di primo grado, ed all'entità della pena irrogata in sentenza per le altre fasi
processuali. Il decorso di tali termini senza l'emanazione di un determinato provvedimento (es. rinvio a
giudizio, sentenza di primo grado o di appello) determina l'immediata caducazione della misura.
Le radicali innovazioni nella disciplina del giudizio abbreviato operate dalla L. 16-12-1999, n. 479 (cd.
Carotti) se per un verso agevolano chi sia interessato ad ottenerlo (es. attraverso l’abolizione del requisito
del consenso del P.M.), per altro verso ne hanno ampliato la portata (è ora ammesso anche per gli imputati
di reati punibili con la pena dell'ergastolo) nonché reso più complessa la procedura attraverso la previsione
di adempimenti, in precedenza, tipicamente dibattimentali (es. nel caso in cui si accolga l'eventuale richiesta
dell'imputato di integrazione probatoria necessaria alla decisione). Ciò ha comportato un «fisiologico»
allungamento dei tempi procedimentali che ha reso i termini di custodia cautelare “di fase" del giudizio
abbreviato del tutto inadeguati. La necessità di evitare la conseguente scarcerazione di pericolosi criminali
ha indotto il Governo a ricorrere allo strumento del decreto-Iegge per modificare la disciplina di tali termini. In
particolare, il D.L 7 aprile 2000, n. 82 di modifica degli artt. 303 e 304 c.p.p. ha rimodulato ed ampliato, pur
se a parità di durata complessiva della misura, i termini di custodia del rito abbreviato, prevedendo
un'autonoma fase con autonomi termini che iniziano a decorrere dall'ordinanza ammissiva del giudizio
abbreviato. Di recente, il D.L. 24-11-2000, n. 341 nell'intento di porre argine al pericolo di scarcerazione per
decorrenza termini di imputati di gravi reati, ha previsto che, qualora si proceda per i gravi delitti previsti
dall'art. 407, comma 2, i termini della fase del dibattimento di primo grado possono essere aumentati fino a
sei mesi; tale aumento viene imputato al periodo di termine «risparmiato» nella fase delle indagini.
VEDI TABELLA PER I TERMINI MASSIMI DELLA CUSTODIA CAUTELARE
La disciplina dei termini di custodia cautelare può così riassumersi:
- in caso di regresso (art. 303 comma 2) o di evasione (art. 303comma 3), decorre di nuovo;
- il decorso dei termini massimi di custodia cautelare può attestarsi nel caso in cui sopravvengono
talune cause di sospensione, espressamente previste dall'art. 304. Tali cause di sospensione, che
operano sia nella fase del dibattimento che nell'udienza preliminare, come anche nel giudizio
abbreviato, sono le seguenti: quando il giudizio è sospeso o rinviato per impedimento dell'imputato o
del difensore, ovvero siano questi ultimi a chiedere un rinvio dell'udienza; quando il giudizio è
sospeso o rinviato a causa della mancata presentazione o dell'allontanamento o mancata
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partecipazione di uno o più difensori che rendano privo di assistenza uno o più imputati (ad es. in
caso di sciopero degli avvocati); durante la pendenza dei termini previsti dagli artt. 544, commi2 e 3
(tempo necessario a stendere la motivazione della sentenza); quando si tratta di dibattimenti
particolarmente complessi. Il provvedimento di sospensione viene adottato, su richiesta del P.M. con
ordinanza del giudice.
- per le misure cautelari diverse dalla custodia, termini raddoppiati (art. 308).
Altre ipotesi di automatica perdita di efficacia delle misure cautelari sono le seguenti:
- per pronuncia di determinate sentenze (es. di proscioglimento, ovvero di condanna a pena sospesa);
- per scadenza termine probatorio (art. 301);
- per omesso interrogatorio nei termini (art. 302);
-
- per omessa trasmissione degli atti al Tribunale del riesame entro 5 giorni (art. 309, comma 5);
ovvero per omessa pronuncia nel termine di 10 giorni del Tribunale del riesame (art. 309 comma 9).
Il nuovo codice ha fissato dei precisi limiti temporali allo svolgimento delle indagini preliminari (art. 405),
prevedendo che alla loro scadenza il P.M. possa:
- chiedere una proroga del termine;
- chiedere l'archiviazione della notizia di reato;
- chiedere la fissazione dell'udienza preliminare, ovvero disporre la citazione diretta a giudizio;
- esercitare l'azione penale attivando un rito alternativo (v. art. 405, comma 1).
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Se il G.I.P. ritiene giustificata la richiesta, accorderà la proroga senza formalità, con ordinanza adottata in
camera di consiglio, senza intervento delle parti (art. 406 comma 4). In caso contrario, fisserà un'udienza in
camera di consiglio (art. 127) nella quale, a seguito del contraddittorio delle parti, potrà concedere o meno la
proroga richiesta. Le proroghe non possono essere di durata superiore ai sei mesi e comunque l'indagine
deve concludersi nell'arco di tempo di 18 mesi. Sono previste tre sole eccezioni:
a) quando venga chiesto un incidente probatorio, il cui accoglimento comporta il superamento
del termine massimo di durata delle indagini preliminari (art. 393 comma 4);
b) quando si tratta di particolari indagini (art. 407, comma 2) relative a delitti specifici (es.
associazione per delinquere di stampo mafioso, associazione con finalità di terrorismo
anche internazionale o di eversione dell'ordine democratico, strage, associazione in materia
di stupefacenti ed altro); o che comportino investigazioni su più fatti o con molte persone
offese etc. In tal caso la legge prevede che il termine massimo raggiunga i 24 mesi;
c) quando si tratta di indagini a carico di ignoti (art. 415), la proroga viene concessa senza
fissazione di alcun termine (Cass. 2903/1992).
La sanzione prevista per l'inosservanza del termine è quella della inutilizzabilità degli atti compiuti oltre tale
scadenza. L'inosservanza dovrà essere segnalata dalla segreteria del P.M. al Procuratore Generale, che
potrà esercitare il potere di avocazione (art. 412).
L' ARCHIVIAZIONE
Quando all’esito delle indagini svolte il P.M. ritiene l'infondatezza della notizia di reato, può chiedere al G.I.P.
l'archiviazione (art.408). Cosa debba intendersi per «infondatezza»? Essa ricorre non solo quando la notizia
di reato sia risultata infondata o ricorra una causa di estinzione o improcedibilità del reato, ma anche tutte le
volte che gli elementi raccolti non sono idonei a sostenere l'accusa in giudizio (cd. archiviazione probatoria).
Il giudice, se ritiene la richiesta di archiviazione meritevole di accoglimento, adotta il relativo decreto e
restituisce gli atti al P.M. Se ritiene invece la richiesta non accoglibile (ovvero se la persona offesa presenta
opposizione), il giudice deve fissare un'udienza, per la quale spedirà avviso al P.M., alla persona indagata,
alla persona offesa e al Procuratore Generale. All'esito di essa potrà decidere di archiviare (ma in tal caso
invece di un decreto verrà adottata un'ordinanza); potrà suggerire ulteriori indagini ritenute necessarie; potrà
infine disporre con ordinanza che il P.M., nel termine di dieci giorni, formuli l'imputazione (cd. Imputazione
coatta), che è la chiave di accesso all'udienza preliminare.
Il meccanismo descritto dovrebbe salvare il principio che riserva al P.M. l'esercizio dell'azione penale. Infatti
formalmente l'imputazione è formulata dal P.M.
Il decreto o l'ordinanza di archiviazione del G.I.P. è inoppugnabile, non essendo soggetta a mezzi di
gravame, salvo che per questioni di rito.
L'archiviazione non ha un'efficacia preclusiva sostanziale. Infatti nuove indagini possono essere riattivate
sulla base di sopravvenute «esigenze» che devono essere valutate dal GIP, su richiesta del P.M., il quale
con decreto può autorizzare la riapertura delle indagini preliminari (art. 414).
L'UDIENZA PRELIMINARE
La richiesta di rinvio a giudizio è formulata con la domanda di fissazione dell'udienza preliminare (art. 416). A
questo momento sono collegati una serie di fatti giuridici di grossa rilevanza:
- anzitutto (art. 405) si ha con tale richiesta l'esercizio dell'azione penale. Ciò significa che si esce
dalla fase procedimentale per entrare nel vero e proprio processo, il che comporta la piena
equiparazione dell'imputato al P.M. (finora il P.M. aveva notevoli poteri di iniziativa);
- è inoltre possibile la costituzione di parte civile (che presuppone sempre l'esistenza di un rapporto
processuale, prima di questo momento inesistente);
- consegue la possibilità di accesso delle altre parti private eventuali (responsabile civile, civilmente
obbligato per la pena pecuniaria);
- viene formulata l'imputazione (che fino a questo momento era solo provvisoria e mutevole);
- l'indagato assume la qualità di imputato (art. 60).
Poiché il P.M. con la richiesta deve trasmettere il suo fascicolo (art. 416) e il g.u.p. deve avvisare il difensore
dell'imputato che ha facoltà di prendere visione dei relativi atti (art. 419), ne consegue che in tal modo si
realizza una completa discovery, cioè le carte vengono tutte scoperte. Con la riforma introdotta dalla legge
479/99, peraltro la discovery è anticipata rispetto all'esercizio dell'azione penale: infatti il P.M., alla chiusura
delle indagini, deve inviare all'indagato un avviso di chiusura delle investigazioni, con cui formula l'accusa a
carico di questi, deposita gli atti delle indagini e lo invita a rendere interrogatorio. A seguito dell'avviso, oltre
alla possibilità di rendere l'interrogatorio, può depositare memorie e documenti, nonché chiedere al P.M. il
compimento di ulteriori indagini da svolgersi entro 30 giorni.
In ciò vi è una profonda differenza dal rito americano (cui pure il nostro si è largamente ispirato), perché è
noto che spesso nel dibattimento di marca anglosassone l'accusa tira fuori una carta segreta in grado di
sconvolgere i piani della difesa e creare sconcerto nella giuria (la mancanza dei giurati ha indotto il nostro
legislatore alla differente scelta). Il P.M. non potrebbe produrre in dibattimento atti non esibiti nell'udienza
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preliminare: tanto vero che la documentazione relativa alle indagini espletate deve essere depositata dopo la
richiesta di rinvio a giudizio.
