PETRARCA
Vita
Francesco Petrarca è considerato il precursore dell'umanesimo grazie al
suo metodo di ricerca, lo studio degli autori antichi e la passione per la
classicità; è inoltre considerato una delle figure fondamentali della
letteratura italiana, soprattutto grazie alla sua opera più celebre, il
Canzoniere.
Petrarca nasce ad Arezzo nel 1304 in una famiglia di notabili, appartenenti
ai guelfi bianchi. La famiglia di Petrarca segue il papa ad Avignone, dove
era stata trasferita nel 1309 la sede pontificia, qui Petrarca entra in contatto
con un ambiente cosmopolita e moderno.
Nel 1327, in una chiesa di Avignone, avviene l'incontro con Laura,
probabilmente Laura de Noves, donna sposata con l'aristocratico Ugo de
Sade; questo fu quasi certamente l'evento più importante della sua vita e
ispirazione di gran parte della sua poesia. Laura non era però
semplicemente una figura reale, era il simbolo dell’immagine femminile il
cui nome richiamava il lauro, pianta sacra ad Apollo, dio della poesia.
Nel 1330 Petrarca assume lo stato di chierico, dandosi alla carriera
ecclesiastica, e inizia ad affrontare diversi viaggi, in
particolare Parigi e Roma, città importante per l'elaborazione del mito
della classicità.
Nel 1341 la sua crescente fama di letterato e umanista lo porta a un gesto
innovativo per l'epoca: si sottopone a un certame poetico, che gli viene
fatto dal re di Napoli, Roberto D'Angiò, che vaglia la sua preparazione
umanistica e poetica e lo incorona con l'alloro sul Campidoglio.
Nel 1348 in Europa scoppia la peste nera e tra i conoscenti di
Petrarca, muore anche Laura.
L'ambiente della corte pontificia appare al poeta sempre più soffocante e
nel 1353 si stabilisce in Italia, prima a Milano alla corte dei Visconti e poi
a Padova.
Nel 1374 Petrarca muore per un attacco di febbre, mentre sta completando
l'opera in volgare a cui ha dedicato la vita intera, il Canzoniere.
La maggior parte dell’opera petrarchesca è scritta in latino, a parte il
canzoniere e i trionfi; tale produzione viene solitamente suddivisa in due
gruppi: le opere religioso- morali e quelle umanistiche; tra le prime
rientrano il Secretum e de vita solitaria, tra le seconde rientrano invece le
raccolte epistolari, tra cui la celebre lettera sulla scalata al Monte Ventoso.
SECRETUM
il Secretum, (il segreto conflitto dei miei affanni); si tratta di un
dialogo tra Petrarca e Agostino, considerato la sua guida spirituale,
scritta in latino sul modello dei classici. Nel dialogo Petrarca si sdoppia
in due personaggi che diventano proiezioni della sua interiorità inquieta:
Francesco con le fragilità del peccatore che non riesce a staccarsi dai
beni terreni e Agostino, la coscienza superiore. Alla fine, Petrarca non
riesce a raggiungere una conversione, non ci sono certezze (come in
Dante) ma solo la crisi.
UNA MALATTIA INTERIORE: L’ACCIDIA SECRETUM II libro
L’accidia è considerata il più grave dei 7 peccati capitali.
Agostino chiede a Petrarca di descrivere il sentimento che prova, questo
assume le caratteristiche di una vera e propria malattia, un desiderio
sempre inappagato, un’inerzia morale che rende il poeta sempre triste, una
debolezza della volontà che annulla la possibilità di agire, ma anche una
rassegnazione che impedisce al poeta di riscattarsi.
