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Il Caos e L'ordine Nella Letteratura, Nella Filosofia, Nella Storia e Nell'arte

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Il caos e l'ordine nella letteratura, nella filosofia, nella storia e nell'arte

 Introduzione

 L'ordine cosmologico di Esiodo e il caos politico secondo Polibio

 Il "caos" delle Metamorfosi di Apuleio e la critica petroniana al


caos della società

 La speculazione filosofica: caos e ordine, opposti ma indissolubili?

 L'avvento del fascismo e del nazismo: tentativi di ordine che


sfociano in caos.

 Luigi Pirandello: un figlio del Caos.

 L'arte: rinasce dalle sue ceneri grazie al conflitto tra ordine e


caos.

FRANCESCO PARROTTA
LICEO CLASSICO “IVO OLIVETI”
CLASSE 3C ANNO SCOLASTICO 2007/2008
Introduzione
Il caos e l'ordine sono due concetti messi da sempre in cotrapposizione, opposti l'un l'altro.
Nella sua accezione più generale e comune l'ordine, dal latino "ordinis", è il tentativo
dell'uomo di dominare la natura o in generale tutto ciò che ci sembra caotico, il complesso
delle leggi che regolano gli avvenimenti naturali e umani, l'insieme dei mezzi disposti da
Dio affinchè si possano raggiungere alcune fondamentali verità di fete. L'ordine include
quindi come elemento "materiale" una pluralità, e come elemento "formale" un aspetto
unificiatore che non può essere dominato dall'uomo e che non si può prevedere con
certezza nel futuro. La contrapposizione tra caos e ordine, spesso trattata in altri termini,
affascina da sempre l'uomo per l'estrema diversità dei concetti espressi ed è tutt'oggi un
tema di sviluppo. L'ordine e il caos sono quindi temi ricorrenti nei pensieri e nelle opere di
molti autori latini e greci, di filosofi, di autori contemporanei, oltre che di movimenti
artistici. Inoltre, molti avvenimenti storici sono dovuti a situazioni di caos politico o
sociale che portano al tentativo di riordinare i sitemi, o a situazioni dove, dopo un
apparente ordine stabilitosi, si sfocia nel caos che porta con sè tutte le problematiche che
possono nascere.

L'ordine cosmologico di Esiodo e il caos politico secondo Polibio .