Nell'udienza preliminare (che a seguito della L. 16-12-1999, n. 479 è prevista anche davanti al Tribunale
monocratico, salvo le eccezioni previste dall'art. 550) il P.M. ed il difensore svolgono i rispettivi argomenti, e
la conclusione potrà essere la sentenza di non luogo a procedere o il decreto di rinvio a giudizio (è però
possibile un ulteriore slittamento delle decisioni in conseguenza della necessità di integrazioni probatorie).
E’ previsto sia un potere di ordinanza del giudice per le integrazioni delle indagini da parte del P.M. che un
potere di ufficio del giudice avente ad oggetto attività di integrazione probatoria da svolgere in udienza.
Se risultano le circostanze indicate dall'art. 425 (causa di estinzione del reato, mancanza di una condizione
di procedibilità, fatto non previsto come reato, che il fatto non sussiste o che l'imputato non l’ ha commesso o
che il fatto non costituisce reato, quando gli elementi acquisiti risultano insufficienti o contradditori), il giudice
emetterà sentenza di non luogo a procedere. La sentenza verrà pronunciata subito dopo la discussione e il
giudice, ove possibile, leggerà in udienza anche la motivazione. Il provvedimento sarà impugnabile secondo
le previsioni dell'art. 428. Qualora dal materiale esibito in udienza il giudice si convinca della necessità del
giudizio, dovrà emettere decreto di rinvio al Tribunale o alla Corte d'assise, ma in tal caso il provvedimento
non deve essere motivato (indicazione sommaria delle fonti di prova). Al rinvio a giudizio consegue la
necessità di formare il fascicolo per il dibattimento. Le parti possono concordare l'acquisizione al fascicolo
del dibattimento di atti del fascicolo del P.M. o di documentazione delle indagini difensive.
Allorché il procedimento non viene concluso con l'archiviazione, l'esercizio dell'azione penale percorre la via
di uno dei possibili schemi di semplificazione processuale (procedimenti speciali) ovvero quella del giudizio
ordinario, imperniato sul dibattimento.
La centralità del dibattimento, sede naturale della formazione della prova nel contraddittorio delle parti, è
l'esaltazione del rito accusatorio, oltre che del sistema dialettico, per i principi di oralità ed immediatezza che
ivi si realizzano. Però il costo del dibattimento,in termini di adempimenti ed impegni di strutture e mezzi, reca
in se stesso il limite della sua concreta praticabilità. A contenere l'inflazione dei dibattimenti sono preordinati i
riti speciali, ad essoalternativi, con procedure semplificate ed abbreviate.
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È anche disciplinata una forma sui generis di incidente probatorio (art. 467), cioè di raccolta anticipata della
prova. A parte la possibilità di proscioglimento prima del dibattimento (art. 469), il momento centrale della
fase è costituito dalla presentazione delle [Link] testimoniali (art. 468), che deve avvenire a pena di
inammissibilità almeno sette giorni prima dell'udienza e con indicazione dei capitoli di prova. La particolare
severità della sanzione trova la sua giustificazione nella necessità di consentire una completa discovery.
Se l'indicazione delle persone che si intende ascoltare in dibattimento è necessaria, non egualmente può
dirsi per la loro citazione. Infatti la norma prevede un'autorizzazione del presidente del collegio solo se venga
richiesta dalla parte, la quale a sua volta potrà chiederla se ritenga di volersi cautelare in tal modo da
un'eventuale intenzione della persona di non comparire. La L. 16-12-1999, n. 479 (art. 38) ha poi previsto
che la citazione dei testimoni, periti e consulenti tecnici sia effettuata per la data fissata per il dibattimento
ovvero per altre successive udienze nelle quali ne sia previsto l'esame. In caso contrario, la parte può
presentare direttamente in udienza i testi, purché li abbia indicati nella lista.
Ogni decisione sulla rilevanza dei testi e sulla loro ammissibilità è riservata al collegio (art. 495), ed il
provvedimento autorizzatorio o inibitorio del presidente è provvisorio.
IL DIBATTIMENTO
Viene quindi il dibattimento, che è il momento centrale del giudizio, perché vi viene raccolta e formata la
prova. Normalmente esso è pubblico (art. 471), ma esistono ipotesi (es. buon costume, notizie da mantenere
segrete nell'interesse dello Stato, pregiudizio alla riservatezza dei testi, reati di violenza sessuale, sicurezza
dei testimoni o degli imputati, esame di minorenni) in cui è prescritto che si proceda a porte chiuse.
Il dibattimento si ispira altresì al principio di concentrazione. Tale principio si manifesta nella tendenza ad
esaurire il dibattimento nella stessa udienza ovvero, in caso di necessità, in udienze ravvicinate nel tempo
(art. 477), così da realizzare l'ideale della pronta amministrazione della giustizia.
Gli ultimi interventi legislativi hanno previsto che nei processi di criminalità organizzata e di terrorismo,
l'imputato partecipi al dibattimento a distanza, tramite videoconferenza.
La partecipazione al processo a distanza, mediante collegamento audiovisivo, è, altresì, stata prevista dalla
L. 367/2001 (nota come legge sulle rogatorie internazionali) per l'imputato detenuto all'estero, che non possa
essere trasferito in Italia, quando previsto da accordi internazionali.
L'ISTRUZIONE DIBATTIMENTALE
Inizia la parte centrale della fase, costituita dall'istruzione dibattimentale (artt. 496 e segg.). Il nuovo rito,
avendo soppresso la figura del giudice istruttore ed avendo tolto rilevanza di prova, almeno tendenziale, agli
atti del P.M., esige che le prove vengano raccolte in questo momento, davanti al giudice ed alla presenza
delle due parti (accusa e difesa).
In ossequio al principio del processo di parti, esiste un vero e proprio diritto alla prova (art. 190), che
riconosce in via assolutamente principale alle parti il diritto di richiedere l'ammissione delle prove:
l'ammissione di ufficio è ipotesi residuale ed eccezionale, che deve essere prevista dalla legge (es.
testimonianza indiretta ex art. 195 e 210; perizia ex art. 224; nuove prove in dibattimento ex art. 507).
Di regola le prove assunte in dibattimento sono quelle indicate dalle parti. Tuttavia secondo
un'interpretazione estensiva data dalla giurisprudenza all'art. 507 il giudice ha un potere di iniziativa
probatoria anche nel caso di comportamenti omissivi delle parti (Cass. Sez. Un. 6-11-1992).
I MEZZI DI PROVA
Con questa espressione ci si intende riferire a quegli strumenti attraverso i quali le cd. fonti di prova
producono la prova. Ad esempio, la persona «teste» (che è fonte soggettiva di prova) attraverso il mezzo
giuridico «testimonianza» fornisce la sua dichiarazione che determina la prova (positiva o negativa) di un
fatto. Il giudice è autorizzato ad assumere anche prove non previste dalla legge, se risultano idonee ad
assicurare l'accertamento dei fatti e non pregiudicano la libertà morale della persona (art. 189). Ci
occuperemo solo delle prove disciplinate dal codice.
Testimonianza
La testimonianza è il tipico mezzo di prova che garantisce tanto l'oralità (che è uno dei caratteri del nuovo
processo), quanto il contraddittorio (perché è stato introdotto l'esame incrociato o cross examination). Va
subito detto che non costituiscono testimonianza le dichiarazioni raccolte nella fase delle indagini preliminari
dalla P .G. o dal P.M. ma esse sono utilizzabili per le cd. contestazioni (art. 500).
Per quanto attiene alla testimonianza sono fissati alcuni principi fondamentali (artt. 194 e segg.). Anzitutto il
teste deve essere esaminato su fatti determinati, e non può riferire voci correnti: se si tratta di informazioni
assunte di seconda mano, deve indicare da chi le ha ricevute, onde consentire la verifica da parte del
giudice (altrimenti le circostanze riferite non sono utilizzabili). Gli ufficiali ed agenti di P.G. non possono
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testimoniare su quanto hanno appreso dai testimoni e se si sono serviti di informatori, non potendo essere
obbligati a rivelarne l'identità, le notizie acquisite saranno inutilizzabili.
L'esame ed il controesame sono condotti dalle parti e non più dal giudice; può essere autorizzata la
consultazione di appunti altrimenti essa non è possibile; nell'esame sono vietate le domande che tendono a
suggerire le risposte (perché il teste è stato portato dalla parte che lo esamina), nel controesame (fatto dalla
parte avversa) sono ammesse anche le domande suggestive e l'unico limite è costituito dal rispetto per la
persona esaminata, di cui è garante il presidente del collegio. In altri termini, la P. G. dovrà tener conto che
solo una parte degli atti da essa assunti avrà accesso al giudizio (gli atti cd. non ripetibili, art. 431).
Solo al fine di valutare la credibilità del testimone e la personalità dell'offeso dal reato, l'esame può
estendersi a temi diversi da quelli oggetto di incolpazione (eccezioni sono disposte dalla L. 15-2-1996, n. 66,
in tema di reati sessuali e dalla L. 3-8-1998, n. 269 sui reati di prostituzione e pornografia minorile).
Alla generale capacità di testimoniare sono previste alcune eccezioni o sotto forma di incapacità a prestare
l'ufficio di testimone, o come facoltà di astenersi dalla deposizione (perché legati familiarmente all'imputato
ovvero perché tenuti al vincolo del segreto professionale, di ufficio, di Stato).
La legge 1-3-2001, n. 68 sul «giusto processo» ha introdotto una novità importante in tema di dichiarazioni
rese dall'imputato. In particolare, quando questi risponde sulla sua responsabilità assume la veste di
imputato; quando invece riferisce sulla responsabilità di altri, assume la veste di testimone.
Attualmente possono assumere l'ufficio di testimoni anche:
a) i coimputati di un medesimo reato, anche se per essi si procede in un separato processo connesso
(a norma dell'art. 12, letto a) quando sia intervenuta sentenza irrevocabile di proscioglimento o di
condanna o di patteggiamento;
b) gli imputati in un procedimento connesso ai sensi dell'art. 12, letto c) (per reati commessi per
eseguire od occultarne altri) o ai sensi dell'art. 371, letto b) (per reati commessi in occasione di altri;
per conseguire il profitto o l'impunità di altro reato; in danno reciproco; quando vi è un vincolo
probatorio), quando gli sia stato fatto l'avviso previsto dall'art. 64,lett. c) c.p.p.
c) gli imputati in altro procedimento per cui non vi sia vincolo di connessione.
Circa le modalità di assunzione della testimonianza, l'art. 197bis di nuovo inserimento nel codice, prevede
che: a) l'imputato sentito come testimone deve essere assistito da un difensore, di fiducia o d'ufficio; b) non
può essere obbligato a deporre su fatti per i quali ha subito una condanna, se nel relativo processo aveva
negato la sua responsabilità ovvero non aveva reso dichiarazioni.
