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Storia del Diritto Romano

dalle XII tavole al Corpus Iuris Civilis

© 2023
STORIA DEL DIRITTO ROMANO 01/05/2023

1 Le leggi delle XII Tavole


Le duodecim tabularum leges sono un corpo di leggi compilato nel 451-450 a.C. dai decemviri
legibus scribundis, contenenti regole di diritto privato e pubblico. Rappresentano una tra le prime
codificazioni scritte del diritto romano, se si considerano le più antiche mores e lex regia. Non si
conosce il testo completo, ma solo alcuni frammenti. Sotto l'aspetto della storia del diritto romano, le
Tavole costituiscono la prima redazione scritta di leggi nella storia di Roma. Secondo la versione
tradizionale, tramandata dagli storici antichi, la creazione di un codice di leggi scritte sarebbe stata
voluta dai plebei nel quadro delle lotte contro i patrizi che si ebbero all'inizio dell'epoca repubblicana.
In particolare, i plebei chiedevano un'attenuazione delle leggi contro i debitori insolventi e leggi
scritte che limitassero l'arbitrio dei patrizi nell'amministrazione della giustizia. In quell'epoca, infatti,
l'interpretazione del diritto era affidata al collegio sacerdotale dei pontefici, che era di esclusiva
composizione patrizia. Esse furono considerate dai Romani come fonte di tutto il diritto pubblico e
privato («fons omnis publici privatique iuris»).

Il testo e il contenuto
Il testo originale non è giunto integralmente fino a noi, poiché le tavole originali andarono perdute
nel saccheggio di Roma da parte dei Galli nel 390 a.C. Tuttavia, numerosi frammenti sono citati dalle
fonti antiche, sia testualmente (ipsissima verba), anche se talora in forma rammodernata, sia come
trascrizione, o spiegazione e commento delle singole norme. In alcuni casi sappiamo anche la tavola
in cui il versetto era contenuto e il posto da esso occupato all'interno della tavola. Sulla base di queste
reliquie gli studiosi hanno da lungo tempo provato a raccogliere tutte le citazioni pervenute per
ordinarle in una ricostruzione del testo decemvirale (cosiddetta palingenesia). Nonostante gli sforzi
profusi in questa direzione, ogni risultato raggiunto presenta un alto grado di arbitrarietà, del quale è
opportuno essere consapevoli ogni qual volta si consideri il testo delle dodici tavole 'virtualmente'
ricostruito dai moderni editori. Le leggi dovevano coprire l'intero campo del diritto (diritto sacro,
pubblico, penale, privato), compreso il processo. Si tratta di una raccolta delle consuetudini
precedentemente esistenti e oralmente tramandate (mores). Stando alle ricostruzioni del testo dei
moderni editori, sembra che le prime tre tavole riguardassero il processo civile e l'esecuzione forzata,
la quarta il diritto di famiglia, la quinta le successioni mortis causa, la sesta i negozi giuridici, la
settima le proprietà immobiliari, l'ottava e la nona i delitti e i processi penali, la decima norme di
diritto costituzionale (valore di legge per le decisioni del popolo in assemblea, proibizione dei
privilegi, ecc.), mentre le ultime due - dette da Cicerone tabulae iniquae perché istituivano il divieto
di matrimonio fra patrizi e plebei - avrebbero avuto carattere di appendice.
Nelle XII Tavole si prevedeva una sanzione speciale per i casi di lesione patrimoniale come il Furtum
e i pauperies (danneggiamento derivante da comportamenti animali). Qui di seguito alcuni esempi:
➢ Colui che bruciò una casa e fatto morire nelle fiamme, la pena per aver bruciato la casa sarà:
o risarcire il danno;
o se no, castigato con una pena più lieve.
➢ Subiscono la pena incendiale chi appicca un incendio all'interno delle mura della città, mentre
verrà applicata una pena più lieve per chi appicca un incendio a una casa. Bisogna valutare se la
volontà del soggetto era:
o dolosa: l'autore veniva legato, fustigato e messo a morte con il fuoco;
o colposa: l'autore veniva condannato a risarcire il danno arrecato (noxiam sarcire).
Dalle XII Tavole al Corpus Iuris Civilis

➢ Caso costituito dal pascolo e dal danneggiamento notturni, dove viene usato il pascolo e portato
nel fondo altrui danneggiando i frutti. Il colpevole verrà condannato, se:
o era adulto (pubere): condannato alla pena di morte attraverso l'impiccagione e sacrificato
alla dea Cerere (dea della fertilità dei campi);
o non era adulto (impubere): condannato al risarcimento del danno.

