Grazia Deledda
Grazia Deledda
Al fine di comprendere a fondo la letteratura deleddiana occorre calarsi nel contesto storico e
letterario che ha vissuto e formato l’autrice. Tra il 1870 e il 1900, con un moto lento e
progressivo, si sgretolarono i presupposti della società liberale, dei miti sulla quale essa
poggiava, nelle manifestazioni di pensiero e di arte nelle quali si esprimeva. Il moto fu lento e
progressivo, ed è infatti difficile fissare una data che segni un confine fra un’età e l’altra.
Tuttavia si può definire, con una certa cautela, il 1890 come l’anno in cui i caratteri di fondo
della cultura italiana mutano e l’età positivista giunge ad una fine. Diversi furono gli
intellettuali che misero in discussione e negarono i presupposti teorici del positivismo e i suoi
effetti in campo sociale, morale e artistico: filosofi, studiosi, scienziati criticarono e
dimostrarono le limitazioni teoriche positiviste, come la negazione della metafisica (sostituita
da una metafisica del fatto); il voler estendere i metodi e le tecniche delle scienze naturali a
tutte le discipline (per giungere ad una verità oggettiva), ecc. Una ribellione animata da una
comune diffidenza nell’intelletto e senso di fallimento della scienza che porta ad una
ispirazione spiritualistica. Tra questi anche diversi letterari, come Federico De Roberto, il
quale nel romanzo incompiuto L’imperio lamentava l’incapacità della scienza a risolvere i
problemi dei singoli e della società “In che cosa lo stato umano s’era avvantaggiato
dell’invenzione di quelle macchine? La scienza non aveva nulla creato: a furia di penose
ricerche, a costo di errori madornali, aiutata principalmente dal caso, non aveva fatto altro
che adottare in pochi modi qualcosa delle cose esistenti… ma le condizioni della vita umana
restavano inalterate… il progresso era tutta apparenza, illusione e presunzione”.
I letterati partecipano alla lotta politica e caricano la letteratura di ideologie rendendola uno
strumento utile di discussione e propaganda, l’aspetto più evidente fu lo spostamento di
interessi dal campo storico-sociale a quello psicologico-individuale. Ciò avvenne anche per la
Deledda, i protagonisti dei suoi romanzi non sono infatti sfiorati dal problema sociale.
Vi è l’affacciarsi di una nuova età, ricca di eventi che nel loro insieme contribuirono a
rafforzare e ad accelerare il processo illiberale e antidemocratico della società borghese
italiana:
● nel ‘98 l’Italia settentrionale e centrale dovette affrontare una serie di tumulti che
misero in discussione le istituzioni statali, tumulti soffocati con repressioni forti
che portarono a tentativi autoritari che terminarono però con la caduta del governo
Polleaux;
● negli stessi anni l’Italia subì una dura sconfitta in Africa orientale e con la
battaglia di Adua del 1896 fu costretta a rinunciare ai suoi sogni di costruzione di
un impero coloniale che risolvesse le sue difficoltà economiche.
Ecco quindi che l’ultimo decennio del secolo fu ricco di inquietudini sociali e di disordine
nella vita politica, un periodo che culmina nel 1915 con la prima guerra mondiale, al termine
della quale si ebbero anni caratterizzati da violente e caotiche scosse politiche, il fascismo,
guerra di Spagna, guerra di Etiopia e poi la seconda guerra mondiale.
In quegli anni a cavallo tra i due secoli però ci troviamo di fronte ad un processo di
trasformazione strutturale che vede l’industria come la principale attività economica
nazionale. Ciò determinò il costituirsi di strati di proletariato urbano (industriale e rurale) e di
conseguenza ad una coscienza del “quarto stato”. La formazione di sindacati e partiti fu
inevitabile e ciò accrebbe il timore delle masse e del socialismo nella borghesia.
C’è da dire che raggruppa scrittori e opere in età, periodi, “-ismi” è sempre un lavoro
complesso, poiché, per tutti quegli autori che vivono a cavallo tra i due secoli, poiché vi è un
susseguirsi caotico di situazioni storiche e culturali che influenzano anche l’attività
intellettuale e letteraria, si ha un accavallarsi e un intrecciarsi di diverse correnti, di quegli “-
ismi” che rendono difficile la definizione di una periodizzazione univoca.
Questo è il caso di Grazia Deledda, la sua attività di scrittrice si intreccia con quella di
Pascoli (1855-1912), Fogazzaro (1842-1911) e ancora prima Luigi Capuana (1839-1915); è
contemporanea a Gabriele D’Annunzio (1863-1938), a Luigi Pirandello (1867-1936), il
quale, ad esempio, per quanto possa essere definito coetaneo della scrittrice, raggiunge la
piena maturità letteraria negli anni 20 del Novecento, appartenendo così ad una fase
successiva della storia della letteratua rispetto a Deledda. Quest’ultima infatti, avendo contatti
con gli autori di metà Ottocento, sia per poetica che per amicizia intellettuale, la si inserisce
negli anni del dissolversi del verismo e della nascita del decadentismo.
