Storia Del Diritto Romano
Storia Del Diritto Romano
© 2023
STORIA DEL DIRITTO ROMANO 01/05/2023
Il testo e il contenuto
Il testo originale non è giunto integralmente fino a noi, poiché le tavole originali andarono perdute
nel saccheggio di Roma da parte dei Galli nel 390 a.C. Tuttavia, numerosi frammenti sono citati dalle
fonti antiche, sia testualmente (ipsissima verba), anche se talora in forma rammodernata, sia come
trascrizione, o spiegazione e commento delle singole norme. In alcuni casi sappiamo anche la tavola
in cui il versetto era contenuto e il posto da esso occupato all'interno della tavola. Sulla base di queste
reliquie gli studiosi hanno da lungo tempo provato a raccogliere tutte le citazioni pervenute per
ordinarle in una ricostruzione del testo decemvirale (cosiddetta palingenesia). Nonostante gli sforzi
profusi in questa direzione, ogni risultato raggiunto presenta un alto grado di arbitrarietà, del quale è
opportuno essere consapevoli ogni qual volta si consideri il testo delle dodici tavole 'virtualmente'
ricostruito dai moderni editori. Le leggi dovevano coprire l'intero campo del diritto (diritto sacro,
pubblico, penale, privato), compreso il processo. Si tratta di una raccolta delle consuetudini
precedentemente esistenti e oralmente tramandate (mores). Stando alle ricostruzioni del testo dei
moderni editori, sembra che le prime tre tavole riguardassero il processo civile e l'esecuzione forzata,
la quarta il diritto di famiglia, la quinta le successioni mortis causa, la sesta i negozi giuridici, la
settima le proprietà immobiliari, l'ottava e la nona i delitti e i processi penali, la decima norme di
diritto costituzionale (valore di legge per le decisioni del popolo in assemblea, proibizione dei
privilegi, ecc.), mentre le ultime due - dette da Cicerone tabulae iniquae perché istituivano il divieto
di matrimonio fra patrizi e plebei - avrebbero avuto carattere di appendice.
Nelle XII Tavole si prevedeva una sanzione speciale per i casi di lesione patrimoniale come il Furtum
e i pauperies (danneggiamento derivante da comportamenti animali). Qui di seguito alcuni esempi:
➢ Colui che bruciò una casa e fatto morire nelle fiamme, la pena per aver bruciato la casa sarà:
o risarcire il danno;
o se no, castigato con una pena più lieve.
➢ Subiscono la pena incendiale chi appicca un incendio all'interno delle mura della città, mentre
verrà applicata una pena più lieve per chi appicca un incendio a una casa. Bisogna valutare se la
volontà del soggetto era:
o dolosa: l'autore veniva legato, fustigato e messo a morte con il fuoco;
o colposa: l'autore veniva condannato a risarcire il danno arrecato (noxiam sarcire).
Dalle XII Tavole al Corpus Iuris Civilis
➢ Caso costituito dal pascolo e dal danneggiamento notturni, dove viene usato il pascolo e portato
nel fondo altrui danneggiando i frutti. Il colpevole verrà condannato, se:
o era adulto (pubere): condannato alla pena di morte attraverso l'impiccagione e sacrificato
alla dea Cerere (dea della fertilità dei campi);
o non era adulto (impubere): condannato al risarcimento del danno.
Tabula VI – Proprietà
Discute riguardo a come vada gestita la proprietà.
Tabula VII – Mantenimento delle strade
Viam muniunto: ni sam delapidassint, qua volet iumento agito.
Che le strade vengano mantenute: se dovessero cadere in rovina [la popolazione] è autorizzata a
camminare dove preferisce.
Tabula VIII – Illeciti
Si nox furtum faxit, si im occisit, iure caesus esto
Se [qualcheduno] avrà tentato di rubare nottetempo, e viene ucciso, l’omicidio sia legittimo.
Manu fustive si os fregit libero, CCC, si servo, CL poenam subit sestertiorum; si iniuriam [alteri]
faxsit, viginti quinque poenae sunto.
Tabula IX – Processo penale e controversie
Privilegia ne irroganto
Le XII tavole stabilivano (Tavola IX) il principio che la legge non poteva essere emanata nei confronti
di un solo cittadino. In latino privilegium ha un significato anceps (bivalente), non solo favorevole
(significato che è rimasto in italiano) ma soprattutto in senso sfavorevole odiosum. La traduzione
potrebbe essere dunque: Non siano dunque proposti (ìrrogo) "privilegia".
