QuadConc27 Tulli
QuadConc27 Tulli
(GS 4)
I volumi di questa collana sono stati curati dal «Dicastero per l’Evangelizzazione. Sezione per le questioni
fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo».
Marzo 2020, Roma. È caduto sulle nostre teste come un macigno e invece non era altro che
un piccolo virus. Invisibile, impalpabile, ma capace di stravolgere la vita dell’intero pianeta. «Ci
siamo ritrovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista
da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e
disorientati», disse Papa Francesco il 27 marzo di quell’anno, in una piazza San Pietro vuota e
bagnata dalla pioggia. Un momento indimenticabile, quella “Statio Orbis”, commovente e dolce
come una carezza, mentre la gente moriva negli ospedali, le famiglie erano chiuse nelle loro case, i
giovani privati della loro spensieratezza, i posti di lavoro persi, e i poveri che diventavano ancora
più poveri. E allora ci siamo chiesti: «Perché? Che senso ha? Dov’è Dio?».
Parte da qui la nostra ricerca del “senso della vita” che è al centro della Gaudium et Spes,
una delle quattro Costituzioni pastorali, frutto del concilio Vaticano II, che Papa Francesco ha
invitato a riprendere tra le mani in vista del Giubileo 2025.
Il senso della vita da sempre interroga l’uomo perché non c’è scoperta scientifica che tenga,
non c’è progresso sufficiente, né libertà o benessere conquistati. Perché ogni generazione vive i suoi
problemi e le sue aspirazioni con un carico di “speranze e angosce”, come si legge nel documento
promulgato da Papa Paolo VI il 7 dicembre del 1965, l’ultimo giorno di quello storico concilio che
ha cambiato la vita della Chiesa.
CAPITOLO 1
SITUAZIONI
Un paio di anni dopo, mentre, grazie ai vaccini, si vedeva una luce, se pur fioca, in fondo al
tunnel, e una possibile convivenza con la pandemia, sul mondo è piombata un’altra nube nera.
Maggio 2022, Kiev. L’ambasciatore del Papa in Ucraina, monsignor Visvaldas Kulbokas, ci
accoglie alla nunziatura apostolica al centro di Kiev. I pregiati tavoli di legno sono appoggiati sulle
porte insieme ad altri mobili a fare da barricate; nei corridoi, protetti dai muri senza finestre, ci sono
i materassi a terra dove si dorme perché le stanze ai piani superiori non sono sicure. La cucina, in un
angolo che sembra più protetto, è stata trasformata nel luogo delle riunioni e anche nella cappella
dove celebrare la Messa.
L’invasione della Russia in Ucraina ha distrutto vite e case, porti e aziende, e ha fatto
ripiombare l’Europa nell’incubo di una guerra che in questa zona del pianeta non si vedeva da
settant’anni. Anche qui ci siamo chiesti: «Perché? Che senso ha? Dov’è Dio?».
Il vescovo lituano, che non ha lasciato Kiev neanche nei giorni in cui le bombe si sentivano
distintamente dalla sua residenza, con il loro fragore che annunciava morte e distruzione, ha le
lacrime agli occhi quando sfoglia un Vangelo ritrovato in una casa distrutta a Bucha. «Era nella
camera dei bambini», dice commosso. Perché tanto male? «Dio ci lascia sempre liberi», risponde a
chi chiede come possa trovare una spiegazione, lui, diplomatico, ma prima ancora uomo di Dio, a
quanto accaduto il 24 febbraio 2022, data che segna l’inizio dell’invasione russa in Ucraina.
La libertà: Dio ha scelto di regalarcela una volta per tutte e non se la riprende indietro
neanche quando ne facciamo un uso totalmente dissennato, come nel caso delle guerre che infestano
l’Europa e come tutti gli altri conflitti che contribuiscono ad alimentare quella “terza guerra
mondiale a pezzi”, come la chiama Papa Francesco. E allora l’unico modo per superare le guerre è
sfoderare le armi della fede. Ci sono i tavoli negoziali, il braccio di ferro dei grandi della terra, gli
appelli al cessate il fuoco. Ma «la ricerca della pace passa attraverso la conversione dei cuori», dice
il nunzio apostolico a Kiev quando la guerra è ancora in pieno svolgimento, invitando innanzitutto
alla preghiera.
Monsignor Kulbokas racconta un sogno di un cittadino ucraino, ateo, che gli è stato riferito
dalle suore che vivono in nunziatura. «Quest’uomo vagava nella notte alla ricerca della sua famiglia
e vede Gesù crocifisso colpito dai russi. Cristo lo guarda e gli chiede: “Anche tu vuoi spararmi o
vuoi che ti protegga?”. Quell’uomo – ci raccontava il diplomatico vaticano – si è svegliato
comprendendo quella strana richiesta. Il Signore gli chiedeva se voleva essere come gli altri o
cambiare il suo cuore. Tutti abbiamo bisogno di conversione». E in maniera paradossale e forse
umanamente incomprensibile, si può trovare un “senso della vita” anche nel pieno di una guerra
“insensata”, come l’ha definita più volte Papa Francesco.
Settembre 2018, Lourdes. Una pioggerella fine bagna il santuario e i pellegrini. Sui Pirenei è
normale che, alla fine dell’estate, le belle giornate si alternino alle piogge e alle nuvole. Elisabetta
non se ne cura e spinge la sedia a rotelle con sopra sua figlia; vanno insieme verso la grotta di
Massabielle, dove, secondo la tradizione, la Madonna è apparsa alla giovane Bernadette. A coprire
la mamma e la figlia sono due di quei teli di plastica trasparente e usa-e-getta che fanno un po’ parte
del kit del pellegrino in questo santuario francese dove piove spesso. È serena la donna, insieme a
quella ragazza malata, con la quale condivide da sempre corsie di ospedale, anticamere di studi
medici, e la speranza che la scienza possa fare rapidamente passi in avanti per alleviarle le
sofferenze.
«C’è una domanda la cui spiegazione – aveva detto Papa Francesco il 29 maggio del 2015,
incontrando a Santa Marta alcune famiglie con i loro bambini malati – non si impara nelle
catechesi. È la domanda che tante volte io mi faccio, e tanti di voi, tanta gente si fa: “Perché
soffrono i bambini?”. E non ci sono spiegazioni. Anche questo è un mistero. Soltanto guardo Dio e
domando: “Ma perché?”».
A Lourdes può essere un po’ diverso. Il pellegrinaggio può rendere più ‘leggero’ questo
mistero. In questo fazzoletto di terra che in qualche modo sembra anticipare la pace del cielo, la
mamma e la figlia trovano anche la forza di ridere insieme agli altri pellegrini dell’UNITALSI.
Tutti qui, con il loro carico di guai. Chi ha una stampella, chi si muove grazie alle moderne sedie a
rotelle che sembrano macchinine, chi ha lo sguardo e il sorriso perso e una mente che vaga in un
mondo tutto suo.
«Un miracolo? Certo che glielo chiedo sempre alla Madonna. Ogni volta che veniamo. Ma
sono qui soprattutto per chiederle la forza di sopportare tutto questo. E Lei mi sta a sentire. Mi
aiuta, ci aiuta», dice Elisabetta con una serenità non comune e che non ti aspetteresti mai in una
condizione del genere.