Alcuni passi delle XII Tavole


Tabula I – Procedura civile
Si in ius vocat, ito. Ni it, antestamino: igitur quem capito.
«Se [qualcheduno] cita [qualcuno] in giudizio, [colui che è stato citato] ci vada. Se non ci va,
[qualcheduno] chiami dei testimoni. Quindi lo prenderà».
In assenza di colui che è stato chiamato in giudizio, bastano dei testimoni.
Si calvitur pedemve struit, manum endo iacito
«Se si sottrae o tenta di fuggire, gli [si] ponga[no] le mani addosso». Manum endo iacito è forma
arcaica equivalente a manum inicito.
Si ambo praesentes, solis occasus suprema tempestas esto.
«Se entrambe le parti sono presenti, l'estremo termine sia il tramonto del sole». Probabilmente, in una
prima fase storica, il termine qui ricordato (il tramonto del sole) si riferiva all'emanazione della
sentenza (per cui il processo doveva concludersi in un solo giorno); in seguito il termine si sarebbe
riferito soltanto all'effettuazione di atti processuali, restando peraltro inteso che il processo poteva
riprendere, con altri e ulteriori atti, in un giorno successivo (con il che la norma avrebbe assunto il
semplice scopo di impedire processi notturni).
Tabula II – Procedura civile
In questa tavola si faceva, probabilmente, menzione delle due actiones di tipo “dichiarativo” previste
dalle XII Tavole: l'actio sacramenti e l'actio per iudicis arbitrive postulationem. Accanto all'actio
sacramenti, le XII Tavole hanno introdotto un'altra procedura di accertamento, valevole però solo per
la tutela o dei crediti derivanti da sponsio o del coerede che volesse dividere il patrimonio ereditario:
l'actio per iudicis arbitrive postulationem. Soltanto in epoca successiva sarebbe stata estesa anche
agli altri giudizi divisori. Consisteva nell'affermazione della pretesa, da parte dell'attore, dinanzi al
magistrato che, in caso di diniego del convenuto e convinto della fondatezza della pretesa dell'attore,
nominava, senza nessuna necessità di sacramentum, il iudex o l'arbiter per la decisione della
controversia.
Tabula III – Procedura esecutiva
Aeris confessi rebusque iure iudicatis XXX dies iusti sunto.
«A colui che ha confessato un debito di denaro, o che è stato condannato in un regolare giudizio, sia
concesso un termine di trenta giorni [per saldare il debito].»
Erat autem ius interea paciscendi ac, nisi pacti forent, habebantur in vinculis dies sexaginta. Inter
eos dies trinis nundinis continuis ad praetorem in comitium producebantur, quantaeque pecuniae
iudicati essent, praedicabatur. Tertiis autem nundinis capite poenas dabant aut trans Tiberim peregre
venum ibant. (A. Gellio, Noctes Atticae, XX, I., XLVI-XLVII)
STORIA DEL DIRITTO ROMANO 01/05/2023

Vi era la possibilità di esercitare il diritto a un accomodamento, ma se ciò non avveniva, il debitore


era tenuto prigioniero sessanta giorni. Durante tale spazio di tempo, nei tre successivi giorni di
mercato, il debitore veniva condotto dinanzi al pretore nel Comizio e veniva annunciata la somma
per la quale era stato condannato. Al terzo giorno di mercato veniva decapitato o mandato al di là del
Tevere per essere venduto fuori città

Tabula IV – Genitori e figli


Si pater filium ter venum duit, filius a patre liber esto.
Il figlio, per effetto della triplice vendita, esce dalla potestà paterna e diventa, se così si può dire,
soggetto di diritto, ovverossia “indipendente”.
Tabula V – Eredità
Si intestato moritur, cui suus heres nec escit, adgnatus proximus familiam habeto.
«Se una persona muore senza aver fatto testamento, il parente maschio prossimo erediterà il
patrimonio.»
Si adgnatus nec escit, gentiles familiam habento.
«Se questo non c'è erediteranno gli uomini della sua gens.»
Si furiosus escit, adgnatum gentiliumque in eo pecuniaque eius potestas esto.
«Se qualcuno impazzisce, il suo parente più prossimo maschio e i gentili avranno autorità su di lui e
sulla sua proprietà.»

