Per Leopardi l’amore è la più potente delle illusioni, l’ultima a morire
nella sua poesia. Esso è concepito come passione totale che coinvolge
l’individuo nella sua interezza. Questo canto, che fa parte del ciclo di
Aspasia, fu composto dopo il crollo dell’ultima illusione del poeta:
l’amore per Fanny Targioni Tozzetti. L’essenza della vita non è altro
che “vanità” cioè inconsistenza e caducità (amaro e noia/la vita, altro
mai nulla). Caduta ogni speranza il passato si contrappone al
presente come momento dell’inganno estremo, il solo che poteva
dare un senso, addolcire l’amarezza della vita.
A se stesso è la terza poesia di Giacomo Leopardi del “ciclo di
Aspasia”, composto dopo il 1831 e prima del 1835. Dal punto di vista
stilistico rappresenta un unicum nel percorso leopardiano. La brevità
della poesia (16 versi) costituita da una singola strofa
l’accomunerebbe agli idilli, ma a differenza di componimenti come
L’infinito e Alla luna, che presentano solo endecasillabi, qui vi sono
anche settenari.
È interessante notare come il titolo, A se stesso, ponga in evidenza
l’idea leopardiana di una poesia rivolta al poeta stesso. Del resto,
come lo stesso Leopardi scrive nello Zibaldone, «il poeta è spinto a
poetare dall’intimo sentimento suo proprio, non dagli altrui» (29
agosto 1828).
Il crollo di ogni illusione è il tema dominante della lirica. Essa segna
il distacco dalla fase giovanile dell’illusione, recuperata attraverso la
memoria negli idilli del ’28-’30. La negazione di qualsiasi illusione
porta il poeta ad affermare coraggiosamente un’amara verità:
l’essenza della vita non è altro che “vanità” cioè inconsistenza e
caducità (amaro e noia/la vita, altro mai nulla). Caduta ogni speranza
il passato si contrappone al presente come momento dell’inganno
estremo, il solo che poteva dare un senso e addolcire l’amarezza della
vita. Nel presente doloroso si intravede solo un futuro in cui l’assenza
dei moti del cuore (or poserai per sempre/stanco mio cor) lascia
intuire la pace eterna della morte.
Con lucida razionalità Leopardi prende coscienza della propria
condizione di infelicità, che corrisponde alla condizione di tutti gli
uomini. Lo stile sintetico e incisivo riflette questo nuovo
atteggiamento del poeta. I periodi sono brevi (dodici in sedici versi),
prevale la paratassi, il tono è epigrafico e sentenzioso. L’uso del
passato remoto (perì, palpitasti) sottolinea l’impossibilità di ogni
speranza e di ogni illusione.
In accordo con il disvelamento delle illusioni, il tono del
componimento è perentorio e austero, il lessico è prevalentemente
astratto (inganno, speme, desiderio, amaro, noia, nulla, vanità…),
dominato da sostantivi. La scarsità di aggettivi mostra
l’allontanamento dall’effusione lirica tipica degli idilli, che qui cede il
passo a un atteggiamento quasi sprezzante del poeta. L’io lirico
rifiuta ogni consolazione e rinuncia perfino alla contemplazione del
vero: si pone in modo quasi agonistico nei confronti della realtà, una
volta svelato l’inganno di una natura in ogni caso matrigna. Lo stesso
andamento sintattico è franto, spezzato: prevalgono frasi brevi, al
limite dell’epigrammatico.
«L’infinita vanità del tutto» con cui si conclude la lirica ne è il tema
principale. A esso si aggiunge la disillusione amorosa da cui prende
avvio la constatazione dell’assoluta negatività del mondo. I primi
versi ribaltano il finale del Pensiero dominante, dove la speranza di
vedere l’amata rappresenta un’illusione salvifica: qui invece il poeta
parla al proprio cuore, ribadendo l’impossibilità di ogni speranza
(«Perì l’inganno estremo», v. 2) e prefigurandogli una stagione in cui
la sua palpitazione cesserà. Ancora una volta, quindi, come in Amore
e morte, al sentimento amoroso può far seguito solo la morte. Del
resto null’altro è concesso all’umanità, secondo il poeta, riprendendo
un concetto espresso in modo molto simile nell’Ultimo canto di
Saffo. Tuttavia gli imparativi seguenti («Posa per sempre»,
«T’acqueta») sembrano indicare una tensione vitale del cuore che
non vuole cedere all’annichilimento.