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ITALIANO

LEOPARDI:
VITA: nasce a Recanati nel 1798 dal conte Monaldo Leopardi e dalla
marchese Adelaide Antici e cresce nel paesino delle Marche insieme ai
fratelli Carlo e Paolina. Il padre è una figura autoritaria che attribuisce una
grande importanza allo studio mentre la madre è, a causa della sua
educazione religiosa, una persona insensibile e feroce indifferente per la
felicità e la salute dei figli, un esempio di come la religione cristiana
diventi contraria alla Natura se si trasforma in un esercizio della ragione.
La rappresentazione della madre nello Zibaldone è iperbolica, con la
descrizione di una madre che giunge a sperare nella morte dei suoi stessi
figli per far sì che non siano esposti al peccato. Nel 1817 entra in
corrispondenza con il letterato Pietro Giordano e nello stesso anno inizierà
a scrivere i suoi pensieri e riflessioni in quaderni denominati “Zibaldone
dei pensieri”, che proseguirà fino alla morte dell’autore. Intorno i
vent’anni inizia a manifestare i primi segni della malattia, molto
probabilmente una tubercolosi ossea. Nel 1822 visita Roma, città che gli
appare frivola e intellettualmente arretrata, per poi visitare le altre
importanti città italiane, stringendo amicizia con il letterato Antonio
Ranieri, morendo a Napoli nel 1837.
KIERKEGAARD FEUERBACH

ZIBALDONE: il titolo significa un “insieme confuso di cose” e


costituisce un diario personale dalla natura disorganica in cui Leopardi
scrive di molteplici argomenti (filologia, filosofia, letteratura). La struttura
frammentaria e asistematica dell’opera si deve al particolare metodo di
indagine intellettuale di Leopardi, per il quale la ragione non è sufficiente
per cogliere il cuore delle cose ma necessita anche dell’immaginazione e
del sentimento. Il modo di pensare di Leopardi è allo stesso tempo
analitico e sintetico, la mente analizza e procede logicamente nelle sue
deduzioni a partire dall’esperienza ma non può fare a meno della forza
dell’immaginazione, capace di cogliere con immediatezza i rapporti e
rendere corporeo il pensiero più astratto. Il pensiero di Leopardi è una
forma di pensiero in movimento, osservabile dalla presenza di
affermazioni discordanti, ma a rimanere costante è l’impulso inesauribile
verso un’autentica conoscenza. Inoltre l’andamento del pensiero
leopardiano tende dal particolare al generale, andando alla ricerca di
risposte sulla “natura” (physis, l’intero universo): lo sguardo parte dall’io,
si estende a tutti gli uomini e infine all’intero sistema cosmico. L’interesse
centrale del suo pensiero può essere rintracciato nella questione della
felicità, problema posto a partire dal suo opposto, l’esperienza
dell’infelicità. Leopardi ha coltivato sin da piccolo sogni di grandezza e di
gloria ma si è ben presto dovuto scontrare con la realtà ostile. L’infelicità è
dunque la legge universale a cui nessun essere vivente si può sottrarre, la
vita è male. Leopardi sviluppa nel 1820 una teoria del piacere: il desiderio
di godere del piacere materiale si scontra con l'insufficienza di ogni cosa a
soddisfare tale desiderio e questa tendenza al piacere, alla propria felicità,
non ha mai fine fino alla morte. Il problema è che nessun piacere può
soddisfare questo desiderio infinito perché gli esseri viventi possono fare
esperienza soltanto di piaceri limitati che, una volta realizzati, non
realizzano le aspettative ma creano solamente un “vuoto nell’anima”.
L’uomo ha però sviluppato una via d’uscita, l’immaginazione che consente
all’uomo di proiettare il suo desiderio di piacere nel futuro, una facoltà che
si spinge oltre l’apparenza e riesce a cogliere la bellezza invisibile delle
cose. Leopardi in un primo momento concepisce la Natura come un
principio benevolo, opposto alla ragione, che permette di raggiungere la
felicità attraverso l’illusione e l’immaginazione: la Natura aveva creato gli
esseri viventi perché fossero felici e godessero della bellezza delle cose
immersi nell’immaginazione e nella fantasia ma, il progresso della civiltà,
potenziando le risorse della ragione, ha ridotto la facoltà immaginativa
dell’uomo facendolo precipitare nell'infelicità. Nel 1824 avviene un
radicale cambio di opinione: il punto di partenza è la constatazione
dell’infelicità assoluta e irrimediabile dell’uomo e la constatazione che in
natura è presente una contraddizione fondamentale che smentisce il
principio aristotelico secondo cui “non può una cosa insieme essere e non
essere”. L’uomo si trova nella condizione di esistere e di essere infelice, il
che comporta che sia meglio che non esista. La Natura ora è assunta come
un principio maligno, un meccanismo cieco di produzione e distruzione
che condanna gli uomini all’infelicità, diventata ora la condizione
universale di tutti gli esseri umani in tutte le epoche. Il male assume non
solo la forma di sofferenza ma anche di noia, quel “vuoto dell’anima” che
coincide con l’inattività e la mancanza di energia. Nella parte finale della
sua vita porterà all’estrema conseguenza la tesi della Natura matrigna
come vera origine del male nel mondo, finendo per sostenere che la
comune sofferenza degli uomini impone di considerarli tutti come vittime.
La ragione, svelando la malignità della natura, deve generare un
atteggiamento di solidale compassione nei confronti dell’umanità: gli
uomini dovrebbero avere il coraggio di individuare nella natura la sola
nemica, cessando di muoversi reciproca guerra e scegliendo di aiutarsi l’un
l’altro nella lotta quotidiana della vita. Nonostante in alcuni passaggi,
come quello in cui descrive un giardino che, nonostante la quantità di vita
che possiamo scorgere, è pieno di “vita triste e infelice” (ribaltando il
topos del locus amoenus) e risulta un luogo peggiore di un cimitero
(mostrando come se la vita è dolore, restare vivi è peggio di morire), nella
parte finale della sua vita finisce con il sostenere che il suicidio vada
rifiutato in quanto non farebbe altro che accrescere il male nel mondo.
Nietzsche dice di Leopardi che è il prototipo del “nichilista passivo e
romantico”, anzi è il “primo nichilista benché non perfetto d’Europa”. Nel
1821 scrive che “In somma il principio delle cose , e di Dio stesso, è il
nulla”: nulla per Leopardi è la disperazione per l’inconsistenza di tutte le
cose, “Tutto è nulla, anche questo mio dolore che passerà in un certo
tempo e s’annullerà”. Leopardi smaschera l’equivoco del pensiero
occidentale: se la verità è il nulla, è l’annientamento, nessuna salvezza può
venire dalla verità, neppure quella che consiste per i mortali
nell’accettazione della propria sorte a fronte della realtà svelata come non
essere sub specie aeternitatis. “Nessuna cosa è assolutamente necessaria,
non v’è ragione assoluta”, l’assoluto è sciolto dal fondamento ultimo, dal
principio. Ed è dunque voragine che tutto accoglie e tutto annienta, “abisso
orrido, immenso”, tutto finisce nel nulla, tutto inizia dal nulla. La poesia
per Leopardi non nasconde e mistifica la coscienza del male di vivere e del
nulla ma, al contrario, la poesia rivela e dà voce, facendo come la natura:
simulando, fingendo, ma così facendo porta a consapevolezza la
mistificazione universale, esibisce gli inganni cui sottostà tutto il vivente,
dice la verità dell’apparenza. Il pensiero leopardiano si forma sulla
tradizione del materialismo e dell’empirismo, rifiutando ogni spiritualismo
e approdando a un radicale ateismo. Leopardi sostiene una posizione
eterodossa nel dibattito tra classicisti e romantici in quanto l’elogio dei
classici è sempre compiuto a partire da una sensibilità “romantica”, tanto
che si può parlare di un “classicismo romantico”: l’esaltazione della forza
creatrice della fantasia, la centralità del soggetto, la costante tensione verso
il superamento dei limiti della realtà, la valorizzazione della lirica, sono
tutti temi romantici.
NIETZSCHE SCHOPENHAUER FREUD MARX ROMANTICISMO
ROMANTICISMO LUCREZIO SENECA BNW SCIENZE DELLA TERRA

CANTI: poesia e pensiero procedono in una stretta unione, in un dialogo


reciproco e ininterrotto tra la dimostrazione logica e l’intuizione poetica: si
può parlare di pensiero poetante, in tutta la poesia di Leopardi si vede
quest’anima che lotta contro un mondo insufficiente a soddisfare le sue
esigenze di vita, un io che contiene in sé un desiderio di verità. Poeta e
filosofo coincidono nello scopo, quello di conoscere la realtà mettendo in
relazione i particolari per giungere a una conclusione generale. Le poesie
di Leopardi sono riunite nei Canti, pubblicati per la prima volta nel 1831 e
chiamati così per richiamare al genere lirico, l’espressione libera
dell’animo dell’uomo capace di consolare attraverso la bellezza della
parola anche l’uomo privo di cultura. All’interno del corpus poetico sono
rintracciabili 5 nuclei fondamentali: 1) le canzoni, scritte dopo l’incontro
con Pietro Giordano nel 1818, che hanno temi patriottici e vogliono
esortare a imitare le virtù degli antichi per contrastare la decadenza
dell’Italia e hanno uno stile alto e difficile mentre la forma metrica è quella
della canzone tradizionale; 2)gli idilli, componimenti dall’ambientazione
agreste usato da Leopardi per indicare la rappresentazione di un paesaggio
che è allo stesso tempo esteriore e interiore, che trattano argomenti privati
e soggettivi (l’infelicità, il crollo delle illusioni giovanili, il ricordo del
passato come conforto) e sono scritti in endecasillabi sciolti, con una
sintassi e un lessico semplici, testi brevi e la presenza di molte parole
appartenenti ai campi semantici del vago e dell’indefinito; 3)i canti
pisano-recanatesi, che trattano di riflessioni di carattere universale a
partire da esperienze personali o da avvenimenti comuni e quotidiani; 4)il
“Ciclo di Aspasia”, scritti dopo il fallimento amoroso con Fanny Targioni
Tozzetti, in cui l’amore è trattato come un sentimento che suscita nobili
sentimenti ma anche amara delusione; 5)gli ultimi canti, dallo stile
energico, in cui affronta temi filosofici e politici criticando le tendenze
culturali del tempo e la loro concezione positiva del progresso,
concependo la ragione come uno strumento necessario per comprendere la
condizione umana e generare sentimenti di solidità.

