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Alfieri

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Alfieri

Vita - Alfieri nasce ad Asti nel 1749. Nel 1767 inizia a viaggiare per l’Europa fino al 1772. A causa del
suo temperamento inquieto e ribelle mostra fin da subito il rifiuto dell’assolutismo monarchico, mentre
prova attrazione per i paesaggi desolati e selvaggi. Nel suo periodo di conversione comprende che
l’unico modo per placare la sua scontentezza è proiettare il suo stato d’animo nella poesia. Scopre quindi
la sua vocazione poetica ed inizia a scrivere tragedie. E muore a Firenze nel 1803

I rapporti con l’illuminismo - Alfieri si rivela infastidito dall’illuminismo, ha orrore per


l’“evidenza gelida e matematica” e per i razionalisti. Egli esalta la passionalità sfrenata, la spontaneità e
il fervore dell’immaginazione poiché solo da questo la poesia può avere origine. Disprezza lo spirito
borghese orientato verso lo sviluppo economico, all’utile, all’interesse materiale e alla conquista del
potere
Alfieri mostra il suo dissenso verso altri temi centrali dell’illuminismo:

• al cosmopolitismo contrappone lo sdegnoso isolamento della propria individualità


• al filantropismo oppone il culto dell’eroismo che lo porta a disprezzare il “vile gregge” di uomini
comuni
• alla convinzione che il sapere debba essere accessibile a tutti egli contrappone una concezione
elitaria della cultura affermando che esso deve essere un privilegio concesso solo a chi possiede un
animo virtuoso.

Le idee politiche - Il pensiero politico alfieriano stenta a definirsi in un progetto concreto di


cambiamento. Tirannide e libertà non rappresentano due concetti politici, ma entrambe sono proiezioni
di forze che nascono nella coscienza del poeta: da un lato il bisogno di affermazione totale dell’io
dall’altro la percezione di forze oscure che si oppongono a questa espansione. Si delinea in questo modo
il titanismo alfieriano, un atteggiamento di ribellione contro tutto ciò che si oppone all’ideale di
grandezza eroica.

Il Titanismo

Origine - Il termine "titanismo" deriva dalla mitologia greca, in cui i Titani erano giganti che avevano
osato ribellarsi a Zeus e tentato di scalare il monte Olimpo. Indica quindi un atteggiamento di ribellione
verso ogni forma di autorità e potere oppressivo sugli uomini. Esso nasce da uno smisurato orgoglio e
dalla volontà di ottenere un’infinita libertà che non ammetta limiti o costrizioni. Osa quindi sfidare la
potenza oppressiva anche se consapevole della inevitabile sconfitta. Questo atteggiamento titanico si
può riscontrare nella "Gerusalemme liberata" di Tasso
Titanismo e pessimismo in Alfieri - Il titanismo di Alfieri è inteso come il senso
orgoglioso della propria eccezionalità civile, che si contrappone al vile gregge, tendendo ad una
grandezza sovrumana e all’affermazione totale dell’io che si traduce in avversione esasperata nei
confronti dell'oppressivo assolutismo dei suoi tempi. Per questo nel trattato Della tirannide e in molte
tragedie lo scrittore delinea una figura eroica che osa sfidare la potenza avversa, consapevole della sua
inevitabile morte, pur di affermare la sua totale libertà e purezza. Il titanismo alfieriano si scontra con
tutto ciò che la limita e l'ostacola, riflettendo la condizione storica di Alfieri stesso con una realtà politica
e sociale mediocre e la sua solitudine sprezzante e sdegnosa. Questo atteggiamento si ritrova anche
nelle opere politiche di Alfieri e costituirà una delle direttrici principali della sua produzione tragica,
insieme alla concezione pessimistica dell'uomo e alla sua miseria e insufficienza. Questo atteggiamento
titanico è presente anche in scrittori del primo Ottocento, come Foscolo e Leopardi, che saranno
profondamente suggestionati dall'esempio alfieriano.