Dalle XII Tavole al Corpus Iuris Civilis
Sotto il periodo regio e all'inizio dell'età repubblicana era diffuso l'uso di emanare provvedimenti
legislativi da parte della classe patrizia, che deteneva tutti i poteri statuali, che colpissero qualche
soggetto più debole. Fu considerata una grande conquista per i plebei stabilire che la legge non può
essere emanata se non contenenti norme che valessero nei confronti di tutti.
Il mutare dei rapporti di forza furono tali che il mezzo con cui vennero reintrodotti privilegi odiosi
furono poi tipici degli Scita plebis.
Un esempio molto noto è Cicerone, che nel 58 a.C. con il "De domo sua" 10,26 affermò questa celebre
frase “Licuit tibi ferre non legem, sed nefarium privilegium.” - "Tu hai potuto promulgare non una
legge, ma un infame privilegio", riferito al tribuno Clodio amico di Cesare ed alla legge c. d. Lex
Clodia introdotto appunto tramite un plebiscito, prima legge ad personam che si conosca emanata in
democrazia.
Tabula X – Regolamentazione dei funerali
Hominem mortuum in urbe ne sepelito neve urito.
Tabula XI – Matrimonio
Stabilisce norme base sulle nozze, prima fra tutte l’impossibilità di connubio fra plebei e patrizi.
Tabula XII – Crimini
Fa dei cenni alla definizione di crimine.
STORIA DEL DIRITTO ROMANO 01/05/2023
2 Lex Canuleia
La lex Canuleia de conubio patrum et plebis fu una legge proposta dal tribuno della plebe Gaio
Canuleio nel 445 a.C., con la quale venne abolito il divieto di nozze tra patrizi e plebei. Tale divieto
risalente alle tradizioni dell'epoca arcaica di Roma, venne codificato dalle Leggi delle XII tavole,
entrate in vigore nel 450 a.C. La lex Canuleia, dato il suo particolare iter, è ricordata anche come
plebiscitum Canuleium.
Essendo consoli Marco Genucio Augurino e Gaio Curzio Filone, un acceso dibattito politico scoppiò
a Roma fra l'ordine patrizio e l'ordine plebeo. Da anni veniva ripresentata la Lex Terentilia, che voleva
mettere un limite al potere dei consoli. Solo l'anno precedente, l'azione di Publio Scapzio convinse la
plebe e le tribù a rivendicare al popolo romano la proprietà di un territorio che Ardea e Ariccia si
contendevano. Il fatto aggiunse antagonismo fra la plebe e il patriziato; quest'ultimo, attraverso i
consoli, voleva gestire la situazione in modo differente.
Come narra Tito Livio:
«...et mentio primo [...] ut altero ex plebem consulem liceret fieri, eo processit deinde ut rogationem
novem tribuni promulgarent ut populo potestas esset, seu de plebe seu de patribus vellet, consules
faciendi.»
«...l'idea [...] che fosse possibile che uno dei due consoli fosse di origine plebea si fece strada tal punto
che ben nove tribuni avanzarono la proposta di concedere al popolo l'elezione dei consoli, a loro
scelta, fra patrizi e plebei.»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IV, 1)
La plebe cominciò dunque la sua secolare scalata alle massime istituzioni romane.
Quando il tribuno della plebe Gaio Canuleio presentò la sua legge, l'effetto fu dirompente. Il patriziato
romano si oppose. In pericolo era la gestione del potere. Ma naturalmente le motivazioni addotte
furono del tutto diverse:
«Nam anni principio et de conubio patrum et plebis C. Canuleius tribunus plebis rogationem
promulgavit qua contaminari sanguinem suum patres confundique iura gentium rebantur.»
«Infatti all'inizio dell'anno il tribuno della plebe Gaio Canuleio presentò una legge sul matrimonio tra
patrizi e plebei in seguito alla quale i patrizi ebbero a temere che il loro sangue fosse contaminato e
ne fossero sconvolti i diritti detenuti dalle famiglie del patriziato.»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IV, 1)
In realtà la lex Canuleia non poteva all'epoca essere definita come una lex, né tanto meno come un
vero e proprio plebiscito: infatti, l'iter legis doveva iniziare necessariamente con la proposta (rogatio)
da parte di un magistrato maggiore (mentre Canuleio era un tribuno della plebe); non poteva essere
nemmeno un plebiscito perché all'epoca dell'emanazione della lex Canuleia, il plebiscito vincolava
ancora solo i plebei, mentre questa norma interessava e vincolava necessariamente anche i patrizi.