Il termine italiano caos deriva dal greco Χάος. E l'intento che Esiodo, uno dei più grandi
esponenti della letteratura greca arcaica, si pose era proprio quello di giungere dal Χάος,
che fino ad allora era presente attorno alla genealogia divina, al Κόσμος, dare cioè un
ordine e sistemare il materiale mitico circolante nelle credenze popolari, che aveva creato
una serie di figure e di storie divine che rendevano ardua l'impresa di ricavare un coerente
ordine teologico. Nacque cosi la Teogonia (in greco Θεογονία) , opera di 1022 versi, che è
apparentemente una serie di cataloghi interrotta da vari episodi. Dopo aver cantato
brevemente l'origine dell'universo, il poeta enumera le generazioni degli dei corrispondenti
a tre periodi della storia del mondo, di Urano, di Crono e di Zeus, interrotta da sei episodi,
che sono la nascita di Afrodite, l'episodio di Stige, l'inno a Ecate, la nascita di Zeus, il mito
di Prometeo e la Titanomachia. In principio era il Caos, inteso come il vuoto
indifferenziato e aperto a ogni possibilità. Esso produce la Terra ed Eros, poi Erebo (le
tenebre) e la Notte; da quest'ultima hanno origine i suoi contrari, Etere (l'aria luminosa) e
Giorno; dalla Terra si formano il Cielo, i Monti e il Mare. Per l'azione di Eros ha quindi
inizio la serie degli accoppiamenti e delle genereazioni lungo tre linee che risalgono alla
Notte, all'unione di Cielo e Terra, e al Mare. L'iniziale cosmogonia si trasforma così in una
descrizione delle cose e delle forze presenti e operanti nel mondo, dove la realtà viene
interpretata secondo la dimensione del mito. Ad esprime quest'interpretazione concorrono
più di trecento figure divine, in cui si devono riconoscere - secondo un modo di pensare
che si è già visto in Omero e che rimarrà peculiare della civiltà greca - le immagini
attribuite alla presenza del divino in tutti i fenomeni dell'universo. L'epicentro di tale
sistema è rappresentato dal racconto della successione dei re divini, che parte dalla coppia
formata da Cielo e Terra, ossia Urano e Gea. Urano odia i figli nati da Gea, e
immediatamente dopo la nascita li nasconde nelle viscere enormi della sposa, che soffre
immani dolori. Essa allora produce il ferro e fabbrica una falce, consegnandola al figlio
Crono. Costui evira il padre mentre s'accinge a congiungersi con Gea; e dai testicoli
amputati e caduti nel mare si forma una schiuma, da cui nasce Afrodite. Crono a sua volta
s'unisce a Rea, e man mano che nascono i figli li inghiotte, poichè sa che verrà detronizzato
da uno di loro. A compiere quest'impresa è Zeus, salvato dalla madre che in sua vece
presenta a Crono una pietra perchè la divori, nascondendo il neonato, con la complicità di
Gea, in una caverna di Creta. Una volta cresciuto, Zeus vince il padre e lo costringe a
vomitare i figli nati in precedenza, tra cui ci sono Ade e Poseidone che diventeranno
rispettivamente signori dell'oltretomba e del mare. Così Zeus può istituire il suo regno
destinato a durare per tutti i tempi, al quale sono soggetti i mortali e gli immortali. Dopo
avere sconfitto i Titani figli di Urano con l'aiuto dei giganteschi Centimani, gli dei della
terza generazione creano a loro volta, unendosi con dee, ninfe e donne, una stirpe divina di
cui fanno parte Atena e Apollo, Ermes e Artemide e molti altri; e in concordia tutti abitano
l'Olimpo. Infine il pomea si conclude con l'elenco delle dee che si unirono a uomini
mortali. Particolare importanza ha l'ampio proemio dedicato alle Muse, un vero e proprio
inno che contiene in sè un racconto, notevolissimo perchè per la prima volta un poeta greco
parla di sè stesso, e per la significativa opposizione della sua poesia che canta la verità a
quella omerica che cantava «menzogne simili al vero». La Teogonia ha una stretta unità
pur essendo apparentemente "spezzata" dagli episodi: essa non vuole essere soltanto un
elenco di generazioni diverse, ma una storia degli dei dall'origine del mondo al regno di
Zeus. Si nota la stretta connessione con la cosmogonia, da cui la teogonia (intesa come
generazione degli dei) dipende come secondo momento dall'origine dell'universo e
dall'uomo; e questo accade non solo perchè la nascita degli dei segue quella formazione del
cosmo, ma anche perchè la narrazione tende a mettere un ordine nel mondo divino. L'opera
di Esiodo non nasce quindi da un intento religioso, ma piuttosto dall'esigenza di un
ingenuo razionalismo che si propone di dare un ordine ad un sistema di conoscenze. Con
Esiodo si presenta nella civiltà greca il primo uomo che manifesti un personale panorama
di pensieri e di convinzioni, in cui la meditazione individuale si confronta con i dati della
