Scienza delle Finanze riassunti
Capitolo 2
1) Un quadro della finanza pubblica
Le amministrazioni pubbliche (AP) Sono unità istituzionali le cui funzioni principali
consistono nella produzione di beni e servizi non destinabili alla vendita,
redistribuzione del reddito e della ricchezza del paese. Il conto delle AP segue i
criteri di contabilità nazionale e consente di effettuare confronti nel tempo o tra
paesi. Le amministrazioni pubbliche si articolano in:
• Amministrazioni Centrali (AC), ossia Stato e organi costituzionali; Agenzie
fiscali (Demanio, Dogane e monopoli, Entrate); Enti di ricerca (Istat, Cnr,
Enea, ecc.); Enti produttori di servizi economici (Anas, Consip, Sogei, ecc.);
Autorità amministrative indipendenti (Agcm, Anvur, ecc.); Altri enti (Rai,
Cri, Coni, Anci, ecc.)
• Amministrazioni Locali (AL), ossia Enti territoriali (Regioni, Province,
Comuni), Aziende sanitarie locali, Ospedali pubblici, Enti di assistenza locali
(Università, Aziende diritto allo studio, altri enti assistenziali), Enti
economici locali (Camere di commercio, Comunità montane, Iacp, Ept,
Ers…)
• Enti di Previdenza (EP), ossia inps; inail; inpdap e altri
Gli aggregati di finanza pubblica sono lo stato, le amministrazioni pubbliche e il
settore pubblico. Il settore pubblico è composto da ferrovie, monopoli, poste, le
amministrazioni pubbliche e le aziende municipalizzate e regionalizzate; le
amministrazioni pubbliche sono quelle sopra riportate.
Il conto economico del bilancio delle AP segue i principi di competenza e cassa,
escludendo le partite finanziarie. Per escludere le partite finanziarie bisogna
eliminare il saldo delle partite finanziarie, ossia le entrate (derivanti da rimborso di
anticipazioni e crediti vari del tesoro) e le uscite (derivanti da acquisizioni di attività
finanziarie). Il conto economico è poi un conto economico consolidato in quando si
aggregano le entrate e le uscite delle amministrazioni pubbliche, ossia non si tiene
conto delle entrate di un ente che sono generate dalle uscite di un altro ente per
l’acquisto di un servizio o bene.
Nei conti delle AP i punti notevoli sono:
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Entrate: Peso simile di imposte dirette indirette e contributi sociali,
assenza di imposte patrimoniali (oltre a imposte locali su immobili).
Uscite: Prevalenza della spesa per prestazioni sociali monetarie, rilievo
imponente della spesa per interessi passivi, ruolo modesto degli
investimenti pubblici.
Saldi: Indebitamento netto coerente con il Psc a prezzo di un avanzo
primario pari a 1,6% del Pil.
La spesa primaria è composta soprattutto dalla spesa per il welfare (70%), inoltre vi
è una prevalenza della spesa previdenziale (pensioni, ma non solo), peso della spesa
sanitaria in linea con altri paesi, spesa per l’assistenza sottodimensionata (ma rinvio
a riclassificazione dei dati) e per l’istruzione, ruolo modesto della spesa per difesa.
Vi sono poi due indicatori importanti che riguardano le entrate, quello di pressione
fiscale che dipende dalle imposte dirette, indirette e contributi sociali, rapportate al
PIL. La pressione tributaria dipende dalle imposte dirette e indirette, rapportate al
PIL.
Le entrate hanno una dinamica particolate in quanto:
Profonda modificazione della struttura del prelievo comporta un aumento
della pressione fiscale e mutamento della composizione delle imposte
(più dirette e contributi sociali) sino alla fine degli anni 90 (entrata
nell’euro)
Situazione sostanzialmente stazionaria negli anni successivi sino alla
grande crisi.
Dopo la crisi la pressione fiscale aumenta sia per le misure di austerità,
sia, soprattutto, per il rallentamento della crescita del Pil.
Le dinamiche delle uscite sono:
Dinamica molto sostenuta della spesa sino alla crisi del 1992, in
particolare della spesa per interessi.
Spesa primaria sostanzialmente stabile dopo il 1992 sino alla grande crisi.
Dinamica favorevole della spesa per interessi dopo il 1992 (caduta dei
tassi a livello mondiale, controllo della crescita del debito).
Nella crisi aumento delle prestazioni sociali (ammortizzatori e pensioni).
Nella crisi gli indicatori fiscali espressi in % del Pil sono di difficile
interpretazione per l’andamento anche negativo del Pil.
Dopo la crisi diminuisce la spesa reale procapite; debole ripresa dal 2014.
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Le dinamiche dei saldi e del debito pubblico sono:
Negli ani 70 e 80 enormi disavanzi gonfiano il debito pubblico. Effetti in
parte nascosti dalla dinamica molto sostenuta del Pil nominale dovuta
all’inflazione
Situazione di insostenibilità finanziaria si palesa nel 1992 con una crisi
finanziaria e svalutazione. Inizio di una faticosa fase di rientro, in parte
facilitata dalla caduta dei tassi di interesse.
Nella grande crisi anche avanzi primari elevati non rallentano la crescita
del rapporto debito/Pil a causa della dinamica sfavorevole del Pil
nominale.
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2) Il bilancio dello stato e la legge di bilancio
Il bilancio dello stato è il documento contabile con il quale il parlamento autorizza il
governo a erogare le spese e incassare le entrate e ad intervenire nell’economia.
Bds è il principale protagonista della spesa pubblica in quanto, quasi il 60% delle
spese della AP passa per il BdS, ma gli obiettivi di finanza pubblica sono definiti con
riferimento ai saldi delle AP. C’è la necessità di raccordare la manovra annuale sul
BdS sia all’interno (Nota tecnico illustrativa allegata al ddl di bilancio) sia con l’Ue
(Patto di stabilità e crescita). Il Patto di stabilità e crescita sono regole da seguire a
livello europeo per armonizzare gli obiettivi degli stati membri con quelli comunitari.
il Bds è soggetto ad un sistema di verifica rigoroso, a livello europeo vengono
emanate a Febbraio le linee guida, a livello nazionale entro il 10 Aprile si redige il
documento di economia e finanza (DEF) mentre l’ufficio parlamentare di bilancio
(UPB) provvede alla validazione entro tale data del quadro macroeconomico. Il 20
Settembre l’unione europea fa le raccomandazioni, entro questa data il DEF deve
essere approvato dalle camere e seguendo le raccomandazioni si può redigere la
nota di aggiornamento del documento di economia e finanza (NADEF), soggetto a
validazione del quadro macroeconomico da parte dell’UPB. Entro il 15 e il 20
Ottobre viene presentato il documento programmatico di bilancio (DPB) e il disegno
di legge di bilancio (DLB). Entro il 30 Novembre viene emanato un parere da parte
dell’unione europea che viene poi discusso in parlamento e si procede, entro il 31
Dicembre, all’approvazione del DLB.
Le principali regole derivanti dal patto di stabilità e crescita (PSC) che agiscono come
vincoli nella definizione degli obiettivi di finanza pubblica fanno riferimento alle AP e
i saldi limiti sono riferiti al valore del PIL. Tali saldi limite sono:
• Indebitamento netto /Pil
• Indebitamento strutturale / Pil
• Consistenza del debito / Pil
• Tasso di crescita della spesa / Pil
All’interno di questo quadro, non è previsto un limite specifico per il saldo del
Bilancio dello stato (saldo netto da finanziare): la manovra sui suoi conti deve essere
coerente gli obiettivi del conto della AP. Il saldo netto da finanziare viene fissato con
la Nota di aggiornamento al Def (NADEF) ed opera come vincolo alla manovra di
bilancio annuale (realizzata con la Legge di bilancio).
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Nel definire la manovra (ad es. nel corso dell’autunno 2018) una è cruciale disporre
di corretta stima del Pil atteso (ad es. 2019). Se il Pil è sovrastimato, significa (ceteris
paribus) che nel mettere a punto la manovra annuale per il 2019, sovrastimo il
gettito 2019 T=f(Y) e sovrastimo il denominatore (Pil 2019). Il rapporto effettivo (del
2019) indebitamento / Pil sarà più elevato per entrambe la ragioni. Necessità di
ulteriori manovre in corso d’anno (del 2019), al di fuori del processo di formazione
del bilancio (manovra di bilancio). Per evitare l’insorgere di questi (ed altri)
problemi, la Ue fa uno stretto monitoraggio sui criteri di costruzione delle politiche
di bilancio e delle previsioni del quadro macroeconomico («braccio preventivo»); e
si è data strumenti di controllo ex post («braccio correttivo» e relative procedure per
disavanzi eccessivi. In Italia: Introduzione di vincoli costituzionali (modifica articolo
81 della Costituzione) e sistemi di monitoraggio validati da un organismo nazionale
indipendente (UPB-Ufficio parlamentare di bilancio).
La funzione di autorizzazione del BdS è sancita dall’art. 81 della Costituzione, che
prevede che venga approvato con specifica legge (la legge di bilancio). Ci sono
diverse tipologie di bilancio:
Bilancio di previsione o bilancio consultivo: Con il bilancio di previsione dello
Stato il parlamento, che è l’organo politico, autorizza il governo, organo
amministrativo, a erogare le spese e a incassare le entrate.
Bilancio a legislazione vigente o bilancio programmatico: Il primo mostra
l’evoluzione tendenziale delle entrate e delle spese così come risulta dalla
proiezione della normativa in vigore (proiezione che viene costruita sulla base
dei parametri definiti nel Def, in coerenza con gli andamenti
macroeconomici); il secondo recepisce gli interventi necessari per correggere
le tendenze in atto e quindi mostra l’evoluzione desiderata delle entrate e
delle spese.
Bilancio annuale o Bilancio pluriennale: il bilancio di previsione è annuale, se
riguarda un solo esercizio, o pluriennale, se si riferisce a più anni.
Bilancio di competenza o bilancio di cassa: Il bilancio di previsione di cassa si
riferisce alle entrate da versare e alle spese da pagare nel corso dell’esercizio,
a prescindere dal momento in cui avvengono l’accertamento e l’impegno; Il
bilancio di previsione di competenza fa riferimento invece alle entrate che si
prevede di accertare e alle spese che si prevede di impegnare nel corso
dell’esercizio, a prescindere dal momento dell’effettivo pagamento delle
spese e dell’effettivo incasso delle entrate.
Le funzioni del bilancio sono:
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Autorizzativa: il parlamento autorizza il governo a erogare le spese e incassare
le entrate.
Allocativa è strumento della decisione politica sulla destinazione delle risorse
collettive.
Gestionale è il mezzo che consente all’amministrazione di gestire, in corso
d’anno, le risorse stanziate Informativa dà conto ai cittadini-elettori di come le
risorse vengono impiegate.
Le principali fasi delle entrate sono:
1) L’accertamento, che corrisponde al momento in cui l’amministrazione determina
sia la ragione del credito dello Stato sia la persona del debitore, e quindi iscrive
nella sua contabilità l’ammontare del credito che viene a scadere entro
l’esercizio. L’accertamento costituisce il momento in cui sorge l’obbligazione a
riscuotere.
2) La riscossione, che è la fase in cui il debitore effettua un pagamento agli appositi
agenti incaricati della riscossione da parte dello Stato.
3) Il versamento o incasso, che si verifica quando l’agente addetto alla riscossione,
che non necessariamente è un ente appartenente alle Ap, versa le somme alla
Tesoreria dello Stato: è solamente in questo momento che le somme risultano
effettivamente incassate.
Le principali fasi dell’uscita sono:
L’impegno, che si verifica quando, da un atto legale dell’autorità competente,
risulta l’obbligo di effettuare un certo pagamento (ad esempio quando nel
caso di un acquisto di materiale di consumo viene stipulato un contratto con il
fornitore), oppure quando l’amministrazione, con un atto unilaterale,
accantona le somme occorrenti per determinate spese rendendole così
indisponibili per altri fini. Contabilmente questa fase corrisponde alla
registrazione dell’operazione sul singolo stanziamento.