Il dissidio è dovuto all’attaccamento ai beni materiali che contrasta con la
conversione spirituale (conciliare umano e divino)
L’AMORE PER LAURA: SECRETUM III libro
Agostino vuole liberare Petrarca dai due errori: l’amore per Laura e
l’amore per la gloria. Se Francesco vuole convincere Agostino che l’amore
per Laura ha funzione di elevare spiritualmente, Agostino lo convince del
contrario, si è trattato di un amore fisico (corpo non anima) che ha causato
il suo traviamento. Ritorna il tema dell’amor cortese/terreno che non può
conciliarsi con l’amore cristiano/divino (culto della donna VS Dio)
DE VITA SOLITARIA
Opera scritta nel 1346, opera religioso morale che tratta il tema della
solitudine, ma non come quella degli eremiti, (meditazione rinunce
preghiera) una solitudine che permette l’elevazione dell’animo con lo
studio dei classici e la poesia, un’esaltazione della solitudine occupata
dall’attività letteraria
L’IDEALE DELL’OTIUM LETTERARIO DE VITA SOLITARIA I
Il brano esalta la solitudine come opportunità di attività intellettuale, il
poeta si rivolge al vescovo Cabassole, suo amico. Il tema della vita
solitaria è presente in molte poesie. La solitudine è utile per il contatto con
la natura, la libertà e la presenza dei libri, la vita cittadina è vista come
fonte di fastidio e preoccupazioni tanto da diventare falsa. Nella solitudine
l’uomo si avvicina a dio, è in sintonia con l’universo e se stesso e può
dedicarsi all’esercizio letterario. La contrapposizione città campagna è un
tema caro ai classici, Virgilio, Orazio ..ma in Petrarca si aggiunge la
salvezza dell’anima, la vita eterna (umanesimo cristiano)
RACCOLTE EPISTOLARI
Petrarca si dedicò a raccogliere le sue lettere in prosa latina indirizzate ad
amici, intellettuali, grandi signori o ecclesiastici. Ne risultano 24 libri di
epistole Familiari e 17 Senili
L’ASCESA AL MONTE VENTOSO DALLE FAMILIARI IV, 1
La lettera racconta la scalata al Monte Ventoso vicino ad Avignone che il
poeta fece col fratello nel 1336, la lettera è indirizzata al Frate agostiniano
che gli aveva donato la copia delle Confessioni di sant’Agostino.
Il racconto ha un significato allegorico (exemplum): curiosità di scoprire il
mondo e le sue bellezze (un Ulisse dantesco), ma anche volontà umanistica
di emulare l’esperienza di Filippo di macedonia. Quando arriva in cima
però la vista del mondo esterno spinge il poeta a indagare su sé stesso, fare
un bilancio interiore (costante dell’esplorazione interiore), emerge il
doppio uomo che è in lui. Prende coscienza che la conquista del mondo
esterno non è importante quanto la conoscenza dell’interiorità. L’ascesa al
monte si rovescia, non è conquista del mondo esterno ma di sé stessi.
Canzoniere
Il Canzoniere è un'opera in volgare composta da 366 componimenti, di cui
263 composti prima della morte di Laura e 103 dopo la morte. Il
Canzoniere risulta quindi diviso in due parti: le rime in vita e le rime in
morte di Laura.
I componimenti sono per lo più sonetti, ma ci sono
anche ballate, canzoni e madrigali.
La raccolta non segue un movimento organico perché non illustra una
storia d’amore ma una serie di situazioni spirituali che delineano
un’elevazione della condizione del poeta e della sua interiorità.
Sono presenti due nuclei tematici: la celebrazione di Laura, che consiste
nella lode della sua bellezza fisica e delle sue virtù spirituali, splendide e
perfette, paragonate all’oro, ai gigli, alle perle, alla luce del sole; il dissidio
interiore che affligge il poeta (già trattato nel Secretum) in perenne
oscillazione fra sacro e profano, sempre in bilico fra le passioni terrene (il
desiderio di gloria e l’amore per Laura) e l’aspirazione a vivere secondo
l’ideale cristiano.
Il canzoniere, come il Secretum, non presenta solo una crisi individuale,
ma la crisi di un’epoca che vede il disgregarsi della spiritualità medievale
ma è ancora lontana da creare una civiltà nuova, quella umanistico-
rinascimentale.
Se la poesia del canzoniere risulta un groviglio di contraddizioni e
inquietudini che non hanno soluzione, dal punto di vista formale invece
risulta perfettamente equilibrata, limpida e armoniosa. La lingua di
Petrarca viene definita col termine unilinguismo, in contrapposizione al
plurilinguismo di Dante, proprio grazie alla sua armonia d’insieme dove
nessun vocabolo emerge sugli altri e nessun suono appare “aspro e fosco”
ma “soave e chiaro”. Il canzoniere inaugura una tendenza destinata a
durare per secoli nella letteratura italiana, cioè un ideale altissimo di
perfezione formale nell’espressione dei sentimenti.
