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éla éuna v + sostanza prima caratteristica non sostanziale r - r cioé cioe v ¥ Vindividuo concreto (i! sinolo) una qualita o proprieta che una Y sostanza pud avere o non avere, senza unione indissolubile di per questo mutare la propria natura materia (cid forma (cid che fa si dicuiunacosa | che unacerta cosa é fatta) sia quella che 8) rlesposizione —_1. Spiega in che senso, in riferimento ad Aristotele, si possa parlare di motteplici signi- orale —_ficati dell'essere, tra loro “analoghi”. 2. Fornisci una definizione sia ontologica sia logica delle categorie aristot 3. Illustra la concezione aristotelica della sostanza, utilizzando le espressioi za prima e sostanza seconda, materia e forma, essenza e accidente. sostan- 4. | principi supremi della scienza dell’essere Quale scienza dell’essere in quanto essere, la metafisica ha anche il compito di esaminare i principi supremi della conoscenza, ovvero quei principi che sono alla base dello studio di ogni oggetto o ente, qualunque esso sia, Aristotele afferma dunque che la metafisica (0 filo- sofia prima, alla quale il filosofo si riferisce talvolta chiamandola anche semplicemente “filo- sofia”) deve auto-costituirsi in analogia con le altre scienze. Ora, le varie scienze procedono per “astrazione” (dal verbo latino abstrdhere, letteralmente “trarre da”), cio “spogliando” i loro oggetti di studio di tutti quei caratteri che non risultino importanti ai fini della loro in- dagine. Ad esempio, il matematico spoglia le cose di tutte le qualita che non sono riducibili a pura quantita, cioé alle loro misure e forme geometriche, mentre il fisico le libera da tutte le qualita che non si riducono al movimento. A questo scopo, il matematico e il fisico stabili- scono certi principi generali o postulati (9 cap. 3, p. 306) che concernone per lappunto la specifica natura delloggetto della loro indagine: principi, in altre parole, che definiscono Yoggetto della matematica e della fisica distinguendolo da quello delle altre scienze. Allo stesso modo, per Aristotele, deve procedere la filosofia o metafisica, la quale deve ri- durre tutti i molteplici significati della parola “essere” a un significato unico e fondamen- tale, giacché il suo compito @ quello di considerare essere non come quantita, né come movimento 0 altro, ma proprio e soltanto in quanto essere. Per far questo, il filosofo si ap- poggia ad alcuni principi logici generalissimi, i quali saranno validi non soltanto per la metafisica, ma anche per tutte le altre scienze, dal momento che sono alla base di ogni di- scorso su “cid che é”, ovvero su qualsiasi ente. A fissare il principio supremo e incontrovertibile del sapere, una sorta di evidenza originaria ¢ innegabile, era stato Parmenide, il quale aveva affermato che “essere &” (e dunque si pud pen- sare e dire), mentre “il non essere non &” (e dunque é impensabile e indicibile). Come sappia- mo, la confusione tra essere e non essere secondo Parmenide era implicita nella molteplicita e nel divenire: se penso due oggetti, devo dire che l'uno “non &” Valtro, cosi come, se dico che un albero @ verde, implicitamente dico che “non e” giallo, e se affermo che una cosa invecchia, sto dicendo che “non é” pitt giovane. Pensare la molteplicit2 delle cose e delle determinazioni, cosi come il loro cambiamento, é per Parmenide impossibile perché contraddittorio. in opposizione a Parmenide, Aristotele guadagna un nuovo punto di vista (in parte gia implicito nell’ultimo Platone): essere eleatico, assolutamente unico 0 univoco, e di cui non si pud pensare la negazione, é impensabile: esso, infatti, é indeterminato, mentre la realta é fatta di cose determinate, e pensare vuol dire appunto determinare, Trasferito nella nuova prospettiva aristotelica, il principio supremo degli eleati diventa dunque: Rimpossibile che la stessa cosa sia e insieme non sia. (Metafisica, IV, 4) Non si tratta pid dell’opposizione tra essere (indeterminato) e il non essere (indetermina- to), ma dell‘opposizione tra essere di una cosa determinata e il suo non essere quella cosa determinata. Questo principio é stato pili tardi definito “principio di identita”, ma sareb- be preferibile chiamarlo “principio di determinazione”, poiché afferma che ogni ente e ogni contenuto del pensiero é necessariamente determinato e identico a sé stesso (A = A). Il principio di identita (0 di determinazione) aristotelico ha due valenze: da un punto di vista logico afferma che @ impossibile pensare che una determinata cosa non sia quella cosa; da un punto di vista ontologico afferma che ogni cosa ha una natura determinata, ia quale, in quanto necessaria, non pud essere negata. Il principio di identita