PASCOLI
PASCOLI
LA GIOVINEZZA TRAVAGLIATA
Giovanni Pascoli nacque il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna, da una famiglia della piccola
borghesia rurale: il padre, Ruggero, era fattore della tenuta La Torre, dei principi Torlonia. Era una famiglia
molto numerosa: Giovanni era il quarto di ben dieci figli. La vita di questo nucleo familiare venne però
sconvolta da una tragedia, destinata a segnare profondamente il poeta: il 10 agosto 1867, mentre tornava a
casa dal mercato di Cesena, Ruggero Pascoli fu ucciso a fucilate, probabilmente da un rivale che aspirava a
prendere il suo posto di amministratore. I sicari non furono però mai individuati, sia per l'omertà sia per
l'inerzia delle indagini, e ciò diede a Pascoli un senso di un'ingiustizia. Al primo lutto ne seguirono altri, in
successione: nel 1868 morirono la madre e la sorella maggiore, nel '71 il fratello Luigi, nel '76 Giacomo.
Giovanni sin dal 1862 era entrato coi fratelli Giacomo e Luigi nel collegio degli Scolopi (Urbino) dove ricevette
una formazione classica. Nel 1871 dovette lasciare il collegio, ma, grazie alla generosità di uno dei suoi
professori, poté proseguire gli studi a Firenze dove terminò il liceo. Nel 1873 ottenne una borsa di studio
presso l'Università di Bologna, dove frequentò Lettere. Negli anni universitari Pascoli subì il fascino
dell'ideologia socialista. Partecipò a manifestazioni contro il governo, fu arrestato nel 1879 e dovette
trascorrere alcuni mesi in carcere. L'esperienza fu però per lui traumatica e determinò il suo distacco dalla
politica militante, sostituita da un grande interesse quasi evangelico di fratellanza per le miserie e le persone
povere.
Lui voleva diventare un poeta vate, voleva illuminare le coscienze italiane (siamo nell’epoca giolittiana).
L’Italia in quegli anni conquista la Libia, definita scatolone di sabbia (dicevano che era priva di ricchezze, in
realtà le ricchezze c’erano, c’era il petrolio, ma non lo vedevano.) In occasione della conquista, Pascoli
pronuncia il discorso ‘La Grande Proletaria Si è Mossa’; in questo discorso si vede una volontà di esaltare la
forza dello stato italiano, c’è un grande spirito nazionalista, che si diffonderà ancora di più con lo scoppio
della Prima guerra mondiale. Lui seguirà queste idee, pur su una base di pietismo, filantropia e sensibilità nei
confronti dell’essere umano. Iniziò poi la carriera di insegnante liceale; arrivato a Massa, chiamò a vivere con
sé le due sorelle, Ida e Maria, ricostituendo così idealmente quel «nido» familiare che i lutti avevano
distrutto.
IL «NIDO» FAMILIARE
Vediamo allora che la sua è una personalità che ha perso la sua serenità e il suo equilibrio. In realtà vedendo
bene la sua biografia, vediamo che lui era già lontano da casa, dato che studiava in un collego, tornava a casa
solo nei mesi estivi; quindi, la realtà del nido se la è costruita da solo, non è una realtà oggettiva. La
chiusura gelosa nel «nido» familiare e l'attaccamento alle sorelle rivelano la fragilità psicologica del poeta,
che cerca entro le pareti del «nido» la protezione dal mondo adulto, minaccioso e ostile. A questo si unisce
il ricordo dei suoi morti, riproponendo il passato di dolori, inibendo ogni rapporto con la realtà esterna. C'è
in lui il desiderio di un vero «nido», in cui esercitare un'autentica funzione di padre, ma il legame ossessivo
con il «nido» gli rende impossibile la realizzazione del sogno. La vita amorosa ai suoi occhi ha un fascino
torbido, è qualcosa di proibito e di misterioso. Le esigenze affettive del poeta sono soddisfatte dal rapporto
con le sorelle, che rivestono un'evidente funzione materna. Si può capire allora perché il matrimonio di Ida,
nel 95, fu sentito come un tradimento, e determinò in lui una reazione spropositata.
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1892 per ben dodici anni vinse la medaglia d'oro al concorso di poesia latina di Amsterdam. Negli ultimi anni
volle gareggiare con il maestro Carducci e con d'Annunzio nella funzione di poeta civile, "vate" della patria
con una serie di componimenti raccolti in Odi ed inni, Poemi del Risorgimento, Poemi italici, Canzoni di re
Enzio. Pascoli completò questo suo compito con una serie di discorsi pubblici, tra i quali è rimasto famoso La
grande proletaria si è mossa, tenuto il 26 novembre 1911 per celebrare la guerra coloniale di Libia. Il poeta
però era ormai consumato dal cancro allo stomaco. Si trasferì a Bologna per le cure, ma si spense poco dopo,
il 6 aprile 1912.
I SIMBOLI
Gli oggetti materiali hanno grande importanza nella poesia pascoliana, ma ciò non porta un'adesione di tipo
veristico alla realtà: i particolari fisici sono filtrati attraverso la visione soggettiva del poeta e in tal modo
diventano simbolici. Anche la precisione con cui Pascoli designa fiori, piante e uccelli permette di andare al
cuore della realtà.