Della tirannide - Il trattato “Della tirannide” scritto nel 1777. Alfieri definisce la tirannide come
qualsiasi forma di monarchia in cui il sovrano è al di sopra delle leggi. Secondo Alfieri le tirannidi
moderate addormentano i popoli e sono preferibili quelle estreme che portano alla conquista della
libertà attraverso l’insurrezione popolare. Nel trattato si delineano due figure complementari, il
"tiranno" e il "liber'uomo", simili perché entrambi tendono all'affermazione assoluta della loro
individualità, per questo oltre che nei confronti dell’uomo libero si può notare una segreta ammirazione
del tiranno che, anche se nella sua negatività, incarna l’affermazione di una volontà possente, assoluta
e illimitata, per questo si può affermare che, a modo suo, anche il tiranno è un uomo libero.

ANALISI DEL TESTO VIVERE E MORIRE SOTTO LA


TIRANNIDE
Pessimismo sull’azione e attività intellettuale - Il fondamento delle
considerazioni di Alfieri è un pessimismo assoluto che non offre rimedi o alternative alla realtà presente,
ma prospetta un'impotenza totale per coloro che rifiutano la tirannide. Alfieri non fa riferimenti ad un
regime politico concreto ma parla di un conflitto tra uomo libero e la tirannide come entità metafisiche.
Per l’autore la libertà consiste nel non compromettersi con la tirannide attraverso una sdegnosa
solitudine. Alfieri sostiene che gli scritti sublimi possono avere un’incidenza morale, quindi la letteratura
può essere vista come una forma di azione civile con l’obbiettivo di parlare ai posteri e preparare i destini
futuri.

Individualismo aristocratico e titanismo - Alfieri manifesta un atteggiamento di


isolamento disprezzante nei confronti della massa degli uomini comuni che si adattano alla tirannide.
La libertà interiore nei regimi tirannici è un privilegio di pochi individui superiori. Questo individualismo
aristocratico è accompagnato dall'atteggiamento titanico, in cui la ricerca di purezza incontaminata
porta il "liber uomo" a scontrarsi con il tiranno. La magnanimità di Alfieri si manifesta nella capacità di
sfidare il potere che opprime, anche a costo della morte.
POETICA TRAGICA
La tragedia di Alfieri - La forma letteraria che Alfieri considera più adatta per esprimere il
suo mondo interiore e i suoi altissimi ideali è la tragedia. Le tragedie alfieriane osservano le tre unità
aristoteliche di tempo, luogo e d’azione e sono sottoposto ad un attento lavoro di lima. Alfieri disprezza
il pubblico borghese e il teatro contemporaneo, frivolo e volgare, per questo decide di rappresentare le
proprie tragedie solo in ambienti privati con amici colti in modo da dar vita a un teatro di altissimo valore
civile.

Evoluzione del sistema tragico


• Nella prima fase, che va dal 1775 al 1777, esaltazione dell’individualismo eroico e del titanismo
• La seconda fase si colloca tra il 1777 e il 1782, sperimentazione di temi, ambienti toni diversi
• La terza e ultima fase, compresa tra il 1782 e il 1788, personaggi deboli e destinati alla sconfitta;
attenzione agli affetti intimi e privati; senso di pietà.

Saul
L’eroe abnorme - Saul è un eroe tragico nuovo e originale, diverso dai protagonisti forti e decisi
della tradizione tragica. non è l'eroe monolitico nella sua forza e nella sua fermezza, ma un eroe
intimamente lacerato e perplesso. È diviso interiormente e tormentato da una colpa che lo isola dagli
altri e lo porta alla sconfitta totale. Nonostante la sua smisurata volontà di potere, si scontra con il limite
insuperabile della volontà di Dio, e la sua sfida alla legge divina lo condanna alla rovina. In questo senso,
Saul riprende alcune caratteristiche dei tiranni delle tragedie alfieriane, ma la sua novità sta nel fatto
che la sua lotta per l'affermazione della propria grandezza diventa una sfida a Dio, che lo condanna alla
sconfitta.