In ordine ai criteri di valutazione della prova assunta: le sue dichiarazioni non possono essere utilizzate
contro di lui in un eventuale procedimento di revisione o in un giudizio civile od amministrativo; inoltre,le sue
dichiarazioni per la loro attendibilità necessitano dei riscontri estrinseci.
In caso di teste falso o reticente, l'attuale disciplina esclude la possibilità di arresto immediato (art. 476), per
cui il P .M. procederà nelle forme ordinarie dopo la chiusura dell'udienza.
Ove il testimone riferisca circostanze in contrasto con quanto detto inizialmente alla P.G. o al P.M., l'art. 500
prevede che il P.M. possa muovere le cd. contestazioni, desumendole dagli atti contenuti nel suo fascicolo
(che è più ricco di quello dibattimentale, contenendo tutte le indagini preliminari).
Ciò pero non consente di acquisire come prova i verbali delle indagini nel fascicolo del dibattimento, ma
servirà solo per poter valutare la credibilità del teste. Vi sono però alcune eccezioni:
a) le dichiarazioni rese dal teste nelle indagini possono essere acquisite al fascicolo del dibattimento,
quando risulta, in base ad elementi concreti, che il teste è stato sottoposto a violenza, minaccia,
offesa o promessa di danaro, al fine di non deporre o di deporre il falso (art. 500, c. 4);
b) su richiesta di parte, le dichiarazioni rese all'udienza preliminare ai sensi dell'art. 422 c.p.p. sono
valutate ai fini della prova nei confronti degli imputati che hanno partecipato alla loro assunzione;
c) le dichiarazioni rese nelle indagini possono sempre essere acquisite al fascicolo del dibattimento,
per fini probatori, con il consenso delle parti.
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Confronti
Il confronto è un atto a partecipazione plurima, nel senso che la sua ragione risiede nel contrasto fra le
dichiarazioni di due o più persone. In tali casi, dopo che ognuno abbia rilasciato le sue dichiarazioni, si può
procedere a questo mezzo di prova che consiste nel mettere direttamente l'uno contro l'altro, perché
provvedano alle reciproche contestazioni (art. 211).
Ricognizioni
Questo mezzo di prova è diretto all'individuazione di persone, cose o altre realtà sensoriali (artt. 213 e
segg.), che il soggetto chiamato alla ricognizione deve riconoscere. La legge detta una disciplina
particolareggiata circa le modalità con cui si deve procedere alla ricognizione: sommariamente può dirsi che
il soggetto deve prima descrivere ciò che poi dovrà riconoscere, ed in questa fase gli dovranno essere
mostrate più persone o più oggetti che somiglino alla persona o alla cosa da riconoscere.
Esperimenti giudiziali
Con l'esperimento si tende ad accertare se un certo fatto possa essere o meno accaduto. Infatti questo
mezzo di prova consiste nella riproduzione, per quanto possibile, della situazione in cui il fatto sarebbe
avvenuto.
Perizie
A questo mezzo di prova deve farsi ricorso quando si debbano acquisire dati o valutazioni che richiedono
specifiche competenze tecniche, scientifiche o artistiche (art. 220). A differenza del testimone, che non può
esprimere giudizi, il compito del perito è proprio questo, essendo chiamato a fornire un giudizio tecnico
qualificato. Il perito è nominato dal giudice e a lui le parti possono affiancare i loro consulenti tecnici.
Documenti
Questi atti, con i quali si chiude l'esame dei mezzi di prova, sono costituiti da tutti quegli atti scritti che
rappresentano fatti, persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia, la fonografia o qualsiasi altro
mezzo (art. 234). Si tratta, come può intendersi, dei documenti più diversi, che abbiano però rilevanza ai fini
della decisione. Possono costituire corpo di reato (es. il testamento falsificato), ovvero essere dichiarazioni
provenienti dall'imputato (nel quale magari vi può essere un riconoscimento di responsabilità); può trattarsi di
atti processuali provenienti da altri processi, ovvero scritti in lingua diversa da quella italiana. Hanno tutti
rilevanza e sono utilizzabili, purché non si tratti di scritti anonimi, che non possono essere acquisiti né
utilizzati.
La possibilità di utilizzazione dei verbali di prove di altri procedimenti è disciplinata dagli artt. 238 e 239 c.p.p.
In particolare l'art. 238 disciplina la utilizzabilità di verbali di prove assunte in altri procedimenti (utilizzazione
dei verbali di dichiarazioni non solo dell'imputato di reato connesso, ma di qualsiasi soggetto), a condizione
che il difensore dell'imputato contro cui l'atto deve essere utilizzato abbia partecipato, nel separato processo,
all'assunzione dell'atto. Sono utilizzabili, inoltre, anche i verbali assunti in un processo civile.
L'INCIDENTE PROBATORIO
S'è già detto che se normalmente le prove vengono acquisite al dibattimento, tuttavia vi sono delle eccezioni,
cioè di casi in cui la formazione della prova avviene già nella fase investigativa.
I casi sono due: il primo riguarda gli atti irripetibili (artt. 431 e 512), cioè gli atti direttamente compiuti dagli
organi dell'investigazione (P.M. e P .G.) che, per il fatto di non poter essere ripetuti in dibattimento,
trasmigrano nel dibattimento stesso; il secondo caso riguarda l'anticipata assunzione delle prove fatta in
sede di indagini o di valenza preliminare.
Le situazioni che consentono di ricorrere all'incidente probatorio e che nel paragrafo che segue
analizzeremo, possono essere riunite secondo la logica del legislatore in tre gruppi:
1) ipotesi in cui l'assunzione della prova è indifferibile e non può attendere il dibattimento (art. 392, letto
a), b), e), f), g);
2) ipotesi in cui l'assunzione della prova viene chiesta dalle parti secondo valutazioni di strategia
processuale, in assenza di una indifferibilità della sua raccolta (art. 392,lett. c), d);
3) ipotesi in cui, per non allungare i tempi del dibattimento e garantire la sua «concentrazione»,
l'assunzione di una perizia di lunga durata viene anticipata alla fase delle indagini (art. 392).
L’istituto dell’incidente probatorio si caratterizza per il fatto che i meccanismi dibattimentali di formazione
della prova sono anticipati innanzi al giudice delle indagini preliminari o al giudice dell'udienza preliminare,
nel rispetto del contraddittorio delle potenziali parti. Il legislatore ha tipizzato gli atti ammissibili innanzi al
G.I.P. o al G.U.P. con lo strumento dell'incidente probatorio; essi sono: la testimonianza, l'esame
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dell'indagato, l'esame di imputati in procedimenti connessi, il confronto, la ricognizione, la perizia,
l'esperimento giudiziale.
Il legislatore ha altresì indicato le ipotesi in cui sussistono i requisiti di un atto non rinviabile: impossibilità di
futura acquisizione delle prove (es. persona moribonda), esposizione della prova ad inquinamento,
modificabilità dell'oggetto su cui verte la prova (cose deperibili), incompatibilità con le esigenze di celerità.
Quando si procede per reati di violenza sessuale o prostituzione o pornografia minorile ed è necessario
acquisire la testimonianza di una persona minore di anni 16 è possibile avanzare richiesta di incidente
probatorio, anche al di fuori delle ipotesi tassativamente indicate dal comma 1 dell'art. 392.
Proprio perché l'atto è compiuto da un giudice, alla presenza del P.M. e del difensore, con la procedura
prevista per la sua acquisizione in dibattimento, esso ha piena efficacia di prova in giudizio.
La richiesta viene formulata dal P.M. o dalla persona indagata, mentre quella offesa può solo sollecitare il
P.M. a richiedere l'incidente. Essa deve contenere gli elementi di cui all'art. 393 e deve essere notificata alla
controparte, la quale ha facoltà di controdedurre (art. 396). Una deduzione prevista dalla legge è costituita
dalla richiesta di differimento, che può presentare il P.M. tutte le volte che ritenga l'incidente stesso
pregiudizievole per uno o più atti di indagine. La legge, perciò, affida al giudice la valutazione sulla
fondatezza della richiesta di incidente probatorio e di quella di differimento, stabilendo tuttavia che se il
differimento comprometta l'acquisizione della prova, deve darsi la prevalenza a quest'ultima (art. 397).
Fra gli elementi che a pena di innamissibilità devono essere indicati (ma solo se la richiesta proviene dal
P.M.), l'art. 393 indica alla letto b) «le persone nei confronti delle quali si procede per i fatti oggetto della
prova», e l'art. 401, riprendendo questo concetto, precisa che «è vietato estendere l'assunzione della prova
a fatti riguardanti persone diverse da quelle i cui difensori partecipano all'incidente probatorio. È in ogni caso
vietato verbalizzare dichiarazioni riguardanti tali soggetti».
LA DECISIONE
Esaurita l'istruzione dibattimentale, le parti svolgono la discussione finale (art. 523), all'esito della quale il
Tribunale (o la Corte d'Assise) adotta in camera di consiglio la decisione. Questa verrà presa sulla base
delle prove raccolte, ma l'art. 526 avverte che potranno essere utilizzate solo quelle legittimamente acquisite
nel dibattimento (si noti, «acquisite», e non assunte, potendo infatti trattarsi di atti sorti altrove, ma entrati nel
dibattimento attraverso i vari meccanismi che abbiamo sommariamente esposto: incidente probatorio,
contestazioni, atti irripetibili). La legge sul giusto processo ha aggiunto il comma 1bis in cui, in conformità alla
previsione dell'art. 111 Costituzione, è previsto che «La colpevolezza dell'imputato non può essere provata
sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all'esame da
parte dell'imputato o del suo difensore».
L'operazione di valutazione che il giudice compie è libera, nel senso che non esistono limiti al libero
convincimento del giudice: tuttavia quest'ultimo deve dare conto nella motivazione «dei risultati acquisiti e
dei criteri adottati», potendo da tale esposizione emergere un vizio della motivazione.
La legge non ha voluto indicare criteri di valutazione particolari, ma si è limitata a sancire due principi che
sono della massima importanza: gli indizi, cioè quelle circostanze dalle quali si desumono fatti non noti,
devono essere gravi, precisi e concordanti. Inoltre le dichiarazioni del correo (art. 192) vanno valutate
unitamente agli altri elementi di prova che ne confermano l'attendibilità (cioè non sono sufficienti, se non
trovano riscontro quanto meno in altre dichiarazioni di altre persone).