Fu, quindi, più precisamente, un accordo concluso tra i rappresentanti patrizi e quelli plebei. Tuttavia,
dal 287 a.C., con la lex Hortensia, il plebiscito fu equiparato alla lex e, pertanto, questo atto normativo
è passato alla storia come lex Canuleia o plebiscitum Canuleium.
“All'inizio dell'anno”, Canuleio presentò la legge, poco dopo che furono eletti i consoli, per avere più
tempo di farla discutere. Se non fosse stata approvata prima dell'elezione dei successivi consoli, la
legge avrebbe dovuto essere ripresentata.
Dalle XII Tavole al Corpus Iuris Civilis
Il metodo migliore per non discutere e quindi non approvare la legge era la guerra. Se un nemico si
avvicinava alla città, la plebe veniva chiamata alle armi e, sottoposta alla legge marziale, non poteva
votare. La storia della Lex Terentilia, per esempio, è costellata di interventi di Equi, Volsci e Sabini
opportunamente sollevatisi ogni volta che la legge veniva proposta.
«Laeti ergo audiere patres Ardeatium populum [...]descisse et Veiented
depopulatus externa agri romani.»
«Fu dunque con animo lieto che i patrizi accolsero la notizia secondo cui
gli Ardeati si erano ribellati [...] e i Veienti si erano dati a scorrerie.»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IV, 1)
Canuleio resistette e convocò l'assemblea popolare. I consoli,
espressione del patriziato, si batterono contro la legge. Tra le ragioni
addotte, Livio ne ricorda una:
«Quam enim aliam vim conubia promiscua habere nisi ut ferarum
propre ritu volgentur concubitus plebis patrumque»
«Quale altro scopo, infatti, avevano i matrimoni misti se non la
diffusione di accoppiamenti fra plebe e patrizi, quasi a somiglianza
delle bestie selvagge?»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IV, 1)
Particolarmente rilevante è un'argomentazione portata avanti da
Canuleio:
«Altera conubium petimus, quod finitimis externisque dari
solet; nos quidem civitatem, quae plus quam conubium est,
hostibus etiam victis dedimus.»
«chiediamo matrimoni misti che vengono concessi ai popoli Figura 1 | Busto di Tito Livio, ad opera del Moretti (1860)
confinanti e agli stranieri e del resto noi abbiamo concesso la Tito Livio (59 a.C. – 17 d.C.) è stato uno storico
cittadinanza, che sicuramente è più significativa del diritto di romano, autore della Ab Urbe condita, una
connubio, anche a dei nemici sconfitti.» storia di Roma dalla sua fondazione fino alla
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IV, 1) morte di Druso, figliastro di Augusto, nel 9 a.C.
Una gens come i Claudii, proveniente dalla nemica Sabina, era stata accolta a Roma, aveva ricevuto
terre in dotazione, era stata annoverata come patrizia. Canuleio si domandava retoricamente come
mai, se uno straniero poteva diventare patrizio e quindi console, l'accesso alla più alta magistratura
era negata ad un civis romanus solo perché plebeo.
La Repubblica romana, infatti, era stata assai attenta a legare con vincoli matrimoniali (e quindi
economici) le varie famiglie delle classi superiori dei popoli vicini, che in tempi più o meno lontani
erano stati nemici. La rete di alleanze matrimoniali iniziate in tempi tanto remoti permise a Roma la
sopravvivenza durante le guerre sannitiche e soprattutto durante l'invasione di Annibale e la Seconda
guerra punica.
La diatriba toccava anche aspetti religiosi: ai plebei era precluso il consolato anche perché essi non
possedevano il "diritto di auspicio" e quindi non potevano guidare l'esercito.
Alla fine, i patrizi concessero la presentazione della legge, convinti che i tribuni, gratificati, non
avrebbero presentato la parallela legge per il consolato ai plebei e questi avrebbero accettato la leva
STORIA DEL DIRITTO ROMANO 01/05/2023
4 Lex Ogulnia
La Lex Ogulnia, promulgata nel 300 a.C., è uno degli esiti della lunga lotta di classe che oppose
patrizi e plebei nell'età repubblicana dell'antica Roma.