Il pagamento, che consiste nel passaggio materiale delle somme in questione
al creditore attraverso la Tesoreria.
Sia le entrate sia le uscite, prima di essere materialmente incassate e pagate,
debbono dunque seguire diverse fasi: una somma prevista nel bilancio non può
essere pagata se prima non è stata impegnata e, simmetricamente, un’entrata non
può essere incassata, se prima non è stata accertata. Ma, dal momento che il
bilancio si riferisce a un determinato arco temporale (l’anno), questo implica che
un’uscita che è stata stanziata può non essere impegnata nel corso dell’esercizio,
oppure che una somma che è stata impegnata può non venire pagata nel corso
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dell’anno. Analogamente un’entrata può non risultare accertata nel corso
dell’esercizio e un’entrata accertata può non essere incassata.
Quando il BdS è stato approvato, l’allocazione delle risorse per unità di voto (ad es.
322,710 milioni per il diritto allo studio) non può più essere modificata senza
passaggio parlamentare, ma c’è la possibilità di spostare risorse tra capitoli,
all’interno della stessa unità di voto, con decreto del Ministro competente.
Il ciclo di bilancio è un processo che investe un arco temporale assai ampio: la
preparazione del bilancio riferito a un determinato anno inizia ad aprile dell’anno
precedente e si chiude a luglio dell’anno seguente a quello di riferimento con
l’approvazione, per legge, del Rendiconto consuntivo da parte del parlamento.
Il processo di bilancio può essere scandito in tre fasi:
1. Preparazione del Bilancio di previsione dello Stato: formulazione del progetto
di bilancio da parte del governo e la sua discussione e approvazione da parte
delle camere.
2. Gestione del bilancio nel corso dell’esercizio finanziario: oltre alla
realizzazione delle entrate e delle uscite, scandite nelle diverse fasi che
abbiamo esaminato, essa comporta la possibilità di modificare in corso d’anno
gli stanziamenti previsti nel bilancio di previsione.
3. Rendicontazione del bilancio: è solo con la messa a punto del Rendiconto
consuntivo, che deve essere prima parificato dalla Corte dei conti e poi
presentato dal Ministro dell’economia e delle finanze al parlamento per la sua
approvazione, che i risultati dell’esercizio finanziario vengono effettivamente
fissati e divengono intangibili; ed è questo il momento in cui è possibile
conoscere la dinamica effettiva delle poste di bilancio.
Oltre a introdurre il principio del pareggio, la legge prevede:
La soppressione dell’attuale terzo comma dell’articolo 81: si riconosce che la
legge di bilancio ha ormai perso il carattere formale che la rendeva non
idonea a prevedere nuove entrate e nuove spese dalla sessione di bilancio per
il 2017 scompare la legge di stabilità: il suo contenuto è confluito nel ddl di
bilancio, che è pertanto organizzato in due sezioni, di cui la prima ne recepisce
contenuti e funzioni (art. 15 della 243/2012)
La modifica del contenuto del quarto comma, che tratta la questione della
copertura delle nuove e maggiori spese: ogni legge deve reperire la copertura
per i nuovi e maggiori oneri (sciolta l’ambiguità dell’espressione «indicare i
mezzi per farvi fronte» e sostituita con «provvede ai mezzi per farvi fronte»);
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La disciplina delle materie attinenti alla contabilità pubblica, che prevede sia
affidata a una nuova fonte, di livello subordinato alla legge costituzionale, ma
sovra ordinato alla legge ordinaria (ovvero da approvarsi a maggioranza
assoluta («legge rafforzata») (vedi l’approvazione della legge 243/2012);
Tale materia sia espressamente estesa all’insieme degli enti rilevanti per il
rispetto del patto di stabilità e crescita (cioè agli altri enti della
amministrazione centrale, agli enti previdenziale e alle amministrazioni locali).
Il processo che porta alla formazione del bilancio di previsione dello Stato si ispira al
modello di programmazione, concentriamoci sugli elementi essenziali:
1. Dato il bilancio a legislazione vigente (ora contenuto nella sezione seconda
del Dlb unificato), che esprime l’andamento tendenziale delle entrate e delle
spese sulla base della normativa preesistente e delle previsioni sul quadro
macroeconomico (ricordiamo che il progetto di bilancio non è un contenitore
vuoto, che può essere discrezionalmente riempito di anno in anno, ma al
contrario è più che pieno, e generalmente l’effetto della manovra è di
ridimensionare il bilancio a legislazione vigente);
2. Dati gli obiettivi programmatici della politica di bilancio (prevalentemente
espressi in termine di saldi), la cui formulazione inizia ad aprile con la
redazione del Def e si conclude con l’approvazione della Nadef di settembre;
3. Si mette in atto una manovra di correzione del bilancio a legislazione vigente,
il cui strumento principale è contenuta nella prima sezione del Dlb unificato.
La manovra, dunque, funge da cerniera tra il bilancio a legislazione vigente e
gli obiettivi ed ha la funzione di modificare gli andamenti «tendenziali» delle
spese e delle entrate per renderli conformi agli obiettivi programmati;
4. Il risultato della manovra sul bilancio a legislazione vigente porta alla
definizione delle previsioni iniziali del Bds, ovvero all’approvazione della Lb.
la manovra di finanza pubblica oggi è realizzata attraverso due strumenti: il
principale è costituito dalla prima sezione del bilancio integrato, che determina
modificazioni e innovazioni legislative; un ruolo ausiliario, ma non trascurabile, è
inoltre svolto dalle proposte di modifica degli stanziamenti a legislazione vigente
(rifinanziamenti, definanziamenti e riprogrammazioni) che non richiedono una
specifica disposizione normativa.
Predisposti i diversi progetti, l’iter che porta alla formazione del bilancio di
previsione dello Stato prosegue con la presentazione del Dlb alle camere. Questo
momento segna l’inizio della fase parlamentare del ciclo di bilancio, che si apre a
metà ottobre e si conclude di norma entro il 31 dicembre. In realtà nel decennio
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1978-88 l’approvazione del Bds è spesso avvenuta tra gennaio e aprile e dunque il
ricorso all’esercizio provvisorio ha costituito la regola anziché l’eccezione. La
discussione in parlamento avviene all’interno della così detta sessione di bilancio,
che riserva i mesi autunnali alla discussione del bilancio. I regolamenti parlamentari
fissano una precisa scansione dei lavori e della durata complessiva delle sessioni, a
seconda che l’iter di discussione inizi alla camera o al Senato (l’iter inizia, ad anni
alterni, o dalla camera o dal Senato). Le modificazioni nelle entrate e nelle spese
disposte dal Dlb e dagli eventuali emendamenti approvati in parlamento, vengono
recepite mediante nota di variazione al bilancio a legislazione vigente, portando così
all’approvazione della Lb.
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Capitolo 4
1) Teoria del debito pubblico
Il debito pubblico è una variabile di stock, pari alla cumulata dei saldi di bilancio
(flussi) di uno stato dalla sua formazione al momento attuale, è costituito sia da
moneta che da titoli obbligazionari.
Il debito pubblico svolge quattro funzioni:
1) La modificazione nel tempo del livello dell’attività economica (funzione di
stabilizzazione).
2) La redistribuzione degli oneri di spese pubbliche tra diverse generazioni.
3) La realizzazione di una distribuzione ottimale delle aliquote fiscali (tax
smoothing).
4) L’eliminazione di cause di fallimento del mercato, attribuibili alla presenza
di incompletezza di mercati.
La stabilizzazione è fondamentalmente legata alla tradizione keynesiana e pone
l’accento sul ruolo dello strumento fiscale nell’influenzare il livello dell’attività
economica e/o dei prezzi.
La redistribuzione di oneri alle generazioni future è connessa all’idea che il
finanziamento della spesa pubblica con debito anziché con imposte significhi
addossare a generazioni future l’onere di decisioni prese dalle generazioni presenti.
In realtà la tesi è controversa e dipende dalla soluzione che si dà al quesito se
l’onere del debito pubblico si trasmette alle generazioni future (v. più oltre dibattito
su Ricardo).
La realizzazione di una distribuzione di ottimale di aliquote fiscali parte dalla
constatazione che a causa dei costi di benessere prodotti dall’inevitabile
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applicazione di imposte distorsive, sia pure sotto ipotesi semplificate, sarebbe
ottimale una distribuzione delle aliquote fiscali costante nel tempo. Il debito
pubblico è lo strumento che permette di realizzare tale obiettivo.
L’eliminazione di condizioni di incertezza come fallimenti di mercato vede nel debito
lo strumento che consente agli operatori economici di realizzare transazioni, in
particolare di assicurazione, rispetto a possibili eventi futuri, che diversamente, a
causa dell’incompletezza dei mercati finanziari, non sarebbero possibili. Lo stato
agirebbe come innovatore finanziario.
Secondo il teorema dell’equivalenza Ricardiana, Prestito e imposta sono strumenti
equivalenti di finanziamento di spese straordinarie, entrambi gravano
esclusivamente sulle generazioni presenti. Per le generazioni future è solo un
trasferimento da chi paga le imposte a chi riceve interessi (prestito dalla mano
destra alla sinistra Melon).
La teoria Ricardiana si tramuta in un esempio pratico secondo cui l’imposta
comporta la sottrazione di una cifra al tempo t; anche il prestito richiede la rinuncia
alla disponibilità di potere di acquisto nella stessa misura. Nei periodi successivi non
si avrà alcun effetto nel caso dell’imposta, mentre nel caso del prestito si avrà una
mera redistribuzione di unità dai contribuenti ai sottoscrittori del prestito. Il prestito
è un sistema che tende a renderci meno parsimoniosi e a non farci vedere la nostra
vera situazione.
Se invece si decidesse di accendere un debito estero, questo potrebbe risultare più
pericoloso. Nel caso di debito estero sembrerebbe venire meno la compensazione
tra mano destra e mano sinistra, gli interessi sono pagati all’estero ma se guardiamo
all’inizio, nel caso di debito estero si ha un’immissione di risorse che non c’è nel caso
di debito interno. Quindi il debito estero è equivalente a quello interno. a meno che
le generazioni future non abbiano ricevuto da quelle passate un capitale in eredità
sufficiente a pagare gli interessi del debito all’estero (precisazione di Pantaleoni).
C’è poi una versione microeconomica della teoria Ricardiana, Il ricorso al debito
anziché all’imposta può ridurre l’incentivo all’accumulazione (Modigliani/Diamond).
Nel caso di ricorso al debito estero i rischi di crisi tendono ad essere più elevati,
perché lo stato, se vuole ripagare il debito esistente con l’imposta straordinaria, non
ha potere impositivo sugli stranieri.
Le preoccupazioni che sorgono in caso di debito elevato sono:
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• Aumenta la spesa per interessi e quindi la pressione fiscale.
• Possono salire i tassi di interesse (crowding out).
• Possono crearsi situazioni di insostenibilità del debito e manifestarsi crisi
finanziarie.
L’analisi di Domar è molto parziale, in quanto assume come dati e costanti la
dinamica del reddito, il livello dei tassi di interesse e il livello dei prezzi (assenza di
inflazione). Essa si limita in sostanza a simulare le conseguenze di talune politiche
fiscali sulla dinamica dello stock del debito pubblico in presenza di diversi quadri
macroeconomici di lungo periodo. Anche con questi evidenti limiti, il contributo di
Domar è tuttavia illuminante per inquadrare le relazioni che intercorrono tra le
principali variabili che possono influenzare la crescita del debito pubblico nel tempo.
L’equazione fondamentale da cui prendere le mosse e che attribuisce carattere
dinamico all’analisi è quella che descrive la dinamica del debito pubblico:
Bt= K Bt−1+Dt
Lo stock del debito pubblico alla fine del periodo t è pari allo stock del debito
all’inizio del periodo più il disavanzo (un flusso) che si è formato nel corso del
periodo.
b=a (1+n) / n−i
Le condizioni poste da questa espressione sono più stringenti di quelle presenti nel
modello originario di Domar: in questo caso un valore finito di b si può realizzare
solo se il tasso di crescita dell’economia è superiore al tasso di interesse. Il
permanere di i > n avrebbe come conseguenza l’esplosione del rapporto debito/Pil e
quindi l’inevitabile verificarsi di una crisi finanziaria.