Lo scontro con il trascendente - Lo scontro dell'eroe Saul con una dimensione


trascendente rappresenta una grande novità rispetto alle opere precedenti dell'autore Alfieri e alla
tradizione tragica del secolo. Tuttavia, non c'è una vera e propria dimensione religiosa nel testo poiché
la presenza di Dio non è una realtà oggettiva, ma piuttosto una convinzione soggettiva di Saul. Il conflitto
principale del personaggio è interno, poiché ciò che Saul chiama Dio è solo una funzione del suo animo,
una parte di lui. Questo è dovuto al senso di colpa che lo tormenta a causa della sua smisurata volontà
di potenza, che lo porta a distruggere tutto ciò che gli si oppone e ad allontanare le persone care. Questo
senso di colpa lo porta alla sconfitta e alla disperazione.

Il conflitto tra le forze del profondo - La tragedia di Saul rappresenta una nuova
forma di eroe tragico, che si scontra con forze interne invece che con forze esterne come nella
tradizione. La lotta si svolge all'interno della psiche dell'eroe, dove si urtano forze contrastanti e
inconciliabili come la tensione eroica e la sensazione angosciosa della propria miseria. Il suo male di
esistere, il continuo oscillare tra stati d'animo opposti, l’insofferenza di sé stesso, il senso di impotenza.
Sono questi tormenti che indeboliscono il titanismo di Saul, destinando alla sconfitta irreparabile la sua
tensione superumana. La straordinaria originalità della tragedia alfieriana consiste proprio nella
scoperta di questa zona oscura e fino ad allora ignorata dell'anima umana.

Anche David è una proiezione della psiche di Saul - In particolare, il rapporto


con Dio e con David sono manifestazioni di questo conflitto interiore di Saul. Il re lotta contro una parte
di sé ormai perduta e contrapposta al suo io, e la rivalità con David è solo una proiezione della sua lotta
interiore, non è dunque il consueto conflitto tra tiranno ed eroe di libertà. Per questo Saul ha un
atteggiamento ambivalente verso David, fatto di amore e di odio: lo ama in quanto vede nel giovane
guerriero sé stesso, ma lo odia perché rappresenta ciò che non è più né mai potrà più essere.

Un grande monologo - La tragedia si presenta quindi, nelle sue linee essenziali, come un
grande monologo. Saul non parla mai veramente con gli altri, parla solo con sé stesso. Esso non si limita
infatti a dar voce ai tormenti di un individuo, ma mette in scena un conflitto drammatico tra forze diverse
tutte interne all'animo del protagonista.

ANALISI DEL TESTO CONFLITTI INTERIORI DI SAUL


Lo sviluppo dell'intreccio sull'asse sintagmatico - Le ambivalenze e le
lacerazioni che costituiscono il conflitto tragico di Saul si riflettono nello sviluppo dell'intreccio lungo
l'asse sintagmatico. Tutti gli altri personaggi sono sostanzialmente statici e si presentano identici per
tutto lo svolgimento della tragedia. Il percorso di Saul invece traccia una linea tortuosa, segnata da alti
e bassi, svolte brusche e improvvisi ritorni, slanci di ribellione titanica e smarriti accasciamenti, lucidità
e delirio, nostalgie idilliche e slanci di eroismo guerriero, tenerezza e ferocia sanguinaria.

L'eroe tormentato e diviso - Con la prima scena del secondo atto si entra nel cuore della
tragedia del protagonista, Saul, rimpiangendo le forze della giovinezza che l'hanno abbandonato, rivela
la coscienza della propria debolezza e impotenza. Emerge anche dalle sue parole la causa della sua
decadenza, l'ira di Dio, il senso pauroso della punizione che lo sovrasta.
Si delinea perfettamente la fisionomia del nuovo eroe tragico alfieriano: un eroe tormentato e diviso,
vinto e smarrito, gravato dal peso della sua umana miseria e insufficienza, con la volontà ormai scissa e
in sé contraddittoria, che lo destina alla sconfitta e alla catastrofe.