Dare il nome alle cose è come scoprirle per la prima volta, come accade ad Adamo (collegamenti futurismo
russo). Perciò, il mondo è visto attraverso il velo del sogno e perde ogni oggettività. La conoscenza del mondo
avviene attraverso strumenti non razionali, che trasportano nel cuore della realtà. L’Io e l’oggetto, per
Pascoli, si uniscono e le cose si caricano di significati umani; come si vede, la visione del mondo pascoliana si
colloca nella cultura decadente e presenta affinità con la visione dannunziana.
IL FANCIULLINO
La poetica pascoliana trova voce nell'ampio saggio Il fanciullino, pubblicato sul "Marzocco" nel 1897. È un
testo interessante perché propone un mito (questa è un’era con molti miti). Con Pascoli si diffonde proprio
il mito del fanciullino, ovvero quella voce innocente e pura che parla dentro ogni uomo. L'idea centrale è che
il poeta coincide col fanciullo che sopravvive al fondo di ogni uomo: un fanciullo che vede tutte le cose «come
per la prima volta», con stupore e meraviglia. L’uomo molto spesso ha soffocato questa voce, perché il ruolo
sociale che riveste lo impone a essere tutto di un pezzo. Il fanciullino si manifesta infatti solo negli uomini in
grado di aprire sé stessi, ovvero i poeti, in cui è fortemente presente questo bambino (lui guarda la natura
con occhi stupiti ed innocenti). Dietro questa metafora del «fanciullino» possiamo vedere la concezione della
poesia come conoscenza immaginosa, che ha le radici ancora in epoca romantica (fu il Romanticismo, infatti,
a stabilire l'equivalenza tra fanciulli e primitivi e ad esaltare il loro modo di rapportarsi al mondo-
insegnamento Baudelairiano), ma che Pascoli piega in senso decadente. Grazie al suo modo alogico di vedere
le cose, il poeta-fanciullo ci fa sprofondare nell'abisso della verità. L'atteggiamento irrazionale permette di
cogliere l'essenza segreta delle cose. Inoltre, il fanciullino scopre connessioni misteriose tra gli oggetti reali,
uniti in una rete di simboli. Il poeta, allora, è dotato di una vista più acuta degli uomini comuni.
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LA POESIA "PURA"
In questo quadro culturale si colloca altresì la concezione della poesia "pura": per Pascoli la poesia non deve
avere fini pratici; tuttavia, precisa Pascoli, la poesia, in quanto “pura", è spontanea e utile moralmente e
socialmente. Il sentimento poetico infatti, induce alla bontà, all'amore, alla fratellanza, abbatte le gerarchie
sociali (Pascoli si ispira a Virgilio, anche lui aveva questa visione di poesia). Questo rifiuto della «lotta tra le
classi» si vede anche nello stile. Pascoli ripudia la rigorosa separazione classica tra ciò che è alto e ciò che è
basso ed accetta solo la prima categoria di oggetti nel campo della poesia. Ricchi di poesia per lui non sono
solo gli argomenti elevati e sublimi, ma anche quelli più umili.
In queste pagine risaltano, attraverso un linguaggio metaforico, i punti essenziali della teoria pascoliana della
poesia, che contiene al tempo stesso un programma poetico, quello che Pascoli andava realizzando proprio
in quegli anni nelle varie edizioni di Myricae e nei Poemetti. Tali punti sono, in sintesi: il tipo di conoscenza
prerazionale e immaginoso che è proprio del «fanciullino» e che consente di cogliere la realtà nella sua
essenza profonda, senza seguire le tappe del ragionamento logico; la verginità primigenia della parola
poetica; la scoperta delle corrispondenze segrete fra le cose; il poeta come colui che può spingere lo sguardo
oltre i limiti della realtà visibile; la poesia "pura" che può ottenere effetti di «suprema utilità morale e
sociale», indicando un'utopica società senza conflitti; il rifiuto della separazione classica degli stili, la dignità
poetica che va scoperta anche nelle cose piccole e umili, non solo in quelle sublimi e aristocratiche.
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Quest'ultimo concetto è espresso da Pascoli attraverso le metafore floreali che gli sono care: belli e degni di
essere cantati sono non solo gli esotici e rari fiori delle «agavi americane» ma anche i piccoli fiori della
«pimpinella». A questa poetica delle piccole cose Pascoli si ispira abitualmente nella sua poesia: vi allude lo
stesso titolo della sua prima raccolta, Myricae, che, citando il Virgilio della IV Bucolica, si riferisce proprio a
piante umili, le tamerici. Oltre a distaccarsi dal gusto aulico della tradizione poetica italiana, qui Pascoli
prende le distanze anche dalla contemporanea poesia di d'Annunzio, sontuosa e preziosa nel suo
estetismo superomistico, che punta decisamente verso un'aulicità sublime nelle scelte tematiche e
stilistiche.