È da ricordare che, in applicazione del principio del «favor rei» il secondo comma dell'art. 530 prevede che
l'imputato deve essere assolto tutte le volte in cui manca o sia insufficiente la prova della sua reità e, quindi,
il P .M. abbia fallito nel suo onere probatorio. La sentenza potrà essere di proscioglimento (con la sola
formula piena, essendo stata abolita la formula dubitativa) o di condanna. Di essa verrà data lettura in
udienza (anche della motivazione, se possibile, altrimenti dovrà essere depositata entro 15 giorni: art. 544).
Il genere della sentenza di proscioglimento racchiude le species delle sentenze di «non doversi procedere»
e di «assoluzione» . La prima verrà utilizzata dal giudice quando difetti una delle condizioni di procedibilità
(querela, istanza, richiesta di procedimento e autorizzazione a procedere: art. 529) oppure in presenza di
altra situazione atipica (es. errore di persona: art. 68), oppure quando sussista una causa estintiva del reato
(es. morte dell'imputato: art. 69). La seconda forma di sentenza di proscioglimento viene invece utilizzata dal
giudice quando accerti che il fatto non sussiste o non sia stato commesso o non costituisca reato oppure
quando il reo non sia imputabile (art. 530).
Per accelerare i tempi del processo per gravi reati, nei confronti di imputati detenuti in custodia preventiva e
peri quali vi è rischio della decorrenza dei termini, il D.L. 24-11-2000, n. 341, modificando gli artt. 533 e 544,
ha previsto che il giudice possa disporre con la sentenza di condanna la separazione del procedimento a
carico degli imputati detenuti, in modo tale che sdoppiando il processo originario, quello a carico degli
imputati in vinculis abbia un corso più celere.
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Ci occuperemo ora di alcuni riti, introdotti dal nuovo codice per sfoltire il dibattimento da tutti quei processi di
modesta importanza, in cui per varie ragioni appare opportuna una trattazione più rapida.
La filosofia che accompagna tali procedimenti è quella di evitare alcune fasi (udienza preliminare, battimento
o entrambe). L'udienza preliminare è assente nel giudizio direttissimo ed immediato, mentre il dibattimento
manca nel giudizio abbreviato e nella pena applicata su richiesta delle parti; nel procedimento per decreto,
poi, mancano tanto la prima quanto il secondo.
GIUDIZIO ABBREVIATO
Il giudizio abbreviato ha luogo nell'udienza preliminare (art. 438), o comunque dopo l'esercizio dell'azione
penale (artt. 452). Quale che sia il modo in cui il P.M. abbia formalizzato l'imputazione, l'accusato ha sempre
diritto di chiedere il giudizio abbreviato, in ragione del beneficio della riduzione della pena per esso previsto.
Pertanto in caso di giudizio direttissimo instaurato dal P.M. (art. 452), di giudizio immediato (art. 458) e di
opposizione a decreto penale (art. 461, comma 3), l'imputato può ottenere la forma del giudizio abbreviato.
Il giudizio abbreviato si appalesa come scelta sul rito, pertanto è anche qualificato come patteggiamento sul
rito in contrapposizione al patteggiamento sulla pena. In esso l'imputato può chiedere che il processo non
prosegua verso la fase dibattimentale, ma sia definito in udienza in camera di consiglio (normalmente nel
corso dell'udienza preliminare). Contrariamente al passato, la legge 479/99 ha previsto che non sia
necessario il consenso del P.M. che in precedenza era previsto. Per l'imputato il vantaggio è dato, in caso di
condanna, dalla riduzione di un terzo della pena che in concreto gli sarebbe stata applicata. La legge
479/99, inoltre, aveva esteso l'applicabilità del rito abbreviato alle condanne all'ergastolo, prevedendone la
sostituzione con trenta anni di reclusione. Onde evitare la fattuale soppressione dell'ergastolo conseguente
agli automatismi operanti dalla (peraltro insindacabile) scelta di ricorrere al rito abbreviato, il D.L. 24-11-
2000, n. 341, conv, in L. 19-1-2001, n. 4 ha opportunamente limitato tale sostituzione alle condanne
all'ergastolo senza isolamento diurno.
Il giudice, di fronte ad una richiesta di giudizio abbreviato è tenuto a celebrarlo. La riforma, però, ha previsto
che l'imputato possa subordinare la richiesta ad un 'integrazione probatoria necessaria ai fini della decisione
(art. 438). L'integrazione, peraltro deve essere contenibile nei limiti compatibili con le finalità di economia
processuale propria del procedimento, che deve restare essenzialmente «allo stato degli atti», pertanto in tal
caso il giudice potrebbe rigettare la richiesta di abbreviato, ritenendo l'integrazione probatoria richiesta non
compatibile con la celerità ed agilità del rito.
L'acquisizione di nuove prove, in caso di emergenze di modalità del fatto diverse, potrebbe indurre il P.M. a
modificare l'imputazione: l'imputato, ove sia modificata l'imputazione o gli vengano contestate circostanze
aggravanti o reati connessi, può revocare la richiesta di giudizio abbreviato, chiedendo procedersi con le
forme ordinarie (celebrazione dell'udienza preliminare o del dibattimento, a seconda dei casi). La sentenza
che il giudice emetterà, di assoluzione o condanna, sarà soggetta ad appello, ma solo in alcuni casi limitati.
53
anni. Esclusi i reati gravi, terrorismo e i recidivi. Vengono modificate anche le misure alternative: entro il
limite di due anni, il carcere può essere sostituito con la semidetenzione; entro un anno con la libertà
controllata. Ed entro il limite dei sei mesi con la pena pecuniaria. Il provvedimento prevede che nel caso in
cui l’imputato manifesti l’intenzione di chiedere il patteggiamento, il procedimento venga sospeso per un
periodo non inferiore a 45 giorni.
GIUDIZIO DIRETTISSIMO
Si tratta di un procedimento (art. 449) in cui, per la particolare evidenza della prova (imputato arrestato in
flagranza, ovvero confesso) si omette la fase dell'udienza preliminare, celebrandosi il dibattimento nei 15
giorni dell'arresto (o, in caso di imputato a piede libero, dall'iscrizione del suo nome nel registro delle notizie
di reato).In questo caso la scelta è operata dal P.M. e conseguentemente all'imputato non viene riconosciuta
alcuna riduzione di pena. Il dibattimento si svolgerà nelle forme tradizionali, a meno che l'imputato non
chieda il rito abbreviato ovvero la pena patteggiata (nel qual caso si applicheranno le norme proprie di questi
riti). L'imputato ed i testi vengono presentati direttamente in udienza; le parti possono consentire alla
celebrazione del rito, ancorché l'arresto non sia stato convalidato.
Schematicamente è da evidenziare che il giudizio direttissimo può essere attivato nei seguenti casi:
- se l'imputato è stato arrestato in flagranza di reato (art. 449);
- se l'imputato (anche in stato di libertà) ha reso confessione (art. 449);
- quando si procede per reati concernenti le armi e gli esplosivi (art. 12bis D.L.306/92).
GIUDIZIO IMMEDIATO
Assai simile al giudizio direttissimo, se ne differenzia perché richiede che la prova sia evidente ed il giudizio
venga instaurato nei 90 giorni dalla iscrizione della notizia di reato nell'apposito registro (art. 453). È inoltre
necessario che l'imputato sia stato interrogato. La richiesta può provenire anche dall'imputato, al quale
tuttavia non è riconosciuta alcuna riduzione di pena, a meno che non richieda il giudizio abbreviato o la pena
patteggiata. Mentre per instaurare il giudizio direttissimo il P.M. non aveva bisogno di rivolgersi al G.I.P., in
questo rito deve chiedere al giudice il decreto di giudizio immediato (art. 455). La specialità del rito è
segnata, tuttavia, dalla mancanza dell'udienza preliminare, perché il provvedimento viene adottato senza
l'intervento di alcuna parte, sulla base di un controllo delle condizioni legittimanti la richiesta.
Si noti che mentre la richiesta del P.M. deve trovare conforto nelle condizioni indicate in apertura (evidenza
della prova, richiesta nei 90 giorni dall'iscrizione della notizia di reato, avvenuto interrogatorio dell'imputato),
per l'imputato l'unica condizione è che la richiesta intervenga prima della celebrazione della fissata udienza
preliminare (art. 419). Emesso il decreto, il G.I.P. dovrà trattenere gli atti per dar modo all'imputato di
richiedere, entro 15 giorni, eventualmente il giudizio abbreviato o l'applicazione della pena sull'accordo delle
parti (art. 457). Il citato termine di 15 giorni entro cui richiedere il rito alternativo decorre dall'ultima
notificazione, all'imputato o al difensore, rispettivamente del decreto di giudizio immediato ovvero dell'avviso
della data fissata per il giudizio immediato.
54
L'istituto del Giudice Unico in primo grado è stato introdotto nel nostro ordinamento con il [Link]. 19-2-1998
con il quale il Governo ha dato attuazione alla delega conferitagli dal Parlamento con L. 16-7-1997, n. 254.
Si tratta di una riforma di estrema che ha trovato definitiva attuazione con la L. 16-12-1999, n. 479 entrata in
vigore il 2 gennaio 2000. Il punto forte della riforma riguarda l'abolizione del rito pretoriale e l'introduzione del
rito davanti al Giudice unico di primo grado che riunisce in un unico ufficio la Pretura e il Tribunale. L’intero
Libro ottavo del codice di procedura penale che disciplinava il procedimento davanti al pretore, è stato
interamente sostituito dall'art. 44 della L. 16-12-1999, n. 479 ([Link] Carotti) con la rubrica intitolata
«Procedimento davanti al Tribunale in composizione monocratica».
Si assiste così ad una più ampia cognizione del Giudice monocratico: vi rientrano i reati puniti, nel massimo,
con la reclusione sino a dieci anni e il reato previsto dall'art. 73 della legge sugli stupefacenti, punito fino a
venti anni (art. 33ter). In composizione collegiale, il Tribunale (art. 33bis) invece giudica per i reati puniti con
pena superiore a dieci anni ed anche per altri reati puniti con pena inferiore, ma di particolare allarme sociale
(es. alcuni delitti dei pubblici ufficiali contro la P .A.; bancarotta fraudolenta; reati societari; associazione per
delinquere; associazione di tipo mafioso; violenza sessuale etc.).
