Filosofia 1-Bergson
Una sintesi originale di metafisica e scienza
Henri Bergson nasce a Parigi nel 1859 in una famiglia di religione ebraica. Nel 1927 riceve il
premio Nobel per la letteratura. Muore nel 1941.
Tra le sue opere principali bisogna ricordare Saggio sui dati immediati della coscienza, Materia e
memoria e L’evoluzione creatrice. Bergson è stato uno dei filosofi più noti del XX secolo. Se a un
primo approccio il pensiero di Bergson sembra particolarmente accessibile, in realtà ci si accorge
che le sue idee sono molto complesse e difficilmente possono essere ricondotte a schemi
semplicistici.
Bergson è stato considerato da molti come uno spiritualista, cioè come un difensore della realtà
della vita spirituale in contrasto con la visione ristretta delle scienze della natura. L’etichetta
“spiritualista” è profondamente inadeguata perché uno degli scopi che Bergson si propone è proprio
di superare la contrapposizione tra spirito e materia. Allo stesso modo molti hanno interpretato il
pensiero bergsoniano come una filosofia radicalmente antipositivista: troviamo profonde critiche
alla scienza e all’inadeguatezza dei suoi metodi. Le principali opere bergsoniane sono costruite a
partire da un dialogo fecondo con la psicologia empirica. Il tentativo filosofico di Bergson non è
affatto animato da uno spirito polemico nei confronti della scienza: si tratta invece di cercare una
sintesi tra le istanze della scienza e quelle della metafisica.
Il Saggio sui dati immediati della coscienza: libertà e durata
Il problema da cui questo testo prende le mosse è quello della libertà dell’agire umano, ma Bergson
deve affrontare due questioni preliminari di fondamentale importanza: da una parte deve ripensare
la natura degli “stati psicologici”; dall’altra deve ripensare daccapo la nozione di tempo. Per
Bergson la possibilità della libertà è legata al rapporto che intercorre tra gli “antecedenti”
psicologici di un’azione e le conseguenze che derivano o sembrano derivare da questi antecedenti.
Se il soggetto, mentre decide è determinato dai suoi antecedenti psicologici allora non è un soggetto
libero. Se il futuro può essere dedotto dal passato allora la libertà non esiste.
Le sensazioni, le emozioni e in generale tutti i vissuti non hanno un’estensione e per questo non
sono misurabili. Le esperienze vissute dal soggetto hanno sempre un carattere di singolarità: sono
uniche e incomparabili. Ne consegue che non è mai possibile comparare le sensazioni e non è
nemmeno possibile descriverle in modo oggettivo.
Le sensazioni sono perlopiù causate da oggetti esterni che possono essere misurati in quanto dotati
di estensione. Quando lo psicologo sperimentale afferma di misurare l’intensità di uno stato
psicologico, in realtà quello che misura è l’oggetto che ne costituisce la causa.
Nel linguaggio comune si parla di intensità degli stati psicologici come se fosse possibile istituire
una scala graduale tra diverse “quantità” sensoriali. Ma la sensazione è una qualità pura e la qualità,
per Bergson, non è riducibile a un dato numerico. I rapporti che caratterizzano le relazioni tra i
numeri non hanno nulla a che vedere con gli stati psicologici.
Per Bergson ci sono due concezioni fondamentalmente diverse del tempo: la prima è quella del
senso comune e della scienza; la seconda è la concezione del tempo inteso come durata. Quello
della scienza è il tempo delle cose esterne, mentre la durata è il tempo vissuto della coscienza.
La durata è il tempo nella sua forma originaria, concepito come “eterogeneità pura”. La durata può
essere scomposta in stati successivi, ma questa operazione analitica non rende conto della sua unità
qualitativa.
Per Bergson la coscienza è essenzialmente durata: ciò significa che essa è costituita da una
successione di momenti diversi l’uno dall’altro ma che non reciprocamente distinti. Al contrario, la
realtà materiale è spazialità. Al di fuori della coscienza, esiste solo il presente in cui non resta
traccia dei momenti precedenti. Questo significa che il tempo non esiste al di fuori della coscienza.