o determinazione trova una specificazione in quello che i logici me- dievali chiameranno “principio di non contraddizione’, il quale stabilisce che un‘affer- mazione (“questa cosa é bianca”) e la sua negazione (“questa cosa non é bianca”) non pos- sono essere entrambe vere nello stesso tempo («insieme») e «per il medesimo aspetto». La precisazione é importante: di uno stesso oggetto, infatti, potrei dire che 2 bianco e non & bianco facendo riferimento a momenti diversi (potrebbe aver cambiato colore) o a diversi aspetti (potrebbe essere bianco in una sua parte e non bianco in un‘altra sua parte), Dal principio di non contraddizione deriva poi quello del “terzo escluso” (anch’esso for- mulato esplicitamente dai logici successivi), secondo il quale, date due affermazioni con- traddittorie (“A é B” e “A non é B”), I’una deve essere vera e I’altra falsa, senza che ci sia una terza possibilita (9 p. 306). Per quanto la riflessione di Aristotele implichi tutti e tre i principi considerati, nel quarto libro della Metafisica il filosofo fa riferimento a un unico principio supremo, che definisce «il principio pit saldo di tutti», e che esprime con le due formule che abbiamo chiamato principio di determinazione e principio di non contraddizione. Affinché il mondo abbia un senso, e affinché ci sia un pensiero in grado di conoscerlo, @ necessaria la determinatezza dei significati, il che presuppone che essere sia articolato e strutturato in sostanze o essenze determinate. Dal punto di vista ontologico, il princi- pio supremo aristotelico implica insomma che ogni essere abbia una natura determinata, che é impossibile negare e che quindi é necessaria, non potendo essere diversa da come é. Aristotele chiama appunto “sostanza’ [a natura necessaria di un essere qualsiasi. La so- stanza, dunque, é 'equivalente ontologico del principio «pit saldo di tutti». La dottrina delle quattro cause feoria della sostanza si collega strettamente con la dottrina aristotelica delle quattro se, che esporremo qui nelle sue linee principali, per poi riprenderla in altri suoi aspetti 'Prossimo capitolo. Aristotele la conoscenza e la scienza nascono dalla «meraviglia» di fronte all’essere e sistono nel ricercare la causa delle cose. Tuttavia, se chiedere quale sia la causa di @saicosa significa volerne comprendere il “perché”, questo “perché” pud essere diverso a conda dell’aspetto preso in considerazione, per cui vi saranno vari tipi di cause. Aristo- © ne enumera quattro: materiale, formale, efficiente e finale. _glossario p. 285 '» La causa materiale é la materia, ossia (come abbiamo visto) cid di cui una cosa é fatta: il ~ bronzo, ad esempio, é la causa materiale della statua, come l’argento lo é della coppa. ‘La causa formale é la forma, cioé l’essenza necessaria di una cosa: la natura razionale, pad esempio, é la causa formale dell’‘uomo. > La causa efficiente é cid che da inizio a un mutamento 0 a una condizione di quiete, os- sia cid che genera una modificazione in un oggetto o in uno stato: ad esempio, l’autore di una decisione é la sua causa efficiente, cosi come il padre é la causa efficiente del figlio. > La causa finale @ lo scopo al quale una cosa tende: ad esempio, I’'uomo adulto é il fine del bambino. Nei processi naturali la causa formale, quella efficiente e quella finale coincidono: la pianta, ad esempio, é insieme la forma, la causa efficiente e il fine del seme, cosi come I’uo- mo é insieme la forma, la causa efficiente e il fine del bambino. Nei processi artificiali le quattro cause possono invece presentarsi tra loro distinte: un conto é la statua (causa for- male), un conto @ Vartista (causa efficiente), un conto é il compenso 0 la gloria (causa fina~ le) che Vartista vuole ottenere realizzando quella statua. E da notare, tuttavia, che le quattro cause sono in fondo specificazioni della sostanza glo- balmente intesa, che risulta pertanto il “perché” privilegiato, cioé il vero principio o la vera causa dell’essere. Aristotele connette dunque in modo inequivocabile la nozione di “causa” con quella di “sostanza’: comprendere la causa di qualcosa significa compren- dere l’articolazione interna di quella sostanza. Infatti, se lo consideriamo staticamente, un individuo (ad esempio un essere umano) non é altro che la sua materia 0 causa mate- riale (carne e ossa) unita alla sua forma di essere razionale (causa formale): esso, cioé, é un sinolo, una sostanza in senso proprio. Ma se lo consideriamo dinamicamente e ci chiedia- mo che cosa 0 chi lo abbia generato e perché si sviluppi e cresca, allora stiamo consideran- do altre due cause: quella efficiente e quella finale, che indica lo scopo a cui quell’individuo tende, cioé la realizzazione della sua