L'art. 33 specifica che le disposizioni relative alla cognizione del tribunale collegiale o di quello monocratico
non attengono alla capacità del giudice, sicché la loro violazione non è causa di nullità assoluta; d'altra parte,
il loro mancato rispetto non è neanche qualificabile come questione di competenza, atteso che quest'ultima
spetta sicuramente al tribunale, dovendosi solo chiarire la sua composizione (cd. questione di attribuzione).
Quanto, poi, alle norme regolanti il processo dinanzi al tribunale monocratico, la legge di riforma si è limitato
per lo più, a rinviare alla disciplina dell'abolito processo pretorile se a giudicare è il tribunale in forma
monocratica, mentre dovranno osservarsi le regole dell'attuale rito di Tribunale, nelle ipotesi di composizione
collegiale.
Alla luce della legge 16-12-1999, n. 479, vi è quasi integrale corrispondenza tra i riti extradibattimentali
(decreto penale, patteggiamento e giudizio abbreviato) e dibattimentali (ordinario e direttissimo) del
Tribunale monocratico ed i corrispondenti riti del Tribunale collegiale, soprattutto nei casi in cui innanzi al
Tribunale monocratico sia prevista la fase dell'udienza preliminare. I riti del Tribunale monocratico, anche se
fanno riferimento agli archetipi del Tribunale collegiale, sono, peraltro, dal punto di vista statistico-numerico,
quelli di più frequente applicazione.
Attualmente, quindi, in sede penale sono giudici di primo grado: il Giudice di pace; il Tribunale in
composizione monocratica; il Tribunale in composizione collegiale; la Corte di Assise.
I RITI SPECIALI
Esamineremo ora le caratteristiche dei rimanenti riti nelle udienze dinanzi a tale Tribunale monocratico.
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Rito abbreviato
Si applica la disciplina prevista per il giudizio abbreviato innanzi al Tribunale collegiale, salvo taluni
adattamenti (art. 556). Quando vi è l'udienza preliminare, la richiesta va formulata prima della presentazione
delle conclusioni (sbarramento dell'udienza preliminare) non se tale udienza manca e cioè si procede con
citazione diretta a giudizio. Tale temine coincide con la fase degli atti introduttivi al dibattimento, per cui la
richiesta di rito abbreviato va formulata prima della dichiarazione di apertura del dibattimento (artt. 555).
Il giudizio abbreviato inoltre può essere instaurato anche durante gli altri riti speciali attivati dal P.M. (giudizio
direttissimo e procedimento per decreto penale). Il rito abbreviato ha luogo innanzi al G.I.P. o al G.U.P. o al
giudice del dibattimento, a seconda della fase in cui si trova il processo.
Giudizio direttissimo
Nel procedimento davanti al Tribunale monocratico l'unico rito speciale celebrato in dibattimento è il giudizio
direttissimo (art. 558). Anche per tale giudizio si segue l'analogo modello del Tribunale collegiale con taluni
adattamenti semplificativi nell'ipotesi di direttissimo contestuale alla convalida dell'arresto. Anche per i reati
attribuiti al Tribunale monocratico, il giudizio direttissimo è attualmente ammissibile nelle seguenti ipotesi:
a) confessione dell'imputato (artt. 449 comma 5 e 558 comma 9);
b) convalida dell'arresto in flagranza e successivo giudizio (artt. 449 comma 4 e 558 comma 9);
c) convalida dell'arresto e contestuale giudizio (art. 558, commi 1 e 4);
d) mancata convalida e successivo giudizio consensuaImente richiesto dalle parti (art. 558, comma 5).
Nel giudizio l'imputato potrà poi chiedere l'applicazione di uno dei due riti premiali (abbreviato o patteggiato).
Da sottolineare che a differenza di quanto avviene per i reati di competenza del Tribunale collegiale, per
quelli rientranti nella competenza del Tribunale monocratico non è previsto l'obbligo di tradurre entro le 24
ore dall'arresto il soggetto in carcere, ma lo stesso verrà trattenuto in caserma e potrà essere tradotto nella
casa circondariale solo dopo la convalida dell'arresto, sempre che non ne venga disposta la scarcerazione.
In attuazione della delega legislativa, il governo, con il decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 introduce
nel nostro sistema processuale la competenza penale del Giudice di Pace per reati «minori», elencati
nell'art. 4. Il richiamo alle norme del codice di procedura penale è però escluso, ai sensi dell'art. 2, per i
seguenti istituti: incidente probatorio; arresto in flagranza e fermo di indiziato di delitto; misure cautelari
personali; proroga del termine per le indagini; udienza preliminare; giudizio abbreviato; applicazione della
pena su richiesta; giudizio direttissimo; giudizio immediato; decreto penale di condanna.
LA COMPETENZA ..,
La competenza per materia è delineata dall'art. 4 del [Link]. 274/2000, il quale prevede, (ferma la
competenza del tribunale per i minorenni, che è un giudice speciale per tutti i reati commessi da chi al
momento del fatto non ha ancora compiuto diciotto anni), che il giudice di pace è competente:
a) per taluni delitti consumati o tentati previsti dai seguenti articoli del codice penale (es. art. 581,
percosse; art. 582, lesione personale, limitatamente alle fattispecie di cui al comma 2 perseguibili a
querela di parte; art. 590, lesioni personali colpose, limitatamente alle fattispecie perseguibili a
querela di parte e ad esclusione delle fattispecie connesse alla colpa professionale e dei fatti
commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all'igiene
del lavoro o che abbiano determinato una malattia professionale quando, nei casi anzidetti, derivi
una malattia di durata superiore a venti giorni; art. 594, ingiuria);
b) per le contravvenzioni previste da taluni articoli del codice penale (es. art. 689, somministrazione di
bevande alcoliche a minori o a infermi di mente);
c) per taluni delitti, consumati o tentati, e per le contravvenzioni previsti da alcune disposizioni di leggi
speciali (art. 4).
La competenza per territorio è quella del luogo di consumazione del reato, così come previsto per il
procedimento ordinario (art. 8 c.p.p.). In virtù dell'art. 2 che rinvia al codice di rito per quanto non specificato
dalla legge.
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LE INDAGINI PRELIMINARI
Il legislatore si è innanzitutto preoccupato di semplificare il procedimento, e per quanto riguarda la fase delle
indagini preliminari, si è mosso simmetricamente su due fronti: da una parte, ha individuato nella polizia
giudiziaria l'effettivo fulcro delle indagini preliminari, dall'altra, ha eliminato la figura del giudice delle indagini
preliminari, affidando i provvedimenti relativi a questa fase a un giudice di pace del capoluogo del
circondario. L'articolo 11 del decreto disciplina le modalità di svolgimento delle indagini ad opera della polizia
giudiziaria. La polizia giudiziaria, acquisita la notizia di reato, compie di propria iniziativa tutti gli atti di
indagine necessari per la ricostruzione del fatto e per l'individuazione del colpevole e ne riferisce al pubblico
ministero, con una relazione scritta, entro il termine di quattro mesi, indicando il giorno e l'ora in cui ha
acquisito la notizia. All'esito delle indagini, se la notizia di reato non risulta fondata, il P.M. può chiedere al
giudice di pace l'archiviazione. A fronte di tale richiesta il giudice di pace può:
a) accogliere la richiesta del pubblico ministero e disporre con decreto l'archiviazione;
b) disporre con ordinanza la restituzione degli atti al pubblico ministero perché:
provveda nel termine indicato, alle ulteriori indagini;
formuli entro dieci giorni l'imputazione (cd. coatta).
Se sono acquisite sufficienti prove, la polizia giudiziaria ne fa una relazione al P.M. con cui:
a) formula un'ipotesi di imputazione, enunciando il fatto in forma chiara e precisa, con l'indicazione
degli articoli di legge che si assumono violati;
b) richiede l'autorizzazione a disporre la comparizione della persona sottoposta ad indagini davanti al
giudice di pace.
Se il P.M. dà il suo consenso si ha l'assunzione della qualità di imputato che segna il passaggio dalla fase
delle indagini preliminari (procedimento) a quella del processo in senso proprio. In particolare, nel
procedimento davanti al giudice di pace (art. 3), assume la qualità di imputato la persona alla quale il reato è
attribuito: nella citazione a giudizio disposta dalla polizia giudiziaria (art. 20); nel decreto di convocazione
delle parti emesso dal giudice di pace (art. 27).
Infatti, in alternativa alla citazione a giudizio disposta dalla polizia giudiziaria (previa formulazione
dell'imputazione da parte del P.M.: art. 20), ma limitatamente ai reati procedibili a querela, il legislatore ha
previsto il ricorso immediato dell'offeso che può chiedere al giudice la citazione a giudizio della persona alla
quale attribuisce il reato (art. 21).
IL GIUDIZIO
Almeno sette giorni prima della data fissata per l'udienza di comparizione, il pubblico ministero o la persona
offesa nel caso di ricorso immediato (art. 21), devono depositare nella cancelleria del giudice di pace l'atto di
citazione a giudizio con le relative notifiche, al fine di consentire al giudice di verificarne la regolarità, e di
conoscere l'oggetto del processo, anche per eventuali provvedimenti di riunione (art. 9).
Nei casi di reati perseguibili a querela, il giudice di pace, subito dopo aver controllato la regolare costituzione
delle parti, è tenuto infatti a procedere al tentativo di conciliazione.
L'esito favorevole della conciliazione viene consacrato in apposito verbale, nel quale si attesta la remissione
della querela o la rinunzia al ricorso presentato dalla persona offesa, e la relativa accettazione, e poiché la
presentazione del ricorso della persona offesa è equiparata alla presentazione della querela, la rinuncia al
ricorso produce gli stessi effetti della remissione della querela. La conciliazione viene sancita dalla pronuncia
della sentenza di non dover si procedere.
Secondo il comma 6 dell'art. 29, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento (art. 492 c.p.p.),
l'imputato può presentare domanda di oblazione (artt. 162 e 162bis c.p.).
Se si conclude senza successo la fase destinata alla definizione anticipata del processo perché le parti non
si sono conciliate, o l'imputato non ha presentato domanda di oblazione, o non si è accertata l'avvenuta
riparazione del danno (art. 35), il giudice dichiara aperto il dibattimento.
Se può procedersi immediatamente al giudizio, il giudice ammette le prove richieste, escludendo quelle
vietate dalla legge, superflue o irrilevanti, e invita le parti ad indicare gli atti da inserire nel fascicolo per il
dibattimento. Le parti possono anche concordare l'acquisizione al fascicolo del dibattimento di atti contenuti
nel fascicolo del pubblico ministero, della documentazione relativa all'attività di investigazione difensiva.