tradizione per costituire un'interpretazione dell'universo e dell'esistenza umana.
Diverso è il discorso per quanto riguarda Polibio, considerato il più grande storico della
letteratura greca assieme a Tucidide e Erodoto. La sua concezione storica si discostava in
parte dai suoi predecessori; egli riteneva la storia "pragmatica", fondata ovvero sull'analisi
dei fatti e nata dalla perfetta coesione di verità e obiettività. Ad essa sono estranee le
genealogie e le storie di origini e fondazioni; il compito dello storico infatti è unicamente
la ricerca della verità obiettiva. Questa concezione della storia è in stretto rapporto con la
finalità che Polibio assegnava ad essa, ossia l'utilità pratica. L'esatta conoscenza dei fatti
politici e militari servirà all'uomo di stato e al condottiero di eserciti per valutare al meglio
le situazioni sulla base delle analogie con gli avvenimenti del passato. Il suo valore è
dunque essenzialmente formativo, e perchè l'indagine storica realizzi tutta la sua intrinseca
utilità, occorre che essa guidi a comprendere le cause di ciò che è accaduto. Un'altro
requisito essenziale della storia è il suo carattere universale: essa deve coordinare in una
visione completa i fatti dell'intera terra abitata. E secondo Polibio Roma era il centro del
mondo da cui si emanavano e verso cui si concentravano tutti gli avvenimenti e gli eventi
storici dell'allora mondo conosciuto. Lo splendore di Roma, sempre secondo lo storico, era
dovuto alla sua organizzazione politica, ossia la costituzione mista in cui erano presenti in
perfetta armonia la monarchia (i consoli), l'aristocrazia (il senato) e la democrazia (gli
organi popolari). Ciò fa parte del cosiddetto processo dell' anaciclosi (in greco
Аνακύκλωσις), ossia il ritorno ciclico delle costituzioni; da un apparente ordine dato dalla
monarchia si sofcia nel caos che la tirannide porta con sè, cosi come dall'aristocrazia
all'oligarchia o dalla democrazia all'oclocrazia. La teoria riprende anche il principio di
decadimento in base al quale ogni cosa prodotta dall’uomo è destinata a degenerare.
Quindi ogni sistema politico è destinato a svilupparsi, a degenerare e ad essere superato,
finché il ciclo non ricomincerà. La monarchia è ritenuta platonicamente la forma di
governo “naturale”, l’uomo d’innanzi al caos del mondo cerca in qualche modo l’ordine e
il riconoscimento di individualità, per cui trova sfogo a queste necessità oggettivando le
stesse necessità verso un uomo capace e “giusto”. Primitivamente la monarchia era scelta
come forma di governo “migliore e giusta” in quanto adatta al contesto storico in cui si
manifestava. Tuttavia questa forma governativa è soggetta ad una deformazione essenziale
trasformandosi in tirannia, caratterizzato dall’egoismo dispotico. Per cui la stessa tirannia
verrà soppiantata dal governo dei cittadini “giusti” ovvero l’aristocrazia, ma l’inevitabile
essenza egoistica dell’uomo porterà alla degenerazione anche l’aristocrazia che si
trasformerà in oligarchia. Il “governo dei pochi” verrà capovolto dal popolo con sete di
potere, che istituirà la forma più sviluppata di governo ovvero la democrazia. La
democrazia, tuttavia, sarà a sua volta deformata nella propria essenza dalla massa e dai
demagoghi che la trasformeranno in oclocrazia. La stessa oclocrazia, ultimo anello del
ciclo, riporterà le istituzioni al punto iniziale. L’anaciclosi di Polibio la si può
contestualizzare e storicizzare individuando l’origine del Totalitarismo. Anche una
costituzione mista come quella romana, che egli ammirava, alla fine però degenera, e
anche quel capolavoro sarebbe finito. Questo elemento attenua quella sterminata
ammirazione dì Polibio per lo stato romano. Con l'anaciclosi, Polibio sembra voler dire ai
potenti che si avvicendano nella storia, di evitare di cadere nella tentazione dell'orgoglio,
proprio perché è soprattutto la fortuna che ha dato ai romani questi benefici e, proprio
perché si ottengono per mezzo della fortuna, tali benefici sono provvisori. E significativo
che Polibio riporti la notizia che Scipione, distrutta Cartagine, pianse per la sorte dei suoi
nemici. Polibio commenta che piangendo, Scipione capì che la sorte degli Stati, come
quella di tutti gli uomini mortali, muta col tempo e, piangendo su Cartagine ormai distrutta,
Scipione pensava a quando sarebbe accaduta la stessa sorte anche a Roma. Riportando
quest'episodio, Polibio mostra di avere una concezione della storia, molto più universale di
quanto lui stesso, con la sua narrazione dei fatti di Roma, ci aveva indotto a credere, aveva
quindi compreso quali sono i ritmi della storia.

