Italiano Di Beatrice Mi Sembra
Italiano Di Beatrice Mi Sembra
Giacomo Leopardi nasce a Recanati da una famiglia della nobiltà terriera; cresce in un
ambiente rigido, autoritario, bigotto e conservatore. Ha una formazione classica (studia
latino, greco ed ebraico), conduce lavori filologici e scrive numerose opere poetiche. Questi
anni di studi, chiuso nella biblioteca del padre, lo portano a sviluppare problemi di salute (
anni ricordati come “i sette anni di studio matto e disperatissimo”). La MALATTIA è
strumento di conoscenza → lui prende consapevolezza dell’infelicità e della sofferenza
dell’uomo, ma non assume un atteggiamento rinunciatario, accetta l’infelicità. Si verifica poi
quella che Leopardi stesso chiama la sua CONVERSIONE LETTERARIA: abbandona gli
interessi filologici e si entusiasma per i grandi poeti (Omero, Virgilio, Dante), comincia a
leggere gli scrittori moderni come Rousseau, Goethe, Foscolo e viene a contatto con la
cultura romantica. Comincia ad avvertire il bisogno di fuggire dall'atmosfera chiusa di
Recanati e di venire a contatto con esperienze intellettuali e sociali più vive del momento
(tendenza verso l’infinito).
Tenta una prima fuga, ma si rivela fallimentare e il senso di frustrazione causato da questo
fallimento, sommato ai problemi di salute, lo portano a uno stato di totale depressione.
Raggiunge così la PERCEZIONE DELLA NULLITA’ DELLE COSE, che diviene il nucleo del
suo pessimismo. Questa crisi segna il passaggio dal bello al vero ed è seguita da un periodo
di intense sperimentazioni letterarie.
Si reca poi finalmente a Roma, ma la fuga da Recanati si rivela una delusione, così torna a
Recanati un anno dopo e scrive le “Operette morali” che sono espressione del suo pensiero
filosofico. Negli anni a seguire soggiorna in diverse città italiane, tra cui Napoli dove muore.
LA GINESTRA
La Ginestra rappresenta il testamento spirituale e poetico di Leopardi: nel componimento
compare ancora il suo pessimismo, ma l’autore non nega la possibilità di un progresso civile;
crede che la consapevolezza della condizione umana può indurre gli uomini ad unirsi in
modo fraterno e solidale, e questo legame può far cessare le ingiustizie della società.
L’INFINITO (1819)
dai Canti, gli Idilli
L'infinito anticipa in forma poetica la teoria del piacere, da cui si sviluppa la poetica del vago
e indefinito. Le pagine dello Zibaldone sono indispensabili a chiarire il senso di questa
poesia. Leopardi sostiene che particolari sensazioni visive o uditive, per il loro carattere vago
e indefinito, inducono l'uomo a crearsi con l'immaginazione quell'infinito a cui aspira, e che è
irraggiungibile perché la realtà non offre che piaceri finiti e perciò deludenti.
L'infinito è la rappresentazione di uno di quei momenti privilegiati, in cui grazie
all'immaginazione l’uomo fugge dal reale e si immerge nell'infinito.
L’idillio inizia con l’io lirica su un colle, il monte Tabor.
La poesia si articola in due momenti, corrispondenti a DUE DISTINTE SENSAZIONI → ➢ nel
primo momento, l'avvio è dato da una SENSAZIONE VISIVA, dall'impossibilità della visione:
LA SIEPE (simbolo del reale) impedendo allo sguardo del poeta di spingersi fino all'estremo
orizzonte. L'impedimento della vista, che esclude il reale, fa subentrare il fantastico → il
pensiero si costruisce l'idea di un infinito spaziale.
➢ nel secondo momento, l'immaginazione prende l'avvio da una SENSAZIONE UDITIVA:
LO STORMIRE DEL VENTO TRA LE PIANTE. La voce del vento viene paragonata
all'infinito silenzio creato dall'immaginazione, e suscita l'idea del perdersi delle fugaci,
effimere cose umane nel silenzio dell'oblio. Viene così in mente al poeta l'idea di un
infinito temporale (l'eterno), in contrasto con le epoche passate e ormai svanite e con
l'età presente, col suo carattere ugualmente effimero, destinato anch'esso a svanire
presto nel nulla.
Tra i due momenti vi è anche un PASSAGGIO PSICOLOGICO: l'io lirico prova inizialmente
come un senso di turbamento (sottolineato dalla presenza di vocali cupe come O e U) verso
l’infinito; ma nel secondo momento l'io si «annega» nell'immensità dell'infinito immaginato,
sino a perdere la sua identità; e questa sensazione di "naufragio" dell'io è «dolce». Lo
spegnersi della coscienza individuale dà quindi una sensazione di piacere, garantisce una
forma di felicità.
Il componimento si fonda su precise simmetrie: i due momenti occupano ciascuno sette versi
e mezzo. Il passaggio tra i due momenti avviene al verso 8, che è diviso in due da una forte
pausa al centro, segnata dal punto fermo, che serve a distinguere i due momenti. Il cor non
si spaura. // E come il vento.
Però vi sono anche chiari elementi che sottolineano la continuità fra i due momenti, che
evidenziano il fatto che viene descritto un processo unico e continuo dell’immaginazione.
Per esempio la congiunzione coordinativa E all'inizio del secondo periodo, o la presenza di
una sinalefe che collega in una sillaba sola la vocale finale di spaura con la e successiva.
All’inizio dell’idillio il poeta utilizza parole brevi e deittiche (questo, questa) per suscitare una
condizione di finitezza; a differenza degli ultimi versi, nei quali utilizza parole polisillabe. Nel
primo verso la parola in posizione incipitaria sempre suggerisce ATEMPORALITÀ. C’è
MUSICALITÀ nel testo data dalla collocazione delle parole → il ritmo della poesia rallenta
attraverso l’enjambement e nella seconda parte attraverso le parole polisillabe. Anche
l’utilizzo della vocale A tonica crea spazialità e senso di infinitezza. Nel verso 4 sono presenti
2 gerundi in endiadi: sedendo e mirando (parola peregrina), i quali sono anche una
paronomasia (parole foneticamente simili che poi però hanno significato diverso). Altre figure
retoriche presenti sono l’ossimoro “naufragar m'è dolce” e diversi polisindeti (ripetizione della
lettera E).
PAROLE CHIAVE → “io” esprime soggettività, si ha un’esperienza soggettiva dell’autore; “mi
fingo” rimanda all’immaginazione, “s’annega” suggerisce la perdita di sé. “il naufragar m'è
dolce” → “m’è” esprime soggettività, l’io lirico è collocato al centro del verso come se fosse
realmente annegato.
ALLA LUNA (1820)
dai Canti, dagli Idilli
Alla luna è un idillio che Leopardi compone a Recanati.
Il testo originale si chiamava “La Ricordanza” poiché il poema è incentrato sul TEMA DEL
RICORDO che porta con sé consolazione. Il testo è diviso in due parti → 1. parte narrativa in
cui si ha la descrizione di un paesaggio notturno lunare. 2. parte riflessiva in cui il poeta fa
una riflessione poetica e filosofica.
La poesia parte con l’INVOCAZIONE ALLA LUNA, a cui il poeta confida le sue angosce.
Leopardi prova compiacimento, venerazione e meraviglia verso la luna; la luna NON può
però capire fino in fondo il tormento interiore del poeta.
Dopo un anno la luna resta sempre là e anche lo stato d’animo dell’autore non è cambiato;
rincontrando la luna, si rende conto che il dolore è ancora presente.
L’idillio è composto da 16 endecasillabi sciolti e presenta ARCAISMI e diverse figure
retoriche come l’enjambement, l’iperbato o la metafora.
Nel testo sono presenti svariati elementi che permettono di identificare la luna come
INTERLOCUTRICE come i vocativi (“o graziosa Luna” “o mia diletta luna”;) e i pronomi e le
voci verbali alla seconda persona singolare (“tuo volto”; “rimpianti” “pendevi” “fai” “rischiari”).
La luna viene personificata (il termine “volto” umanizza la luna): è graziosa, benevola e
diletta, e ascolta, comprende e conforta. Essa illumina il paesaggio NOTTURNO. Nel testo
sono riconoscibili i CAMPI SEMANTICI del dolore (angoscia, travaglio, pianto, dolore,
travagliosa, triste, affanno), del piacere (giova, grato), della visione (rimirarti, appaia) e della
rimembranza (rammento, ricordanza ,memoria, rimembrar).
A SILVIA (1828)
dai Canti, dai Grandi Idilli
E’ il canto che inaugura l’inizio dei GRANDI IDILLI.
La lirica NON propone una vicenda d'amore tra i due giovani, ma propone una
RIFLESSIONE SULLA VITA e sulla GIOVINEZZA: ciò che unisce Silvia (nella realtà Teresa
Fattorini, figlia del cocchiere della famiglia Leopardi) e il poeta è LA STESSA CONDIZIONE
DI GIOVINEZZA NEGATA: Leopardi per i motivi di salute, i problemi familiari e gli anni di
studio, mentre Silvia a causa della sua morte prematura all’età di 21 anni.
I TEMI PRINCIPALI della poesia sono il RICORDO, la DISILLUSIONE (“all’apparir del
vero”), il CONTRASTO TRA L'ETÀ GIOVANILE con le sue illusioni e speranze, E L'ETÀ
ADULTA, caratterizzata da amarezza e delusione, e il tema della NATURA MALIGNA. Tutta
la lirica è caratterizzata da un’IMPRESSIONE DI VAGHEZZA → All’inizio del componimento,
L’IMMAGINE DI SILVIA è tratteggiata attraverso due soli particolari: uno fisico (gli occhi
ridenti e fuggitivi in cui splende la sua bellezza) e uno psicologico (l'atteggiamento "lieto e
pensoso" con cui la fanciulla si avvia a varcare la soglia della giovinezza).
Ancor più vaga è la RAFFIGURAZIONE DEL MONDO ESTERNO che circonda le due figure:
il paesaggio primaverile è poverissimo di indicazioni concrete (forme, colori, profumi), non vi
sono descrizioni, pochi aggettivi. Il mondo esterno è privo di consistenza fisica, materiale,
sensuale. Questa vaghezza corrisponde alla poetica del «vago e indefinito».
Nella scrittura di questa poesia prende spunto da un DATO REALMENTE VISSUTO, il quale
viene però sottoposto ad una serie di "filtri".
❖ FILTRO FISICO: il mondo esterno è percepito da Leopardi attraverso LA FINESTRA
della sua casa, che gli impedisce il contatto immediato con la realtà.
L'io lirico nella poesia di Leopardi non è mai immerso nel mondo, ma sempre separato
da esso da una distanza → Leopardi percepisce sempre il mondo dal chiuso della
propria stanza, dal chiuso del proprio mondo interiore; la FINESTRA è come il confine
simbolico che mette in contatto i due mondi, l'immaginario e il reale. La sua funzione è
simile a quella della siepe dell'Infinito.
❖ FILTRO DELL’IMMAGINAZIONE: il dato fisico è percepito attraverso l'immaginazione,
che nel rapporto con il reale determina una sorta di «doppia visione», una generata dai
sensi, l’altra dall’immaginazione.
❖ FILTRO DELLA MEMORIA: per Leopardi il ricordo, come l’immaginazione, ha la funzione
di rendere indefinite e poetiche le cose. La rimembranza è essenziale e principale nel
sentimento poetico. Nel caso di A Silvia, la memoria richiama un particolare del passato,
il canto della fanciulla.
❖ FILTRO LETTERARIO il poeta richiama alla mente MEMORIE POETICHE: sulla figura di
Silvia che canta si sovrappone il ricordo virgiliano del canto di Circe, che giunge ai
Troiani di lontano nel silenzio notturno mentre veleggiano dinanzi alle coste italiche.
❖ FILTRO FILOSOFICO: A differenza degli anni della giovinezza, l’illusione recuperata
dalla memoria non può più essere vissuta ingenuamente, ma è sempre accompagnata
dalla consapevolezza del «vero». Il poeta ha preso coscienza filosofica del vero e della
visione pessimistica del mondo. (A Silvia si chiude con l'immagine di una mano che
indica la fredda morte e una tomba, alludendo anche al destino comune degli uomini).
Il lessico risponde alla poetica dell'indefinito: presenza di parole vaghe e parole arcaiche,
lontane dal banale uso comune.
Leopardi utilizza tempi verbali opposti: L’IMPERFETTO indica continuità nel passato, è il
tempo della memoria e dell'illusione; IL PRESENTE è invece il tempo del «vero», della
consapevolezza, della delusione.
Nel complesso la sintassi è fatta prevalentemente di periodi brevi, con poche subordinate
prevalentemente temporali. Questa scelta indica che nel componimento domina la
dimensione temporale del flusso di memoria. In alcune strofe ricorrono però anche
esclamazioni, interrogazioni e anafore, rendendo la sintassi più mossa.
La struttura metrica è libera e la lunghezza delle sei strofe è varia: endecasillabi e settenari
si alternano senza uno schema fisso, e anche le rime ricorrono liberamente. La fluidità
musicale è data anche dal fatto che moltissimi endecasillabi non presentano pause interne.
POSITIVISMO
Il Positivismo nasce in Francia nella prima metà dell’800 → è l’espressione ideologica della
nuova organizzazione industriale della società borghese. In tutta Europa in questo periodo si
comincia a porre fiducia nella SCIENZA e nel PROGRESSO, soprattutto dal punto di vista
sociale. Ci sono tante scoperte, discipline, come la sociologia, e invenzioni.
Si comincia a parlare di SCIENZE POSITIVE (matematica, fisica, scienze), le quali saranno
fondamentali per acquisire una CONOSCENZA DELLA REALTÀ.