Luglio 2022, Avezzano. La voce al telefono è triste, ma non disperata. Tullia ha appena
perso il suo Michele, oltre trent’anni di vita insieme, cinque figli, amore e rispetto reciproco,
complicità e risate, tavole da sparecchiare e conti da far quadrare a fine mese. Michele, a 62 anni, se
ne è andato via un lunedì mattina per una ischemia celebrale. Il tempo solo di tentare una
operazione chirurgica disperata e qualche giorno in rianimazione. «È una cosa dolorosa, enorme,
non è immaginabile sopportarla se non appoggiandosi a questa colonna», dice Tullia parlando della
sua fede che non l’ha abbandonata neppure in queste ore, le più dure della sua vita. Ripercorre quei
trent’anni di matrimonio, con i traslochi e i tanti figli voluti con amore, le vacanze al mare, lo
slalom delle giornate ad accompagnare i ragazzi a scuola o in piscina, al catechismo o alle feste.
Tutto condiviso sempre con Michele che ora ha lasciato un vuoto. «Ho pregato nelle ore in cui era
tra la vita e la morte, mi sono anche arrabbiata con la Madonna; ho chiesto alla mamma di Michele,
mia suocera, che era morta da due mesi: “Tu che sei già lassù, corri, bussa a tutte le porte, svegliali,
chiedi a tutti di non portarlo via”. E invece non c’è stato niente da fare».
Ora il problema è, sì, superare questo immenso dolore. Ma anche capire come continuare ad
amarsi a ‘distanza’, come crescere ancora quei cinque figli insieme. «Michele vuole questo e io ho
sentito le preghiere di chi mi vuole bene e provo, non so come spiegarlo, come una pace nel cuore».
La morte, il male irreparabile. Eppure c’è chi riesce a vederla con le lenti della fede. San
Francesco d’Assisi la chiamava «sorella morte». Stiamo parlando di un gigantissimo della fede,
certo, ma c’è chi ci prova a vederla così anche dalla sua santità più semplice, quella della porta
accanto, come la definisce Papa Bergoglio.
«Orbene, a tutto c’è rimedio meno che alla morte, sotto il giogo della quale tutti si deve
passare, per quanto, quando la vita finisce, ci dispiaccia», scriveva Miguel de Cervantes nel suo
memorabile Don Chisciotte, uno dei capolavori nella storia della letteratura di tutti i tempi. Ma la
morte – abbiamo visto – può essere affrontata anche in un altro modo. «La fede cristiana –
sottolinea la Gaudium et Spes – insegna che la morte sarà vinta un giorno».
Non è facilissimo da accettare, ammettiamolo, ma se si carica il peso del dolore e del vuoto
su Dio, perché nessuno da solo può farcela a portare un carico così pesante, si può credere che i
propri cari, in comunione con Cristo, «abbiano raggiunto la vera vita presso Dio», si legge nello
stesso documento (cfr. GS 18). Ci crede Tullia con tutto il suo cuore e ha chiesto a Michele di
aiutarla a sopportare i pesi e a mandare avanti casa e famiglia insieme, lei qui, lui da lassù.
Papa Giovanni Paolo II, il 2 novembre del 1986, giorno della commemorazione dei defunti,
regalò queste parole di vera speranza: «Oggi, fratelli e sorelle carissimi, noi preghiamo per i
defunti: in questi giorni ci rechiamo in visita ai cimiteri, quali pellegrini oranti, per implorare pace
eterna ai nostri cari. Davanti a quelle tombe s’afferma dentro di noi l’aspirazione a vincere la morte,
prende consistenza il respiro di eternità che abita nei nostri cuori. Noi decoriamo, infioriamo,
abbelliamo quelle tombe, perché il nostro cuore ci dice che un corpo avvolto nell’immobilità fredda
della morte non è, non può essere, l’ultima parola di una vita. Un’immensa trama di progetti, di
potenzialità solo parzialmente espressi, le attese di un mondo più giusto e più umano, il calore degli
affetti, la fatica delle quotidiane fedeltà, tutto questo tesoro di bene non può essere murato nel
silenzio implacabile del nulla». Per i cristiani, dunque, la morte non può avere l’ultima parola, come
diceva Wojtyła.
Nella chiesa di Santa Maria in Vallicella, nel cuore di Roma, o ‘Chiesa Nuova’ come tutti la
chiamano nella Capitale, da anni si ripete un ciclo di catechesi, i “Cinque passi”, che riprendono lo
schema della predicazione di San Filippo Neri, fiorentino di nascita ma a tutti gli effetti ‘romano de’
Roma’ perché è a questa città che il Santo dedicò tutta la sua vita. I “Cinque passi” sono un
appuntamento che vede, una volta al mese, alcune centinaia di persone, tra le quali molti giovani,
fermarsi per riflettere sul mistero dell’uomo. Padre Maurizio Botta, il promotore di questi “Cinque
passi” dei nostri giorni, affronta i temi più difficili della vita quotidiana cercando di declinarli con le
lenti della fede.
Nel 2015 padre Botta ha parlato anche della morte. «Questa paura di morire accomuna ogni
essere umano. Quelli che cercano, distraendosi, di dimenticare il fatto della morte sono infantili».
Ma alla paura c’è una risposta: «Noi abbiamo il ‘fatto’ della risurrezione. Non è un simbolo, non è
un’idea, non è un valore – scandisce padre Maurizio. La risurrezione è un avvenimento, è un fatto
storico. Cristo, vero Dio e vero uomo, è entrato nella vita eterna anche con il suo corpo. Questo
occorre ripeterlo». E per spiegare il senso della morte ai bambini padre Botta invita a portarli a
vedere una grande quercia o, più semplicemente, a cercare su Google l’immagine della sequoia
gigante e i suoi semi. «Dite ai piccoli: vedete questi piccoli semi e poi guardate gli alberi che sono
di oltre novanta metri, mostruosamente grandi. Un semino, che marcisce e muore nella terra, genera
questo albero gigante. Lo stesso ha fatto Gesù Cristo: assumendo la morte ci ha portati tutti nella
vita eterna che è anche più alta dei novanta metri della sequoia gigante».
Novembre 2019, Hiroshima. Una luce blu all’improvviso nel cielo. E poi si scatena
l’inferno. A raccontare quella terribile giornata vissuta da Hiroshima, in Giappone, e da tutto il
mondo, il 6 agosto del 1945, è una signora gentile, minuta, dall’eleganza composta, con il suo
sobrio completo blu e il filo di perle. Yoshiko Kajimoto, 88 anni allora, era una delle sopravvissute
all’ecatombe dopo il lancio della bomba atomica sulla cittadina giapponese. Allora aveva 14 anni e
frequentava la terza media ma tra un libro e l’altro lavorava anche in fabbrica. Era lì quando «una
luce blu ha attraversato la finestra». Tutto è crollato e lei a fatica è uscita dalle macerie.