2)“L’infinito” è il primo dei 5 Idilli ed è stata composta a Recanati nel


1819, anno in cui per Leopardi l’immaginazione è l’unica provvisoria via
d’uscita dall’infelicità, che oltrepassa i limiti della ragione umana e
permette di sentirne meno dolorosamente la finitezza. Ne sono dotati
maggiormente coloro che sono più lontani dalla ragione (i fanciulli, gli
ignoranti, gli uomini antichi) e che non hanno mai perso i doni originari
che ha dato loro la Natura: le illusioni, i sogni e le speranze. Il paesaggio
della poesia è semplice, con il colle di Recanati che gli appare propizio per
l’immaginazione. Il colle solitario e l’impossibilità per lo sguardo di
spazio verso l'orizzonte consentono di concentrare la mente verso di sé e,
attraverso lo stimolo dei sensi, di attivare la fantasia generando un
movimento oscillatorio che dalla percezione del reale (il finito) si sposta
all’immaginazione (l’infinito) in un’alternanza tra il qui e l’oltre. Spazio e
tempo sono i due infiniti, mentre l’elemento di congiunzione è il silenzio
che è prima spaziale e poi temporale, unendosi poi in un’immensità che
sembra insieme spaziale e temporale, in un momento provvisorio di
equilibrio e di pace. L’infinito trattato è immanente alla realtà, non
metafisico, compreso nell’ordine del mondo e accessibile al pensiero,
quindi “naufragare” non è un’esperienza mistica ma implica che il
soggetto rimanga protagonista attivo nell'esperienza da cui trae il
momentaneo piacere, rivelandosi attraverso elementi grammaticali che
indicano la collocazione in primo piano del soggetto. L’infinito è una
creazione dell’immaginazione, un’idea non una realtà. I sensi conducono
all’intuizione dell’infinito mentre gli elementi deittici prossimali
(“questo”) e distali (“quello”) indicano la loro posizione rispetto all’io non
solo fisico ma anche spirituale, diventando la porta dell’infinito. Il metro è
formato da endecasillabi sciolti con la presenza di nuclei settenari che
amplificano l’idea del non finito e del proseguimento e la ricorrenza della
vocale tonica “a”, di campi semantici tendenti al vago e all’indefinito, i
plurali, le serie di coordinazione in “e” e gli enjambement producono una
sensazione di molteplicità e di dilatazione spazio-temporale, richiamando
l’idea dell’infinito. La poesia ha inoltre con la chiusura una struttura
circolare (“quest’ermo colle” e “questo mare”).
ROMANTICISMO ROMANTICISMO MODERNISM

2)Ne “La sera del dì di festa” il poeta immagina il sonno tranquillo della
donna amata, affacciandosi a contemplare il cielo riflettendo sul proprio
infelice destino sapendo che non farà mai parte dei sogni della ragazza. La
poesia è costruita per contrasti tematici come tra il paesaggio che incanta il
ragazzo e il suo stato d’animo inquieto, dovuto sia dall’indifferenza della
ragazza sia dalla Natura che lo ha destinato all’affanno privandolo di
speranza: un ulteriore contrasto è allora quello tra Natura-paesaggio e
Natura-potenza creatrice. L’infelicità è nella poesia trattata come una
condizione individuale dell’io (tutti gli altri ragazzi sono capaci di godersi
la festa) che manifesta il suo dolore gettandosi a terra nella stessa forma di
espressione propria degli antichi.

3)“A Silvia” è una poesia in cui viene rappresentata una ragazza,


probabilmente Teresa Fattorini (una delle figlie del cocchiere di casa
Leopardi) morta nel 1818 (10 anni prima della poesia) di tubercolosi. Il
tema fondamentale è quello della fine della vita e della speranza: sia il
poeta che la ragazza hanno perso la speranza, l’unica cosa per cui valga la
pena vivere. La poesia è un’energica accusa nei confronti del grande
inganno, la Natura, che chiama in vita i suoi figli per riversare loro un
destino di infelicità. L’analogia tra Silvia e la speranza giunge a
compimento alla fine della poesia, quando l’assimilazione tra la speranza
personificata e la ragazza compiuta. La poesia ha una struttura circolare
(“quel tempo della tua vita mortale” e “la fredda morta ed una tomba
ignuda”).

3)“La quiete dopo la tempesta” è divisa in due sezioni (la prima


rappresenta la gioia di vivere, la seconda è un’amara riflessione
sull’infelicità umana) in apparente contrapposizione tra di loro ma che
coesistono tra loro, con l’angoscia che nasce dalla riflessione filosofica che
rappresenta un aspetto complementare dello slancio vitale. La tempesta è
un riferimento metaforico alle ansie e angosce interiori, a cui segue un
breve piacere momentaneo: è la “teoria del piacere” portata alle estreme
conseguenze, con Leopardi che giunge a sostenere che la felicità può
esistere unicamente in relazione al dolore.

3) “Il sabato del villaggio” tratta del piacere dell’attesa, della speranza,
della convinzione che il futuro sia pieno di imprecisate promesse e che ciò
che deve venire sia migliore di quello che già c’è. Il punto di vista della
scena, che guarda gli abitanti del borgo organizzare la festa, è sia esterno
che interno alla scena. Il clima è sereno e i rumori domestici rasserenano
l’anima del poeta. Segue nella terza e quarta strofa una riflessione sulla
“teoria del piacere”, con Leopardi che si propone di dimostrare che il
piacere non può mai essere vissuto nel presente e che ci si può illudere
solamente di averlo vissuto nel passato o sperare di ottenerlo nel futuro. Il
poeta decide però di non andare fino in fondo con i suoi ragionamenti per
non dissipare totalmente quella breve gioia della vita. Rispetto alla Quiete
si respira un clima più leggero, con le parole della fiducia e della gioia che
prevalgono su quelle dell’infelicità. La “donzelletta” è una metafora della
speranza mentre la “vecchierella” è una metafora del ricordo.

3)Ne “Il passero solitario” l’uccello rappresenta una metafora del poeta e
qui non è la Natura ma l’io il colpevole dello spreco dei suoi giorni: la
responsabilità di una vita tanto infelice ricade sull’io e non sulla Natura. Il
passero è una metafora della vita solitaria del poeta, al quale è negato il
raggiungimento della felicità per le sue scelte di gioventù: l’esclusione
volontaria nello Zibaldone viene vista come un’ossessione autopunitiva
che è il modo personale del poeta di protestare contro chi lo esclude dal
piacere mentre il sentirsi sventurato è una forma di morboso piacere. Il
passero però, diversamente dal poeta, è protetto dal dolore dalla sua
incoscienza.

3)Nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” la Natura è


definitivamente nemica del genere umano e di tutti gli esseri viventi, che
fa soffrire senza eccezione e senza motivo. La condizione di infelicità del
pastore è una verità che deriva dai suoi sensi ma egli non la accetta con
rassegnazione, convinto che un significato ci debba pur essere e sia
conosciuto dalla luna. Si alternano nella poesia parti che esprimono
certezze sulla vita umana e interrogazioni che indagano il senso
dell’ordine universale a cui la Luna non risponde ma che il pastore tenta di
dare una risposta per supposizioni. Si rivolge anche al gregge (metafora
della società) che riposano e appaiono sereni e appagati. La conclusione
sembra essere tragica: sarebbe meglio non essere mai nati ma si possono
individuare nella poesia segnali di un’anima che non si arrende e che
desideri sollevarsi da terra per errare negli spazi infiniti, liberandosi dai
limiti dello stato umano: è una delle più intense rappresentazioni della
felicità insieme al “naufragar” dell’Infinito. La domanda e l’affermazione,
la ricerca di senso e la certezza del male corrispondono nella poesia
all’opposizione alto-basso, il luogo dell’infinito e l’ininterrotta caduta che
termina con l’ultimo salto nel precipizio del nulla (“Abisso orrido
immenso”) da cui il pastore scorge ovunque miserie perché lo stato umano
appare soggetto al dominio del male dalla nascita alla morte.

4)“A se stesso” segna la fine dell’illusione amorosa, vissuto con un


atteggiamento risoluto e dignitoso. Dall’esperienza individuale Leopardi
giunge ad affermazioni di carattere generale sulla condizione umana. Il
modello è quello del dialogo interiore già noto nella letteratura classica.

5)“La ginestra o il fiore del deserto” esprime una fortissima volontà ed


energia, un desiderio di opposizione alle credenze comuni che si fonda
sulla dimostrazione razionale. Leopardi offre una vera e propria proposta
d’azione per il “nobile”, colui che adegua la propria azione ai principi di
onestà e sensibilità, evitando di ingannare sé stesso, sopportando con
coraggio il suo stato, non moltiplicando gli odi o offendendo ma invece
rivolgendo verso gli altri uomini un amore solidale. Si tratta di una
resistenza alla condizione di infelicità che si fonda sul soccorso ai propri
simili per fondare le basi di una società solidale e compassionevole. Viene
rivalutato il pensiero razionale, l’unico mezzo che possa guidare l’umanità
verso il miglioramento. La ginestra è un’allegoria delle qualità che l’animo
nobile e generoso dovrebbe possedere (l’umiltà, l’accontentarsi della sorte
e la ricerca di un conforto dove possibile) e nell’ultima strofa diventa
anche l’alter ego del poeta, che si sente prossimo alla morte. Grande
importanza è assegnata all’attività del pensare e al “vero”.

LE OPERETTE MORALI: il termine “operette” allude alla dimensione


ridotta dei testi e al carattere lieve e talvolta scherzoso della scrittura,
mentre “morali” si riferisce al contenuto di pensiero. Leopardi, in
polemica con l’antropocentrismo, propone una nuova morale severa,
svuotata da promesse e facili consolazioni, priva di speranze nell’aldilà. Si
tratta di un nuovo umanesimo laico che esprime nei confronti dell’uomo
una profonda pietà che colloca la grandezza dell’uomo nella coraggiosa
coscienza di sé, nella forza intellettuale di guardare i propri limiti. I temi
fondamentali sono la decadenza del tempo presente rispetto all’antico, la
teoria del piacere, l’assurda presunzione dell’uomo, l’indifferenza della
natura al destino delle sue creature, la valorizzazione di una vita piena e
vitale (unico antidoto contro la noia), il piacere che deriva dalle illusioni,
l’importanza dell’immaginazione nel processo conoscitivo, la vana
speranza che il futuro possa essere migliore,la polemica contro le false
credenze dei tempi e contro il mito del progresso dell’umanità, la
desiderabilità della morte per porre fine all’infelicità individuale, la
necessità di astenersi dal suicidio e la necessità di affrontare con coraggio
e reciproca cura il comune destino di individuale. Leopardi predilige il riso
come strumento proprio dello scetticismo filosofico che partendo dalla
certezza della vanità del tutto irride ogni cosa a cui gli uomini
attribuiscono importanza. I personaggi sono vari (storici, mitologici,
fiabeschi, fantastici, personificazioni) mentre lo stile ha un prosa elegante
e originale, con una varietà di registri. Nel "Dialogo della Natura e di un
Islandese” per la prima volta la Natura è descritta come una matrigna. La
Natura si accorge a malapena dell’uomo: Leopardi la raffigura come una
donna con un volto “mezzo tra bello e terribile”: la Natura è la realtà di
tutto ciò che esiste, l’insieme dei fenomeni ma anche la loro origine,
l’effetto è al tempo stesso la causa. L’Islandese è un individuo solo,
sperduto e debole di fronte alla forza della Natura che rappresenta al
contempo l’autore e l’intero genere umano. La morte dell’Islandese
rispecchia perfettamente la logica dell’indifferenza della Natura nei
confronti dell’essere umano.

VERGA:
VITA: nasce a Catania nel 1840 in una famiglia dagli orientamenti
antiborbonici. La svolta letteraria, anticipata dal breve racconto Nedda del
1874, avviene nel 1878 con Rosso Malpelo, prima novella verista di verga
che si ispira al Naturalismo francese di Zola. Nel 1881 pubblica “I
Malavoglia”, libro che però in un primo momento riscontrerà uno scarso
successo. Nel 1893, durante la rivolta dei “fasci siciliani”, si schiera contro
i manifestanti e a favore della repressione: Verga ha una visione politica
reazionaria e considera naturale la gerarchia che divide le classi sociali.
Muore a Roma nel 1922, 2 anni dopo esser stato nominato senatore.