Se il rapporto debito/Pil tende a crescere nel tempo è poco plausibile che il tasso di
interesse resti immutato: prestare denaro allo Stato diverrebbe infatti sempre più
rischioso e ciò dovrebbe indurre questi ad offrire tassi di interesse sempre più
elevati. Il rapporto debito/PIL dipende da quattro fattori:
1) La politica fiscale del passato
2) La politica monetaria corrente
3) La crescita dell’economia
4) La politica fiscale del governo in carica
Il debito pubblico in italia è il più elevato in Europa dopo la Grecia in % del PIL, è
stato generato negli anni 80, ha subito gli effetti negativi della grande crisi ed è
aumentato ulteriormente con la crisi del 2008. il cittadino è allo stesso tempo
contribuente e possessore di titoli del debito pubblico, la distribuzione del debito è
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molto più concentrata presso i percettori di redditi più elevati. Questi ultimi,
nonostante la progressività del sistema tributario, hanno forse goduto di un
vantaggio relativo non piccolo, dato che l’investimento in titoli di Stato italiani,
grazie al successo dell’azione di risanamento, si è rivelato un’operazione certo
rischiosa, ma assai redditizia.
Il debito è per il 71,1% sottoscritto da residenti; per l’80% è composto di titoli a
medio-lungo termine e ha una scadenza media di 7,3 anni. Si tratta di indicatori
confortanti, che pongono le caratteristiche strutturali del debito entro confini non
patologici. Tuttavia, la dimensione elevata del debito comporta che ogni anno
debbano essere collocati sul mercato ingenti quantità di titoli in scadenza
(dell’ordine di 200-300 miliardi), anche nel caso in cui in quell’anno si sia realizzato il
pareggio di bilancio e quindi non si debba emettere nuovo debito.
Per gli anni a venire, i documenti ufficiali prevedono un’inversione di tendenza del
rapporto debito/Pil purché siano realizzati avanzi primari dell’ordine di 2,5-3,0% del
Pil e adeguati tassi di crescita del Pil monetario. Oltre a politiche di offerta e a
politiche monetarie espansive, secondo molti osservatori, sono indispensabili anche
politiche di rilancio della domanda attraverso politiche fiscali espansive a livello
europeo e nazionale.
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Capitolo 6
1) Unione economica e monetaria Europea
Ripercorrendo le tappe della formazione dell’Ue, un momento politicamente molto
rilevante si è avuto nel 1986 con l’approvazione da parte dei membri della Comunità
europea dell’Atto Unico, da cui hanno preso il via i lavori che porteranno dapprima
al Mercato unico e, sette anni più tardi, nel 1993, al trattato fondante dell’Unione
europea, il Trattato di Maastricht, in cui viene posto l’obiettivo della Moneta
comune. Il Trattato ha subito una importante revisione nel 1997, con il Trattato di
Amsterdam. Il 1^ gennaio 1999 nasce l’euro. L’Unione monetaria, Uem, che all’inizio
del 2019 risulta formata da 19 paesi.
L’articolo 2 del trattato di Maastricht propone la costruzione di un Mercato unico
basato sulle quattro fondamentali libertà di movimento dei beni, dei servizi, delle
persone e dei capitali, che rappresentano l’ampliamento dell’obiettivo originario
della Comunità europea della semplice liberalizzazione dei beni.
Il 1 maggio 2004 è iniziata una nuova fase dell’Unione europea, con l’allargamento a
10 paesi: Cipro, Estonia, Polonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia,
Repubblica Ceca, Slovacchia e Slovenia. Nel 2007 si sono aggiunti Romania e
Bulgaria; nel 2011 l’Estonia; nel 2013 la Croazia. L’accesso dei nuovi membri ha
comportato il rinnovo degli organi della Unione e la ridefinizione di tutte le principali
regole economiche su cui l’Unione si fonda. Per ora i nuovi venuti non partecipano
all’Unione monetaria, ma, se soddisferanno i requisiti, potranno aderire,
gradualmente. Nel 2019/21 si ha l’uscita del Regno Unito (Brexit).
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Le condizioni per l’ammissione all’unione monetaria sono:
• Tasso di inflazione non superiore a 1,5 punti al tasso medio dei tre paesi più
virtuosi.
• Tasso di interesse a lungo termine non superiore di due punti rispetto al paese
con inflazione più bassa.
• Tasso di cambio che per almeno due anni non abbia subito oscillazioni
superiori a quelle previste dall’accordo di cambio dello SME.
• Un disavanzo, definito come Indebitamento netto delle AP, non superiore al
3% del Pil.
• Un rapporto tra debito pubblico/Pil inferiore al 60%.
Qualora tale rapporto sia superiore al 60%, esso dovrà essere ridotto “in
misura sufficiente” ad avvicinarsi al valore del 60% “a un ritmo adeguato”.
Nel patto di stabilità e crescita I paesi si impegnano a “rispettare l’obiettivo di una
situazione di bilancio a medio-termine comportante un saldo vicino al pareggio o
positivo” e ad adottare le misure correttive del bilancio che ritengono necessarie per
conseguire gli obiettivi dei programmi di stabilità o convergenza.
Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance, di cui la parte relativa
ai temi qui discussi è denominata Fiscal compact. Il Trattato è formalmente un
accordo intergovernativo (non è quindi una vera e propria legge dell’Ue),
sottoscritto nel marzo 2012 da tutti i paesi ad esclusione del Regno Unito e della
Repubblica Ceca, ed entrato in vigore il 1^ gennaio. Lo scopo è di rafforzare la
disciplina fiscale e di introdurre sanzioni più automatiche ai paesi che si trovino
sottoposti a Pde e una sorveglianza più attenta per i paesi che aderiranno.
L’aspetto più rilevante del Fiscal compact riguarda la fissazione dell’obiettivo del
pareggio di bilancio per le Amministrazioni pubbliche. Nel processo di fissazione
dell’Omt in ogni caso il limite superiore del disavanzo strutturale consentito non
potrà superare, a meno di circostanze eccezionali, lo 0,5% del Pil. Per i paesi in cui il
rapporto debito/Pil sia sensibilmente inferiore al limite del 60% e per i quali non si
ravvisino rischi di sostenibilità delle finanze pubbliche, il limite dello 0,5 può
raggiungere l’1%.
I paesi aderenti si sono impegnati a tradurre tale disposizione in norme nazionali
permanenti, preferibilmente di rango costituzionale. L’Italia è stata tra le prime ad
ottemperare con la legge costituzionale sul pareggio del bilancio del 20 aprile 2012.
Nel Trattato viene anche ribadito il requisito del debito/Pil, sopra ricordato, già
enunciato nel Six Pack.
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Successivamente al varo del Trattato sono stati approvati nel 2013 dal Parlamento e
dal Consiglio dell’UE due proposte di regolamento della Commissione (il c.d. Two
Pack) che rafforzano la sorveglianza dei paesi nella fase preventiva o sottoposti a
procedure di disavanzi eccessivi o che richiedono l’accesso ai programmi di
sostegno. È però prevista una flessibilità del percorso di avvicinamento all’OMT che
tiene conto di quattro possibili fattori:
Situazione ciclica del singolo paese
Incentivo all’investimento
Impegno a riforme strutturali
Grave crisi a livello di unione
In particolare, quest’ultimo punto tratta di: In caso di crisi generale a livello di
unione, al fine di adattare il percorso di aggiustamento in modo articolato ai diversi
stati membri, si potranno considerare, con provvedimenti differenziati, revisioni dei
processi di aggiustamento di singoli stati, sia nell’impegno di aggiustamento, sia nei
tempi di realizzazione dello stesso, purché limitati a situazioni eccezionali e
attentamente circoscritte. Questa clausola non era sinora mai stata applicata prima
del 2020.
2) Federalismo
Strumento con cui lo stato decentra il suo potere, l'organizzazione pubblica,
decentrando anche la differenza tra istituzioni e cittadino. Organizzazione federale
contrapposta a quella centralista è quella che ha prevalso negli ultimi decenni.
Le ragioni del decentramento sono di diversa natura:
Organizzative: diminuire la distanza tra chi eroga il servizio e chi lo riceve,
aumentando l'efficienza
Ideologiche: è venuta meno la necessità storica di un forte accentramento
Politiche: abbassamento del livello del potere, avvicinamento del potere al
cittadino
Meccanismo economico di base, per cui è necessario parlare di decentramento:
Teorema del decentramento di Oates
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La curva di domanda di servizi pubblici DB è una media dei due domande di servizi
DA e Dc, ma il governo centrale può offrire solo la curva di offerta centrale QB, che
però genera un eccesso di offerta per i consumatori C, e una carenza per i
consumatori A.
A livello decentrato, l'organizzazione è più efficiente. Bisogna rispondere a delle
domande come perché esistono i vari livelli di enti locali, come devono finanziarsi i
vari livelli e lo stato centrale? In Italia il decentramento è regolato nel Titolo V della
Costituzione, a partire dal 2001.
Quanto è minore la distanza tra erogatore di servizio e cittadino più è facile fornire
un servizio efficiente.
Come finanziamo questi servizi?
Le imposte sono dirette sui redditi e indirette. Il metodo più semplice è usare le
imposte indirette, chi offre più servizi riceve più finanziamenti, ma non bastano.
Quindi lo stato aggiunge anche una quota piccola agli enti locali per finanziare.
Addizionare regionale all'IRPEF: cofinanziamento. L'IRPEF va allo stato, poi c'è un
2/3% in più che va alla regione. L'IRAP è l'imposta regionale sulle attività produttive.
Si tassa l'impresa nella regione dove hanno l'attività di riferimento, e va interamente
alla regione.
Modello regionalista, diverso dagli stati federali, ma non c'è autonomia fiscale
completa, le regioni non possono imporre nuovi tributi, quindi gli si lascia
autonomia, ma non la responsabilità delle proprie scelte. In due modi si può
realizzare la devolution, cioè la sussidiarietà:
Verticale (il nostro sistema)
Orizzontale
Quali sono i beni e i servizi toccati dal federalismo:
Sanità
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Pensioni di assistenza (invalidità, welfare, etc), anche se vengono erogate
dall'INPS
Servizi sociali
Servizi educativi (fino ai 14 anni, terza media)
Altri servizi di welfare
Livelli essenziali del prestazioni: aspetto innovativo del federalismo. Lo stato indica i
servizi minimi necessari che le regioni devono eseguire
Capitolo 8
1) Welfare state
È difficile fornire una definizione di WS perché Il Welfare dipende da molte altre
fonti oltre alla attività pubblica (mercato del lavoro; comportamenti privati;
volontariato). Le modalità operative del WS sono molto diversificate. I confini del
WS non sono accettati da tutti (solo trasferimenti monetari e/o anche servizi).
La società capitalistica si è dimostrata più efficiente della società a pianificazione
centralizzata, ma è anche una società in cui non tutti hanno lo stesso potere e le
stesse potenzialità di riuscire. Il rischio di fallimento (dell’impresa e personale) è
elevato. Non sempre il mercato riesce a proteggere dai rischi della vita.
Esistono rischi individuali e rischi sociali. Rischi individuali, che non dipendono
dall’organizzazione sociale: ad es. un incendio si possono assicurare con contratti di
natura privatistica. Rischi sociali, connessi al modo in cui è organizzata la società non
sono assicurabili da parte dei singoli.
Il Welfare State non è solo un modo particolare di concepire il rapporto tra stato e
mercato, ma richiede anche la considerazione di una terza istituzione, la famiglia.
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2) Pensioni
Le pensioni rappresentano la componente più importante, dal punto di vista
quantitativo, dei tre settori di spesa considerati in questo capitolo: è quindi naturale
che la scelta del metodo per il loro finanziamento costituisca uno dei problemi più
importanti della gestione della spesa sociale. Sistema a capitalizzazione: i contributi
di oggi pagano la mia pensione di domani (ruolo dei mercati finanziari, assicurativi e
immobiliari). I contributi di oggi pagano le pensioni degli anziani di oggi (patto
integenerazionale).