Con il termine POSITIVO si indica tutto ciò che si può sperimentare e che può essere
dimostrato → si sente il bisogno di osservare i fenomeni, di verificare la realtà così com'è,
perché si vuole arrivare a comprendere il “come” dei fenomeni e non più il “perché”. Esso è
caratterizzato dal RIFIUTO di ogni visione di tipo religioso, metafisico o idealistico. La
TEORIA DARWINIANA è centrale nel positivismo.
L’uomo domina la natura mediante la scienza.
Non c’è spazio per il sentimento → TUTTO È GOVERNATO DA LEGGI MATEMATICHE. Il
positivismo come ideologia e come metodo di conoscenza si traduce in letteratura in
NATURALISMO in Francia e VERISMO in Italia (come ideologia della borghesia). Questo
progresso in cui tanto si poneva fiducia non avverrà e porterà ad una forte delusione; come
conseguenza nascerà il DECADENTISMO.
NATURALISMO FRANCESE
Il NATURALISMO si sviluppa in Francia tra il 1870 e il 1890.
Émile Zola è considerato il MAESTRO DEL NATURALISMO.
Egli sente l’esigenza di trasformare il romanzo in uno strumento scientifico e di
rappresentare la realtà in tutte le sue forme → l’opera d’arte deve trasformarsi in scienza. I
princìpi che stanno alla base della narrativa zoliana si trovano nel volume “Il romanzo
sperimentale” (1880), primo scritto del positivismo.
Zola è dell’idea che l’uomo debba diventare padrone dei meccanismi psicologici per poi
poterli dirigere; in tal modo si arriva a migliorare le condizioni della società per portare
uguaglianza, benessere e raggiungere il progresso (la società è il futuro). Il ROMANZIERE
ha quindi un preciso IMPEGNO SOCIALE E POLITICO: aiutare le scienze a regolare la
società e fornire una nuova coscienza civile. Lo SCRITTORE deve dunque scomparire dal
libro, non deve includere le sue emozioni, sensazioni e non deve parlare in prima persona. Il
romanziere, con la tecnica dell’impersonalità, diventa SCIENZIATO: assume il distacco dello
scienziato, che si allontana dall’oggetto per osservarlo dall’esterno; il romanziere si limita ad
analizzare la realtà dall’esterno. Nella letteratura viene applicato il METODO SCIENTIFICO
SPERIMENTALE.
Si ha un ampliamento della materia narrabile nel romanzo, che va a rappresentare tante
forme della degradazione sociale che si nascondono → la scrittura deve rivelare la vera
natura umana (anche il negativo, come per esempio gli squilibri nella società del tempo ai
danni del proletariato). Non si dà più spazio all’entusiasmo e al sentimento personale perché
potrebbe falsificare la realtà → tutto deve essere degno di una RAPPRESENTAZIONE
VERITIERA E SCIENTIFICA.
Nel naturalismo si fa una particolare attenzione alle condizioni di vita del proletariato urbano.
Dal punto di vista delle tecniche narrative, nei romanzi del naturalismo francese, la voce
narrante riproduce il punto di vista dell’autore, cioè del borghese colto, che osserva le
vicende dall’esterno ed interviene con commenti e giudizi; il lettore avverte così un netto
distacco rispetto alla prospettiva dei personaggi.
Queste concezioni prendono parte nell’opera fondamentale di Zola, “I Rougon–Macquart”. Si
tratta di un ciclo di venti romanzi, in cui lo scrittore costruisce un quadro completo della
società francese del Secondo Impero attraverso le vicende dei membri di una famiglia. Per
dare un’intera visione della società, Zola raccoglie una massa di documenti e testimonianze
dirette: Zola riproduce anche gli aspetti più ripugnanti come l’alcolismo, la violenza, la
degradazione morale, l’esistenza ridotta a impulsi puramente animaleschi dalle condizioni
miserabili, dal duro lavoro, dalla fame → ciò suscita scandalo da parte dei moralisti.
Dietro il crudo realismo sociale si scorge un TEMPERAMENTO ROMANTICO, che si rivela
attraverso episodi lirici, elenchi e descrizioni esasperate di oggetti materiali di proporzioni
gigantesche o anche attraverso l’assunzione di determinati oggetti ad un valore simbolico,
che riassume in sé il senso di tutto il racconto.
Altro importante scrittore è Gustave Flaubert. La sua poetica si delinea sul rifiuto di ogni
sentimentalismo, l’ideale di una rigorosa impersonalità, di uno stile perfetto che, attraverso
l’uso della parola “giusta”, riesca a nascondere il giudizio dello scrittore. Egli ha il SOGNO DI
PERFEZIONE STILISTICA e di un’ANALISI rigorosamente IMPERSONALE della realtà
contemporanea.
È notevolmente noto per aver formulato la “teoria dell’impersonalità”, nella quale si focalizza
sull’aspetto interiore dei personaggi, e realizza anche “Madame Bovary”, un romanzo che
ottenne molto successo a livello internazionale.
LA SCAPIGLIATURA
Nel 1860 si iniziano ad affrontare i problemi del post-risorgimentali, in quanto il Risorgimento
ha tolto spazio alle classi popolari. A Milano, città già al tempo evoluta ed avanzata, prevale
la disuguaglianza tra le classi sociali e i contrasti cominciano ad essere sempre più forti.
Queste differenze sociali economiche sono evidenziate maggiormente nelle METROPOLI.
Dopo l’unità d’Italia si sperava che il Risorgimento politico potesse rappresentare una
rinascita sociale e quindi risanare le differenze sociali tra nord e sud molto marcate. Ma non
fu così e la situazione che si era creata generò forte DELUSIONE rispetto alle aspettative. In
questo periodo sta nascendo una nuova classe sociale → LA BORGHESIA, la quale viene
criticata in quanto classe finalizzata al profitto e al guadagno, tendente al capitalismo. Si
sviluppa tra gli anni ‘60 e ‘70 dell’Ottocento a Milano la volontà di denunciare la realtà e
nasce un movimento: LA SCAPIGLIATURA.
Il termine “Scapigliatura” venne proposto per la prima volta da Cletto Arrighi nel suo
romanzo “La Scapigliatura e il 6 febbraio”, a designare un gruppo di giovanissimi anarchici,
anticonformisti con principi democratici molto forti. Essi vivevano ai margini della società in
modo eccentrico ed erano accomunati da un IMPULSO DI RIFIUTO E RIVOLTA nei
confronti del positivismo (ideologia della borghesia), del progresso e della scienza. Ma sono
anche accomunati da un’insofferenza per le convenzioni della letteratura contemporanea
(RIFIUTANO il manzonismo e il tardo ROMANTICISMO SPERIMENTALE poiché era fatto di
enfasi e favoriva una visione realistica della società).
Gli scapigliati sono il vero pandemonio del secolo e serbatoio del disordine, sono oppositori
agli ordini stabiliti → si sentono traditi dal Risorgimento, si allontanano dalla società
contemporanea in quanto non si riconoscevano in essa e si ribellano cercando di restaurare
l’equilibrio tra le classi sociali.
Secondo Arrighi, essi avevano una mentalità più avanzata rispetto al loro secolo e li
definisce giovani indipendenti, travagliati, inquieti, che meritano di essere classificati in una
nuova classe. Essi costituiscono una prima manifestazione delle avanguardie del ‘900. Con
gli scapigliati compare per la prima volta nella cultura italiana dell’Ottocento il CONFLITTO
TRA ARTISTA E SOCIETA’ .
Il loro atteggiamento viene però definito “dualismo”, in quanto assumono un
ATTEGGIAMENTO AMBIVALENTE → da un lato il loro impulso originario è di repulsione ed
orrore; l’artista si aggrappa disperatamente ai valori del passato come la bellezza, l’arte, la
natura, l’autenticità del sentimento. Dall’altro lato però essi si rassegnano, delusi, a
rappresentare il vero.
L’oggetto della poesia dunque è il VERO, non il sentimento → nella poesia i temi civili e
patriottici vengono superati e prevale la RAPPRESENTAZIONE OGGETTIVA di una realtà
più profonda, cruda, portata fino al macabro; si indagano le zone più oscure dell’essere e si
esprime la miseria, l’emarginazione della società.
Gli scrittori si abbandonano all’irrazionale. Essi si allontanano dalle forme letterarie
tradizionali chiuse, ma tendono a sperimentare nuove soluzioni (SPERIMENTALISMO).
Questi scrittori presentano un limite → sono VELLEITARI, ovvero non riescono a
concretizzare un’aspirazione.
Inoltre, l’intellettuale si eclissa e sparisce dal testo, in quanto egli vive un periodo di disagio
storico rispetto al tempo in cui viveva → non si parla più di narratore onnisciente e non si ha
più il punto di vista dell’autore; ciò determina l’impossibilità di esprimere un ideale. I principali
modelli a cui gli scapigliati si ispirano sono Hoffmann e Baudelaire. Tra i notevoli scapigliati
ci sono: Cletto Arrighi, Carlo Dossi, Emilio Praga, Tarchetti, Arrigo Boito, Giovanni Faldella.
GIOVANNI VERGA (1840-1922)
Verga nasce a Catania da una famiglia di proprietari terrieri.
Compie i primi studi presso la scuola privata di un letterato romantico, Antonino Abate, da
cui assorbe il fervente patriottismo e il gusto letterario romantico, che sono gli elementi
fondamentali della sua formazione, come testimonia il primo romanzo “Amore e patria”. Negli
anni successivi si iscrive alla Facoltà di Legge, ma interrompe gli studi per seguire gli eventi
legati all’impresa di Garibaldi e dedicarsi al lavoro letterario e al giornalismo politico. I testi su
cui si forma il suo gusto in questi anni sono quelli degli scrittori francesi moderni. Trascorre
alcuni anni a FIRENZE dove viene a contatto con la vera società letteraria italiana e dove
conosce Luigi Capuana, con cui stringe un duraturo rapporto d’amicizia. Poi si reca a Milano
che era allora il centro culturale più vivo della penisola e più aperto alle sollecitazioni
europee. Qui cresce in lui un forte disagio e disgusto nei confronti della realtà milanese. A
Milano entra in contatto con gli ambienti della Scapigliatura e pubblica TRE ROMANZI
ancora legati ad un clima romantico e alla tematica di amore e passione. I 3 romanzi in
questione sono:“ Eva”, “Eros” e “Tigre reale”.
Sempre a Milano si dedica alla lettura di scritture di naturalisti francesi e si verifica la
definitiva CONVERSIONE AL VERISMO con la pubblicazione del racconto “Rosso Malpelo”.
Questo racconto narra la storia di un ragazzo che lavora in una miniera e che vive in un
ambiente disumano, narrata con un linguaggio semplice ed essenziale, tipico di una
narrazione popolare. Con questo racconto Verga inserisce la concezione materialistica della
realtà e l’impersonalità nelle sue opere.
Verga si dedica inoltre al progetto del “Ciclo dei vinti” → un CICLO NARRATIVO di cinque
romanzi, nel quale viene illustrata la lotta per la vita all’interno delle diverse classi sociali,
soprattutto nel sud; di questo ciclo fanno parte le novelle di “Vita dei campi” e “Mastro don
Gesualdo”. Scrive anche “I Malavoglia”, le “Novelle rusticane”.
In seguito torna a vivere definitivamente a Catania, dove scrive drammi teatrali, come “Dal
Tuo al mio” e “La lupa”. Questi due drammi testimoniano un cambiamento ed un
atteggiamento più razionale dell’autore dal punto di vista politico: le sue posizioni politiche si
fanno sempre più chiuse e conservatrici.
Allo scoppio della prima guerra mondiale è un interventista e nel dopoguerra si schiera sulle
posizioni dei nazionalisti. Muore nel 1922, pochi mesi prima della marcia su Roma e della
salita al potere del Fascismo.
IL VERISMO DI VERGA
Il naturalismo francese ebbe una grande influenza in Italia, soprattutto i romanzi di Zola, i
quali determinarono la corrente del VERISMO in Italia. Nonostante tale influenza, per molti
aspetti Verga si distacca molto dalla figura di Zola.
Verga ha una visione radicalmente pessimistica della realtà → quando arriva a Milano, Verga
entra in contatto con la mentalità della società borghese, del tutto differente dalla sua
mentalità “contadina” tipica del sud.
Ciò genera in lui una forte avversione nei confronti di quella realtà: la società umana per lui è
dominata dal meccanismo della “lotta per la vita”, un meccanismo crudele in cui il più forte
schiaccia il più debole (teoria darwiniana). Gli uomini sono mossi soltanto dall’interesse
economico e dall’egoismo → tipico atteggiamento di una società capitalistica.
Verga ritiene che NON esistano alternative alla realtà esistente, né nel futuro, né nel
passato, ed esclude ogni consolazione religiosa. L’uomo deve accettare la sua condizione.
L’atteggiamento dello scrittore si basa infatti sul RIFIUTO ESPLICITO E POLEMICO nei
confronti delle ideologie progressiste contemporanee, democratiche e socialiste, che egli
giudica fantasie infantili e odiosi inganni. Ritiene che il progresso sia tutto ciò che invade
l’uomo e lo travolge.
Alla base del nuovo metodo narrativo vi è LA POETICA DELL’IMPERSONALITA’ (diversa da
quella di Zola) → Verga ritiene che l’autore debba “eclissarsi” dall'opera, non intromettersi o
giudicare perché ogni intervento giudicante apparirà inutile e privo di senso poiché la realtà
non può essere modificata). Allo scrittore non resta che riprodurre la realtà così com’è, in
modo rigorosamente oggettivo (anche in Verga si parla di romanziere scienziato). Si
favorisce quindi un ROMANZO DI COSTUMI CONTEMPORANEI, abbandonando il romanzo
politico.