Il "caos" delle Metamorfosi di Apuleio e la critica petroniana al caos della società


Poche e incerte sono le notizia giunte fino a noi sulla figura di Petronio, che non ci
permettono di collocare con certezza l'autore e la sua opera, il Satyricon, all'interno della
cronologia della letteratura latina. Contrastanti le due tesi: quella "unionista" lo vuole
vissuto nell'età di Nerone e lo identifica con il Petronio citato da Tacito in un celebre passo
degli Annales; quella "separatista" invece sposta la composizione dell'opera a un'età più
tarda, che alcuni fanno coincidere con l'eta dei Flavi, altri con quella degli Antonini, altri
ancora con quella dei Severi. Duplice era il livello di lettura che Petronio volle dare
all'opera: uno era infatti superficiale, raggiungibile da tutti; l'altro era invece sottointeso,
simbolico, compreso solo dagli esperti letterari. Il Sayricon è un racconto, o meglio, un
romanzo latino che narra le avventure di Encolpio in forma autobiografica. Il racconto,
incompleto, può essere suddiviso in cinque blocchi. Encolpio, il giovane protagonista,
racconta le avventure alle quali è andato incontro durante un viaggio fatto in compagnia
del giovane Gìtone di cui è innamorato e dell'amico Ascilto, in una Graeca Urbs dell'Italia
meridionale (da alcuni identificata con Pozzuoli). Dopo una discussione con il retore
Agamennone sul tema della decadenza dell'eloquenza, i tre iniziano a vivere le avventure
più disparate. Vengono anche accusati di aver offeso il dio Priapo in persona, avendo
interrotto un rito in suo onore. Costretti quindi a rimediare al sacrilegio, sono coinvolti in
un'orgia purificatrice, durante la quale subiscono estenuanti prove erotiche. Inizia allora il
racconto della "cena" a casa di Trimalchione, episodio centrale dell'opera, di cui occupa
quasi la metà. Ospiti, oltre ai tre ragazzi, sono vari personaggi del rango di Trimalchione,
liberto arricchitosi, che fa sfoggio con ostentata esagerazione delle sue ricchezze. La
conversazione fra i convenuti verte su argomenti comuni (il clima, i tempi, i giochi
pubblici, l'educazione dei figli), ma offre uno spaccato vivace e colorato, non senza punte
di chiara volgarità, della vita di quel ceto sociale. In seguito, Encolpio, allontanatosi dagli
altri due compagni, incontra Eumolpo, un vecchio letterato che, notato l'interesse di
Encolpio per un quadro raffigurante la presa di Troia, gliene declama in versi il resoconto
(è la celebre Troiae halosis). I due diventano quindi compagni di viaggio, rivali in amore a
causa di Gitone e dopo una serie di avventure, che li vedono viaggiare per mare e rischiare
anche la vita, si ritrovano, insieme nella città di Crotone, dove Eumolpo si finge un vecchio
danaroso e senza figli, ed Encolpio e Gitone si fanno passare per i suoi servi: così essi
scroccano pranzi e regali dai cacciatori di eredità. Nei frammenti successivi, Eumolpo
recita un brano epico, in cui viene descritto il Bellum civile ("La guerra civile") fra Cesare
e Pompeo e successivamente si legge di Encolpio che, per l'ira di Priapo, diventato
impotente, è vittima di una ricca amante che si crede disprezzata da lui e lo perseguita.
Eumolpo, invece, scrive il suo testamento dove specifica che gli eredi avranno diritto alle
sue ricchezze solo se faranno a pezzi il suo corpo e se ne ciberanno in presenza del popolo.
Il Satyricon spazia su diversi generi letterari pur ponendo le sue basi sul romanzo antico;
sono difatti presenti rapporti con la fabula milesia (Eumolpo racconta proprio due novelle
milesie durante il racconto), con il mimo (il ritratto degli aspetti più triviali della realtà
sociale), con la satira e in particolar modo con la satira menippea, riprendendo il realismo
mimetico dell'osservazione dalla prima e il gusto per la parodia e la fusione di elementi
fantastici e realistici dalla seconda, presentando grazie all'utilizzo di questi due ultimi
generi la società romana decaduta al tempo dell'imperatore Nerone. Egli però non si pone
come lo scrittore satirico tradizionale denunciano il vizio in modo da trasmettere valori
positivi, ma parla invece in maniera distaccata, non fornendo ai lettori nessuno strumento
di giudizio; il suo realismo ha l'aristocratico, lucidissimo «realismo del distacco». L'impero
vedeva salire dal sottostrato sociale una folla di sopravvenuti e liberti che "sfidavano"
classi dirigenti e i superstiti delle famiglie aristocratiche nelle quali era tradizione servire lo
Stato. Per Petronio, la società in cui egli vive è affondata nel caos più totale a causa del
decadimento dei valori morali, piena di corruzzione e di personaggi squallidi e anonimi che
traggono soddisfazione solo dai piacere esistenziali. Nessun ordine si può dare in una
soscietà dove tutto è il contrario di tutto, dove la tragedia diventa grottesca e comica, la
diversità è conformismo.
Un'altra grande opera molto simile al Satyricon di Petronio per la sua vastità, che si
avvicina anch'essa al genere del romanzo, è le Metamorfosi di Apuleio, unico romanzo
latino giuntoci per intero. Undici sono i libri dell'opera (come si evince dal titolo originale,
Meatamorphoseon undicim libri); i primi tre sono occupati dalle avventure del
protagonista, il giovane Lucio, prima e dopo il suo arrivo a Hypata in Tessaglia. Coinvolto
già durante il viaggio nell'atmosfera carica di mistero che circonda il luogo, il giovane
manifesta subito il tratto distintivo fondamentale del suo carattere, la curiosità, che lo
conduce ad incappare nelle trame sempre più fitte di sortilegi che animano la vita della
città. Ospite del ricco Milone e di sua moglie Pànfile, esperta di magia, riesce a
conquistarsi i favori della serva Fotide e la convince a farlo assistere di nascosto a una
delle trasformazioni cui si sottopone la padrona. Alla vista di Pànfile che, grazie a un
unguento, si muta in gufo, Lucio prega Fotide che lo aiuti a sperimentare su di sé tale
metamorfosi. Fotide accetta, ma sbaglia unguento, e Lucio diventa asino, pur mantenendo
la ragione umana. È questo l'episodio-chiave del romanzo, che muove il resto
dell'intreccio. Lucio apprende da Fotide che, per riacquistare sembianze umane, dovrà
cibarsi di rose: via di scampo che, subito cercata, è rimandata sino alla fine del romanzo da
una lunga serie di peripezie che l'asino incontra. La seconda sezione del romanzo
comprende le vicende dell'asino rapito da un gruppo di briganti, il suo trasferimento nella
caverna montana dove essi abitano, un tentativo di fuga insieme a una fanciulla loro
prigioniera, Càrite, e la liberazione finale dei due ad opera del fidanzato di lei che,
fingendosi brigante, riesce a ingannare la banda. Il racconto principale diviene cornice di
un secondo racconto, ossia della celebre favola di Amore e Psiche narrata a Càrite dalla
vecchia sorvegliante. Nei libri successivi, ad esclusione dell'ultimo, riprendono le
tragicomiche peripezie dell'asino, che passa dalle mani di sedicenti sacerdoti della dea
Siria, dediti a pratiche lascive, a quelle di un mugnaio che è ucciso dalla moglie, a quelle di
un ortolano poverissimo, di un soldato romano, di due fratelli, l'uno cuoco e l'altro