Il sistema a capitalizzazione adotta criteri analoghi a quelli propri delle assicurazioni
di tipo privato. Durante il periodo di attività lavorativa, dal salario o dallo stipendio
del lavoratore vengono effettuate trattenute, obbligatorie o volontarie, che, versate
presso fondi pensionistici, sono poi impiegate nel mercato finanziario. La presenza di
accantonamenti investiti nel mercato finanziario, da utilizzare per fare fronte alle
prestazioni pensionistiche presenti e future di coloro che hanno versato premi
assicurativi.
Il sistema a ripartizione si fonda invece su principi che implicano necessariamente un
accordo sociale fra individui che appartengono a generazioni successive. Sulle
retribuzioni di coloro che sono occupati vengono effettuati prelievi che servono per
alimentare gestioni pensionistiche che pagano le pensioni a coloro che nello stesso
periodo hanno abbandonato il lavoro per ragioni di età. I lavoratori di oggi pagano
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quindi le pensioni, di altri soggetti, di oggi. In questo senso tale sistema è indicato
nella pubblicistica anglosassone come unfunded.
Supponiamo che il tasso di interesse reale, r (uguale a quello nominale, dato che
ipotizziamo l’assenza di inflazione), sia costante; che la popolazione, N, cresca
anch’essa a un tasso costante n per periodo ( Nt + 1 = Nt(1 + n) ); che i giovani
lavorino e percepiscano un salario relativo all’intera loro vita lavorativa pari a W, che
in prima approssimazione supponiamo costante e pagato anticipatamente; che sul
salario sia effettuato un prelievo a titolo di contributo sociale con aliquota s; che la
pensione pro capite, P, sia pagata in un’unica soluzione all’inizio del secondo
periodo di vita di ciascuna generazione.
La pensione pro capite che i giovani di oggi potranno godere quando saranno
diventati vecchi, e cioè nel periodo t + 1 , sarà:
La pensione pro capite per i vecchi presenti in t + 1 sarà:
Il confronto tra capitalizzazione e ripartizione deve essere fatto con riferimento ai
seguenti aspetti:
1) Pensione pro capite a parità di contribuzione (PIL e produttività)
2) Tasso di rendimento interno (non univoco)
3) Effetto di shock esogeni (es. demografia)
4) Costi della transizione (switch richiede molti decenni e doppi versamenti)
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3) Servizio sanitario
La sanità è un «bene» di difficile identificazione. Se lo definiamo come cura di uno
stato di malattia di un soggetto, esso non è un bene finale, ma un bene intermedio
che serve per realizzare lo stato di salute di un individuo.
La spesa per la sanità è solitamente distinta in tre categorie:
1) Cure mediche di base;
2) Servizi diagnostici, visite specialistiche e ricoveri ospedalieri;
3) Spesa per farmaci.
I servizi per la salute non posseggono le caratteristiche di bene pubblico non rivale e
non escludibile, fatta eccezione per alcune specifiche attività (ricerca biomedica,
interventi di prevenzione). Sussiste una relazione di agenzia tra medico (agente) e
paziente (principale) fondata sulla fiducia. Il servizio medico fa parte degli
experience goods. In condizioni di estrema vulnerabilità causata dalla malattia, è
impossibile imparare dall’esperienza perché molte prestazioni sanitarie non sono
ripetibili (un’operazione chirurgica ha una sola opportunità).
I servizi per la salute presentano le seguenti caratteristiche:
1) Ad essi sono associabili forti esternalità positive: È infatti preferibile
vivere in una società di individui sani e in cui si riducono i rischi di
epidemie e malattie contagiose.
2) Gli individui hanno un’informazione imperfetta sulla natura del servizio.
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3) Il moral hazard mette in luce il problema del terzo pagante (se
l’assicurazione copre tutto, medico e paziente tenderanno a soluzioni in
cui il costo privato del trattamento tende a zero, mentre quello sociale è
probabilmente positivo). L’adverse selection conduce invece ad un
processo di autoselezione dei buoni rischi (gli individui giovani e sani)
che a causa dei premi elevati escono dal mercato.
4) Esistono quindi forti probabilità di assenza del mercato. In altri casi
potrebbero verificarsi posizioni monopolistiche.
Nel modello pubblico tutti i cittadini hanno indistintamente il diritto ad usufruire dei
servizi sanitari, al cui finanziamento concorrono mediante il pagamento di imposte
e/o di contributi sociali nell’ambito di schemi di assicurazione obbligatoria.
Nel modello privatistico, nella sua forma estrema, sia la domanda sia l’offerta non
hanno alcun riferimento all’intervento pubblico. Gli individui fanno fronte al
problema sulla base di libere decisioni. Essi possono ricorrere eventualmente e
volontariamente ad assicurazioni private.
Nella realtà, la maggior parte dei paesi europei adotta modelli misti, con una certa
prevalenza dei caratteri propri del modello pubblico.
Quando si valuta un sistema sanitario dal lato della produzione delle prestazioni
sanitarie è importante fermare l’attenzione sui seguenti aspetti:
1) Come viene assegnato il medico di base, primo punto di riferimento del
paziente, al quale spetta la decisione dell’accesso a visite specialistiche,
ad esami clinici e a ricoveri ospedalieri; e con quali criteri il medico di
base viene retribuito.
2) Chi effettua, e con quali vincoli, la scelta della struttura presso la quale
ottenere servizi di cura diagnostici, specialistici e ospedalieri.
3) Come è remunerata l’offerta di servizi diagnostici, specialistici e
ospedalieri erogata da strutture pubbliche o private accreditate.
4) Come sono fissati i prezzi e l’offerta dei farmaci e in quale misura
l’utente partecipa al loro costo.
Il modello contrattuale è caratterizzato da una discreta articolazione nell’offerta dei
servizi che può essere effettuata sia da strutture pubbliche sia da strutture private. Il
cittadino ha margini di libertà di scelta della struttura presso la quale accedere per le
cure, nell’ambito di un insieme di strutture accreditate sulla base di una serie di
requisiti tecnici e qualitativi. Particolari contratti regolano il pagamento alle strutture
non pubbliche delle prestazioni fornite al cittadino.
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Nel SSN la tutela della salute è diritto fondamentale dell’individuo e interesse della
collettività. Lo Stato determina i LEA come diritti esigibili garantiti in modo uniforme
su tutto il territorio nazionale e contestualmente ne programma il finanziamento
con le risorse pubbliche.
4) Assistenza
Le spese per assistenza comprendono un insieme vario di interventi che rispondono
a finalità sociali abbastanza differenziate.
1. Un primo gruppo di interventi è rappresentato da programmi di contrasto
della povertà, in cui è prevalente l’obiettivo di realizzare finalità di tipo
redistributivo, solitamente perseguite mediante trasferimenti di carattere
monetario.
2. Un secondo gruppo di programmi ha come obiettivo il sostegno di persone
che si trovino in condizioni di disagio personale, a causa di handicap, non
autosufficienza, o sociale, dovuto ad emarginazione, tossicodipendenza,
alcolismo. In questi casi gli strumenti utilizzati possono essere i trasferimenti
monetari, ma anche appropriata è l’offerta di servizi che spesso presentano
caratteristiche analoghe alle prestazioni sanitarie.
3. Un terzo insieme di interventi comprende le politiche che hanno come finalità
il sostegno delle responsabilità familiari (assegni per i figli, servizi per
l’infanzia). Anche in questo insieme di politiche le modalità di intervento
possono essere costituite sia da trasferimenti monetari, sia dall’offerta di
servizi (nidi, scuole materne, ecc.).
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4. Un’altra motivazione dell’intervento dello Stato di sovente avanzata fa
riferimento all’idea che all’allevamento e all’educazione dei minori sia
associato un valore sociale, che per questa ragione meriterebbe attenzione e
supporto da parte dello Stato.
La redistribuzione può trovare giustificazione sulla base di principi di equità (giudizi
di valore) perseguiti da uno Stato paternalista/benevolente, che imponga le proprie
preferenze a quelle dei cittadini e realizzi gli obiettivi distributivi desiderati.
L’utilità di un soggetto dipende in tal caso non solo dai beni a propria disposizione,
ma anche dal benessere di altri soggetti e quindi dai beni a loro disposizione. Una
situazione ben nota nelle relazioni familiari ed amicali. In questo caso la
redistribuzione potrebbe essere il risultato di preferenze individuali. Se però tutti i
ricchi si comportano da free rider («non faccio la carità perché tanto ci pensano gli
altri»), non si avrà alcun trasferimento e la redistribuzione non avrà luogo.
L’intervento pubblico, mediante un sistema di imposte e trasferimenti, ha invece
maggiori chances di successo rispetto alla carità privata.
Un altro modo di spiegare le politiche di redistribuzione è di introdurre nel
ragionamento il rischio e quindi vedere le politiche redistributive come un
meccanismo di assicurazione. In questo caso assume rilevanza il fatto che il cittadino
abbia o meno informazione completa della propria posizione nella scala della
distribuzione del reddito, prima che venga presa la decisione di attuare un certo
programma redistributivo.
La selettività indica una caratteristica di un programma di assistenza, in cui il diritto
alle prestazioni è riservato ai soggetti che si trovano in condizioni di disagio
economico, la cui presenza deve quindi essere sottoposta a test (means testing o
prova dei mezzi). L’universalità è un connotato dei programmi che erogano
prestazioni indipendentemente da qualsiasi forma di accertamento dello stato di
bisogno e indipendentemente da ogni altra condizione (come l’obbligo di svolgere
un lavoro).
Un limite dei programmi di contrasto della povertà considerati sinora è di non
tenere conto del finanziamento dei programmi. I programmi di questo tipo sono noti
come programmi integrati sussidi-imposte, e sono il dividendo sociale e l’imposta
negativa sul reddito:
Dividendo sociale: È un programma di tipo universale, consistente in un
sussidio universale non sottoposto a tassazione pari a S. Il sussidio è finanziato
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con l’imposta sul reddito, che ha come base imponibile tutte le entrate dei
soggetti diverse da S con aliquota t.
Imposta negativa: È un programma universale che è gestito integralmente
all’interno dell’imposta sul reddito, in cui, prima dell’applicazione
dell’aliquota, dalla base imponibile si deduce una somma pari ad una data
soglia di riferimento Y*.
5) Ammortizzatori sociali
Gli ammortizzatori sociali sono gli istituti del welfare che hanno una più stretta
connessione con il rapporto di lavoro. L’assicurazione contro la disoccupazione è
quindi l’istituto più rilevante di questo gruppo di programmi del Ws, che si
concretizza nel sussidio di disoccupazione, che reintegra, per un periodo limitato, il
potere di acquisto del lavoratore, in seguito all’interruzione del rapporto di lavoro.
Spesso si possono distinguere tre tipi di istituti: un primo programma, che garantisce
il reddito in caso di sospensione temporanea del rapporto di lavoro (in Italia la Cassa
integrazione); l’indennità di disoccupazione vera e propria, che esercita la stessa
funzione nel caso in cui vi sia un’interruzione definitiva del rapporto di lavoro; una
rete di protezione di ultima istanza, come, ad esempio, il reddito minimo.
Quest’ultimo, che è principalmente un programma di spesa di assistenza, può
svolgere anche una funzione riguardo alla perdita del lavoro, nel caso in cui il
disoccupato abbia perso il diritto alle prestazioni dei due precedenti istituti.
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Nei primi due istituti, il diritto alla prestazione è normalmente garantito soltanto se
il lavoratore ha superato una certa età (che è di solito superiore alla maggiore età) e
può vantare un minimo di anzianità contributiva o comunque di occupazione
precedente. L’ammontare della prestazione è in proporzione alla remunerazione e
ha una durata limitata.
I sussidi di disoccupazione, nelle loro articolazioni, sono al centro di una delle
critiche più forti che vengono rivolte ai programmi del Ws. Queste forme di
protezione indurrebbero un atteggiamento passivo, assecondando atteggiamenti
poco inclini ad una ricerca attiva di un posto di lavoro (welfare dependence).