Con questa legge, il pontificato massimo e i vari collegi
sacerdotali vennero resi accessibili ai plebei, che già prima
del 367 a.C. erano stati ammessi nel collegio sacerdotale dei
decemviri sacris faciundis, aumentando il numero dei
pontefici da cinque a otto e quello degli organi sacerdotali da
cinque a nove. La lunga gestazione di questo provvedimento
mostra il rilievo politico e ideologico che era attribuito a tali
figure sacerdotali.
Il primo pontefice massimo plebeo – che dunque ne
beneficiò – fu Tiberio Coruncanio nel 254 a.C.; il suo atto
più significativo fu quello di rendere pubbliche le sedute del
collegio pontificio, favorendo la “laicizzazione” della figura
del giurista.
5 Lex Hortensia
La Lex Hortensia de plebiscitis (286 - 287 a.C.) fu una legge promulgata a Roma ai tempi della
Repubblica, dal dittatore Quinto Ortensio a seguito di un ennesimo conflitto tra patrizi e plebei.
La legge imponeva che le deliberazioni prese durante il Concilium plebis (concilio della plebe)
dovessero vincolare tutto il popolo romano. La diretta conseguenza fu l'equiparazione dei cosiddetti
Plebiscita (le decisioni dei concilia plebis tributa su proposta dei tribuni plebis), alle leges rogatae,
le quali erano le deliberazioni dei comitia centuriata.
In età repubblicana (ma anche nella prima età del principato) nel sistema costituzionale romano la
legge, prima di essere votata, veniva proposta anzitutto da un magistrato (titolare del ius agendi cum
populo) alle assemblee riunite nei comitia, mediante la rogatio (disegno di legge). Tale legge
prendeva il nome di Lex publica. Da un punto di vista della cogenza, la lex publica (o comitialis)
vincolava tutto il popolo romano indiscriminatamente dalla classe sociale d'appartenenza, ciò
enfatizzava ancor di più la sostanziale differenza intercorrente tra i patrizi e la classe sociale, ritenuta
inferiore, dei plebei. Questi ultimi a loro volta prendevano parte a delle assemblee, costituite dalla
sola plebe e chiamate per questo concilia plebis, costituite peraltro dalla maggioranza della
popolazione. Dalle assemblee della plebe venivano promulgati i plebis scita che, tuttavia, al contrario
delle leges, non vincolavano tutta la popolazione romana ma solo quella grande fetta di essa facente
parte della plebe. Dunque era consuetudine distinguere le leggi comiziali dai plebisciti e otteneva
tecnicamente la qualifica di lex tutto ciò che il popolo iubet atque constituit (ordina e decide), di
plebis scitum, invece, ciò che la plebe iubet atque constituit. In un primo periodo i patrizi non si
ritenevano vincolati dai plebisciti, poiché questi venivano votati senza che vi fosse la loro
partecipazione, in particolar modo a rendere agli occhi dei patrizi “illegittime” tali disposizioni era
l'assenza nei concilia plebis della “auctoritas” (approvazione del Senato) che assicurava così ai patrizi
il controllo su tutto il popolo romano. Il riconoscimento della vincolatività erga omnes (nei confronti
di tutto il popolo romano) anche delle deliberazioni (scita) prese dai concilia plebis venne
definitivamente sancito (dopo lunghi conflitti e contrasti nel processo evolutivo) dalla Lex Hortensia,
databile attorno al 286/287 a.C.
Nel periodo successivo alla Lex Hortensia, i plebisciti, avendo ormai acquisito valore di legge,
nell'uso corrente venivano in modo eterogeneo denominati anche “leges”. Peraltro la maggior parte
delle disposizioni legislative emanate dopo il 287 a.C., soprattutto in materia di ius privatum, furono
costituite precipuamente da plebisciti.
STORIA DEL DIRITTO ROMANO 01/05/2023
6 Lex Aquilia
La Lex Aquilia è un plebiscito fatto votare da un tribuno della plebe di nome Aquilio nel 286 a.C., e
provocò il superamento di tutte le leggi precedenti comprese la legge delle XII Tavole. La Lex Aquilia
è la prima legge scritta in materia del risarcimento del danno di proprietà del dominus.