Tabula VI – Proprietà
Discute riguardo a come vada gestita la proprietà.
Tabula VII – Mantenimento delle strade
Viam muniunto: ni sam delapidassint, qua volet iumento agito.
Che le strade vengano mantenute: se dovessero cadere in rovina [la popolazione] è autorizzata a
camminare dove preferisce.
Tabula VIII – Illeciti
Si nox furtum faxit, si im occisit, iure caesus esto
Se [qualcheduno] avrà tentato di rubare nottetempo, e viene ucciso, l’omicidio sia legittimo.
Manu fustive si os fregit libero, CCC, si servo, CL poenam subit sestertiorum; si iniuriam [alteri]
faxsit, viginti quinque poenae sunto.
Tabula IX – Processo penale e controversie
Privilegia ne irroganto
Le XII tavole stabilivano (Tavola IX) il principio che la legge non poteva essere emanata nei confronti
di un solo cittadino. In latino privilegium ha un significato anceps (bivalente), non solo favorevole
(significato che è rimasto in italiano) ma soprattutto in senso sfavorevole odiosum. La traduzione
potrebbe essere dunque: Non siano dunque proposti (ìrrogo) "privilegia".
Dalle XII Tavole al Corpus Iuris Civilis

Sotto il periodo regio e all'inizio dell'età repubblicana era diffuso l'uso di emanare provvedimenti
legislativi da parte della classe patrizia, che deteneva tutti i poteri statuali, che colpissero qualche
soggetto più debole. Fu considerata una grande conquista per i plebei stabilire che la legge non può
essere emanata se non contenenti norme che valessero nei confronti di tutti.
Il mutare dei rapporti di forza furono tali che il mezzo con cui vennero reintrodotti privilegi odiosi
furono poi tipici degli Scita plebis.
Un esempio molto noto è Cicerone, che nel 58 a.C. con il "De domo sua" 10,26 affermò questa celebre
frase “Licuit tibi ferre non legem, sed nefarium privilegium.” - "Tu hai potuto promulgare non una
legge, ma un infame privilegio", riferito al tribuno Clodio amico di Cesare ed alla legge c. d. Lex
Clodia introdotto appunto tramite un plebiscito, prima legge ad personam che si conosca emanata in
democrazia.
Tabula X – Regolamentazione dei funerali
Hominem mortuum in urbe ne sepelito neve urito.
Tabula XI – Matrimonio
Stabilisce norme base sulle nozze, prima fra tutte l’impossibilità di connubio fra plebei e patrizi.
Tabula XII – Crimini
Fa dei cenni alla definizione di crimine.
STORIA DEL DIRITTO ROMANO 01/05/2023

2 Lex Canuleia
La lex Canuleia de conubio patrum et plebis fu una legge proposta dal tribuno della plebe Gaio
Canuleio nel 445 a.C., con la quale venne abolito il divieto di nozze tra patrizi e plebei. Tale divieto
risalente alle tradizioni dell'epoca arcaica di Roma, venne codificato dalle Leggi delle XII tavole,
entrate in vigore nel 450 a.C. La lex Canuleia, dato il suo particolare iter, è ricordata anche come
plebiscitum Canuleium.
Essendo consoli Marco Genucio Augurino e Gaio Curzio Filone, un acceso dibattito politico scoppiò
a Roma fra l'ordine patrizio e l'ordine plebeo. Da anni veniva ripresentata la Lex Terentilia, che voleva
mettere un limite al potere dei consoli. Solo l'anno precedente, l'azione di Publio Scapzio convinse la
plebe e le tribù a rivendicare al popolo romano la proprietà di un territorio che Ardea e Ariccia si
contendevano. Il fatto aggiunse antagonismo fra la plebe e il patriziato; quest'ultimo, attraverso i
consoli, voleva gestire la situazione in modo differente.
Come narra Tito Livio:
«...et mentio primo [...] ut altero ex plebem consulem liceret fieri, eo processit deinde ut rogationem
novem tribuni promulgarent ut populo potestas esset, seu de plebe seu de patribus vellet, consules
faciendi.»
«...l'idea [...] che fosse possibile che uno dei due consoli fosse di origine plebea si fece strada tal punto
che ben nove tribuni avanzarono la proposta di concedere al popolo l'elezione dei consoli, a loro
scelta, fra patrizi e plebei.»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IV, 1)
La plebe cominciò dunque la sua secolare scalata alle massime istituzioni romane.
Quando il tribuno della plebe Gaio Canuleio presentò la sua legge, l'effetto fu dirompente. Il patriziato
romano si oppose. In pericolo era la gestione del potere. Ma naturalmente le motivazioni addotte
furono del tutto diverse:
«Nam anni principio et de conubio patrum et plebis C. Canuleius tribunus plebis rogationem
promulgavit qua contaminari sanguinem suum patres confundique iura gentium rebantur.»
«Infatti all'inizio dell'anno il tribuno della plebe Gaio Canuleio presentò una legge sul matrimonio tra
patrizi e plebei in seguito alla quale i patrizi ebbero a temere che il loro sangue fosse contaminato e
ne fossero sconvolti i diritti detenuti dalle famiglie del patriziato.»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IV, 1)
In realtà la lex Canuleia non poteva all'epoca essere definita come una lex, né tanto meno come un
vero e proprio plebiscito: infatti, l'iter legis doveva iniziare necessariamente con la proposta (rogatio)
da parte di un magistrato maggiore (mentre Canuleio era un tribuno della plebe); non poteva essere
nemmeno un plebiscito perché all'epoca dell'emanazione della lex Canuleia, il plebiscito vincolava
ancora solo i plebei, mentre questa norma interessava e vincolava necessariamente anche i patrizi.
Fu, quindi, più precisamente, un accordo concluso tra i rappresentanti patrizi e quelli plebei. Tuttavia,
dal 287 a.C., con la lex Hortensia, il plebiscito fu equiparato alla lex e, pertanto, questo atto normativo
è passato alla storia come lex Canuleia o plebiscitum Canuleium.
“All'inizio dell'anno”, Canuleio presentò la legge, poco dopo che furono eletti i consoli, per avere più
tempo di farla discutere. Se non fosse stata approvata prima dell'elezione dei successivi consoli, la
legge avrebbe dovuto essere ripresentata.
Dalle XII Tavole al Corpus Iuris Civilis