pasticciere. Ovunque l'asino si trova, osserva e registra azioni e intenzioni con la sua mente
di uomo, spinto sia dalla curiosità, sia dal desiderio di trovare le rose che lo liberino dal
sortilegio. Della sua natura ambivalente si accorgono per primi il cuoco e il pasticciere,
scoperta che mette in moto la peripezia finale. Informato della stranezza, il padrone dei due
artigiani, divertito, compra l'asino per farne mostra agli amici. In un crescendo di
esibizioni, Lucio riesce a sfuggire, a Corinto, dall'arena in cui è stato destinato a
congiungersi con una condannata a morte, e nella fuga raggiunge una spiaggia deserta dove
si addormenta. Il brusco risveglio di Lucio nel cuore della notte apre l'ultimo libro. La
purificazione rituale che segue e la preghiera alla Luna preparano il clima mistico che
domina la parte conclusiva: Lucio riprende forma umana il giorno seguente, mangiando le
rose di una corona recata da un sacerdote alla sacra processione in onore di Iside, secondo
quanto la stessa dea gli aveva prescritto, apparendogli sulla spiaggia. Grato alla dea, Lucio
si fa iniziare al culto di Iside a Corinto, ma si stabilisce successivamente a Roma per volere
di Osiride. Il caos è protagonista totale del romanzo di Apuleio, sconvolge completamente
le vita del protagonista, ed è l'elemento fondamentale che alimenta le continue peripezie e
le interminabili vicissitudini che Lucio è costretto ad affrontare e a sopportare, dovute
anche e soprattutto alla curiositas che Lucio ha innata. Ma la presenza del caos è in
qualche modo “mediata” dall'ordine che la trasformazione ha mantenuto; difatti, anche se
non in grado di cambiare volontariamente le sue sorti, Lucio ha conservato il raziocinio
umano, la possibilità di valutare ogni situazione alla quale è sottoposto, di poter decidere
quale sia la soluzione migliore in determinati casi; e la vittoria finale spetta proprio
all'ordine, che riesce ad avere la meglio sul caos, e permette quindi a Lucio il ritorno alla
normalità.
La speculazione filosofica: caos e ordine, opposti ma indissolubili?
Storicamente, l'indagine filosofica si è orientata fin dagli inizi verso la ricerca di un ordine
cosmico. Basti pensare che già Talete, Eraclito, Anassagora e altri erano giunti alla
formulazione di una dottrina sull'ordine, o nella loro dottrina filosofica era comunque
presente qualche elemento che poteva riamandare ad esso. Diverso discorso va fatto per
Platone, il quale non ha potuto condurre ad una piena coerenza logica la tesi relativa
all'ordine universale, impedito dalla dottrina delle idee e dall'eternità della materia. Lo
stesso limite storico è presente in Aristotele; egli individua nell'ordine la caratteristica dei
fenomeni naturali o vi assegna come causa la materia stessa. L'applicazione della nozione
di ordine comporta una gamma che va dall'universo e dalle diverse parti dell'universo
all'essere particolare. Aristotele pone il fondamento metafisico dell'ordine, per cui l'essere
risulta interiormente fissato, strutturato, determinato, cioè ordinato in se stesso e
finalizzato, in modo da costituire un nucleo essenziale di realtà dal quale si irradiano
rapporti molteplici e reciproci verso gli altri enti; l'unità ontologica di ciascun ente è data
appunto dal suo contenuto intellegibile. Successivamente invece, nel pensiero cristiano, la
visione di un ordine universale, investe tutti gli aspetti del mondo e della vita. S. Agostino
ad esempio, oltre a riservare all'ordine una trattazione a parte, elabora una dottrina della
verità cioè dell'intellegibile, nella quale è posto il fondamento più solido per una nozione
coerente di ordine. Nella filosofia di S. Tommaso invece trovano pieno sviluppo i motivi
aristotelici sottratti ai loro limiti storici per influsso del concetto di creazione, e la dottrina
dell'ordine occupa una posizione centrale. Gradualmente sottratto all'affermazione della
trascendenza, l'ordine nella filosofia moderna viene legato al meccanismo dei processi
naturali o alla funzione organizzatrice della ragione. Una fondamentale nota deterministica
caratterizza il naturalismo rinascimentale. Per Telesio il principio dell'autonomia della
natura si può coinciliare con un'azione divina che costituisce la garanzia dell'ordine
naturale; per Giordano Bruno Dio non si distingue dall'ordine naturale; per Campanella
l'azione divina va molto al di là di una semplice garanzia dell'ordine naturale, essendo la
natura statua e immagine di Dio; pertanto lo sbocco del naturalismo rinascimentale è
l'eliminazione di ogni considerazione finalistica del mondo naturale. Dopo Leonardo,
Galilei e Bacone, Cartesio rappresente la fase conclusiva del processo che conduce
progressivamente al ripudio delle forme sostanziali e al meccanicismo, nel quale il
principio intellegibile dell'ordine viene sostituito con il principio della deducibilità di una
cosa da un'altra. In Kant la nozione di ordine si collega al tentativo di superare l'alternativa
fra causalità meccanica e finalità. Nonostante che l'universale sia intuito nel particolare
mediante l'applicazione della rispettiva categoria ai dati della sensibilità, la mente avverte,
secondo Kant, la necessità che l'universale sia sotteso al particolare; tale necessità, non può
essere tuttavia espressa da un concetto, ma dal sentimento. Perciò l'intelletto o la ragione
trovano una specie di intermediario nella «facoltà di giudicare», la quale è da considerarsi
come una disposizione soggettiva, senza aspetto determinato, la cui inclinazione è di
trattare di fatto la natura come se questa recasse una intellegibilità (finalità) immanente.
Quanto si dice della finalità, si dice dell'ordine che ne deriva: questo non può essere
considerato appartenente all'ordine della natura, che richiede principi determinanti;
appartiene, soltanto, alla critica del giudizio riflettente. La dottrina dell'ordine, con Hegel,
s'inserisce nella più sistematica visione immaneantistica. E infatti l'impegno di riportare la
molteplicità all'unità, cioè di giungere ad una certa interpretazione dell'ordine, pervade
tutto il pensiero hegeliano: egli tende a conferire un significato permanente antropomorfico
al concetto di ordine implicato nella prova teologica, in quanto tutte le prove dell'esistenza
di Dio non sono puri prodotti dell'attività razionale, ma altrettanti gradi di sviluppo della
coscienza religiosa. Nella filosofia dell'esistenza, si ha tuttavia una negazione radicale
dell'ordine, per l'opposizione a qualsiasi elemento intellegibile, essenzialistico, fondamente
agli effetti di un coerente concetto di ordine. Basti pensare al pensiero di Nietzsche
secondo il quale la realtà è generata dall'incontro-scontro di due principi opposti, il caos e
l'ordine, che egli individua rifacendosi alla mitologia greca rispettivamente nelle divinità di
Dioniso e Apollo. L'alternarsi dei due elementi, apollineo e dionisiaco, è all'origine non
solo della vita, essi sono un binomio inscindibile che caratterizza anche l'interiorità
dell'uomo; l'uno è necessario e allo stesso tempo bisognoso dell'altro. Tuttavia non possono
mai coinciliarsi e fondersi in un unico principio: mantengono sempre la loro natura
distinta.

