SCHOPENHAUER
La vita
Nasce a Danzica il 22 febbraio 1788 da una ricca famiglia di commercianti e banchieri.
Suo padre, Heinrich, muore suicida nel 1805.
Questa vicenda segnerà profondamente non solo la sua vita, le sue emozioni, ma anche la
sua filosofia.
Sua madre, Johanna tiene a Weimar un importante salotto letterario, frequentato da
personalità come Goethe che ebbero sul piccolo Arthur una notevole influenza.
Il rapporto con la madre fu complesso e denso di ombre.
Si formò nutrendosi di studi classici e si iscrisse poi presso la Facoltà di Medicina dalla quale
passò poi a quella di Filosofia.
Studiò a fondo Platone e Kant e a Berlino ascoltò le lezioni di Fichte che lo delusero
profondamente.
Nel 1818 portò a termine la sua più grande opera, Il mondo come volontà e
rappresentazione (Die Welt als Wille und Vorstellung).
Dal 1820 al 1831 tenterà inutilmente, per 24 semestri, di contendersi la fama con Hegel
tenendo le sue lezioni lo stesso giorno, alla stessa ora con quelle del rivale teoretico.
Gli studenti diserteranno le sue lezioni, l’aula deserta.
Nel frattempo le recensioni al Mondo sembrano decretarne il totale fallimento accademico.
La sua fama come filosofo è in gran parte postuma e si lega alla fortuna di cui, nel mutato
clima di fine secolo, godrà la sua dottrina «pessimistica».
Presupposti culturali
In Schopenhauer convergono in maniera caleidoscopica idee eterogenee.
Da Platone prenderà il dualismo tra i due mondi per fondare la sua dottrina della
rappresentazione e per nutrire la sua idea di un mondo sensibile come dominato dalla
caducità, dalla sofferenza e dall’imperfezione.
Dall’Illuminismo, in particolare dal filone materialistico incarnato dalla brillante figura di
Voltaire trarrà la trattazione della vita psichica in termini fisiologici-biologici e assorbirà la
tendenza demistificatrice.
Del Romanticismo esalterà le istanze irrazionalistiche.
Da Eraclito la dottrina dell’eterno divenire.
Schopenhauer si scagliò letteralmente contro la filosofia idealista
Per lui, che la definì «filosofia delle università» ovvero puro esercizio che scade nel
tecnicismo esasperato e falso, quell’ottimismo sprigionato dall’idealismo è quanto di più falso
possa esserci.
«Ciarlatano stucchevole» «sicario della verità» così definì Hegel e i suoi seguaci
L’Idealismo per Schopenhauer non è una filosofia ma una ideologia, una filosofia
di Stato, collusa con il potere, esaltatrice del potere e del controllo.
Possiamo definire a buon titolo la filosofia di Schopenhauer come una filosofia dello
smascheramento e inserire il filosofo tra i Maestri del sospetto
Contro la maschera dell’ottimismo
La razionalità come forza che domina il mondo così come la felicità dell’esistenza per
Schopenhauer sono degli inganni.
Per questo chirurgicamente dissezionò le tre grandi forme di ottimismo che dalla filosofia
idealista discendevano.
Ottimismo cosmico
Ogni forma di ottimismo è un’illusione ingenua e sciocca: una lente deformante
L’ottimismo cosmico, ovvero la convinzione che il mondo sia governato da una giusta causa
ordinatrice, è, secondo Schopenhauer, una delle più ataviche e consolatorie tra le menzogne
che gli uomini si raccontano e a cui decidono di credere: il mondo per il filosofo tedesco,
infatti, è irriducibilmente ateo e non vi è nessuna provvidenza manzoniana o ragione
hegeliana a guidare il divenire degli avvenimenti.
Il cosmo non ha un fine logico, divino o razionale, ed è, parafrasando Shakespeare, come se
fosse il prodotto del grido distorto di un dio folle che crea per creare, senza alcuno scopo
ultimo.
Ottimismo antropologico
L’ottimismo antropologico, invece, è per Schopenhauer la più consolatrice delle illusioni:
esso si fonda sulla rassicurante convinzione, sostenuta nel tempo da pensatori antichi come
Aristotele o moderni come Locke, che gli uomini siano socievoli e portati alla collaborazione
per natura. Schopenhauer, al contrario, ripropone ed estremizza la visione antropologica
pessimista e negativa di Thomas Hobbes, il teorico dell’assolutismo politico, secondo cui
ogni uomo per natura è voracemente lupo degli altri uomini (homo homini lupus est,
recuperando Plauto).
Il mondo è dunque un inferno di egoismi: secondo Schopenhauer, ciò spiega anche perché
Dante sia riuscito a descrivere in modo così pregnante e affascinante l’Inferno e lo ha fatto
semplicemente aprendo la finestra sul mondo e osservando le quotidiane violenze e
sopraffazioni.
Ecco l’amaro destino degli uomini: essere immersi in una guerra permanente, gli uni contro
gli altri, per la sopravvivenza e per la prevaricazione.