forma o essenza (la natura umana). [> materiale (= la materia) - - Sono tutte +> formale (= la forma) specificazioni o Res pud articolazioni della essere sostanza, che & |> efficiente (= il principio di un mutamento) la vera causa ene dell’essere > finale (= lo scopo di un mutamento) Soffermandosi sulla teoria delle quattro cause, Aristotele rileva come i pensatori precedenti le avessero gia in qualche modo individuate: i filosofi della natura, ad esempio, avevano indica- to la causa materiale e quella efficiente della realta, mentre i pitagorici ne avevano indicato quella formale. Il loro limite era stato quello di insistere soltanto su una 0 due di tali cause, la- sciandosi sfuggire le altre, o di non spiegare bene le modalita effettive dell/azione causale. Il principale bersaglio della polemica di Aristotele su questo argomento é tuttavia costituito dal suo maestro Platone. Ai suoi occhi, infatti, quest’ultimo ha senz’altro il merito di aver richiamato Vattenzione sulla causa formale (dal momento che l’idea platonica non é altro che la “natura” o I“essenza” necessaria di una cosa, cioé la sua “forma”); ma ponendo le idee “fuori” delle cose, ovvero separandole da esse, Platone ha introdotto una cesura ta- le per cui non si riesce a capire in che senso le idee possano essere la causa delle cose. Tant’é vero che i concetti platonici di “partecipazione” o “imitazione” appaiono ad Aristo- tele come meri giri di parole, metafore poetiche che non spiegano nulla e che non risolvo- no il problema del rapporto fra l’essere ideale e quello sensibile. Al contrario, i principi delle cose per Aristotele non possono che risiedere nelle cose stesse, ossia in quelle forme intrinseche che le costituiscono in quanto sinoli. Al posto delle idee, viste come paradigmi trascendenti delle cose, il filosofo pone dunque le “for- me”, intese come strutture immanenti degli individui. Ad esempio, I“umanita” non é un‘i- dea esistente nell’iperuranio, ma semplicemente la specie biologica immanente negli indi- vidui che denominiamo “uomini”. In questo modo, pur recuperando parte del platonismo, Aristotele ritiene di essersi sbarazzato dell’assurdo ontologico e logico di dover pensare la “natura” o “essenza” delle cose “fuori” delle cose. ne 1. Elenca e definisci i diversi tipi di causa individuati da Aristotele. ale 2. Considera I'articolazione aristotelica della nozione di “causa”: pensi anche tu che esistano diversi “perché” delle cose, a seconda dell’aspetto che di volta in volta si prende in considerazione? Motiva la tua risposta, sostenendola possibil- mente con un paio di esempi concreti. 3. Spiega quale tipo di relazione lega le forme aristoteliche alle idee platoniche, illustrando gli ele- menti fondamentali della critica aristotelica alla teoria platonica delle idee. @@_SNOD! PLURIDISCIPLINARI © {BR matematica || «principio pid saldo di tutti», che Aristotele esprime servendosi di due differen- ti formulazioni, nella logica successiva ha trovato articolazione in tre principi lo- gici diversi: di identita, di non contraddizione e del terzo escluso. > Qual é la formula logica per ciascuno di questi tre principi e qual é il loro significato pre- ciso? Sottolinea in particolare la differenza tra il principio di non contraddizione e quel- lo del terzo escluso. 6. La dottrina del divenire La dottrina delle quattro cause @ connessa al problema del divenire, che ai tempi di. continuaya ad essere una delle questioni pil controverse tra i flosofi. Mentre Yesistenza divenire era un fatto incontrovertibile (poiché, come aveva sottolineato la scuola nell‘universo tutto muta: un fiore sboccia, un giovane invecchia, un corpo si sposta da un: alaltro...), era invece un problema lo stabilire come il divenire dovesse essere Pensata) to che Parmenide aveva considerato il divenire come qualcosa di logicamente impen: a ché implica un passaggio dallessere al non essere, comportando quindi lesistenza del ‘otele ribatte che il divenire sarebbe irrazionale, e quindi irreale, soltanto se (come so- to dagli eleati) esso consistesse nel passaggio dal non essere all’essere e viceversa: un e passaggio é infatti impossibile, perché dal nulla non pud venir fuori nulla, e perché efe non pud mai cadere o svanire nel nulla. Ma Aristotele ritiene che il divenire non =plichi alcun passaggio dal non essere all’essere (0 viceversa), ma semplicemente un pas- io da un certo tipo di essere a un altro tipo di essere. Egli afferma dunque che l‘u- ca realta é essere e che il divenire é soltanto una modalita dell’essere. ‘Le forme del divenire ‘Concependo il divenire come un “passaggio” da una forma d’essere a urValtra, Aristotele lo Bentifica, i in generale, con il movimento. _Egli distingue