Per spiegare questa importante tesi Bergson ricorre al celebre esempio dell’orologio a pendolo.
Senza un soggetto che ricorda, il passato non ha alcuna realtà, non esiste. In ogni singolo istante il
pendolo può occupare sempre e soltanto una sola posizione. Perciò, senza una coscienza che
trattiene nella memoria l’immagine delle posizioni precedentemente occupate dal pendolo, non si
può costituire alcuna successione. La successione si costituisce solo nella memoria e quindi solo
all’interno della coscienza. Il tempo del senso comune e della fisica è il risultato di una
spazializzazione della durata. Il tempo misurato ha origine da un processo di suddivisione e
linearizzazione della vita e della coscienza. Rappresentandoci il tempo in questo modo noi ne
falsiamo la natura originaria, “proiettiamo il tempo nello spazio”.
Per riaffermare l’idea di liberta, Bergson parte da una critica delle concezioni deterministe. Il
determinismo rappresenta infatti la coscienza come un meccanismo azione e reazione.
In questo quadro teorico l’azione umana si spiega in ultima analisi come un passaggio di
movimento. Gli stati psicologici vengono così considerati come semplici conseguenze dei
corrispondenti movimenti cerebrali e la coscienza si riduce a un mero epifenomeno.
Per Bergson questo modo di pensare è assolutamente inadeguato perché non esiste un rapporto di
causalità meccanica tra i movimenti cerebrali e gli stati psicologici. Benché vi sia una relazione tra
cervello e coscienza, non si può pensare che un fatto psicologico sia determinato in modo
necessario dal movimento molecolare corrispondente. Il problema è che il determinismo
meccanicista non può in nessun modo trasformarsi in un determinismo psicologico. Se il passaggio
dal determinismo fisico a quello psicologico non è possibile è perché la coscienza non è una somma
di stati psichici. Gli stati psichici non sono esterni gli uni agli altri, e quindi non possono essere
pensati secondo rapporti di causalità come quelli che collegano gli stati fisici.
Va detto però che il Saggio sui dati immediati della coscienza esclude anche le teorie tradizionali
del libero arbitrio. Per Bergson i deterministi e i sostenitori del libero arbitrio commettono lo stesso
errore, cioè si rappresentano la vita cosciente in modo spaziale, come se la coscienza percorresse
una sorta di linea del tempo. L’azione umana è libera proprio perché non è rappresentabile in modo
spaziale, cioè non è un percorso lineare che da una posizione precedente conduce a una posizione
conseguente. La coscienza, in quanto durata, è essenzialmente imprevedibile e proprio per questo il
soggetto è libero.
Materia e memoria: il superamento del dualismo
Il Saggio sui dati immediati della coscienza è costruito su un impianto teorico essenzialmente
dualista: la durata è opposta allo spazio, la qualità alla quantità, la coscienza alla realtà materiale.
L’intento dichiarato di Materia e memoria è quello di superare le rigide contrapposizioni dualistiche
che ancora caratterizzavano il Saggio sui dati immediati della coscienza, senza però rinnegarne le
acquisizioni fondamentali. Il problema principale di Materia e memoria è quello del rapporto tra
corpo e spirito; ma si potrebbe anche dire che il problema è quello del rapporto tra materia e
memoria, perché il corpo è per Bergson l’elemento materiale, mentre lo spirito coincide con la
memoria.
Nella prima parte di Materia e memoria Bergson tenta di elaborare una teoria che superi i limiti
dell’idealismo e del realismo. L’idealismo sbaglia perché nega l’autonomia della realtà esteriore,
riducendo la materia a una mera rappresentazione dello spirito. Il realismo allontana troppo la
materia dallo spirito, concependo le cose reali come totalmente differenti rispetto alle nostre
percezioni. Per Bergson invece “la materia è un insieme di immagini”. L’immagine possiede una
sua indipendenza, ma nello stesso tempo è strutturalmente in relazione con le nostre percezioni. La
materia deve essere pensata come qualcosa che precede quella distinzione tra soggetto e oggetto che
caratterizza tanto l’idealismo quanto il realismo.