VERISMO: Verga, proveniente da una famiglia della media proprietà


terriera, era molto legato ai luoghi e alle tradizioni culturali della Sicilia ed
estraneo alla modernizzazione economica a cui si era avviato il Nord Italia
dopo l’unificazione dell’Italia. Inoltre, anche il fallimento degli ideali
risorgimentali giovanili lo spinse sempre verso di più verso idee
reazionarie: Verga concepisce le relazioni sociali come condizionate in
primis dalla legge dell’utile economico e ogni individuo è coinvolto in una
lotta brutale per l’affermazione di sé, una legge del più forte assunta come
legge naturale e valida a ogni livello sociale. Verga rimase profondamente
influenzato dalla lettura di Zola, il massimo esponente del Naturalismo,
corrente letteraria che si fonda sul presupposto che il metodo sperimentale
delle scienze possa essere applicato alla scrittura e che la conoscenza dei
fatti conduca al progresso sociale. Il romanzo assume un ruolo sociale
serio ed educativo, quello di divulgare la conoscenza del reale e di
contribuire al miglioramento della società. Nel 1898 pubblica su un
giornale il celebre articolo “J’accuse” in cui prende posizione nell’Affare
Dreyfus e attacca la corruzione dello Stato e dell’esercito, oltre al veleno
dell’antisemitismo, assumendosi il compito di difensore della giustizia e
della libertà. Dopo la lettura di Zola nel 1876 inizia a scrivere alcuni libri
in maniera radicalmente differente: rinuncia al narratore esterno e
onnisciente dei suoi primi romanzi, a favore di una descrizione della realtà
costituita da fatti ordinari (e non romanzati), attraverso un insieme di voci
che si alternano e si sovrappongono nella descrizione dei fatti senza che
nessuno prevalga stabilmente. Questo è l’artificio della regressione:
l’autore abbandona il punto di vista, il linguaggio e i valori di intellettuale
borghese e assume lo sguardo e le parole di uno degli osservatori interni,
cercando di mostrarne i pregiudizi e le tradizioni. Sono ridotte inoltre le
descrizioni dell’ambiente e dei personaggi, creando una narrazione di tipo
teatrale in cui i personaggi sembrano entrare in scena direttamente. Verga
utilizza un linguaggio adeguato all’ambiente e ai personaggi rappresentati
(il dialetto siciliano), intervendo nel lessico e nella sintassi e utilizzando il
discorso indiretto libero con focalizzazione variabile. La stagione verista
dura solo 10 anni (1878-1889) e nello stesso tempo continua a scrivere
novelle tradizionali. Il finale della novella “Fantasticheria” esprime una
visione immobilistica della società: visto che nessuno può migliorare la
propria condizione, tanto vale accettare pazientemente il proprio destino e
aiutarsi come si può stringendosi con i propri simili, senza sperare in alcun
miglioramento: la condizione sociale è immutabile e chi tenta di
migliorarla abbandonando la terra e la famiglia è destinato ad andare
incontro alla rovina. Del naturalismo di Zola, il verismo di Verga eredita
unicamente l’aspirazione all’oggettività, rinunciando all’idea che la
letteratura possa essere uno strumento per agire nella realtà: se Zola è
convinto che la scienza possa migliorare la condizione sociale delle classi
popolari, Verga è invece di una posizione pessimista. I protagonisti dei
romanzi di Zola sono gli operai, i minatori e le masse contadine mentre
Verga rappresenta il mondo dei pescatori e dei contadini siciliani,
seguendo le vicende di personaggi di condizione sociale via via più
elevata. Se Zola adotta il punto di vista dei personaggi ma a volte è
possibile percepire il giudizio di una voce narrante esterna, Verga inizierà a
lungo andare sempre di più ad eclissarsi nei suoi protagonisti. L’attività
preliminare di Zola è più attenta e “scientifica” di quella di Verga e la
descrizione degli ambienti e dei personaggi è decisamente più ricca negli
scritti dell’autore francese.
POSITIVISMO MODERNISM VAN GOGH

VITA DEI CAMPI: raccolta di 8 novelle ambientate in Sicilia in cui


viene usata per la prima volta la tecnica dell’impersonalità, con un
linguaggio popolare e l’uso del discorso indiretto libero. Il finale è spesso
tragico, la struttura è costituita da scene staccate e bruschi salti logici e i
personaggi sono oggetto di disprezzo da parte della comunità. In “Rosso
Malpelo” il protagonista è un ragazzo che lavora in una cava di sabbia ed
è disprezzato anche dalla famiglia, con la madre e la sorella che lo
picchiano perché convinti che rubi il denaro. Il padre, mastro Misciu,
muore nella miniera per un crollo mentre Ranocchio, un ragazzo zoppo
che lavora con lui, muore di tisi. Rimasto solo, viene mandato in
esplorazione in un cunicolo sconosciuto, dove si perde e non fa più ritorno.
Fin dall’inizio l’autore presenta Malpelo in maniera ostile, presentandolo
come un “ragazzo cattivo” perché dai capelli rossi come tramandato nella
tradizione popolare. Vive in una condizione di sfruttamento, di abbandono
e di esclusione ma senza ribellarsi, si identifica con la figura dell’asino e
accetta il suo destino. Mostra un attaccamento fortissimo nei confronti del
padre e di Ranocchio, nei quali si mostra con un atteggiamento protettivo
ma senza mai essere consapevole dei sentimenti che prova e
comprendendo unicamente la logica dell’interesse. Dopo la loro morte il
richiamo della morte diventa irresistibile: la sua morte è descritta con una
frase semplice (come nel “Dialogo della Natura e di un Islandese”), priva
di pathos a esprimere il disinteresse collettivo per un evento che non
commuove nessuno.
MARX SENECA VAN GOGH
MALAVOGLIA: narra la vicenda di una famiglia di pescatori che va
incontro alla rovina economica per aver cercato fortuna con il commercio
e aver perso il carico di lupini durante la tempesta. L’intenzione di Verga è
quella di rappresentare in modo veritiero i mutamenti sociali e le
ambizioni individuali che hanno però effetti tragici, basando il romanzo
sugli studi compiuti sulla questione meridionale. Il nonno rappresenta i
valori della tradizione mentre il giovane è attaccato alla modernità e
entrambi hanno lo stesso nome (‘Ntoni) e entrambi rappresentano due
inclinazioni opposte dell’animo umano, il rimanere fermi, accontentarsi, o
cercare qualcosa di nuovo, un tentativo che è destinato a fallire e generare
dolore. Il giovane ‘Ntoni è refrattario alla disciplina e si mostra attratto ai
piaceri della vita. Il titolo viene dal soprannome attribuito alla famiglia
Toscano dai compaesani con intento ironico e ingiurioso. Il romanzo esce
nel 1881 ed è un insuccesso. Il romanzo si presenta con la descrizione
della famiglia: il capofamiglia è Padron ‘Ntoni, suo figlio Bastianazzo ha
avuto poi 5 figli. La situazione di iniziale equilibrio viene rotto dalla
partenza del giovane ‘Ntoni per la leva militare e il naufragio della barca
“Provvidenza” con la morte di Bastianazzo. Le difficoltà familiari avevano
spinto Padron ‘Ntoni a prendere a credito un carico di lupini (legumi) da
rivendere a prezzo maggiorato ma la perdita del carico costringe la
famiglia a cedere la casa per restituire il denaro all’usuraio. Il fratello Luca
muore in battaglia, a causa del declassamento sociale della famiglia il
matrimonio di Mena salta e la madre muore di colera; il giovane ‘Ntoni
decide così di partire per il Nord, costringendo la famiglia a vendere la
barca riparata e a diventare sempre più poveri ed emarginati nel paese. Il
giovane ‘Ntoni ritorna nel paese in miseria, dandosi all’alcool e finendo in
carcere, mentre la sorella Lia è costretta a prostituirsi. Il Padron ‘Ntoni
muore nell’ospedale di Catania mentre il fratello Alessi riesce a
ricomprare la casa e a ricostituire una famiglia sposando una ragazza del
paese e convivendo con la sorella. Il romanzo finisce con il giovane ‘Ntoni
che esce di prigione e, capendo di non appartenere più a quel mondo, si
allontana definitivamente: non esiste redenzione possibile, non può offrire
ai fratelli alcun risarcimento per il dolore che le sue scelta hanno fatto
ricadere su di loro. L’ambiente del paese è ristretto, nessuno è al riparo dal
giudizio popolare e dal petegolezzo. I Malavoglia sono portatori di un
sistema di valori autentico e disinteressato, del lavoro e della tradizioni,
ma pure loro sono minacciati dall’abbaglio del progresso: un anno
sfavorevole lo convince a provare una nuova via (quella del commercio
via mare) con tragiche conseguenze. I fatti del romanzo occupano quindici
anni, dal 1863 al 1878, in cui i fatti “interni” della famiglia e del paese si
intrecciano con i cambiamenti politici ed economici (la leva militare,
l’epidemia di colera, la costruzione della ferrovia). Il tempo delle famiglie
nel paese di Aci Trezza è ciclico, con mutamenti minimi, ma l’illusione del
progresso ha contagiato il giovane ‘Ntoni e soltanto quando capisce che il
ritorno indietro è impossibile, il giovane rimpiange il tempo lento e
perduto del paese. Gli eventi della storia sono vissuti come una minaccia
dalla famiglia che rischia di rompere il tempo ciclico della storia e la
gerarchia naturale esistente tra gli uomini. La voce narrante è anonima e
parla dall’interno, è costituita da una mescolanza di voci tutte interne alla
comunità del paese, e il linguaggio è un italiano che imita le caratteristiche
grammaticali e sintattiche del dialetto siciliano.
POSITIVISMO NIETZSCHE CICLO DI KREBS CICLO DI WILSON

NOVELLE RUSTICANE: rispetto alla “Vita dei campi” rappresentano


una vita più ordinaria e ripetitiva, quella della piccola borghesia paesana
per farne uscire gli inganni e i soprusi. Le novelle condividono tutte una
visione pessimistica della vita, la sfiducia nel progresso e la constatazione
che l’unica spinta delle azioni è quella dell’utile economico. Nella novella
“La roba” il protagonista Mazzarò è riuscito ad accumulare un'enorme
quantità di terre e ricchezze incominciando a lavorare come bracciante.
Quando alla fine della vita comprende di dover lasciare tutto, non è capace
di accettarlo e si dispera. Questa è la storia di un’ascesa sociale, un
successo economico che non si traduce in un benessere, ma l’ossessione di
accumulare beni lo logora e gli impedisce di godersi i piaceri della vita,
vivendo totalmente solo. Finisce con il disumanizzarsi a tal punto da
identificare se stesso con la “roba”. Mazzarò rappresenta il profilo della
classe sociale dei contadini meridionali arricchiti, una nuova classe di
padroni spietata come la precedente classe nobiliare, Ne segue che il
progresso non migliora la società ma anzi ne aggrava lo sfruttamento.
TRIMALCHIONE