La Lex Aquilia è suddivisa in tre capitoli:
I capitolo (ex capite primo): riguarda il damnum sulla distruzione di res di importanza
economica (schiavi, pecudes);
II capitolo (ex capite secundo): riguardava l'inadempimento da parte dell'adstipulator;
III capitolo (ex capite terzo): riguardava il damnum derivante dalla conseguenza di
determinate azioni (urere, occidere, frangere, rumpere).
Il primo capitolo fa riferimento al damnum derivante dalla perdita totale ed irreversibile delle res
materiali come gli schiavi e i pecudes. Infatti, gli schiavi sono uguali agli animali che possono essere
raggruppati in gregge (Gregatim habetur) o in pascolo (sono esclusi gli animali feroci e i cani). La
pena viene fissata nel risarcimento del danno fissato nel massimo valore che aveva la res nell'ultimo
anno.
Il secondo capitolo fa riferimento alla figura dell'adstipulator, cioè quell'intermediario di nomina
ufficiale, abilitato a richiedere la summa aestimatio al “nexus” (debitore). Questo capitolo disciplina
il caso in cui l'adstipulator venga meno agli obblighi assunti dall'assunzione dell'incarico, come, ad
esempio, il caso in cui l'adstipulator vada a riscuotere la summa, ma la perde o scappa con la summa
riscossa.
Intanto viene provocato un damnum, cioè una lesione arrecata al patrimonio dello stipulator,
derivante dalla mancata riscossione della summa da parte dell'adstipulator. La pena che spetterà
all'adstipulator vi sarà nel caso in cui vi è:
a. somma di denaro: dovrà rispondere al creditore della somma di denaro persa, derivante
dall'inadempimento;
b. un res mobile (schiavi, pecudes): dovrà risarcire al creditore il valore attuale della res. In
questo capitolo si sanziona anche il “fraus”, cioè la violazione del dovere di lealtà che
l'adstipulator ha assunto come contenuto del proprio impegno. Il secondo capitolo è l'unico
che non è stato attuato, perché la giurisprudenza ha visto che era più tutelato con la disciplina
dell'actio mandati.
Il terzo capitolo fa riferimento al damnum derivante dalle conseguenze di azioni qualificate previste
come conseguenza di un comportamento. Si fa riferimento inoltre alle res immateriali come le opere
dell'ingegno e le opere letterarie, che sono state distrutte ma possono essere duplicate attraverso le
copie. Le azioni previste sono:
➢ occidere (uccidere);
➢ urere (bruciare, incendiare e per estens. devastare);
➢ rumpere (danneggiare, rompere);
➢ frangere (frantumare, rompere).
Il risarcimento sarà fissato nel massimo valore della cosa negli ultimi 30 giorni.
Dalle XII Tavole al Corpus Iuris Civilis
L'aestimatio damni non è altro che stimare il danno subito dalla res, vi è una disciplina tra i vari
capitoli:
ex capite primo: la stima del danno viene effettuata in base alla distruzione totale della res
(schiavi e pecudes), quindi il damnum è sull'intero valore della cosa; il damnum è valutato secondo il
quanti id fruit.
ex capite tertio: diminuzione del valore economico della res. Il damnum è valutato secondo il
quanti ea res erit.
Però la stima del danno non viene fatta solo in base alla perdita economica del valore, ma in base al
danno che ne risulta per il padrone della perdita. La stima viene fatta secondo il prezzo comune e
viene fatta al massimo valore della res nell'ultimo anno o negli ultimi 30 giorni.
STORIA DEL DIRITTO ROMANO 01/05/2023
È composto da:
1. le Institutiones, opera didattica in quattro libri destinata a coloro
che studiavano il diritto sul modello delle Istituzioni scritto dal
giurista romano Gaio;
2. il Digestum, o Pandectae, antologia in 50 libri di frammenti
estrapolati (non senza modifiche) dalle opere giuridiche dei più
eminenti giuristi della storia di Roma;
3. il Codex, raccolta di costituzioni imperiali da Adriano allo
stesso Giustiniano I;
4. le Novellae Constitutiones, raccolta di costituzioni emanate da
Giustiniano dopo la pubblicazione del Codice, fino alla sua morte.
I primi tre testi sono scritti in latino, mentre l'ultimo, le Novellae, è
scritto parte in latino e parte in greco.