Capitolo 3
1) Le entrate pubbliche
Per finanziare la Spesa Pubblica, lo Stato ha bisogno delle Entrate. Si definiscono
entrate pubbliche tutte le risorse che affluiscono nelle casse degli enti pubblici e che
sono alla base del sistema di finanziamento delle attività da essi svolte. In generale
le Entrate servono per coprire i costi sostenuti dallo Stato nell’offerta di beni e
servizi e di regolare la distribuzione del reddito (fini extra fiscali).
Le entrate pubbliche possono anche considerarsi il corrispettivo che lo Stato richiede
in cambio della sua offerta di beni e servizi pubblici. Esse, quindi, potrebbero
rappresentare il prezzo dei beni e servizi offerti dallo Stato. Ma, tale “prezzo” non è
coerente con le regole seguite dagli operatori privati per due fattori:
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Le caratteristiche dei beni e servizi prodotti: riguarda la non rivalità e la non
escludibilità tipica dei beni pubblici e che impone allo Stato la produzione.
Le finalità per le quali tali beni e servizi vengono offerti: è l’interesse pubblico
e non il profitto come accade per le imprese private. L’interesse pubblico è
collegato al concetto di esternalità, per cui vi è interesse ad offrire un bene
pubblico perché tutta la collettività ne trae vantaggio.
Secondo una classificazione tradizionale, le entrate possono essere classificate sulla
base della loro più o meno stretta analogia con il prezzo di mercato: quanto più da
una parte l’attività finanziaria dell’ente pubblico è condizionata dalle caratteristiche
di non escludibilità e non divisibilità dei beni offerti, e dall’altra quanto più rilevante
è la motivazione dell’interesse pubblico tanto più le entrate hanno natura coattiva
(di prezzo, cioè imposto dallo Stato) e la loro determinazione si allontana dalle
logiche di mercato.
Le forme di entrata pubblica sono:
1) Prezzo privato
2) Prezzo quasi-privato
3) prezzo pubblico (o tariffa)
4) Tassa
5) Contributo speciale
6) Imposta
PREZZO PRIVATO: Se lo Stato offre beni e servizi con la stessa ottica di un’impresa
privata, vende ad un prezzo privato, ovvero individuato dal punto in cui il costo
marginale è uguale al ricavo marginale. Poiché l’operatore pubblico adotta lo stesso
comportamento di un privato, la sua attività si concilia poco con la soddisfazione
dell’interesse pubblico.
PREZZO QUASI PRIVATO: Il prezzo massimizza il profitto ma l’offerta è regolata. Lo
Stato adotta un comportamento non dissimile dal privato e offre beni e servizi a
prezzi correnti di mercato. Diverse sono le motivazioni di interesse pubblico che ne
sono alla base per la regolazione del flusso di offerta. Esempio: l’offerta di legname
delle aziende forestale: queste ultime vendono il legname al prezzo corrente di
mercato ma la quantità offerta è determinata dalle esigenze di tutelare il patrimonio
forestale senza impoverirlo eccessivamente.
PREZZO PUBBLICO (o tariffa): Lo Stato, per motivi di politica sociale, persegue il solo
fine di allargare il consumo di un dato bene o servizio, non ha fini di profitto. Il bene
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potrebbe essere offerto ad un prezzo inferiore a quello di mercato. Si noti che a
differenza di altre forme di entrata pubblica (ad esempio la tassa) di tale
comportamento si avvantaggiano esclusivamente coloro che fanno domanda del
bene e ne usufruiscono. Il costo complessivo deve trovare copertura nella somma
complessiva delle entrate, dato che il vantaggio del servizio si riversa su chi lo ha
richiesto. Le caratteristiche del prezzo pubblico sono:
Libera domanda da parte del cittadino
Il costo del servizio `e coperto dalle entrate: prezzo = costo medio
Nota: è stato detto prezzo = costo medio, ma i prezzi possono essere differenti per
gruppi di cittadini (anziani, bambini ...). Lo Stato può discriminare i prezzi applicando
differenti tariffe (TASI tariffa sui servizi indivisibili, Tariffe doganali o Dazio).
Esempio: Trasporto pubblico:
Lo Stato può ritenere opportuno fissare il prezzo del servizio ad un livello inferiore a
quello di libero mercato. Il costo toale del servizio sarà coperto dai ricavi totali e così
il prezzo pubblico sarà fissato a livello di costo medio.
Esempio: TASI tariffa sui servizi indivisibili:
La TASI si paga per sostenere le spese dei comuni per i servizi cosiddetti "indivisibili",
quei servizi, cioè, che per il fatto di essere usufruiti da tutti i residenti del comune,
non possono essere fatti pagare direttamente al fruitore. Sono esempi di servizi
indivisibili l'illuminazione pubblica, la manutenzione delle strade, la sicurezza,
l'anagrafe, ecc. Insieme con le aliquote della TASI il comune dovrà approvare
l'elenco dei servizi che verranno pagati con l'introito del nuovo tributo e le somme
destinate a ciascuno di essi.
TASSA: È il corrispettivo in denaro di un servizio erogato da un ente pubblico ad un
privato su richiesta di questo ultimo. Essa deriva da un’attività pubblica finalizzata
alla produzione di quei beni e servizi che arrecano vantaggi non solo a chi ne
ha fatto domanda ma all’intera collettività. Questo tipo di beni e servizi è
caratterizzata dalla presenza di una domanda volontaria da parte dei cittadini
interessati e dalla capacità di produrre vantaggi non divisibili all’intera collettività. La
tassa in qualità di prezzo viene fissata al di sotto del costo medio dei servizi erogati e
la copertura del disavanzo che si crea grava su altre forme di entrate di tipo coattivo.
L’interesse pubblico diviene ancora più intenso Prezzo < Costo Medio, Il disavanzo
viene coperto da altre entrate coattive (le imposte). La copertura con imposte
dovrebbe essere proporzionale all’esternalità del servizio offerto.
Esempio: l’istruzione universitaria una maggiore diffusione porta vantaggi all’intera
comunità.
Esempio: La tassa sui rifiuti (TARI) è il tributo destinato a finanziare i costi relativi al
servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti ed è dovuta da chiunque possieda o
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detenga a qualsiasi titolo locali o aree scoperte suscettibili di produrre i rifiuti
medesimi.
CONTRIBUTO SPECIALE: Si tratta di erogazione di beni e servizi offerti
indipendentemente dalla domanda da parte dei cittadini e quindi è caratterizzato
dall’elemento della coazione. Lo Stato decide di produrre quel bene o servizio e chi
debba pagare il “prezzo”. Quando i vantaggi di un servizio, fornito a un gruppo di
cittadini, non sono divisibili, assume importanza l’elemento della coazione: lo Stato
chiede il pagamento al gruppo di cittadini che ne ha tratto vantaggio. A differenza
della tassa e degli altri casi precedenti, non vi è domanda da parte del cittadino, si
conosce il gruppo che ne trae beneficio, ma non si conoscono all’interno del gruppo
i vantaggi dei singoli.
Esempio: l’illuminazione pubblica di una strada in cui viene chiesto un contributo a
coloro che vi abitano; contributi di miglioria dovuti alla bonifica di un’area.
IMPOSTA: È un prelievo coattivo che non ha corrispondenza diretta con la
prestazione di un servizio. È indicata per finanziare servizi offerti indipendentemente
dalla domanda dei cittadini e i cui vantaggi sono indivisibili e non escludibili.
Rappresenta la principale forma di entrata pubblica.
Quando il vantaggio, indivisibile, dei servizi prodotti corrisponde all’interesse
generale, la forma di entrata più appropriata è l’imposta. L’imposta è un prelievo
coattivo che non ha corrispondenza diretta con la prestazione di un servizio.
Le entrate pubbliche, e in particolare le imposte, assolvono però ad altre importanti
funzioni (definite, talvolta, fini extrafiscali). La più importante fra queste è quella di
regolare la distribuzione del reddito. L’esistenza di una finalità redistributiva
nell’intervento pubblico si accompagna alla necessità di ripartire l’onere delle
imposte, anche per la parte delle stesse finalizzata al finanziamento di beni e servizi
di interesse generale, caratterizzati dall’indivisibilità dei vantaggi, in modo tale da
farne gravare l’onere in misura diversa sui ricchi e sui poveri.
Altre finalità extrafiscali perseguite dallo Stato mediante il prelievo di imposte, che
ne allontanano ancora di più il legame con il concetto di prezzo sostenuto in
relazione al consumo di un bene o servizio, sono le seguenti:
Stabilizzazione economica.
Incentivazione economica.
Correzione di distorsioni o inefficienze nel sistema economico.
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2) Le imposte
Esistono diversi tipi di imposte a secondo delle finalità che intendono perseguire,
una prima grande distinzione è tra:
IMPOSTE GENERALI
IMPOSTE SPECIALI
Le imposte si dividono in:
1) Imposta sul reddito delle famiglie
2) Imposta sul consumo
3) Imposta al dettaglio sui beni di consumo
4) imposta su tutte le vendite (beni di consumo e inv.)
5) imposta su valore aggiunto lordo
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6) imposta sul valore aggiunto netto (al netto degli ammortamenti)
7) contributi sociali a carico dei datori di lavoro
8) Imposte sui profitti
9) Contributi sociali a carico dei lavoratori
10) Imposte sugli utili non distribuiti
11) imposte sui dividendi
Per descrivere un’imposta occorre sempre specificarne quattro caratteristiche
essenziali: il presupposto, il soggetto passivo, la base imponibile e l’aliquota.
Il presupposto dell’imposta è quella particolare situazione di fatto, quale il
percepimento di un reddito, o il consumo di un bene, cui la legge ricollega l’obbligo
di pagare l’imposta.
Il soggetto passivo è la persona fisica o giuridica che ha l’obbligo di pagare l’imposta.
La base imponibile è la traduzione quantitativa del presupposto. Essa può essere
espressa:
In termini monetari (ad esempio il valore monetario del patrimonio, ad una
certa data, nel caso di un’imposta patrimoniale), e l’imposta sarà allora
definita ad valorem.
In termini fisici (ad esempio litri di benzina, nel caso di un’imposta di
fabbricazione sugli oli minerali), e l’imposta sarà allora definita specifica (o
anche accisa).
Definizione di reddito in base alle fonti: Reddito Prodotto e Reddito Entrata. Una
definizione che prende invece a riferimento gli usi è il Reddito consumato (o spesa).
Il Reddito Prodotto dalla Base Imponibile dell’imposta personale è la somma dei
corrispettivi
della partecipazione ad un’attività produttiva.
RP = redditi di lavoro (terra) + redditi di capitale
tra le fonti di reddito, escluse plusvalenze nette e entrate occasionali o straordinarie.
Il Reddito Entrata è la somma del reddito prodotto, le plusvalenze nette, le entrate
occasionali e le straordinarie.
Il Reddito spesa o consumo della base imponibile dell’imposta personale è il
consumo annuo del contribuente.
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L’aliquota dell’imposta è una percentuale o un importo in somma fissa da applicarsi
alla misura unitaria della base imponibile. Nelle imposte ad valorem essa è fissata in
termini percentuali: ad esempio l’1% del valore monetario del patrimonio. Nelle
imposte specifiche è invece fissata in unità monetarie per ogni unità di base
imponibile: ad esempio, 1 euro per ogni litro di benzina. Il prodotto fra aliquota e
base imponibile determina il debito di imposta del contribuente. A livello aggregato
il prodotto fra aliquota e base imponibile costituisce il gettito dell’imposta.
Il debito d’imposta è il prodotto tra la aliquota e la base imponibile, a livello
aggregato il prodotto fra aliquota e base imponibile dà il gettito dell’imposta.
l’aliquota media rappresenta quanto è dovuto in media dal contribuente per ogni
unità di base imponibile. L’aliquota media è pari al rapporto fra debito di imposta
T(y) e base imponibile y.
ta = T(y)/y
L’aliquota marginale rappresenta quanto è dovuto dal contribuente per un’unità
aggiuntiva di base imponibile. Indica quanto varia il debito di imposta al variare della
base imponibile.
tm = ∂T(y)/∂y
L’aliquota marginale effettiva Indica quanto varia l’imposta netta al variare del
reddito complessivo.
teff = ∂Tn/RC
L’aliquota legale rappresenta quanto è dovuto dal contribuente per ogni unità di
reddito imponibile. Se RI < RC allora facciamo riferimento alla aliquota effettiva che
indica quanto dovuto dal contribuente per ogni unità di reddito complessivo.