IL MASTRO-DON GESUALDO: La storia è quella di un uomo


consumato dal desiderio di accumulare “roba” che rappresenta il mito
dell’uomo che si fa da sé, l’emblema del progresso. Ma la figura non è
trionfante, in quanto la sua infelicità con il progresso economico rimane
immutata. I fatti iniziano nel 1820 e il protagonista, Gesualdo Motta, è un
uomo nato povero che diventa pian piano l’uomo più ricco del paese
grazie al suo cinismo, arrivando a sfruttare lo stesso matrimonio come
strumento di ascesa sociale, sposando una giovane aristocratica
impoverita. La figlia Isabella, che adotta il cognome della madre in quanto
si vergogna delle umili origini del padre, è costretta a un matrimonio
riparatore con il duca di Leyra, interessato unicamente al patrimonio del
padre di lei. Quando questo si ammala di cancro allo stomaco, viene
portato nel palazzo a Palermo di lui, dove muore da solo, assistito
unicamente da un servitore che lo tratta con indifferenza. Il libro parla
dell’ascesa e della decadenza di Gesualdo, con il periodo giovanile
raccontato tramite flash-back. Il nome “mastro-don” è la dimostrazione del
fallimento della sua ascesa sociale, incapace di rimuovere il suo passato. Il
paese originario è un’anonima città sicula, un paesaggio duro e ostile.
Sullo sfondo ci sono i grandi eventi storici (i moti carbonari del 1820, la
rivoluzione del 1848) che risultano però eventi confusi e insensati. Il
tempo della romanzo non è più ciclico, ma quello rapido e ritmato della
modernità. Non è come Mazzarò un personaggio disumanizzato, ma un
uomo che soffre per il prezzo dell’infelicità che è costretto a pagare e
l’incapacità di sfuggire al destino che lo condanna.
TRIMALCHIONE

PASCOLI:
VITA: nasce nel 1855 a San Mauro, in Romagna, in una famiglia segnata
dall'uccisione il 10 agosto del 1867 del padre, a cui seguono altri lutti
familiari (la morte della sorella maggiore Margherita, della madre e del
fratello Luigi). Studia letteratura a Bologna, dove si avvicina alle idee del
socialismo rivoluzionario. Per le sue idee e azioni è prima costretto
all’abbandono dell’università e poi a tre mesi di reclusione. Nel 1882 si
laurea e insegna prima nei licei e poi nell’università, accettando nel 1905
la cattedra appartenuta al maestro Carducci. A causa della sorella Maria,
rinuncia al matrimonio con una facoltosa cugina e gli ultimi anni di vita si
converte al socialismo patriottico. Muore nel 1912 per una malattia al
fegato.

IL FANCIULLINO: Pascoli espone la sua poetica, delineando una


descrizione della poesia come attività non razionale, spontanea, che nasce
dalla fantasia e dall’immaginazione. Per rappresentare la sensibilità
poetica ricorre al simbolo del fanciullo (nel decadentismo concepito come
una figura ingenua, semplice, libera dai condizionamenti della ragione e
della scienza e viene usato da Pascoli come espediente per esprimere le
proprie inquietudini esistenziali) che grazie all’intuizione spontanea sa
immaginare e cogliere aspetti inconsueti della realtà, senza le barbarie e i
condizionamenti dettati dalla ragione. Questa creatura è sempre presente in
ogni persona, anche nell’uomo adulto, manifestandosi con reazioni
spontanee e imprevedibili davanti ai frutti della vita, assumendo punti di
vista inediti e scoprendo affinità e legami tra le cose. Il fanciullo,
assegnano il nome alle cose ne rivela la vera essenza, come Adamo nel
mito biblico contribuisce all’opera creatrice di Dio: è una fanciullezza
ideale che rappresenta l’infanzia stessa del mondo, quell’età mitizzata
nella quale vi era un rapporto immediato tra l’uomo e la natura. Soltanto il
poeta è in grado di far conservarne davvero lo spirito e di dargli voce
attraverso la poesia, la quale si configura come uno stato di illuminazione
interiore; il poeta è colui che comprende come l’oggetto più umile possa
rivelare qualcosa di prezioso colto grazie all’arte di rinunciare a tutti gli
ornamenti inutili: l’interesse prioritario del poeta-fanciullo è la poesia
pura, ossia quella che rifugge da classificazioni e movimenti e risulta
avere, per sua essenza, una sua utilità morale e sociale dal momento che il
fanciullino ispira loro “buoni e civili costumi”.
NIETZSCHE FREUD
MYRICAE: uscita per la prima volta nel 1891 come opuscolo per le
nozze di una sua amica, la versione definitiva esce nel 1903; il titolo è
ispirato ad un verso delle Bucoliche di Virgilio con un significato
totalmente opposto, come apprezzamento della vita contadina. Nelle
poesie di Pascoli si possono individuare due discorsi possibili, uno
letterale e uno simbolico che rimanda ai temi ossessivi del mondo
pascoliano (la morte, la solitudine, il dolore senza spiegazione) ed è
dunque necessario uno sforzo interpretativo da parte del lettore. Alcuni
simboli ricorrenti sono il nido (luogo privilegiato degli affetti e della
protezione), la siepe (barriera tra sé e la realtà esterna), la nebbia (il tempo
che dissolve i ricordi più dolorosi). Altri simboli variano il loro significato
a seconda del contesto: la sera è sia un momento di pace che la morte, la
natura è la fonte di serenità o un elemento misterioso e inquietante, l’io
lirico talvolta assume la forma del padre o del bambino segnato dal dolore
e dalla solitudine. I familiari sono figure desiderate e rimpiante ma anche
fantasmi dal quale è incapace di liberarsi e la regressione dell’io lirico
all’infanzia è dovuta al desiderio di recuperare gli affetti ma anche un
tentativo di fuga dal presente. La madre compare come personaggio
mentre il padre rimane sempre una figura imprecisata. I poeti classici
(Omero, Virgilio, Catullo e Orazio) fungono da imitazione diretta insieme
a Leopardi, Dante e Carducci: rispetto al rapporto con la tradizione si può
parlare di un “accordo eretico” in quanto Pascoli si mantiene fortemente
radicato nella sua epoca ma compie una svolta alla lingua della tradizione.
I componimenti sono brevi e prevale la paratassi, con un ampio uso di frasi
nominali (con il verbo sottinteso) che suggeriscono l’idea che l’oggetto
prevalga sull’azione. Sono spesso mancanti i nessi logici che vengono
sopperiti dalla presenza di legami sonori nei testi (rime anche interne,
allitterazioni, paronomasie). Pascoli ricorre poi anche a un linguaggio
pre-grammaticale, a forme espressive che imitano l’oggetto attraverso il
suono e a onomatopee come nella poesia “Temporale”, nel quale è sempre
presente una minaccia lontana e incombente, il Male stesso che sta per
abbattersi sul casolare. Si può parlare di fonosimbolismo, ossia della
capacità delle sillabe di diventare portatrici di un significato
semplicemente in base al loro suono (prevalenza del valore connotativo su
quello denotativo). Pascoli introduce nelle poesie la comunicazione diretta
e termini specialistici. I versi e le strutture metriche sono note ma desuete
e, grazie agli enjambement e ai segni di interpunzione frequenti, riesce a
creare un ritmo frammentario (non coincidenza tra metrica e sintassi) che
permette di evidenziare il particolare, il dettaglio.
APULEIO VIRGILIO FREUD

-“Arano” parla del poeta che osservando i campi vede tre contadini intenti
a lavorare il terreno, mentre un passero attende il momento propizio per
beccare i semi e un pettirosso canta. La presenza di segni di interpunzione
forti crea un ritmo lento che fa riflettere sul lavoro dei contadini, dalla
doppia valenza che apre alla vita ma che segna anche l’avvicinarsi della
brutta stagione. Gli uccelli incarnano pienamente la vitalità gioiosa. In un
primo momento grande importanza è data alla vista, poi all’udito e la
ripetizione del suono “t” ricorda il canto degli uccelli.

-“Lavandare" descrive un’altra scena contadina, accompagnata dal canto


delle donne che parlano di autunno, di solitudine e di un amato lontano.
L’io lirico qui arretra lasciando in primo spazio gli oggetti che hanno il
compito di rappresentare sentimenti e condizioni esistenziali. L’aratro
rappresenta la solitudine di una donna rimasta a casa mentre il marito è
emigrato lontano mentre è consumata da un’inutile attesa e dal senso di
impotenza e abbandono.

-“X agosto” parla della morte del padre di Pascoli, ucciso mentre tornava a
casa il 10 agosto, e su come la caduta delle comete sia il “gran pianto” del
cielo per il tragico evento. L’assassinio è accostato alla morte di una
rondine che tornava a casa mentre portava al nido per nutrire i piccoli,
come l’uomo tornava a casa con un dono per le figlie. Nell’ultima strofa
Pascoli si rivolge al cielo, che si riempie di un “pianto di stelle” per il
Male che avviene sulla Terra. La morte della rondine e dell’uomo, nei gesti
e nelle parole, rimandano alla morte di Gesù ma, a differenza di questa, i
due assassini rimangono impuniti, non è possibile cogliere alcun
significato superiore. Domina nella poesia un senso universale di
impotenza di fronte all’ingiustizia e il pianto di stelle suona come
un’ammissione di impossibilità nell’agire diversamente. Il poeta è smarrito
per il mancato intervento da parte di un’entità soprannaturale a salvare gli
innocenti e a punire i colpevoli.

-“Il lampo”, in cui il lampo è una metafora, un momento di lucidità della


coscienza. Presenta un polo antitetico tra l’esterno dominato dal male e
dalla sofferenza e il “nido”, il rifugio degli affetti familiari. La poesia
rappresenta la morte del Padre colpito da un “lampo” di un fucile e ciò che
vide prima di morire.

-“Il tuono” è un perfetto esempio di fonosimbolismo, con il ripetersi del


suono “r” che suggerisce il rotolare della frana ed evoca l’idea della paura
che incombono sugli affetti domestici.

-“L’assiuolo” passa da suoni reali nel paesaggio a risonanze


nell’interiorità dell’io. La luna si rifà al culto di Iside, dea della
resurrezione, ma è la morte qui e non la vita ad avere il sopravvento. La
luna-Iside non compare ma ciò che torna sempre identico è soltanto lo
strazio per la perdita dei propri cari.

-“Novembre” si basa sull’idea che dietro un’apparenza di vita si celino in


realtà morte e desolazione e di come una brusca rottura rompa la promessa
di felicità, con l’orizzonte invaso dalla morte. La condizione umana appare
ancora più fragile e inadeguata di fronte ai desideri intensi di vita e felicità.
L’ossimoro "l'estate fredda dei morti” segna la definitiva fine di tutte le
illusioni.

IL GELSOMINO NOTTURNO: poesia appartenente a “I Canti di


Castelvecchio”, ha come protagonisti i fiori notturni che si aprono al
tramonto e le falene che volano tra i cespugli. La quiete domina la scena,
con l’odore dei gelsomini che si diffonde nell’aria e mentre la notte
avanza, un lume si muove per casa. Al mattino i petali dei fiori si
chiudono, ma la fecondazione è avvenuta nell’urna e si prepara una nuova
vita. La poesia nasce come epitalamio per le nozze di Gabriele Briganti e
parla della prima notte degli sposi. L’odore è fonte di seduzione per i sensi
e lo spazio dell’io lirico è esterno, a manifestazione dell’estraneità del
poeta rispetto alla dimensione dell’eros e della paternità. Alcuni termini
(come urna) hanno una doppia valenza, con richiami quanto alla vita
quanto alla morte e alle tragedie personali del poeta. Dominano la
paratassi e l’assenza di connettivi logici.