La normativa specifica presenta ulteriori semplificazioni rispetto a quella prevista per il giudizio monocratico.
Infatti l'esame di testimoni, periti e consulenti tecnici può essere condotto direttamente dal giudice sulla base
delle domande e delle contestazioni proposte dal pubblico ministero e dal difensore, e la formula utilizzata
«sull'accordo delle parti» permette di ritenere che, a differenza della disciplina del rito monocratico (che
richiede «la concorde richiesta delle parti» ), l'esame da parte del giudice potrà fondarsi anche su un
consenso prestato tacitamente dalle parti in ordine alla differente modalità di conduzione dell'esame.
Infine, è stata prevista una nuova modalità di redazione della sentenza, ispirata a criteri di brevità e
chiarezza, senza inutili digressioni in fatto e in diritto, sicuramente non consone alla natura onoraria del
giudice di pace. La motivazione deve essere redatta in forma abbreviata, e se non è dettata direttamente a
verbale, deve essere depositata nel termine di quindici giorni dalla lettura del dispositivo.
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LE DEFINIZIONI ALTERNATIVE DEL PROCEDIMENTO
Condotte riparatorie
L'articolo 35 del decreto legislativo, sulla base di quanto previsto dalla legge delega n. 468 del 24 novembre
1999, prevede una causa generale di estinzione per tutti i reati di competenza del giudice di pace, in
conseguenza della riparazione del danno cagionato dal reato.
Infatti, quando l'imputato dimostra di aver provveduto, prima dell'udienza di comparizione, alla riparazione
del danno, mediante le restituzioni o il risarcimento, e di aver eliminato le conseguenze dannose o
pericolose del reato, il giudice, sentite le parti e l'eventuale persona offesa, dichiara con sentenza estinto il
reato. Tre sono le condizioni che debbono concorrere:
a) che ci sia stata la riparazione del danno (in forma specifica, mediante le restituzioni, o per
equivalente, mediante il risarcimento), e l'eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose;
b) che la riparazione sia avvenuta prima dell'udienza di comparizione;
c) che le condotte riparatorie siano idonee a soddisfare le esigenze di riprovazione del reato e quelle di
prevenzione.
LE PENE
Sul piano sostanziale il legislatore ha ridisegnato il quadro sanzionatorio, privilegiando la funzione
rieducativa e la reintegrazione dell'offesa, piuttosto che la mera afflittività, ma garantendo una reale effettività
della pena, che non può essere condizionalmente sospesa (art. 60).
La giurisdizione del giudice di pace, riassumendo, può essere così sintetizzata:
- scompare la pena detentiva e i vari protocolli sanzionatori confidano prevalentemente sulla pena
pecuniaria, in conformità con gli orientamenti affermatisi in molte esperienze straniere;
- per i reati di maggiore gravità, sono state previste le sanzioni della permanenza domiciliare e del
lavoro di pubblica utilità;
- è stata esclusa l'applicabilità della sospensione condizionale della pena e delle sanzioni sostitutive
della libertà controllata, della semi detenzione e della pena pecuniaria, previste dalla L. 689/81.
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caso, la durata giornaliera della prestazione non può comunque oltrepassare le 8 ore. Ai fini del computo
della pena, un giorno di lavoro di pubblica utilità richiede una prestazione di almeno 2 ore di lavoro.
IMPUGNAZIONE DELLA SENTENZA DEL GIUDICE DI PACE
L'articolo 39 disciplina il giudizio di appello. Competente per tale giudizio è il tribunale in composizione
monocratica del circondario in cui ha sede il giudice di pace che ha pronunciato la sentenza impugnata. Il
ricorso per cassazione è sempre ammesso. Per quanto riguarda invece la revisione delle sentenze del
giudice di pace, non essendo stata prevista una specifica disciplina, in virtù del richiamo operato dall'articolo
2, comma 1, del decreto si applica integralmente la disciplina del codice di procedura penale (art. 629 c.
p.p.), anche con riferimento alla competenza della corte di appello.
Concetto
L'impugnazione è il rimedio giuridico attribuito alle parti (ed eccezionalmente a soggetti che non sono stati
parti del processo) per rimuovere uno svantaggio nascente da una decisione del giudice. L'impugnazione dà
luogo ad una nuova fase del procedimento penale, nella quale, con maggiori garanzie funzionali soggettive
(in quanto giudica un giudice superiore), si controlla o si rinnova la fase processuale anteriore.
Specie di impugnazioni
Il codice elenca i seguenti mezzi di impugnazione:
- l’appello
- il ricorso per Cassazione;
- il ricorso per revisione.
Nel concetto di impugnazione rientrano però anche i seguenti istituti:
- l'opposizione a decreto penale di condanna;
- la revoca della sentenza di non luogo a procedere.
Principio di tassatività
Il principio di tassatività delle impugnazioni è enunciato nell'art. 568. Secondo tale norma:
- la legge stabilisce i casi nei quali i provvedimenti del giudice sono soggetti ad impugnazione, e
determina il mezzo con cui essi possono essere impugnati;
- sono sempre soggetti a ricorso per cassazione quando non sono altrimenti impugnabili, i
provvedimenti con cui il giudice decide sulla libertà personale e le sentenze, tranne quelle relative
alla competenza che possono dar luogo ad un conflitto di giurisdizione o di competenza ex art. 28
- il diritto di impugnazione spetta solo a colui al quale la legge espressamente lo conferisce.
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Convertibilità dell'impugnazione
Essa attiene a due profili logicamente connessi:
- l'errata qualificazione, data dalla parte impugnante, al mezzo di gravame proposto, non è di ostacolo
alla sua automatica conversione, ope legis, nel mezzo appropriato;
- l'impugnazione proposta ad un giudice incompetente si considera come validamente formulata
innanzi al giudice competente, cui gli atti devono essere trasmessi dal primo.
Applicazione di tale principio è la norma di cui all'art. 569, secondo la quale in caso di ricorso per saltum in
cassazione, se altra parte ha proposto appello, il ricorso si converte in appello.
Inoltre, a norma dell'art. 580, qualora contro la stessa sentenza sono proposti mezzi di impugnazione diversi,
il ricorso per cassazione si converte in appello.
Rinunciabilità dell'impugnazione
In un processo di parti, in cui alle stesse compete una scelta fra talune forme rituali (procedimenti alternativi),
è conforme al sistema un potere dispositivo in ordine allo strumento di gravame azionato. È quindi possibile
la rinuncia al gravame proposto ad opera dello stesso soggetto che aveva impugnato.
Va notato che per l'organizzazione dell'ufficio del P.M., quello di grado superiore presso il giudice del
gravame non potrà rinunciare all'impugnazione proposta dall'ufficio inferiore, se non quando il processo
giunge al dibattimento o in camera di consiglio (art. 589).
TITOLARI DELL'IMPUGNAZIONE
Titolari in astratto del diritto di impugnare sono le parti. Tuttavia talora il diritto d'impugnazione spetta anche
a soggetti che non siano parti. Così:
- alla revisione sono legittimati il tutore e il prossimo congiunto del condannato (o l'erede, in caso di
morte);
- all'appello ed al ricorso per cassazione è legittimato il querelante condannato alle spese o ai danni.
Legittimati all'impugnazione sono anche il difensore, i genitori peri figli minori sottoposti alla loro potestà, il
tutore per le persone soggette a tutela (trattasi di casi di rappresentanza). La parte civile è legittimata alle
impugnazioni concernenti i soli capi che dispongono sull'azione civile; per quelli penali potrà eventualmente
sollecitare i poteri di impugnazione del P .M. Ciò vale anche per la persona offesa o gli enti esponenziali
eventualmente intervenuti; se la sentenza concerne i delitti di ingiuria e diffamazione, la persona offesa
costituita parte civile potrà impugnare direttamente, in proprio, la sentenza «anche agli effetti penali».
FORME E TERMINI
L'impugnazione comprende tanto la manifestazione di volontà diretta ad ottenere una nuova sentenza
quanto i motivi che inducono a tale richiesta. L'atto scritto deve contenere (art. 581):
- l’indicazione del provvedimento impugnato; la data dello stesso; l'indicazione del giudice che lo ha
emesso; l'indicazione dei punti della decisione che si intendono impugnare;
- le richieste che si intendono formulare; i motivi di impugnazione, con specifica indicazione delle
ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono la richiesta.
Come risulta chiaro da tali elementi, richiesti a pena di inammissibilità (art. 591), l'impugnazione si
caratterizza anche per una precisa puntualizzazione delle questioni che si intendono sviluppare, per cui il
giudice superiore non avrà una conoscenza generica e totale del processo, ma delimitata dalle indicazioni
fornite dalla parte (tantum appellatum quantum devolutum).
Se i motivi non sono di carattere personale, l'impugnazione giova anche a coloro che non l'hanno proposta.
Per quanto attiene ai termini per impugnare, dispone l'art. 585, che indica termini diversi secondo i seguenti
parametri:
- 15 giorni per i provvedimenti decisi in camera di consiglio ovvero per le sentenze la cui motivazione
sia stata letta in udienza insieme col dispositivo;
- 30 giorni, quando la motivazione della sentenza sia stata depositata successivamente;
- 45 giorni, quando si tratti di motivazione complessa, per la quale il termine raggiunge i 90 giorni.
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Questi termini decorrono da momenti diversi, a seconda del tipo di atto e delle modalità di comunicazione
dello stesso (in estrema sintesi, per le parti presenti o da ritenersi tali, in riferimento alle sentenze, dalla loro
lettura in udienza, quando venne letta anche la motivazione; in caso di successiva stesura della motivazione,
dal momento prefissato dalla legge o indicato dal giudice ai fini del deposito in cancelleria della sentenza
ovvero dalla successiva data di effettivo e tardivo deposito; per i soggetti assenti, quali l'imputato contumace
e il P .M. di secondo grado, il termine decorre dalla notifica o comunicazione di apposito avviso di deposito).
CAPITOLO VENTISEIESIMO – L’APPELLO
CARATTERI GENERALI
Natura dell'impugnazione
L'appello rappresenta un mezzo ordinario, sospensivo, devolutivo ed estensivo di impugnazione, che si
propone contro un provvedimento del giudice con la richiesta di un nuovo giudizio, totale o parziale. La sua
esperibilità, però, non risponde al principio di indefettibilità, valido unicamente per il ricorso per cassazione,
essendo il diritto all'impugnazione costituzionalmente protetto solo limitatamente a questo ricorso (art. 111
Cost.). Tale rilievo consente di comprendere come non tutte le sentenze siano appellabili (p.e. la sentenza
che applica la pena sulla richiesta delle parti, ovvero, ma limitatamente all'imputato, quella che chiude il
giudizio abbreviato, quando la pena non debba essere eseguIta ovvero sia solo pecuniaria).