quattro tipi di movimento: 1. il movimento locale, 0 traslazione, che consiste nello spostamento di un corpo da un posto a un altro; 2. il movimento qualitativo, 0 alterazione, che avviene quando, in una sostanza, cambia una caratteristica accidentale (ad esempio, se Socrate da non-musico diventa musico, si 8 modificata una sua qualita); 3. il movimento quantitativo, che consiste nell’accrescimento 0 nella diminuzione e che ha luogo quando cambia una certa quantita di una sostanza (ne sono esempi amplia- mento di un edificio 0 il dimagrimento di una persona); 4. il movimento sostanziale, che Aristotele specifica come «generazione» e «corruzio- ne», vale a dire come la nascita e la morte. I primi tre tipi di movimento (0 divenire) avvengono in una sostanza che resta immu- tata. Socrate é e resta Socrate, sia egli non-musico o musico: in altre parole, Ja sostanza-So- crate “ospita” il movimento, che é possibile proprio perché esiste un sostrato che a quel mo- vimento non é soggetto. Non si tratta, dunque, di un passaggio dal non essere all’essere, ma di un passaggio dall’essere in un modo o in un luogo allessere in un altro modo o in un al- tro luogo. Tl quarto tipo di movimento riguarda invece precisamente la sostanza: non é nella so- stanza, ma della sostanza. In questo caso non muta una proprieta della sostanza, ma nasce o muore il soggetto stesso. Cid non significa, tuttavia, che la sostanza provenga dal (0 entri nel) non essere, a patto di concepire anche la nascita e la morte come passaggi da un tipo di essere a un altro tipo di essere. Potenza e atto Proprio per pensare adeguatamente il divenire della sostanza, Aristotele elabora i concet- tidi potenza e atto: per “potenza” egli intende la possibilita, da parte della materia, di assumere una determinata forma; per “atto” intende la realizzazione di questa capa- cita. glossario p. 286 Ad esempio, la generazione di un pulcino non @ il passaggio dal non essere allessere del pulcino, ma dal pulcino in potenza dall’uovo) al pulcino in atto: 'uovo @ la possibilita, da parte della materia, di assumere una configurazione nuova. E poiché la materia, per defi- nizione, é la possibilitd di assumere forme diverse, mentre la forma, per definizione, @ la realta in atto di tali possibilita, si pud affermare che per Aristotele la potenza sta alla ma- teria come I’atto sta alla forma. In ultima analisi, Aristotele configura percié il divenire come passaggio dalla potenza allatto: un passaggio in cui il punto di partenza é la materia come privazione o mancan- za di una certa forma, mentre il punto di arrivo é Vassunzione di quella forma. Per questo Tatto viene chiamato da Aristotele anche entelechia (entelécheia), che in greco significa “realizzazione”, 0 “perfezione attuata”. _glossario p. 286 In sintesi, i principi che scandiscono il divenire sono dunque la materia, la privazione e la forma, oppure (il che é lo stesso) la potenza e I’atto, i quali (come abbiamo annun- ciato all’inizio & p. 272) costituiscono un altro dei significati fondamentali dell’essere. (O75 p. 295) Aristotele ritiene che l'atto possegga una priorita gnoseologica, cronologica e ontologica rispetto alla potenza. Infatti la conoscenza della potenza presuppone la conoscenza dell‘at- to di cui essa é potenza (per comprendere che cos’é una ghianda devo prima sapere che cos’é una quercia). Inoltre ato viene cronologicamente prima della potenza, giacché é vero che il seme viene prima della pianta, ma @ anche vero che il seme non pud essere derivato se non da una pianta gia in atto. In altri termini, alla domanda che scherzosamente si po- ne talvolta, se sia nata prima la gallina o se sia nato prima I'uovo, Aristotele risponderebbe che é nata prima la gallina. Tutto cid, infine, equivale a dire che Vatto & ontologicamente su- periore alla potenza, in quanto ne costituisce la causa, il senso e il fine. Ma se il potenziale (ovvero cid che é in potenza) é la preformazione o predeterminazione dell‘attuale (ovvero di cid che é in atto), allora, pitt che un/autentica possibilita, esprime in fondo una necessita. Ad esempio, da uova di aquila nasceranno necessariamente aquile, come da quelle di serpente si svilupperanno per forza serpenti. La potenza aristotelica é dunque una possibilita a senso unico, una sorta di necesita che dev’essere ancora "par- torita”. Di conseguenza, come gia & emerso dalla dottrina della sostanza, per Aristotele & la necessita a costituire la modalita fondamentale dell’essere e il suo principale stru- mento interpretativo. in PARMENIDE © sempre identico a sé stesso te { |» éunico eomogeneo, | | { L Be > &necessario in quanto hon pud non essere, né essere diverso da coma esclude il divenire in quanto logicamente