Quando Yoshiko riesce a liberarsi dai detriti – racconta ancora in quella storica giornata con
Papa Francesco – si accorge che «tutti gli edifici circostanti erano stati distrutti. Era buio come se
fosse già sera e puzzava come di pesce marcio. Presto nel quartiere scoppiò un incendio e i
compagni che non potevano camminare furono evacuati su alcune barelle. Io stessa ho aiutato
portandone una. Lungo la strada, c’erano persone che camminavano fianco a fianco come fantasmi;
persone il cui corpo era così bruciato che non riuscivo a differenziarli tra uomini e donne, i capelli
dritti, i volti gonfi, le labbra pendenti, con entrambe le mani tese e con la pelle bruciata che
penzolava. Nessuno in questo mondo – sottolineava la sopravvissuta, parlando al Pontefice nella
tappa di Hiroshima del suo viaggio apostolico in Giappone – può immaginare una simile scena
infernale». Francesco è accanto a lei e l’ascolta profondamente: ha fatto migliaia di chilometri per
essere in questa cittadina del sud del Giappone il cui nome è entrato nella storia ed è il simbolo
della disfatta dell’umanità causata dalle sue stesse scelte.
«Nei giorni seguenti – prosegue Yoshiko – i cadaveri iniziarono a marcire e un fumo bianco
avvolgeva tutto: Hiroshima era diventata un forno crematorio. Per molto tempo non sono riuscita a
rimuovere il cattivo odore dal mio corpo e dai miei vestiti». Si era salvata, ma gli effetti delle
radiazioni dell’atomica comparvero negli anni sotto forma di tumori affrontati tra cure, interventi
chirurgici e lunghe sofferenze. «Lavoro duro per testimoniare che non dobbiamo mai più usare tali
terribili bombe atomiche né permettere che nessuno al mondo debba sopportare tale sofferenza». La
testimonianza: Yoshiko trova in questo un senso a ciò che ha vissuto.
«Nunca mas!», mai più. Il Papa quel 24 novembre del 2019 lo scandisce e lo ripete: «mai
più». «Non possiamo permettere che le attuali e le nuove generazioni perdano la memoria di quanto
accaduto, memoria che è garanzia e stimolo per costruire un futuro più giusto e fraterno […]. In
un’unica supplica, aperta a Dio e a tutti gli uomini e donne di buona volontà, a nome di tutte le
vittime dei bombardamenti, degli esperimenti atomici e di tutti i conflitti, eleviamo insieme un grido
– fu l’appello di Papa Francesco: Mai più la guerra, ma più il boato delle armi, mai più tanta
sofferenza! Venga la pace nei nostri giorni, in questo nostro mondo».
Settembre 2016, Assisi. È Maria, 6 anni, la più piccola ospite del “pranzo di pace” con Papa
Francesco e gli altri leader religiosi. È siriana, di Damasco, e con i suoi genitori è arrivata in Italia
qualche mese prima. Prima tappa la Turchia, poi la Libia e infine il barcone verso la Sicilia. «Non
potete neanche immaginare che cosa si prova», dice la giovane mamma, Nour, che ricorda anche
quella traversata nel buio tra grossi pesci che per lei erano squali. Con il marito Mohanad, sono
fuggiti dalla guerra. «Sono stato ferito e la nostra casa è stata distrutta dai bombardamenti»,
racconta. La piccola Maria scarta cioccolatini, sorride e ringrazia tutti. Ad Assisi è la più coccolata,
ma «finora ha conosciuto sola la paura, non ha vissuto un’infanzia come tutti gli altri, non ha
neanche amici», racconta il papà.
Fuggire dalle guerre e dalla fame, lasciare la propria casa, i libri e i giocattoli, i vestiti e i
mobili, e soprattutto gli affetti. Vedere un mondo dove qualcuno deve lasciare la propria terra solo
per il fatto di essere nato in una parte ‘sbagliata’, perché c’è la guerra o perché non c’è lavoro, è
difficile da capire. Specialmente se hai solo sei anni.
Maria e i suoi genitori erano tra i venticinque rifugiati, ospiti a pranzo con il Papa nel Sacro
Convento di Assisi, nell’ambito della Giornata di Preghiera per la Pace promossa dalla Comunità di
Sant’Egidio. Arrivavano da Siria, Afghanistan, Mali, Nigeria, Pakistan, alcuni degli angoli del
pianeta dove ad un certo punto la vita si fa troppo difficile e si cerca un nuovo approdo. Tra loro c’è
Sira dal Mali. Lui non è più un migrante, ma un lavoratore regolare in Italia con il suo permesso di
soggiorno. Fa le pulizie e studia, già parla molto bene l’italiano. Altri profughi, che hanno condiviso
la paura del mare e quella di essere respinti, cercano di integrarsi: c’è chi è mediatore culturale, chi
cerca di mettere a frutto gli studi effettuati nel proprio paese d’origine.
È un mondo per il quale Papa Francesco ha speso molte parole e soprattutto azioni nel suo
pontificato. Basti pensare che la prima volta che ha lasciato il Vaticano per una visita apostolica è
stato per andare a Lampedusa, l’isola di approdo di migliaia di migranti, l’8 luglio del 2013, appena
pochi mesi dopo la sua elezione.
L’8 dicembre del 2021, dopo il viaggio a Cipro e a Lesbo, un’altra isola, questa in Grecia,
che vede l’arrivo di migliaia di persone in cerca di una vita migliore, il Papa all’Angelus disse:
«Ripeto che davanti alla storia, davanti ai volti di chi emigra, non possiamo tacere, non possiamo
girarci dall’altra parte […]. A Cipro come a Lesbo ho potuto guardare negli occhi questa sofferenza
[…]. Per favore – ha detto accorato: guardiamo negli occhi gli scartati che incontriamo. Lasciamoci
provocare dai visi dei bambini, figli di migranti disperati. Lasciamoci scavare dentro dalla loro
sofferenza per reagire alla nostra indifferenza. Guardiamo i loro volti per risvegliarci al sonno
dell’abitudine».
In fila per un pacco alimentare
Maggio 2020, Roma. «Il momento più toccante di questi giorni? Le lacrime di una mamma
nigeriana, che ha tre bambini. Quando ha visto le buste della spesa che le portavamo è scoppiata in
un pianto, a suo modo ci ha detto ‘grazie’ così». Francesco è uno dei volontari della Caritas nella
parrocchia di San Filippo Neri, nella periferia di Roma. Non si sono mai fermati neanche quando la
paura del Covid aveva visto tutti chiusi a doppia mandata nelle proprie case.
I poveri aumentano di anno in anno nel mondo e anche in Italia. Il progresso non ha aiutato a
ridurre il fossato che in ogni generazione divide chi ha troppo da chi ha troppo poco o nulla per
arrivare alla fine del mese. E ogni scossone, dalle pandemie alle guerre, dai cambiamenti climatici
alle crisi finanziarie, si riverbera subito sui più fragili.
«Nella nostra parrocchia assistiamo circa settanta famiglie. In questi giorni – raccontava il
volontario della Caritas nei giorni in cui l’Italia viveva il lockdown a causa del Covid – tutto è più
difficile, ma hanno ancora più bisogno di prima». La consegna dei pacchi alimentari avviene nei
locali parrocchiali della Caritas, con le dovute precauzioni (mascherine, disinfettanti per le mani,
distanze di sicurezza), «ma siamo soprattutto noi che andiamo da loro».
