Socrate nonostante il periodo in cui vive, non scrive niente sulle proprie tesi, tuttavia siamo ricchi di fonti
che ce lo raccontano:
Senza dubbio il più importante è Platone, che non solo ci spiega la filosofia di Socrate ma riesce a
far trasparire attraverso i suoi scritti, alla persona che era realmente.
Senofonte fu uno storico, di conseguenza ciò che ci forniscono i suoi scritti, riguardano la vita del
filosofo e non la sua filosofia.
Aristofane era un poeta di posizioni conservatrici, che guarda Socrate come un soggetto dannoso per
Atene, distraendo i giovani e diseducandoli. Aristofane sostiene che Socrate abbia la
spregiudicatezza e l’avidità dei sofisti e la razionalizzazione di tutto sulla base delle leggi naturali
(come i presocratici)
Socrate nasce ad Atene nel 470 a.C., sotto Pericle, precedentemente alla guerra del Peloponneso, a cui
partecipa attivamente, e in cui si dimostra inoltre un ottimo soldato.
Viene rappresentato dai vari scritti come un uomo non particolarmente bello, con la faccia un po’ schiacciata
e una folta barba su di essa; non era particolarmente alto; era zoppo e camminava scalzo accompagnato da un
bastone. Era solito vagare per la città attendendo di incontrare delle persone da interrogare.
Socrate non può essere paragonato come un sofista. A differenza dei sofisti che sono insegnanti, che di
conseguenza si fanno pagare per il loro insegnamento (tanto che Platone li definisce prostituti del sapere),
Socrate è un educatore, lui non vuole denaro per ciò che insegna ai giovani della società, la sua non è una
scuola chiusa ai pochi che sono geometri (Platone), il suo insegnamento è per tutti, per il bene della propria
città Atene.
E’ importantissimo il rapporto che Socrate sviluppa nei confronti della sua città. Lui lascia solo 4 volte
Atene:
1. Quando si reca in pellegrinaggio al tempio di Corinto
2. Tre durante la guerra del Peloponneso.
Questo speciale rapporto, dimostra anche il sacrificio di Socrate per la sua città natale, l’accettazione della
sua pena, per rimanere fedele alla sua ideologia.
Socrate, si forma inizialmente da naturalista presso la scuola di Anassagora, per poi successivamente
interessarsi a ciò che concerne l’attività umana e la ricerca della conoscenza.
La svolta nella filosofia di Socrate si ha con un particolare evento, il responso della Pizia, vale a dire la
sacerdotessa del tempio di Apollo a Delfi. Ella, interrogata da Cherefonte, un amico di Socrate, su chi fosse
il più sapiente fra tutti gli uomini, risponde dicendo che il più sapiente era Socrate.
Socrate rimane stupito da questa risposta, lui sapeva di non poter essere il più sapiente, dal momento che
sapeva di non sapere cose a sufficienza da poterlo essere. Per questa ragione Socrate decide di cercare
qualcuno che sia più sapiente di lui, mettendosi così a girare per la città interrogando i cittadini che si
reputavano sapienti: politici, poeti e artigiani.
1. I politici, che erano ritenuti i massimi esponenti della vita pubblica, non appena gli venivano fatte
delle domande risultavano incapaci di rispondere appropriatamente, confondendosi e
contraddicendosi; il loro non è un vero sapere, ma solo una parvenza.
2. Anche i poeti si dimostrano immediatamente non sapienti, dal momento che non sapevano rendere
esplicite le loro opere.
3. Gli artigiani infine si dimostrano da subito molto superiori ai poeti e decisamente più sapienti dei
politici, tantoché Socrate stesso rimane molto perplesso quando si rende conto che gli ateniesi vanno
da un artigiano quando hanno bisogno di un vaso, ma lasciano gestire il loro governo a completi
incapaci.
Al termine di questa ricerca Socrate, afferma di aver intuito ciò a cui si riferiva la Pizia. Lui come gli altri
cittadini, non possiede sufficiente sapere sulla politica. La differenza è che Socrate riconosce in sé questa
mancanza, ammettendo di non sapere, mentre gli altri erano convinti di sapere. E’ dunque proprio la
mancanza del sapere e la sua ammissione a rendere Socrate il più sapiente tra gli uomini.
COME AVVIENE IL DIALOGO SOCRATICO
1. Incontro con l’interlocutore allo scopo di conoscere la definizione di un termine che descrive un
valore importante per l’uomo
2. Applicazione dell’ironia (Tu che sai..): serve a verificare se il suo è un vero sapere, elevando, o
perlomeno facendo credere al proprio interlocutore di essere a un livello superiore (essendo più
sapiente) rispetto agli altri. Mettendo dunque l’interlocutore a proprio agio, si crea un rapporto
Insegnate(interlocutore)-allievo(Socrate), avido di sapere, che con il fluire del discorso andrà
ribaltandosi.
3. Arrivo all’aporia: lo stato di confusione per l’interlocutore (a causa delle risposte/domande mirate
dell’allievo per far comprendere all’interlocutore di non sapere [élenchos, vale a dire le confutazioni
e le dimostrazioni di cui usufruisce Socrate per far venire a galla le lacune dell’interlocutore]), in cui
il discorso termina senza giungere a una conclusione.
4. Applicazione della maieutica *, in modo che l’interlocutore dopo il dialogo cerchi in sé stesso il
vero sapere.
*Che cos’è la maieutica?
Socrate comprende che il sapere di non sapere non è sufficiente per scoprire la vera conoscenza. Un
sofista riterrebbe a questo punto (essendo relativista) che la vera conoscenza o i valori, non esistono.