Se all’aumentare della base imponibile, il debito aumenta nella stessa proporzione
allora ta è costante e ta = tm, quindi l’imposta è proporzionale.
Se all’aumentare della base imponibile, il debito aumenta meno che
proporzionalmente, allora ta è decrescente e ta > tm, quindi l’imposta è regressiva.
Se all’aumentare della base, il debito aumenta più che proporzionalmente allora ta è
crescente e ta < tm, quindi l’imposta è progressiva.
La progressività delle imposte permette effetti distributivi, i metodi per realizzare la
progressività sono:
Progressività continua: poco diffusa, richiede che l’aliquota media sia continua
e crescente al crescere del reddito imponibile, fino ad un massimo, raggiunto
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il quale essa rimane costante. Un esempio di imposta ad aliquota progressiva
continua era l'imposta straordinaria, istituita in italia nel 1919. Tale imposta
era ad aliquota progressiva che, da un minimo del 4,50% per i patrimoni di lire
50.000, saliva fino ad un massimo del 50% per patrimoni superiori a 100
milioni, variando per i patrimoni intermedi.
Progressività per scaglioni: molto diffusa, applica aliquote diverse per
scaglioni di reddito.
Progressività per classi. I redditi sono divisi in un certo numero di classi, a
ciascuna delle quali corrisponde una determinata aliquota.
Progressività per deduzione e detrazione: le aliquote sono costanti ma
vengono utilizzate delle detrazioni o deduzioni.
La deduzione (riduce RC e si ottiene RI) diminuisce la base imponibile, la detrazione
abbatte l’imposta (per questo la cosiddetta aliquota legale differisce dall’aliquota
effettiva). Nonostante la detrazione sia costante, l’aliquota media effettiva cresce al
crescere della base imponibile.
La caratteristica principale è che la progressività per deduzioni e per detrazioni
realizza un’imposta fortemente progressiva per redditi più bassi e poi diventa
proporzionale per i redditi più alti.
3) Classificazione delle imposte
Le imposte vengono tradizionalmente suddivise in imposte dirette e indirette. Si
tratta di una classificazione il cui contenuto e la cui interpretazione sono però variati
nel corso del tempo. Essa può essere fondata su una distinzione fra gli indici che le
singole imposte utilizzano per valutare la capacità contributiva dei soggetti cui
commisurare il prelievo.
Secondo il primo approccio si definiscono:
Imposte dirette quelle che colpiscono manifestazioni immediate della capacità
contributiva del contribuente, quali il reddito e il patrimonio
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Imposte indirette quelle che colpiscono manifestazioni mediate della capacità
contributiva e cioè atti quali il consumo di beni o il trasferimento di attività
che portano a desumere l’esistenza di un reddito o di un patrimonio.
In base al secondo approccio, sono chiamate:
Dirette: le imposte il cui onere grava effettivamente sul contribuente
individuato dalla legge, che si trova nell’impossibilità di trasferirlo su altri
soggetti economici.
Indirette le imposte il cui onere può essere trasferito dal contribuente ad altro
soggetto economico (ad esempio attraverso un aumento del prezzo dei beni
che egli vende) e che quindi gravano, indirettamente, su questo secondo
soggetto.
Un’ulteriore distinzione fra tipologie di imposte, che si applica però alle sole imposte
dirette, è quella fra imposte reali e imposte personali.
Le imposte reali danno peso esclusivamente all’oggetto dell’imposta: una
particolare categoria di reddito o una classe di patrimonio.
Le imposte personali tassano gli stessi oggetti, ma tenendo conto delle
caratteristiche proprie di chi percepisce il reddito o possiede il patrimonio.
Le imposte personali permettono di tenere conto della condizione economica
complessiva del contribuente, possono essere progressive, quelle reali no in quanto
penalizzerebbero i soggetti che percepiscono il reddito da una sola fonte o che
possiedono un solo tipo di patrimonio. Le imposte personali permettono di valutare
meglio la capacità contributiva del contribuente, tenendo conto:
Dei carichi di famiglia
Della condizione di salute
Ciò avviene attraverso deduzioni e detrazioni.
Le imposte reali sono più facili da amministrare proprio perché non richiedono
l’accertamento delle condizioni soggettive del contribuente, specialmente della sua
condizione economica complessiva.
Il prelievo Interessa specialmente redditi delle attività finanziarie e redditi di lavoro
dipendente. Permette di sostituire all’attività di accertamento e riscossione nei
confronti dei percettori di reddito l’attività di accertamento e riscossione nei
confronti degli enti o imprese che pagano il reddito.
34
Gli enti o imprese che pagano il reddito sono in numero inferiore rispetto ai
percettori, sono tenuti alla contabilità, hanno scarso interesse all’evasione perché si
rivalgono sul contribuente per le imposte trattenute.
La discriminazione qualitativa dei redditi consiste nel riconoscere un onere di
imposta differenziato alle diverse categorie di reddito. Utilizzata per discriminare fra
redditi di lavoro e redditi di capitale A favore dei primi perché:
Richiedono, per essere ottenuti, un sacrificio maggiore.
Sono temporanei.
Tale discriminazione può essere ottenuta aggiungendo al prelievo personale
sul reddito o un’imposta reale su tutti i redditi diversi da quelli di lavoro o un
prelievo sul patrimonio o una deduzione (detrazione) specifica per i redditi di lavoro.
Le finalità di deduzioni e detrazioni sono:
Possono essere utilizzate per disegnare un prelievo di tipo progressivo. In
particolare, esse assicurano la progressività dell’imposta anche in presenza di
un prelievo altrimenti proporzionale.
Sono un importante strumento per la personalizzazione dell’imposta. Esse
vengono principalmente utilizzate per concedere sgravi in relazione ai carichi
familiari del contribuente e al suo stato di salute.
Si può attuare la discriminazione qualitativa dei redditi.
Incentivare specifici impieghi del reddito.
4) Criteri di ripartizione del carico tributario
La ripartizione del carico tributario dipende fondamentalmente da due fattori:
1) La finalità che si assegna all’imposizione
2) L’interpretazione che si dà dell’equità del prelievo o, più in generale, l’idea
di giustizia cui si aderisce.
Il principio del beneficio è riconducibile alle teorie dello scambio volontario, secondo
le quali esiste un rapporto di scambio (di controprestazione) fra ciò che il cittadino
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paga allo Stato e ciò che riceve in termini di beni e servizi, e tale scambio è attuato
sulla base di una libera scelta da parte dei soggetti.
Sotto il profilo equitativo, in sistemi in cui il prelievo è ispirato al principio della
capacità contributiva, le società di capitali devono essere assoggettate ad una
propria imposta solo se si ritiene che esse abbiano una capacità contributiva
autonoma rispetto a quella dei soci che ne detengono il capitale.
Sotto il profilo di efficienza si possono valutare gli effetti economici del ricorso a una
definizione piuttosto che a un’altra.
5) Scelta della base imponibile
La dottrina finanziaria, nella ricerca della più corretta definizione della base
imponibile, si è concentrata inizialmente su definizioni che si richiamavano al criterio
delle fonti. In questo contesto sono emersi in particolare tre concetti:
Il reddito prodotto
Il reddito entrata
Il reddito spesa
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Secondo le legislazioni dell’Ottocento la scelta della base imponibile doveva
avvenire secondo il reddito prodotto. Alla giustificazione teorica di questa
definizione di base imponibile dell’imposta sul reddito ha contribuito in modo
particolare De Viti de Marco, uno dei più importanti studiosi di scienza delle finanze
della scuola italiana dell’inizio del XX secolo. Secondo questo studioso, tale concetto
sarebbe il più appropriato, in quanto consente di stabilire la più stretta correlazione
con il contributo che l’attività finanziaria pubblica fornisce alla produzione del
reddito. Sono sottoposti a tassazione tutti i redditi dei fattori ottenuti come
corrispettivo della partecipazione a un’attività produttiva.
La scelta del reddito prodotto lascia aperti alcuni problemi. Un primo ordine di
problemi riguarda la definizione del reddito al lordo o al netto dei costi sostenuti per
la sua produzione. Ovviamente, la definizione più corretta è quella di reddito netto.
Per essere realizzata richiede tuttavia la soluzione di diversi problemi di corretta
valutazione dell’inerenza dei costi, in primis nella definizione dell’ammortamento
del capitale utilizzato nella produzione.
Un ulteriore problema riguarda la territorialità dell’imposta e in particolare, se
bisogna tener conto dei redditi prodotti all’estero da cittadini residenti o se
considerare anche i redditi prodotti all’interno del paese da cittadini non residenti.
Ma gli aspetti più problematici della definizione di reddito prodotto riguardano il
profilo dell’equità. Anche se questa definizione di base imponibile include le
principali fonti del reddito.
Il problema maggiore è quello dell’elusione fiscale, un Incentivo a trasformare
redditi di capitale (tassati) in plusvalenze (non tassate).
Gli aspetti critici del reddito prodotto hanno portato all’elaborazione di un nuovo
concetto di base imponibile. Proposto inizialmente da Schanz, riportati poi da Haig e
Simons. La presenza di altri elementi rilevanti per la definizione della capacità
contributiva che il reddito prodotto non pare in grado di cogliere e, in particolare, di
forme di reddito quali i guadagni o le perdite in conto capitale relativi a beni
patrimoniali o forme di entrata particolari come le vincite, le liberalità, le donazioni,
ecc. Tutti questi elementi costituiscono un’entrata per il soggetto a cui non
corrisponde la produzione di un valore aggiunto e che quindi non rientrano nel
concetto di reddito prodotto, nonostante ne possano modificare anche
significativamente le opportunità di benessere e quindi la capacità contributiva.
Pertanto, si tiene conto per la scelta della base imponibile, del reddito entrata. Il
reddito di un individuo è pari all’ammontare massimo di risorse che egli può
consumare in un periodo senza ridurre il proprio patrimonio.
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RE = Wt-Wt-1 + Ct
consumo potenziale.
RE = somma Yi + CGt + AEt
e cioè:
RE = redditi di lavoro + redditi di capitale + plusvalenza nette + entrate straordinarie
o occasionali. Sono quindi tassate tutte le fonti di reddito.
Fra le entrate straordinarie e occasionali non sono generalmente ricomprese
donazioni ed eredità, in quanto assoggettate a tributi autonomi, generalmente
meno onerosi. Elemento caratterizzante: tassazione delle plusvalenze maturate (in
quanto potenzialmente traducibili in consumo).
I problemi applicativi del reddito entrata sono:
La tassazione alla maturazione: richiede di conoscere il valore di mercato di
tutte le attività patrimoniali al 31 dicembre di ogni anno (valore che spesso
non è valutabile con certezza in assenza di transazioni), può creare al
contribuente problemi di liquidità.
La tassazione alla realizzazione: determina effetti di immobilizzo (lock in
effect), imputabili alla volontà di differire l’imposta, incentiva attività elusive:
realizzazione immediata delle minusvalenze (deducibili), differimento della
realizzazione delle plusvalenze (tassate).
Il reddito spesa fa riferimento alla classificazione dei redditi secondo gli usi e
propone come oggetto della tassazione la componente del consumo con esclusione
del reddito risparmiato. Rispetto alla nozione di reddito prodotto, il fondamento
equitativo di questa definizione della base imponibile è che gli individui vengano
tassati sulla base delle risorse che essi sottraggono al valore del prodotto dalla
collettività (consumi) e non sulla base del contributo che essi danno alla formazione
delle risorse (reddito prodotto).
Il reddito spesa è un’imposta personale sul reddito che si distingue dall’imposta sul
reddito entrata per l’esenzione del risparmio.