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- quando, dovendosi rinnovare l'istruttoria dibattimentale, è necessario procedere alla riassunzione di
prove già acquisite al dibattimento ovvero acquisire prove nuove (art. 603);
- quando si debba provvedere sulla richiesta di provvisoria esecuzione della condanna civile ovvero
sulla revoca o sospensione della stessa.
E’ previsto il patteggiamento in appello, ma non il patteggiamento in Cassazione (vedi meglio).
SENTENZA
Il processo di secondo grado sfocia in una sentenza (provvedimento tipico di definizione di ciascun grado del
processo), tranne che ragioni di inammissibilità impediscano l'esame del merito dell'impugnazione,
imponendo così la forma dell'ordinanza, ricorribile per cassazione (artt. 591 e 605).
La decisione di appello conferma o riforma la sentenza impugnata; ha sempre immediata esecutività per i
capi civili e, se pro reo, anche per i capi penali (art. 605).
Più analiticamente, se la sentenza impugnata presenta il vizio della non corrispondenza fra i fatti oggetto di
contestazione e quelli oggetto della decisione, essa va annullata e gli atti rimessi al primo giudice, quando al
vizio non possa porsi direttamente rimedio, come avviene nel caso di condanna per fatto nuovo o diverso da
quello contestato. Allo stesso modo si provvede se la decisione di primo grado è affetta da nullità assoluta o
anche relativamente assoluta (non sanata), sempre che entrambe abbiano influito sulla decisione appellata.
Finalità di conservazione e di economia processuale comportano che la nullità di una parte della sentenza
non travolge le altre parti che non siano da essa dipendenti, e che la correzione o integrazione della
sentenza appellata possa e debba essere fatta dallo stesso giudice di secondo grado, senza le regressione
del processo innanzi al primo giudice. Ciò avviene nei casi di erronea dichiarazione, in primo grado, di
estinzione del reato o di improcedibilità dell'azione penale ovvero di rigetto della domanda di oblazione.
CARATTERI GENERALI .
Casi di ricorso
Il ricorso è ammesso solo per cinque ordini di motivi (art. 606):
1) esercizio da parte del giudice di potestà riservate ad altri poteri dello Stato;
2) violazione della legge penale;
3) violazione della legge processuale penale, se a pena di nullità, inutilizzabilità, inammissibilità o
decadenza;
4) violazione del diritto alla controprova (artt. 190 e 495), se tale errore in procedendo ha pregiudicato
la decisione;
5) vizio di motivazione, che si risolva in manifesta illogicità della stessa e sia ricavabile dallo stesso
testo della sentenza.
La tassatività provoca l'inammissibilità di motivi diversi o sostanzialmente apparenti e manifestamente
infondati (art. 606 comma 3). L'art. 610 ha reso più agevole la possibilità in cassazione di pronunciare
l'inammissibilità del ricorso. Infatti, ove il presidente della Corte rilevi tale vizio, assegna il ricorso ad
un'apposita sezione che decide la questione con procedimento in camera di consiglio. Nell'avviso di udienza,
da notificare alle parti, deve èssere indicata la causa di inammissibilità rilevata, onde consentire alle parti di
preparare il contraddittorio su tale punto.
Soggetti ricorrenti
Tralasciando le ipotesi di ricorso per fini civili (ai sensi dell'art. 622, quando si annullino solo disposizioni
riguardanti l'azione civile, l'eventuale rinvio avviene davanti al giudice civile, competente per valore in grado
di appello, e non davanti al giudice penale, che pure ha adottato la decisione), legittimati al ricorso per i capi
penali sono l'imputato e il suo difensore, la persona offesa ed il pubblico ministero. L'imputato e il suo
difensore possono impugnare qualsiasi sentenza, purché sussista l'interesse all'impugnazione (art. 568
comma 4). Il P.M. può impugnare non solo le sentenze di proscioglimento, ma anche quelle di condanna
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(sempre con il limite della sussistenza di un reale interesse all'impugnazione). Va tenuto presente che
l'ufficio legittimato è sempre quello del Procuratore generale presso la Corte d'appello, che sarà l'unico
qualora la decisione impugnata sia stata adottata dalla Corte d'appello; in caso di ricorso per saltum, vi sarà
la concorrente legittimazione del P.M. presso il giudice che adottò la decisione di primo grado (art. 608).
Nessun potere di impugnativa spetta invece al Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione.
La persona offesa, che sia costituita parte civile, può ricorrere anche per i capi penali, quando si tratta di
reati di ingiuria o di diffamazione commessi in suo danno.
PROCEDIMENTO
È noto che la sentenza pronunciata dalla Corte non è impugnabile, essendo il ricorso per cassazione l'ultimo
mezzo di impugnazione esperibile avverso le sentenze (salvi i casi di revisione). In realtà il «pacchetto
sicurezza» ha introdotto nel codice l'art. 625bis c.p.p. che disciplina il ricorso straordinario per errore
materiale o di fatto. La nuova disposizione consente alla Corte, su ricorso del procuratore generale o del
condannato, di correggere errori materiali o di fatto contenuti in suoi provvedimenti. Il ricorso non sospende
l'efficacia esecutiva del provvedimento della Corte e deve essere proposto entro 180 giorni dal suo deposito.
Se la richiesta è avanzata fuori termine ovvero risulti palesemente infondata, la Corte può dichiararne
d'ufficio l'inammissibilità, altrimenti la questione viene discussa in camera di consiglio.
Se il ricorso non è palesemente inammissibile, il presidente della Corte assegna la trattazione del gravame
ad una sezione, individuata secondo criteri predeterminati.
Se le questioni proposte sono di rilevante importanza ovvero hanno trovato differenti soluzioni fra le singole
sezioni, determinando contrasti interpretativi, è possibile, su richiesta del procuratore generale, dei difensori
o d'ufficio, l'assegnazione alle cd. sezioni unite (art. 610 comma 2).
Le esigenze di difesa delle parti private sono assicurate da una serie di disposizioni:
- avviso ai difensori non solo della data dell'udienza, ma anche del tipo di essa (udienza
dibattimentale o in camera di consiglio: art. 610 comma 5);
- diritto di presentare, per l’una o l’altra forma, motivi nuovi, aggiunti nonché memorie di replica;
- per l'imputato, diritto alla difesa di ufficio e in tal caso di ottenere avviso in proprio dell'udienza (in
aggiunta all'avviso al difensore), per seguire l'evolversi della vicenda processuale;
- diritto della parte-persona di formulare il ricorso, i motivi aggiunti, le memorie illustrative
personalmente, oltre che a mezzo del difensore abilitato (art. 613).
SENTENZA
Al termine dell'udienza (pubblica o camerale), la Corte decide con sentenza. È previsto uno slittamento della
decisione quando la sezione, cui il ricorso venne assegnato, si accorga dell'esistenza di un contrasto
interpretativo che potrebbe nascere dalla decisione: in tal caso con ordinanza la soluzione è affidata alle
sezioni unite (art. 618).
La decisione della Corte sarà una sentenza che potrà essere:
- di inammissibilità;
- di rigetto;
- di rettificazione di errori;
- di annullamento senza rinvio;
- di annullamento con rinvio.
Inammissibilità
Viene generalmente pronunciata in camera di consiglio, su richiesta del procuratore generale della stessa
corte. Si tratta dell'accertamento di una sanzione determinata dalla violazione di norme procedurali (motivi
non consentiti, manifestamente infondati, inosservanza di termini e forme per impugnare) ovvero dalla
inesistenza di presupposti soggettivi od oggettivi (difetto di legittimazione ad impugnare, rinuncia al ricorso,
non ricorribilità del provvedimento). L'inammissibilità è sempre di natura tassativa. È prevista una sanzione
pecuniaria, oltre al pagamento delle spese del procedimento.
Rigetto
Esso si verifica quando il ricorso sia infondato, nel senso che i motivi dedotti, pur non apparendo
manifestamente inconsistenti, si rivelino tali dopo la valutazione del giudice. In tal caso, a differenza che nel
caso di inammissibilità, è possibile (ma non obbligatorio) irrogare una sanzione pecuniaria, oltre al
pagamento delle spese del giudizio (art. 616).
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Rettificazione
Essa risponde ad un'esigenza di conservazione della decisione impugnata, che si verifica tutte le volte in cui
errori di diritto o di indicazione di testi normativi inficiano la decisione, ma non la sua esattezza (errori di
denominazione, di computo della pena etc. che possano essere eliminati senza comportare valutazioni
discrezionali, spettanti al giudice di merito). Ove invece queste siano necessarie, la decisione verrà rimessa
al giudice di rinvio.
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CAPITOLO VENTOTTESIMO - LA REVISIONE
GENERALITÀ
Si tratta di un mezzo di impugnazione straordinario, idoneo a travolgere il giudicato (solo quello di
condanna), esperibile senza limiti di tempo (art. 629). L 'eccezionalità dello strumento giustifica la tassatività
dei casi di revisione (art. 630):
- inconciliabilità dei fatti posti a fondamento della condanna con quelli di altra sentenza irrevocabile;
- sopravvenuta revoca della sentenza pregiudiziale, civile o amministrativa, posta a fondamento della
condanna (es. sentenza dichiarativa di fallimento, cui abbia fatto seguito la condanna per
bancarotta: la revoca della sentenza di fallimento comporta la possibilità di revisione della condanna
per bancarotta);
- sopravvenienza di prove nuove che, sole o unite a quelle già valutate, dimostrino che il condannato
deve essere assolto;
- condanna conseguente a falsità in atti, in giudizio o ad altro fatto previsto dalla legge come reato (es.
falsa testimonianza).
In siffatte ipotesi, la revisione sarà possibile tutte le volte che potrà comportare il proscioglimento per
assoluzione o non doversi procedere, anche se per estinzione del reato. Pertanto la revisione non è
ammissibile quando si possano conseguire solo risultati minori (es. esclusione di aggravanti, modificazione
della pena etc.). La revisione opera quindi solo a favore del condannato, ma non anche a danno del
prosciolto (stante il principio del ne bis in idem ex art. 649).
LEGITTIMAZIONE E PROCEDIMENTO
In base all'art. 632, possono chiedere la revisione:
- il condannato o un suo congiunto, o il tutore, o l'erede (in caso di decesso del condannato);
- il procuratore generale presso la corte d'appello che pronunciò la condanna definitiva.
