Amphituro, II
Amore captus2 Alcumenas Iuppiter1
Mutavit sese in formam eius coniugis,
Pro patria Amphitruo dum decernit cum hostibus.
Habitu Mercurius ei subservit Sosiae.
5 Is advenientis servum ac dominum frustra habet.
Turbas uxori ciet Amphitruo4, atque invicem
Raptant pro moechis. Blepharo captus arbiter
Uter sit non quit3 Amphitruo4 decernere.
Omnem rem noscunt. Geminos illa enititur.
Giove si è innamorato di Alcmena, ha preso le sembianze di suo marito, mentre Anfitrione sta
combattendo contro i nemici per la sua Patria. Lo aiuta Mercurio, travestito da Sosia; al loro ritorno
raggira servo e padrone. Anfitrione scatena un putiferio con la moglie: si accusano l’un l’altro di
adulterio. Belfarone, preso come arbitro, non sa distinguere il vero Anfitrione. Ma tutta la faccenda
si chiarisce e la donna genera due gemelli.
Secondo argomento: in versi giambici, acrostico (così da formare con la prima lettera di ogni verso
il titolo della commedia), sicuramente non plautino, ma opera di un grammatico (II sec. a. C.), con
tratti linguistici iperarcaizzanti e postclassici.
1. Amore captus: l’incoativo «innamorarsi» è espresso in latino da perifrasi come amore capi, in
amorem incidere, amare incipere.
Alcumenas: Plauto declina il sostantivo sempre alla latina. In effetti in età arcaica i sostantivi greci
della 1° declinazione venivano assunti nella prima declinazione, es. machina, nauta. Fu Accio
(grammatico oltreché tragico, I sec. a. C.) a promuovere una riforma per cui in latino si doveva
conservare la declinazione greca: ne è nata una declinazione misto-greca, del tutto artificiale (es.
Alcumene, Alcmenes, Alcmenae, Alcmene, Alcmenen). Latina è dunque (come sottolinea Ritschl) la
forma di genitivo arcaico in -as – già attestata come arcaismo nell’epica arcaica, da Livio Andronico
[che impiega Moentas, Latonas], fino a Nevio (filii Terras, fortunas). Qui si tratta di un
iperarcaismo: Plauto non impiega il gen. in -as tranne che nella formula d’uso pater familias. Di
sapore arcaico anche l’anattissi (inserimento della vocale -u- nel nome greco Alcmena), come sempre
in Plauto: Alcmena già in Lucilio 544 M., e quindi nel latino classico. Le forme con anattissi di -u-
sono attestate in Plauto, Igino, Plinio il vecchio e dai grammatici latini.
Iuppiter: tema in -ou-, evidente nei casi obliqui (come in bos, bou(v)is) della 3° declinazione. Il
nominativo deriva da *Iou-pater, con geminazione espressiva e apofonia.
sese: forma raddoppiata (rafforzata) del pron. riflessivo accusativo e ablativo.
Amphitruo: la forma classica è Amphitryon. Plauto doveva scrivere Ampitruo: l’aspirazione
consonantica fu introdotta nella II metà del II sec. a Cr. per rendere cqf, inizialmente trascritte come
ctp.
dum decernit: mentre, 1° dum o dum acronico, esprime concomitanza generica rispetto ad un
momento: dum + presente indicativo: “mentre” = “nel momento che” (dum Romae consulitur,
Saguntum expugnatum est, “mentre a Roma si discuteva, Sagunto fu espugnata”); 2° dum:
parallelismo cronologico, concomitanza rispetto ad una durata: dum, donec, quoad, quamdiu, con
tutti i tempi dell’indicativo, “mentre” = “per tutto il tempo che” (haec feci, dum licuit, “ho fatto
questo, finché mi fu lecito”); 3° dum: successione immediata: dum, donec, quoad + indic. (semplice
rapporto di tempo); + cong. (intenzionalità) (exspecto, dum uenias, “aspetto che tu venga”, “aspetto
intanto che tu vieni”).
decernit: composto di cerno, che è verbo di origine agricola, ed indica il «passare al setaccio»
(cribrum), quindi
1) «distinguere tra vari oggetti», sostituto metrico di video;
2) scegliere tra varie soluzioni, «decidere», p. es. combattendo, cernere ferro (in Ennio e
Virgilio), significato assunto da decerno, che ha altrimenti valore di «decretare, votare», cf.
decretum.
habitu: l’aspetto, il comportamento, il modo di se habere.
subservit: composto neviano, plautino e terenziano, ripreso – al di fuori da questo argumentum –
dagli arcaizzanti Apuleio, Frontone e dai grammatici.
aduenientis: acc. plur. con desinenza in -is, originaria dei temi in -i- della 3a decl., e quindi estesa
anche ai temi in consonante; in età repubblicana alternante con la forma -es (propria dei temi in
consonante), ma pur sempre ben documentata anche fino all’età postaugustea.
frustra habet: l’avv. frustra, che gli antichi accostavano paraetimologicamente a fraus, nella formula
di lingua d’uso frustra habere assume valore di «ingannare», espressione attestata tuttavia solo a
partire da Tacito, mentre il suo passivo, frustra esse, «essere ingannati» è già plautino, oltre che
enniano e più tardi terenziano.
turbas ciet: riprende il v. 476 “Nam Amphitruo actutum uxori turbas conciet / atque insimulabit eam
probri”. Il verbo cieo (-es, citum, ciere), e il suo doppione cio (cis, ciui, citum, cire, impiegato al v.