Ottimismo storico
L’ottimismo storico, infine, è quello al contempo più perfido e subdolo: per il filosofo di
Danzica, esso si fonda sull’idea che la storia sia in continuo progresso, che il divenire degli
eventi nel mondo sia guidato dalla provvidenza divina (cristianesimo), dalla ragione
universale (idealismo), dalle scienze (Illuminismo e positivismo), o dalla lotta per la giustizia
(marxismo). Tale visione progressista colloca infatti la vita degli uomini in un divenire,
caratterizzato dalla fiducia in un presente e in un futuro fatti di libertà e benessere crescenti.
La storia, invece, per Schopenhauer, è il drammatico ripetersi della stessa immane tragedia.
La storia è il reiterarsi di guerre, soprusi, violenze, cinismo, egoismo e prevaricazione dei
pochi sui molti. Cambia la scenografia, cambiano gli attori, ma il copione da recitare, scritto
rigorosamente dalla cieca ed egoistica Volontà di Vivere, è sempre e desolatamente lo
stesso: sofferenza, dolore e morte.
Il ruolo delle filosofie orientali
Arthur Schopenhauer è forse, trai filosofi europei dell’Ottocento, colui che più ha cercato di
superare i limiti della filosofia occidentale, facendo proprie e diffondendo concezioni e
tematiche delle antiche dottrine orientali. Il suo pensiero, alieno dalle mode culturali del
periodo (storicismo, scientismo ecc.) si nutre delle suggestioni delle antiche filosofie e fonti
sapienziali dell’India.
l problema centrale di queste esperienze è la sofferenza umana, la conoscenza della sua
causa, l’individualità, e la cessazione della sofferenza attraverso l’eliminazione della causa.
La filosofia e la religione indiana apparvero con maturità in Europa nei primi del 1800
Nel 1801 infatti le Upanishad furono tradotte dal persiano al latino grazie al lavoro del
giurista francese Anquetil-Duperron rendendo così possibile la diffusione di questo testo in
Europa..
Schopenhauer, riferendosi alle Upanishad scrive: «E’ la lettura più profittevole ed edificante
che sia possibile a questo mondo; essa è stata la consolazione della mia vita e lo rimarrà
fino alla mia morte»
Quindi la versione che pervenne nella biblioteca del filosofo di Danzica fu quella del
Duperron e, come si può notare dalle sue stesse parole, Schopenhauer attribuì a questo
testo un ruolo decisivo non solo nello sviluppo della sua dottrina filosofica ma anche nella
sua vita normale di tutti i giorni.
Maya
Con il concetto di «velo di maya» Schopenhauer ribalta l’occidentalismo filosofico,
l’eurocentrismo.
Ripercorrendo con la mente il dibattito incontrato in terza superiore tra occidentalisti e
orientalisti, Schopenhauer sembra ribaltare la visione della Grecia classica come culla della
filosofia.
Grazie all’opera di traduzione di Duperron Schopenhauer ha finalmente in mano gli
strumenti per assegnare al calderone sapienziale indiano la vera culla della filosofia.
Pitagora stesso, per lui, deriverebbe la sua sapienza dai suoi viaggi in India.
Le Upanishad, testo antichissimo, vengono perciò a costituire un altro strumento contro
Hegel il quale incarna lo spirito europeo per eccellenza.
Schopenhauer vede, a partire da Cartesio, passando per Kant, sino a giungere ai grandi
idealisti, una ipertrofia della rappresentazione, fino al «delirio» di Hegel che eliminando ogni.
distinzione tra soggetto e oggetto la assolutizza
Torna perciò ad un «merito kantiano» il quale invece, giustamente, sottolineava la differenza
tra rappresentazione fenomenica e cosa in sé.
Tuttavia Schopenhauer arriva a dire una cosa del tutto nuova
Il fenomeno, che per Kant è l’unica cosa che davvero possiamo conoscere, è in realtà
illusione, parvenza, fantasmagoria.
Per Schopenhauer il «mondo» esiste solo perché c’è un soggetto che se lo «rappresenta» è
un atto della coscienza.
Nell’antica sapienza indiana il fenomeno, dunque l’oggetto della rappresentazione, è «velo di
maya».
Il fenomeno insomma costituisce come una sorta di tessuto leggero ed impalpabile che
offusca la vera realtà ovvero il noumeno.
La volontà
Schopenhauer afferma di aver individuato la via per disvelare il noumeno.
La via che ci permette di raggiungerlo è quella che ci condurrà fuori dalla rappresentazione.
Per squarciare il velo occorre smettere di considerare l’esperienza gnoseologica come
qualcosa che viene fatta solo attraverso la mente.
Noi non siamo «teste d’angelo alate» noi siamo anche e soprattutto «corpo».
Il corpo è il luogo dove si consuma l’essenza profonda del nostro io ed è lì che giace la cosa
in sé.
Nel fondo della nostra corporeità si annida un impulso, potente, energetico, la brama o
volontà di vivere.
Non è l’intelletto che spinge all’azione e all’esistenza ma la volontà, le brame interiori che
chiedono appagamento.
Il rapporto tra volontà e intelletto è da lui paragonato all’immagine del padrone e del servo.
La rappresentazione è lo strumento prodotto dalla volontà per raggiungere la sua
soddisfazione.