Ossessioni e deliri - Le parole di Abner suscitano in Saul l’angoscia di perdere il trono che ben
presto si trasformeranno in incubi e deliri in cui incombe la figura del sacerdote Samuele che lo priva
della corona per deporla sulla testa di David. In questa grande scena si delineeranno gli sviluppi futuri,
tra cui l’uccisione dei sacerdoti nel quarto atto.
L'accettazione eroica della morte - Il quinto atto di Saul si apre con il protagonista
che, ancora una volta, è afflitto da incubi e deliri, dove riemergono i terrori che egli ha cercato di
sopprimere con la sua ferocia sanguinaria. L'uomo orgoglioso che un tempo era disposto a lottare
duramente per conservare il potere non esiste più, e rimane solo l'uomo, con il suo amore ossessivo per
i figli. La sconfitta è ormai inevitabile, l’angoscia paralizzante della sua debolezza umana, scompare di
fronte alla prospettiva di morte e in lui si manifesta un nuovo eroismo nell’accettazione del suo destino
che rappresenta l’unica vera dignità eroica permessa all’uomo nel pessimismo alfieriano.
Nell’accettazione della morte si celebra la superiorità dell’eroe sugli eventi. Con l’accettazione del suo
destino Saul raggiunge la regale grandezza irraggiungibile in vita. L’eroe maledetto trova alla fine della
tragedia la sua pessimistica catarsi in quanto egli si uccide dopo aver acquisito coscienza del suo destino.

La Vita di Vittorio Alfieri da Asti scritta da esso


Il racconto di una vocazione poetica - La principale fonte per la conoscenza della
personalità di Alfieri è costituita dalla sua autobiografia, intitolata Vita di Vittorio Alfieri da Asti scritta
da esso. L’opera risulta divisa in due parti: la Parte prima contiene gli avvenimenti dalla nascita al 1790
ed è organizzata in quattro epoche, Puerizia, Adolescenza, Giovinezza, Virilità. La Parte seconda
rappresenta una continuazione della quarta epoca e giunge fino a pochi mesi prima della sua morte.

Il culto religioso della poesia - Alfieri utilizza il termine “conversione” per indicare la
scoperta della propria vocazione tragica. Basta sostituire alla parola "Dio", che è propria delle
conversioni religiose, la parola "poesia”, e lo schema coincide perfettamente. Alfieri ha un vero e proprio
culto religioso della poesia: la scrittura poetica è la realizzazione suprema dell'essere che accresce il
valore stesso dell'esistenza. Questa identificazione tra vita e poesia è un'altra componente che colloca
l'esperienza interiore di Alfieri già in un clima romantico.

La tensione eroica - L'eroismo più elevato per Alfieri consiste nello scrivere, e per questo la
narrazione si concentra principalmente sulla vita interiore del protagonista. Questa personalità si
distingue dagli altri uomini per una forte sensibilità che lo isola in una feroce solitudine e lo mette in
conflitto con un mondo mediocre e banale. Solo attraverso la scrittura delle tragedie, disciplinate dallo
studio assiduo, gli impulsi passionali si placano grazie al degno amore e il poeta trova il suo autentico sé
stesso.

L'impossibilità dell'eroico - Nella sua autobiografia, "Vita", Alfieri contempla a distanza


sé stesso, le sue debolezze e gli accidenti esterni che compromettono la sua sublimità eroica. Ciò crea
un rapporto complesso tra l'io narrante e l'io narrato, a volte coincidono, altre volte si separano, e Alfieri
osserva sé stesso con distacco e ironia, sottolineando le sue incoerenze e le sue piccole miserie.
Nonostante il suo desiderio di rappresentare una vocazione eroica, Alfieri riflette sottilmente
sull'impossibilità dell'eroico.
Lo stile - Il Saul è scritto in endecasillabi non legati dalla rima baciata perché conferirebbe un
andamento cantilenante distraendo il lettore. Le battute del Saul sono brevissime a volte anche una sola
parola.