MYRICAE
La prima vera e propria raccolta di Pascoli fu Myricae pubblicata nel 1891 contenente 22 poesie dedicate
alle nozze di amici. Il termine deriva dal latino Tamerici, ovvero delle piante del clima mediterraneo, che
quindi rimanda a un mondo di semplicità. Nel corso degli anni sono state pubblicate diverse edizioni in cui
egli aggiunse vari testi e poesie per un totale di circa 156. Il titolo è una citazione virgiliana, tratta dall’inizio
della IV Bucolica, in cui il poeta proclama l’intenzione di innalzare il tono del suo canto affermando “lasciamo
le tamerici e cantiamo i boschi”. Per Virgilio le tamerici indicano le poesie semplici e umili dei pastori, mentre
i boschi indicano una poesia ricercata, solenne e aulica. Pascoli, quindi, dando questo titolo ha in mente una
poesia umile, agreste, semplice, naturalistica e inserita nel contesto dell’Emilia-Romagna in cui lui era
cresciuto. Si tratta prevalentemente di componimenti brevi, che all’apparenza si presentano come quadretti
di vita campestre, ma in realtà i particolari su cui il poeta fissa la sua attenzione sembrano alludere a una
realtà ignota. Spesso le atmosfere evocano l’idea della morte e uno dei temi più ricorrenti è il ritorno dei
morti familiari. Con Myricae Pascoli delinea quel romanzo familiare che è il nucleo doloroso della sua visione
del reale.
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LAVANDARE da Myricae p. 555
Lavandare non è un verbo, ma significa Lavandaie ovvero le donne che vanno a lavare i panni al fiume,
condizione a cui tutte le donne del popolo erano sottoposte. È una breve poesia costituita da due terzine e
una quartina. Questa struttura prende il nome di Madrigale, già diffusa nel 500.
⁃ Il paesaggio autunnale
La poesia è molto semplice, ambientata in un luogo agreste, c’è un campo mezzo grigio e mezzo nero in
quanto è per metà arato e per metà no. Nel campo c’è un aratro abbandonato, senza buoi, dimenticato
nella nebbia autunnale. Questa immagine ritorna alla fine per cui si tratta di una struttura circolare. Egli non
trascura i colori difatti la sua scrittura è definita “a pennellate”. La prima terzina è dominata da impressioni
visive, giocate su tonalità spente e autunnali; la seconda, invece, si concentra sulle impressioni uditive, lo
“sciabordare”. Questa parola è onomatopeica e i “tonfi spessi” da l’idea del lavare, accompagnato dai canti
delle donne = le donne cantavano e sbattevano i panni sulle rive del fiume. Nella terza strofa viene riportata
la cantilena delle lavandaie “il vento soffia e ai rami cadono le foglie, e tu non sei ancora tornato! da quando
sei partito sono rimasta come un aratro abbandonato in mezzo al campo”. Il campo, l’aratro rendono un
senso di incompiutezza, di abbandono, carico di tristezza; ciò che gli oggetti esprimono viene ripreso dal
canto popolare, che ribadisce la malinconia della lontananza e dell’abbandono.
⁃ Lo stile
Dal punto di vista stilistico, si può ben notare l’uso dei due punti (:) con a capo la lettera maiuscola, che
ricorda i canti popolari delle donne. Inoltre, “il vento soffia e naviga la frasca (il vento soffia e le foglie
cadono) e tu (uomo) non torni ancora al tuo paese” ricorda il tema dell’immigrazione. Poi “sono rimasta sola
abbandonata come l’aratro in mezzo alla maggese” ricorda la condizione della donna dopo che l’uomo è
partito.
Nella seconda strofa, la rondine diventa la protagonista, viene uccisa mentre ritorna al tetto e cade tra i rovi
(metonimia: la rondine torna al tetto, ma nella quarta strofa il poeta afferma che l’uomo torna al nido, le
parole sono invertite.) Lungo la poesia, si notano i due punti (:) che vengono utilizzati per creare delle
principali e delle coordinate, per spezzare le sequenze. La rondine stava portando la cena ai suoi rondinini
(aveva un insetto in bocca). In queste due strofe centrali, si crea un’immagine cristologica della rondine —>
ora è la, come se fosse in croce, morta, mentre i suoi piccoli aspettano all’ombra. Gli “spini” tra cui cade la
rondine ricordano la corona di spine della passione di Cristo e in seguito viene riportata l’immagine della
croce. La rondine uccisa è il simbolo degli innocenti perseguitati dalla malvagità degli uomini e ricorda Cristo
in croce che perdona i suoi persecutori.
Nell’ultima strofa, egli parla di un uomo che torna al nido (a casa) e viene colpito da una morte improvvisa e
inaspettata; prima di morire chiede perdono. Come la rondine portava con se sue bambole come regalo per
le sue figlie —> ora a casa sua i suoi familiari lo aspettano inutilmente. Infine si rivolge al Cielo, che è indicato
con la lettera maiuscola poiché allude a Dio, partecipa al dolore perché inonda questo spazio di un pianto di
stelle cadenti. Sia l’uomo che la rondine, dopo la morte, porgono i loro doni a Dio, in alto verso il Cielo.