impensabile perché implica il non essere |” apa destin att seess sincat dalla categoria fondamentale della sostanza > @necessario in quanto ~ + forma (0 essenza) necessaria delle cose “ atto che realizza una determinata potenza —> ammette if divenire in quanto MS passaggio dalla potenza alfatto, ovvero [Link] tipo di essere a un altro La materia prima e la forma pura Materia e forma, potenza e atto spiegano quindi il divenire e ne costituiscono (insieme con la privazione) le molle principali. Accanto a queste cause (materiale e formale), il movi- mento presuppone perd anche le altre due: la causa efficiente, che da inizio al divenire, e la causa finale, che ne costituisce il fine. Ora, se tutti i movimenti che avvengono in natu- ra vanno da una materia a una forma, spesso cid che @ forma, cioé punto di arrivo di un movimento, diventa materia, ossia punto di partenza di un movimento ulteriore. Per- cid una stessa cosa pué essere considerata sia materia (potenza) sia forma (atto), a seconda del punto di vista da cui la si osserva (ad esempio, il pulcino é potenza rispetto alla gallina, ma atto rispetto all’uovo). Questa catena, secondo Aristotele, non @ infinita ma presuppo- ne due termini estremi. Da un lato si trova una materia pura, 0, come dice Aristotele, una «materia prima» che & pura potenza, assolutamente priva di determinazioni. Questa materia prima non si de- ve confondere con cid che noi comunemente chiamiamo “materia”: ad esempio, il fuoco, Yacqua, il bronzo ecc. non sono pura materia, perché si tratta di elementi che hanno gia in sé, in atto, una serie di determinazioni grazie alle quali noi li distinguiamo I’uno dall‘altro e diamo a ciascuno di essi un nome diverso. La materia prima di cui parla Aristotele & piut- tosto quel “qualcosa” che non é né fuoco, né acqua, né bronzo ecc., ma che “pud” divenire fuoco, acqua, bronzo ecc. In altre parole, la materia prima aristotelica é la materia-madre (la chéra) di cui aveva gia parlato Platone nel Timeo. Essendo la materia prima assolutamente indeterminata, essa é una pura nozione teorica, un concetto-limite che viene ammesso come base 0 sostrato di ogni divenire, ma che di per sé non si pud né conoscere né constatare di fatto, poiché cid che esiste nel mondo & sempre materia formata (cioé “materia seconda”). Dalfaltro lato, il divenire dell’universo presuppone, al polo opposto della catena degli es- seri, una forma pura, 0 atto puro, cioé una perfezione completamente realizzata. Questa forma pura costituisce la sostanza pit alta dell‘universo, la sostanza immobile e divina, oggetto della teologia (di cui parleremo nel prossimo paragrafo). sposizione | 1. Indica quali sono, per Aristotele, i diversi tipi di movimento, o divenire. orale 2. Inche modo Aristotele spiega il divenire della sostanza? 3. Che cosa sono la materia prima e la forma pura? 7. La concezione aristotelica di Dio Dei quattro significati della metafisica elencati da Aristotele (9 p. 270) abbiamo finora illu- strato quello per cui essa é lo studio dell’essere in quanto essere e quello per cui essa é lo studio della sostanza. Rimangono dunque da chiarire gli altri due significati: quello per cui la metafisica é la scienza delle cause prime e quello per cui essa é la scienza di Dio. In realta, Yaccezione della metafisica come sapere intorno alle cause supreme é gia stata in parte anticipata, poiché dire che la metafisica studia essere in quanto tale e la sostanza significa presupporre che essa studi le realta ultime e decisive dell’universo. In ogni caso, un ulteriore fascio di luce su questo concetto di metafisica lo getta la teologia, che indaga Yessere pitt alto e la causa suprema del cosmo: Dio. Molti studiosi hanno ritenuto che il concetto di metafisica come teologia (scienza di Dio in quanto essere o ente supremo) fosse contraddittorio rispetto al concetto di metafisica co- me ontologia (scienza dell’essere in quanto essere o dell’essere in generale). Per risolvere il problema, alcuni hanno fatto risalire la concezione “teologica” della metafisica alla prima fase, ancora platonizzante, del pensiero di Aristotele, e la concezione “ontologica” al perio- do della maturita. Ma al di la di questa considerazione, di cui certamente va tenuto conto, se nella metafisica si vede in primo luogo lo studio dell’essere in quanto essere e nella teo- logia il culmine speculativo di questo studio, allora i due significati possono logicamente € coerentemente coesistere. La dimostrazione dell’esistenza di Dio Nella Metafisica (e nella Fisica) Aristotele fornisce una prova dell’esistenza di Dio che avra molta fortuna nei secoli. Essa é tratta dalla teoria del movimento, inteso in generale come possibilita di assumere nuove