Socrate sostiene invece che sia solo sufficiente cambiare il metodo di ricerca. Interpreta quindi la
frase incisa sul tempio di Apollo a Delfi “conosci te stesso” come l’unico modo per arrivare alla vera
conoscenza, guardando dentro sé stessi, dal momento che essa è dentro di noi nella nostra anima
(concezione che erediterà anche Platone). Egli tuttavia non ritiene che l’insegnante sia dunque inutile
per giungere alla sapienza (lui stesso era un insegnante), tutt’altro, il ruolo dell’insegnante è
essenziale secondo Socrate;
l’insegnante è colui che sprona l’allievo a estrarre e a esplicitare il sapere all’interno della propria
anima. Proprio per questa ragione Socrate paragona l’attività dell’insegnante a quello di una
levatrice (sua madre era una levatrice) e dunque alla maieutica, l’arte di far partorire. Come
l’ostetrica tira fuori il bambino dal grembo della madre, l’insegnante tira fuori il sapere dall’anima
del suo allievo.
Si è dunque inteso come il dialogo socratico non sia finalizzato a demolire il falso sapere altrui (come
analogamente facevano i sofisti), bensì serve a far sorgere dentro di sé il vero sapere preesistente nell’anima.
Il sapere di cui parla Socrate, è il sapere su cui si basano le virtù, vale a dire l’eccellenza nei comportamenti e
nelle azioni.
Socrate comprende che la virtù è unica, di conseguenza è virtuoso colui che sa che cos’è la virtù e di
conseguenza sa agire rispetto determinate circostanze. Di fatto un azione è virtuosa se fatta
consapevolmente, viceversa non è definibile virtuosa un azione fatta inconsapevolmente.
Dunque Socrate definisce il sapere come il fondamento ultimo della virtù. Proprio per questo si parla di
“intellettualismo etico”, vale a dire la concezione per cui, chi comprende cos’è il bene, non può altro che
agire bene.
Una conseguenza dell’intellettualismo etico è di conseguenza la possibilità di insegnare la virtù. Tuttavia
Socrate afferma che la virtù costituisce un valore universale, di conseguenza è qualcosa di unico che vale per
tutti gli individui, e ciascuno la deve raggiungere in modo autonomo e personale, per questo la virtù è una
verità interiore.
Dal momento che la virtù viene identificata nel sapere, il male è identificato nell’ignoranza. Di conseguenza
agisce male solo chi non è in grado di comprendere il processo dell’agire virtuosi, per questo nessuno è
realmente malvagio, ma semplicemente ignorante di come si deve agire correttamente.
Anche la felicità, detta eudemonia (eu=bene, daimon=demone; condizione di benessere interiore), non può
esistere in assenza di virtù e sapere, perché per essere felici bisogna riconoscere e ottenere ciò che è meglio
per sé.
Dopo aver definito le virtù, Socrate studia il suo rapporto personale con esse. Egli fa riferimento
all’intervento di un “demone”. Non è altro che una voce interiore, con intenti dissuasivi nell’agire
virtuosamente; egli la associa a una guida divina. Socrate conferisce alla virtù una connotazione religiosa, di
conseguenza, secondo la concezione di Socrate, l’ordine divina, il volere degli dei, tende a coincidere con il
sistema dei valori, che rendono la vita umana degna di essere vissuta.
Per questa sua concezione religiosa Socrate, verrà accusato di empietà, più precisamente, è accusato di :
introdurre ad Atene una nuova religione, introducendo nuove divinità da sostituire con quelle tradizionali.
Per questo capo di imputazione, assieme all’accusa di corrompere i giovani cittadini, nel 399 a.C. Socrate
finisce sotto processo, come conseguenza della denuncia di Meleto.
Il processo di Socrate rappresenta il terzo grande processo avvenuto ad Atene contro la filosofia, dopo quelli
di Anassagora e Protagora. L’esito del processo è tuttavia molto più nefasto: non l’esilio, bensì la condanna a
morte.
In un certo senso è stato Socrate a favorire questo esito, dal momento che gli era stato inizialmente chiesto di
abbandonare Atene. Tuttavia la differenza tra Protagora e Anassagora rispetto Socrate è che non erano
ateniesi: Socrate ha lasciato solo due volte la sua città, mai avrebbe deciso di lasciarla spontaneamente o
essendo obbligato. Atene era la sua vita, e andare in esilio significava morire. Inoltre Socrate nonostante
avesse la possibilità di fuggire dalla prigione in cui era stato incarcerato, decise di non farlo, perché violare la
legge avrebbe significato andare contro i propri ideali.
Nel processo Socrate si era difeso da solo, abilmente, contrattaccando vigorosamente e pronunciando forti
discorsi carichi di orgoglio e di passione. La giuria deliberò per pochi voti la condanna a morte. Socrate
venne incarcerato; prima della sentenza, sarebbe trascorso un mese, dal momento che si attendeva il ritorno
di una nave inviata da Atene a Delo per un rito liturgico, ed era previsto che non si potessero eseguire
condanne capitali finché non fosse rientrata.
Nel periodo in cui Socrate è in prigione i suoi allievi e amici riescono ad elaborare un piano per farlo fuggire.
All’esortazione di Critone, amico d’infanzia di Socrate, nel fuggire, Socrate tentenna, immaginando un
dialogo con le personificazioni delle leggi della polis. Socrate arriva alla conclusione che le leggi non sono in
alcun modo da trasgredire; esse sono in qualche modo il demone che suggerisce a Socrate su come
comportarsi virtuosamente. Egli sostiene che la colpa non sia delle leggi, né di Atene; anzi è stata proprio
Atene a concedergli la libertà di essere ciò che è; le leggi non hanno responsabilità sugli usi che ne fa la
gente: esse andrebbero trasgredite solo se ci obbligassero a compiere azioni contrarie a virtù