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⁃ La costruzione della poesia e i temi
La poesia non è un quadro di natura, ma affronta importanti temi e discorsi del male e del dolore, del
rapporto tra la dimensione trascendentale e terrena. Il componimento è organizzato in quartine per cui si
nota il rispetto della tecnica tradizionale. Pascoli imposta il problema del male in chiave metafisica e religiosa:
ogni vittima innocente che soffre è immagine di Cristo, e il Cielo piange sull’“atomo opaco del male”. È
importante notare però che il sacrificio delle vittime innocenti non ha il significato del sacrificio di Cristo, così
come il pianto del Cielo non è un’azione purificatrice o di riscatto. Il Cielo si limita ad essere uno sterile
compianto. Pascoli mette in evidenza il tema del nido familiare. L’analogia tra rondine e uomo non è solo nel
loro sacrificio, ma anche nel fatto che essi vengono esclusi dal nido. Il nido è un luogo in cui si sta stretti, ma
ci si scalda e aiuta a vicenda, simbolo di unità familiare che la vita ha distrutto.
⁃ La prima strofa
All'inizio della prima strofa viene descritto il momento in cui sta per sorgere la luna (“Dov'era la luna?”).
L’intera natura sta aspettando la sua comparsa (il mandorlo e il melo si ergono per meglio vederla), come
dinanzi ad un'apparizione divina; apparizione che sembra possedere una magica funzione purificatrice.
A contrasto con questa calma pienezza, nella seconda parte della strofa si delinea un'immagine inquietante,
di vaga e imprecisata minaccia: il «nero» delle nubi, che si profilano in una lontananza remota. Ciò si
contrappone al biancore perlaceo dell'alba lunare, ed ancora più inquietanti sono i silenziosi lampi di calore
che da esse scaturiscono, evocati con suggestivo procedimento sinestetico («soffi di lampi»). L’impressione
visiva di luce è assimilata a quella uditiva del soffio. Il verso dell’assiuolo viene da uno spazio indefinito, nella
notte. Con il suo tono malinconico e misterioso ha qualcosa di lugubre, di vagamente funebre ed echeggia
in una falsa alba notturna, quella lunare.
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⁃ La seconda strofa
All'inizio della seconda strofa si ripresentano immagini serene, le stelle e il rumore del mare
che si associa a immagini consolanti. Il rumore indistinto che proviene dalle fratte introduce già una nota più
misteriosa e segna il passaggio al clima della seconda quartina: al guizzo dell'imprecisato essere tra la
vegetazione risponde il «sussulto» nel cuore del poeta al sorgere di un'eco di dolore. Il «grido» è ripreso dal
verso dell'assiuolo: quella che era semplicemente la «voce» dell'uccello suona come un «singulto».
⁃ La terza strofa
All'inizio della terza strofa ritorna, l'immagine della luce lunare, che qui colpisce le cime degli alberi, ma si
inseriscono notazioni più negative, il «sospiro» del vento che trema, il suono delle cavallette. L'incertezza e
l'ambiguità sono di nuovo sottolineate da una domanda, che ipotizza il valore simbolico di quel suono: le
«invisibili porte» sono plausibilmente quelle della morte. L'atmosfera inquietante, angosciosa, funebre che
pervade tutto il componimento assume una fisionomia più precisa: riaffiora alla memoria del poeta il
pensiero della sua tragedia personale, dei lutti, della morte che incombe. Tutto ciò è descritto attraverso
una serie di immagini suggestive, ed è questo che costituisce il fascino incomparabile della poesia.
POEMETTI
Una fisionomia diversa possiedono i Poemetti, raccolti una prima volta nel 1897 (anno del Fanciullino e della
quarta edizione di Myricae), poi ripubblicati con aggiunte nel 1900, ed infine, nella veste definitiva, divisi in
due raccolte distinte, Primi poemetti (1904) e Nuovi poemetti (1909). Si tratta di componimenti più ampi di
quelli di Myricae, che all'impianto lirico sostituiscono un più disteso taglio narrativo, divenendo spesso dei
veri e propri racconti in versi. Muta anche la struttura metrica: ai versi brevi subentrano le terzine dantesche,
raggruppate in sezioni più o meno ampie.
Anche qui assume rilievo dominante la vita della campagna. All'interno delle due raccolte si viene a
delineare un vero e proprio «romanzo georgico», definito da Giorgio Barberi Squarotti, cioè la descrizione di
una famiglia rurale di Barga. La narrazione è articolata in veri e propri cicli, che traggono il titolo dalle varie
operazioni del lavoro dei campi, La sementa, L'accestire nei Primi poemetti, La fiorita e La mietitura nei Nuovi
poemetti. Il poeta vuole celebrare la piccola proprietà rurale, presentandola come depositaria di una serie
di valori tradizionali e autentici, solidarietà familiare e affetti, laboriosità, purezza morale, semplicità, in
contrapposizione alla negatività della realtà contemporanea. La vita del contadino appare al poeta come un
rifugio rassicurante, un baluardo contro l'incombere di una realtà storica minacciosa. La rappresentazione
della vita contadina assume quindi la fisionomia di un'utopia regressiva, nel senso che Pascoli proietta il suo
ideale nel passato, in forme di vita che stanno scomparendo, travolte dallo sviluppo della realtà sociale ed
economica moderna, in un processo ormai irreversibile. È evidente perciò come questa raffigurazione della
campagna non abbia punti di contatto con quella che pochi anni prima era stata offerta dal Verismo, in
particolare da Verga: il mondo rurale pascoliano è idealizzato e idillico, ignora gli aspetti più crudi della realtà
popolare, il bisogno, la miseria, ignora i conflitti sociali, la violenza della lotta per la vita, la disumanità delle
leggi economiche, che fanno sì che la campagna sia nella sua essenza equivalente alla società delle «Banche»
e delle «Imprese industriali», anziché un Eden intatto di autenticità e innocenza.