Francesco ha raggiunto anche Vittoria, nigeriana, che vive in una casetta, ospite di un’amica,
nelle campagne sull’Aurelia, un po’ fuori Roma. Oltre due chilometri a piedi nello sterrato fino alla
fermata dell’autobus più vicino che può portarla in città. «Era lì che ci aspettava, davanti al suo
casolare, e quando le abbiamo lasciato le buste davanti alla porta si è messa a piangere».
Nel quartiere la Caritas non porta solo da mangiare. «Ha telefonato una mamma, che vive da
sola, con una bambina molto malata, era rimasta con il cellulare rotto. Era disperata e ci ha fatto
chiamare da una vicina. Per fortuna avevo nel cassetto un telefonino che non usavo, ma ancora
funzionante…». Qualche giorno prima a chiamare era stata invece Maria, rumena ma da molti anni
in Italia, anche lei sola con un bambino. «Ha telefonato perché aveva la febbre. Anche prima di
chiamare il medico vogliono parlare con noi». La povertà: un altro mistero della vita. Un’altra ferita
aperta nell’umanità rispetto alla quale bisogna cercare di trovare “un senso”.
La vita dietro le sbarre
La carezza ai detenuti è una delle cifre del pontificato di Papa Francesco. Li visitava a
Buenos Aires, quando era arcivescovo della capitale argentina, e ha continuato a farlo da Papa. Il
mondo dietro le sbarre è una realtà alla quale guardare con misericordia perché, in fondo, anche
cedere nella tentazione del delitto, resta un mistero. Nell’incontro con i cappellani delle carceri,
nell’ottobre del 2013, Papa Francesco lo spiegò così: «Mi domando: perché lui e non io? merito io
più di lui che sta là dentro? perché lui è caduto e io no? È un mistero che mi avvicina a loro”. E per
questo ha scelto più volte di lavare i piedi di questi fratelli nella celebrazione del Giovedì Santo e ha
inserito in diversi viaggi apostolici la visita in un penitenziario, come a Panama, in Bolivia e negli
Stati Uniti. In Italia è stato a Casal del Marmo, al Regina Coeli, tra i detenuti di Civitavecchia e
Paliano, solo per citare alcune delle sue visite nelle carceri. «Perché lui e non io?»: è una domanda
dunque alla quale cercare di dare una risposta.
Ma non sempre la vita in carcere resta senza speranza. Tanti trovano lì, tra le mura che li
separano dal mondo ma anche dalla vita precedente, un senso, un’occasione di riscatto, la voglia di
ricominciare seguendo vie diverse da quelle percorse nel passato. Lo riferiscono i volontari e i
cappellani che ogni giorno attraversano quei cancelli per scambiare qualche parola, portare qualche
bene di prima necessità, ma soprattutto testimoniare la loro vicinanza.
Lasciarsi alle spalle un passato difficile è allora possibile: è l’esperienza che da alcuni anni
si vive a Jesi (Ancona), nella campagna marchigiana. La cooperativa agricola sociale Orto del
Sorriso, sostenuta dalla diocesi locale, dà, infatti, una seconda chance a chi ha incontrato nella
propria vita l’esperienza del carcere. Nei quindici ettari di terreno coltivato sono una sessantina le
varietà di verdure che vengono raccolte, seguendo il ritmo delle stagioni. Una produzione a
chilometro zero che in parte viene venduta e in parte data alle famiglie bisognose della zona, in una
sorta di circolo virtuoso. «Le persone che lavorano con noi sono persone come me, ognuno con il
suo pezzo di vita cucito addosso. A chi viene qui io gli dico: c’è da lavorare, c’è da far fatica ma
vedete che, facendo dei piccoli passi ogni giorno, ce la farete», spiegava il presidente della
cooperativa Matteo Donati.
Nel gruppo di ragazzi che lavorano all’Orto del Sorriso, ci sono alcuni detenuti in
semilibertà provenienti dalle vicine carceri di Barcaglione e Montacuto, inseriti in un programma di
inclusione sociale. Come Brjan, colombiano, arrivato in Italia quando aveva 15 anni. Sapeva
lavorare finemente il legno e questa è stata la sua occupazione per una decina d’anni. Ma poi le
vicende della vita lo hanno portato a conoscere l’esperienza del carcere, dove è stato undici anni.
Ora è contento di lavorare la terra e di poter mettere le basi per un futuro diverso.
Nell’istituto penitenziario Borgo San Nicola a Lecce, in Puglia, è nata invece l’esperienza
Made in Carcere che, con le sue borse e i suoi accessori, è diventata una ‘griffe’ della moda italiana.
Il laboratorio di cucito, “La Maison” come lo chiamano le detenute, è colorato e pieno di stoffe da
riciclare e trasformare in capi unici. L’idea fu di una affermata manager del settore bancario,
Luciana Delle Donne, che ad un certo punto lasciò tutto per aprire questa attività. «Quando si
raggiungono successi, la vita in un certo senso ti impone di restituire tutto, anche se lo hai ottenuto
con fatica e sacrificio. E poi, bisogna ammetterlo, la vera ricchezza è quella interiore, sembra banale
ma non lo è affatto», spiegò in una intervista del 2017. I braccialetti di Made in Carcere sono
diventati iconici, li indossano i personaggi famosi e si sono visti persino al polso di Papa Francesco.
C’è anche un’altra esperienza dalla quale trarre un senso nella vita anche per chi sta vivendo
l’esperienza della detenzione: è quella dell’Isola Solidale a Roma che accoglie persone agli arresti
domiciliari, in permessi premio o a fine pena. Persone che vogliono riscattare la loro vita passata
mettendosi anche al servizio degli altri. Sono i detenuti dell’Isola che spesso preparano da mangiare
per i senzatetto che vivono intorno al Vaticano. Quando hanno i permessi dai magistrati alcuni di
loro portano direttamente la cena sotto il colonnato del Bernini dove vivono persone che non hanno
niente. Mettersi al servizio degli altri ridona un senso a queste vite che sembrava perduto. E invece
non lo era.
CAPITOLO 2
DOMANDE
Eppure un ‘senso’ c’è, anche in queste situazioni che sembrano senza speranza. E spesso le
risposte alle domande più impossibili non arrivano, come ci aspetteremmo, né dalla scienza né dalla
politica né dall’economia né dalla tecnologia né dagli studi né dal duro lavoro. Non è il vaccino e
neanche il negoziato di pace, non è il progresso né le rivoluzioni democratiche, tutte cose delle quali
abbiamo pur bisogno; ma da sole non bastano.
Il senso più profondo – indica in sintesi la Gaudium et Spes – ce lo può dare solo Colui che
ci considera figli, che ci ha pensato prima ancora della nostra nascita, e ha voluto che ciascuno fosse
unico, irripetibile, indispensabile, su questa terra. È questo il senso della vita che la Chiesa propone
agli uomini e che San Paolo VI con i vescovi in concilio ha voluto spiegare in questa Costituzione
pastorale che chiudeva il concilio Ecumenico Vaticano II.