ITALY: è un poemetto che narra il ritorno in Toscana di una famiglia di


emigrati con Molly, una bambina malata ai polmoni, al quale l’Italia si
presenta come un luogo brutto, povero e dominato dalla pioggia. In un
primo momento reagisce con ostilità ma pian piano rimane affascinata dal
lavoro e dalla dolcezza della nonna, al punto di desiderare di morire in
Italia. Tuttavia è la nonna a morire e, nel momento della partenza,
promette di tornare a esprimersi in italiano. I migranti sono dominati da
stati d’animo ambivalenti, dall’entusiasmo per l’America e la nostalgia per
l’Italia e le sue bellezze. La lingua è una lingua ibrida tra inglese e italiano
e Pascoli utilizza il discorso indiretto libero.
MIGRANTI

LA GRANDE PROLETARIA SI È MOSSA: scritta nel 1911 durante il


dibattito tra sostenitori e oppositori della campagna militare in Libia, offre
una giustificazione all’imperialismo italiano. Pascoli esordisce
descrivendo le condizioni dei migranti italiani, sottopagati e disprezzati,
concludendo affermando l’assoluta necessità di conquistare una terra come
la Libia come terra dove mandare la manodopera in eccesso. I popoli arabi
sono ritratti negativamente, come bisognosi di civilizzazione, e viene
glorificata l’antica Roma e esaltato l'esercito italiano. La guerra ha dunque
una funzione difensiva, un diritto-dovere dell’Italia nei confronti delle
altre nazioni e dei suoi “figli”: il socialismo utopistico di Pascoli diventa
un socialismo nazionalista. La guerra si presenta come il mezzo per
superare la lotta di classe, una sorta di utopia solidaristica in cui le
differenze tra i ceti sociali non si annullano ma generano una gara virtuosa.
L’Italia è rappresentata come una grande madre, una “grande Proletaria”,
povera ma con tanti figli che sono costretti a emigrare in altre nazioni dove
sono oggetti di denigrazione. La Libia è allora una conquista necessaria,
un paese potenzialmente fertile ma ridotto a deserto a causa dell’inerzia
delle popolazioni locali.
GIOLITTI MIGRANTI

D’ANNUNZIO:
VITA: Nasce a Pescara nel 1863, costretto a fuggire in Francia nel 1910 a
causa dei creditori, torna in Italia nel maggio del 1915 dove svolge un
intenso ruolo di propaganda a favore della guerra: come poeta-soldato
diventa celebre per il volo su Vienna avvenuto nell’agosto del 1918, un
atto propagandistico ma dallo scarso valore strategico. Nel 1919, dopo la
“vittoria mutilata”, si lancia nell'impresa di Fiume che si chiude nel 1920
dopo il Natale di sangue (Diego Simonetti) e con il trattato di Rapallo. Dai
rapporti complicati e a volte anche tesi con il fascismo, muore nel 1938 di
emorragia cerebrale.
PRIMA GUERRA MONDIALE

POETICA: D’Annunzio vuole promuovere un fecondo ricongiungimento


tra l’antico e il nuovo, un “nuovo Rinascimento” indissociabile dalla
nascente civiltà industriale che d’Annunzio accoglie positivamente, come
tutta la modernità, mostrando invece scarso interesse per il passato
nazionale della classe dirigente borghese. La modernità è dunque debitrice
dell’eredità antica e classica e si mostra come un artista poliedrico e,
spinto dalla fiducia nel progresso tecnico, conduce precoci esperimenti con
i film e la fotografia. D’Annunzio si espone contro il degrado artistico e
ambientale dei beni culturali italiani. La poetica dannunziana può essere
suddivisa in una fase detta “estetismo”, in cui al culto quasi religioso
dell’arte e della bellezza vengono subordinati tutti gli altri valori, anche
morali, a cui segue un periodo di sperimentazione detta fase della “bontà”,
in cui si ispira ai grandi scrittori russi dell’Ottocento, per poi approdare
alla teoria del superuomo, incaricandosi di agire sulla realtà per imporre il
dominio di un'élite aristocratica sul mondo borghese. Da Nietzsche,
d’Annunzio prende il vitalismo “dionisiaco”, la teoria del superomismo, la
libertà d’azione dell’individuo superiore al di là del bene e del male, il
culto della bellezza e il rifiuto del conformismo borghese, interpretando il
nichilismo nietzschiano in senso reazionario, come violenza, rifiuto della
democrazia, bellicismo e disprezzo delle masse. Con le “Laudi”
d’Annunzio non si contrappone più alla modernità ma inneggia agli aspetti
tipici della modernità e, in “Alcyone”, il tema centrale diventa la
metamorfosi panica, la fusione dell’io lirico con la natura, con il Tutto,
arrivando ad attingere a una condizione divina. L’attenzione data da
d’Annunzio alla “moltitudine” ne fa un precursore della comunicazione di
massa, oltre che di inventore nomi e slogan di successo. L’arte in
d’Annunzio è una forma di elevazione dell’esistenza che assume un valore
assoluto e sacrale. Riprende da Wagner l’idea di un’opera d’arte totale,
aspirando a un romanzo capace di proseguire l’opera della natura
sollecitando nuove e diverse facoltà dei sensi e alla rottura dei confini tra
le varie arti. Da questa identificazione assoluta fra arte e vita deriva il fatto
che la stessa vita di d’Annunzio è una forma d’arte. D’Annunzio usa la
lingua italiana in tutta la sua ricchezza attraverso il recupero di elementi
desueti e di vocaboli rari e preziosi, tentando anche lessicalmente quel
ricongiungimento tra il poeta e la modernità.
NIETZSCHE PETRONIO

IL PIACERE: segna una rottura stilistica rispetto alla tradizione verista,


nonostante conservi l’ambizione a costruire un quadro sociale, e
costituisce il culmine e la crisi dell'estetismo dannunziano. Il protagonista
è Andrea Sperelli, un giovane aristocratico raffinato e colto che si isola
nel culto di una bellezza raffinata e artificiosa. Diviso tra due figure
femminili antitetiche, una incarnante la passione erotica (Elena Muti) e
una rappresentante l’amore spirituale sotto il segno dell’arte (Maria
Ferres), e nel tentativo di sostituire un amore con un altro rivela il
carattere illusorio della sua aspirazione che si conclude con un finale
dall’alto valore simbolico, tornano nell’appartamento vuoto di Maria. Il
protagonista è un alter ego di d’Annunzio che cerca di elevare la sua
esistenza nella sfera della bellezza raffinata riservata a pochi eletti, una
posizione che si rivela sterile e distruttiva, incapace di opporsi alla società
borghese. Il principio fondamentale dell’estetismo dannunziano è la frase
“bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte”:l’artista deve
essere il libero artefice della propria esistenza, la quale deve ispirarsi al
culto della Bellezza e senza sottomettersi alle regole morali degli uomini
comuni. La classe aristocratica rappresenta l’ultimo baluardo contro la
corruzione del gusto e la mercificazione dell’arte proprie della società
borghese e democratica in cui sono destinate a naufragare le bellezze del
mondo. Il romanzo dà sia una ricostruzione di un preciso ambiente sociale
sia una descrizione dei processi interiori dei personaggi: per d’Annunzio la
narrativa post naturalista deve mettere in contatto l’analisi psicologica dei
personaggi e la descrizione dei luoghi e degli avvenimenti. La lingua è
aulica e l’eroe decadente rappresenta quei personaggi aristocratici
estimatori delle arti figurative che rifiutano l’impressionismo e le sue
sollecitazioni ancora troppo naturalistiche. Il narratore è onnisciente.

LE LAUDI: l’intento dell’opera è quello di dar voce all’ambizione panica


celebrando le molteplici forme della vita e del mondo in comunione con la
natura all’insegna di una religiosità pagana centrata sul primato dei sensi e
del piacere. L’io lirico si presenta come un novello Ulisse capace di
esplorare la multiforme vita dell’universo e di superare qualsiasi limite per
vivere le sue molteplici essenze sensibili e spirituali. Il verso è libero e lo
stile aulico. Il terzo libro, composto nel 1902 mentre soggiornava a
Romena con Eleonora Duse, è “Alcyone”, in cui domina un’atmosfera
contemplativa e il tema lirico centrale è quello della metamorfosi panica,
cioè della fusione dell’io lirico con la natura, il flusso della vita universale,
attingendo a una condizione divina che viene presto irrimediabilmente
perduto nella doppia sconfitta di Ulisse e di Icaro. La tristezza per la fine
dell’estate viene associata all’angoscia nata dalla perdita della dimensione
mitica dopo la caduta di Icaro. Il superomismo è inserito in un contesto
mitologico segnato dal declino (simbolizzato dalla caduta di Icaro) che
attenua la loro portata ideologica.
-“La pioggia nel pineto”, scritto durante il soggiorno nel Casentino (estate
alcioniana), è possibile rintracciare nella poesia due motivi principali: uno
mimetico e naturalistico che corrisponde alla descrizione della pioggia e
alla vasta gamma di suoni del bosco, e quello panico e magico della
metamorfosi umana. Al centro della scena si impone la privilegiata
capacità d’ascolto del poeta che vuole condividere con l’amica che lo
accompagna. Se in un primo momento sono coinvolti tutti i sensi, dalla
seconda strofa si impone l’udito. Il risveglio dei sensi dei due amanti fa sì
che abbandonano lentamente la dimensione umana per accogliere in sé la
natura tutta, immedesimandosi nel suo mondo esclusivamente fisico
attraverso la mediazione di due elementi, la pioggia e il profumo. Le
successive immagini attestano l’avvenuta trasformazione-impregnazione
che si conclude con l’estasi panica: i due amanti appaiono infine
definitivamente assimilati e trasfigurati dalla vita arborea. Le frasi sono
brevi conferendo alla poesia un ritmo cadenzato di una danza. Sono
presenti termini onomatopeici e effetti fonetici con l’intento di rendere
l’intenzione mimetica. Le figure retoriche danno circolarità alla poesia.

-“I pastori” parla dei pastori d'Abruzzo che nel mese di settembre lasciano
i pascoli dell’Appennino per scendere con le loro greggi in pianura. La
poesia nasce da uno stato d’animo commosso e malinconico, dal desiderio
di ricongiungersi attraverso il sogno e la memoria con un passato che gli
sembra perduto, una fuga che dura solamente un attimo. La struttura è
semplice, dominata dalla paratassi e con un lessico semplice.

IL NOTTURNO: scritto dopo essere stato ferito all’occhio nel 1916 e


afflitto da una totale cecità, è aiutato nella scrittura dalla figlia Renata.
Nelle tenebre in cui si trova lo scrittore concentra la sua attenzione sul
proprio tumulto interiore. Lo scritto si configura come una sorta di cupa e
frammentaria riflessione sull’oscurità reale e metaforica, con un io lirico
più vicino all’uomo che al superuomo. Le immagini isolate e non di rado
incoerenti come quelle dei sogni procedono per libere associazioni e sono
tutte immerse in un eterno presente, comprese quelle che appartengono al
passato.
FREUD SURREALISMO

-“In balia di un udito ossessivo” si snoda quasi interamente intorno alle


percezioni sensoriali, con lo scrittore in preda a uno stato a metà tra il
vigile e l’onirico e diventa una cassa di risonanza dei rumori esterni, di una
vita esterna che gravita intorno a lui e alla quale non può partecipare.
L’ascolto è forzato e doloroso, fonte di sofferenza, come lo stillicidio di
una goccia che è percepita come un insostenibile aggressione fisica. Le
frasi brevi, frammentare, sono di tipo nominale (è assente il verbo). Il
lessico è formato da termini semplici o da un vocabolario tecnico.