Il poeta ricorre a formule tratte dagli antichi poeti, Omero, Esiodo, Virgilio: troviamo la citazione Paulo
maiora canamus, un'espressione latina di Virgilio della IV bucolica che, tradotta letteralmente, significa
«cantiamo cose un po' più elevate» = vuole parlare di cose più importanti. Si ha quindi, nei Poemetti, una
singolare mescolanza di elementare semplicità e di preziosa raffinatezza, che talora però suona falsa e rivela
lo sforzo artificioso.
É una poesia narrativa, ci sono i dialoghi delle compagne che ripensano al passato in collegio. Pascoli
costruisce questi dialoghi su fattori sensitivi: insiste molto sugli elementi visivi, uditivi e olfattivi (fiori, canto,
musica). Le due ragazze si siedono e si guardano l’un l’altra. Una é bionda dalle semplici vesti, ma l’altra è
mora e ha qualcosa in più. La bionda ha occhi semplici e modesti (comunica sentimento di innocenza e
purezza) che fissano gli occhi della mora che ardono, sono passionali (ha conosciuto la passione). Qui si
delineano due figure femminili in antitesi: la fanciulla bionda, immagine di innocenza verginale, e quella
bruna, immagine di una sensualità torbida e inquieta. La contrapposizione simbolica tra donna bionda e
donna bruna, donna "angelo" e donna "demonio", è un motivo ricorrente nella letteratura romantica e
decadente.
Ora le due ragazze non sono più bambine. Loro ricordano adesso quell’episodio e quasi sembra
materializzarsi davanti a loro. La mora chiede alla bionda se ci é più tornata in quel collegio e lei risponde di
no, la mora dice che invece lei lo ha fatto. Ha rivissuto tutto, i dolci ricordi d’infanzia e ha rivisto l’orto e il
fiore della “morte”. Maria afferma che le faceva così paura che non si sarebbe mai avvicinata a quel fiore
“fonte di tristezza”. Al clima verginale si contrappone la presenza perversa del fiore velenoso, col suo
profumo insidioso che inebria l'aria intorno e bagna l'anima «d'un oblio dolce e crudele».
L’immagine del convento riemerge nelle loro memorie (flashback). Si ricordano le rose, le viole, la musica, i
paesaggi, le visite dei parenti e i pianti delle compagne. Le fanciulle hanno abiti bianchi e lunghi (purezza), si
muovono in un ambiente così sereno che presenta però in un angolo un raggruppamento di “dita umane
sporche di sangue” che emanano il loro profumo (la digitale purpurea che è umanizzata = personificazione).
Il fiore si precisa nelle sue forme mostruose, ripugnanti. quasi macabre.
Al momento del congedo, Rachele confessa all'amica il segreto che urge al fondo del suo animo, l'esperienza
da lei fatta del fiore proibito. La digitale purpurea non è un semplice fiore, ma è un’esperienza erotica che
Rachele ha provato, andando contro a tutte le regole e alla morale del convento e delle suore. Rachele ha
conosciuto qualcosa che la distingue da Maria, la passione e ora capisce cosa si s’intende per “morte”,
l’annegarsi nell’amore sessuale; Maria invece è pura e innocente, è pura. La poesia trasfigura la realtà; nel
simbolo di questo fiore e nel divieto si percepisce il tema erotico-sessuale. Dal punto di vista formale,
vengono usate le terzine per tre quadretti articolati anche da dialoghi.
• conclusione indefinita
Il racconto di Rachele si chiude su un'immagine misteriosa, il destino di morte scaturito dalla dolcezza
indicibile di quell’esperienza. Pascoli qui gioca volutamente sul non detto, sull'indefinito, sull’ambiguo,
sull’allusivo. Intorno a questa conclusione del poemetto si sono accumulate molte ipotesi interpretative.
Particolarmente suggestiva appare quella di Getto, secondo il quale l'assaporamento, da parte di Rachele,
del profumo vietato ha un valore simbolico: una passione amorosa che conduce alla morte, ma forse anche
una malattia mortale. Ma non si possono escludere diverse ipotesi proposte da altri interpreti (Chimenz,
Barberi Squarotti): esperienze di tossicomania, intese decadentisticamente come mezzo per attingere
all'ignoto, ma anche l'esperienza erotica, trasformatasi in vizio che corrompe, che consuma le forze e porta
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alla malattia e alla morte. In ogni caso, Pascoli ha volutamente lasciato nell'indefinito la conclusione, proprio
per caricarla di sensi misteriosi e più suggestivi.