condizioni o forme, ovvero come concetto comprenden- te ogni tipo di mutamento, da quello dei corpi nello spazio a quello della generazione e della corruzione (9 p. 279). Sviluppando un argomento gia presente negli ultimi dialoghi di Platone, Aristotele affer- ma che tutto cid che @ in moto é necessariamente mosso da altro. Quest’altro poi, se é a sua volta in moto, é necessario che sia mosso da altro ancora. Ovviamente, in questo pro- cesso di rimandi, non é possibile risalire all’infinito, perché altrimenti il movimento che vogliamo spiegare (quello da cui siamo partiti nella nostra catena causale) rimarrebbe inspiegato. Pertanto deve per forza esserci un principio assolutamente «primo» e «im- mobile», causa iniziale di ogni movimento possibile. Aristotele identifica questo primo motore immobile, che devessere eterno come il suo effetto (il movimento del mondo), con Dio*. _ glossariop. 286 (Q 76 p. 297) Gli attributi di Dio A Dio, Aristotele riferisce una serie di attributi strettamente connessi tra loro. Innanzitutto Dio é atto puro, ossia atto senza potenza, poiché dire “potenza” equivale a dire “possibi- lita di movimento”, mentre Dio, essendo il primo motore immobile, non pud essere sog- getto ad alcun movimento o divenire. In quanto atto puro, poi, non pud contenere in sé alcuna materia, dato che la materia, come si é visto, sta alla potenza come la forma sta all’at- to. Dio sara allora forma pura, 0 sostanza incorporea. Infine, poiché Aristotele (come ve- dremo parlando della Fisica) ritiene che universo e il suo movimento siano eterni, egli con- sidera eterno anche Dio, in quanto causa di tali movimenti. Tuttavia, come pud un motore che di per sé & immobile muovere qualcosa? Secondo Aristotele esso non muove come causa efficiente, cioé comunicando un impulso, ma come causa finale, cio® come oggetto d’amore, analogamente a come un oggetto amato (persona o cosa), pur rimanendo immobile, determina il movimento del’amante verso di sé. In altri termini, Dio é una Perfezione o una Forma che, pur rimanendo impas- sibile, esercita sul mondo una forza calamitante, tale da metterlo in movimento. 1. Uno dei presupposti teorici sottesi a questo argomento é idea che la materia non possa avere in sé stes- sa la causa del proprio movimento. Questo punto di vista si oppone diametralmente a quello di Democrito, secondo il quale la materia era strutturalmente movimento (@ unit 1, cap. 4, p. 75). Ma qual é il senso preciso di questo anelito del mondo verso Dio, da cui nascono non soltanto il movimento, ma anche l’ordine delle cose? Su questo punto i testi aristotelici sono un po’ elusivi e, di conseguenza, i critici non sono sempre daccordo. Per gettare una qualche luce sull’argomento é indispensabile rifarsi al concetto di “materia prima”. Come abbiamo visto, due sono per Aristotele i “protagonisti” della storia e della vita dell’universo: da un lato la materia prima, che, essendo priva di for- me, e quindi “affamata” di esse, tende verso la forma e la perfezione (in Aristotele i due concetti sono sinonimi); dalValtro lato Dio, che, essendo forma pura e perfezione assoluta, “attrae” verso di sé la materia prima. Questo significa che l’‘universo non é altro che uno sforzo della materia verso Dio e cioé, in pratica, un desiderio incessante di rapportarsi alla forma o, meglio, di “prendere forma”. Nell’universo aristotelico, quindi, non é tanto Dio che ordina o forma il mondo, ma é piutto- sto il mondo che, aspirando a Dio, si auto-ordina e auto-determina, assumendo le varie forme delle cose. essere é dunque un processo eterno verso la forma, ossia un tentativo di avvicinarsi al modo di essere di Dio; e questo sforzo o tentativo non pud mai esaurirsi, dal momento che la materia non pud mai essere eliminata o risolta nella pura forma. Questo Dio che é atto puro, sostanza incorporea, essere eterno e causa finale del mondo rappresenta la realta di ogni possibilita e costituisce un‘entita perfetta e totalmente compiuta, che non manca di nulla e che non ha bisogno di nulla, poiché in essa non v’é alcuno scopo irtealizzato. A questa perfezione massima deve appartenere, evidentemente, il genere di vita pitt alto ed eccellente, cioé la vita dell’intelligenza, alla quale l'uomo si eleva soltanto per brevi periodi, mentre Dio ne gode continuamente. Se la vita divina, che é intellezione pura, é la pid eccellente e la pit felice tra tutte, che cosa pensa Dio? Egli, essendo perfetto, non pud che pensare la perfezione stessa, ovvero sé medesimo. Dio sara dunque «pensiero di pensiero», espressione con cui Aristotele si riferisce al fatto che Dio ha soltanto sé stesso come oggetto. In Dio Vatto e Voggetto dell’in- tellezione coincidono: Dio, cioé, possiede da sempre e per intero tutta la sapienza. Egli, quindi, non si identifica con la capacita di cogliere tutto, bensi con Veffettivo e attuato co- glimento del tutto. sposizione 1. Spiega in che senso, per Aristotele, Dio é “primo motore immobile”. orale 2. Illustra le caratteristiche del Dio aristotelico. 