Nel documento si parte da alcuni interrogativi: «Cos’è l’uomo? Qual è il significato del
dolore, del male, della morte, che continuano a sussistere malgrado ogni progresso? Cosa valgono
quelle conquiste pagate a così caro prezzo? Che apporta l’uomo alla società, e cosa può attendere da
essa? Cosa ci sarà dopo questa vita?» (GS 10).
Sono domande che potrebbero essere state scritte oggi, ma era il 1965. Gli Stati Uniti
mandavano le prime truppe per la guerra in Vietnam, in Francia veniva eletto presidente della
repubblica Charles De Gaulle, che i più giovani oggi forse associano solo all’aeroporto di Parigi
dove atterrano per le vacanze o l’Erasmus all’ombra della Tour Eiffel. Nel 1965 l’Italia vinceva
l’Oscar con Vittorio De Sica, un caffè costava 60 lire, 3 centesimi di euro, apriva il traforo del
Monte Bianco. Sembrano passati secoli, ma quelle domande di ieri sono le stesse identiche che ci
poniamo anche oggi.
Da queste considerazioni si muove la Chiesa per dare risposte ai grandi interrogativi: parte
dunque dalla vita quotidiana di ciascuno, dal cuore dei grandi eventi della storia, dalle fatiche e
dalle gioie umane, dalla relazione con le persone. È un annuncio molto concreto fatto di ‘carne’ e
lacrime. Dio non è il vecchio saggio con la barba bianca, come viene qualche volta rappresentato
soprattutto per i più piccoli, che resta adagiato su una lontana nuvola come se fosse sprofondato
comodamente in un sofà. Lui ha scelto di farsi uomo, di incarnarsi, di condividere le sofferenze e le
gioie dell’uomo. Cristo non è un eroe leggendario: per chi crede è realmente esistito duemila anni
fa, è il Nazareno, nato in una delle periferie del mondo, che per annunciare il suo messaggio di
salvezza ha scarpinato per vie polverose, ha mangiato con la gente, ha pianto, ha riso. Sì, ha riso, ne
siamo straconvinti, anche se i vangeli purtroppo lesinano nel restituirci questa immagine che ce lo
renderebbe ancora più vicino. E alla fine Gesù Cristo ha scelto di morire nel modo più infame per
l’epoca, appeso ad una croce. Ha voluto sporcarsi le mani, immergersi negli odori e negli umori del
suo popolo.
Ci piace un testimone così? Non è facile dare una risposta considerato che oggi lo sport più
diffuso è quello di limitare le relazioni, preferendo l’anonimato dei social all’incontro diretto, la
tastiera del pc all’appuntamento in piazza; si erigono poi muri di tutti i tipi per separare l’‘altro’,
piuttosto che mescolarsi per arricchirsi. Ma alla fine se si ha il coraggio di non alzare barriere ed
avere una relazione vera con l’altro, a guadagnarci potremmo essere per primi noi.
Nel 2021, in un’altra intervista, questa volta a Gianni Minoli, parlò di scienza e fede: «Penso
che la scienza e la religione siano due domini separati, non si contraddicono. La scienza non potrà
mai dimostrare l’esistenza o no di Dio. È una situazione di parallelismo, di approcci diversi». E
allora una delle scienziate più importanti del mondo ha spiegato perché crede in Dio: «Quello che io
vedo nella natura, il suo ordine, la sua semplicità, la sua eleganza mi avvicina all’idea di una Mente
intelligente e ordinatrice. Perché la natura è bellissima e anche le leggi fondamentali della fisica
sono estremamente ed esteticamente belle, semplici, essenziali e si motivano quasi da sé. Sì, io
credo in Dio».
Anche per Papa Francesco «la società si arricchisce – come disse in occasione della Giornata
Mondiale della Scienza a novembre del 2020 – con il dialogo tra la scienza e la fede, che apre nuovi
orizzonti al pensiero. I progressi scientifici vanno illuminati con la luce della fede, affinché
rispettino la centralità della persona umana».
Papa Benedetto XVI considerò fondamentale il dialogo tra scienza e fede, e tra la stessa
scienza e la carità. «Le molteplici scoperte, le tecnologie innovative che si susseguono a ritmo
incalzante, sono ragione di motivato orgoglio, ma spesso non sono prive di inquietanti risvolti.
Sullo sfondo, infatti, del diffuso ottimismo del sapere scientifico si protende l’ombra di una crisi del
pensiero», disse nel corso della sua visita all’Università Cattolica di Roma il 3 maggio del 2012.
«Ricco di mezzi, ma non altrettanto di fini, l’uomo del nostro tempo vive spesso condizionato da
riduzionismo e relativismo, che conducono a smarrire il significato delle cose; quasi abbagliato
dall’efficacia tecnica, dimentica l’orizzonte fondamentale della domanda di senso, relegando così
all’irrilevanza la dimensione trascendente. Su questo sfondo, il pensiero diventa debole e acquista
terreno anche un impoverimento etico, che annebbia i riferimenti normativi di valore. Quella che è
stata la feconda radice europea di cultura e di progresso sembra dimenticata», aveva ancor prima
affermato Papa Ratzinger. «La ricerca scientifica e la domanda di senso, infatti, pur nella specifica
fisionomia epistemologica e metodologica, zampillano da un’unica sorgente, quel Logos che
presiede all’opera della creazione e guida l’intelligenza della storia. Una mentalità
fondamentalmente tecnopratica genera un rischioso squilibrio tra ciò che è possibile tecnicamente e
ciò che è moralmente buono, con imprevedibili conseguenze». Per Benedetto XVI, «lo stesso
impulso alla ricerca scientifica scaturisce dalla nostalgia di Dio che abita il cuore umano: in fondo,
l’uomo di scienza tende, anche inconsciamente, a raggiungere quella verità che può dare senso alla
vita. Ma per quanto sia appassionata e tenace la ricerca umana, essa non è capace con le proprie
forze di approdo sicuro, perché l’uomo non è in grado di chiarire completamente la strana penombra
che grava sulla questione delle realtà eterne... Dio deve prendere l’iniziativa di venire incontro e di
rivolgersi all’uomo».
La costituzione apostolica Gaudium et Spes – al centro di questo nostro viaggio per capire
un po’ di più sul “senso della vita”, quello stesso di cui parlava Benedetto XVI alla comunità
accademica della Facoltà di Medicina e chirurgia del Policlinico Gemelli – al proposito della
scienza dice: l’uomo «con l’esercizio dell’ingegno lungo i secoli ha fatto certamente dei progressi
nelle scienze empiriche, nelle tecniche e nelle discipline liberali. Nell’epoca nostra, poi, ha
conseguito successi notevoli nella investigazione e nel dominio del mondo materiale. E tuttavia egli
ha sempre cercato e trovato una verità più profonda» (GS 15). Le scoperte e la scienza vanno
dunque ‘umanizzate’, altrimenti sono fine a sé stesse. «L’uomo può arrivare nella fede a
contemplare e a gustare il mistero del piano divino». E allora capiamo perché una delle scienziate
più importanti del mondo, una che passa le giornate a studiare l’essenza dell’universo, possa
rispondere, come ha fatto Fabiola Gianotti: «Sì, io credo in Dio».