Il metodo migliore per non discutere e quindi non approvare la legge era la guerra. Se un nemico si
avvicinava alla città, la plebe veniva chiamata alle armi e, sottoposta alla legge marziale, non poteva
votare. La storia della Lex Terentilia, per esempio, è costellata di interventi di Equi, Volsci e Sabini
opportunamente sollevatisi ogni volta che la legge veniva proposta.
«Laeti ergo audiere patres Ardeatium populum [...]descisse et Veiented
depopulatus externa agri romani.»
«Fu dunque con animo lieto che i patrizi accolsero la notizia secondo cui
gli Ardeati si erano ribellati [...] e i Veienti si erano dati a scorrerie.»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IV, 1)
Canuleio resistette e convocò l'assemblea popolare. I consoli,
espressione del patriziato, si batterono contro la legge. Tra le ragioni
addotte, Livio ne ricorda una:
«Quam enim aliam vim conubia promiscua habere nisi ut ferarum
propre ritu volgentur concubitus plebis patrumque»
«Quale altro scopo, infatti, avevano i matrimoni misti se non la
diffusione di accoppiamenti fra plebe e patrizi, quasi a somiglianza
delle bestie selvagge?»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IV, 1)
Particolarmente rilevante è un'argomentazione portata avanti da
Canuleio:
«Altera conubium petimus, quod finitimis externisque dari
solet; nos quidem civitatem, quae plus quam conubium est,
hostibus etiam victis dedimus.»
«chiediamo matrimoni misti che vengono concessi ai popoli Figura 1 | Busto di Tito Livio, ad opera del Moretti (1860)
confinanti e agli stranieri e del resto noi abbiamo concesso la Tito Livio (59 a.C. – 17 d.C.) è stato uno storico
cittadinanza, che sicuramente è più significativa del diritto di romano, autore della Ab Urbe condita, una
connubio, anche a dei nemici sconfitti.» storia di Roma dalla sua fondazione fino alla
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IV, 1) morte di Druso, figliastro di Augusto, nel 9 a.C.
Una gens come i Claudii, proveniente dalla nemica Sabina, era stata accolta a Roma, aveva ricevuto
terre in dotazione, era stata annoverata come patrizia. Canuleio si domandava retoricamente come
mai, se uno straniero poteva diventare patrizio e quindi console, l'accesso alla più alta magistratura
era negata ad un civis romanus solo perché plebeo.
La Repubblica romana, infatti, era stata assai attenta a legare con vincoli matrimoniali (e quindi
economici) le varie famiglie delle classi superiori dei popoli vicini, che in tempi più o meno lontani
erano stati nemici. La rete di alleanze matrimoniali iniziate in tempi tanto remoti permise a Roma la
sopravvivenza durante le guerre sannitiche e soprattutto durante l'invasione di Annibale e la Seconda
guerra punica.
La diatriba toccava anche aspetti religiosi: ai plebei era precluso il consolato anche perché essi non
possedevano il "diritto di auspicio" e quindi non potevano guidare l'esercito.
Alla fine, i patrizi concessero la presentazione della legge, convinti che i tribuni, gratificati, non
avrebbero presentato la parallela legge per il consolato ai plebei e questi avrebbero accettato la leva
STORIA DEL DIRITTO ROMANO 01/05/2023