L’opera è dunque un vero e proprio SPACCATO DELLA REALTA’ e, a differenza del
naturalismo, NON deve trasformarsi in scienza.
Nel verismo di Verga si predilige la rappresentazione della realtà regionale degli umili
lavoratori soprattutto del sud, denunciando i mali della civiltà milanese. Inoltre Verga teorizza
la TEORIA DELL’OSTRICA → L'ostrica in genere sta aggrappata allo scoglio. Se essa si
stacca dallo scoglio, la marea la trascina via. Ciò simboleggia la visione Verghiana della vita
e del destino. Infatti, Verga crede che, se un individuo si distacca dalla classe sociale di cui
fa parte, abbandonano i suoi valori e le sue tradizioni e cerca di elevarsi in cerca di
benessere, sarà destinato a soffrire e a fallire e persino a perdere tutto ciò che già possiede.
Se le classi sociali del sud si allontanano dal riconoscimento sociale e dai propri valori come
la sacralità della famiglia, il lavoro e il senso dell’amore, rischiano di andare verso l’infelicità
e non verso il successo. Tale atteggiamento determina però la PERDITA DELLA PROPRIA
IDENTITA’ .
L’opera che testimonia un primo passaggio alla poetica verista di Verga è “Nedda”: si tratta
di un bozzetto siciliano in cui cambiano gli ambienti e le storie, e cominciano a prevalere la
durezza della vita e la miseria del tempo; in questa novella Verga rappresenta il VERO.
Milano fu il CENTRO DI DIFFUSIONE DEL VERISMO, ma i maggiori esponenti del verismo
italiano sono meridionali: Capuana (egli viene considerato teorico del verismo che evidenzia
le differenze del verismo italiano con il verismo naturalistico francese), De Roberto (egli
approfondisce l’indagine psicologica dei personaggi nell’opera “I viceré”), Matilde Serao (ella
fu la prima donna a fondare e dirigere un quotidiano; scrisse “scuola normale femminile”,
opera con la quale diede gran voce al grido femminista). Grazia Deledda invece muove le
tendenze veriste per descrivere la sua terra, la Sardegna.
I MALAVOGLIA (1831)
E’ il primo romanzo del “ciclo dei vinti”.
Il mondo dei Malavoglia viene presentato per la prima volta nella novella “Fantasticheria”,
tratta dalla raccolta “Vita dei campi” di cui fanno parte altre novelle come “Rosso malpelo”.
Con Fantasticheria Verga indaga, attraverso una rappresentazione del mondo dei poveri
pescatori, le cose che spingono questa gente a sopravvivere in quell’ambiente. Verga
racconta la storia di una famiglia di pescatori siciliani, i laboriosi ed onesti Toscano, chiamati
“Malavoglia” poiché nell’uso popolare i soprannomi sono spesso il contrario delle qualità di
chi li porta. Essi vivono nel paesino di Aci Trezza, nei pressi di Catania e posseggono una
casa e una barca (simbolo di provvidenza). Essi conducono una vita relativamente felice e
tranquilla.
Il vecchio padron ‘Ntoni (il capofamiglia), per superare delle difficoltà, compra dallo zio
Crocifisso un carico di lupini per rivenderli in un porto vicino. MA la barca naufraga nella
tempesta, suo figlio Bastianazzo muore e il carico va perduto. I Malavoglia, oltre ad essere
colpiti da questo grave lutto familiare, devono anche trovare il modo per pagare il loro debito
allo zio. Comincia di qui una lunga serie di disgrazie e la sventura disgrega il nucleo
familiare.
Il giovane Ntoni, figlio di Bastianazzo e nipote del vecchio padron Ntoni, stanco di quella
vita, si rende conto di non poter più restare, vuole evadere. Egli, opponendosi alle idee
patriarcali
del nonno, decide così di abbandonare il suo “scoglio” e fuggire verso un mondo del tutto
nuovo: Napoli, dove la vita era di gran lunga migliore. Lui vuole rompere con la vita passata,
monotona, fatta di rassegnazioni, per evolversi e riscattarsi → VUOLE CAMBIARE GRADO
SOCIALE, ma il suo tentativo fu un fallimento. Il giovane Ntoni, tornato da Napoli, non riesce
più ad adattarsi alla vita dura del suo piccolo paese; comincia a frequentare cattive
compagnie, è coinvolto nel contrabbando e, sorpreso, finisce per dare una coltellata alla
guardia doganale. Ntoni sconta la sua pena in carcere, ma in prigione non si riscatta
definitivamente → quando ritorna al suo paese di sera (ha scelto il “buio”), NESSUNO LO
RICONOSCE PIÙ, se non il cane. È ormai estraneo a quella terra che aveva abbandonato.
HA PERSO LA SUA IDENTITÀ. Abbandonando la casa del nespolo con tutti i suoi valori
(come l’affetto, l’onore, l’unità familiare, l’onestà), Ntoni offende la propria famiglia.
Ntoni torna e ripercorre i luoghi della propria casa, guardando in giro le pareti come se le
vedesse per la prima volta. E’ in questo momento che comprende il valore che queste pareti
rappresentano → L’UNITA’ FAMILIARE.
Alla fine del romanzo, Ntoni ha un colloquio con il fratello Alessi che gli chiede di rimanere,
ma lui sente di dover partire nuovamente, non può restare → prende consapevolezza
dell’importanza dei valori, ma sente di dover abbandonare tutto poiché ha perso le sue radici
ed è da solo in mezzo al paese. Il romanzo si conclude con l’addio al mondo pre-moderno.
Il percorso di Ntoni viene portato a compimento da Mastro don Gesualdo (nella “Vita dei
campi”) che abbandona definitivamente l’atteggiamento immobilista della civiltà arcaica
rurale e diventa l’esponente più tipico della mentalità moderna.
I Malavoglia rappresentano un mondo rurale arcaico, dominato da una visione della vita
tradizionale, che si fonda sui valori di FAMIGLIA (l’unione della famiglia) e sulla SAGGEZZA.
L’ideale di vita di questa gente è il restare ancorati alla propria vita, “al proprio scoglio”,
assumendo lo stesso comportamento delle ostriche (TEORIA DELL’OSTRICA DI VERGA).
Solo gli uomini che, spinti dalla curiosità di indagare il mondo e dalla vaghezza dell’ignoto,
lasciano il paese e i loro valori, vanno incontro alla sconfitta; solo chi rimane legato alla sua
terra riscontrerà dei vantaggi e realizzerà i suoi sogni.
Questo mondo mondano all’improvviso viene, però, sconvolto dalle vicende del
Risorgimento italiano, che distruggono gli squilibri, e il piccolo villaggio siciliano viene
investito dalle rapide trasformazioni politiche e sociali → il primo cambiamento che annuncia
l’irruzione della modernità nelle arretrate comunità del sud consiste nell’introduzione del
servizio militare obbligatorio (dal momento in cui il giovane Ntoni parte per il servizio militare,
iniziano una serie di difficoltà economiche e di sventure che rompono l’equilibrio familiare).
Tutto ciò genera una certa diffidenza da parte di questa gente nei confronti del progresso.
Il personaggio in cui si incarnano le forze disgregatrici della modernità è il giovane Ntoni.
Egli, fuggendo dalla sua terra, entra in contatto con la realtà moderna a Napoli; per questo
non può più adattarsi ai ritmi di vita del paese. Il nonno, d’altro canto, rappresenta lo spirito
tradizionalista e l'attaccamento alla propria terra e ai propri valori. In conflitto sono anche le
figure del giovane Ntoni e l’ultimo figlio Alessi: Alessi, nonostante fosse attratto dall'ignoto,
rimane legato alla propria terra e ai suoi valori, e cerca di risolvere i suoi problemi economici;
alla fine riesce a realizzare tutti i suoi piccoli sogni e si sposa.
Nel romanzo c’è una contrapposizione tra lo spazio privato (la casa del nespolo, la famiglia,
i valori) e lo spazio esterno aperto (le strade, la città, l'ignoto, visto come nemico). I luoghi
nell’opera hanno una forte valenza simbolica →
➢ La casa di famiglia rappresenta il passato malinconico di Ntoni.
➢ L’esterno, il paese rappresentano la sua condizione di isolamento.
➢ Il mare resta l’unico elemento naturale che si lega ad Ntoni.
Verga usa la poetica dell’impersonalità → egli non presenta un paese idilliaco, utopico, ma
rappresenta la realtà così com’è, descrive l’umanità fuori dal tempo. C’è sempre un interesse
personale e si dà importanza ai valori e alle tradizioni. Si presenta inoltre, con accezione
pessimistica, la ricerca del progresso e la ricerca del riscatto sociale, le quali sono viste
come infelicità e sofferenza → per questo Verga denuncia la società moderna.
E’ presente un narratore popolare, regredito che descrive gli avvenimenti secondo il punto di
vista del popolo. Il punto di vista è frutto dei pensieri di ‘Ntoni → infatti il linguaggio si
avvicina al parlato popolare per la presenza di detti, proverbi, modi di dire, l’utilizzo del
passato remoto e non passato prossimo.
LA ROBA
dalle Novelle Rusticane (1883)
Della produzione letteraria di Verga notevoli sono le Novelle rusticane, una serie di racconti
che ripropongono personaggi ed ambienti della campagna siciliana, in una prospettiva più
amara e pessimistica, che porta in primo piano il dominio esclusivo dei moventi economici
nell’agire umano, e rivela come la fame e la miseria soffochino ogni sentimento
disinteressato. Di queste novelle fa parte “La roba”, la quale venne, però, pubblicata in un
primo momento sulla rivista “La rassegna settimanale”.
Al centro della novella si pone il TEMA DELLA DINAMICITA’ SOCIALE che travolge tutti gli
equilibri tradizionali attraverso la figura di un self-made man.
Il racconto è inserito in un preciso fenomeno dell’età moderna: l’ascesa della borghesia. In
quel momento storico all’interno società si manifestavano continui conflitti tra le classi, lotte
per la roba e per il pane. Con la “roba” si indicano i vigneti e gli uliveti. Il protagonista è
Mazzarò: egli lotta per la roba e, per il possesso di questi beni, sacrifica tutta la sua vita. Egli
è perfettamente integrato nella logica della LOTTA PER LA VITA. Mazzarò è un eroe
faustiano: è sempre improntato al raggiungimento di un sogno senza limite, vuole superare
gli obiettivi raggiunti.
E’ presente un NARRATORE REGREDITO → è il personaggio stesso che parla; infatti il
narratore è in sintonia con l’eroe e la sua logica. Per questo motivo si ha la CELEBRAZIONE
DELLE VIRTU’ EROICHE DEL PROTAGONISTA come l’intelligenza, l’energia infaticabile,
ma soprattutto la sua CAPACITA’ DI SACRIFICARE TUTTO ALLA ROBA. Mazzarò appare
quasi un santo martire dell’accumulo capitalistico che riesce a creare immense ricchezze, un
mondo di cose dalle proporzioni smisurate, epiche.
Per comprendere il significato della novella, si deve tener conto della CONCLUSIONE,
fondamentale poiché presenta un ROVESCIAMENTO DELLE PROSPETTIVE→ Nella sua
tensione ad accrescere le sue proprietà, Mazzarò non SI SCONTRA soltanto con la società,
ma CON LA NATURA STESSA. Egli compie un GESTO DISPERATO e folle: tenta di
uccidere le anatre e i tacchini per portare con sé nella morte “la roba”.
Questa conclusione può essere interpretata in due modi opposti, che attribuiscono al gesto
di Mazzarò un valore comico o tragico →
➢ Nella prospettiva del narratore “basso”, che celebra Mazzarò come un eroe, il gesto di
bastonare le anatre e i tacchini appare assurdo, poiché non risponde ad alcuna logica
economica.
➢ Nella prospettiva dell’autore, che considera il personaggio meschino e misero ma è
sensibile al suo dramma esistenziale, il gesto di Mazzarò acquista un valore tragico,
poiché costituisce l’elemento di sconfitta di un uomo che ha posto la sua ragione di vita
nell’accumulo infinito di roba.
IL MASTRO DON GESUALDO (1889)
E’ il secondo romanzo del ciclo dei vinti.
Le vicende narrate si svolgono nella cittadina di Vizzini, in provincia di Catania, negli anni
dell'Italia preunitaria, agitata dai primi moti rivoluzionari che interessano direttamente la
Sicilia. Rispetto ad Aci Trezza, qui SI PRESENTA UNA REALTA’ PIU’ AMPIA: il racconto si
sviluppa in un ambiente borghese e aristocratico, in cui si evidenziano maggiormente le
differenze sociali. Si ha un ampliamento della prospettiva del narratore.
Il protagonista di questo racconto è Gesualdo Motta, un ex muratore che, interessato ai
guadagni, diventa ricco proprietario grazie alla sua intelligenza, alla sua energia infaticabile
e all'accumulo della roba.
La “roba” è il fine primario della sua esistenza e ciò lo porta ad escludersi dal mondo dei
sentimenti e a rinunciare all’unica figura che gli dà amore e dolcezza, Diodata (data da dio)
per sposare Bianca Trao, in quanto questa donna poteva aprirgli le porte della società
aristocratica. Gesualdo resta però escluso dalla società nobiliare, che lo disprezza per le sue
origini; il disprezzo è testimoniato dalla formula con cui viene menzionato: “don”, appellativo
destinato ai signori, il quale viene accoppiato “mastro”, a indicare la sua provenienza umile.