MARINETTI:
FUTURISMO: il Futurismo è un’avanguardia interartistica complessiva
capace di influire tanto sulle arti quanto sui modelli di comportamento. Il
movimento viene fondato nel 1909 da Marinetti quando pubblica sul
quotidiano francese “Le Figaro” il primo “Manifesto del Futurismo”.
L’avanguardia, ispirandosi al dinamismo della moderna civiltà industriale,
esalta la bellezza della velocità e della macchina: le nuove forme di
comunicazione hanno mutato profondamente la sensibilità e la psiche
umana, producendo l’attrazione per il nuovo, l’imprevisto, il pericolo e la
velocità. L’arte deve adeguarsi a questa nuova percezione delle cose,
opponendosi con forza alla tradizione in un paese, come l’Italia, che
“moriva di passatismo”. Marinetti si scaglia contro le città d’arte e
propone di distruggere i musei, le accademie e le biblioteche, non
opponendosi alla mercificazione dell’arte ma anzi accettandola
provocatoriamente. Da un punto di vista del linguaggio, i futuristi al grido
di “Uccidiamo il chiaro di luna!” esprimono la necessità di opporsi,
distruggendoli, ai miti lacrimevoli della poesia tradizionale, radicalizzando
il dannunzianesimo e propendendo prima per il verso libero e poi per le
“parole in libertà” gettate sulla pagina senza ordine logico e seguendo una
“immaginazione senza fili”. Nel “Manifesto tecnico della letteratura
futurista” vengono elencati i procedimenti che dovrebbero essere seguiti
dalla nuova letteratura futurista: i poeti futuristi devono distruggere la
sintassi, abolire la punteggiatura, sopprimere l’aggettivo qualificativo e gli
avverbi (inutili decorazioni che frenano il sostantivo) e prediligere i verbi
all’infinito (coniugare i verbi li vincolerebbe all’interiorità di un io e a un
suo tempo individuale ostacolando l’atto intuitivo che solo può cogliere
l’ininterrotta durata del tempo), le onomatopee, l’ortografia libera e la
poesia visiva. L’uso di una “catena di analogie” permette di penetrare
l’essenza della materia nelle sue diverse componenti e di mettere a
contatto diretto gli oggetti e le immagini da essi evocate. I futuristi si
espressero a favore dell’intervento in guerra dell’Italia, considerano la
guerra “la sola igiene del mondo” capace di rigenerare la società per
scatenare le energie primordiali e gli istinti più profondi. Molti esponenti
del futurismo aderirono successivamente al fascismo, tra cui lo stesso
Filippo Tommaso Marinetti, nato ad Alessandria d’Egitto nel 1876 e
morendo a Como nel 1944. Nel “Manifesto del Futurismo” sostiene che i
futuristi debbano rifiutare gli atteggiamenti e i valori morali, artistici e
culturali del passato, segnati dall’immobilismo e custoditi nelle vecchie
istituzioni, accogliendo la bellezza del nuovo mondo industriale: il
tradizionale canone estetico viene capovolto e la modernità intera viene
rappresentata come un organismo vivente multiforme e pulsante. La nuova
arte deve esprimere energia, aggressività, coraggio e imprudenza ed
esaltare la guerra. I futuristi sono i pionieri di una nuova era che ha
eliminato il Tempo e lo Spazio, “noi viviamo già nell’assoluto”. Negli
scritti di Marinetti il ritmo è serrato, facendo un ampio uso dell’ipotassi.
TACITO FUTURISMO PRIMA GUERRA MONDIALE JONAS BIOTECNOLOGIE

PIRANDELLO:
VITA: nasce in Sicilia nel 1867 e, con un inganno, riesce a intraprendere
gli studi liceali a Palermo e iniziando l’università a Roma e finendola a
Bonn, in Germania, dopo esser stato espulso a seguito di uno scontro con il
professore di latino. Nel 1924, pochi mesi dopo l’assassinio di Giacomo
Matteotti, Pirandello aderisce al fascismo creando un grande scandalo:
secondo Sciascia l’adesione di Luigi Pirandello al regime nascono dalla
deluusione e dal gallimento degli ideali risorgimentali. Nonostante ciò, nel
corso degli anni divenne sempre più critico nei confronti del regime: nel
1934 viene insignito del premio Nobel, non pronunziando nessun discorso
per dover evitare di dover parlare del regime, e nel 1936, alla morte per
polmonite, ha un funerale anonimo.
FASCISMO

L’UMORISMO: scritto nel 1908 in polemica con Benedetto Croce, è


strutturato in due parti: nella prima analizza il significato del termine
“umorismo” nelle varie lingue europee e nelle seconde le caratteristiche
proprie dell’umorismo. Per Pirandello, nell’arte umoristica la riflessione
assume un ruolo determinante e attivo nel processo creativo, perché
analizza e scompone la realtà suscitando nel lettore un “sentimento del
contrario”: comico è ciò che suscita il riso immediato in quanto è il
contrario di ciò che ci aspetteremo. Se poi subentra la riflessione, alla
risata subentra anche un sentimento di pietà, una partecipazione con la
vicenda umana della persona oggetto di umorismo, come l’ubriacone
Marmeladov di Delitto e Castigo. La riflessione è una forma di
scomposizione della realtà. Pirandello introduce anche alcuni concetti
fondamentali della sua poetica: la “vita” è il perpetuo divenire, la “forma”
è invece la struttura esteriore in cui l’uomo tenta inutilmente di ingabbiare
la vita per renderla coerente e comprensibile. In realtà la loro è una forma
vuota, una maschera che indossano consapevolmente o
inconsapevolmente. La vita continua a fluire interiormente all’uomo e
talora si scontra con i limiti stabiliti dalle forme che si mostrano così
inconsistenti. L’uomo è un insieme di contraddizioni, di elementi
contrastanti e incoerenti. Caratteristica specifica dell’umorismo è proprio
la tendenza a mostrare contemporaneamente più aspetti della realtà e della
natura di un personaggio, evitando semplificazioni forzate. Nelle opere di
Pirandello la realtà interiore prende il sopravvento su quella esteriore e una
rappresentazione organica, coerente e compiuta dell’individuo diventa
impossibile: la personalità non è qualcosa di definito ma un magma fluido.
Tra elementi comici e riflessione tragica c’è una commistione inscindibile,
dietro a ogni fatto drammatico è in agguato l’ombra del ridicolo, la realtà
appare frammentata, l’antitesi tra vita e forma è irriducibile ed è alla base
della concezione pirandelliana dell’esistenza. Ogni conoscenza dipende
dalla percezione del soggetto (relativismo epistemologico, prospettivismo)
in quanto non esiste una sola verità ma essa è tale soltanto in relazione
all’io che la pensa. I valori, le certezze, sono solo convinzioni e le parole
sono fonte di inevitabili malintesi perché non assumono mai un senso
univoco. Le maschere, le “forme”, sono però delle trappole che portano a
un sentimento di vertigine causato dalla scoperta che tutto ciò che fino a
quel momento appariva ordinato e dotato di senso si rivela fittizio, causale,
sensato. La ricerca di nuove identità non porta altro che a una nuova
maschera, una nuova “forma fittizia”. Alcuni possibili compromessi sono
dati dall’immaginazione o dall’agire attraverso azioni bizzarre e incoerenti
in segreto. Il rifiuto di ogni maschera conduce il soggetto a trovarsi
estraneo al mondo e a sé stesso, portando al dissolvimento di ogni
relazione umana, alla solitudine estrema: dietro la maschera il nulla,
l’abisso del vuoto. Il nichilismo in cui sconfina il pessimismo di Pirandello
è però sempre condito di umorismo e lo scrittore non cessa mai di soffrire
con i suoi personaggi, di provare compassione con loro.
NIETZSCHE MODERNISM SENECA

LE NOVELLE PER UN ANNO: Pirandello scrisse novelle per tutta la


sua vita e fungevano da strumento indispensabile per sperimentare
situazioni e delineare personaggi in un mondo sfuggente, provvisorio e
inafferrabile. I personaggi vivono in una trappola che impedisce loro di
vivere una vita autentica e attraverso un fatto banale scoprono
l’artificiosità della loro esistenza. Ne “Il treno ha fischiato” il
protagonista Belluca si rifiuta di lavorare in ufficio giustificandosi con
frasi prive di senso. Creduto pazzo è ricoverato in un ospedale psichiatrico,
ma si scopre che la sua è stata una reazione naturale a un mondo
opprimente. La causa scatenante la crisi è stato il fischio di un treno che gli
aveva fatto realizzare che fuori dal suo angusto orizzonte il mondo
continuava a esistere. Belluca conclude manifestando il proposito di
scusarsi e riprendere la vita di prima, riservandosi la facoltà di evadere la
realtà attraverso l’immaginazione. La novella inizia in medias res ed è
costituita in grossa parte da un lungo flashback. Il narratore è in realtà un
personaggio della storia che offre la chiave di lettura della vicenda,
affermando che occorre guardare l’insieme e non la singola parte. Belluca
è intrappolato in una condizione alienante e insostenibile e un fatto
insignificante scatena in lui un terremoto, una metamorfosi, una
liberazione dalla forma soltanto provvisoria. L’immaginazione resta per lui
una magra consolazione che non cancella la sofferenza.

IL FU MATTIA PASCAL: il romanzo parla di Mattia Pascal,


bibliotecario che aveva vissuto in precarie condizioni economiche a causa
dell’amministratore dei beni della sua famiglia Batta Malagna. Per
vendicarsi, Mattia seduce Romilda e la moglie dell’amministratore,
generando figlie con entrambi, e venendo per questo costretto a sposare
Romilda. La vita coniugale si rivela un inferno e il suo lavoro in biblioteca
è deludente. Mattia tenta invano di fuggire in America, vincendo a
Montecarlo una somma considerevole di soldi: mentre sta per tornare a
casa legge su un giornale la notizia della propria morte e Mattia Pascal
sfrutta l’occasione per ricrearsi una vita come Adriano Meis, vagando per
varie città dell’Europa e dell’Italia. Lentamente scopre i limiti della sua
nuova identità e decide di mettere fine alla sua identità fittizia simulando
un suicidio. Tornato a casa viene però a scoprire che la moglie si è
risposata e lui si ritira in disparte e a tornare al lavoro in biblioteca. Il
romanzo è ricco di innovazioni, come la vicenda insolita, un protagonista
antieroe, la focalizzazione sull’io narrato con le vicende compresi in modo
limitato e parziale, l’inattendibilità del narratore e l’esperienza che
costituisce una formazione mancata con l’approdo a una condizione di
non-vita. Il protagonista è sia estraneo al “nido”, la città natia, che alla
natura (priva di significati simbolici) e alla modernità (discostandosi dal
positivismo). La propria collocazione è trovata nella biblioteca, un luogo
privo di vita, come il cimitero che spesso frequenta, un luogo estraneo al
mondo che costituisce una sorta di eterno presente. La vicenda fa scoprire
al protagonista che l’identità è inafferrabile e inconsistente e, al suo ritorno
a casa, nulla è più come prima. Le istituzioni sociali mantengono però per
il protagonista un’irresistibile forza di attrazione. Lo stile della narrazione
genera un effetto di straniamento per obbligare il lettore a mantenere una
distanza critica, come le parole “di traverso”, ossia parole che ostacolano
la fluidità del racconto perché sono inconsuete, la descrizione caricaturale
dei personaggi o gli espedienti di tipo teatrale. Nel secondo capitolo,
Pirandello delinea la condizione dell’uomo moderno che percepisce i limiti
della propria intelligenza e la fragilità della vita: la scrittura non ha alcun
valore conoscitivo ora che è venuto meno ogni antropocentrismo e
finalismo e la vita si è rivelata come breve e dominata dal caos. Nel mondo
moderno non possono più esistere eroi dalle certezze indubitabili ma
soltanto individui tormentati da dubbi che è capace di risolversi con
convinzione. Mattia Pascal prova nostalgia per gli uomini vissuti prima di
Copernico, quando l’uomo si concepiva al centro dell’universo. Ogni
uomo è dotato di un “lanternino” interiore che getta intorno a sé una luce,
a dimostrazione che gli individui vedono restringersi il proprio orizzonte
di osservazione a un piccolo cerchio di luce: non è più possibile
individuare valori assoluti ma ogni cosa appare relativa e cangiante a
seconda del “lanternino” che la illumina. La conclusione è priva di un
insegnamento traibile dalle vicende, ma il fu Mattia Pascal è approdato
soltanto a una conoscenza in negativo, sa solamente chi non è e che
l’identità in sé non esiste ma è solo una costruzione fragile e instabile
approdando a una sorta di nichilismo.