Soprattutto dopo la conclusione della questione romana, quando cioè nel 1870 anche il Lazio
e Roma furono annessi al Regno d’Italia, il panorama letterario nazionale andò
progressivamente allargandosi ai contributi europei e in maniera particolare in direzione della
narrativa francese. Il naturalismo francese finisce dunque per influenzare il pensiero dei
letterati italiani. Tanto il Verismo, movimento letterario nato in Italia all'incirca fra il 1875 e
il 1895, quanto la sua matrice di provenienza, il Naturalismo francese, partono dalla
considerazione della realtà sociale, fatta di contraddizioni, di scontri tra le classi e di
degradazione economica. I postulati teorici del Verismo furono pressappoco gli stessi della
scuola francese, di cui esso condivide l’ipotesi di una narrativa realistica, impersonale e
scientifica che non lascia trapelare nessun intervento né giudizio da parte del narratore. Una
differenza essenziale che intercorse fra Naturalismo e Verismo è determinata dai contesti. Il
Naturalismo, coerentemente alle caratteristiche della società francese, si focalizzava di norma
su ambienti metropolitani e classi – dal proletariato all’alta borghesia – legate alle grandi città
e al loro sviluppo; il Verismo, invece, privilegiava la descrizione di ambienti regionali e
municipali e di gente della campagna. La piccola provincia e la campagna, con la loro
miseria, l’arretratezza, gli stenti e le ingiustizie sociali divennero i luoghi e i temi prediletti
dal Verismo.
Le opere veriste rappresentano soprattutto le realtà sociali dell'Italia centrale, meridionale e
insulare. Così la Sicilia è descritta nelle opere di Giovanni Verga, di Luigi Capuana e di
Federico De Roberto; Napoli in quelle di Matilde Serao e di Salvatore Di Giacomo; la
Calabria nelle opere di Nicola Misasi; la Sardegna in quelle di Grazia Deledda; l'Abruzzo in
quelle di Domenico Ciampoli e Giuseppe Mezzanotte, Roma nelle poesie di Cesare
Pascarella; la Toscana nelle novelle di Renato Fucini.
La principale caratteristica del Verismo, che si discosta da altre tecniche narrative, è l'utilizzo
del "principio dell'impersonalità", tecnica che, come mostrato da Verga, consente all'autore di
porsi in un'ottica di distacco nei confronti dei personaggi e dell'intreccio del racconto.
L'impersonalità narrativa è propria di una narrazione distaccata, rigorosamente in terza
persona e, ovviamente, in chiave oggettiva, priva, cioè, di commenti o intrusioni d'autore che
potrebbero, in qualche maniera, influenzare il pensiero che il lettore si crea a proposito di un
determinato personaggio o di una determinata situazione.
Gli autori veristi cercano di scoprire le leggi che regolano la società umana, l’attenzione si
pone alla realtà quotidiana, ai fatti di tutti i giorni.
L'artista deve ispirarsi unicamente al vero cioè desumere la materia della propria opera da
avvenimenti realmente accaduti e preferibilmente contemporanei, limitandosi a ricostruirli
obiettivamente ovvero rispecchiando la realtà in tutti i suoi aspetti e a tutti i livelli sociali.
Ai primi lettori dei romanzi di Deledda era naturale inquadrarla nell'ambito della scuola
verista. Luigi Capuana la esortava a proseguire nell'esplorazione del mondo sardo, "una
miniera" dove aveva "...già trovato un elemento di forte originalità".
Anche Borgese la definisce, "degna scolara di Giovanni Verga".Lei stessa scrive nel 1891 al
direttore della rivista romana, La Nuova Antologia, Maggiorino Ferraris: "L'indole di questo
mio libro a me pare sia tanto drammatica quanto sentimentale e anche un pochino veristica se
per 'verismo' intendiamo il ritrarre la vita e gli uomini come sono, o meglio come li conosco
io."
Sono anche molti i critici e gli studiosi che si oppongono alla categorizzazione di Grazia
Deledda entro i canoni di naturalismo e verismo.
Emilio Cecchi nel 1941 scrive: "Ciò che la Deledda poté trarre dalla vita della provincia
sarda, non s'improntò in lei di naturalismo e di verismo... Sia i motivi e gli intrecci, sia il
materiale linguistico, in lei presero subito di lirico e di fiabesco..."
Il critico letterario Natalino Sapegno definisce i motivi che distolgono Deledda dai canoni del
Verismo: "Da un'adesione profonda ai canoni del verismo troppe cose la distolgono, a
iniziare dalla natura intimamente lirica e autobiografica dell'ispirazione, per cui le
rappresentazioni ambientali diventano trasfigurazioni di un'assorta memoria e le vicende e i
personaggi proiezioni di una vita sognata. A dare alle cose e alle persone un risalto fermo e
lucido, un'illusione perentoria di oggettività, le manca proprio quell'atteggiamento di stacco
iniziale che è nel Verga, ma anche nel Capuana, nel De Roberto, nel Pratesi e nello Zena."