La conseguenza della scelta di Gesualdo in favore della logica della roba è una totale
sconfitta umana → dalla sua lotta per la roba e dal suo percorso di elevazione sociale
Gesualdo HA RICAVATO ODIO, AMAREZZA, SOFFERENZE, provocate dalle delusioni
familiari, e LA CONDANNA ALLA SOLITUDINE anche in punto di morte, quando egli
assume conoscenza del totale fallimento delle sue aspirazioni, a differenza dI Mazzarò
nell’opera “La roba” che non si rende conto dell’inevitabile sconfitta di fronte alla morte, tanto
da voler portare con sé la roba nell’aldilà. Gesualdo viene presentato quindi come un
vincitore materialmente, ma un “vinto” sul piano umano.
Nel Mastro Don Gesualdo Verga resta fedele al principio dell’impersonalità e all’eclisse
dell’autore e al discorso indiretto libero, mediante cui sono riportati i pensieri del
protagonista.
DECADENTISMO
Con il termine DECADENTISMO si etichetta una corrente culturale di dimensioni europee,
che nasce in Francia e si sviluppa dal 1870 al 1920. In quegli anni le aspettative
positivistiche e la fiducia posta nel progresso (visto come l’unica possibilità di sconfiggere i
mali della società come l’analfabetismo o la differenza tra nord e sud), che avevano
caratterizzato i decenni precedenti, vengono disilluse: la scienza e il progresso non hanno
portato i risultati sperati e l’ideale tra il reale e l’ideale aumenta.
L’intellettuale decadente comincia a provare disagio rispetto ai suoi tempi (come era
accaduto nel romanticismo) e rispetto alla società borghese, ritenuta mediocre e volgare,
che aveva come unico obiettivo il profitto e il guadagno (a differenza l’artista rifiuta la
volgarità e il cattivo gusto, ma ricerca uno stile raffinato, aristocratico). ll conflitto tra artista e
società è quindi sempre più evidente e questa sfiducia nella ragione porta l’intellettuale e
provare un senso di distaccamento, di solitudine, di incomunicabilità, malinconia e di
disprezzo rispetto alla realtà contemporanea. Gli intellettuali usano il termine inglese
“spleen” per riferirsi alla solitudine, in quanto la milza è l’organo sede della malinconia.
La società è estremamente ostile all’intellettuale decadente, il quale non si sente più guida
all’interno del popolo → rifiutando la realtà esterna, l’intellettuale si esclude definitivamente
da essa e perde il suo ruolo sociale (la differenza con il poeta romantico è che quest’ultimo,
rispetto a quello decadente, condivide i valori della comunità a cui appartiene). Egli arriva a
chiudersi all’interno di un esilio volontario: fugge dalla realtà negativa e si rifugia in un ideale.
Il decadente ritiene che la ragione e la scienza non possano dare la vera conoscenza del
reale, poiché l’essenza del reale è al di là delle cose, è misteriosa ed enigmatica, nascosta,
è tutto ciò che possono percepire i nostri sensi; per cui solo rinunciando ad un approccio
razionale si può tentare di attingere all’ignoto. Il mistero è dietro la realtà visibile e può
essere decifrato solo dal poeta, il quale viene considerato POETA VEGGENTE. L’artista
viene dunque considerato superiore agli altri.
Pertanto, nella poetica decadente, la parola è misteriosa, carica di significato, destinata a un
numero ristretto. LA PAROLA DIVENTA SIMBOLO. Ha una forza allusiva: crea suggestioni
musicali ed analogie, e riesce ad “indagare l’invisibile e udire l’inudito”. Il decadentismo,
infatti, viene definito anche con il termine SIMBOLISMO. La lingua viene definita dal poeta
francese Rimbaud LINGUA DELL’ANIMA PER L’ANIMA.
I decadenti inoltre si rifugiano nel CULTO DEL BELLO, in quanto lo considerano l’unica
forma di conoscenza. Questo culto dell’arte ha dato origine al fenomeno dell’ESTETISMO,
secondo il quale il poeta è visto come un esteta: colui che assume come principio regolatore
della vita il BELLO, tutto ciò che è artificioso, non è armonia e equilibrio; egli rifiuta i canoni
classici. Questa posizione viene teorizzata originariamente in Inghilterra e ripresa poi da
Huysmans, Oscar Wilde e D’Annunzio, secondo i quali la vita deve essere un’opera d’arte.
Si hanno inoltre trascendenze all’attivismo, al vitalismo, all’estetismo e al superomismo. I
poeti francesi Baudelaire, Rimbaud e Mallarmé vengono definiti POETI MALEDETTI: essi
rifiutano la morale borghese e svelano la realtà nascosta.
TECNICHE NARRATIVE
Per quanto riguarda le tecniche narrative, nelle opere gli artisti pongono l’attenzione su un
solo personaggio, collocato in un ambiente che è lo specchio della loro interiorità; c’è
l’esaltazione della propria individualità → LA SCOPERTA DELL’INCONSCIO è il dato
fondamentale della cultura decadente. I decadenti tendono a distruggere ogni legame
razionale, convinti che solo un abbandono totale all’inconscio possa garantire la scoperta di
una realtà più vera.
TECNICHE ESPRESSIVE
❖ MUSICALITÀ
❖ SINTASSI: non è regolare, ma vaga e ambigua.
❖ METAFORA: si carica di significato, esprime meraviglia e stupore.
❖ ANALOGIA: lo scrittore accosta parole lontanissime tra loro sul piano razionale, creando
delle corrispondenze.
❖ ALLEGORIA: una parola esprime un significato diverso da quello letterale.
❖ SINESTESIA: permette di mettere insieme campi sensoriali diversi
GABRIELE D’ANNUNZIO
La vita di D’Annunzio è sostanza della sua poesia, è importante, estetizzante e inimitabile.
Gabriele D’Annunzio nasce a Pescara nel 1863 da una famiglia borghese. Per alcuni anni
esercita la professione di giornalista, collaborando a vari giornali con articoli di cronaca,
letteratura, arte e costume, tra cui “Mattino”. In ambito letterario acquista subito notorietà. In
questi anni, seguendo i princìpi dell’estetismo, costruisce intorno a sé il mito di vivere una
vita come un’opera d’arte; sceglie di vivere come se facesse un monumento a sé stesso. Si
crea la maschera dell’esteta → un individuo superiore che rifiuta i valori della mentalità
borghese e i princìpi della morale corrente, isolandosi dalla società e rifugiandosi in un
mondo di pura arte. Per D’Annunzio L’ARTE (la bellezza) è l’unica forma di conoscenza.
Con la figura dell’esteta, D’Annunzio propone una nuova immagine di intellettuale che si
pone fuori della società borghese (D’Annunzio considerato il più grande esteta). Ben presto
però si rende conto della debolezza di questa figura, in quanto presenta un limite → l’esteta
non affronta la realtà, non ha la forza di opporsi realmente all’ascesa della borghesia ed è
destinato quindi ad un isolamento in cui il culto della bellezza si trasforma in illusione e
menzogna. Ciò è legato al VELLEITARISMO, l’atteggiamento di chi ha aspirazioni o
programmi ambiziosi, ma infondati, vaghi. L’estetismo entra in crisi.
D’Annunzio trova uno sbocco alternativo alla crisi dell’estetismo grazie alla lettura delle
teorie del filosofo Nietzsche, da cui ne riprende il rifiuto del conformismo borghese e dei
principi egualitari, l’esaltazione dello spirito dionisiaco, il rifiuto dell’etica del pietà e
dell’altruismo, l’esaltazione della volontà di potenza, dello spirito della lotta e
dell’affermazione di sé.
Elabora così il mito del superuomo → NON era più sufficiente la vocazione alla
bellezza/all’arte, ma era necessaria un'azione eroica, attivistica. Infatti, quando parliamo di
SUPERUOMO ci riferiamo ad un individuo eccezionale, realizzato, dotato di vitalismo, libertà
creativa e volontà di affermare sé stesso senza rispettare alcun ordine morale sociale;
destinato a dominare sulla massa (società borghese), considerata inferiore, mediocre,
guidata da ideali di profitto e guadagno.
La morte di dio è il presupposto per diventare SUPERUOMO, il quale è dotato di libertà
creativa → sono tramontati tutti i valori del poeta, considerato un uomo superiore, il creatore.
Nel corso della sua vita si possono riscontrare due personalità contrastanti; per questo
motivo i critici parlano di 1º e ultimo D’Annunzio.
Il 1º D'Annunzio si caratterizza dal SUPEROMISMO, il quale riassume notevolmente la
personalità di D’Annunzio che ha una percezione orgogliosa → lui vuole affermare la sua
superiorità rispetto alla massa.
In questo primo periodo la POESIA deve sovrabbondare di parole, deve esaltare le
esperienze eccezionali del superuomo, è rara, splendida, fatta di musicalità, sonora,
artificiosa.
La PAROLA diventa magniloquente, sontuosa, lussureggiante, con uno stile non essenziale
per esprimere al meglio la visione del superuomo.
E’ presente un forte patriottismo → la patria doveva dominare i popoli più deboli. Il poeta
viene definito POETA VEGGENTE, in quanto è l’unico che può cogliere la verità rispetto alla
massa mediocre che non può coglierla, l’intellettuale è superiore. L’EROE DECADENTE
D’ANNUNZIANO è raffinato, esteta, poeta vate, amante del bello, lontano dalle masse.
In seguito si manifesta un FORTE CAMBIAMENTO nella personalità del poeta, il quale si
distacca dal concetto di superuomo → D’Annunzio diventa più intimo, un uomo autentico,
prende consapevolezza della solitudine e si rende conto del limite della finitezza dell’uomo
che esiste. Con l’ultimo D’Annunzio la parola cambia: diventa essenziale, incisiva ed ellittica.
Lo stile è nominale, fatto di frasi brevi e incisive, tipico delle tendenze del 1900.
E’ molto noto per aver compiuto gesta memorabili che costituiscono una LEGGENDA
BIOGRAFICA, come per esempio la Missione di Fiume, nella quale perde la vista di un
occhio → per questo motivo comincerà a scrivere in modo diverso, costretto con l’occhio a
stare fermo, ma non abbandonerà mai la scrittura.
Comincia a scrivere su CARTIGLI, ovvero degli scritti significativi costituiti da striscioline di
carta (taccuino di D’Annunzio) → la scrittura diventa essenziale, avendo poco spazio per
scrivere.
Inoltre, il poeta esercitò un profondo influsso non solo sulla cultura italiana, anche sulla
politica, poiché elaborò ideologie, atteggiamenti, slogan di propaganda che furono fatti propri
dal fascismo. Ma ispirò anche le forme di cultura di massa come il cinema.
D’Annunzio appartiene alla corrente del DECADENTISMO → cresce questa forte delusione
di fine secolo e crisi delle certezze del positivismo, post-risorgimentali, rispetto alle
aspettative disilluse dell’uomo che credeva in un’unificazione territoriale che avrebbe portato
uguaglianza, benessere e abbattuto le differenze tra Nord e Sud.
Tramontano gli IDEALI RISORGIMENTALI, i valori romantici come la gloria, l’amore per la
patria, l’eroismo (NO riscatto sociale).
L’intellettuale è in conflitto con il presente, per questo motivo decide di isolarsi, di compiere
un esilio volontario perché è in conflitto con il presente, si sente estraneo al mondo che lo
circonda e si chiude in sé stesso.
D’Annunzio arriva al decadentismo attraverso la sperimentazione come “dilettante di
sensazioni”. Il suo decadentismo è il frutto di scelte ben precise, meno istintivo. Con l'opera
“Vivere inimitabile” (vita mondana estetizzante, in decadenza) D’Annunzio viene definito dal
critico Benedetto Croce “dilettante di sensazioni” → D’Annunzio era molto aperto ai
suggerimenti che nascevano in Europa (soprattutto ai romanzi russi che danno competenza
all’analisi psicologica o ai simbolisti francesi) rispetto a Pascoli, e non riesce a esprimere a
pieno un’unica espressione di quelle tendenze.
A differenza di Pascoli, D’Annunzio si rifugia nel superuomo, la visione panica della natura.
Con PANISMO si intende la tendenza a fondersi, immedesimarsi con la natura, ad
abbandonarsi alla vita dei sensi e all’istinto nella natura stessa superando ogni limite
dell'uomo e diventare così natura. Il termine panismo viene dal DIO PAN, la divinità che
rappresenta la natura e le forze primordiali della vita. E’ un momento di estasi, di incanto che
può vivere solo il poeta-superuomo. Si esalta la violenta vitalità dionisiaca. La POESIA è
SOGGETTIVA, presenta l’interiorità.
D’ANNUNZIO LIRICO
Per il suo esordio letterario D’Annunzio sceglie di seguire il modello dei due scrittori che
stavano dominando il panorama letterario italiano: Carducci e Verga. E’ molto influenzato
anche dalla poesia greca, dai classici greci.
Le prime due raccolte liriche risalgono ai suoi 16 anni e sono “Primo Vere” e “Canto Novo”
che ottengono molto successo e interesse nei critici. Primo vere (dal latino “all’inizio della
primavera”) allude alla PRIMAVERA DELLA POESIA, la prima stagione dell’amore. Motivo
caratteristico di di queste due raccolte liriche è la SENSUALITÀ DEL PAESAGGIO
(D’Annunzio è partecipe con la natura, ha un rapporto fisico, istintivo).
La prima opera narrativa è la raccolta di novelle “Terra vergine”, nella quale D’Annunzio
presenta figure e paesaggi della sua terra d’origine.