Secondo quanto sancisce l'art. 633 , come modificato dalla L. 23-11-1998, n. 405, la richiesta di revisione,
proponibile personalmente o per mezzo di un procuratore speciale, deve essere presentata nella cancelleria
della corte di appello individuata secondo i criteri di cui all'art. 11.
La domanda è sottoposta ad una preventiva delibazione di fondatezza, effettuata sulla base delle deduzioni
contenute nella domanda. In caso di valutazione negativa, la domanda verrà dichiarata inammissibile (art.
634), con ordinanza ricorribile in cassazione.
In caso di valutazione favorevole, la corte d'appello può anzitutto sospendere l'esecuzione della condanna
(art. 635); procederà quindi alla trattazione delle questioni sollevate, assumendo le prove eventualmente
necessarie. La decisione, con i provvedimenti conseguenti (artt. 637 e segg.), potrà formare oggetto di
ricorso per Cassazione.
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esempio, alle spese sostenute per la difesa; al discredito sociale che possa essere derivato dal
procedimento penale etc.).
L'errore giudiziario
Per errore deve considerarsi quello che oltrepassa la soglia del giudicato e che viene rimosso con lo
strumento della revisione. Non vi rientrano, perciò, le condanne intermedie (ove mai il soggetto sia stato
sottoposto a custodia cautelare, potrà eventualmente riferirsi all'istituto già esaminato).
La riparazione avviene mediante pagamento di una somma di denaro (la cui entità sarà commisurata alla
durata dell'eventuale espiazione della pena e alle conseguenze personali e familiari derivatene), ovvero con
la costituzione di una rendita vitalizia (art. 643).
In caso di decesso del condannato, anche prima della revisione, il diritto alla riparazione si trasferisce al
coniuge, ai discendenti ed ascendenti, agli affini entro il primo grado (art. 644).
Nell'ipotesi in cui la condanna sia stata causata da un falso o da altro reato, lo Stato si surroga nel diritto al
risarcimento dei danni fino a concorrenza della somma pagata (art. 647).
IRREVOCABILITÀ ED ESECUTIVITÀ
In particolare, cosa giudicata:
- letteralmente, significa ciò su cui è caduta la decisione del giudice (esprime, pertanto, un'entità fissa,
ferma nel tempo, e perciò immutabile);
- ai fini più strettamente giuridici, significa immutabilità della decisione contenuta nella sentenza.
Il codice usa l'espressione «irrevocabili», e tali definisce le sentenze pronunciate in giudizio contro le quali
non è ammessa impugnazione diversa dalla revisione, ovvero il decreto penale di condanna quando sia
decorso il termine per l'opposizione o quello per impugnare l'ordinanza che la dichiara inammissibile.
Diverso dalla irrevocabilità è il concetto di esecutività, che attiene anche a provvedimenti revocabili (così la
sentenza di non luogo a procedere, le decisioni sulle questioni civili). Può perciò dirsi che tutti i
provvedimenti irrevocabili sono esecutivi, ma non tutti quelli esecutivi sono irrevocabili.
L'irrevocabilità formale, in quanto consumazione dell'azione penale, preclude il suo nuovo esercizio nei
confronti della medesima persona per lo stesso fatto: l'art. 649 sancisce il principio del ne bis in idem, cioè il
divieto di un secondo giudizio (la revisione, non si dimentichi, è mezzo straordinario di impugnazione).
Il giudicato sostanziale, racchiuso nella sentenza penale irrevocabile, proietta il suo accertamento di verità
anche fuori del campo penale, nei giudizi civili, amministrativi e disciplinari, che traggono origine dagli stessi
fatti materiali, oggetto del processo penale, a condizione però che coinvolgano i soggetti che sono stati parti
nel giudizio penale (imputato, parte civile, responsabile civile).
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Il giudice dell'esecuzione (da identificarsi nello stesso giudice che ha deliberato il provvedimento da
eseguire: art. 665) è chiamato a decidere tutte le questioni che, in relazione ai limiti posti dal titolo esecutivo,
possono insorgere nel corso dell'esecuzione stessa. A lui tocca decidere i cd. incidenti di esecuzione, che
riguardano le questioni sulla ritualità del titolo esecutivo e materie connesse (applicazione di amnistia e
condono, revoca dei benefici, esecuzione delle pretese civili etc.).
La magistratura di sorveglianza (art. 677) interviene in materia di applicazione di misure alternative alla
detenzione custodiale, di esecuzione di sanzioni sostitutive ed applicazione di misure di sicurezza (secondo
un'ampia gamma di competenze regolate dall'ordinamento penitenziario).
Il procedimento davanti al giudice dell'esecuzione e quello davanti alla magistratura di sorveglianza hanno
regole comuni. Contro le ordinanze decisorie è esperibile solo il ricorso per cassazione.
E’ stato previsto che, quando l'ordine di carcerazione viene emesso dal P.M. per una pena non superiore a
tre anni, questi contemporaneamente deve emanare un ordine di sospensione dell'esecuzione, in modo da
consentire al condannato di chiedere l'applicazione di misure alternative alla detenzione. Se il condannato
entro 30 giorni non avanza istanza al Tribunale di sorveglianza di applicazione di misure alternative, il
decreto di sospensione è revocato ed il condannato è portato in carcere per l'espiazione della pena.
PREMESSA
L'ultimo libro del codice di procedura penale è riservato alla materia internazionale, ed ha una ridotta
rilevanza, in quanto trattandosi di diritto interno, ha il valore di fonte sussidiaria (art. 696 comma 2),
applicandosi in via principale le convenzioni internazionali e le norme di diritto internazionale generale. La
materia trattata attiene ai seguenti istituti:
- estradizione;
- rogatorie internazionali;
- effetti delle sentenze penali straniere ed esecuzione all'estero delle sentenze penali italiane.
Sulla disciplina del Libro undicesimo ha inciso, da ultimo, la legge 5-10-2001, n. 367 (nota come legge sulle
rogatorie internazionali) con cui si è ratificato e reso esecutivo l'Accordo tra Italia e Svizzera che completa la
Convenzione europea di assistenza giudiziaria in materia penale del 20 aprile 1959 e ne agevola
l'applicazione, fatto a Roma il 10 settembre 1998.
ESTRADIZIONE
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L'estradizione è la materiale consegna di una persona imputata di delitto o nei cui confronti debba essere
eseguita una sentenza di condanna. Può essere attiva (se è lo Stato italiano che riceve la persona
estradata) ovvero passiva (se la persona viene consegnata ad altro Stato).
Le due procedure sono notevolmente differenti, in quanto quella attiva è più che altro un procedimento
amministrativo, nel quale svolge una funzione attiva il Ministro della Giustizia, cui spetta la formulazione
della relativa domanda al Paese estero, anche se sollecitato dall'Autorità GiudIziaria (art. 720). L'estradato,
una volta in Italia, non può essere sottoposto a restrizione della libertà personale per un fatto anteriore alla
consegna, diverso da quello per il quale l'estradizione venne concessa (art. 721: principio di specialità), a
meno che vi sia il successivo consenso del Paese che lo consegnò all’Italia.
La custodia cautelare subita all'estero, se conseguente alla richiesta di estradizione italiana, viene
computata nella durata della custodia prevista dalla legge.
L'estradizione passiva (quella, cioè, in cui è l’Italia a consegnare la persona allo Stato estero) presenta un
carattere misto, in quanto ad una fase amministrativa (in cui agisce il Ministro della Giustizia) segue una fase
giurisdizionale (presso la Corte d'appello), che rappresenta una condizione necessaria per la concedibilità
dell'estradizione (nel senso che senza la decisione favorevole della Corte, il Ministro non può concederla,
anche se può rifiutarla nonostante il parere favorevole). Vige anche in tale procedura il principio di specialità
sopra ricordato (art. 699) e sono previsti casi in cui la legge esclude la possibilità di estradizione (reati
politici, casi di persecuzione o discriminazione per motivi di razza, religione, sesso etc.: art. 698). La Corte,
perciò, deve esaminare non solo la fondatezza della domanda, ma anche questi profili di legittimità, e lo fa in
camera di consiglio, con la partecipazione del P.M. e del difensore (di fiducia o d'ufficio) dell'interessato, il
quale, per conto suo, può esprimere il suo consenso all'estradizione, rendendo in tal modo superflua la
pronuncia della corte (art. 701: si badi, però, che il Ministro può comunque rifiutare l'estradizione, perché il
consenso dell'interessato da solo non è sufficiente). Una particolare disciplina è dettata in tema di misure
cautelari (artt. 714 e segg.). L'estradizione passiva non può essere concessa se il reato per cui la si richiede
è punibile con la pena di morte.
ROGATORIE INTERNAZIONALI .
Consistono in forme di collaborazione giudiziaria tra Stati, riguardando forme di assistenza giudiziaria tra le
diverse A.G. (giudici per le indagini preliminari o dibattimentali, P.M.). In particolare hanno ad oggetto
comunicazioni, notificazioni d'atti, attività di istruzione probatoria.
Anche per queste va distinta l'ipotesi che a richiederle sia l’Italia (rogatorie attive) ovvero lo Stato estero
(rogatorie passive). Va ricordato come molte convenzioni internazionali prevedano rapporti diretti fra le
diverse Autorità giudiziarie, ma come si è detto quella del codice è una disciplina di carattere suppletivo, che
esalta le funzioni del Ministro della Giustizia, al quale va richiesto l'inoltro della rogatoria attraverso i normali
canali diplomatici (nei casi di urgenza, è consentito l'inoltro direttamente alle autorità diplomatiche italiane
all'estero, salvo il potere di veto del Ministro: art. 727).
Per le rogatorie passive, il procedimento assume una valenza giurisdizionale, che si aggiunge a quella
amministrativa. Il vaglio giurisdizionale è attribuito alla Corte d'appello (art. 724), che se ritiene di dover dar
corso alla rogatoria, delegherà un giudice o un magistrato del P.M., in conseguenza del tipo di atto richiesto
dall'estero (vige il principio «locus regit actum», per cui verrà applicata la legge processuale italiana).
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Quanto all'esecuzione all'estero delle sentenze penali italiane, essa è prevista per il caso che non venga
concessa estradizione. Anche in tal caso è apprestata una tutela giurisdizionale, cui per altro in tal caso il
condannato può rinunciare, accettando l'espiazione all'estero della condanna italiana. La parte
amministrativa del procedimento è affidata, come sempre, al Ministro della Giustizia (art. 742-746).
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