Il corpo è il centro e la condizione di possibilità di tutte le immagini soggettive. L’universo si
orienta sempre in relazione a un particolare punto di vista, che è per l’appunto quello del corpo di
ciascun individuo. Il corpo è dunque la condizione per la “selezione delle immagini”. Per Bergson
non c’è una differenza di natura tra le percezioni soggettive e le cose materiali: in entrambi i casi si
tratta di immagini. La differenza è che le percezioni soggettive sono immagini filtrate e selezionate
dal corpo attraverso un processo di azione e reazione.
Tanto più un essere vivente è evoluto, tanto più il suo sistema cerebrale è complesso: tale
complessità rende sempre meno meccanico il passaggio dai movimenti subiti ai movimenti
effettuati. Alla crescente ricchezza della complessità cerebrale corrisponde una crescente ricchezza
della vita psicologica e una crescente indeterminazione dell’azione, che diviene sempre più libera.
È a questo punto che si inserisce il problema della memoria. La coscienza è libera proprio perché ha
memoria. La memoria è per Bergson il fenomeno che ci consente di “toccare sperimentalmente” lo
spirito. Materia e memoria sono distinte, ma non sono più contrapposte come nel Saggio.
Bergson distingue due forme diverse di memoria. La prima ha le caratteristiche tipiche
dell’abitudine: è una memoria corporea che consiste nella capacità di ripetere un’azione, per cui è
detta memoria abitudine.
La seconda forma di memoria è costituita dall’insieme dei “ricordi puri” di ogni esperienza che il
soggetto vive e pertanto è detta memoria pura. La memoria dell’abitudine ripete il passato senza
rappresentarselo; invece il ricordo puro non ha nessun legame con l’azione, non ripete il passato,
ma lo conserva in modo virtuale.
Questa memoria pura non è del tutto separata dal presente e dalla realtà. Bergson introduce a questo
punto un concetto che serve a mediare tra la spiritualità della memoria pura e la materialità del
corpo: si tratta del concetto di “ricordo-immagine”. Il ricordo-immagine si genera a partire dal
ricordo puro. “Non appena diventa immagine, il passato lascia lo stato di puro ricordo e si confonde
con una certa parte del mio presente”. In realtà è questo che ci accade comunemente quando
diciamo di ricordare qualcosa.
Per Bergson in questa esperienza possiamo ritrovare nello stesso tempo una dimensione spirituale e
una dimensione corporea. Per questo, in Materia e memoria l’esperienza del ricordo è considerata
come il punto di incontro tra materia e spirito. I ricordi-immagine rappresentano il punto di
intersezione tra il passato e il presente.
Un nuovo pensiero della vita: L’evoluzione creatrice
Con il saggio L’evoluzione creatrice l’orizzonte della filosofia bergsoniana si allarga notevolmente
e diventa più “cosmologico”: questo testo si propone infatti di analizzare il problema della vita in
una prospettiva molto generale, considerando non solo la vita umana, ma anche la vita di ogni
organismo e la vita dell’universo in generale.
Bergson ritiene che la coscienza non possa “attraversare due volte il medesimo stato”. Da ciò
consegue che lo sviluppo della coscienza è caratterizzato da un’incessante trasformazione. Ma
questa inarrestabile dinamica di cambiamento è anche ciò che caratterizza la vita. La vita è un
movimento creativo irreversibile e non anticipabile. L’evoluzione creatrice è a livello cosmico
quello che la durata è a livello della vita di coscienza.
Bergson osserva infatti che la scienza moderna tenta di coniugare il concetto darwiniano di
evoluzione e una visione meccanicista della natura. Ma questa sintesi è impossibile in quanto l’idea
di evoluzione è incompatibile con ogni meccanicismo. Per la scienza tutto è già dato nel presente.