L’ateismo di stato
Settembre 2014, Tirana. Il Bulevardi Deshmoret e Kombit, il viale dei Martiri della Nazione
nella capitale dell’Albania, è decorato con le doppie bandiere, albanesi e vaticane, e soprattutto con
le fotografie dei quaranta martiri, sacerdoti, religiosi e laici morti durante la dittatura comunista per
conservare la loro fede, e in attesa della beatificazione (che verrà poi celebrata nel novembre del
2016). Tanta festa è dovuta all’arrivo di Papa Francesco, che ha scelto, per il suo primo viaggio
apostolico in un paese d’Europa, una delle ‘periferie’ del vecchio continente. Scelta che ripeterà poi
negli anni a seguire privilegiando proprio quei paesi in fondo alle classifiche, in termini di potenza e
ricchezza, di prestigio e importanza, agli occhi del mondo ma non per lui.
Ad accogliere Francesco a Tirana, oltre ad una folla in festa, composta anche di musulmani,
considerato che è l’Islam la religione prevalente nel paese, c’erano anche i volti di quei martiri
cattolici che vollero mantenere la fede durante il regime comunista che aveva imposto l’ateismo,
forse unico caso al mondo, direttamente nella costituzione. Tra i martiri, con i volti sereni nelle
gigantografie che tappezzavano Tirana, c’erano monsignor Vincent Prennushi, arcivescovo di
Durazzo, il gesuita italiano Giovanni Fausti, e anche l’unica donna, giovane e bella, Maria Tuci,
torturata e uccisa perché voleva farsi suora e perché non volle cedere ai carcerieri.
L’Albania è un caso limite ma nella storia, e anche oggi, imporre l’ateismo è una via
spicciola per dominare i popoli. Magari non è codificato nelle leggi, come era nel paese che
paradossalmente diede i natali a madre Teresa di Calcutta, ma talvolta si scelgono vie più subdole,
nascoste, tanto più oggi che, grazie ai social network, si arriva dritti alla pancia della gente facendo
passare messaggi non solo contro la religione, ma anche contro quella sete di Dio che ha l’uomo, al
di là del fatto di appartenere o meno ad una comunità di credenti.
«Se manca la base religiosa e la speranza della vita eterna, la dignità umana – troviamo
scritto nella Gaudium et Spes – viene lesa in maniera assai grave, come si constata spesso al giorno
d’oggi, e gli enigmi della vita e della morte, della colpa e del dolore rimangono senza soluzione,
tanto che non di rado gli uomini sprofondano nella disperazione». Illuminante al proposito è la
testimonianza di André Frossard (1915-1999), figlio del segretario e fondatore del partico
comunista francese.
Era ateo e spiegava, nel suo libro Le domande dell’uomo, che esiste un ateismo filosofico, o
scientifico, o marxista. «Esiste anche un genere di ateismo largamente diffuso, che io conosco bene
perché era il mio: l’ateismo stupido. Questo ateismo non si pone domande […]. La religione era una
vecchia chimera, i cristiani una specie attardata lungo il cammino dell’evoluzione: la storia si era
pronunciata per noi, per la sinistra, e il problema di Dio era stato risolto in senso negativo da
almeno due o tre secoli». E fu «allora che è accaduto l’imprevedibile».
«Lo vedo ancora oggi, il ragazzo di vent’anni che ero allora – raccontava Frossard, non ho
dimenticato lo stupore che si impadronì di lui quando, dal fondo di quella cappella, priva di
particolare bellezza, vide sorgere all’improvviso davanti a sé un mondo, un altro mondo di
splendore insopportabile, di densità pazzesca, la cui luce rivelava e nascondeva a un tempo la
presenza di Dio, di quel Dio, di cui, un istante prima, avrebbe giurato che mai era esistito se non
nell’immaginazione degli uomini […]. Questa luce, non l’ho vista con gli occhi del corpo, poiché
non era quella che ci rischiara o ci abbronza: era una luce spirituale, cioè una luce maestra, era quasi
la verità allo stato incandescente. Ha definitivamente capovolto l’ordine abituale delle cose. Potrei
addirittura dire che, da quando l’ho intravista, per me non esiste che Dio e tutto il resto non è che
un’ipotesi».
«Mi hanno detto tante volte: ‘Dov’è finito il suo libero arbitrio? Sembra proprio che di lei si
possa fare quel che si vuole. Suo padre è socialista, e lei diventa socialista. Entra in una chiesa, e
diventa cristiano. Se fosse entrato in una pagoda, sarebbe buddhista e se fosse entrato in una
moschea sarebbe musulmano’. Al che mi permetto talvolta di rispondere che mi succede di uscire
da una stazione – scrisse Frossard non senza una pungente verve ironica – senza per questo essere
un treno. Quanto al mio libero arbitrio posso affermare di averne disposto soltanto dopo la mia
conversione, quando ho capito che solo Dio era in grado di salvarci da tutte le forme di
asservimento a cui, senza di lui, saremmo inesorabilmente condannati». Una citazione, questa, che
abbiamo voluto lasciare così lunga perché mostra la bellezza dell’aver trovato quel “senso della
vita” che tutti, consapevoli o meno, cerchiamo ogni giorno.
CAPITOLO 3
APERTURE
André Frossard ad un certo punto della sua vita ha dunque incontrato Cristo. Lo racconta:
era entrato in una cappellina, neanche tanto bella, solo per curiosità. E da lì la sua vita è cambiata.
C’è un incontro indelebile nella memoria. «Erano circa le quattro del pomeriggio», sottolinea
l’evangelista Giovanni quando parla del suo primo incontro con il Messia. Descrive la scena e
ricorda anche l’ora, neanche avesse un orologio al polso o lo smartphone che scandisce le nostre
giornate. Ma molti possono avere nella mente e nel cuore il momento di quell’incontro, quelle
«quattro del pomeriggio».
Nell’Angelus di domenica 17 gennaio 2021, Papa Francesco, parlando dei discepoli di quel
passo evangelico, commentò: «Una cosa che attira l’attenzione: uno di loro, sessant’anni dopo, o
forse di più, scrisse nel Vangelo: “Erano circa le quattro del pomeriggio” (Gv 1,39), scrisse l’ora. E
questa è una cosa che ci fa pensare: ogni autentico incontro con Gesù rimane nella memoria viva,
non si dimentica mai. Tanti incontri tu li dimentichi, ma l’incontro vero con Gesù rimane sempre. E
questi, tanti anni dopo, si ricordavano anche l’ora, non avevano potuto dimenticare questo incontro
così felice, così pieno, che aveva cambiato la loro vita».