La stagione del Verismo si conclude nel 1894 con il romanzo I Viceré di Federico De
Roberto. Già nel 1889 però Gabriele D’Annunzio pubblica il suo primo libro, Il piacere,
aprendo così la fase del Decadentismo, nella quale i letterati italiani preferiranno, al
“realismo sociale” di Zola o di Verga, l’indagine sulla psicologia decadente di singoli
individui, ora inetti come i personaggi di Italo Svevo, ora eccezionali come gli esteti di
D’Annunzio.
Il Decadentismo è un movimento letterario che si è sviluppato in Italia e in Europa, tra la fine
dell'Ottocento e gli inizi del Novecento. Non si può dire che il Decadentismo sia frutto di una
situazione storica diversa e successiva rispetto a quella del Naturalismo-Verismo.
Il termine "decadente" fu, in origine, usato in senso dispregiativo, per indicare giovani poeti
che vivevano fuori dalle norme comuni, considerati appunto simboli di una "decadenza
sociale" che disprezzava il progresso e la fede nella scienza del positivismo. Più tardi passò a
designare la dilagante "decadenza" della società materialista di fine secolo, orientata verso
l'esaltazione delle conquiste tecnologiche e alla quale gli intellettuali si sentivano estranei.
L’intellettuale si trova a disagio nella nuova società che essendo tutta tesa alla produzione e
al guadagno, schernisce gli ideali di libertà e democrazia in nome dei quali era incominciata.
L’intellettuale assume così l’atteggiamento del ribelle che rifiuta la società borghese e ne
dissacra i valori.
Il Decadentismo si sviluppa in forte contrapposizione al positivismo che legge la realtà come
un insieme di fatti regolati da leggi meccaniche e finalizzate alla crescita e a un armonioso e
inarrestabile progresso. Gli interrogativi degli uomini in generale, concernenti più il loro
mondo e i loro prodotti che la realtà extra-umana, percepiscono la scienza come
relativamente estranea ai loro bisogni. La ragione e la scienza apparvero insufficienti: la loro
logica era fredda e distaccata, le loro spiegazioni lasciavano insoddisfatte le domande più
pressanti e le istanze fondamentali dello spirito. La crisi del positivismo determinò un ritorno
allo spiritualismo che, nelle sue varie forme, riaffermò il valore della volontà, della libertà e
della spiritualità umana, riscoprendo, contro l'arido razionalismo, gli impulsi più reconditi
dell'animo, l'intuizione, il mistero. Il razionalismo è ormai finito, travolto dalla crisi della
borghesia ottocentesca, e la letteratura sente il bisogno di scandagliare quegli angoli più
remoti dell'anima dove spesso stanno anche il male, il vizio, l'apatìa, la lussuria, la voluttà, la
noia.
In Italia il Decadentismo si configurerà come un movimento ricco e articolato interessato a
esprimere l’alienazione dell’uomo contemporaneo alle prese con le trasformazioni della
società industriale, il desiderio di fuga dai meccanismi di standardizzazione e la ricerca di
forme nuove per esprimere la propria specificità. In Italia il Decadentismo penetra e si
sviluppa molto lentamente, assumendo aspetti diversi in rapporto alla personalità di ciascun
artista.
a proposito del rapporto tra Deledda e il decadentismo Vittorio Spinazzola scrive: "Tutta la
miglior narrativa deleddiana ha per oggetto la crisi dell'esistenza. Storicamente, tale crisi
risulta dalla fine dell'unità culturale ottocentesca, con la sua fiducia nel progresso storico,
nelle scienze laiche, nelle garanzie giuridiche poste a difesa delle libertà civili. Per questo
aspetto la scrittrice pare pienamente partecipe del clima decadentistico. I suoi personaggi
rappresentano lo smarrimento delle coscienze perplesse e ottenebrate, assalite dall'insorgenza
di opposti istinti, disponibili a tutte le esperienze di cui la vita offre occasione e stimolo."
Canne al vento
Canne al vento esce a puntate, dal 12 gennaio al 27 aprile 1913, su "L'illustrazione italiana" e
nel medesimo anno viene pubblicato in volume dall'editore Treves. La pubblicazione del
romanzo in volume ha sicuramente contribuito a espandere la sua influenza e a far conoscere
l'autrice al di là dei confini nazionali. Le traduzioni in molte lingue hanno ulteriormente
solidificato la reputazione di Deledda come una delle voci più significative della letteratura
italiana del tempo.
Il romanzo ha rapidamente catturato l'attenzione del pubblico e della critica letteraria
dell'epoca grazie alla sua profonda rappresentazione della vita in Sardegna e alla maestria con
cui Deledda ha intrecciato temi universali come l'onore, la passione e i conflitti familiari.