ANALISI DEL TESTO ODIO ANTITIRANNICO E


FASCINO DEL PAESAGGIO NORDICO
Le posizioni politiche - Il narratore ostenta un ironico distacco nei confronti delle proprie ire
e impazienze giovanili, mostrando però come egli non riesce a mitigare l’orgoglio per il suo “inflessibil
carattere”. Egli ribadisce ancora la sua insofferenza anti-tirannica, esalta il culto della libertà e mostra
disprezzo nei confronti del letterato cortigiano che si sottomettono al potere, attraverso anche la
genuflessione davanti all’autorità imperiale, come nel caso di Metastasio nei confronti di Maria Teresa
d’Austria. Simmetrico al suo odio per la tirannide, è il disprezzo per il vile gregge che la sopporta senza
ribellarsi.

Il paesaggio nordico - Alfieri è affascinato dal paesaggio nordico, della natura maestosa e
selvaggia, aspra e orrida. Si manifesta qui quella corrispondenza tra paesaggio e l’io che lo contempla
tipica del romanticismo. Il paesaggio nordico viene apprezzato poiché il silenzio delle lande nordiche
asseconda la tendenza alla malinconia, inducendo a fuggire dal reale e a rifugiarsi. In questa fuga dal
reale sollecitata dal silenzio e dalla vastità degli spazi si coglie la tensione romantica verso l’infinito.

Il linguaggio - Il linguaggio rispetto ai trattati politici è più agile e ricca di coloriture espressive
allontanandosi dalla prosa classicistica italiana. Questo esprime un carattere fiero e risentito che tende
ad un atteggiamento fortemente passionale sottolineato dalla volontà di distinguersi dal vile gregge.

Le Rime
Carattere fortemente autobiografico. Il modello di Petrarca è evidente nella scelta dei motivi e del
lessico, ma Alfieri elabora un linguaggio aspro e spezzato, ottenendo uno stile fortemente espressivo
che rispecchia in pieno il suo animo irrequieto e tormentato. Dominante nella raccolta è il tema
amoroso, ma non mancano le sue critiche nei confronti della realtà contemporanea, oscillando tra
l’esaltazione degli ideali eroici e la visione pessimistica della condizione umana.

BIECA, O MORTE MINACCI? E IN ATTO ORRENDA


Una sfida estrema - Rivolgendosi direttamente alla Morte, il poeta la sfida con temerarietà:
non sarà lui a pregarla di risparmiarlo, poiché morire è una liberazione dell’angoscia di una vita non
libera.

La concezione titanica della morte - Il tema della morte è caro ad Alfieri, e ricorre
costantemente nella sua opera. Non vi è un senso di compiacimento verso l’idea della dissoluzione, ma
un atteggiamento combattivo, titanico: il mondo in cui si affronta la morte è concepito come prova di
coraggio, di magnanimità, il morire è sentito come suprema manifestazione di dignità eroica.

Le radici storiche della sofferenza esistenziale - Questa concezione della morte


è la conseguenza di un pessimismo assoluto: il nascere è una sventura, quindi la morte è una liberazione.
Il male ha per Alfieri precise radici storiche e politiche: nella sua epoca, esso è il frutto dell’oppressione
tirannica che costringe gli uomini ad essere schiavi. Nella morte risiede allora l’unica possibile
affermazione di libertà. In contrapposizione al singolo eroe, che non teme di affrontare la morte, si
profila la “viltà” dei più, su cui solo si regge il potere dei re.

Lo stile: L’andamento spezzato e i suoni aspri - La tensione concitata che si


esprime con apostrofi, imperativi vibranti ed interrogazioni; l’andamento spezzato dei versi; la
predilezione per suoni aspri e per scontri di consonanti quali il ricorrere frequente delle vibranti /r/ e
delle sibilanti /s/, delle doppie occlusive /tt/, /pp/, /cc/, dandone il senso di una lirica tragica.