militare contro i nemici esterni. Il parziale successo infiammò ancor


più gli animi. I tribuni, visto il successo di Canuleio,
accentuarono la pressione. Per il consolato ai plebei si giunse
al compromesso: sarebbero stati eletti dei tribuni consolari,
una figura politica simile al consolato come potere ma senza il
nome e il titolo (consentendo di rispettare la forma che voleva
il consolato riservato ai patrizi).

La legge Canuleia fu sottoposta a votazione e, come ricorda


Cicerone:
«....inhumanissima lege sanxerunt, quae postea plebiscito Canuleio
abrogata est.»
«(I decemviri)... stabilirono una legge disumana che fu abrogata dalla
legge Canuleia»
(Marco Tullio Cicerone, de re publica, II, 63)
Secondo la tesi avanzata da parte della dottrina, i tribuni
militari avevano una funzione diversa rispetto a quella dei
consoli e non rappresentavano un modo per permettere ai
plebei di poter accedere ai vertici dello stato. La facoltà di
compiere per intero il cursus honorum sarebbe stata ottenuta
solo mediante la promulgazione delle leggi Licinie Sestie.
Secondo tale teoria la lex Canuleia aveva esclusivamente la finalità
di rimuovere il divieto di connubium introdotto da un passo della legge
delle XII tavole stimato come iniquo. La società romana non era pronta ad
una equiparazione tra le due classi sociali, tuttavia così facendo si garantiva quantomeno ai plebei di
ambire ad un'ascesa sociale grazie allo strumento del matrimonio.
Dalle XII Tavole al Corpus Iuris Civilis

3 Leges Licinae Sextiae


Le Leges Liciniae Sextiae furono un insieme di proposte, poi divenute leggi, avanzate dai tribuni
della plebe Gaio Licinio Stolone e Lucio Sestio Laterano nel 367 a.C.
È il più importante e cruciale sviluppo della costituzione romana: al vertice dello Stato ci sono due
consoli reintegrati completamente dopo l'abolizione dei tribuni militum consulari potestate, uno dei
quali avrebbe dovuto essere plebeo (de consule plebeio). In realtà, dai dati in nostro possesso sembra
piuttosto che la legge consentisse che uno dei due consoli fosse plebeo, ma non escludesse la
possibilità che entrambi i magistrati fossero patrizi.
Viene riservata ai patrizi la carica di praetor che amministra la giustizia («qui ius in urbe diceret»).
Viene istituita l'edilità curule.
A seguito di gravi tumulti verificatisi tra patrizi e plebei furono emanate tali leggi che rappresentano
il culmine di un lungo processo storico, definito rivoluzione della plebe.
Si ebbero tre rogazioni di queste leggi:
➢ De aere alieno: che le usure pagate si computassero a diminuzione del capitale e che i debitori
potessero soddisfare i loro creditori in tre rate annue uguali;
➢ De modo agrorum: che fosse vietato di possedere più di 500 iugeri di ager publicus e di far
pascolare sui terreni pubblici più di 100 capi di bestiame grosso e 500 di minuto, e che ci si
dovesse servire di una certa aliquota di lavoro libero. Tale disposizione ebbe in realtà fortune
alterne, considerando che in epoca successiva a regolare nuovamente la materia fu emessa la
lex Sempronia Agraria;
➢ De consule plebeio.
Quest'ultima, sicuramente la più importante, ha consentito la possibilità ai plebei di accedere al
consolato. In seguito, poi, ad una insurrezione, nel 342 a.C. i plebei ottennero che uno dei due seggi
del consolato, magistratura sino ad allora tipicamente patrizia, fosse riservato alla classe plebea. Al
fine di compensare la perdita subita, ai patrizi fu riservata la magistratura del praetor minor con
funzioni essenzialmente giurisprudenziali; si stabilì, altresì l'ammissione dei patrizi alla carica plebea
degli aediles.
Parte della dottrina ha ritenuto che le leges Liciniae Sextiae nascondessero in realtà un vero e proprio
accordo politico fra patrizi e plebei. Alla data di emanazione di dette leggi si riconduce
convenzionalmente la fine del periodo arcaico della storia di Roma. Le leggi, scritte dopo la conquista
da parte romana della città di Veio, sancirono che i territori di tale città venissero distribuiti tra la
popolazione bisognosa, formando 4 nuove tribù. La legge stabiliva inoltre la quantità massima di
terreno che un privato poteva occupare: 500 iugeri (ca. 125 ha). Pochi anni prima Brenno e i suoi
Galli avevano distrutto la città di Roma e molti plebei si erano indebitati per ricostruire le proprie
case. Si evince dalle leggi delle dodici tavole che il creditore poteva rendere schiavo il debitore ed
anche ucciderlo, dunque molti plebei rischiavano di divenir schiavi. La legge prevedeva dunque che
la cifra prestata fosse restituita in tre anni.
STORIA DEL DIRITTO ROMANO 01/05/2023