UNO, NESSUNO E CENTOMILA: il titolo sintetizza il tema centrale


dell’opera, ovvero il fatto che il protagonista si è sempre considerato
“uno”, con un’identità fissa e coerente, ma scopre che a questa
rappresentazione del sé si contrappongono “centomila” immagini diverse
(quelle degli altri) e si rende conto di essere “nessuno”, finendo per
rifiutare qualsiasi identità: la definitiva scomparsa dell’io non è percepita
dal protagonista come una morte bensì come una liberazione. Il
protagonista, Vitangelo Moscarda vive una vita agiata ma una critica fisica
scatena in lui l’ossessione di scoprire le maschere che gli altri gli
attribuiscono. Inizia così a comportarsi in maniera anomala per
distruggere le rappresentazioni che gli altri hanno di lui. Finisce ricoverato
in un ospizio per i poveri dove dopo aver rifiutato tutte le istituzioni sociali
non cerca di fissarsi in una nuova identità ma si abbandona alla mutazione
continua delle cose, sentendosi capace di superare il limite individuale
attraverso l’immersione nella vita universale, continua, indifferente,
sottratta al tempo umano. Alla distruzione dell’io corrisponde la
dissoluzione della struttura logica del racconto, il narratore parla in prima
persona senza mai abbandonare la focalizzazione sul personaggio. Alcuni
temi “pirandelliani” del romanzo sono il relativismo assoluto (non esiste
un’identità assoluta), l’incomunicabilità e la solitudine (nel relazionarsi
con l’altro, ognuno si relaziona con l’altro) e la follia come condizione
universale umana: la distruzione dell’identità individuale è la condizione
necessaria per liberarsi da ogni maschera e da ogni limitazione alla vita.

TEATRO: per Pirandello gli uomini nella vita recitano una parte senza
esserne consapevoli, si muovono su un palcoscenico come fossero
maschere. Nelle sue prime opere, scritte in dialetto siciliano,opera uno
scardinamento della tradizione naturalista, che sfocia nel teatro del
“grottesco”, una sorta di parodia delle situazioni convenzionali e borghesi
e di un mondo governato dall’ipocrisia. Non esiste più una verità certa e
oggettiva, tutto è sfuggente ed è vero ciò a cui ciascuno crede, e a questo
fine il linguaggio adottato è estraniante. Negli anni Venti Pirandello mette
in scena temi che riguardano il teatro stesso, periodo che prende il nome di
“Teatro nel teatro”. Si nota un contrasto tra la fissità dei personaggi e la
mutevolezza degli attori che li interpretano, una riflessione sulla finzione
consapevole degli attori e quella inconsapevole degli spettatori che
recitano anch’essi nella loro vita sociale, la “rottura della quarta parete”,
con l’allargamento dello spazio scenico alla platea e all’esterno del teatro e
il tema del conflitto tra libertà d’interpretazione degli attori e scelte del
direttore di scena. Tra le opere più celebri c’è “Sei personaggi in cerca
d’autore”, portando in scena l’impossibilità sia di rappresentarla sia di
liberarsi dall’ossessione di quei personaggi, che una volta immaginati
restano vivi nella sua fantasia, ciascuno nella propria immobile fissità. I 6
personaggi che arrivano si dichiarano frutto dell’invenzione di un autore il
racconto procede in modo disordinato e confuso Dal 1928 al 1936 si parla
di “teatro dei miti” in cui si osserva la presenza di elementi simbolici e
mitici, una riflessione sui temi della società ideale, sulla fede e sul difficile
rapporto tra arte potere e l’aspirazione utopica a un mondo migliore, su cui
prevale un senso di disillusione e amarezza. Nelle sue ultime opere
riprende temi e schemi consolidati.

SVEVO:
VITA: nato a Trieste nel 1861 in una famiglia di origine ebraica, stringe
amicizia con lo scrittore James Joyce e muore il 13 settembre 1928 a causa
di un incidente stradale.
JOYCE CONFINE ORIENTALE

POETICA: dalla lettura di Marx, Freud e Nietzsche elabora la


convinzione che le scelte morali dell’uomo non siano libere e che esista
una struttura profonda di cui l’io non ha coscienza, mentre da
Schopenhauer e Darwin trae l’idea che la realtà sia una lotta per la vita, in
cui è destinato a prevalere l’individuo più adatto. A partire dalle idee di
Darwin, Svevo elabora l’idea che il potenziamento delle qualità che
servono alla lotta per la vita sia un arresto nello sviluppo e migliore sia la
condizione di chi resta indeterminato e sempre disponibile a modificarsi,
colui che è incapace di inserirsi nel mondo. Nel dibattito tra socialisti
riformisti e massimalisti si inserisce anche Svevo che, convinto che la lotta
per la sopravvivenza sia insita nell’essere umano, non esistono orizzonti di
progresso e l’unico elemento che appare estraneo alla lotta è l’inetto, colui
che non si adatta alla logica del profitto e rimpiange la vita anteriore alla
tecnologia e al capitalismo. L’inetto è il protagonista dei suoi romanzi,
respingendo sia il modello dell’individuo eccezionale che quello
dell’uomo comune. Tutti i suoi protagonisti hanno una natura
contemplativa e intellettuale e avvertono propria la superiorità culturale
senza trasformarla in supremazia. Essi rivolgono il proprio desiderio verso
donne sicure di sé e disinvolte, verso le quali si ingannano e alla fine sono
costretti a rinunciare. L’antagonista è l’uomo perfettamente adattato alla
società borghese nei confronti del quale l’inetto si sente inferiore. Si
dimostra, nonostante sia vincente nella conquista della donna, un individuo
banale del tutto incapace di riflessione o autocritico. L’incontro con la
psicoanalisi avviene intorno al 1910 ed è decisivo nella sua scrittura, come
strumento di conoscenza della psiche umana, rifiutando però l’idea di una
guarigione attraverso essa in quanto la considera come una minaccia alla
complessità interiore degli individui incerti e contraddittori.
FREUD EINSTEIN

SENILITÀ: Emilio Brentani è un impiegato che conduce una vita


ordinaria che ha pubblicato un libro di discreto successo. Conosce una
giovane ragazza e si propone di “educarla” per permettere una sua facile
sistemazione, ma finisce con l’innamorarsi di lei. La sorella però si
innamora dell’amico scultore di Emilio che, per timore e gelosia, lo fa
allontanare da casa. La sorella decide così di abusare di un anestetico,
ammalandosi gravemente e Emilio, dopo aver visto la ragazza amata
tentare di sedurre Balli, si dedica esclusivamente alla cura della sorella.
Alla morte della sorella viene a sapere che la ragazza è scappata a Vienna
con un cassiere di banca. Il titolo del romanzo allude all’inettitudine di
Emilio che non ha coraggio di affrontare le scelte della vita e di assumersi
i rischi, vivendo al contempo come bimbo e come vecchio. Emilio trae
soddisfazione dal sentimento della propria superiorità intellettuale
abbandonandosi così all’inerzia. Costruisce un’immagine idealizzata di
Angiolina e l’esibito attaccamento alla sorella è soltanto un mezzo per
evadere dagli obblighi della vita e dell’amore. L’amico rappresenta il
modello di uomo a cui vorrebbe assomigliare. Alla fine l’immaginazione e
il sogno prendono il sopravvento dalla vita vera, da cui Emilio si ritira
definitivamente. Emilio e la sorella condividono la stessa vita ritirata
mentre la ragazza e l’amico sono figure adattate alla vita, capaci entrambi
di sfruttare a proprio vantaggio le occasioni del piacere. La voce narrante
rende il personaggio sgradito al lettore.