• tecnica narrativa
Il racconto non segue la successione cronologica lineare, ma è continuamente spezzato da ritorni indietro
nel tempo: comincia al presente (un presente del tutto indeterminato), fa rivivere il passato come un
flashback, torna al presente del colloquio fra le due amiche, per risalire infine al passato con la rievocazione
dell'esperienza trasgressiva del fiore velenoso. L'andamento tortuoso del tempo narrativo mette in rilievo il
carattere ambiguo del reale rappresentato, in cui l'innocenza si oppone apparentemente alla perversione,
ma reca già al suo interno qualcosa di languido ed eccitato insieme, che anticipa e richiama l'esperienza
morbosa del proibito.
ITALY p. 593
Si tratta di un ampio componimento di 450 versi, diviso in due canti, che fu composto nel 1904 e pubblicato
nella terza edizione dei Poemetti. È dedicato ad un tema caro a Pascoli, quello degli emigranti italiani
costretti ad abbandonare dolorosamente il loro «nido» per andare a cercare lavoro in paesi stranieri. La
vicenda, ispirata a un fatto reale, è la seguente: due fratelli emigranti, Ghita e Beppe, tornano dall'America
al paese da cui erano partiti, Caprona, vicino a Castelvecchio, con la piccola Maria, detta Molly, figlia di un
altro fratello, malata di tisi. La bambina, nata in terra straniera, in un primo tempo detesta l'Italia, ma poi
instaura un profondo legame affettivo con la nonna. Molly guarisce grazie al clima salubre della Garfagnana,
mentre la nonna muore. Gli emigranti ripartono per l'America, e Molly, ai bambini che le chiedono se
ritornerà, risponde in italiano: «Si» (nella storia reale la bambina non guarisce e muore).
Il tema dell’emigrazione è molto moderno. È un testo strano perché oltre a scrivere frasi poetiche, il poeta
inserisce forme dialettali lucchesi e forme in inglese sia corrette che distorte dagli emigrati italiani. Il poeta
mostra gran maestria perché nonostante questo inusuale linguaggio, riesce a fare la rima.
Tutti stavano salendo in casa e davanti c’era il nonno. Il vecchio lupo (il cane) non abbaia, perché li riconosce
e scodinzola. Davanti la porta c’è sempre stato un sasso che aiutava a fare le scale. L’uscio era accallato, è
una parola toscana che significa accostato. La mamma sta ravvivando il fuoco ed è nel buio. Quando il suo
volto si illumina i figli si accorgono che la mamma è invecchiata, non sta bene, è fragile. La mamma chiede
piuttosto come stanno tutti quelli che non sono tornati e, come se piangesse, si asciuga gli occhi con il
grembiule. L’ambiente era vecchio, scuro, sapeva di chiuso. La bambina stava parlando con la nonna che
l’ascoltava, “parlava la sua lingua d’oltremare” = inglese. Nessuno capiva esattamente cosa stesse dicendo,
ma voleva dire che la casa non le piaceva, che era una casa per topi. Diceva che l’Italia era un brutto posto
(“bad country your Italy”). Alla nonna, le sue parole sembrano il cinguettio di un uccellino.
La piccola Maria guardava in giro, piangeva e tossiva. La nonna, intanto, parlava il suo dialetto con parole
che assomigliavano a una lingua straniera ma non lo erano. Dice che fa freddo, di stare al fuoco, perché
nevica (nieva). La bambina scoppia a piangere, perché, ingannata dalla somiglianza di suono tra “nieva” e
“never”, pensa che non tornerà mai in America. Ovviamente doveva restare in Italia il giusto tempo per
guarire. La gente che seppe del ritorno dei fratelli andò a trovarli. Tutti si stavano godendo i propri ricordi —
> cari, solo perché sono ricordi, appartengono al passato. Gli emigranti in America, sbarcati in mari ignoti,
avevano il desiderio di ricostruirsi una vita lontana, cosa che viene presentata con l’immagine del nido.
Vediamo la capacità di Pascoli di creare rime tra parole italiane e inglese (13-15 gelo / fellow). I due fratelli
raccontano le loro avventure in America alla gente del paese che é curiosa. Alcuni emigranti in America sono
riusciti a fare fortuna. Quando i paesani vedono Molly, le chiedono alla bimba se le piace l’Italia e lei risponde
“bad Italy!”.
Ghita guarda la madre filare manualmente e le dice che in America ormai non lo fa più nessuno, perché ora
ci sono le macchine che fanno tutto. Il lavoro si è meccanicizzato. Ovviamente la qualità del lavoro manuale
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è migliore ma è stancante e faticoso. La mamma è contenta di fare ciò che fa, è la sua tradizione. I racconti
della figlia per la madre sono qualcosa di fantastico, che fa fatica anche solo ad immaginare (vedeva le mille
fate nelle grotte illuminate). Con l’immagine delle fate, il mondo contadino e il lavoro manuale vengono
trasfigurati, come qualcosa di magico. Il tema importante è il lavoro manuale delle donne che si contrappone
a quello delle macchine, industrializzato (ANTITESI). In America ogni città ha industrie per la tessitura, fanno
molto più lavoro rispetto all’Italia, ma la mamma è semplice e questo è il suo mondo. Lei appartiene al mondo
contadino, arcaico che rimane fermo a un contesto arretrato.