“Canne al Vento", ambientato a Galte (Galtellì), si sviluppa attraverso 17 capitoli, il
narratore è esterno e segue principalmente la storia della famiglia Pintor e delle relazioni
complesse tra i membri della famiglia, le loro lotte, i segreti e i conflitti interni. Il tempo del
racconto va dalla primavera 1912 all’autunno 1913, mentre il tempo della storia è di circa 20
anni (vista la presenza di vari flashback)
Grazia Deledda utilizza poi una prosa ricca di dettagli per immergere il lettore nella vita
quotidiana dei personaggi e nell'atmosfera della Sardegna rurale.
La trama
“Canne al vento” racconta di un villaggio sardo dove vive la nobile famiglia Pintor: padre,
madre e quattro figlie. Il padre, Don Zame, rappresentato come è un uomo superbo e
orgoglioso e violento incarna i valori tradizionali dell’aristocrazia sarda, ancora legata a fine
XIX secolo alla gestione feudale della società rurale, superstiziosa e religiosa. Don Zame
relega le figlie in casa ai lavori domestici. A questa condizione femminile si ribella solo Lia,
la terza delle sue due figlie, che fugge. Ella è una figura ribelle, attratta dai cambiamenti e
dalla modernità. La sua fuga dalla famiglia per abbracciare nuove idee e stili di vita è un
momento cruciale della trama, poiché simboleggia la rottura con le tradizioni familiari e la
volontà di emanciparsi dalle restrizioni imposte dalla società patriarcale dell'epoca. Lia
abbraccia i nuovi valori che vengono dal continente e dalla rinnovata società industriale. Il
desiderio di libertà che la anima la porta ad entrare apertamente in conflitto con il padre e
causare, involontariamente, il definitivo declino dei Pintor.
La fuga della figlia comporta per Don Zame la perdita dell’onore a cui tiene più di ogni altra
cosa. Il padre, mentre tenta di inseguire la figlia, viene trovato misteriosamente morto sul
ponte all'uscita dal paese. Il fatto criminoso resterà avvolto in una sorta di mistero. Questo è
l'antefatto del romanzo che comincia nel momento in cui viene annunciato l'arrivo di
Giacinto, il figlio di Lia rimasto orfano di entrambi i genitori, in casa Pintor.
abbracciare
Quando il romanzo ha inizio, le dame Pintor: Ruth, Ester e Noemi, assistono rassegnate al
declino della loro giovinezza, abitano in una casa oramai cadente e sono rimaste proprietarie
di un unico, piccolo podere appena sufficiente per il loro sostentamento. Ruth è la maggiore
delle sorelle Pintor. Ha una personalità riservata e un forte attaccamento alle tradizioni
familiari. Pur essendo una figura presente nel contesto familiare, spesso rimane in secondo
piano rispetto alle dinamiche più rilevanti della storia. Ester viene descritta come una figura
sensibile con una connessione profonda con la natura. Noemi, la più giovane delle sorelle ha
un carattere molto forte, spesso burbero. Le sorelle sono protette dal servo Efix legato a loro
da affetto e senso di colpa, è proprio lui che, aiutando Lia a scappare, uccise accidentalmente
Don Zame. Egli è l’eroe di tutta la vicenda, la sua attitudine alla riflessione e la
contemplazione ne fa un paradigma di saggezza, attraverso il quale la consapevolezza della
fragilità umana diventa un punto di forza per costruire una resistenza strenua e non violenta
alle turbolenze della storia.
Efix cerca di sanare la parabola di decadenza tra il vecchio nucleo familiare e il nuovo,
costituito da Giacinto, arrivato a rinnovare in maniera totalmente differente la vicenda dei
Pintor. Efix sogna pazientemente il rifiorire della casa e della casata. Una speranza che si
accende con l'arrivo di Giacinto che rappresenta il nuovo ordine, un personaggio che arriva a
rinnovare e trasformare radicalmente la storia dei Pintor. È una figura moderna, diversa dagli
altri membri della famiglia, che porta con sé idee innovative e un modo di vivere lontano
dalle tradizioni arcaiche. La sua presenza e le sue azioni segnano un cambiamento
significativo nella famiglia.
Intorno a questi personaggi ve ne sono di altri minori, membri della comunità e del gruppo,
solidali e partecipi.
Giacinto instaura una relazione con Grixenda e confessa al servo di aver intenzione di
sposarla.
Efix scopre che Giacinto si era indebitanto con Kallina l’usuraia, falsificando le firme di don
Predu, parente delle dame Pintor con cui, nella prima parte del romanzo, ha una certa rivalità
a caua del desiderio di acquistare il poderetto delle dame, e donna Ester. In questo modo
donna Ester, Ruth e Noemi, pagando tutti i debiti saranno così costrette a fare l’elemosina e
Giacinto decide di andare a Nuoro a trovare lavoro, costretto così ad abbandonare anche la
sua amata Grixenda. Quando a casa delle dame Pintor arriva una comunicazione con la quale
l’usuraia richiede la cambiale firmata falsificamene da Giacinto col nome di donna Ester;
quest’ultima decide di andare a parlare a Kallina per convincerla a concedere altro tempo. Le
altre due donne rimangono in casa con don Predu ma Ruth non si sente bene e muore.