4 Lex Ogulnia
La Lex Ogulnia, promulgata nel 300 a.C., è uno degli esiti della lunga lotta di classe che oppose
patrizi e plebei nell'età repubblicana dell'antica Roma.
Con questa legge, il pontificato massimo e i vari collegi
sacerdotali vennero resi accessibili ai plebei, che già prima
del 367 a.C. erano stati ammessi nel collegio sacerdotale dei
decemviri sacris faciundis, aumentando il numero dei
pontefici da cinque a otto e quello degli organi sacerdotali da
cinque a nove. La lunga gestazione di questo provvedimento
mostra il rilievo politico e ideologico che era attribuito a tali
figure sacerdotali.
Il primo pontefice massimo plebeo – che dunque ne
beneficiò – fu Tiberio Coruncanio nel 254 a.C.; il suo atto
più significativo fu quello di rendere pubbliche le sedute del
collegio pontificio, favorendo la “laicizzazione” della figura
del giurista.

Figura 2 | Augusto nelle vesti di Pontefice Massimo


Dalle XII Tavole al Corpus Iuris Civilis

5 Lex Hortensia
La Lex Hortensia de plebiscitis (286 - 287 a.C.) fu una legge promulgata a Roma ai tempi della
Repubblica, dal dittatore Quinto Ortensio a seguito di un ennesimo conflitto tra patrizi e plebei.
La legge imponeva che le deliberazioni prese durante il Concilium plebis (concilio della plebe)
dovessero vincolare tutto il popolo romano. La diretta conseguenza fu l'equiparazione dei cosiddetti
Plebiscita (le decisioni dei concilia plebis tributa su proposta dei tribuni plebis), alle leges rogatae,
le quali erano le deliberazioni dei comitia centuriata.
In età repubblicana (ma anche nella prima età del principato) nel sistema costituzionale romano la
legge, prima di essere votata, veniva proposta anzitutto da un magistrato (titolare del ius agendi cum
populo) alle assemblee riunite nei comitia, mediante la rogatio (disegno di legge). Tale legge
prendeva il nome di Lex publica. Da un punto di vista della cogenza, la lex publica (o comitialis)
vincolava tutto il popolo romano indiscriminatamente dalla classe sociale d'appartenenza, ciò
enfatizzava ancor di più la sostanziale differenza intercorrente tra i patrizi e la classe sociale, ritenuta
inferiore, dei plebei. Questi ultimi a loro volta prendevano parte a delle assemblee, costituite dalla
sola plebe e chiamate per questo concilia plebis, costituite peraltro dalla maggioranza della
popolazione. Dalle assemblee della plebe venivano promulgati i plebis scita che, tuttavia, al contrario
delle leges, non vincolavano tutta la popolazione romana ma solo quella grande fetta di essa facente
parte della plebe. Dunque era consuetudine distinguere le leggi comiziali dai plebisciti e otteneva
tecnicamente la qualifica di lex tutto ciò che il popolo iubet atque constituit (ordina e decide), di
plebis scitum, invece, ciò che la plebe iubet atque constituit. In un primo periodo i patrizi non si
ritenevano vincolati dai plebisciti, poiché questi venivano votati senza che vi fosse la loro
partecipazione, in particolar modo a rendere agli occhi dei patrizi “illegittime” tali disposizioni era
l'assenza nei concilia plebis della “auctoritas” (approvazione del Senato) che assicurava così ai patrizi
il controllo su tutto il popolo romano. Il riconoscimento della vincolatività erga omnes (nei confronti
di tutto il popolo romano) anche delle deliberazioni (scita) prese dai concilia plebis venne
definitivamente sancito (dopo lunghi conflitti e contrasti nel processo evolutivo) dalla Lex Hortensia,
databile attorno al 286/287 a.C.
Nel periodo successivo alla Lex Hortensia, i plebisciti, avendo ormai acquisito valore di legge,
nell'uso corrente venivano in modo eterogeneo denominati anche “leges”. Peraltro la maggior parte
delle disposizioni legislative emanate dopo il 287 a.C., soprattutto in materia di ius privatum, furono
costituite precipuamente da plebisciti.
STORIA DEL DIRITTO ROMANO 01/05/2023