3 Considera l'immagine di Dio come oggetto d'amore che muo- ve I'intero universo. Che cosa pensi dell'idea che l'amore (inteso in senso lato) sia una forza attrattiva irresistibile, emanata da un oggetto a cuisi cerca di avvicinarsi in ogni modo? Motiva la tua opinione e, se condividi la posizione aristotelica, prova a fare un esempio concreto di tale potenza del desiderio. aA SNODI PLURIDISCIPLINARI © [ge leseresus La concezione aristotelica di Dio influenza la visione proposta nella Divi na commedia di Dante Alighieri, dove Dio é definito come «colui che tut- to move» (Paradiso, |, 1). Lintera opera si chiude con un'immagine significativa, in cui il «fulgore» divino é descritto come l'oggetto che orienta in modo irresistibile il desiderio e la volonta dell’essere umano (Paradiso, XXXIlI, 142-145). > Commenta I'ultima terzina e lultimo verso della Commedia dantesca, confron- tandone il contenuto con la concezione aristotelica di Dio. Presta particolare at- tenzione alla perifrasi che chiude l'opera: «l'amor che move il sole e l'altre stelle». SINTESI E GLOSSARIO Il quadro delle scienze Nel quadro delle scienze delineato da Atistotele si di- stinguono le discipline che studiano il necessario (con metodo dimostrativo) e quelle che studiano il possibile (con metodo non dimostrativo, valido “perlopit”). Al primo gruppo appartengono le scienze teoretiche (metafisica, matematica e fisica), che hanno come sco- po laconoscenza disinteressata (che non “serve” a nul- la), mentre del secondo gruppo fanno parte le scienze pratiche (etica e politica), che “servono” a dirigere Yazione umana, e le scienze poietiche o produttive (le arti ¢ le tecniche), che “servono” a produrre opere e a manipolare oggetti. La metafisica come scienza dell’essere Tra le scienze teoretiche, un ruolo privilegiato spetta a quella che Aristotele chiama «filosofia prima» e che in seguito verra prevalentemente indicata con il termine metafisiea la scienza che studia le strutture profon- de o generali delta realt, spingendosi “oltre” o “al di la” del mondo sensibile [dal greco metd ta physikd, let- teralmente “oltre le cose fisiche”, oppure “dopo i libri di fisica”, espressione con cui Andronico di Redi, ordi- nando le opere aristoteliche, aveva indicato i libri dedi- cati alla filosofia primal Aristotele individua quattro specifici oggetti indagati dalla metafisica: > le cause e i principi primi della realta; > Yessere in quanto essere; » lasostanza; > lasostanza immobile, cioé Dio. Di questi quattro ambiti di indagine, che in definitiva sono tra loro equivalenti, Aristotele analizza in parti- colare il secondo, evidenziando come la metafisica ab- bia per oggetto laspetto fondamentale e comune di tutta la realta, a prescindere dalle caratterizzazioni particolari degli enti, le quali costituiscono Yoggetto di tutte le altre scienze, definite «filosofie seconde». Il concetto di “essere” si rivela cosi come il concetto ba- silare dell‘intera filosofia aristotelica. Con questo con- cetto Aristotele non indica una realta semplice e uni- voca, ma complessa e polivoca. Egli, infatti, afferma che essere «pud dirsi in molti sensi», ovvero assu- mere diversi significati: esso pud dirsi come “essere per altro” o accidente, come “essere per sé” 0 categorie, come vero, come potenza e atto. Le categorie ‘Tutti i diversi significati dell’essere sono casi particolari di alcune determinazioni generalissime, che Aristo- tele definisce * eategorie (dal verbo greco kategoréo, “affermo’, “predico’] i modi fondamentali dell'essere e del. pen- siero, Dal punto di vista ontologico, le categorie sono le determinazioni generali de!l’essere, ovvero le modali- ta basilari con cui la realta si presenta; dal punto di vi- sta logico sono i modi generalissimi in cui U'essere si predica delle cose, ovvero quei tipi fondamentali di predicazione entro cui rientrano (come in grandi “ca- selle”] tutti i predicati possibili. Le categorie elencate da Aristotele sono: > essere una certa sostanza, il possedere una certa qualita, Yessere caratterizzato da una certa quantita, il trovarsi in una certa relazione con altri enti, Yagire, il subire, Yessere in un certo logo, > Vessere in un certo tempo. A queste otto, Aristotele ne aggiunge talvolta altre due: > Vavere una certa cosa, > lo stare in una certa situazione. vvevevy » Lasostanza Tra le categorie, quella pid importante @ quella di so- stanza, che costituisce il polo unificatore o il centro di riferimento di tutte le altre. Chiedersi “che cos’é Yessere?” equivarra pertanto a chiedersi “che cos‘é la sostanza?”