La Volontà non giace solo nell’uomo ma è l’essenza di tutto l’universo
Caratteristiche della volontà
► E’ inconscia
► E’ puro impulso
► Non vi agiscono spazio e tempo
► E’ unica
► E’ eterna
► E’ indistruttibile
► E’ INCAUSATA E SENZA SCOPO
La tradizione ermetica
Nos habitat, non tartara, sed nec sidera coeli: Spìritus, in nobis qui viget, illa facit.
Abita, risiede in noi, non nel Tartaro né tra le stelle del cielo. E’ lo Spirito che è in noi che fa
tutte quelle cose.
Siamo nel De Occulta Philosophia di Agrippa
Tutto ciò che è reale è razionale
A partire dal corpo, pertanto, si giunge a riconoscere, per similitudine, che la volontà non è
soltanto la mia essenza, ma l’essenza di tutto il reale. Schopenhauer individua una
irrazionalità di fondo nella realtà, che lo pone agli antipodi della tradizione idealistica. Hegel,
infatti, aveva affermato che: “Tutto ciò che è reale è razionale, tutto ciò che è razionale è
reale”. Ma le caratteristiche della Volontà di Schopenhauer mettono in luce ben altra realtà
La Volontà è INCONSCIA ed entriamo in una zona completamente oppositiva, che aprirà la
strada a Freud.
Il pessimismo
L'essenza dell'esistente, cioè il principio che governa il Tutto è dunque quella che il filosofo
tedesco chiama Wille, "Volontà (di vivere)”.
“Volontà di vivere”: questa denominazione apre le porte al pessimismo di Schopenhauer.
Ciò che conta per la Volontà è infatti unicamente la prosecuzione della specie, la cieca
moltiplicazione degli individui all'interno della specie, e delle specie all'interno del mondo. In
un siffatto contesto, la vita dell'individuo è perfettamente sacrificabile, e la Volontà non si
cura di lui, né tantomeno della sua felicità.
Sarebbe un errore ritenere che la sofferenza riguardi solo l'essere umano, o anche solo gli
esseri senzienti. La Volontà di vivere, che è la radice metafisica (cioè la base prima, il
fondamento non visibile) della sofferenza nel mondo, rappresenta il Tutto, nulla escluso.
Quando noi moriamo, ci dissolviamo nella sostanza del Tutto, nella Volontà, e “rinasciamo”
come qualcosa d'altro di animato o di inanimato.
Anche il mito induista-buddista della reincarnazione si basa su questa fondamentale
intuizione. Essendo quindi la Volontà il Tutto, anche gli oggetti inanimati, pur non “sentendo”,
soggiacciono alla legge della sofferenza universale: il crack! che udiamo quando spezziamo
un bastone di legno o pieghiamo un pezzo di plastica, è per Schopenhauer il “gemito” della
materia.
La sofferenza è il vero principio che regola l'Universo; è il contrassegno del Tutto, il vero
datum universale.
Schopenhauer e Leopardi
Schopenhauer si avvicinò a Leopardi nel 1858 soprattutto attraverso la lettura delle Operette
morali (1824-32). In quello stesso anno l’accostamento tra il filosofo tedesco e il maggiore
poeta dell’Ottocento italiano fu proposto per la prima volta in modo esplicito dallo storico e
critico della letteratura Francesco De Sanctis, in un saggio-dialogo dal titolo Schopenhauer e
Leopardi.
Tanto per Schopenhauer quanto per Leopardi il nostro non è affatto il migliore dei mondi
possibili. Se nell’ambito della storia non esiste sviluppo e tantomeno progresso o
perfezionamento (come, a diverso titolo, pensavano tanto i romantici quanto Hegel), ma solo
vuota ripetizione, la natura, dal canto suo, non si cura degli individui e punta solo alla
sopravvivenza della specie.La volontà — per esprimerci con Schopenhauer — è sempre
uguale a se stessa.
Leopardi
Nei Canti (1831) del poeta troviamo per esempio l’idea di un attaccamento alla vita che
persiste anche nella consapevolezza del suo necessario fallimento: «Se la vita è sventura, /
Perché da noi si dura?» (Canto notturno di un pastore errante dell’Asia); la percezione
nichilistica di una complessiva mancanza di senso nell’essere: «E l’infinita vanità del tutto»
(A se stesso); il riconoscimento del dolore come tonalità fondamentale dell’esistenza umana:
«[...] Arcano è tutto, / Fuor che il nostro dolor [...]» (Ultimo canto di Saffo). Nelle Operette
morali gli stessi motivi vengono sottolineati con precisione,se possibile, ancora maggiore.
Schopenhauer
Arthur Schopenhauer concepisce la vita umana come «un pendolo che oscilla
continuamente fra il dolore e la noia» attraverso il fugace intervallo (peraltro, illusorio) del
piacere. In ciò consiste il notorio pessimismo del filosofo che prende spunto innegabilmente
dalla realtà dei fatti, osservando che l’uomo è destinato alla sofferenza, al dolore già dalla
nascita, trovandosi nella condizione di un condannato a morte, perché a questa non potrà
mai sottrarsi.