Con tutti i debiti da pagare per causa di giacinto e la morte della sorella, Noemi ed Ester non
escono più di casa e infine decidono di accettare la proposta di Predu a cui vendono il
poderetto. Efix continua così a lavorare al poderetto e il nuovo padrone diventa più generoso
e apprensivo con le due donne. Un giorno il servo va a parlare con Noemi da parte di Don
Predu per chiederle di sposarlo, ma la donna rifiuta, Efix tenta in tutti i modi di convincerla
ma non ci riesce e preso dallo sconforto se ne va. Il servo si reca a Nuoro e dopo vari eventi
incontra un mendicante cieco che ha appena perso il suo compagno di vita e prende la
decisione di aggregarsi a lui. ai due se ne aggiungerà poi un terzo che finirà per derubare Efix
che poi verrà abbandonato anche dal primo compagno
Efix è ora libero, ha concluso il percorso di espiazione della sua colpa e ritorna al suo
poderetto dove verrà informato che Grixendacsi sposerà con Giacinto e che anche Predu e
Noemi convoleranno a nozze.
Efix ritorna a lavorare al poderetto ma si rende conto che sono ormai giunti i suoi ultimi
giorni di vita e decide di passarli in compagnia delle padrone che ha servito per tutta una vita.
Rimane nella loro casa delirante per molti giorni finché si confessa al prete liberandosi
dell’enorme peso da cui è stato oppresso da tutta la vita, l’omicidio del padre delle tre donne,
e muore.
La lingua e lo stile
Per poter fare un’analisi corretta della lingua e dello stile di Grazia Deledda, bisogna tenere in
considerazione che per la scrittrice l’italiano era una lingua non appresa naturalmente, ma
imparata attraverso la lettura assidua di opere di autori italiani, che portarono a livelli di
maturità artistica strabilianti per una scrittrice che si era formata da autodidatta.
Nonostante ciò, la lingua utilizzata da Deledda è una lingua italiana volutamente arricchita da
espressioni, vocaboli, costrutti propri del vernacolo sardo, i quali molto spesso non
presentano un corrispettivo italiano, portando Deledda a fornire una traduzione in nota.
Nelle sue pagine ritroviamo termini, modi di dire e costruzioni specifiche sarde poiché i
personaggi si esprimono fra loro secondo i moduli della conversazione quotidiana, senza
preoccuparsi di cadere in solecismi e sgrammaticature; la costruzione del periodo echeggia la
vivacità tipica della comunicazione orale, i termini dialettali si inseriscono direttamente nella
pagina come delle note di colore volte a ricondurre il lettore a una particolare atmosfera, a
rimandare al paesaggio isolano e a un certo modo di sentire e di parlare, conferendo
autenticità alle sue rappresentazioni della vita sarda e crea un legame più intimo con il
contesto culturale della sua narrativa.
I dettagli accurati, come il fruscio del vento nel canneto, dipingono la natura come uno
spettacolo sacro e contribuiscono a immergere il lettore nell'atmosfera dei luoghi descritti e a
far vivere in modo vibrante i personaggi e le loro esperienze. Lo stile è spesso caratterizzato
da un'atmosfera suggestiva e un senso di mistero; l’uso del simbolismo e delle metafore fa
assumere alla natura e ai luoghi connotati più profondi e suggestivi contribuendo a stratificare
la trama.
Vi è una poi una terza dimensione del linguaggio, propriamente narrativa, in cui realismo e
liricità si fondono, interiorizzandosi. È il piano in cui Deledda si dedica all’analisi psicologica
dei suoi personaggi, esplorando le loro emozioni, i loro conflitti interiori e le loro relazioni.
Questo aspetto della sua scrittura la collega al crescente interesse per la psicologia nella
letteratura del suo tempo.
I temi principali
All’interno del testo ricorrono una serie di temi fondamentali come quello del Destino o per
meglio dire della Vita stessa. L’esistenza umana è infatti preda di forze superiori, "canne al
vento" sono le vite degli uomini e la sorte è concepita come "malvagia sfinge". Si legge
infatti: “Perchè la sorte ci stronca così, come le canne?
- Sì - egli disse allora – siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché!
Siamo canne, e la sorte è il vento.
è la Religione, altro tema estremamente presente all’interno del testo che aiuta le persone a
non naufragare di fronte alle avversità. L’invocazione a Dio è costante di fronte alle avversità
per tutto il romanzo. Di fronte al dolore, all'ingiustizia, alle forze del male e all'angoscia
generata dall'avvertito senso della finitudine, l'uomo può soccombere e giungere allo scacco e
al naufragio, ma può altresì decidere di fare il salto, scegliendo il rischio della fede e il
mistero di Dio. Nel testo infatti leggiamo: Gli sembrava di capire finalmente perché Dio lo
aveva spinto ad abbandonare la casa delle sue padrone e ad andarsene vagabondando: era per
dar tempo a Giacinto di scendere nella sua coscienza e a Noemi di guarire dal suo male.