LA FORTUNA DI PETRARCA NEL RINASCIMENTO
Petrarca ha esercitato grande influenza sulla cultura italiana per secoli.
I contemporanei lo esaltarono per le opere latine, mentre consideravano
minori quelle volgari (Canzoniere e Trionfi)
Nel 400 iniziò il fenomeno dell’imitazione della poesia petrarchesca
Nel 500 Petrarca divenne modello supremo della lirica in volgare, nacque
il fenomeno del petrarchismo per cui i poeti dovevano riprodurre il
modello del Canzoniere.
Fine 600 e 700 i poeti (tra cui Alfieri, Foscolo e Leopardi) guardavano a
Petrarca come modello per le loro liriche
Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
Il sonetto Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono, è posto come proemio
al Canzoniere ma risale probabilmente al 1347. Il poeta si volge indietro
per fare un bilancio della propria esperienza amorosa. Il bilancio è
negativo poiché ritiene un errore aver amato oscillando tra speranze e
dolore. Nella seconda quartina vi è la speranza di trovare compassione e
pietà nei lettori che hanno commesso lo stesso errore e provato gli stessi
sentimenti.
L’ultima terzina sintetizza il bilancio negativo: l’amore è follia nel seguir
le cose vane, ne deriva vergogna e da questa, pentimento e poi
consapevolezza della vanità di tutte le cose. Il sonetto si conclude in modo
biblico: che quanto piace al mondo è breve sogno.
Il sonetto esprime chiaramente il carattere del canzoniere: il groviglio di
contraddizioni e sensi di colpa espresso in forme armoniose e perfette,
tanto che il lettore non ha la percezione del caos perché tutto è regolato
dalla perfetta architettura dei versi.
E’ evidente la bipartizione tra quartine e terzine: in coerenza con il tono
duro della seconda parte del sonetto, le due terzine risultano più secche,
mentre le quartine, caratterizzate da speranza e pietà, suonano più dolci,
con rime a sillaba aperta (nelle terzine invece le rime sono a sillaba
chiusa),
Nella strofa finale si nota un uso delle coordinate del polisindeto per
rendere incalzante il ritmo e sottolineare la sequenza logica della
conclusione: vaneggiare-vergogna-pentimento-conoscere chiaramente.
Il senso della precarietà della vita e il passare del tempo inesorabile, che
chiude il sonetto, è dato anche dall’uso dei tempi verbali, il passato e il
presente oscillano tra la vita passata dell’errore e la vita presente del
pentimento.
Se la mia vita da l’aspro tormento.
PARAFRASI
Se la mia vita si può difendere tanto a lungo dal tormento,
e dagli affanni ,
che veda per effetto della vecchiaia,
donna, offuscato lo splendore dei vostri occhi,
e i capelli biondi fini diventare colore bianco (imbiancarsi),
e tralasciare gli ornamenti e i vestiti adatti all’età giovanile,
e scolorirsi quel viso che ora mi infonde tanta timidità,
che nei miei mali appena ardisco di lamentarmi:
finalmente mi darà tanto coraggio Amore
che io vi rivelerò le mie pene d’amore
quali sono stati gli anni, e i giorni e le ore;
e se il tempo (età avanzata) si opporrà ai desideri amorosi,
almeno verrà al mio dolore
qualche conforto di sospiri tardivi.
La poesia presenta originalità rispetto alla lirica cortese o dantesca perché
la donna è una creatura tutta terrena e sottoposta all’azione del tempo, il
poeta immagina se stesso e Laura nella vecchiaia (tema ripreso in erano i
capei d’oro). Nella vecchiaia Amore gli darà il coraggio di confessare a
laura le sue sofferenze, così almeno il suo dolore troverà conforto nella
pietà della donna
I temi sono due: umanizzazione della donna e inesorabile trascorrere del
tempo. I primi undici versi sono un unico periodo ipotetico, a sottolineare
il tempo dedicato a fantasticare il futuro. Amore rima con dolore, a
sottolineare l’identificazione dei due sentimenti.