LA COSCIENZA DI ZENO: pubblicato nel 1923, la trama ruota intorno


al dottor S., psicoanalista, e Zeno Cosini. Lo psicoanalista suggerisce a
Zeno di mettere per iscritto le sue memorie dal momento che si è sottratto
alla cura. Zeno racconta capitolo per capitolo gli eventi più importanti
della sua vita. Nel capitolo finale afferma che successivamente si è
sottoposto alle cure dello psicoanalista, senza trarne giovamento, ma
guarendo solamente nella nuova veste di accaparratore e speculatore: la
malattia gli appare come una condizione generale insita nella vita stessa.
Zeno è un inetto, un uomo poco adatto alla vita che però non soccombe
come gli altri protagonisti dei romanzi di Svevo. Il lettore sin dall’inizio
del romanzo impara a dubitare di Zeno che costituisce la voce narrante
interna che racconta tutto in prima persona contraddicendosi spesso,
nascondendo ciò che non vuole vedere, smentendo continuamente sé
stesso. L’unica voce diversa da quella di Zeno è quella del dottor S che
priva di credibilità il narratore presentando il libro come il frutto
ingannevole delle confessioni di un malato di nevrosi. Ciò nonostante, il
dottor S. non è più affidabile del paziente, mostrandosi come un
professionista meschino che ha suscitato avversione nel paziente e che per
pura vendetta arriva a pubblicare (nella forma di libro) gli scritti privati di
Zeno. Nel libro ogni rappresentazione dei fatti è necessariamente
soggettiva e instabile. Svevo sfrutta la psicoanalisi per mettere in scena le
contraddizioni dell’io, attingendo anche ad altre pratiche come
l’autosuggestione e l’autoanalisi. La combinazione coscienza/inconscio gli
permette di mettere in scena un bugiardo inconsapevole che crea un
“lettore inconsapevole”. I capitoli si concentrano sul periodo di quattro
anni dalla morte del padre di Zeno alla morte di Guido. Zeno si considera
malato in quanto si sente a disagio nella vita, il cui sentimento più evidente
è l’impossibilità di smettere di fumare, dimostrazione della debolezza della
volontà che lo fa rimanere in una condizione di perenne attesa. Ma i sani
sono anch’essi deboli, ancorati a certezze ridicole e inseriti in una vita
ripetitiva. Per Zeno essere sani, come lo diventa alla fine, significa gettarsi
nella lotta per la vita, integrarsi perfettamente nella società borghese. La
conclusione, con la sua profezia catastrofica, mostra come una società
fondata sulla lotta non ha alcuna prospettiva di progresso. La scrittura è il
mezzo attraverso cui l’io analizza se stesso, non dovendo essere di per sé
veritiera ma solo uno strumento per portare alla coscienza ciò che abbiamo
vissuto. Zeno è incapace di smettere di fumare, volendo scegliere una data
significativa: non riesce a smettere in quanto gli permette di rifuggire da
tutto ciò che è definitivo e in quanto costituisce un alibi per giustificare la
sua inettitudine. Il padre costituisce una figura autoritaria del quale fa un
ritratto feroce (descrivendolo come un uomo stolto e ignorante), una figura
autoritaria e colpevolizzante da cui ha cercato per tutta la vita di sfuggire.
Con l’arrivo della malattia il rapporto si è invertito e Zeno si è dovuto
assumere la responsabilità, raggiungendo il culmine con la scena
drammatica della morte: dopo aver deciso improvvisamente di impedirgli
di camminare (seguendo le raccomandazioni del medico) cerca di imporsi
al padre con la violenza fisica fino a quando il padre ristabilisce il dominio
congedandosi con un atto di punizione. Zeno sfoga sul medico, figura
autoritaria come il padre, l’odio che non può mostrare nei confronti del
padre. Immediatamente dopo la morte del padre Zeno cerca di scaricarsi la
responsabilità ma è conscio di essere colpevole, convincendosi che il padre
fosse debole e buono per poi capovolgere questa immagine, trovando
l’autoassoluzione scaricando le colpe sul dottor Coprosich. La salute della
moglie, Augusta, corrisponde al rovescio speculare della malattia di Zeno,
la sicurezza e la stabilità che lui non ha mai avuto. Zeno in passato aveva
mostrato interesse per la sorella di Augusta, Ada, ma era stato rifiutato sia
da lei, interessata invece a Guido, che da Alberta, ripiegando infine su
Augusta. Guido, rivale amoroso morirà poi in un falso suicido e Zeno
tarderà ad arrivare tardi al suo funerale, impegnato a speculare in borsa
sulla sua morte. Ma il funerale a cui arriva è quello sbagliato: questo
costituisce un atto mancato in quanto non è afflitto dalla morte di Guido,
giustificando il suo egoismo e l’attività senza scrupoli negli affari in nome
di un generico altruismo per la famiglia.

UNGARETTI:
VITA: nato nel 1888 ad Alessandria d’Egitto, si trasferisce a Parigi nel
1912 insiema all’amico Moammed Sceab, combatte sul Carso durante la
prima guerra mondiale pubblicando nel 1916 a Udine la raccolta di poesie
“Il Porto Sepolto”. Nel 1919 aderisce al fascismo, vivendo in Italia tranne
che per una breve parentesi in Brasile dal 1936 al 1942. Caduto il regime
rischia di perdere la cattedra universitaria che ha ottenuto senza concorso a
causa dei suoi legami con il regime. Muore a Milano nel 1970.
PRIMA GUERRA MONDIALE
L’ALLEGRIA: Ungaretti, formato in un ambiente multiculturale,
risentirà dell’influenza delle avanguardie europee, condividendo con i
futuristi la necessità di rinnovare la lingua e il frequente ricorso
all’analogia ma prendendo comunque le distanze dai loro eccessi,
riconoscendo la necessità di valorizzare la tradizione letteraria e
riconoscendo in Petrarca e Leopardi i suoi maestri illustri. Ungaretti si
mostra avverso verso la teoria freudiana e il Surrealismo, elaborando la
convinzione che la parola non possa essere che il risultato di un lungo
lavoro di scavo e ricerca che non può prescindere dalla tradizione, una
parola che apre al poeta uno spiraglio sull’assoluto senza però far luce
sugli abissi interiori dell’io, che rimangono invece un mistero irriducibile.
Bisogna restituire alla parola la sua nudità, la sua primitività, senza
dimenticare la musica della tradizione da cui essa deriva. La poesia deve
essere sia un esercizio formale ma anche un atto di purificazione morale,
una via verso la verità, rinnovando le parole della tradizione e facendo
scaturire la rivelazione di un significato che sia anche una spinta al
perfezionamento morale. La sua poesia è indipendente dalle forme
metriche della tradizione classica, unendo le parole in modo inedito,
isolandole in lunghi silenzi e concretizzando le immagini grazie agli spazi
bianchi. La poesia è valorizzata come ricerca dell’assoluto, di un
significato supremo e misterioso. La prima raccolta delle poesie è legata
alla sua esperienza da soldato in trincea ma si presentano come una
riflessione sul senso della vita e della morte, sulla natura e sul tempo, sulla
salvezza e sulla dannazione, testimoniando la tensione dell’uomo verso
una condizione di armonia con il mondo. Il titolo “Allegria di Naufragi”
costituisce un ossimoro che evidenzia la volontà del poeta di reagire alla
rovina della guerra con la forza dell’istinto vitale. La desolazione del
soldato-poeta si traduce nell’immagine del buio che lo circonda e lo
minaccia, mentre la luce indica tutto ciò che si oppone al naufragio e
all’assurdità della guerra, come ciò che cancella temporaneamente il
dolore o con la percezione dell’armonia dell’io con l’intero universo. L’io
lirico compie una metamorfosi, si disumanizza, quasi aspirando al proprio
annullamento. La constatazione della fragilità umana genera nell’io un
desiderio di trascendenza che si manifesta in domande ricche di
scetticismo, con risposte che rimangono incerte. Alla figura “dell'uomo in
pena” si accosta quella del nomade alla ricerca di un approdo,
un'inquietudine interiore in cui la nostalgia della patria è metafora della
illusoria ricerca di una terra promessa dallo spirito. Gli aspetti caratteristici
della poesia di Ungaretti sono i versicoli (versi brevi), capaci di mettere in
risalto alcune singole parole ricche di immagini e significati, e l’ampio
territorio degli spazi bianchi che si sostituiscono alla punteggiatura,
completamente assente. La brevità assoluta dei versi permette di attribuire
alla parola nuda e isolata la potenzialità di illuminare interi universi di
senso. Il registro è medio e Ungaretti fa ampio uso dell’analogia,
dell’accostamento imprevisto e senza mediazioni logiche di parole
appartenenti a campi semantici distanti. La sintassi è semplice, costituita
da periodi brevi, e c’è la prevalenza della prima persona singolare. Alcune
poesia, come “Soldati” e “Veglia” raccontano delle condizioni e dai
sentimenti vissuti dai soldati tra le trincee.
WAR POETS AVANGUARDIE

-“In memoria” costituisce un elogio funebre per il suicidio dell’amico


Moammed Sceab, incapace di vivere senza patria. La condizione di
sradicamento e solitudine è una condizione condivisa anche da Ungaretti
che però sa rimediare con la scrittura poetica al proprio abbandono, dando
voce alla propria infelicità. La poesia costituisce una riflessione sul valore
della poesia stessa, capace di dare una patria per l’anima.

-“Il porto sepolto” riflette sul valore del poeta, al quale è affidato un ruolo
privilegiato, l’unico capace di raggiungere il lato segreto delle cose,
intuendone il mistero e senza però poterlo mai veramente penetrare e
illuminare, rimanendo così inaccessibile.

-“Fratelli” presenta un’analogia tra “foglia” e “fratelli”: il titolo della


poesia costituisce una testimonianza di umanità anche dove dominano
l’odio e la guerra. Ungaretti riesce a mostrare le stratificazioni di
significato di cui possono essere ricchi i termini più comuni.

-“I fiumi” si sviluppa come un racconto in retrospezione, attraverso rapide


associazioni di idee.L’umanizzazione della natura realizza la volontà
dell’io lirico nel sentirsi pienamente integrato nell’universo, avendo
superato la sofferenza che deriva dall propria sensibilità di alterità:
nell’unione con la natura dimentica l’angoscia della guerra, come se uomo
e natura potessero essere una cosa sola. Nell’Isonzo Ungaretti riesce a
cogliere le essenze fondamentali dei fiumi fondamentali nella sua vita, per
poi concludere con un ritorno circolare alla quiete notturna, ormai mutata e
connotata da un sentimento di nostalgia: ora il poeta percepisce
l’impossibilità di evadere la sua condizione da soldato.

-“San Martino al Carso” ruota intorno al parallelismo tra il paese distrutto


dalla guerra e i compagni morti, di cui non è rimasto niente. In mancanza
di un cimitero, è il cuore del poeta a essersi trasformato nel camposanto
della loro memoria.

-“Soldati” si esaurisce in una similitudine che non descrive la condizione


individuale dell’io lirico ma, in tono epigrafico, mostra una condizione
generale vissuta dai soldati, fragili come foglie.

MONTALE:
VITA: nato a Genova nel 1896, studia da baritono, firma il manifesto
degli intellettuali antifascisti e nel 1925 pubblica “Ossi di seppia”, vince il
premio Nobel per la letteratura nel 1975 e muore nel 1981.

POETICA: Montale elabora una poesia che mira a rappresentare il dolore


dell’esistenza attraverso una tecnica detta del “correlativo oggettivo" che
consiste nel costruire oggetti che sprigionano il sentimento senza
dichiararlo, tenendolo nascosto dietro oggetti concreti. L’allegoria,
diversamente da quella dantesca, appare priva di una chiara relazione tra
l’oggetto e la realtà rappresentata. A una profonda innovazione lessicale
(con la presenza di parole appartenente al linguaggio della tradizione, un
linguaggio tecnico e numerosi neologismi) si accosta il recupero della
metrica tradizionale (endecasillabo e settenario). Il poeta è un individuo
isolato che ha solamente l’attitudine a guardare oltre l’apparenza delle
cose rifiutando le facili consolazioni. La poesia appartiene comunque
all’uomo ed esisterà sempre, non nasce ma “sta”. In “Ossi di Seppia”,
titolo che allude alla condizione esistenziale e alla volontà del poeta di
congiungersi con la natura, l’io lirico è sempre in primo piano, un io
concentrato nella tensione di decifrare il senso del reale. Il muro è
emblema del diritto di esclusione cui l’uomo si sente condannato mentre la
luce solare è metafora della sofferenza del vivere e il mare è da una parte
la vitalità irraggiungibile e dall’altra la forza che travolge e lascia i relitti.
Da questo stato di imprigionamento dell’uomo a volte è possibile
un’evasione dalle ferree leggi che determinano l’esistenza, miracolo che
però si realizza in una speranza delusa (influenza del contingentismo). Il
“male di vivere”, caratteristica di ogni aspetto della natura, è visibile
ovunque e il bene non può coincidere so non con la temporanea assenza
del male. La consapevolezza negli anni 60 che quegli spiragli di salvezza
erano diventati impossibili nella nuova società industriale porta alla stesura
di “Satura”. Le prime due sezioni sono dedicate al ricordo della moglie
Drusilla Tanzi, soprannominata “Mosca”, rievocata attraverso minimi atti
della sua esistenza quotidiana. Montale è conscio della mancanza
nell’uomo di ogni margine di libertà, il confine tra vita e morte diventa
sempre più incerto (il paradosso è che l’esistenza è tanto insignificante che
si può credere di essere morti senza saperlo). Montale arriva all’idea che
bisogna credere che esista qualcos’altro oltre la vita terrena.

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