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di quel mondo arcaico. Viceversa, l'America e la civiltà industriale sono presentati attraverso il punto di vista
della vecchia contadina, che, in coerenza con la mentalità primitiva del suo ambiente, trasfigura la realtà
dell'industria in termini di favola. Il poemetto presenta anche un originale esperimento linguistico. La
riproduzione fedele del gergo italo-americano degli emigranti risponde a un intento realistico: vuol rendere
il senso dello sradicamento dell'emigrante, dello snaturamento dell'identità, proprio di chi non sa più usare
la sua lingua né maneggiare bene quella nuova. La lingua è infatti un fattore essenziale dell'identità, un
elemento determinante nel costituire il «nido». A contrasto, il poeta insiste nella riproduzione del dialetto
lucchese proprio per evocare l'immagine rassicurante di quell’amato «nido» locale, dei suoi valori e delle sue
tradizioni, che possono essere l'antidoto a quello sradicamento.
I CANTI DI CASTELVECCHIO
I Canti di Castelvecchio (1903) presentano immagini della vita di campagna, canti d'uccelli, alberi, fiori, suoni
di campane con una misura breve e lirica. I componimenti si susseguono secondo un disegno segreto, che
allude al succedersi delle stagioni: l'immutabile ciclo naturale si presenta come un rifugio rassicurante e
consolante dal dolore e dall'angoscia.
Ricorre con frequenza il tema della tragedia familiare e dei cari morti, che si stringono intorno al poeta a
rinsaldare quel legame di sangue che la vita ha spezzato. Vi è persino il rimando del nuovo paesaggio di
Castelvecchio a quello antico dell'infanzia in Romagna, quasi ad istituire un legame ideale tra il nuovo «nido»
costruito dal poeta e quello spazzato via dalla tragedia.
Siamo nella notte, i fiori del gelsomino si aprono e il poeta pensa ai cari defunti. C’è anche il volo delle falene
notturne. I grilli non si sentono più = la vita si é placata, tutti riposano tranne una casa, la casa degli sposi
dove si bisbiglia. Questo bisbiglio indica il rapporto sessuale. “Sotto le ali dormono i nidi, come gli occhi sotto
le ciglia” é una metonimia (nidi per indicare gli uccelli) e una similitudine —> gli uccellini dormono, come
anche gli occhi delle persone. “Dai calici aperti si esala l’odore di fragole rosse = accostamenti sensoriali
diversi che crea la sinestesia. Il colore rosso indica il primo atto sessuale. La luce nel salotto della casa é
accesa e “nasce l’erba sopra le fosse”, ovvero che sopra le tombe l’erba continua a crescere. É come se unisse
il tema dell’amore e della morte.
Un’ape arriva tardi all’alveare e non c’è più posto per lei. “La Chioccetta per l’aia azzurra va col suo pigolio
di stelle”: i contadini chiamano Chioccetta (gallinella) la costellazione delle Pleiadi; il poeta amplia
l'immagine: il cielo diviene l'aia su cui si muove la gallina e le stelle sono i pulcini che la seguono pigolando.
Si noti la sinestesia: lo sciame luminoso delle stelle evoca una sensazione fonica, il pigolio. Tutta la frase é
una metafora. Dopo dice che prima la luce era in sala, ora la luce é al piano superiore e poi si spegne. I puntini
di sospensione indicano il rapporto sessuale. Poi parla dell’alba quando si chiudono i petali del gelsomino,
ma quest’immagine dei “petali un poco gualciti” che si chiudono indica anche la donna che ha perso la
verginità, che ha ricevuto il seme e che ora é incinta. Pascoli augura all’amico di diventare padre.
Questa poesia ci parla di vita e di morte, c’è una linea che unisce i vivi e i morti. Da una parte Pascoli piange
la morte e dall’altra guarda la felicità nella casa. Questa felicità però non è per lui, che è immerso nei ricordi
dei cari e nella tristezza. Se uscisse da questa bolla di oscurità, probabilmente anche lui potrebbe godere di
questa felicita.
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• Il rito di fecondazione
Il componimento dedicato alle nozze dell’amico Gabriele Briganti evoca la prima notte di nozze, in cui è stato
concepito il piccolo Dante Gabriele Giovanni. Vengono così chiarite le immagini che si riferiscono alla casa
che sola “bisbiglia” nel silenzio della notte, al lume che splende nella sala, sale per le scale, brilla al primo
piano e si spegne: esse rivelano il vagheggiamento della fecondazione che avviene nella casa nuziale dove
nascerà una nuova vita. In questo contesto, l’immagine del fiore assume un significato essenziale. Il fiore
apre il suo calice al calar della sera e per tutta la notte inala il suo profumo: anche il fiore si chiude per il rito
di fecondazione (viene messo in relazione con quello del mondo umano). L’aprirsi del bocciolo e l’emissione
del profumo si presentano come un invito all’amore sottolineato dal poeta con grande carica sessuale. Il
colore rosso (sensualità) si fonde con il profumo dolce e invitante delle fragole. Una volta avvenuta la
fecondazione, i petali del fiore si chiudono. Pascoli intende il rapporto sessuale come violenza inferta alla
carne. Egli non vuole creare un inno gioioso della fecondità poiché la contemplazione del rito avviene da
parte di chi ne è escluso. Il punto di osservazione si trova all’esterno della casa dove avviene il rapporto
sessuale. Egli è consapevole del fatto che non può avere il suo nido composto dai suoi “quattro rondinotti”.