Cristo si è incarnato nella storia, ma si manifesta anche oggi, tutti i giorni, magari nelle
persone che ti capitano accanto. Manuela, una mia amica, mi ha raccontato di quel giorno che nel
reparto di radioterapia, al Policlinico Gemelli di Roma, aspettava il suo turno. Usciva da un
intervento al tumore al seno; aveva 45 anni e tre figli, due adolescenti e una più piccola, che voleva
ancora vedere crescere. Si siede accanto a lei una signora che vuole parlare. Un po’ invadente, le
vuole raccontare tutto della sua situazione: aveva un cancro esteso a vari organi del corpo e ormai
non era più operabile. Di fatto, su indicazione dei medici, provava soltanto a rinviare la morte con la
chemio e la radioterapia. Ma lo raccontava con un sorriso, mi riferiva la mia amica che se la trovò
improvvisamente seduta accanto, con una vera pace interiore. «Credo che lassù stiano già
preparando la festa per il mio arrivo, sai che bel casino!», diceva quella signora raccontando che ai
suoi funerali tutti avrebbero dovuto cantare e ballare, magiare e vestirsi a festa, per accompagnarla
in questo passaggio che non temeva. A Manuela invece disse: «Quanto a te, non devi preoccuparti.
Sei giovane, hai tre figli, Cristo non ti chiede la vita in questo momento, ti ha solo voluto un po’ con
lui ai piedi della croce. È un privilegio, sai?».
Manuela mi ha poi raccontato che, dopo quell’incontro un po’ surreale, quella donna non
l’ha più vista. Un fatto curioso perché i pazienti oncologici fanno le loro terapie in un tempo
determinato, con appuntamenti che scandiscono le loro giornate. In quel periodo delle cure si
conoscono tutti, almeno di vista. Ma quella donna, che aveva preannunciato a Manuela che sarebbe
uscita dal tunnel del tumore, non si è più vista. È apparsa in quel reparto oncologico soltanto il
tempo di un breve incontro, di un messaggio che la mia amica non ha dimenticato. Manuela ricorda
dove era seduta, l’ora, il libro che aveva tra le mani per ingannare l’attesa. «Erano le quattro del
pomeriggio». Chissà se anche in quell’incontro c’era Cristo, se aveva parlato per dare alla mia
amica una parola di speranza attraverso quella donna invadente e un po’ matta, ma simpatica e
soprattutto messaggera di speranza.
Cristo si è incarnato nella storia, in una periferia del mondo. Nasce a Betlemme, borgo ad
una decina di chilometri di Gerusalemme, vive a Nazareth, poi per annunciare il motivo per cui era
venuto tra gli uomini, per tre anni, gli ultimi della sua vita, gira a piedi in lungo e largo la Palestina.
Incontra la gente, mangia con loro, rivela il mistero del Padre, annuncia un mondo nuovo, una vera
e propria rivoluzione per quella gente che aspettava un Messia che li liberasse dal giogo dell’impero
romano e che non immaginava che gli sarebbe stata donata una libertà tanto più grande.
Quelle pietre della Terra Santa ancora parlano di lui ed è per questa che è anche chiamata il
“quinto vangelo”. Impossibile entrare nel Santo Sepolcro di Gerusalemme o attraversare il lago di
Tiberiade, salire sul monte Tabor o sulla collina di Ein Karem con gli occhi di un turista. Quella
terra martoriata, che paradossalmente non riesce a trovare pace, ‘parla’ ancora a chi vuole metterci
piede con il cuore e la mente aperti al mistero di quanto accadde storicamente oltre duemila anni fa.
2025 per la precisione, se si guarda al Giubileo.
Ecco come sintetizza tutto questo la Gaudium et Spes: «Con l’Incarnazione il Figlio di Dio
si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza
d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine,
egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato. Agnello innocente, col
suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita; in lui Dio ci ha riconciliati con sé stesso e tra
noi e ci ha strappati dalla schiavitù del diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con
l’Apostolo: il Figlio di Dio “mi ha amato e ha sacrificato sé stesso per me” (Gal 2,20). Soffrendo
per noi non ci ha dato semplicemente l’esempio perché seguiamo le sue orme, ma ci ha anche aperta
la strada: se la seguiamo, la vita e la morte vengono santificate e acquistano nuovo significato» (GS
22).
Gennaio 2018, Il Cairo. Le colonne della chiesa, entrando sulla destra, portano ancora i
segni dell’esplosione. Mariam è lì, con il suo golfino nero, i capelli raccolti, lo sguardo sereno, a
pregare. Non sono stati mai più stuccati quei buchi, grandi quanto il pugno di una mano sulle
colonne bianche delle navate; come anche sono rimaste visibili qua e là le macchie di sangue, ormai
nerastre, su una parete. Anche gli affreschi con gli angeli sono rimasti volutamente sbrecciati.
Siamo nel ‘Vaticano’ copto, il centro in cui ci sono il patriarcato copto ortodosso, la grande
basilica di San Marco, cappelle, seminari. E poi quella chiesa di San Pietro, dove l’11 dicembre
2016, poche settimane prima del Natale, che i copti ortodossi celebrano il 7 gennaio, una esplosione
fece saltare in aria banchi e icone, mandò in frantumi le vetrate, scoperchiò una parte del tetto. E
lasciò a terra il corpo di ventisei persone, quasi tutte donne.
Tra loro c’era anche Nabil Habib Abdallah. Aveva 48 anni ed era il custode della chiesa. Si
dice che abbia rincorso un uomo sospetto che con furia entrava in chiesa, tra l’altro dalla parte
sbagliata, quella riservata alle donne. Si dice che lo abbia braccato, evitando una strage che avrebbe
potuto essere anche peggiore. Si dice. Perché anche in questo caso la dinamica esatta dell’attentato,
come spesso è accaduto nei tanti attacchi subiti dai cristiani copti, non si conosce.
Ora Nabil, con i suoi grandi baffi neri, è ritratto in una piccola fotografia incastonata in un
ciondolo che sua moglie Mariam porta appeso alla sua catenina. Lì, per sempre sul cuore. Aveva 48
anni il suo uomo quando è stato ucciso lasciandola da sola, a crescere tre figli, 15, 12 e due anni e
mezzo, al momento dell’attentato. Con il padre in chiesa c’era la figlia più grande, rimasta illesa.
«Ora è lei – racconta Mariam ai giornalisti che accompagnano la missione in Egitto della
fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre, che sostiene in tutto il mondo i cristiani
perseguitati – che risponde ai fratelli, soprattutto al più piccolo, quando chiedono dove sia il papà.
Li rassicura dicendo loro: “Nostro padre è in cielo”».
Mariam non considera quanto le è accaduto nella vita un evento eccezionale: «Siamo pronti
– dice parlando proprio davanti a quella colonna dove è morto il marito – perché sappiamo che
questo può accadere. E qui è accaduto. Sappiamo che questa per noi cristiani può essere la fine, ma
è anche una vittoria perché la morte è la porta del cielo e i martiri intercedono per noi”.
Per questo Mariam e tutti i fedeli copto-ortodossi della chiesa di San Pietro al Cairo vanno
avanti. Non lasciano mai vuoto quel luogo di culto. Le Messe sono state sospese solo per alcune
settimane dopo quel tragico evento, nonostante la devastazione totale. L’11 dicembre 2016 ci fu
l’attacco e il 7 gennaio 2017 fu celebrata in quello stesso luogo la Messa di Natale. A presiedere la
funzione fu Papa Tawadros II e in prima fila c’era anche il presidente egiziano Al Sisi. «Mi ricordo
gli operai commossi dall’accaduto, musulmani e cristiani, che hanno lasciato il loro lavoro e sono
venuti da ogni parte del paese per lavorare 24 ore su 24, anche la notte, per riaprire il più presto
possibile la chiesa di San Pietro», raccontava Tadros Adel, un ingegnere cristiano, che è anche stato
impegnato successivamente nei lavori della grande cattedrale della Natività di Cristo nella nuova
capitale amministrativa del Cairo.