Solo e pensoso i più deserti campi
È uno dei sonetti più celebri del "Canzoniere", composto probabilmente
nel 1342, in cui Petrarca descrive se stesso intento a camminare in luoghi
remoti e selvaggi, nel tentativo di evitare il suo tormento interiore e,
soprattutto, per non mostrarlo agli altri. La natura rappresentata non è una
natura reale poiché la scena si colloca al di fuori dello spazio e del tempo
in una dimensione puramente interiore. Il poeta non trova conforto alle sue
sofferenze perché il pensiero d’amore lo accompagna dovunque, la sua
sofferenza non trova pace. A livello formale, troviamo una simmetria
binaria che riflette perfettamente il dissidio interiore del poeta che è come
diviso in due,
Le quartine, infatti, sono divise simmetricamente in due coppie di versi;
due coppie di aggettivi (solo e pensoso, tardi e lenti) sono in esatta
simmetria tra loro; due metafore (spenti e avampi), le uniche due del
sonetto, hanno significati opposti e sono legate dalla legge binaria
dell’antitesi
Il ritmo del sonetto è estremamente fluido e musicale, fluidità rimarcata
anche dall’ omogeneità delle vocali accentate all’interno dei versi.
Padre del ciel, dopo i perduti giorni
(1338) parafrasi:
Padre del cielo, dopo i giorni sprecati,
dopo le notti spese in inutili pensieri d'amore,
accompagnato della bruciante prepotente passione che mi accese il cuore
osservando gli atti di Laura, così aggraziati per mia sventura
vi chiedo di fare in modo con la tua luce che io ritorni
ad una vita diversa e ad azioni più belle in virtù di un’illuminazione
così che, dopo aver teso inutilmente le reti per catturarmi
il diavolo mio avversario resti sconfitto.
Ora comincia, signore mio, l'undicesimo anno
da quando sono stato sottomesso all'opprimente amore
che è più crudele con chi è più arrendevole
Abbi misericordia del mio indegno tormento;
riconduci i miei pensieri che seguono falsi obbiettivi su quelli migliori
ricorda a loro che tu in questo giorno fosti crocefisso.
Il tema richiama le analisi interiori del Secretum. L’amore è visto come ossessione,
schiavitù che spreca l’esistenza e impedisce una vita autentica. Nasce il bisogno di
purificarsi con attenzione a oggetti più degni e più alti (riprende voi ch’ascoltate,
vaneggiando). Ritorna il tema dell’oscillazione fra passato/errore e futuro/liberazione
e riscatto. Il sonetto ha la struttura di una preghiera, un’invocazione a Dio una specie
di confessione con richiesta dell’aiuto divino per sconfiggere l’avversario, apertura e
chiusura si rifanno al padre nostro e miserere.
Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
1342 PARAFRASI
I capelli biondi come l’oro (di Laura) erano sparsi al vento, che soffiando li
avvolgeva in tanti dolci giri, e la bella luce di quegli occhi, che ora sono così privi di
luminosità, splendeva straordinariamente;
e il viso mi sembrava (v. 6: “mi parea”) assumere un’espressione di benevolenza nei
miei confronti, ma non posso dire con certezza se ciò fosse vero o falso: io che avevo
confitto nel petto il dardo dell’amore, cosa c’è da stupirsi se subito ne avvampai?
Il suo incedere non era quello di un corpo mortale, ma di uno spirito angelico, e la sua
voce aveva un suono diverso da una soltanto (pur) umana;
una creatura del cielo, un sole vivente fu quello che vidi; e anche nel caso in cui non
avesse più quell’aspetto, di certo la ferita procurata da una freccia non si risana solo
perché la corda dell’arco, dopo il colpo sferrato, si allenta.
Il sonetto ha per tema l’apparizione della donna in tutta la sua bellezza, come
guinizelli (voglio del ver la mia donna laudare) o dante (tanto gentile), secondo le
convenzioni cortesi e stilnovistiche. La differenza sta nel fatto che la donna di
Petrarca è proiettata nel passato, in un tempo remoto e imprecisato che sopravvive
soltanto nella memoria, in un ricordo dai contorni sfumati. La Laura-dea era quindi
tale al momento dell’incontro e non adesso che è invecchiata, come brevemente
ricordano gli ultimi due versi: prevalgono i tipici temi petrarcheschi del trascorrere
inesorabile del tempo e della caducità delle cose terrene. In secondo luogo è evidente
la natura illusoria e non autentica della visione descritta, come dimostrano le
frequenti espressioni di dubbio: non so se vero o falso, mi parea, se non fosse or tale.
