Schopenhauer
Sch. afferma che il mondo è rappresentazione dell’io, intende riproporre la rivoluzione
kantiana e la distinzione tra mondo fenomenico e mondo noumenico.
La sua filosofia è stata influenzata da quella indiana, infatti per descrivere il reale parla di
illusione, sogno e usa l’espressione “velo di Maya”: afferma che l’uomo può solamente
percepire i fenomeni nel mondo e non la cosa in sé, ovvero come il mondo realmente è(diff
tra essere e essere percepito), a causa del velo di Maya, il velo dell’illusione che ottenebra le
pupille dei mortali e fa vedere loro un mondo di cui non si può dire che esista né che non
esista. Una volta tolto il velo, dei sensi ingannatori, ciò che si rivela allo sguardo, dietro
l’apparenza del fenomeno, cioè del mondo come rappresentazione, è lo spettacolo di una
volontà cieca e irrazionale, che non si propone altro scopo che la propria autoaffermazione.
Secondo Sch. l’uomo può e deve acquisire, riflettendo, la consapevolezza che il mondo è
l’insieme delle sue rappresentazioni. Tutto ciò che esiste, quindi, esiste solo per il
soggetto che lo percepisce. Questa verità costituisce una sorta di a priori di qualunque
esperienza, dotato di maggior universalità delle altre forme dell’esperienza (spazio, tempo e
causalità).
È importante, per S, ribadire la centralità della soggettività del mondo fenomenico, del
soggetto percipiente, in ogni tempo e in ogni luogo (perché anch’essi soggettivi).
Ogni rappresentazione del mondo comprende due metà inscindibili e necessarie. Da
una parte, l’oggetto rappresentato, che per effetto di spazio e tempo ci si presenta come
una molteplicità. Dall’altra, il soggetto rappresentante che applica spazio e tempo
all’oggetto senza esservi sottoposto; è intero e indiviso, capace di produrre con l’oggetto una
rappresentazione del mondo completa. Se il soggetto venisse meno comporterebbe
anche il venir meno del mondo come rappresentazione.
Il mondo, affermerà successivamente Sch., può essere considerato anche da un altro punto di
vista, per quello che è in se stesso, come volontà. L’uomo scopre la realtà della cosa in sé
grazie all’autocoscienza, con la quale ha esperienza di sé stesso dal dentro, si rende
conto che la propria essenza sta nella volontà di vivere.
L’altro punto di vista consiste nella possibilità di capire il significato e l’essenza del mondo,
oltrepassando il livello delle semplici rappresentazioni, dal momento che l’uomo non è solo
“una testa d’angelo alata” ma ha anche un corpo da cui provengono i dati per la
rappresentazione. Perché se l’uomo si limitasse all’attività conoscitiva, il corpo gli
apparirebbe solo esteriormente ma esso possiede la volontà, la chiave dell’enigma. Esso ha
esperienza del proprio corpo che costituisce la sua individualità. Ha esperienza intuitiva,
interiore, immediata del proprio corpo. La volontà di vivere è il noumeno del mondo,
l’essenza nascosta dell’universo. Si trova al di là del fenomeno e delle sue forme costitutive
(spazio, tempo e causalità) perciò è aspaziale, atemporale e incausata. Si configura come
eterno e cieco impulso. Le idee sono la sua prima oggettivazione.
Nel mondo c’è un ordine puramente funzionale alla conservazione della specie e alla
sopravvivenza del mondo. La volontà di vivere non ha scopi. Si possono individuare le
motivazioni solo delle sue manifestazioni fenomeniche. Per questo l’uomo, non trovando uno
scopo, una ragione alla volontà di vivere, si trova in un perenne stato di insoddisfazione.
L’uomo si trova a vivere perennemente assillato dai suoi desideri che non potrà mai
soddisfare definitivamente. La sensazione di piacere è temporanea e si ottiene solo
quando si passa da un desiderio all’altro.
L’uomo continua a volere ma questo gli implica una continua sofferenza, perché ciò che si
vuole non è mai raggiungibile. Alcuni desideri possono essere realizzati ma il piacere
temporaneo che si ottiene, non fa altro che alimentare la sofferenza perché non c’è
compensazione alle grandi esigenze. La vita, quindi, si svolge tra illusioni e delusioni.
La volontà di vivere rende succubi gli uomini perché la preoccupazione è eterna in loro,
non esiste tranquillità d’animo che coincide con il vero benessere.
La sofferenza che prova l’uomo non è unicamente sua ma tutta l’umanità ne è schiava.
Semplicemente l’uomo soffre di più perché ne è consapevole. È un male inguaribile perché sta
nel principio stesso da cui il mondo dipende. E se mai venisse a mancare il desiderio,
l’uomo sprofonderebbe nella noia, in un vuoto incolmabile. L’esistenza umana è come se
fosse un pendolo in continua oscillazione tra il dolore e la noia, passando per la noia.
La natura ha un unico scopo e si serve dell’uomo per portarlo a compimento. Gli
esseri umani sono le vittime della volontà della natura che consiste nella perpetuazione
della specie. Lo strumento basilare è l’amore, un’illusione umana che nasconde il freddo
genio. Sch. condanna l’amore procreativo perché esso non fa altro che alimentare la
sofferenza umana in altre creature destinate a soffrire.
S propone tre vie di liberazione dal dolore. Esclude e condanna il suicidio, ammette
innanzitutto l’arte, perché contemplazione umana delle idee e quindi occhio del mondo,
tramite la quale l’uomo si eleva al di sopra della volontà, del dolore, la suprema tra tutte è la
musica perché immediata rivelazione della volontà in se stessa, rimane comunque
temporanea e parziale; successivamente, propone la morale, che implica un sentimento di
pietà o di compassione per il prossimo, si supera il proprio egoismo e si fanno proprie le
sofferenze altrui, il suo aspetto negativo è la giustizia che implica il non fare del male, quello
positivo è costituito dalla carità perché disinteressata; infine, il processo di liberazione
culmina nell’ascesi, si sente la forte necessità di tagliare alla radice la causa del dolore fino
alle estreme conseguenze (la volontà di vivere che viene negata).