(p.188)
La narrativa di Deledda si basa su forti vicende d'amore, di dolore e di morte sulle quali
aleggia il senso del peccato, della colpa, e la coscienza di una inevitabile fatalità. La
coscienza del peccato si accompagna al tormento della colpa e alla necessità dell'espiazione e
del castigo. Attilio Momigliano, parlando di tale tema nell’opera deleddiana dice
“Grazia Deledda ha una capacità simile a quella di Delitto e castigo e dei Fratelli Karamazov,
di ritrarre la potenza trascinante del peccato e il peccato come una crisi che libera dal loro
profondo carcere tutte le forze morali d’un uomo, quelle sublimi e quelle perverse, e finisce
per sollevare lo spirito in una sfera che forse non raggiungerebbe altrimenti. Quindi
l’interesse intenso, il rispetto che incutono i suoi colpevoli e i suoi delinquenti, il senso di
pietà e di elevazione che lasciano nell’anima".
Il peccato di Efix è un percorso di espiazione ed infine il perdono. Un santo per certi versi, un
peccatore per altri. Efix è consumato dal senso di colpa per quanto ha commesso e cerca fino
alla fine di mantenere il segreto di quello che ha commesso. Egli si pente del suo peccato ed
intraprende un percorso di penitenza, un processo sempre più drammatico di auto-
umiliazione. Così il povero vecchio servo assurge alla dignità sacrale di apostolo della fede di
cui è un tanto affannato devoto. Il rappresentante delle classi subalterne viene celebrato come
depositario di una intatta ricchezza spirituale che lo innalza ben al di sopra di chi ha maggiori
beni ma, nonostante questo, la sua oggettiva condizione sociale è destinata a rimanere
inalterata. Anzi proprio nella sua qualifica servile egli vede la miglior garanzia di rivalsa
morale: Non si domandava più perché Noemi rifiutava la vita: gli sembrava di capire. era il
castigo di Dio su lui: Il castigo che gravava su tutta la casa. ed egli era il verme dentro il
frutto, era il tarlo che rodeva Il destino della famiglia. Appunto come il tarlo egli aveva fatto
tutte le sue cose di nascosto: aveva roso, roso, roso e adesso si meravigliava se tutto s'era
sgretolato intorno a lui? Bisognava andarsene: questo solo capiva. ma un filo di speranza lo
sosteneva ancora come lo stelo ancor fresco sosteneva la Viola livida che gli teneva fra le
dita. Dio non abbandonerebbe le disgraziate donne. (p.139)
Tutto il romanzo indaga sulla complessità dell’animo umano e sul suo rapporto con il bene e
il male. Nelle sue pagine si racconta della miserevole condizione dell'uomo e della sua
insondabile natura che agisce - lacerata tra bene e male, pulsioni interne e cogenze esterne,
predestinazione e libero arbitrio - entro la limitata scacchiera della vita; una vita che è
relazione e progetto, affanno e dolore, ma anche provvidenza e mistero. Deledda sa che la
natura umana è altresì - in linea con la grande letteratura europea - manifestazione
dell'universo psichico abitato da pulsioni e rimozioni, compensazioni e censure. Spesso,
infatti, il paesaggio dell'anima è inteso come luogo di un'esperienza interiore dalla quale
riaffiorano ansie e inquietudini profonde, impulsi proibiti che recano angoscia: da una parte
intervengono i divieti sociali, gli impedimenti, le costrizioni e le resistenze della comunità di
appartenenza, dall'altra, come in una sorta di doppio, maturano nell'intimo altri pensieri, altre
immagini, altri ricordi che agiscono sugli esistenti. La coscienza dell'Io narrante, che media
tra bisogni istintuali dei personaggi e contro-tendenze oppressive e censorie della realtà
esterna, sembrerebbe rivestire il ruolo del demiurgo onnisciente, arbitro e osservatore
neutrale delle complesse dinamiche di relazione intercorrenti tra identità etiche trasfigurate in
figure che recitano il loro dramma in un cupo teatro dell'anima.