L'avvento del fascismo e del nazismo: tentativi di ordine che sfociano in caos.
Come gran parte degli avvenimenti storici (basti pensare alle due guerre mondiali e alla
rivoluzione russa, scoppiate dal caos creatosi precedentemente, o alla rivoluzione francese,
e via dicendo) anche l'avvento del Fascismo in Italia e degli stati totalitari in Europa portò
da una situazione di ordine stabilitasi negli anni 20, dopo la prima guerra mondiale, a
quello che fu il caos totale che sconvolse nuovamente gli equilibri politco-sociali mondiali
e portò alla seconda guerra mondiale. Il Fascismo tentò di costruire un regime totalitario,
ma il suo progetto si realizzò solo in parte. Furono soprattutto il potere tradizionale della
Chiesa Cattolica e il ruolo istituzionale della monarchia a costituire gli ostacoli principali
dell'espansione e al consolidamento dell'egemonia fascista nella società italiana. A questi
due ostacoli si aggiunsero poi anche le conseguenze degli insuccessi economici, la
resistenza all'impopolare alleanza con la Germania nazista e il diffuso rifiuto delle leggi
razziali. Così, alla vigilia della seconda guerra mondiale, il regime appariva già
profondamente indebolito e l'apparente ordine stbilitosi durante gli anni precedenti si era
tramutato in caos, che avrà il suo culmine nell'esito disastroso della guerra. La venuta dei
regimi totalitari si colloca cronologicamente dopo la prima guerra mondiale, la quale aveva
segnato profondamente l'Europa. Il movimento dei "fasci di combattimento" venne
fondato nel marzo del 1919 a Milano da Benito Mussolini, socialista e direttore del
quotidiano l'"Avanti". Le radici del fascismo, come degli altri "cugini" europei, vanno
individuate nella profonda crisi che la società italiana, e più generalmente quella europea,
stava vivendo; la paura della rivoluzione russa indusse Benito Mussolini ad abbandonare il
programma socialista ponendosi in chiara chiave anti-socialista. Nel 1914 era stato infatti
espulso dal partito per aver preso posizioni interventiste nella discussione riguardante
l'entrata in guerra dell'Italia, nel primo conflitto mondiale. Si era poi avvicinato al
nazionalismo facendo agitazione politica nel suo quotidiano. Il programma iniziale dei
fasci era repubblicano ed anticlericale apparentemente ultrademocratico. Ma in realtà si
trattava di un programma basato sulla demagogia, che nascondeva un carattere nettamente
antidemocratico e antisocialista. Le milizie fasciste furono appoggiate da buona parte
dell'apparato statale, che vedeva nel Duce il restauratore dell'ordine. Alla strategia della
violenza Mussolini associò infatti astutamente una "strategia della legalità", che consisteva
nel proporsi alla classe dirigente italiana come l'unico uomo capace di portare alla
normalità il Paese. Mussolini non sarebbe mai riuscito a trasformare la violenza squadrista
in forza politica se il ceto dirigente liberale non avesse iniziato a guardare il fascismo come
uno strumento utile per risolvere la crisi italiana. In quel periodo il Paese visse una crisi
perché non si riuscivano a formare alleanze di governo stabili per reggere il Paese, tanto
che si susseguirono sei diversi governi. Alle elezioni del 1921 si formarono dei blocchi
nazionali comprendenti liberali, nazionalisti e fascisti. I fascisti ottennero però solo 35
seggi, e Mussolini non riuscì nell'impresa di salire al governo. Ma nell'anno successivo i
fascisti organizzarono la famosa Marcia su Roma, che ottenne sorprendentemente
l'appoggio del re, il quale affidò il governo nelle mani di Mussolini. La marcia su Roma e
l'affidamento del governo a Mussolini rappresentarono il crollo delle istituzioni liberali e
democratiche. Ma l'avvento del fascismo fu reso possibile dall'appoggio che esso ottenne
dagli agrari e dagli industriali, che lo vedevano come uno strumento di repressione del
movimento operaio e contadino. Mussolini per riuscire a far operare il fascismo sul piano
della legalità aveva trasformato il movimento dei fasci di combattimento in Partito
Nazionale Fascista, con un programma che prevedeva uno Stato forte e la limitazione dei
poteri parlamentari; esaltava la nazione, e vietava lo sciopero nei servizi pubblici,
proponeva la restituzione ai privati di servizi essenziali gestiti dallo Stato (ferrovie,
telefoni) e per rendersi credibile agli occhi del sovrano e dagli ambienti legati alla
monarchia abbandonava ogni ipotesi repubblicana. Dopo le elezioni del 1924, un netto
passaggio verso la dittatura fu rappresentato dal delitto Matteotti. L’esponente socialista
riformista Giacomo Matteotti, dopo aver denunciato i brogli che avevano accompagnato le
elezioni del 1924, venne rapito da una squadra fascista ed il suo cadavere fu rinvenuto il 16
agosto 1924. Il delitto destò un grande scalpore, ma Mussolini non sembrò minimamente
preoccupato anzi, nel famoso discorso del 3 gennaio 1925 si assunse la responsabilità
politica, morale e storica del delitto. Con tale discorso il parlamento veniva di fatto
esonerato e la legalità costituzionale sospesa. Il progetto politico di Mussolini a partire dal
1925, superata la crisi del delitto Matteotti, si concentrò sulla fascistizzazione dello Stato e
della società civile, cioè all’ideologia fascista e a tutte le forme di vita associate. Punto di
partenza di tale trasformazione furono le leggi fasciste. Con esse il capo del governo fu
reso responsabile solo di fronte al re, non più di fronte al parlamento; fu soppressa la
libertà di associazione, tagliando fuori tutti i partiti politici ad eccezione di quello fascista;
furono chiusi i giornali antifascisti e tutta la stampa vene sottoposta ad un severo controllo,
al fine di controllare l’opinione pubblica; fu istituito il tribunale speciale per la difesa dello
Stato. Questi provvedimenti abolirono di fatto la libertà democratica e la dialettica politica,
il potere legislativo risultò subordinato all’esecutivo ed il parlamento finì per assumere una
funzione puramente decorativa. Non mancarono in Europa movimenti fascisti e filofascisti
che guardavano con ammirazione l'ideologia autoritaria del regime italiano. Il più famoso
fu il NSDAP (Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori) di Adolf Hitler il quale
riuscì successivamente, nonostante le iniziale divergenze del Duce, a portare l'Italia nella
cerchia degli alleati della Germania nazista. Simili a quelle italiane le motivazioni che
portarono all'affermazione di Hitler: la crisi economica del dopoguerra, l'inflazione che
faceva lievitare i prezzi e diminuire il potere d'acquisto dei salari, la diffusa
disoccupazione; tutto ciò alimentava il desiderio che qualcosa o qualcuno rianimasse lo
stanco spirito tedesco. Hitler era la persona adatta: credeva in una razza conquistatrice e
superiore progressivamente inquinatasi per la commistione con le razze "inferiori" e il
popolo in cui l'arianesimo si era conservato era quello tedesco, che aveva il compito di
governare sul mondo. L'indubbia capacità di controllare i fattori emozionali e irrazionali
delle masse e della politica, alternando follia razzista e promesse di prosperità e di
prestigio nazionale, affermò Hitler come un capo carismatico appoggiato da un larghissimo
consenso. Egli fece del nazismo un'efficiente macchina burocratica e militare, in grado di
utilizzare tutte le risorse della moderna società industriale e tecnologica per assicurare la
supremazia sul resto del mondo e garantirne la purezza etnica. L'ordine apparentemente
instaurato dal regime fascista, ma soprattutto nazista, si tramuta nel caos che dopo solo tre
decenni dalla prima guerra mondiale, sconvolgerà nuovamente la stabilità globale.

