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Testi Canto XIII '

Il documento racconta la storia di Pier delle Vigne, un funzionario dell'imperatore Federico II che perse il favore dell'imperatore a causa di intrighi di corte e si suicidò. Nelle terzine successive si descrive la pena dei suicidi nell'Inferno dantesco, che vengono trasformati in alberi della foresta dove le arpie si cibano delle loro foglie.
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Il documento racconta la storia di Pier delle Vigne, un funzionario dell'imperatore Federico II che perse il favore dell'imperatore a causa di intrighi di corte e si suicidò. Nelle terzine successive si descrive la pena dei suicidi nell'Inferno dantesco, che vengono trasformati in alberi della foresta dove le arpie si cibano delle loro foglie.
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Pier delle vigne vv.

55-78

E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi,


ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
perch’io un poco a ragionar m’inveschi.

Io son colui che tenni ambo le chiavi


del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi,

che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi:


fede portai al glorioso offizio,
tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi.

La meretrice che mai da l’ospizio


di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,

infiammò contra me li animi tutti;


e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.

L’animo mio, per disdegnoso gusto,


credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.

Per le nove radici d’esto legno


vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d’onor sì degno.

E se di voi alcun nel mondo riede,


conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che ’nvidia le diede».

La pena dei suicidi vv. 79-108

Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace»,


disse ’l poeta a me, «non perder l’ora;
ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».

Ond’io a lui: «Domandal tu ancora


di quel che credi ch’a me satisfaccia;
ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora».

Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia


liberamente ciò che ’l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor ti piaccia
di dirne come l’anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s’alcuna mai di tai membra si spiega».

Allor soffiò il tronco forte, e poi


si convertì quel vento in cotal voce:
«Brievemente sarà risposto a voi.

Quando si parte l’anima feroce


dal corpo ond’ella stessa s’è disvelta,
Minòs la manda a la settima foce.

Cade in la selva, e non l’è parte scelta;


ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta.

Surge in vermena e in pianta silvestra:


l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra.

Come l’altre verrem per nostre spoglie,


ma non però ch’alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.

Qui le trascineremo, e per la mesta


selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l’ombra sua molesta».

Arcolano Maconi e Iacopo da Sant’Andrea vv. 109-129

Noi eravamo ancora al tronco attesi,


credendo ch’altro ne volesse dire,
quando noi fummo d’un romor sorpresi,

similemente a colui che venire


sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
ch’ode le bestie, e le frasche stormire.

Ed eccodue da la sinistra costa,


nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogni rosta.

Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».


El’altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: «Lano, sì non furo accorte
le gambe tue a le giostre dal Toppo!».
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d’un cespuglio fece un groppo.

Di rietro a loro era la selva piena


di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch’uscisser di catena.

In quel che s’appiattò miser li denti,


e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.

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