IL PIACERE
“Il Piacere” è il primo romanzo scritto da D’Annunzio nel 1889. E’ la testimonianza più
esplicita del poeta che prende coscienza della debolezza dell’esteta e della sua ideologia (è
ispirato alla vita di piaceri estetici). Al centro del romanzo si pone la figura di un esteta,
Andrea Sperelli, un giovane e raffinato aristocratico che rappresenta un alter ego di
D’Annunzio stesso e riflette perciò la fragilità e l’insoddisfazione dell’autore (incarna l’eroe
decadente). Andrea Sperelli basa la sua intera esistenza sul principio fondamentale
dell’estetismo (che impone di “fare la propria vita come si fa un’opera d’arte”), il quale lo
conduce ad instaurare un rapporto distaccato e ambiguo con tutto ciò che lo circonda fino a
diventare per lui una forza distruttrice che lo priva di ogni energia morale e creativa; Andrea
Sperelli è un uomo dalla volontà debolissima, privo di slancio morale, di autenticità, incapace
di agire spontaneamente. Tutto ciò lo porta alla fine alla solitudine e alla sconfitta nel
rapporto con l’universo femminile. Le donne hanno un ruolo fondamentale nel Piacere.
Il protagonista è infatti attratto da due donne opposte: Elena Muti, la donna fatale, che
incarna l’erotismo lussurioso ed è il grande amore (il grande piacere) di Andrea; e Maria
Ferres, la donna pura, rappresenta ai suoi occhi l’occasione di un riscatto e di un’elevazione
spirituale. In realtà Andrea mente a sé stesso e cerca di sedurla perché Elena continua a
respingerlo. Quando Maria si concede, il giovane la chiama per sbaglio con il nome dell’altra
donna, provocando la fine del rapporto e restando solo con il suo vuoto.
Il romanzo registra il fallimento del protagonista e del suo progetto di vita come opera d’arte.
La trama narrativa è ridotta al minimo e l’interesse di D’Annunzio si rivolge alla descrizione
minuziosa degli ambienti (aspetto ripreso dal realismo e verismo) e all’analisi dell’interiorità
dei personaggi (lo scrittore mira a creare un romanzo psicologico). Il racconto inoltre è
percorso da una fitta trama di allusioni simboliche, aspetto che si riprenderà nelle correnti
successive.
UN RITRATTO ALLO SPECCHIO: ANDREA SPERELLI ED ELENA
MUTI (dal Piacere, libro III, capitolo II)
Andrea ama Elena, ma improvvisamente lei tronca la relazione e scompare. Al suo ritorno,
Andrea scopre che, per evitare una crisi economica, Elena ha sposato un ricco inglese.
Andrea è disgustato nello scoprire che la loro passione tanto forte era stata impedita da una
per denaro. In questo brano Andrea analizza Elena e si accorge della falsità di alcuni suoi
atteggiamenti, ma è un ritratto “allo specchio”, perché trova nella falsità della donna la sua
falsità, quindi egli la comprende, perché anche lui è così.
Il capitolo si apre con un insieme di pensieri di Andrea, in un suo discorso interiore, sotto
forma di discorso indiretto libero. Nella sequenza successiva interviene il narratore che
pronuncia espliciti giudizi sul personaggio → D’Annunzio vuole prendere le distanze dal suo
eroe e dall’immagine di esteta, poiché prende consapevolezza della debolezza di questa
figura. Si ha una critica all’estetismo, l’immagine dell’esteta entra in crisi.
LE LAUDI
La sua raccolta più importante, se non il suo capolavoro politico, sono le “LAUDI”, le quali
contengono le sue opere più mature.
Il progetto iniziale era formato da 7 libri, i quali rappresentavano le sette stelle delle Pleiadi
(costellazioni che gli agricoltori seguivano per la semina), ma ne scrive poi solo quattro:
“Maia”, “Elettra”, “Alcyone” e “Meope”.
Il poeta diventa un tutt’uno con la natura, superando i limiti umani.
Il FONDERSI CON LA NATURA porta a vivere l’ebbrezza con istinto, è una fonte
inesauribile di energia vitale. La natura è l’unica possibile divinità.
Maia è una narrazione del mondo dell’antica Grecia, un canto della vita come gioia. Merope
contiene dieci canzoni, la prima delle quali è “La canzone d’oltremare”, ispirata alla guerra in
Libia.
ALCYONE
(dalle Laudi)
Alcyone è il libro più riuscito, è una sorta di diario ideale, conosciuto anche come POEMA
DEL SOLE, dell’estate, in quanto vengono narrate sensazioni dell’estate a Versilia nel 1902
in compagnia della donna amata del poeta.
L’estate ha un ruolo fondamentale poiché è vista come la stagione che più di tutte consente
il raggiungimento della pienezza vitalistica. A differenza della poetica precedente in cui
D'Annunzio presentava un discorso profetico, polemico e celebrativo, il tema che qui
riprende è la VISIONE PANICA DELLA NATURA; e al posto degli impulsi verso l'azione
energica ed eroica, subentra un atteggiamento di contemplazione ed evasione.
In Alcyone D’Annunzio ricerca LA MUSICALITÀ per creare una melodia → è data dalle
assonanze, consonanze, rime al mezzo e crea immagini sonore forti ed evidenti. La parola
ha un valore fonico.
E’ la raccolta dannunziana più celebrata e viene considerata dalla critica del Novecento un
esempio di poesia “pura”, libera dall’ideologia superomistica e dalle finalità di propaganda. In
realtà l’ideologia superomistica è presente, in quanto l’esperienza panica non è che una
manifestazione del superomismo.
GIOVANNI PASCOLI
Nasce a San Mauro di Romagna nel 1855 da una famiglia della piccola borghesia rurale. La
serenità del nucleo familiare viene sconvolta da una TRAGEDIA, destinata a segnare
profondamente l’esistenza del poeta: il padre venne assassinato a fucilate, ma i responsabili
del delitto non furono mai individuati (al primo lutto ne seguirono molti altri, inclusa la morte
della madre). L’assassinio del padre crea ANGOSCIA, MISTERO, e porta il poeta alla
consapevolezza dell'ingiustizia del mondo.
Negli anni universitari subisce il fascino dell’ideologia socialista, si avvicina alle idee del
socialista Andrea Costa; aderisce a manifestazioni insieme a socialisti contro il governo,
come alla Prima Internazionale dei Lavoratori; per questo motivo viene arrestato e trascorre
alcuni mesi in carcere, ma alla fine viene assolto.
Questa traumatica esperienza determina il suo definitivo distacco dalla politica militante, e
una volta uscito segue un SOCIALISMO UTOPICO, patriottico, filantropico, basato sulla
bontà, sull’amore e sulla fratellanza fra gli uomini. Pascoli è contro LA LOTTA DI CLASSE,
pertanto egli non condivide i princìpi del socialismo scientifico di Karl Marx. Secondo il
poeta, per eliminare i conflitti era necessario che ogni classe conservi la propria fisionomia e
non cerchi di modificare la propria condizione. Il suo ideale si incarna nell’immagine del
mondo dei piccoli proprietari rurali poiché per lui rappresentano l’unica dimensione in cui
possono sopravvivere i valori fondamentali, come la famiglia, la solidarietà e la laboriosità.
Ha un rapporto malato con le sorelle Ida e Maria e vuole riformare idealmente quel “nido”
familiare che i lutti avevano distrutto negli anni dell’infanzia.
La chiusura nel nido familiare e l’attaccamento morboso alle sorelle rivelano la fragilità
psicologica del poeta che, con atteggiamento infantile, cercava nel nido familiare la
protezione da un mondo esterno che gli appariva minaccioso e pieno di pericoli. Vive una
forte INQUIETUDINE a causa di vari avvenimenti che lo portano ad avere paura della realtà
esterna, paura di una incombente catastrofe e della morte. Si pone IN CONFLITTO CON IL
PRESENTE, il mondo gli appare frantumato. In Pascoli si riflette la crisi del Positivismo,
poiché la sua visione è caratterizzata da una profonda sfiducia nei confronti della scienza
come strumento di interpretazione della realtà. La sua attenzione viene rivolta sempre più
verso l’ignoto, il mistero, l’inconoscibile. Si attacca alle PICCOLE COSE che si caricano di
valenze allusive e simboliche e nascondono messaggi, esprimendo a pieno la sua
inquietudine. La sua POESIA dunque presenta oggetti caricati di una VALENZA SIMBOLICA
molto forte. Da questa sua visione del mondo scaturisce con perfetta coerenza la poetica
pascoliana, che trova la sua formazione più compiuta nel saggio “Il fanciullino”.
Pascoli regredisce nell’INFANZIA, dove non c’è violenza e può sognare e trasformare le
cose; è un momento in cui può fuggire dalla razionalità.
Si cala all’interno di un fanciullino che vede e sente le cose come Adamo, ovvero come colui
che vede le cose per la prima volta, senza essere ancora stato contaminato da pregiudizi,
non ha esperienza. Vede la realtà in modo intuitivo ed irrazionale e questo suo
atteggiamento gli permette di COGLIERE L’ESSENZA PIU’ INTIMA E SEGRETA DELLE
COSE; nulla è più consequenziale, razionale, non ci sono legami logici. La POESIA, infatti,
consente la conoscenza di una REALTA’ IMMAGINOSA.
Il poeta è colui che riesce a dar voce al fanciullino che è dentro di sé. → Pascoli non parla di
poeta veggente ma proprio di POETA FANCIULLINO.
A differenza di D’Annunzio, Pascoli arriva al decadentismo da solo, in un modo più
personale; il suo decadentismo è più intimo, istintivo, chiuso alle istanze europee. Si
condanna da solo alla solitudine, rifugiandosi nel mondo della campagna (nella natura),
nell'eden, nel NIDO dove trova pace, serenità e rassicurazione a tutte le inquietudini della
società e l'incombere di un dramma.
Fa una distinzione tra nido familiare e nido nazionale:
❖ NIDO FAMILIARE → rappresenta una dimensione piccola, intesa nei rapporti ambigui
stretti che si ha con la famiglia.
❖ NIDO NAZIONALE → è una dimensione più estesa che dà protezione, sicurezza al
lavoro, non fa allontanare l’uomo dalla propria patria.
Pascoli riconosce LA SUA VITA COME LA SOSTANZA PRIMA DELLA SUA POESIA, in
quanto la sua vita influenzò notevolmente la sua poetica.
Pascoli inoltre ritiene che la poesia debba essere “pura”, spontanea e disinteressata,
estranea a finalità pratiche, etiche o ideologiche, ma è anche convinto che essa induca
naturalmente alla bontà, all’amore e alla fratellanza, placando gli impulsi violenti dell’uomo.
STILE E LINGUAGGIO
L’ideale dell’armonia sociale e il rifiuto della lotta tra le classi si traduce, sul versante dello
stile, nella scelta di abbandonare il principio classicista secondo cui la poesia può trattare
solamente argomenti elevati per mezzo di un linguaggio aulico. Pascoli mescola
semplicemente tra loro codici linguistici diversi, abolendo così la “lotta” fra le classi di parole.
Inoltre, utilizza una nomenclatura precisa per dare un risvolto simbolico ad ogni oggetto. La
MUSICALITÀ è un aspetto importante della sua lirica; riesce a cogliere il significato più
profondo che c’è dietro la natura. Essa viene data da onomatopee, anafore e allitterazioni.
Lo STILE IMPRESSIONISTICO mette in risalto le percezioni sensoriali. I componimenti sono
brevi.
Dal punto di vista della metrica, la metrica pascoliana è apparentemente tradizionale:
impiega i versi e le strofe più usuali della poesia italiana, ma appaiono frantumati al loro
interno a causa dell’uso frequente delle pause segnate dalla punteggiatura e degli
enjambements. Il poeta conduce anche una sperimentazione sul piano ritmico, non c’è il
ritmo petrarchesco o quello di Foscolo.
A livello delle figure retoriche, Pascoli usa un linguaggio analogico e la sinestesia. Un critico
letterario, Gianfranco Contini, identifica TRE TIPI DI LINGUAGGIO → ➢ Il linguaggio
grammaticale è quello della nonna, che viene utilizzato normalmente. ➢ Il linguaggio
pre-grammaticale è quello delle onomatopee (fatto di suoni e musicalità); nella poesia di
Pascoli rientrano con precisione il mondo della botanica, il mondo animale e lo studio degli
uccelli, l’ornitologia.
➢ Il linguaggio post-grammaticale è il linguaggio tecnico italo-americano.
Questi tre linguaggi spesso sono fusi tra di loro.
LE TEMATICHE
I temi più ripresi da Pascoli sono senza dubbio il nido, la natura, l'infanzia, la morte,
l’inquietudine e l’ingiustizia.
La natura appare al poeta come una presenza confortatrice di fronte al male della realtà, ma
rimanda anche immagini angoscianti di morte e si configura come un universo minaccioso.
Nella produzione di Pascoli troviamo liriche popolate da ELEMENTI NATURALISTICI:
❖ GLI UCCELLI DELL’ARIA, ai quali si collega l‘immagine del nido familiare e
simboleggiano l‘evasione dalla realtà, dominata dal male, verso una condizione di
felicità. Nelle tradizioni contadine è affidata a questi esseri le previsioni sulla vita e sulla
morte.
Per Pascoli gli uccelli sono INTERMEDIARI fra l‘uomo e il mistero che lo circonda. ❖ I
FIORI DEI CAMPI: sono legati al tema della morte o diventano il simbolo di una vita chiusa,
senza rapporto con il mondo esterno, dal quale possono giungere solo violenza e morte.
Pascoli tratta, però, anche il TEMA DELL’EMIGRAZIONE (uno degli eventi di quegli anni)
che considera una violazione del nido; tale tematica è trattata da Pascoli nel poemetto ITALY
(poemetto in cui, per la prima volta, una parola inglese costituisce il titolo di un testo della
letteratura italiana). Pascoli crede che per risolvere il problema dell’emigrazione sia
necessaria la GUERRA.