Luigi Pirandello: un figlio del Caos.


«Io son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché sono nato in
una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco denominato, in forma
dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti, corruzione dialettale del genuino e antico
vocabolo greco Χάος".»

Così si definiva. Luigi Pirandello non su soltanto quel narratore e quel drammaturgo che
sappiamo, ma fu anche dotato di una sorprendente coscienza critica e autocritica, come
dimastrano i suoi numerosi interventi sulla letteratura contemporanea e vari saggi critici.
Nel saggio L'umorismo (1908), scritto quando egli aveva già dato parecchie prove della sua
qualità di narratore, Pirandello ci dà una chiave di lettura della sua opera quando dichiara
che essa nasce in lui dal «sentimento del contrario» e chiarisce che con questa definizione
si deve intendere la capacità o meglio la vocazione a cogliere i molteplici e contrastanti
aspetti della realtà, a scinderne e isolarne le varie e contraddittorie componenti, ad andare
al di là di ciò che in un primo momento cade sotto i nostri sensi; la realtà è quindi tante
cose, tante (e contraddittorie) realtà nello stesso tempo. Come nella narrativa, così nel
teatro Pirandello disarticola le strutture tradizionali: nei drammi in cui egli attua
l'avanguardistica tecnica del "teatro nel teatro", crolla una convenzione sulla quale da
sempre il teatro si era retto. La sua poetica si basa su alcuni nuclei concettuali, fra cui il
vitalismo e il caos della vita. Il vitalismo è la tesi secondo cui la vita non è mai statica nè
omogenea, ma consiste in un'incessante trasformazione da uno stato all'altro. Nella vita e
nel suo flusso eterno, Pirandello avverte da un lato disordine, csualità e caos, dall'altro
percepisce disgregazione e frammentazione. Ciò comporta un radicale relativismo
conoscitivo: ognuno ha la sua verità, che nasce dal suo modo soggettivo di vedere le cose;
da ciò deriva un'inevitabile incomunicabilità tra gli uomini, dato che ciascuno fa
riferimento alla realtà come gli appare non sapendo come sia per gli altri, accrescendo così
il senso di solitudine dell'uomo, che scopre di non essere nessuno. Nell'opera umoristica
invece, la riflessione giudica il sentimento, analizzandolo e scomponendolo. Il dato
caratterizzante dell'umorismo è il sentimento del contrario, che permette di cogliere il
carattere molteplice e contraddittorio della realtà e di vederla sotto diverse prospettive
contemporaneamente; accanto al comico è sempre presente il tragico, dal quale non può
mai essere separato. Egli inoltre non considera autentici i rapporti sociali, rifiuta le forme e
le ipocrisie imposte dalla società; il pessimismo dell'autore è palese anche nelle sue opere,
dove i personaggi sono sempre posti in situazione paradossali, svelando così la
contrddittorietà dell'esistenza umana. In questo senso si spiega la sua adesione al fascismo,
che è una partecipazione opportunistica e rispecchia il suo modo di intendere la politica. La
crisi delle certezze, presente sia sotto forma filosofica che letteraria nelle opere di
Pirandello, trova piena espressione nel problema riguardante l'identità dell'uomo. La novità
dell'opera dello scrittore e la sua visione tragica della vita derivano da una concezione
dell'esistenza vista come caos inspiegabile: se l'universo è una realtà dominata dal caso,
trasversalmente l'uomo stesso è una realtà cangiante, che muta in ogni situazione sociale,
composta da instabili frammenti di identità. Luigi Pirandello sembra voler dimostrare che
il caos predomina sui progetti, nobili e meno nobili, e sulle aspirazioni, legittime o
inconfessabili, di tutti. Nel microcosmo della famiglia come nel macrocosmo della politica;
negli ambienti dell'aristocrazia come in quelli della borghesia e della plebe, persino
(caos=pazzia) a livello della fisiologia e dei sentimenti. Unico ordine, unico “disegno” che
possiede una possibilità di concretizzarsi è uno stato di disordine incontrollabile in cui gli
spiriti, per quanto nobili, vengono trascinati nella polvere, i migliori propositi hanno esiti
devastanti e i desideri più innocenti e puri sfociano nella follia.