Come già precedentemente detto Deledda esprime una scrittura personale che affonda le sue
radici nella conoscenza della cultura e della tradizione sarda. L'isola è intesa come luogo
mitico e come archetipo di tutti i luoghi. Intende ricordare la Sardegna della mia fanciullezza,
ma soprattutto la saggezza profonda ed autentica, il modo di pensare e di vivere, quasi
religioso di certi vecchi pastori e contadini sardi che nonostante la loro assoluta mancanza di
cultura, fa credere ad una abitudine atavica di pensiero e di contemplazione superiore della
vita e delle cose di là della vita. Da alcuni di questi vecchi Deledda ha appreso verità e
cognizioni che nessun libro le ha mai rivelato, si tratta delle grandi verità fondamentali che i
primi abitatori della terra dovettero scavare da loro stessi, maestri e scolari a un tempo, al
cospetto dei grandiosi arcani della natura e del cuore umano. Il fiabesco, la leggenda, il mito
percorre i paesaggi descritti da Deledda sotto forma di folletto, fata, spiritello:
Efix sentiva rumore che le panas( donne morte di parto) facevano nel lavar i loro panni giù al
fiume, battendoli con uno stinco di morto, e credeva di intravedere l'ammattadore, Folletto
con sette berretti entro i quali conservava un tesoro, balzar di qua e di là sotto il bosco di
mandorle, inseguito da vampiri con la coda di acciaio [...] specialmente nelle Notti di Luna
tutto questo popolo misterioso anima le colline le valli: l'uomo non ha diritto a turbarlo con la
sua presenza, come gli spiriti hanno rispettato lui durante il corso del sole; è dunque tempo di
ritirarsi e chiudere gli occhi sotto la protezione degli angeli custodi (p.5)
Anche il tappeto verde con il quale viene coperto il corpo del povero Efix, richiama un manto
d’erba, un prato, il prato del poderetto dove Efix era solito riposare.
Se da un lato l’uomo viene descritto con metafore che lo collegano alla natura (come Efix che
viene paragonato ad un tarlo, un verme, una pietra): Eccolo, gli sembrava sempre di vederlo,
alto sereno, bianco di farina come una giovane pianta coperta di brina, purificato dal lavoro e
dal proposito del bene (p. 150)
Anche la natura però viene umanizzata: con la faciuola scintillante in una mano e nell’altra il
tralcio di vite dalla cui estremità violacea stillavano come da un dito tagliato gocce di sangue
(p.132)
Una Natura umanizzata a tal punto da parlare: Tutto era silenzio: I fantasmi si erano ritirati
dietro il velo dell'alba e anche l'acqua mormorava più lieve come per lasciar meglio risuonare
il passo di Efix giù per il sentiero; solo le foglie delle canne si muovevano sopra il ciglione,
dritte rigide come spade che si arrotavano sul metallo del cielo.
I rapporti tra uomo e natura sono molto complessi perchè se da un lato l’uomo cerca di
dominare la natura, con il timore però che questa possa sovrastarlo, perché la natura conserva
comunque la sua potenza imprevedibile e anche indomabile dall’uomo:
Ma le giornate erano già troppo calde ed efix pensava anche alle piogge torrenziali che
gonfiano il fiume senza argini e lo fanno balzare come un mostro e distruggere ogni cosa:
sperare, sì, ma non fidarsi anche, Star vigili come le canne sopra il ciglione che ad ogni soffio
di vento si battono l'una contro l'altra le foglie come per avvertire del pericolo. Per questo
aveva lavorato tutto il giorno e adesso, in attesa della notte, mentre per non perdere tempo
intesseva una stuoia di giunchi, pregava perché Dio rendesse valido il suo lavoro punto che
cos'è un piccolo argine se Dio non lo rende, col suo volere, formidabile come una montagna?
(p. 4)
dall'altro lato l’uomo cerca di adeguarsi ai ritmi della natura, alla sua stagionalità e alla sua
capacità di produzione senza sfruttarla:
- il fiume si gonfia d'inverno?
Non conosceva né le piante nelle erbe, non sapeva che i fiumi straripano in primavera! (p. 51)
Sulla base del resoconto che intercorre tra uomo e natura all’interno del romanzo occorre
domandarci: Grazia Deledda è ecologica?
La risposta è un secco sì. Definirei Grazia Deledda un’anima green ante litteram in quanto ha
prodotto nell’arco della sua vita una serie di romanzi e novelle che presentano una prospettiva
ecologica in quanto esplorano la relazione e l’interconnessione tra l’umano e l’ambiente
circostante.
Questo non è altro che ciò che il termine ecologia sta a significare, una delle tante definizioni
del termine ecologia di cui siamo bombardati al giorno d’oggi. Riprendendo la definizione di
Lawrence Slobodkin, citato da Bondi, che vuole essere una definizione strettamente legata al
campo scientifico, si dice che: “l’ecologia, in termini generali, si occupa dell’interazione tra
gli organismi e il loro ambiente nel più ampio senso possibile”.
Occorre ricordare che non bisogna relegare lo studio dell’ambiente entro il bacino delle
conoscenze scientifiche. Riprendendo sempre le parole di Bondi “la scienza è opera di
scienziati, dunque di uomini, e che le opere degli uomini sono sempre intrise di ideologia,
comprese nella storia, fondate su presupposti valoriali” e la letteratura cos’è se non un’opera
dell’uomo? È quindi un valido strumento e veicolo di valori ecologici, volta a ispirare nel
lettore la coscienza di una interdipendenza tra l’uomo e l’ambiente circostante. Come ha detto
più volte la professoressa a lezione “la letteratura è portatrice delle istanze della società”.
Al giorno d’oggi è semplice trovare romanzi che hanno come obiettivo mirato quello di
illustrare l’argomento e di sensibilizzare i lettori sulle problematiche ecologiche ma, ci sono
stati degli autori, definiti proto-ecologici, come ad esempio Thoureau, Goethe e Wordsworth,
volti al recupero di un rapporto originario con la natura.