Nell’opera “La grande proletaria si è mossa” si discutono i VANTAGGI DELLA GUERRA →
➔ Secondo Pascoli, la guerra avrebbe eliminato l’ideologia della lotta di classe, in quanto si
combatte tutti uniti per un ideale, e avrebbe determinato il sentimento di identità nazionale
che mancava all’epoca.
➔ L'impresa libica era necessaria. Se l'Italia conquistava la Libia, essa diventava un’altra
patria del cittadino italiano, il quale non si sentiva più straniero in una terra straniera
perché si andava a creare un altro nido nazione, risolvendo così il problema dello
sradicamento del proprio nido.
MYRICAE
Myricae fu la sua PRIMA E VERA RACCOLTA POETICA.
Il nome del titolo deriva dal latino ed indica le TAMERICI, ovvero piccoli arbusti sempreverdi
che sottolineano il tono della poesia, la quale è umile, profonda, simbolica, ed è legata alle
piccole cose.
Si tratta di componimenti molto brevi che apparentemente sembrano QUADRETTI DI VITA
CAMPESTRE, però i particolari su cui il poeta fissa la sua attenzione non sono dati oggettivi
descritti in modo realistico, ma segnali che si caricano di sensi misteriosi. Nelle sue poesie
descrive ogni cosa che ha a che fare con il mondo contadino per questo motivo potrebbe
assomigliare ad un'opera verista. MA in realtà c'è un rapporto soggettivo, poiché il poeta
parla di un'esperienza personale con ciò che si vede.
Pascoli decide di descrivere quadretti di vita campestre poiché egli nella campagna ci trova
rassicurazione e lo aiuta a fuggire dal tormento, dall'inquietudine e dal disagio dell’esistenza.
In quest'opera emergono motivi georgici, ovvero richiama le Georgiche di Virgilio. Già a
partire da Myricae, Pascoli affronta il dolore causato dalla tragedia familiare.
TEMPORALE (1894)
(da Myricae)
E’ un componimento pubblicato nella terza edizione di “Myricae“.
È una BALLATA MINIMA di settenari, con schema A BCBCCA.
Si compone di 7 versi settenari, in cui il primo è isolato.
A prima vista è un QUADRETTO IMPRESSIONISTICO, tracciato mediante una serie di
rapide sensazioni uditive e visive. La sensazione di apertura è fonica: il brontolio lontano del
tuono (allude all’inizio di un temporale). Il termine onomatopeico "bubbolio" non viene
impiegato dall’autore allo scopo di riprodurre la realtà in modo oggettivo, ma si carica di
valore evocativo e suggestivo. Il SUONO DELLA PAROLA, infatti, assume una VALENZA
SIMBOLICA e sembra alludere a qualcosa di vagamente minaccioso, inquietante.
Segue poi una serie di sensazioni visive, che si impongono come intense pennellate di
colore, creano anche qui UN'ATMOSFERA INQUIETANTE, assumono una valenza allusiva
ed evocano qualcosa di cupo, minaccioso e angoscioso.
Sullo sfondo nero del temporale spicca la NOTA BIANCA DEL “CASOLARE” a cui viene
accostata l’immagine dell’ “ala di gabbiano”; è un perfetto esempio di linguaggio analogico
(accosta due oggetti che apparentemente non hanno nulla in comune tra loro). Pascoli usa
un linguaggio allusivo e analogico ed annulla tutti i legami logico-sintattici, accrescendo il
valore suggestivo della parola.
La nota di bianco del casolare possiede un valore simbolico: il colore bianco allude alla
speranza, ad un riscatto. Il nero che invade l’atmosfera e il rosso dei lampi evocano invece
oscure angosce (i colori vengono messi in risalto).
L’immagine dell’ala del gabbiano può essere vista come una metafora di una liberazione da
affanni e sofferenze della vita.
Temporale è un componimento breve → nella poesia diventa essenziale ciò che si scrive; la
punteggiatura dunque è fitta e marcata.
NOVEMBRE (1891)
(da Myricae)
La poesia, in un primo momento, venne pubblicata sulla rivista “Vita Nuova”; in un secondo
momento, essa venne inclusa nella prima edizione di Myricae.
In apertura si ha UN QUADRETTO DI NATURA, colto attraverso alcune sensazioni visive ed
olfattive. Ma in realtà questo paesaggio si colloca in un’altra dimensione: la realtà è diversa
dall’apparenza, E’ TUTTO UN’IMPRESSIONE.
Il poeta pone l’accento sull’inganno delle apparenze e sull’inganno della natura → a
novembre il clima sembra primavera, ma è solo un’illusione; si ha l’impressione che sia
tornata l’estate, ma è tutto frutto dell’immaginazione (si conferma così subito come la poesia
di Pascoli non si fermi mai al dato oggettivo, ma rimandi sempre a un mistero che si cela
dietro la realtà visibile).
Il poeta rappresenta un particolare periodo dell’anno, l’estate di San Martino, i giorni vicino
al 11 novembre (data in cui si celebra San Martino).
È una lirica di 3 ENDECASILLABI e 1 QUINARIO a rima alternata.
La lirica può essere divisa in 3 QUADRETTI, in cui ogni strofa coincide con un quadro → 1)
Nella prima strofa viene rappresentata l’immagine di una primavera illusoria, in cui sono la
luce, la vita, il colore e il calore a dominare. Le parole qui ripropongono quel senso di
luminosità e di chiarezza e conferiscono un’atmosfera del tutto serena e pura. 2) Nella
seconda strofa all’illusoria primavera subentra la stagione autunnale. Anche questo quadro
di natura NON è realistico; il poeta rende l’idea di ciò ponendo all’inizio della strofa un “ma”
→ un’avversativa rivela l’inganno della natura. Dietro il paesaggio si avverte la costante
presenza della morte: alla morte alludono i rami neri ed il cielo privo di uccelli, il terreno
sterile; ma anche il silenzio e il rumore delle foglie secche che cadono. Si ha un
capovolgimento delle immagini iniziali. 3) Nel terzo quadro si ha un’accentuazione delle
sensazioni di morte. La sinestesia “cader fragile” allude all’incertezza della vita, mentre
l’ossimoro “estate fredda” accentua le immagini di morte. Il termine “fredda” è in opposizione
simmetrica con “gemmea” all’inizio della prima strofa; con questi due termini il poeta vuole
ribadire l’opposizione tra la vita e la morte.
I POEMETTI
Un’altra IMPORTANTE RACCOLTA POETICA sono I Poemetti, divisi in Primi poemetti e
Nuovi poemetti. Si tratta di componimenti più lunghi, i quali presentano un taglio narrativo,
divenendo spesso dei veri e propri racconti in versi. Cambia la struttura metrica: ai versi
brevi subentrano le terzine dantesche, raggruppate in capitoli di varia estensione.
Anche qui l’ambiente della campagna assume rilievo dominante , in quanto essa appare al
poeta come un rifugio rassicurante, in contrapposizione alla realtà contemporanea. Il mondo
rurale pascoliano viene però idealizzato, a differenza del verismo, ignora gli aspetti più crudi
della realtà popolare, come la miseria o il bisogno. Il poeta si sofferma sugli aspetti più
quotidiani, umili di quel mondo.
Al di fuori di questo ciclo sulla vita di campagna si collocano numerosi poemetti che
presentano temi più torbidi, densi di significati simbolici. Un esempio è Italy.
Il primo Novecento →
Agli inizi del 900’, a causa del processo di trasformazione che caratterizza il bisogno di
rinnovamento artistico-culturale, mutano la poesia e la prosa, riprendendo spunti già
anticipati dal Decadentismo.
La lirica tende ad abbandonare gli schemi più rigi e rigorosi, basati sulla metrica e sulla rima,
per avvalersi del verso libero. La prosa tende a farsi soggettiva e predilige misure brevi. A
distruggerne completamente le forme sarà il Futurismo.
LE AVANGUARDIE STORICHE
Il termine «avanguardia» è tratto dal linguaggio militare e indica una colonna di soldati,
solitamente esploratori che vanno avanti per preparare la strada all'esercito. Nel campo della
letteratura si indicano con il nome di avanguardia quei gruppi di intellettuali, che si pongono
polemicamente e provocatoriamente in contrasto con la tradizione e con la società del loro
tempo, rifiutano in gruppo i modelli del passato e adottano linguaggi assolutamente nuovi e
rivoluzionari, compiacendosi di stupire e di scandalizzare il pubblico. Di solito gli intellettuali
d'avanguardia non operano individualmente, ma costituiscono dei gruppi che, pur essendo
talora agitati al loro interno da vivaci polemiche, si muovono lungo linee comuni. Le
avanguardie mirano a un rinnovamento totale della società, in questo senso l’avanguardia
presenta un evidente carattere militante.
IL FUTURISMO
Il Futurismo fa parte delle cosiddette avanguardie storiche che nel primo Novecento si
svilupparono nelle più importanti città europee come Parigi, Berlino, Zurigo, Mosca, Milano…
Nasce ufficialmente a Parigi il 20 febbraio 1909, quando Tommaso Marinetti pubblicò sul
giornale «Le Figaro», il PRIMO MANIFESTO FUTURISTA che contiene i fondamenti del
movimento.
A questo ne seguiranno, negli anni successivi, molti altri (circa cinquanta in tutto) che
investono i più svariati settori: dall'arte alla moda, dalla letteratura alla cucina, dalla politica al
cinema.
Il Futurismo vuole presentarsi infatti come ARTE TOTALE, cioè come un progetto che
coinvolge tutti gli aspetti della vita e della cultura.
Altro fondamentale principio a cui il movimento si ispira è la MODERNITÀ. Infatti, come
suggerisce il nome stesso, si propone di operare un rinnovamento totale all'insegna
dell'industrializzazione, della macchina, della velocità, del dinamismo in antitesi con ogni
forma di tradizionalismo.
La totale ADESIONE AL NUOVO implica altri due aspetti: il netto rifiuto della tradizione e
l'esaltazione della violenza, della guerra, del militarismo.
Oltre che per mezzo dei Manifesti, i Futuristi propagandavano le loro idee anche durante le
famose “serate futuriste” nel corso delle quali venivano in modo provocatorio recitate opere
letterarie, eseguite musiche e rappresentati testi teatrali futuristi.
L'intenzione dei futuristi era evidentemente quella di sorprendere e scandalizzare il pubblico
che reagiva a sua volta in modo violento alle provocazioni degli autori. La caratteristica era
l'eccezionale brevità: duravano infatti solo pochi minuti e per questo erano chiamati
SINTESI.
Nel campo della letteratura il Futurismo si oppose alla tradizione letteraria italiana ispirata a
un ideale di ordine, armonia ed eleganza e incarnato dalle famose «tre corone»: Carducci,
Pascoli, D’Annunzio.
Il Futurismo, che ha avuto i suoi centri principali a Milano, Roma e Firenze, si è sviluppato in
un arco di tempo abbastanza lungo che va dal 1909 al 1944, anno della morte di Marinetti.
Si possono distinguere due momenti: una prima fase «eroica» che giunge fino alle soglie
della prima guerra mondiale, e una seconda contrassegnata da importanti iniziative,
soprattutto nell'ambito delle arti figurative.
Sul piano letterario ha svolto una funzione di rottura nei confronti della tradizione
accademica e ha aperto la via al rinnovamento della poesia novecentesca. Ma, se si
escludono i Manifesti, non ha lasciato opere significative.
Non bisogna infine dimenticare che il Futurismo ha inciso notevolmente su poeti come
Ungaretti, che lo hanno «attraversato» per poi muoversi in altre e più personali direzioni.
Nel Manifesto tecnico della letteratura futurista infatti Marinetti proclama → ➢ la distruzione
della sintassi: viene vista come una gabbia che impedisce la piena adesione della letteratura
alla realtà.
➢ l'abolizione dell'aggettivo e dell'avverbio, visti come inutili ornamenti che limitano la
visione dinamica del mondo propria del Futurismo.
➢ l’uso del verbo all'infinito che dà il senso della continuità della vita.
➢ l'abolizione della punteggiatura, la quale viene sostituita da segni matematici per
accentuare certi movimenti e indicare la loro direzione, mentre la pagina è vivacizzata
da spazi bianchi, linee, cerchi, caratteri tipografici diversi disposti con massima libertà e
originalità.
➢ l'uso delle parole in libertà e dell'immaginazione senza fili. Le parole devono essere
collocate a caso sulla pagina, cosí come nascono nella mente dello scrittore; inoltre lo
scrittore accosta le immagini piú diverse, non vincolate da alcun filo logico in modo da
creare effetti sorprendenti. Vengono cosí realizzate le tavole parolibere, testi nei quali si
mescolano parole, disegni, colori, caratteri tipografici differenti in modo da riprodurre la
coesistenza delle sensazioni, la vitalità e il dinamismo della materia.
IL FUMO
(Capitolo III, La Coscienza di Zeno)
Il protagonista di questo romanzo è Zeno Cosini → è un INETTO: è un uomo di
cinquantasette anni che non è mai riuscito a inserirsi nella società rispetto al modello
borghese imposto e per giustificare la sua inettitudine cerca continuamente un alibi: si
convince così di essere affetto da una malattia e individua la causa di questa malattia nel
FUMO, che avvelena il suo organismo. Dall’altra parte lui vorrebbe essere un uomo normale,
forte, padrone di sé e delle sue azioni, e produttivamente inserito nella società. Per questo
motivo si ostina nel proposito di smettere di fumare ma non riesce a liberarsi del vizio perché
liberarsi da esso significherebbe verificare se è davvero capace di diventare l’uomo ideale.
Il vizio del fumo esprime nel susseguirsi di propositi e fallimenti la possibilità di comprendere
la MALATTIA DELLA VOLONTÀ: la malattia mette in luce l’incapacità dell’uomo di vivere e
di essere padrone di sé stesso e viene utilizzata come alibi per nascondersi dietro tale
atteggiamento.