L'arte: rinasce dalle sue ceneri grazie al conflitto tra ordine e caos.
Più che in qualsiasi altra epoca della storia, nel nostro secolo il mondo si occupa dell'arte;
sono tuttavia diffuse la consapevolezza e la preoccupazione di una profonda e irreversibile
crisi. L'arte secondo alcuni non avrebbe più una funzione concreta, non comunicherebbe
più nulla che la società possa recepire e utilizzare; la crisi non colpisce soltanto l'arte "del
presente" ma anche quella del passato, poichè se essa non continuerà, tutto quello che ci
rimane dell'arte del passato e che costituisce una notevole parte della nostra vita, finirà per
essere abbandonato, rinunciando così non solo al patrimonio artistico, ma soprattutto alla
storia di cui i monumenti e le opere d'arte sono documenti. Esclusa l'arte come operazione
e posta come concetto, la situazione dovrebbe essere quella prevista da Hegel, quando ha
annunciato come inevitabile la morte dell'arte e la sua assunzione al livello della scienza e
della filosofia dello spirito assoluto. L'arte costituisce dunque uno dei problemi più grandi
del XIX e del XX secolo, ma cade in quel caos "positivo" che è un elemento fondamentale
per essa e per la sua rinascita: dalla contrapposizione di ordine e caos nascono nuovi
movimenti, nuove teorie. L'arte nasce così dal caos interiore dell'artista che cerca di
mettere ordine in sè stesso e dipinge in base ai suo stati d'animo, che possono essere
"caotici" o "ordinati", e si ripercuotono sull'opera; l'artista raffigura personaggi, paesaggi,
oggetti, situazioni dove il caos e l'ordine sono i veri protagonisti e tutto il resto è solo
antagonismo. L'arte è il vero oggetto di ricerche filosofiche, storiche, scientifiche,
sperimentali. Ha la grande capacità di riuscire a creare attorno a sè caos e ordine allo stesso
tempo, sconvolgendo o mettendo tutti d'accordo con una sola opera. Nascono così una
serie di movivmenti artistici che caratterizzano i primi decenni del 900. Il Dadaismo ad
esempio; a differenza delle altre correnti, che comunque nascono da una volontà di
conoscere, interpretare la realtà e parteciparne, il movimento Dada è contestazione totale di
tutti i valori, a cominciare dall'arte. Secondo i dadaisti stessi, il dadaismo non era arte, era
anti-arte, tentando così di combattere l'arte con l'arte. Per ogni cosa che l'arte sostenesse, il
Dadaismo rappresentava l'opposto. Se l'arte prestava attenzione all'estetica, Dada ignorava
l'estetica; se l'arte doveva lanciare un messaggio implicito attraverso le opere, Dada tentava
di non avere alcun messaggio (infatti l'interpretazione di Dada dipende interamente dal
singolo individuo); se l'arte voleva richiamare sentimenti positivi, Dada offendeva.
Attraverso questo rifiuto della cultura e dell'estetica tradizionali i dadaisti speravano di
distruggere se stessa, ma, ironicamente, Dada è diventato un movimento che ha influenzato
l'arte moderna. Un altro movivmento che influenza particolarmente i primi anni del 900 fu
il surrealismo che ebbe come esponente di spicco Salvador Dalì, e che coinvolse non solo
l'arte, ma anche la letteratura e il cinema; la caratteristica comune a tutte le manifestazioni
surrealiste è la critica radicale alla razionalità cosciente e la liberazione delle potenzialità
immaginative dell'inconscio per il raggiungimento di uno stato conoscitivo "oltre" la realtà
(sur-realtà) in cui veglia e sogno sono entrambe presenti e si conciliano in modo armonico
e profondo. Il Surrealismo è certamente la più 'onirica' delle manifestazioni artistiche,
proprio perché dà accesso a ciò che sta oltre il visibile. Il pensiero surrealista si manifestò
spesso come ribellione alle convenzioni culturali e sociali, concepita come una
trasformazione totale della vita, attraverso la libertà di costumi, la poesia e l'amore.
L'inconscio non è solo una dimensione psichica che l'arte esplora più facilmente a causa
della sua familiarità con l'immagine, ma è la dimensione dell'esistenza estetica, quindi la
dimensione stessa dell'arte. Se la coscienza è la regione del distinto, l'inconscio è la regione
dell'indistinto: quella in cui l'essere umano non oggettiva la realtà ma è tutt'uno con essa.
Nel passaggio dagli anni Dieci ai Venti si verifica però, in tempi e con modalità diverse nei
diversi contesti culturali europei, anche un cambiamento di linguaggio artistico: molti
artisti, infatti, in Francia come in Germania, in Italia come in Inghilterra, lasciano le
sperimentazioni formali che avevano caratterizzato la grande stagione della avanguardie
storiche – espressioniste, cubiste, futuriste – per ritrovare una maniera dalle apparenze più
“tradizionali”, variamente definita in termini di classicismo o neoclassicismo, realismo,
verismo, nuova oggettività. A indicare tale tendenza, al suo interno molto variegata, si
ricorre all’espressione “ritorno all'ordine”, un'arte che dopo le eccessive sperimentazioni
dei movimenti futuristi e cubisti, torna ad avere di nuovo come supremo riferimento la
purezza delle forme e l'armonia nella composizione. Lo stesso teorizzatore, Carlo Carrà, ci
giunse solo dopo aver avuto esperienze sia futuriste che cubiste. Egli è il principale
esponente, assieme a Giorgio De Chrico, della pittura metafisica del primo Novecento, che
si ricollega quindi al ritorno all'ordine. De Chirico aveva opposto all'avvenirismo futurista
l'idea di un'arte al di sopra della storia, metafisica, o di una classicità assoluta, al di fuori
del tempo. L'arte insomma, non vuole avere niente a che fare con il mondo presente, non
battersi per nessuna causa, non sposare alcuna ideologia, vuol essere soltanto se stessa,
anche se la sua manifesta assenza darà a un mondo fin troppo vivo un senso di morte.
L'arte è pura metafisica, non ha legami con la realtà naturale o storica che sia. La sua
presenza è ambigua, contradditoria. Colloca forme senza sostanza vitale in uno spazio
vuoto e inabitabile, in un tempo che non è eterno. Per De Chirico l'arte non rappresenta nè
interpreta nè muta la realtà: si pone come un'altra realtà, metafisica e metastorica. Il
passaggio di Carrà dal Futurismo alla Metafisica, è dovuto al fatto che Carrà capisce la
posizione più estremista della Metafisica, che con il suo ostinato silenzio è più
rivoluzionaria del Futurismo e il suo chiasso polemico. Inserito nel processo storico,
l'immobilismo metafisico si traduce in forza frenante. La ruota della storia inizia a girare
ma all'indietro: il processo involutivo, il piano inclinato non inizia con De Chirico ma con
Carrà; proprio perchè Carrà non osa negare tutta l'arte moderna dall'Impressionismo al
Cubismo. L'arte riesce così a rinascere pur essendo in una situazione di caos totale,
riuscendo a superare grazie ad esso la crisi nella quale era caduta. Probabilmente è un ciclo
continuo, come avvenne con la crisi dell'arte medievale che si risollevò grazie all'ordine
che le fu ridato.

Bibliografia
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enciclopedico italiano, 1949
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Giardina A. & Sabbatucci G. & Vidotto V., Prospettive di storia – Dal 1900 a
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Guglielmino & Grosser, Il sistema letterario - Novecento, Milano, Principato, 1989
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