Pertanto, il concetto bergsoniano di evoluzione creatrice è assolutamente incompatibile con questo
assunto.
Allo stesso modo, Bergson ritiene che anche la concezione finalistica tradizionale sia inadeguata. Il
finalismo tradizionale concepisce l’universo come una sorta di organismo le cui parti sono
armoniosamente organizzate in base a un piano razionale.
Per Bergson c’è un’unica possibilità: sostituire l’idea dell’armonia finale con l’idea di una forza
originaria che si pone all’inizio e non alla fine del processo: si tratta dello slancio vitale, che è uno
dei concetti chiave del suo sistema filosofico. Secondo Bergson, se nella natura si riscontrano delle
tendenze convergenti e dei principi di ordine non è perché gli esseri viventi sono finalisticamente
orientati, ma perché derivano tutti dal medesimo slancio vitale.
Non c’è un fine verso cui tende il movimento della vita, ma c’è un impulso comune che è
all’origine di tutte le forme viventi. Così Bergson può spiegare perché l’armonia e l’ordine si
realizzano sempre in modo imperfetto: lo slancio vitale originario incontra la resistenza della
materia e dà origine a tutta la complessità delle forme viventi. Il finalismo viene perciò sostituito da
un evoluzionismo che però non è meccanicistico, come quello della scienza, ma vitalistico.
Bergson distingue e contrappone due forme di conoscenza: l’intelligenza e l’intuizione. La prima
trova la sua realizzazione evolutivamente più avanzata nell’uomo, la seconda negli insetti. Bergson
rileva prima di tutto che l’evoluzione degli esseri viventi si è svolta fin da principio seguendo due
linee divergenti: da una parte essa ha condotto all’uomo e al massimo sviluppo dell’intelligenza;
dall’altra ha portato agli insetti e al massimo sviluppo dell’istinto.
L’intelligenza non è una forma di conoscenza disinteressata, ma è strutturalmente orientata alla
manipolazione della materia, e la sua realizzazione più completa si ha nella costruzione di utensili
sempre più complessi. Dal punto di vista più strettamente conoscitivo l’intelligenza si caratterizza
per la fissità dei suoi schemi logici e per la tendenza a scomporre il suo oggetto in parti distinte.
L’oggetto che l’intelligenza può conoscere in modo più preciso è la materia inerte: per Bergson il
pensiero logico è una forma di conoscenza che è adeguata solo quando si tratta di conoscere
l’inorganico.
Dire che l’intelligenza è adeguata solo alla conoscenza della materia significa anche escludere che
la scienza possa avere l’ultima parola quando si tratta di conoscere la realtà psicologiche, spirituali e
anche gli esseri viventi. Per Bergson, infatti, “l’intelligenza è caratterizzata da una incomprensione
radicale della vita”.
Negli insetti si è sviluppato al massimo grado l’istinto, che al pari dell’intelligenza è rivolto a
finalità pratiche e adattive: l’istinto lavora con strumenti organici. Per Bergson l’intuizione è
l’istinto che diviene cosciente. L’istinto diviene capace di conoscenza e si trasforma in intuizione.
Mentre l’intelligenza è essenzialmente analitica e conosce i suoi oggetti dall’esterno, l’intuizione è
sempre sintetica e rende possibile una sorta di coincidenza con l’oggetto dall’interno.
La vita, la durata e la coscienza sono strutturalmente simili: sono un flusso continuo che evolve
senza sosta. Solo l’intuizione ha la capacità di cogliere sinteticamente e senza mediazione questi
processi originari in modo unitario. Per Bergson questo genere di conoscenza istintiva si manifesta
in modo peculiare nell’arte. La filosofia deve dunque operare un paziente lavoro di mediazione tra
scienza e intuizione, articolando in un linguaggio ciò che può essere colto solo in una intuizione
simile a quella dell’artista.