La novità è che Laura è una donna che invecchia e sfiorisce (a differenza di
Beatrice)
Chiare, fresche e dolci acque
1340-1 PARAFRASI
Acque limpide e fresche, d’acqua dolce come lo siete nella mia memoria, dove il suo
bel corpo pose Laura, colei che a me sembra l’unica degna di essere definita donna;
nobile ramo, dove lei ebbe piacere di (ne sospiro ancora al ricordo) appoggiare il bel
fianco come si fa a una colonna; erba e fiori dove la veste leggiadra ed elegante e
l’angelico seno di Laura si distendevano; aria del cielo, serena, limpida e resa sacra
dalla presenza di Laura, dove Amore grazie agli occhi di lei mi aprì il cuore: ascoltate
tutti le mie dolorose ultime parole.
[vv. 14-26] Se il mio destino è questo, e il cielo vuole che tale sia la mia sorte, che
Amore chiuda per sempre le palpebre dei miei occhi mentre da esse sgorgano
lacrime, una qualche grazia divina faccia in modo da far seppellire il mio corpo
tormentato qui fra di voi elementi naturali, e l’anima priva del corpo torni alla sede
celeste da cui proviene. La morte sarà per me così meno dolorosa, se potrò portar con
me questa speranza nel momento del passaggio misterioso che conduce all’aldilà:
perché il mio spirito, ormai sfiancato, non potrebbe mai rifugiarsi in un approdo più
sereno (del cielo), né in una sepoltura più tranquilla (di quella in questa valle)
separarsi per sempre dalle mie ossa e dalla mia carne consumata.
[vv. 27-39] Verrà forse il giorno in cui in questo luogo già da lei visitato, tornerà
Laura, come un magnifico e docile animale dei boschi, e là verso il punto in cui mi
scorse in quel giorno benedetto in cui io la incontrai, volgerà lo sguardo serena e
desiderosa, per vedere se ci sono: e, vista dolorosa!, riconoscendomi come già parte
della terra fra i sassi Amore le faccia nascere dentro un sospiro di languore così dolce
da chiedere pietà per me e convincere persino la giustizia divina, che la osserverà
asciugarsi gli occhi in lacrime col bel velo.
[vv. 40-52] Dai rigogliosi rami di questo luogo scendeva (pensiero dolce da
ricordare) una pioggia soave di fiori sopra il suo grembo; e lei stava seduta umile
persino in un quadro che le infondeva così tanta gloria, già ricoperta della nuvola di
fiori suscitata da Amore. Un fiore si posava sul lembo della veste, uno sulle trecce
bionde, che quasi oro fino (il colore dei capelli) e perle (i fiori bianchi che le si
posavano sopra); sembravano quel giorno a vederle; uno per terra e uno sulle acque;
uno volteggiando nell’aria trasportato dalla brezza sembrava potesse essere capace
per dire: “Qui regna Amore”.
[vv. 53-65] Quante volte dissi allora pieno di stupore a tale vista: “Questa donna deve
sicuramente proviene dal paradiso”. Mi avevano a tal punto fatto dimenticare di tutto
il resto, il suo divino portamento, il volto, le parole, il dolce sorriso, e tanto avevano
trasportato la mia vista al di sopra della realtà del mondo, che io sospirando ero
capace di pronunciare le sole parole: “Come sono arrivato qui, e quando?”, credendo
di essere giunto in paradiso, e non là dov’ero. Da allora amo quest’erba verdeggiante
al punto da non trovare pace in nessun altro posto.
[vv. 66-68] Canzone, se tu fossi bella e ornata quanto ambisci ad essere per
descrivere ciò di cui tu parli, potresti impavida e senza vergogna uscire da questa
valletta boscosa e andare fra la gente, a farti conoscere ed ascoltare
La canzone 126 rappresenta il componimento più celebre della raccolta, la
poesia di Petrarca più amata da secoli di suoi lettori, in assoluto i versi più puri e
tersi dell’intero Canzoniere. Come in erano i “capei d’oro”, si evoca l’immagine
della bella donna attraverso la memoria e l’elenco dei particolari fisici (rimando alla
tradizione di poesia amorosa) che non definiscono una figura concreta. Altrettanto
stilizzata è la natura, un luogo idealizzato non descritto nelle sue forme o colori.