Il FUMO non è soltanto una mania innocente ma rappresenta il sintomo di un vero e proprio
disturbo a livello psicologico (di una persona che non riesce a prendere una decisione).
Senza accorgersene, Zeno indica anche le CAUSE DEL SUO VIZIO quando racconta come
ha contratto l’abitudine di fumare: lui rubava al padre prima i soldi per le sigarette, poi i mezzi
sigari accesi da lui e lasciati in giro. Zeno è come se volesse appropriarsi della forza del
padre e di sostituirsi a lui. Per questo si obbliga a fumare nonostante il disgusto e il
malessere fisico. Per lui FUMARE rappresenta un modo per SENTIRSI UOMO e
ACQUISIRE LA SUA DIGNITA’ DI UOMO.
La rivalità con il padre e l’atteggiamento aggressivo nei confronti di quest’ultimo generano
SENSI DI COLPA, i quali vengono ricondotti da Zeno al fumo (la causa di tutti i suoi mali),
l’oggetto simbolico che fa comprendere cosa c’è nell'inconscio dell’uomo. L’uomo ha due
personalità che sono in lotta l’una contro l’altra, in cui una comanda e l’altra è schiava. A
comandare in questa lotta non è Zeno, ma l’immagine che lui ha del padre. Il Padre è
padrone e impone dei divieti.
Zeno, per rivendicare ed affermare la propria libertà dal padre, cerca di opporsi e non fumare
più, ma non ci riesce. Zeno vuole essere padrone e ottenere autonomia per non accettare
compromessi.
L’incapacità della scelta segna la condizione di inetto (l’inettitudine ritorna poiché chi si
adatta alla società borghese, ha accettato un compromesso). È un circolo vizioso dal quale
l’inetto non riesce a liberarsi.
L’autore non solo vuole deridere la malattia a scopo umoristico servendosi dell’ironia, ma
vuole anche mettere in luce i meccanismi profondi che dirigono i comportamenti e i pensieri
dell’uomo (di Zeno).
LA MORTE DEL PADRE
(Capitolo IV, La Coscienza di Zeno)
La figura paterna e il rapporto con il padre è essenziale per gli inetti di Svevo: il padre
rappresenta un’immagine solida, virile, sicura e gli inetti non possono coincidere con
un’immagine come quella paterna perché non riescono più a trasformarla in una
componente della propria personalità per ragioni non solo individuali ma anche storiche, in
quanto l'individuo borghese vive una crisi. Ciò porta difficoltà nel giovane nel momento in cui
diventa uomo e si deve liberare dal padre. LA FIGURA PATERNA perciò rappresenta
L’ANTAGONISTA, in quanto rappresenta il contrario dell’inettitudine.
(Gli uomini più incapaci sono quelli più legati alle mamme perché quando crescono, non
riescono a formare la propria famiglia, si sentono in condizione di dipendenza psicologica.)
All’interno del testo viene fatto un RITRATTO DEL PADRE (un’immagine terrificante, punitiva
e castratrice) e viene raccontata la famosa sequenza dello schiaffo del padre che scatena
sensi di colpa e mostra la tendenza alla menzogna e all’autoinganno di Zeno. Zeno vuole
inconsciamente essere inetto per riscattarsi, fuggire e contrapporsi al padre borghese. Zeno
vuole aggredire simbolicamente il padre. Nei confronti del padre è amore e odio: con
aggressività tenta di liberarsi dal padre ma fallisce.
Il padre viene colpito da una malattia che lo priva dei suoi poteri simbolici e della sua forza
fisica e si trasforma in un essere debole e indifeso. Dietro il dolore di Zeno, affiora
continuamente il desiderio che il padre muoia. Dentro di sé Zeno cerca di negare questi
pensieri per dimostrare a sé stesso la propria innocenza.
Zeno è il narratore e il protagonista della storia e si nasconde dietro un alibi e false
affermazioni per non far emergere la verità. La CONSEGUENZA è che egli ci offre una
prospettiva del tutto inattendibile, non si possono prendere per buone le sue affermazioni.
Ciò ci viene suggerito già all’inizio del romanzo, dalla prefazione del Dottor S. (Svevo) che ci
avverte delle verità e bugie: tutto ciò introduce nel racconto un elemento di ambiguità, di
dubbio e di indeterminatezza poiché non c’è nulla che confermi quello che viene detto.
ERMETISMO
Tra gli anni ‘20 e ‘30 si afferma questa espressione poetica, la quale è una manifestazione
del decadentismo (gli scrittori di questa fase hanno una sensibilità tipica del decadentismo)
ed è la poetica più rappresentativa del 1900.
Il termine ermetismo deriva da “Ermete”. La definizione venne coniata in senso dispregiativo
dalla critica tradizione, poiché Ermete (Mercurio) era il dio delle scienze occulte. L’uomo
comincia a provare una FORTE SOLITUDINE e una GRANDE DELUSIONE rispetto ai valori
della civiltà romantica e del positivismo, i quali non vengono più riconosciuti. I poeti vivono in
una realtà che non offre più certezze, non ci sono degli ideali e dei valori di riferimento;
hanno una visione della vita sfiduciata → questo senso di angoscia e smarrimento, che
l’uomo sente nella realtà che vive, porta con sé un FORTE DOLORE ESISTENZIALE.
La letteratura diventa un'attività totalizzante: non avendo più valori da celebrare, gli
intellettuali fuggono dalla realtà e si isolano nella letteratura, restando indifferenti rispetto ai
problemi della politica-sociale del tempo, ma tenendo sempre conto del problema storico,
caratterizzato dall'umiliazione dell’uomo con il fascismo → sotto il controllo del regime
fascista, nell’ambito letterario c’era un grande controllo dell’opinione pubblica e gli intellettuali
non erano liberi di esprimersi, venne imposta una legge che sopprimeva la libertà di stampa
(alle redazioni venivano consegnate delle linee, ovvero dei fogli con scritte le notizie da dire
e le indicazioni sul modo in cui le notizie dovevano essere date).
La POESIA ERMETICA è ALLUSIVA → non ha scopi celebrativi ma vuole svelare il
MISTERO che c’è dietro le cose; i poeti ermetici però sono incapaci di cogliere pienamente
una verità assoluta. La poesia ermetica viene dunque definita neo-simbolista per
sottolineare l'indecifrabile del messaggio.
Gli ermetici vogliono dare il giusto senso alla parola, quindi propongono di assumere una
connotazione molto minimalista ed essenziale, riprendendo l'ideale di POESIA PURA ma
abbandonando lo scopo educativo e pratico.
Il linguaggio ermetico è caratterizzato da una pluralità di significati che rende difficile la
comprensione del testo → il lessico è semplice, essenziale; la parola viene presentata nella
sua purezza, “innocenza”. Ciò che risulta difficile è capire l’allegoria, il significato, la
percezione che il poeta vuole comunicare. Per questo la parola viene definita CRIPTICA ed
evocatrice. I poeti ermetici utilizzano un LINGUAGGIO OSCURO, lontano dal linguaggio
comune (Ungaretti diceva “maggiore è la distanza dal quotidiano, maggiore è la poesia”).
La sintassi viene frantumata → rifiuta le costruzioni complesse, allineandosi allo sforzo di
cogliere l’attimo. La strofa infatti è spesso costituita dalla sola frase principale e non è
frequente la presenza di subordinate. La punteggiatura è quasi del tutto assente. NON ci
sono articoli o nessi logici: tra le strofe sono presenti spazi bianchi, vuoti che sostituiscono la
punteggiatura e segnalano una pausa nel discorso (essi evocano dal silenzio). I versi sono
liberi e brevi per dare il massimo risalto alla parola. La scelta dei metri nobili (endecasillabi e
settenari) è voluta perché è una poesia fatta per pochi, non tutti possono comprendere
questo linguaggio analogico che va oltre la realtà.
Gli ermetici vengono chiamati “artigiani della parola”: essi curano la parola e creano
capolavori dotati di grande musicalità.
Il tema centrale che si evidenzia nella poesia ermetica è proprio il SENSO DI DELUSIONE
DELL’UOMO rispetto a tutti gli ideali e valori della tradizione. Altre tematiche ricorrenti nelle
opere sono però IL SILENZIO, L’ATTESA o L’ASSENZA.
Sono tanti i temi che accomunano gli ermetici a Pirandello; tra questi troviamo:
L’INCOMUNICABILITA’ e L’ALIENAZIONE → in entrambi si prende coscienza di essere
ridotti ad un semplice ingranaggio della moderna civiltà di massa (vengono ripresi il concetto
di patria, il concetto di industrializzazione, la frustrazione dell’operaio, il contrasto con la
realtà quotidiana che è deludente e tutti i nostri sogni).
La poetica ha una funzione salvifica → è portatrice di un messaggio volutamente occulto,
nascosto perché VUOLE ESPRIMERE L’INESPRIMIBILE: gli intellettuali, attraverso un
linguaggio allusivo, vogliono proiettare la poesia in una dimensione senza tempo, lontana dal
quotidiano, dal contesto della storia.
“L’allegria” è una delle prime raccolte poetiche di Ungaretti, nella quale la componente
autobiografica emerge in modo chiaro.
L'Allegria
L’Allegria è una raccolta poetica di Ungaretti che nasce dalla fusione di due precedenti
volumi di versi: “Il porto sepolto” e "Allegria di naufragi”. Questa prima fase della produzione
ungarettiana è segnata da una FORTE COMPONENTE AUTOBIOGRAFICA. Le liriche del
Porto sepolto sono state tutte composte al fronte, nelle trincee del Carso, su cartoline in
franchigia, margini di vecchi giornali, spazi bianchi di lettere ricevute. Inizialmente questi
scritti non erano destinati alla pubblicazione, ma si configuravano come un quotidiano e
necessario esame di coscienza. Le fonti di ispirazione di questi versi sono: LA MEMORIA E
LA GUERRA. La guerra costringe a vivere nel precario confine tra la vita e la morte. Il
volume “Allegria di naufragi” rappresenta un continuo dei versi del Porto sepolto, nel quale
vengono ripubblicati versi di quest’ultimo volume insieme con altri. La scelta del titolo
costituisce un’espressione ossimorica: “allegria” si riferisce all’esultanza d’un attimo che può
avere origine soltanto dal sentimento della presenza della morte da allontanare
definitivamente; “naufragi” sta invece a indicare proprio l’effetto distruttivo della morte e
come tutto sia travolto e soffocato dal tempo. Nell’edizione definitiva Ungaretti rimuove il
secondo termine per sottolineare maggiormente l’elemento positivo.
MATTINA (1919)
dalla raccolta L’Allegria
La lirica, pubblicata per la prima volta nella raccolta “Allegria di naufragi” con il titolo “Cielo e
mare”, è un esempio di essenzialità lirica → la poesia è formata da due piccoli versi:
“M’illumino d’immenso”
Il poeta va alla ricerca dell’ASSOLUTO → nella brevissima sequenza, la presenza del poeta
(“M‘”) appare investita di una luce intensa (“illumino”), che si riflette attraverso l’intera
estensione dello spazio. Il dilatarsi della dimensione spaziale provoca una sensazione di
TOTALITA’ e PIENEZZA DI VITA che rappresenta uno stato di beatitudine e di grazia.
Ungaretti esprime la GIOIA INEFFABILE (inesprimibile, che non si può esprimere a parole)
del suo animo in contrapposizione con quello che si vive nel suo tempo → sentirsi parte
dell’universo lo porta a vivere in armonia, lo conduce alla SALVEZZA.
La MATTINA è l’istante preciso in cui avviene la fusione con l’assoluto. Tra il titolo e il testo
esiste un rapporto di corrispondenza analogica che riguarda gli indecifrabili legami fra il
tempo e l’eternità, il finito e l’infinito, il mortale e l’immortale.
L’autore, attraverso la sinestesia, accosta sensazioni diverse (la visione della luce, la
percezione del calore e l’intuizione dell'immensità).
La poesia è fatta di poche parole ma di una altissima potenza suggestiva; c’è l’eliminazione
del segno della punteggiatura (non è presente neanche il punto).
LE RIVISTE
Durante il regime si crearono importanti riviste, nelle quali gli intellettuali del tempo
prendevano parte a numerosi dibattiti culturali. Tra le più importanti si ritrovano le riviste che
difendono l’autonomia totale dell’arte e dell’intellettuale dalla politica (La Ronda) e quelle che
si confrontano con i valori del regime, facendosi portavoce, proponendo una critica interna,
oppure opponendo una visione radicalmente diversa.
GUERRA E GIORNALISMO
Durante la seconda guerra mondiale il CINEMA diventa un importante MEZZO DI
PROPAGANDA. In Italia negli anni ‘20 si assiste alla “fascistizzazione” dell’industria
cinematografica → una politica di intervento e di controllo diretto da parte del regime fascista
che promuove la realizzazione di opere autocelebrative. Con la nascita dell’istituto Nazionale
Luce si trasmettono in Italia e all’estero tutti gli eventi più significativi della storia del
fascismo. Importante è anche il ruolo della RADIO → negli anni ‘30, sia in Germania sia in
Italia, diventa l'organo di informazione quotidiana più importante.
Alla fine del secondo conflitto mondiale l’Istituto nazionale Luce vive una profonda crisi e
questa si ripercuote in tutto il cinema italiano. Tuttavia lo stato italiano interviene a sostenere
economicamente LA PRODUZIONE DEI DOCUMENTARI che in assenza della televisione
sono un elemento di legame tra il paese e il pubblico. Così, tra il luglio 1945 e l'ottobre 1946,
nelle sale italiane ricompare un cinegiornale con il marchio dell'Istituto, che ha assunto la
denominazione di Istituto Nazionale Luce Nuova.