6 Lex Aquilia
La Lex Aquilia è un plebiscito fatto votare da un tribuno della plebe di nome Aquilio nel 286 a.C., e
provocò il superamento di tutte le leggi precedenti comprese la legge delle XII Tavole. La Lex Aquilia
è la prima legge scritta in materia del risarcimento del danno di proprietà del dominus.
La Lex Aquilia è suddivisa in tre capitoli:
I capitolo (ex capite primo): riguarda il damnum sulla distruzione di res di importanza
economica (schiavi, pecudes);
II capitolo (ex capite secundo): riguardava l'inadempimento da parte dell'adstipulator;
III capitolo (ex capite terzo): riguardava il damnum derivante dalla conseguenza di
determinate azioni (urere, occidere, frangere, rumpere).
Il primo capitolo fa riferimento al damnum derivante dalla perdita totale ed irreversibile delle res
materiali come gli schiavi e i pecudes. Infatti, gli schiavi sono uguali agli animali che possono essere
raggruppati in gregge (Gregatim habetur) o in pascolo (sono esclusi gli animali feroci e i cani). La
pena viene fissata nel risarcimento del danno fissato nel massimo valore che aveva la res nell'ultimo
anno.
Il secondo capitolo fa riferimento alla figura dell'adstipulator, cioè quell'intermediario di nomina
ufficiale, abilitato a richiedere la summa aestimatio al “nexus” (debitore). Questo capitolo disciplina
il caso in cui l'adstipulator venga meno agli obblighi assunti dall'assunzione dell'incarico, come, ad
esempio, il caso in cui l'adstipulator vada a riscuotere la summa, ma la perde o scappa con la summa
riscossa.
Intanto viene provocato un damnum, cioè una lesione arrecata al patrimonio dello stipulator,
derivante dalla mancata riscossione della summa da parte dell'adstipulator. La pena che spetterà
all'adstipulator vi sarà nel caso in cui vi è:
a. somma di denaro: dovrà rispondere al creditore della somma di denaro persa, derivante
dall'inadempimento;
b. un res mobile (schiavi, pecudes): dovrà risarcire al creditore il valore attuale della res. In
questo capitolo si sanziona anche il “fraus”, cioè la violazione del dovere di lealtà che
l'adstipulator ha assunto come contenuto del proprio impegno. Il secondo capitolo è l'unico
che non è stato attuato, perché la giurisprudenza ha visto che era più tutelato con la disciplina
dell'actio mandati.
Il terzo capitolo fa riferimento al damnum derivante dalle conseguenze di azioni qualificate previste
come conseguenza di un comportamento. Si fa riferimento inoltre alle res immateriali come le opere
dell'ingegno e le opere letterarie, che sono state distrutte ma possono essere duplicate attraverso le
copie. Le azioni previste sono:
➢ occidere (uccidere);
➢ urere (bruciare, incendiare e per estens. devastare);
➢ rumpere (danneggiare, rompere);
➢ frangere (frantumare, rompere).
Il risarcimento sarà fissato nel massimo valore della cosa negli ultimi 30 giorni.
Dalle XII Tavole al Corpus Iuris Civilis

L'aestimatio damni non è altro che stimare il danno subito dalla res, vi è una disciplina tra i vari
capitoli:
ex capite primo: la stima del danno viene effettuata in base alla distruzione totale della res
(schiavi e pecudes), quindi il damnum è sull'intero valore della cosa; il damnum è valutato secondo il
quanti id fruit.
ex capite tertio: diminuzione del valore economico della res. Il damnum è valutato secondo il
quanti ea res erit.
Però la stima del danno non viene fatta solo in base alla perdita economica del valore, ma in base al
danno che ne risulta per il padrone della perdita. La stima viene fatta secondo il prezzo comune e
viene fatta al massimo valore della res nell'ultimo anno o negli ultimi 30 giorni.
STORIA DEL DIRITTO ROMANO 01/05/2023