La misura del reddito speso può essere semplicemente ricavata dalla somma del
reddito prodotto RP e dal saldo tra prelievi e versamenti nei conti registrati:
RS=RP+(prelievi−versamenti)
Sotto i profili equitativi, si tassano gli individui solo per le risorse che
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sottraggono alla collettività. Se si sceglie un’ottica pluriperiodale, c’è la tesi della
doppia tassazione del risparmio. La tassazione secondo il reddito sottopone il
risparmio a tassazione due volte:
Nel momento in cui è prodotto
Nel momento in cui dà frutto sotto forma di redditi di capitale
La doppia tassazione del risparmio avviene mediante un’imposta sul reddito di
entrata o prodotto e mediante un’imposta sulla spesa. Solo l’imposta sulla spesa
garantisce che l’imposizione, nel ciclo vitale, sia indipendente dalle decisioni di
consumo e risparmio degli individui. Un’imposta sulla spesa è equivalente a
un’imposta sul reddito che esenti però i redditi di capitale.
Il profilo intertemporale di un’imposta sulla spesa comporta una concentrazione del
gettito nei periodi in cui il consumo è una percentuale più elevata del reddito:
Quando si è giovani
Quando si è anziani
L’imposta sulla spesa è più efficiente dell’imposta sul reddito in quanto non distorce
le scelte intertemporali di consumo. Ma non vi è chiara evidenza empirica
sull’esistenza di effetti distorsivi significativi.
Non esistono applicazioni concrete di questo modello. I Problemi principali
riguardano:
Individuare cosa è consumo e cosa risparmio
Monitoraggio del risparmio (conti registrati di tutte le transazioni che
coinvolgono i diversi tipi di patrimonio)
Il trattamento fiscale del risparmio previdenziale pubblico, ma in larga misura anche
privato, è generalmente coerente con la tassazione sulla spesa:
I contributi (risparmio) non sono tassati.
Si ha tassazione solo sulle pensioni, cioè quando il risparmio accumulato viene
trasformato in consumo.
Il dual income tax è un modello che condivide gli obiettivi di equità e di efficienza
dell’imposta sulla spesa invece di esentare i redditi di capitale li assoggetta a un
prelievo agevolato.
I redditi sono divisi in due categorie:
Redditi di lavoro (e pensioni)
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Redditi di capitale (comprendono anche i redditi delle società di capitali e le
plusvalenze)
È efficiente tassare meno i redditi delle attività più mobili: i capitali, specie finanziari.
Un’imposta elevata potrebbe generare fughe di capitali, e quindi sostituzione fra
redditi prodotti internamente e redditi prodotti all’estero. È efficiente tassare tutti i
redditi di capitale e tassarli tutti allo stesso modo.
I regimi fiscali che si sono storicamente determinati non sono mai pienamente
coerenti con uno dei modelli proposti. Sono regimi ibridi, ciò ha conseguenze
sull’equità ed efficienza del sistema e crea ampie possibilità di elusione fiscale.
A favore del reddito familiare (yf)
Impedisce discriminazioni tra famiglie con le stesse possibilità economiche. In
particolare, YF è un indicatore più appropriato della condizione economica in
quanto il consumo e il risparmio sono meglio spiegati da YF che da Y
personale.
Impedisce l’intestazione di comodo di attività per eludere progressività
imposta.
A favore del reddito individuale
Ognuno ha pieno diritto di proprietà solo sul suo reddito personale e non su
quello del coniuge o dei parenti conviventi;
La tassazione familiare penalizza i matrimoni;
La tassazione familiare, se l’imposta è progressiva, penalizza la scelta di un
lavoro aggiuntivo all’interno della famiglia.
Inconciliabilità tra i diversi obiettivi
È necessario sacrificare almeno parzialmente alcuni degli obiettivi rispettivamente
perseguiti dai due sistemi. Tuttavia, è possibile cercare di mediare, almeno
nell’entità, ai problemi. In particolare sono pensabili:
1) Sistemi individuali che tengono conto delle condizioni famigliari del contribuente.
2) Sistemi familiari, che attenuino gli inconvenienti del sistema del cumulo puro.
Capacità contributiva autonoma:
Distinzione tra controllo e proprietà, le società di capitali sono entità separate
rispetto agli azionisti, quindi possono essere autonomamente tassate.
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Anche se il prelievo è sulla società chi ne sopporta l’onere sono comunque i
soci (minor rendimento del capitale investito nell’impresa), meglio tassarli
direttamente (maggiore trasparenza).
Per evitare la doppia tassazione che grava sui soci delle società quotate si può
effettuare:
Tassazione pro quota (inapplicabile per società a larga base azionaria).
Tassazione delle plusvalenze maturate sulle azioni che, in mercati perfetti,
riflettono gli utili non distribuiti (tassazione alla maturazione problematica,
con incertezza e imperfezioni dei mercati il legame fra plusvalenze maturate e
utili non distribuiti diviene labile).
Coordinamento fra imposta in capo alla società e imposta in capo al socio,
Integrazione fra imposta societaria e personale.
L’integrazione parziale avviene su:
Imposta in capo alla società con funzione di acconto dell’imposta dovuta dai
soci.
Imposta sugli utili distribuiti con restituzione (credito) dell’imposta pagata
dalla società.
Nessun correttivo della doppia tassazione su utili non distribuiti e plusvalenze
azionarie.
6) Principali imposte in Italia
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Secondo l’articolo 53 della Costituzione Italiana, Tutti sono tenuti a concorrere alle
spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è
informato a criteri di progressività. Nell’ art. 53 Cost. sono tutelati due interessi:
quello della collettività al concorso di tutti alle spese pubbliche; quello del singolo al
rispetto della sua capacità contributiva. La tutela dei due interessi corrisponde ad
una duplice funzione dell’art. 53 Cost.:
Funzione solidaristica: ogni soggetto che è in grado di concorrere “all’azione
comune” deve perciò stesso concorrere ad essa;
Funzione garantistica: è tenuto a concorrere alle spese pubbliche solo chi
abbia capacità contributiva, nella misura e nei limiti della stessa.
L’Irpef è un’imposta personale progressiva a base individuale che colpisce il reddito
monetario complessivo delle persone fisiche. Il presupposto del tributo è la
percezione di un reddito, in denaro o in natura.
I soggetti passivi sono le persone fisiche, residenti (per i redditi posseduti all’interno
o all’estero) e non residenti (limitatamente ai redditi prodotti nel territorio dello
Stato). L’Irpef colpisce quindi i redditi individuali, non quelli del nucleo familiare.
La base imponibile viene calcolata partendo dal reddito complessivo del soggetto
passivo, che è dato dalla somma di tutti i suoi redditi a cui vengono sottratte alcune
tipologie di spesa sostenute dal contribuente (deduzioni).
Le imposte si dividono in:
Imposte dirette: sono i tributi che colpiscono una manifestazione immediata
di capacità contributiva rappresentata appunto dalla percezione di un reddito
o dal possesso di un patrimonio (irpef, ires, irap, imposte sostitutive sui redditi
di capitale, o meglio l’insieme dei prelievi sostitutivi dell’irpef che gravano sui
redditi derivanti da attività finanziarie).
Imposte indirette: sono i tributi che colpiscono una manifestazione mediata di
capacità contributiva rivelata ad esempio al momento del consumo o dello
scambio di un bene o del trasferimento di un’attività patrimoniale. In generale
possiamo dire che sono quelle imposte che colpiscono i trasferimenti di
ricchezza (IVA, imposte sugli oli minerali, lotto e lotterie).
Le principali caratteristiche dell’IRPEF sono:
Caratteristiche: imposte indiretta, personale, progressiva per scaglioni e per
detrazioni alla base, che colpisce il reddito complessivo (RC) delle persone
fisiche.
Presupposto dell’imposta: possesso di redditi in denaro o natura tra quelli
previsti dalla normativa.
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Soggetti passivi: residenti (redditi interni ed esteri) e non residenti (redditi
prodotti in Italia), società di persone, e società di capitali che optano per il
regime della trasparenza.
Base imponibile: somma di tutti i redditi al netto delle deduzioni.
Aliquota: l’aliquota legale è una percentuale che si applica alla base
imponibile o a frazione di essa al fine di determinare il debito d’imposta del
contribuente non è l’aliquota marginale legale, ma quella effettiva, cioè la
variazione d’imposta a seguito di un aumento unitario di reddito.
Alla determinazione dell’imposta si arriva attraverso passaggi successivi descritti
dallo schema che segue:
1. Calcolo del Reddito complessivo (RC) (somma di tutti i redditi)
2. Calcolo del Reddito imponibile (RI) = RC -deduzioni
3. Calcolo dell’IRPEF lorda = RI x scala delle aliquote
4. Calcolo dell’IRPEF netta = IRPEF lorda -detrazioni
L’obiettivo è quello di determinare l’ammontare dell’imposta dovuta.
Prima di analizzare le singole categorie di reddito è opportuno soffermarci e
chiederci come mai i redditi vengono suddivisi in categorie. La ragione risiede nel
fatto che ciascuna categoria ha le proprie regole di definizione della base imponibile.
Inoltre, non tutti i redditi rientrano nella determinazione dell’imposta dovuta. Alcuni
di essi sono sottoposti a regimi fiscali sostitutivi (redditi finanziari, tfr, arretrati di
stipendi, borse di studio, assegni di ricerca).
Ai fini dell’accertamento della base imponibile i redditi sono classificati in sei
categorie:
A) Redditi fondiari
B) Redditi da capitale
C) Redditi da lavoro dipendente
D) Redditi da lavoro autonomo
E) Redditi di impresa
F) Redditi diversi, a cui corrispondono differenti criteri di accertamento.
Il reddito complessivo è dato dalla sommatoria delle sei categorie di reddito
indicate.
A) I redditi fondiari sono:
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Redditi dei terreni: Il reddito dominicale ( deriva dal latino dominus ” =
signore ”)sono redditi da capitale connessi al possesso di terreni agricoli a
prescindere dalla coltivazione o meno del fondo); Il reddito agrario è il reddito
dell’imprenditore nell’esercizio dell’impresa agricola. L’imprenditore può
essere o lo stesso proprietario oppure l’affittuario o l’usufruttuario e
comunque è sempre colui che coltiva il fondo.
Redditi da fabbricati: non rientrano in questa categoria i redditi derivati da
costruzioni rurali utilizzate nell’ambito delle attività agricole (reddito agrario),
né quelli attribuibili a fabbricati di cui siano titolati imprese commerciali
(reddito impresa).
Redditi figurativi: destinati all’abitazione del proprietario o tenuti a disposizione.
Redditi effettivi: dei fabbricati locati a terzi (abitazioni,residenze estive, etc )
Rendita catastale: rappresenta nel caso dei terreni il rendimento medio, ordinario e
continuativo ottenibile da una particella. Nel caso dei fabbricati il reddito medio
ordinario dell’unità immobiliare. La rendita catastale è la tariffa d’estimo catastale
per dimensione dell’unità fondiaria (ettari o vani).
L’obsolescenza delle tariffe d’estimo rende il reddito normale molto diverso dal
reddito effettivo. Nonostante le continue rivalutazioni, redditi fondiari assoggettati a
tassazione inferiore rispetto agli altri redditi. Per i redditi da fabbricati, dal 2012
rivalutazione 60% ai fini IMU (Imposta municipale propria).
Gli immobili destinati ad abitazione del proprietario rendita catastale (reddito
figurativo) nel RC ai fini IRPEF, ma prevedono la deducibilità dal reddito complessivo,
quindi l’esclusione dall’imponibile. La giustificazione che viene data è che
l’abitazione è un bisogno primario. Inoltre, non interviene nella determinazione del
RC rilevante per il calcolo delle detrazioni effettive.
Bisogna inoltre fare una differenza per il calcolo dell’IRPEF tra:
Immobili locati: canone di locazione ridotto del 15% (reddito effettivo) nel RC
ai fini IRPEF. Se canone di locazione ridotto del 15% < rendita catastale, si
considera nel RC ai fini IRPEF la rendita catastale stessa (reddito min
tassabile). Dal 2011 opzione tassazione separata: cedolare secca 19-21% sul
canone di locazione.