Alla fine del lungo conflitto mondiale l'Italia repubblicana accetta il programma di
rifondazione, il "Piano Marshall", che prevede anche una campagna propagandistica, al fine
di innalzare il livello di speranza e la capacità di programmazione del futuro. Un ruolo
importante nel raccontare la guerra fu quello dei giornalisti/reporter di guerra che si
servivano dei reportage. Storicamente la figura del reporter di guerra nasce durante la
guerra di Crimea nel 1854 con le cronache dal fronte di William Russell → era un giornalista
irlandese che inventò le corrispondenze di guerra: la guerra per la prima volta venne
raccontata nella sua crudeltà e nella sua devastazione. Sono immagini molto lontane dalle
cronache celebrative che avvenivano per le campagne militari. A quel tempo gli articoli di
Russel contribuirono alla caduta del governo inglese e diedero voce all’indignazione
dell’opinione pubblica. Questi articoli portarono una schiacciante evidenza: l’informazione
era una delle più importanti armi a disposizione degli governi perché permetteva a creare e
pilotare il consenso delle masse.
Per questo motivo IL GIORNALISMO DI GUERRA poi si è dovuto confrontare con la
censura che è stata pressante soprattutto durante il periodo fascista → le notizie erano
selezionate per evitare che potessero suscitare e muovere le coscienze delle masse. Solo
dopo il ventennio fascista (con la riconquista della libertà di stampa, con un processo di
ricostruzione di un sistema più democratico dei mass media e con l’avvento delle nuove
tecnologie e della rete) il giornalismo di guerra ha tentato di proporre una lettura di
informazione libera con immagini, racconti e testimonianze.
A Ernest Hemingway si deve LA FUSIONE TRA CRONACA (giornalismo fatto di cose viste
sul campo e di personaggi ritratti sul campo) E IL RACCONTO → egli sottolinea la possibilità
che l'autorità si possa trasformare in un'opera letteraria. Egli era un giornalista e scrittore che
ricalca il modello di Jack London che vuole testimoniare il proprio tempo. Anche la figura del
giornalista cambia → è una figura vivificata perché esprime con grande passione una
riflessione politica e sociale e il GIORNALE acquisisce una NUOVA ESTETICA: diventa una
struttura di comunicazione e di riflessioni politico sociale.
Con Giuseppe Prezzolini la separazione tra giornalista e scrittore si fa sempre più sottile. I
due campi del giornalismo e della letteratura si fondono → la letteratura deve confrontarsi
sempre con l’attualità e la cronaca dei fatti si unisce con la capacità da parte dello scrittore di
raccontare. Il giornalismo non è solo informazione ma anche divulgazione e indagine e
trattazione, soprattutto quando si parla di argomenti di spessore come l’evento bellico.
Con Curzio Malaparte il reportage diventa un genere letterario: si tratta di un ARCHIVIO DI
VIOLENZA E DI SCANDALI DELLA GUERRA. L’autore descrive le cose che vede, ma
soprattutto le impressioni (come egli vede le cose). Dà una visione personale della guerra.
Il Paradiso, Dante
La Commedia
Il Paradiso è un nuovo regno della Commedia; è la città celeste, il regno dello spirito. È
costituito da NOVE CIELI, rotanti intorno alla terra (si segue la dottrina tolemaica secondo la
quale si trova al centro dell’universo) con un movimento che aumenta l’intensità sempre di
più dal primo all’ultimo. Gli angeli si trovano nell’empireo e man mano scendono e
incontrano Dante. L’empireo (il decimo ed ultimo cielo a partire dalla terra) è un cielo
immobile, immateriale e infinito, sede di dee e dei Beati.
Il Paradiso appare a Dante come un mare di luce → Dante fa un viaggio alla ricerca della
luce, di Dio e man mano incontra anime differenti tra loro: alcune appaiono fiammeggianti,
altre che danzano e ballano. Qui Dante arriva a contemplare il sommo bene. La materia nel
Paradiso è INEFFABILE → inesprimibile a parole, ciò che non può essere concepito
attraverso la parola. C’è un allontanamento dal tangibile, ossia ciò che può essere concepito
attraverso i sensi. Il compito di Dante è di rendere l’ineffabile: è impossibile raccontare per
chi scende dal Paradiso ciò che lui ha visto e vissuto.
Dante, nel procedere verso l’alto e giungendo al Paradiso, perde le certezze del mondo
tangibile → il salire non è un salire fisico, MA un desiderio (a Beatrice basta guardare in alto
con desiderio per raggiungere il luogo desiderato).
Abbandonando tutte le certezze, parla del REGNO DELLO SPIRITO.
Il regno dello spirito è di difficile comprensione perché non ci sono termini di paragone con la
vita terrena. Non è un luogo fisico, ma fatto di luce, di stelle.
Per umanizzare la materia sovrumana (ciò che non può essere compreso dal nostro
pensiero), Dante utilizza la LUCE e la MUSICA e mantiene sempre una LUCIDITA’
RAZIONALE; ciò gli permette di non abbandonarsi mai a un totale misticismo. La POESIA è
l’unica che può esprimere L’INESPRIMIBILE e rendere il mondo dello spirito
COMPRENSIBILE E CONCEPIBILE per i mortali.
Le novità
A livello metrico viene impostata la TERZINA DANTESCA → versi endecasillabi con rima
incatenata. La struttura della terzina è costituita da trentatré sillabe (il numero 3 allude alla
trinità, alla perfezione). Può essere rappresentata attraverso una figura spirale, ripropone lo
stesso viaggio che il pellegrino fa nell’ottica della purificazione per raggiungere la salvezza.
Dal punto di vista stilistico, è presente uno svariato numero di SIMILITUDINI → si ha la
ripresa della similitudine che stava decadendo all’interno della poesia medievale). Un’altra
novità è la LINGUA: non c’è un testo autografo, ovvero non esiste un testo originale
(abbiamo solo testimoni). Ma si può risalire alla lingua di Dante solo attraverso alla RIMA. E’
inoltre il PLURILINGUISMO poiché si usano diversi livelli della lingua: la presenza di
latinismi è molto ricorrente (esempio: il termine labor, in italiano lavoro, indica la fatica), ci
sono anche modelli linguistici intrecciati tra loro che furono attestati per la prima volta da
Dante, ma che resistono anche nei nostri giorni (esempio: fertile deriva dal latino ed indica
portare o l’aggettivo mesto che significa essere triste, addolorato).
La Commedia è il testo che ha permesso di introdurre i latinismi nella lingua comune.
CANTO I
I primi versi costituiscono il Proemio, il quale è costituito da:
➢ PROTASI → c’è un’invocazione alla musa
➢ APOTASI → parte destinata all’argomento
Si sviluppa in 12 terzine ed inizia con la perifrasi di Dio (c’è un giro di parole per arrivare ad
un concetto) → Dio viene menzionato nel primo verso, in quanto è colui che muove tutto
l’universo. Dante invoca Apollo (Dio della poesia) per chiedergli aiuto; spera di ricevere da
parte sua la corona di alloro (simbolo della gloria).
IL CANTO SESTO
È un canto politico → si ha L’EVOLUZIONE DEL TEMA POLITICO.
Nel corso della Commedia il tema politico si accresce, c’è una sorta di climax: si parte dalla
visione di Firenze divisa al tempo nell’inferno, per poi passare al purgatorio dove si ha
ancora una volta la denuncia di due fazioni (guelfi e ghibellini) che hanno portato alla
decadenza civile dell’Italia.
Nel paradiso viene affrontato il tema dell’ISTITUZIONE IMPERIALE e del RUOLO
PROVVIDENZIALE nel mondo per mostrare come le due fazioni dell’epoca (guelfi e
ghibellini) cercarono di appropriarsi del comando dell’impero.
Il protagonista di questo canto è Giustiniano → l’imperatore dell’impero romano d'Oriente
(dal 527 al 565 a.c), noto per aver istituito le leggi giuste. L’opera finale di Giustiniano fu il
Corpus Juris Civilis (opera scritta per diretta ispirazione divina), basata sull’importanza della
giustizia e delle leggi (secondo Giustiniano l’unità giuridica era la chiave per arrivare ad unità
politica) e necessaria per effettuare l’UNIVERSALIA’ DELL’IMPERO. Per la sua opera a
Giustiniano viene riconosciuta la RESTAURAZIONE DELLA TRIPLICE UNITA’ DELL’ITALIA
IMPERIALE: a livello bellico-territoriale per le varie conquiste, a livello religioso poiché l’unità
religiosa è il presupposto per l’unità politica (inizialmente Giustiniano era un monofisita,
credeva solo nella natura divina di Cristo; quando entra in contatto con la chiesa e con il
Papa comprende anche la natura umana di Dio) e a livello legislativo, in quanto con l’unità
giuridica si può procedere all’unità politica.
Giustiniano viene considerato il simbolo stesso dell’impero e l’ideale di imperatore che deve
portare nell’impero stabilità, giustizia, ordine, pace (ciò è anche la base dell’azione spirituale
della chiesa, ovvero condurre gli uomini verso la felicità).
Siamo nel secondo cielo o CIELO DI MERCURIO.
Mercurio è un pianeta piccolo (“è una piccola stella, verso 112) in cui scendono gli spiriti che
in vita erano attivi ed operanti soltanto per conseguire gloria terrena, onore e fama. Queste
anime si muovono silenziosamente; sono luce che si muove nel profondo della luce. Gli
spiriti vengono paragonati a dei pesci che convergono nella peschiera con la pastura (si
allude all’importanza dell’ACQUA, elemento utilizzato per la comprensione della materia
divina, ineffabile). Con questa SIMILITUDINE si allude al fatto che, nonostante il pianeta sia
piccolo, le anime convergono in tantissime su un unico punto.
Il discorso di Giustiniano occupa l’intero canto e può essere diviso in quattro parti → il
discorso inizia già nel canto precedente e termina nelle prime terzine del settimo canto. Nel
settimo canto, ad un certo punto del suo discorso, Giustiniano canta un inno di lode a Dio e
si dilegua danzando insieme alle anime mercuriali nell’Empirio per dirigersi verso Dio.
Questa danza era una componente necessaria nelle cerimonie e spettacoli sacri.
Attraverso l’aquila si ripercorrono le vicende dell’impero romano. L’AQUILA (“uccel di Dio”,
“sacre penne”) rappresenta il simbolo dell’insegna dell’autorità imperiale, simbolo dell’impero
romano e simbolo della giustizia. L’aquila ha il compito di guidare gli uomini verso la
salvezza e spianare le vie alla chiesa.
Dante parla anche di come Costantino va da occidente verso oriente (“contro il corso del
sole") nello spostamento della capitale a Costantinopoli e riprende la teoria dei due soli,
secondo la quale sia il papa che l’imperatore ricevono il potere da Dio e sono entrambi
importanti per il raggiungimento della felicità.
Dante sottolinea anche la decadenza di tutte le istituzioni politiche del suo tempo perché
sono queste la causa del disordine della giustizia nella quale si trova l’Italia. Polemizza
contro i guelfi e i ghibellini, considerati la causa dei mali del mondo.
In questo cielo Giustiniano cita anche l’anima di Romeo Villanova, un esempio di politico
devoto, corretto e fedele che venne respinto ed esiliato per ostilità dei suoi concittadini.
Anche lui si trova nel cielo di Mercurio.
CANTO 33
Dopo la guida di Virgilio, simbolo della razionalità, e di Beatrice, simbolo della teologia, ora a
guidare Dante è San Bernardo di Chiaravalle, che rappresenta il momento mistico, il
momento che mette in condizione l'uomo di guardare la divinità.
Ci troviamo nell’Empireo.
Il canto si apre con LA PREGHIERA ALLA VERGINE → San Bernardo prepara Dante
all’incontro con Dio, pregando la Vergine. Egli rappresenta la guida ultima che permette che
questo viaggio si concluda.
La Vergine rappresenta il tramite fondamentale tra l’uomo e Dio.
Dante penetra con lo sguardo nella luce di queste anime che sono disperse nella luce → è
come se Dante si fondesse nella perfetta armonia universale della luce di Dio. In un primo
momento c’è la lode alla Vergine. Questa preghiera è detta LODE OSSIMORICA: in questa
preghiera Dante sforza di risolvere tutti quegli aspetti oppressivi del limite umano attraverso
L’OSSIMORO → Maria è sia vergine che madre. Maria è figlia del suo figlio, perché creatura
di Dio e madre di Cristo, di Dio. È umile ed alta. C’è un ossimoro anche di Cristo: esso non è
solo creatore, ma anche creatura. Nella poesia di Dante l’ossimoro non è un artificio retorico
che serve per sorprendere il lettore, ma diviene il mezzo più efficace per illustrare la verità di
fede, la materia ineffabile che non sarebbe mai comprensibile. La rappresentazione
ossimorica di Maria dimostra come la logica umana non sia più sufficiente.
Inoltre, sono presenti DUE METAFORE (similitudini senza nessi connettivi) che disegnano la
Vergine attraverso il chiasmo: meridiana pace e fontana vivace.
Comincia poi, in un secondo momento, la supplica alla Vergine → l’invocazione di Dante per
ottenere la grazia della visione di Dio.
Questo brano è denso di simboli e metafore che sono connotate con il tratto semantico del
caldo → il caldo si collega con l’immagine della fecondità. C’è una rappresentazione
dell’amore come fuoco.
San Bernardo conclude la preghiera invitando Maria a posare lo sguardo su Beatrice perché
Beatrice, insieme a tutti gli altri beati del Paradiso, giunge come mediatrice affinché a Dante
sia data la più alta grazia → LA CONTEMPLAZIONE DELLA LUCE DI DIO.