Dimensione del sogno. Ma laura non è beatrice, non è carica di significato teologico,
anzi è una bella donna oggetto di desiderio sensuale
l’episodio rievocato è quello del poeta che assiste per caso al bagno di Laura nelle
acque del fiume Sorga. Impossibile stabilire quanta parte di realtà biografica, e quanta
invece di invenzione letteraria, siano presenti nella vicenda ricordata.
Nel lessico si nota l’unilinguismo di petrarca (contrapposto al plurilinguismo di
dante): tanto selezionato da sembrare povero; il ritmo è musicale e la canzone
presenta proporzioni perfette e simmetrie. Come sempre le lacerazioni dell’io sono
ricomposte con l’armonia della forma.
ZEFIRO TORNA, E L’BEL TEMPO RIMENA
1352 PARAFRASI
l vento primaverile Zefiro ritorna, e riporta con sé il bel tempo, il fiorire della natura,
che sempre lo accompagna, il garrire delle rondini e il pianto dell’usignolo, la
primavera dai colori bianchi e rossi (i colori dei fiori).
I prati diventano rigogliosi, e il cielo si rasserena, i pianeti Giove e Venere si
avvicinano, quasi che il dio fosse contento di stare accanto a sua figlia e guardarla.
Gli elementi naturali sono pieni di un sentimento amoroso e ogni essere vivente torna
ad amare.
Ma per me, sventurato, tornano i sospiri più angosciosi, che fa uscire dal mio cuore
quella che ne possedeva le chiavi, e che ora che è morta le ha portate con sé in cielo;
e il canto degli uccelli, il fiorire dei prati, le dolci movenze di donne belle e cortesi
sono per me aridi come un deserto, bestie crudeli e selvagge.
Il sonetto è costruito su antitesi: la primavera porta rinascita, gioia e amore ma il
poeta per contrasto è escluso da ciò, (perché il tempo felice dell’anno è periodo di
lutto per Petrarca che in esso, precisamente in aprile, ha visto la scomparsa
dell’amata Laura).
Anche lo stile rende l’antitesi: agilità veloce del polisindeto nelle quartine lascia il
posto agli incisi ed enjambements delle terzine per esprimere la sofferenza del poeta
I TRIONFI
Un poema allegorico in volgare che rimanda alla Commedia dantesca, il poeta narra
di assistere alla sfilata di varie figure allegoriche (amore, pudicizia, morte, fama,
tempo, eternità) al cui seguito compaiono personaggi esemplari
I trionfi, come secretum e rime, vorrebbero offrire il percorso di una conversione per
raggiungere la salvezza, ma in questa opera il poeta (sul modello della commedia) si
eleva a un piano universale (non solo lui ma tutti gli uomini) L’opera vuole
rappresentare in chiave allegorica la vita umana, dalla lotta contro le passioni alla
consapevolezza della fugacità delle cose terrene, alla finale vittoria dell'Eternità.
La morte di laura (dal trionfo della morte)
Il Trionfo della Morte: qui il poeta rievoca eroi e popoli scomparsi e ricorda la
morte idealizzata di Laura
Il brano descrive la morte di Laura a causa dell'epidemia di peste del
1348, avvenuta secondo la ricostruzione dell'autore all'alba del 6 aprile (quindi
nello stesso giorno in cui c'era stato il loro primo incontro nel 1327, nella chiesa di
S. Chiara ad Avignone): il dettaglio è probabilmente frutto di una rielaborazione
letteraria, così come l'intera scena che è inserita in un impianto allegorico, con la
Morte descritta come una donna nerovestita che si avvicina a Laura e le
preannuncia il trapasso imminente, e con la donna che si sottomette umilmente
alla volontà di Dio.
Il passo contiene numerosi riferimenti alla letteratura classica, a cominciare dal
particolare della Morte che strappa un capello biondo di Laura che rimanda a
Virgilio (Eneide, IV, 693-705), quando la dea Iride fa la stessa cosa per porre fine
all'agonia di Didone che si è trafitta con la spada dono di Enea; la morte di Laura è
tuttavia assai più serena dell'eroina virgiliana, poiché essa mantiene gli "occhi
asciutti" e non piange come le altre donne presenti, inoltre accetta la volontà di
Dio preparandosi a cogliere il frutto della sua vita virtuosa, venendo in seguito
descritta come beata.