Se quindi si supera l’idea di non prendere in considerazione autori e opere non strettamente
legati a un discorso puramente ecologista, il campo dell’esegesi ecologica è immenso: ogni
opera letteraria che presenta l’elemento forte del rapporto profondo che l’umano instaura con
il non umano può e deve essere fatta oggetto di interpretazione ecocritica. Sicuramente ci
sono generi più adatti e che meglio veicolano il messaggio in maniera diversa e più o meno
esplicita, ma tutte le scritture sulla natura possono essere esaminate da un punto di vista
ecocritico.
Canne al vento, l’opera più celebre della Deledda, deve essere quindi analizzata come
un’opera di ecologia poiché, come già precedentemente descritto, offre l’immagine culturale
della natura del periodo storico in cui ha vissuto l’autrice, che ci permette di ricostruire il
rapporto che l’uomo ha con quest’ultima.
Il titolo stesso del romanzo, Canne al vento, è una metafora che definisce l’interconnessione
organica tra l’uomo e la natura. Verso la fine del romanzo, quando Efix sente che sta per
morire, il suo stato di salute è intervallato dallo stato delle canne solo il vento impetuoso:
Passa il vento e le canne tremano e bisbigliano. […] Di tanto in tanto un acuto dolore al
fianco lo faceva balzare dritto rigido […]; si ripiegava di nuovo su se stesso, livido e
tremante, proprio come una canna al vento (p. 244) Nel corso del romanzo più volte troviamo
l’immagine delle canne al vento, e il loro stato è una metafora che descrive la psicologia, le
emozioni e lo stato d’animo del personaggio. L’uomo è una canna che si piega davanti al
vento potente della vita, del destino.
All’interno dell’opera la visione della natura risulta essere più ecocentrica che
antropocentrica, in quanto, la natura è autonoma e libera, fatta di colori, suoni in cui l’uomo è
solo uno dei tanti abitanti.
All’alba Efix s’avviò al villaggio. Gli usignoli cantavano, e tutta la valle era color d’oro – un
oro azzurrognolo per il riflesso del cielo luminoso. Qualche figura di pescatore si disegnava
immobile come dipinta in doppio sul verde della riva e sul verde dell’acqua stagnante fra i
ciottoli bianchi.
Il paesaggio descritto nel romanzo è quello di una natura immutata dove le azioni umane si
susseguono in modo ciclico anche dopo la morte: È l'anima di don Zame, perché le anime dei
vecchi rivivono nei giovani (p. 58)
I cronotopi del romanzo sono configurati attraverso antiche tradizioni e credenze della gente
del piccolo paesino, per i quali creature fiabesche convivono con gli uomini: la Terra è quindi
il luogo in cui tutte le creature vivono in pace e serenità l’uno con l’altro.
Nelle notti di luna tutto questo popolo misterioso anima le colline e le valli: l’uomo non ha
diritto a turbarlo con la sua presenza, come gli spiriti han rispettato lui durante il corso del
sole; è dunque tempo di ritirarsi e chiuder gli occhi sotto la protezione degli angeli custodi (p.
34)
La natura è quì un habitat naturale felice e sereno che porta con sé la bellezza della vita.
Tutto era pace la dentro come l’arca di Noè. Le colombe bianche tubavano, con le zampe di
corallo posate sull’architrave della porticina sotto un tralcio di vite che gettava una ghirlanda
d’oro sulla sua ombra nera; e in questa cornice l’usuraia filava (p. 126)
La Natura è così una presenza dominante che influenza la vita dell’uomo e la sua visione del
mondo, anche nei momenti in cui i personaggi devono espiare i propri peccati: laggiù in
fondo avevo lasciato il luogo del suo delitto, lassù, verso i monti, era il luogo della penitenza.
(p. 189)
Era l'ultima tappa del suo viaggio mondano, l'ultima salita del suo calvario, quel vicolo in
salita, lurido, oleoso, con un gattino morto in mezzo alle immondezze e il cielo rosso sopra i
muri alti coperti di gramigne.(p. 190)
Solo dopo aver espiato del tutto i suoi peccati, torna nella sua terra natale, dove può morire
serenamente e tornare alla Terra, in quell’idea ciclica per la quale si esplica come la Natura
sia ontologicamente superiore all’uomo: tutto il suo corpo parve protendersi in avanti e
curvarsi ad ascoltar la voce della terra che la richiamava a sé.
Sulla base delle lunghe considerazioni appena fatte possiamo affermare, o meglio
confermare, che Canne al Vento è un'opera certamente ecologica.
—--
Deledda, Grazia. Canne al vento. Con un'introduzione all'opera, un'antologia critica e una
bibliografia a cura di Vittoria Spinazzola, Mondadori, 1975
Deledda, Grazia. Canne al vento. Testo integrale annotato con schemi e mappe concettuali,
Independently Published, 2020
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00271042e8d9_(Enciclopedia-Italiana)/
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