476) – rari in età repubblicana, impiegati come arcaismi, scompaiono nel latino postclassico, dove
sono sostituiti dall’intensivo cito e composti – sono verbi di movimento, e quindi indicano il «mettere
in movimento», «evocare», «invocare» e quindi «suscitare», «provocare». Turbas, «confusione»,
«folla», è qui con il valore di «scenata», tipico della lingua familiare.
invicem: avverbio (spesso con tmesi, in vicem) da un sostantivo *vix, di cui sono attestate le forme
singolari vicis (gen. raro e tardo), vicem, vice e plurali vices e vicibus, usato soprattutto in espressioni
avverbiali come vicem, vice «al posto di», in vicem «al posto di», «a turno». Assume il valore di
«scambievolmente», «l’un l’altro» a partire da Livio.
raptant: «si accusano a vicenda, invicem». Sono i due rivali, Anfitrione e Giove (con riferimento alla
scena lacunosa del confronto dei due, fr. XV-v. 1025), con un duro cambio di soggetto, frequente
negli argumenta, come al v. 9 (noscunt). Rapto è frequentativo (intensivo) di rapio (verbo della 1°
coniugazione regolare, derivato dal tema del supino raptum). Questi verbi avevano originariamente
valore di stato, e quindi significato durativo (habito «mi tengo sempre in un luogo, abito») in
opposizione al semplice (habeo), o laddove il semplice fosse scomparso con il composto momentaneo
(es. specto, «sto a guardare», adspicio, conspicio «rivolgo lo sguardo»). Successivamente si sono
specializzati con valore di iterazione (cursito, iacto, nuto), di intensità (quasso, rapto), di conato
(prenso, capto), di consuetudine (cubito, uisito [dal desiderativo viso, a sua volta derivato da video]),
o ancora può indicare anche attenuazione nel tempo. Rapto deriva l’idea di «accusare»
dall’espressione rapere in ius, «trascinare in giudizio». Ussing pensa che il verbo indichi anche che i
due vengano alle mani.
pro: con il significato di «come», «con la funzione di», cf. pro testimonio, «nel ruolo di testimone,
come testimone».
moechis: l’adultero, adulter, forma che in Plauto si trova una sola volta (Amph. 1049; 3 volte
adulterium e 1 adulterinus) contro le 12 di moechus (da cui l’hapax moechissat di Casin. 966), più
fortemente connotato e proprio della lingua comico-satirica o ingiuriosa.
Blepharo: nome scelto per antifrasi, dal gr. «palpebra», ma questo occhiuto arbitro non riesce a
distinguere tra i due Anfitrioni.
Uter sit: interrogativa (introdotta da Uter, utra, utrum? «chi dei due? quale delle due cose», pronome
/ aggettivo interrogativo) indiretta al congiuntivo – con il tempo presente ad esprimere
contemporaneità rispetto al presente della sovraordinata, secondo la consecutio temporum.
Frequente in Plauto, a riprodurre il parlato – anticipa il verbo della principale all’interno della
proposizione subordinata.
non quit: queo, composto del verbo eo di origine incerta. Forse da neque it > nequit, «non va, non è
possibile» si è ricostruita la flessione di nequeo, e quindi il polare, positivo, queo per falsa divisione
(ne-queo): spiegazione che pare confermata dalla tendenza ad evitare l’uso del positivo queo, senza
negazione. La forma non quit – che Cicerone usa costantemente al posto di nequit – pare forma con
la negazione «staccata e riammodernata» (quasi una Tmesi). Nella flessione nequeo presenta le
caratteristiche tipiche del verbo eo, cioè l’apofonia (alternanza vocalica) radicale di tipo indoeuropeo
*ei/i,
Il grado i- si trova solo al supino (itum) e al nominativo del participio presente (iens).
Il grado pieno ei- è trasformato per l’intervento di fenomeni fonetici latini:
1) caduta di i- dinanzi a vocale (ei-o> eo; ei-onti > eunt);
2) chiusura del dittongo ei- in i#- (eis >is, eibam > ibam).
9. noscunt: altro cambio di soggetto. Si può lasciare indeterminato, o – meno bene – ad Anfitrione e
Alcmena.
geminos enititur: «partorisce due gemelli». Dal senso originario di gemini, «gemelli», si è sviluppato
il valore di geminus, «doppio» e quello, poetico, di «due»