TACITO ORROR DI SOLITARIA SELVA ANALISI:


Con il sonetto Tacito orror di solitaria selva , una forma metrica
estremamente tradizionale della letteratura italiana, entriamo in un clima pre-
romantico: la foresta solitaria e terribile procura al poeta uno stato di beatitudine non soltanto
mentre vi entra realmente, ma anche solo ricordandone la permanenza passata. Questo tema
della memoria diventerà, qualche anno dopo, dominante nella produzione poetica di Leopardi
(importante). È tipicamente romantica la corrispondenza tra l’io lirico del poeta e il paesaggio
che lo circonda e, proprio in questa identificazione con un ambiente che gli è congeniale,
Alfieri trova la pace e la beatitudine.

Alfieri, nelle terzine, in cui si passa da un tono emotivo a uno più


argomentativo, asserisce, poi, di non essere misantropo, ossia di non disprezzare gli
uomini in generale, ma piuttosto l’epoca pavida, priva di eroismo e virtù e asservita ai despoti
in cui si trova, suo malgrado, a vivere; ed ecco il motivo per il quale la selva gli è
particolarmente cara: poiché gli consente di isolarsi e di non pensare ai mali del tempo
presente, dunque il suo tormento interiore trova ora anche una giustificazione “storica”. È un
fiero e “superiore” isolamento rispetto alla mediocrità comune, che si adatta particolarmente
alla fortissima personalità e alla mentalità agonistica di Alfieri.

La ricerca dell’isolamento dell’io lirico era già presente in Petrarca,


ma certamente le differenze tra i due poeti e le due epoche sono molto profonde: tanto
i versi petrarcheschi erano pacati e limpidi, quanto quelli alfieriani risultano aspri, vibranti,
tendenti al titanico e al sublime derivante proprio da ciò che è orrendo.
In Tacito orror di solitaria selva troviamo, infine, chiari echi del
modo di procedere dantesco, soprattutto nella creazione dei due neologismi
“rinselva” e “inselva”, entrambi contenenti al loro interno la parola-chiave “selva”, ma il
significato da attribuire alla selva è completamente opposto rispetto alla Commedia: là era
luogo di smarrimento e perdizione morale, qui è luogo di pace, quiete e beatitudine. Un
ulteriore richiamo all’Inferno è nel “buon sentier”, che richiama evidentemente la “diritta via
smarrita” dantesca.

Figure retoriche:
• Enjambements: vv. 3-4; vv. 9-10;
• Anastrofi : v. 2: “di sì dolce tristezza il cor mi bea”; v. 13: “dal pesante regal giogo oppresso”;
• Figura etimologica: vv. 1, 5, 8: “selva, inselva, rinselva”;
• Metafore: v. 13: “regal giogo”; v. 14: “tacciono i miei guai”;
• Sineddoche: v. 5: “piè”;
• Ossimori: v. 2: “dolce tristezza”;
• Allitterazioni : della “r”: “oRRoR, solitaRia, tRistezza, coR, paR, RicRea, oRRida”; di “m” ed
“n”: “calMa, Me, MeMbraNdo, coM, Mia MeNte”; della “s”: “Solitaria, Selva, Sì, triStezza, Si,
eSSa, Suoi, SpeSSo, inSelva, poScia, rinSelva, SteSSo, aSSai, Sentier, Secol, oppreSSo.,
Sol, deSerti”.

Uom, di sensi, e di cor, libero nato


Il sonetto, scritto nel 1795, riprende il tema di fondo che caratterizza tutti i trattati politici dell’Alfieri,
cioè l’antinomia fra tiranno e uomo libero, quest’ultimo, non a caso, collocato all’inizio del
componimento. L’uomo libero si presenta indossando unì’armatura, mas con il viso scoperto in segno
di lealtà e di coraggio, come dire che egli affronta il suo nemico a viso aperto.
L’asprezza delle rime, quali mostra/giostra/ s’inchiostra/innostra sottolinea la duretta dello scontro.
L'espressione "uomo di sensi e di cor libero nato" di Vittorio Alfieri rappresenta un ideale di persona
che unisce la passione e la libertà di pensiero e d'azione, con una rigorosa e consapevole analisi critica
della realtà che ci circonda.

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