Mariam racconta la sua storia con semplicità e una fede che sembra incrollabile. Nonostante
la sua timidezza e la voce flebile, infatti, risponde sicura, senza nessuna esitazione, quando le chiedi
se sia possibile perdonare tutto questo: «Sì, certo, ho perdonato. Non dimentichiamoci che siamo
cristiani».
Un’esperienza da fare
Se si vuole fare una esperienza per vedere e sperimentare un senso della vita, diverso da
quello che ci viene proposto ogni giorno dai media e dai social, un consiglio è quello incontrare le
suore di Madre Teresa di Calcutta. Le loro porte sono sempre aperte a tutti, ma bisogna prepararsi
mentalmente e spiritualmente anche a vivere momenti davvero incomprensibili. Almeno secondo le
‘categorie’ della maggior parte di noi.
Sono, infatti, un po’ sconclusionate e veramente fuori dagli schemi. Ti può capitare che ti
accolgano in cucina mentre stanno pelando le patate per il pranzo e magari chiedono un aiuto anche
a te. Oppure ti coinvolgono per preparare i pacchi per alcune famiglie che stanno andando ad
aiutare. O magari ti chiedono un passaggio in auto per accompagnare quella signora, che non ha una
macchina e neanche i soldi per il biglietto dell’autobus, per fare una visita medica in ospedale.
Esempi reali, vissuti, credetemi.
Sono così queste suore, sempre all’opera. E se non rispondono al citofono è perché stanno
pregando e lo fanno per diverse ore al giorno, a dispetto di quello che si possa immaginare
dall’esterno. È da lì che trovano le energie per scarpinare tutta la giornata, più che dalla abbondante
colazione che si impongono, il loro vero pasto, e talvolta anche unico, della giornata.
Perché parlare delle Missionarie della Carità in questa riflessione sul senso della vita? La
risposta è che loro fanno tutto il contrario di quello che propone il mondo. E sono contente.
Sorridono sempre, ci avete fatto caso? Tra i malati mentali di Alessandria, in Egitto, tra le donne
sole abbandonate in attesa di partorire a Primavalle, periferia romana; in contesti geopolitici non
facili, come Gaza. O lo Yemen, dove quattro di loro sono state assassinate. Cacciate dal Nicaragua
da Daniel Ortega, accusate di proselitismo nel paese dove tutto è cominciato, l’India. Eppure
sorridono.
Mi ricordo che la suora-cuoca di una casa delle Missionarie a Roma era molto contenta ogni
volta che le portavano in regalo il parmigiano, un prodotto un po’ costoso ma che poteva cambiare
le ricette, soprattutto quando preparava qualcosa per le famiglie più povere del quartiere. I
volontari, sapendolo, ogni tanto gliene portavano un pezzo proprio per assistere a quella gioia
incontenibile. Un giorno non c’era e aprì la porta della cucina una consorella. «Abbiamo portato il
parmigiano per suor Mary». «Grazie, ma siete sicuri che è per lei? Non lo può mangiare, è
intollerante…». Scoprimmo così che quella gioia della suora cuciniera era per gli altri.
Vivono di provvidenza, ma sembra non mancare loro nulla. Se nelle loro dispense termina
qualche cosa di essenziale, dal latte allo zucchero, ci sarà subito dopo un benefattore che bussa alla
porta con quella cosa che non hanno, soprattutto da dare perché loro consumano quanto basta loro a
vivere e poi redistribuiscono tutto alle famiglie che trovano in loro un punto di appoggio.
«Tale e così grande è il mistero dell’uomo, questo mistero che la rivelazione cristiana fa
brillare agli occhi dei credenti. Per Cristo e in Cristo riceve luce quell’enigma del dolore e della
morte, che al di fuori del suo Vangelo ci opprime. Con la sua morte egli ha distrutto la morte, con la
sua risurrezione ci ha fatto dono della vita, perché anche noi, diventando figli col Figlio, possiamo
pregare esclamando nello Spirito: Abba, Padre!», leggiamo nella Gaudium et Spes al nr. 22.
Torniamo allora alle grandi domande esistenziali che ponevano all’inizio di questo scritto e
che di generazione in generazione si ripetono. La morte, il dolore, la povertà, la malattia,
l’ingiustizia, il tradimento, la guerra: «Perché? Quale è il senso della vita?».
«A questi problemi soltanto Dio dà una risposta piena e certa, lui che chiama l’uomo a una
riflessione più profonda e a una ricerca più umile» (GS 21), conclude il documento conciliare che
siamo tornati a leggere – su input di Papa Francesco – per prepararci al Giubileo del 2025.
Gaudium et Spes 4
4. Speranze e angosce
Per svolgere questo compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni
dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna
generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita
presente e futura e sulle loro relazioni reciproche. Bisogna, infatti, conoscere e
comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere
spesso drammatico. Ecco come si possono delineare le caratteristiche più rilevanti del
mondo contemporaneo. L’umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia,
caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti che progressivamente si estendono
all’insieme del globo. Provocati dall’intelligenza e dall’attività creativa dell’uomo, si
ripercuotono sull’uomo stesso, sui suoi giudizi e sui desideri individuali e collettivi, sul suo
modo di pensare e d’agire, sia nei confronti delle cose che degli uomini. Possiamo così
parlare di una vera trasformazione sociale e culturale, i cui riflessi si ripercuotono anche
sulla vita religiosa.
Come accade in ogni crisi di crescenza, questa trasformazione reca con sé non lievi
difficoltà.
Così, mentre l’uomo tanto largamente estende la sua potenza, non sempre riesce
però a porla a suo servizio. Si sforza di penetrare nel più intimo del suo essere, ma spesso
appare più incerto di sé stesso. Scopre man mano più chiaramente le leggi della vita
sociale, ma resta poi esitante sulla direzione da imprimervi. Mai il genere umano ebbe a
disposizione tante ricchezze, possibilità e potenza economica; e tuttavia una grande parte
degli abitanti del globo è ancora tormentata dalla fame e dalla miseria, e intere moltitudini
non sanno né leggere né scrivere.
Mai come oggi gli uomini hanno avuto un senso così acuto della libertà, e intanto
sorgono nuove forme di schiavitù sociale e psichica.
Aumenta lo scambio delle idee; ma le stesse parole con cui si esprimono i più
importanti concetti, assumono nelle differenti ideologie significati assai diversi.
Infine, con ogni sforzo si vuol costruire un’organizzazione temporale più perfetta,
senza che cammini di pari passo il progresso spirituale.
Capitolo 1: Situazioni
Capitolo 2: Domande
L’ateismo di stato
Capitolo 3: Aperture
Un’esperienza da fare
Conclusione
Gaudium et Spes 4