7 Corpus Iuris Civilis


Il Corpus iuris Iustinianeum è la raccolta di
materiale normativo e materiale giurisprudenziale
di diritto romano, voluta dall'imperatore bizantino
Giustiniano I (527 - 565) per riordinare il sistema
giuridico dell'impero bizantino.
L'opera fu redatta e completata in un tempo
relativamente breve grazie al lavoro del giurista più
importante dell'Impero romano d'Oriente, ossia
Triboniano, la cui opera fu fondamentale nella
riorganizzazione e definitiva sistemazione delle
leggi all'interno del Corpus. Ha rappresentato per
secoli la base del diritto comune europeo, sino agli
inizi del XIX secolo quando venne considerato
superato dal codice napoleonico.
Il Corpus rimase per secoli l'architrave (almeno
teorica) del diritto dell'Impero Romano d'Oriente,
com'è dimostrato indirettamente dall'ampia
diffusione dell'Ecloga. L'Ecloga era infatti una
versione riassunta, tradotta in greco e parzialmente
modificata del Corpus, fatta predisporre
dall'Imperatore Leone III Isaurico tra il 726 e il
741 per la conoscenza e l'applicazione pratica del Figura 3 | Mosaico di Giustiniano
Corpus da parte dei funzionari dell'Impero. In
Occidente la vigenza diretta del Corpus fu limitata ai territori di tempo in tempo posti sotto il dominio
bizantino. Tuttavia, nel XII secolo esso fu riscoperto da Irnerio, iniziatore della scuola bolognese,
che iniziò a studiarlo e a riadattarlo alla realtà a sé contemporanea tramite note a margine (glossae),
in ciò seguito dai suoi allievi. Tale riscoperta del Corpus ne fece il fondamento del diritto comune
all'Europa Occidentale del secondo Medioevo e della prima Modernità (ius commune), determinando
una marginalizzazione progressiva del diritto feudale egemone presso i Regni romano-germanici
dell'Alto Medioevo. Nel Medioevo la copia delle Pandette, un'antologia giuridica che costituisce una
parte del codice, secondo la leggenda era conservato ad Amalfi e fu in seguito asportato dai Pisani
come bottino di guerra. Dal XII secolo è stato conservato a Pisa nella chiesa di San Pietro in Vinculis
come un tesoro fino al 1406, quando i Fiorentini, occupata Pisa, lo portarono a Firenze. Attualmente
il Codex Pisanus è conservato nella Biblioteca Laurenziana di Firenze.
L'opera fu iniziata poco dopo l'ascesa dell'imperatore Giustiniano e proseguì fino alla sua morte. Lo
scopo della sua redazione fu essenzialmente religioso, come espressamente riconosciuto nella
costituzione programmatica Deo auctore, del 530, che apre la silloge dei Digesta, o nella costituzione
Haec quae necessario, del 529, che introduce la raccolta del Codex (emanato «in nomine Domini
nostri Iesu Christi»): lo stesso imperatore definì se stesso uomo «iuris religiosissimus» e asserì che
le pronunce dei giuristi raccolte nei Digesti avrebbero dovuto essere considerate come emanate «a
nostro divino ore profusa». Le attività di ricerca e selezione del materiale e la compilazione furono
condotte da una commissione, comprendente giuristi, divisa in tre sottocommissioni con l'incarico di
spogliare le antiche opere dei giuristi appartenenti ai tre generi letterari tradizionali della
giurisprudenza, in particolare ricordiamo Triboniano.
Dalle XII Tavole al Corpus Iuris Civilis

È composto da:
1. le Institutiones, opera didattica in quattro libri destinata a coloro
che studiavano il diritto sul modello delle Istituzioni scritto dal
giurista romano Gaio;
2. il Digestum, o Pandectae, antologia in 50 libri di frammenti
estrapolati (non senza modifiche) dalle opere giuridiche dei più
eminenti giuristi della storia di Roma;
3. il Codex, raccolta di costituzioni imperiali da Adriano allo
stesso Giustiniano I;
4. le Novellae Constitutiones, raccolta di costituzioni emanate da
Giustiniano dopo la pubblicazione del Codice, fino alla sua morte.
I primi tre testi sono scritti in latino, mentre l'ultimo, le Novellae, è
scritto parte in latino e parte in greco.

Figura 4 | Digesto, edizione stampata su


carta del 1553

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