. Definizione centrale nella metafisica ari- stotelica @ dunque quella di © sestanza (dal latino substantia, che a sua volta deriva dal verbo sub-stare, “stare sotto”, e che traduce tanto il_greco hypokéimenon, “che giace sotto”, quanto il greco ousia, “sostanza’, “essenza") in senso proprio, ogni in- dividuo concreto (persona, animale o cosal che sé", ossia che ha vita propria e che in quanto tale fun- ge da soggetto ontologico di proprieta e da soggetto lo- gico di predicati (Aristotele dice che le sostanze «non sono in un sostrato», cio® non possono inerire ad al- tro, «né si dicono di un sostrato», cio non possono essere predicate di altro. Cosi intesa, ovvero in quanto ente individuale con- creto e autonome, la sostanza é detta da Aristotele an- che t6de ti, cio’ “questo (ente) qui’, il quale a sua volta @ un «sinolo» (cio? un’unione indissolubile, da syn, “con”, e hélos, “tutto”) di: * materia [dal latino materia, o materies, corrisponden- te al greco hyle, che originariamente indicava la “sel- va" o il “legno di bosco” e quindi it “tegname” overo un “materiale da costruzione’} cid di cui @ fatta una certa sostanza individuale; forma {dal latino forma, che a sua volta deriva dal greco morphé e traduce anche i termini éidos e skhéma, rispettivamente “figura” e “aspetto”} la natu- ra profonda di una sostanza individuale, ossia la strut- tura necessaria in virti: della quale essa @ cid che & {negli esseri umani, ad esempio, la loro natura razio- nale). Tn una sostanza individuale, ovvero in un sinolo, la for- ma élelemento caratterizzante e determinante, mentre la materia @ elemento passivo e ricettivo, sul quale si esercita l’azione strutturante della forma. Quest’ultima si pud dunque considerare la “sostanzialita” della so- stanza individuale. In questo senso, per Aristotele, la sostanza é anche la forma di un sinolo, ovvero Ja sua ® essenza {dal latino essentia, che a sua volta deriva dal verbo esse, “essere”, e che corrisponde al greco ousia) la struttura necessariao la natura profonda di una co- sa, cosi come viene espressa dalla sua definizione [si pensi a “Socrate é un essere razionale’). Per indicare Yessenza, Aristotele ricorre anche all’e- spressione «to ti en éinai» {jn latino quod quid erat esse), letteralmente “cid che era Vessere’, dove Vimperfetto richiama la permanenza dell'essere, ovvero elemento fisso e immutabile degli individui (che ci consente di identificarli come sempre gli stessi), contrapposto alla mutevolezza dei loro © accidenti {dal tatino dccidens, participio presente del verbo accidere, “accadere”, e traduzione del greco symbebekds, “cid che accade insieme’) le determina- zioni che appartengono casualmente a un dato sog- getto, non facendo parte della sua essenza. © Le quattro cause Al concetto aristotelico di sostanza si connette quello di ® causa il “perché” di una certa cosa, che Aristotele cancepisce in quattro modi diversi, a seconda di quale aspetto si prenda di volta in volta in considerazione. Esiste infatti una causa materiale (la materia di cui una cosa é fatta], una causa formale (la forma o l'essenza di quella cosa), una causa efficiente (cid che da inizio al mutamento di qualcosa] e una causa finale [il fine a cui ‘ogni cosa tendel. La nozione di “causa” é connessa con quella di “sostan- za", perché comprendere la causa di qualcosa, ovvero di un certo individuo (persona, animale o cosa), significa comprendere l'articolazione interna della sua sostanza, cio@ la ragione per cui quell’individuo é cid che é, enon pud essere 0 agire diversamente. In altre parole, le quattro cause non sono che articolazioni 0 specifi- cazioni della sostanza, che si qualifica pertanto come l'unica vera causa dell’essere. I divenire e le sue forme In generale, Aristotele intende il divenire come un movimento, il quale pud essere: > non sostanziale, quando riguarda gli aspetti acci- dentali di wn certo ente o individuo, Appartengono a questo tipo di movimento i cambiamenti di luogo (movimenti locali, o movimenti propriamente detti), i cambiamenti di qualita (alterazioni) e i cambia- menti di quantita (accrescimenti o diminuzioni); > sostanziale, quando riguarda direttamente la so- stanza: in tal caso coincide con la generazione e la corruzione, cioé con la nascita e la morte di un ente. Cosi inteso, il divenire non consiste mai in un passag- gio dall’essere al non essere (0 viceversa). Aristotele, infatti, rimane fedele al principio secondo cui nulla pud svanire dal nulla o derivare dal nulla: anche la nascita e

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