• Le immagini mortuarie
Si alternano continue immagini mortuarie in immediata contiguità con quelle del fiore che invita all’amore.
La tragedia familiare che ha portato alla distruzione del suo “nido” ha bloccato il poeta alla condizione
psicologica infantile. In luogo del legame adulto con la donna si instaura un legame oscuro e ossessivo con i
morti, che continuano a vivere come fantasmi. La fedeltà ai morti gli impedisce di uscire da quel cerchio
chiuso, protettivo e di rispondere al richiamo dell’amore, egli pensa sempre ai suoi cari. Per il poeta, uscire
e legarsi a una donna equivale a tradire un vincolo sacro e inviolabile.
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CRITICA SUL LINGUAGGIO DI PASCOLI
Il grande filologo e critico Gianfranco Contini analizza le varie componenti del linguaggio pascoliano, in cui,
accanto alle forme normali, grammaticalmente strutturate, compare un linguaggio «pregrammaticale»
(le onomatopee) e un linguaggio «postgrammaticale» (le lingue speciali, come il vernacolo dei contadini
della Garfagnana, il gergo misto di inglese, italiano e dialetto degli emigranti, termini tecnici, residui arcaici)
e conclude che, se il linguaggio normale implica che dell'universo si abbia un'idea chiara e precisa,
gerarchizzata, un linguaggio eccezionale come quello di Pascoli significa che il rapporto tra io e mondo è
critico, che cadono le certezze fondate sulla logica caratterizzanti la letteratura fino al primo Romanticismo
compreso.
IL NAZIONALISMO PASCOLIANO
É una parte di “La grande proletaria si è mossa”, un discorso pronunciato da Pascoli in occasione della guerra
di conquista coloniale italiana della Libia nel 1911.
Il testo parla della "grande Proletaria", ovvero la classe operaia italiana che finalmente si è risvegliata. Prima
per trovare lavoro e guadagnare di più, era costretta a emigrare in altri paesi. Questi lavoratori erano spesso
trattati male e discriminati, e questo li faceva vergognare di essere italiani. Gli intellettuali e gli artisti che
avevano fatto grandi cose erano costretti ad andarsene altrove come servi, come i “negri” in America (oggi
non si userebbe questo termine improprio). Secondo Pascoli, gli italiani erano un popolo di reietti, incapaci
di combattere, erano persone che solo potenzialmente potevano fare grandi cose. Ma con la conquista della
Libia tutto cambia, si riscatta. La grande proletaria ha trovato un luogo adatto a loro, la nuova colonia che é
una vasta regione. Lì i lavoratori non saranno in condizioni pessime, mal pagati, bensì saranno agricoltori veri
e propri, costruiranno case e porti. In questo modo, la classe operaia italiana potrebbe finalmente lavorare
e prosperare sulla propria terra, vedendo in alto il nostro tricolore (bandiera italiana), per affermare l’identità
nazionale.
In seguito, Pascoli critica il Risorgimento, immagina che le potenze europee giudicavano l’Italia come una
nazione che è arrivata ad essere potenza solo per questione di fortuna. Ora, dopo aver superato molti
problemi nel passato, si presenta come una grande nazione pronta a contribuire all'umanità e
all'incivilimento dei popoli. L'Italia ha raggiunto questo obiettivo in soli cinquant'anni, nonostante la
mancanza di scuole, vie, industrie, commerci e coscienza di sé.
Oggi l'Italia è potente e serena, pronta a intervenire per mare, per terra e per cielo. L'autore parla anche
delle truppe italiane, che rappresentano un grande esempio di unità e cooperazione tra i popoli della
penisola. L'Italia si presenta come una grande nazione che merita rispetto e considerazione da parte del
mondo intero. In Italia trionfa il nazionalismo.
All’interno di tutto il brano Pascoli è retorico ed esagerato.
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• Pascoli e l’ideologia nazionalista
Nel discorso di Pascoli si sviluppa il tema che riguarda la contrapposizione tra le nazioni potenti e ricche, che
opprimono le nazioni “proletarie” e povere. Quest’ultime vengono schiacciate e sfruttate da quelle più
ricche, ma al tempo stesso hanno il diritto di lottare per soddisfare i propri bisogni. É un concetto importante
che rimane all’ideologia marxista della “lotta di classe”, ma trasferito nei termini delle nazioni. Inoltre, vi era
la questione dell’emigrazione dato che molti lavoratori italiani emigravano verso le nazioni più ricche come
la Francia, gli Stati Uniti e l’Argentina. Ciò portava a rovinare l’integrità del popolo italiano poiché la massa
operaia veniva schiavizzata e disprezzata. In più, questo é un problema che sta molto a cuore a Pascoli poiché
egli lo estende al concetto di “nido” familiare. Per il poeta, era necessario proteggerlo e difenderlo perciò il
fenomeno dell’emigrazione é traumatico e lacerante come il distacco dal “nido”.
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