Immobili non locati: dal 2012 no IRPEF. La rendita catastale, aumentata di 1/3,
è tassata solo con IMU.
C) I redditi da lavoro dipendente sono tutti i compensi in denaro o natura percepiti
nel periodo di imposta. Componente più rilevante del RC Irpef.
Si tratta di:
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Compensi percepiti nel periodo d’imposta in dipendenza del rapporto di
lavoro, al netto dei contributi sociali (previdenza e assistenza).
Pensioni di ogni genere e assegni ad esse equiparati; proventi in sostituzione
di redditi da lavoro (indennità, anche in forma assicurativa, derivanti dal
risarcimento del danno per perdita dei redditi).
Vari redditi assimilati (borse di studio).
I contributi sociali sono esclusi perché sono forme di remunerazione di cui il
contribuente non ha immediata disponibilità (tax deferral).
Il reddito imponibile è al lordo delle spese per la sua produzione, ed è valutato
secondo il criterio di cassa (ciò che è stato percepito effettivamente nel periodo
d’imposta). Il Sostituto d’imposta e ritenuta alla fonte, ha facilità di accertamento ed
è vantaggiosa tanto per l’amministrazione fiscale quanto per il contribuente.
D) Il reddito da lavoro autonomo è il reddito derivante dall’esercizio abituale,
ancorché non esclusivo, di arti e professioni e altri redditi di lavoro autonomo (ad es.
utilizzo economico di opere dell’ingegno e diritti d’autore) se non conseguiti
nell’esercizio d’impresa (reddito d’impresa). Il reddito imponibile è al netto delle
spese per la sua produzione, valutato secondo il criterio di cassa. Esistono però limiti
o criteri forfetari per la deduzione delle spese al fine di evitare lo “svuotamento
della base imponibile”. Solo ove possibile, il sostituto d’imposta, viene applicata una
ritenuta al 20%. Ci sono ampi rischi di evasione come gli studi di settore (reddito
normale).
Gli studi di settore, elaborati mediante analisi economiche e tecniche statistico
matematiche, consentono di stimare i ricavi o i compensi che possono essere
attribuiti al contribuente. Individuano, a tal fine, le relazioni esistenti tra le variabili
strutturali e contabili delle imprese e dei lavoratori autonomi con riferimento al
settore economico di appartenenza, ai processi produttivi utilizzati,
all’organizzazione, ai prodotti e servizi oggetto dell’attività, alla localizzazione
geografica e agli altri elementi significativi (ad esempio area di vendita, andamento
della domanda, livello dei prezzi, concorrenza, ecc.). Gli studi di settore sono
utilizzati dal contribuente per verificare, in fase dichiarativa, il posizionamento
rispetto alla congruità (il contribuente è congruo se i ricavi o i compensi dichiarati
sono uguali o superiori a quelli stimati dallo studio, tenuto conto delle risultanze
derivanti dall’applicazione degli indicatori di normalità economica) e alla coerenza
(la coerenza misura il comportamento del contribuente rispetto ai valori di indicatori
economici predeterminati, per ciascuna attività, dallo studio di settore), e
dall’Amministrazione finanziaria quale ausilio all’attività di controllo.
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I contribuenti minimi per i redditi di lavoro autonomo sono Imprese individuali e
professionisti singoli residenti che:
Nell'anno precedente hanno conseguito ricavi o compensi non superiori a
30.000.
Non hanno avuto lavoratori dipendenti o collaboratori (anche a progetto).
Non hanno effettuato cessioni all'esportazione.
Non hanno erogato utili da partecipazione agli associati con apporto di solo
lavoro.
Nel triennio precedente non hanno effettuato acquisti di beni strumentali per
un ammontare superiore a 15.000 euro, per 5 anni (altrimenti fino ai 35 anni)
hanno un esonero IVA e IRAP.
Il nuovo regime comporta l'applicazione di un'imposta sostitutiva: aliquota = 5% sul
reddito calcolato come differenza tra ricavi o compensi e spese sostenute, comprese
plusvalenze e minusvalenze dei beni relativi all'impresa o alla professione e i
contributi previdenziali.
E) I redditi d’impresa sono i redditi derivanti dall’esercizio di imprese commerciali.
I redditi di impresa coincidono con gli utili che emergono dal conto economico
corretti per tenere conto di divergenze fra normativa civilistica e normativa fiscale.
Essi possono essere definiti in modo sintetico come differenza fra RICAVI, da un lato,
costi di esercizio, ammortamenti e interessi passivi dall’altro:
BASE IMPONIBILE= UTILE = R – C - AMM - IP
I redditi di imprese individuali e società di persone indipendentemente dalla loro
distribuzione sono attribuiti all’imprenditore o ai soci in relazione alla loro quota di
partecipazione agli utili e tassati in capo agli stessi come componente del loro
reddito complessivo, nell’ambito dell’imposta personale. La determinazione del
reddito d’impresa avviene secondo il criterio di competenza. Le società di capitali
pagano il reddito d’impresa tassato come IRES (imposta proporzionale sul reddito
delle società).
B) I redditi di capitale sono generati da ogni provento che derivi da rapporti aventi
ad oggetto l’impiego di capitale finanziario, purché al di fuori dell’esercizio d’impresa
(reddito d’impresa). Si tratta in generale di interessi, dividendi, utili netti distribuiti
(da partecipazioni in società ed enti soggetti ad IRES), proventi (ad es. da fondi
comuni d’investimento). Tutti i redditi da capitale, ad eccezione parziale di alcune
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tipologie di dividendi azionari, sono sottoposti a regimi sostitutivi. Le ritenute alla
fonte possono essere a titolo di imposta, a titolo di acconto.
Concorrono a formare il RC ai fini IRPEF soltanto:
I dividendi da partecipazione qualificata, per il 49,72% del loro ammontare
I dividendi da partecipazione qualificata in società residenti in paradisi fiscali,
per il 100% del loro ammontare.
N.B. Partecipazione qualificata: possesso di più del 5 o 25% del capitale sociale a
seconda che la società sia quotata oppure no.
F) I redditi diversi si distinguono sommariamente dai redditi da capitale in quanto
sono proventi derivanti da impieghi di capitale (non realizzati nell’esercizio
d’impresa) che si manifestano in dipendenza di un evento incerto, tassati al netto. Si
tratta di:
Plusvalenze: differenza positiva tra il corrispettivo percepito alla cessione e il
costo d’acquisto dell’azione (capital gain), terreno o immobile (plusvalenze
immobiliari).
Proventi da prodotti derivati ( swaps , options , futures).
Come per i redditi da capitale, modesta rilevanza dei redditi diversi nell’ambito
dell’IRPEF indebolimento nozione RC. Regimi d’imposta sostitutivi con ritenute alla
fonte (vedi tassazione attività finanziarie). Rientrano nel RC ai fini IRPEF:
Le plusvalenze (capital gains) derivanti da partecipazione qualificata, per il
49,72% del loro ammontare.
Le plusvalenze (capital gains) derivanti da partecipazioni in società residenti in
paradisi fiscali, per il 100% del loro ammontare.
Il calcolo dell’IRPEF avviene seguendo il medesimo schema:
Reddito Complessivo – deduzioni = Reddito Imponibile
Reddito Imponibile x aliquote a scaglioni = IRPEF lorda
IRPEF lorda – detrazioni = IRPEF netta
IRPEF netta – Ritenute alla fonte a titolo di acconto = Imposta da versare.
Calcolo del reddito imponibile
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La deduzione fiscale si ha quando un dato onere (spesa) viene sottratto dal reddito
complessivo. In questo modo si ha beneficio dalla riduzione della base imponibile, su
cui si calcola imposta. Le deduzioni ammesse fiscalmente sono oneri che incidono
sulla situazione personale del soggetto (es. spese contributive), diversamente
dunque da quelle riconducibili alla produzione del singolo reddito. Consentendone
la deduzione il legislatore da un lato ne riconosce la loro necessità, dall’altro
ammette una ripercussione e dunque un abbassamento della base imponibile e
conseguentemente una ridotta capacità contributiva del soggetto. Le deduzioni si
sottraggono dal reddito complessivo ai fini delle imposte sulla persona fisica meglio
conosciute come Irpef. l’irpef è un’imposta personale perché la sua disciplina tiene
conto di una serie di circostanze di natura personale: ossia, non solo del fatto che i
redditi si aggregano presso un medesimo soggetto costituendone il reddito
complessivo ma anche di altri elementi di stretto carattere personale. Ciò viene
realizzato con strumenti tecnici diversi, ossia concedendo deduzioni dal reddito
complessivo o detrazioni dall’imposta.
Le principali deduzioni sono:
Contributi previdenziali e assistenziali obbligatori (versati da lavoratori
autonomi e contribuenti minimi).
Contributi versati alle forme pensionistiche complementari.
Contributi e i premi versati alle forme pensionistiche individuali, per un
importo massimo di 5165€
Rendita catastale dell'immobile adibito ad abitazione principale.
Contributi e donazioni alle ONLUS, per un importo non superiore al 10% del
reddito complessivo e comunque inferiore a 70.000€
Erogazioni liberali ad istituzioni religiose (entro certi limiti).
Contributi a fondi integrativi del SSN (entro certi limiti).
Calcolo dell’IRPEF lordo
La scala delle aliquote che vengono sottratte al reddito imponibile per la formazione
dell’IRPEF lordo è la seguenti:
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Calcolo dell’IRPEF netto
IRPEF netta = IRPEF lorda - detrazioni
La detrazione fiscale si ha quando un dato onere viene sottratto dal’imposta lorda.
La differenza tra deduzione e detrazione è che la prima opera sul reddito
complessivo la seconda agisce sull’imposta. Sia la prima che la seconda possono
essere definiti come dei benefici fiscali, ossia lo Stato riconosce che vi sono alcuni
tipi di oneri/spese che non devono incidere sul reddito complessivo su cui si
calcolerà poi l’imposta dovuta dal contribuente.
Le detrazioni si suddividono in:
Per tipo di reddito
Per carichi di famigli
Per oneri personali al 19%
Per canoni di locazione e mutui per la prima casa
Altre detrazioni con finalità incentivante
La detrazione è un beneficio fiscale che contribuisce al grado di progressività
dell’imposta. Si può usufruire pienamente delle detrazioni se il debito d’imposta
lorda è ampio almeno quanto l’importo delle detrazioni a cui si ha diritto. Altrimenti:
fenomeno dell’incapienza (contribuenti con imponibile più basso).
Le detrazioni stabilite in misura diversa in base alla tipologia di reddito posseduto
(lavoro dipendente, pensione, altri redditi (lavoro autonomo). Dopo un primo
intervallo di reddito in cui sono costanti, decrescono al crescere del RC (netto
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rendita catastale abitazione principale), fino ad annullarsi in corrispondenza a un RC
di €55.000.
Le detrazioni differenziate per coniuge a carico, figli a carico (età > o < 3 anni), altri
familiari a a carico se il RC non supera i 2.840,51€. Decrescono al crescere del RC
(netto rendita catastale abitazione principale), fino ad annullarsi. Famiglie con
almeno 4 figli a carico hanno un’ulteriore detrazione (sussidio in caso di incapienza)
di 1.200 € (indipendente dal RC).
Le detrazioni per oneri personali consentono di detrarre il 19% di alcune spese
sostenute, in particolare:
Spese mediche per l’importo eccedente €129,11
Premi di contratti di assicurazione sulla vita non oltre € 1.291 circa
Spese per frequenza corsi di istruzione
Superiore e universitaria (non oltre tasse statali)
Le detrazioni per canoni di locazione sono detrazione d’importo differenziato in base
alla tipologia di contratto e al RC del contribuente. Le detrazioni per mutui sulla
prima casa sono detrazioni del 19% con importi limite differenziati.
Le detrazioni incentivanti sono:
Detrazioni per interventi di recupero patrimonio edilizio.
Detrazioni per incentivare la mobilità dei lavoratori dipendenti, titolari di
contratto di locazione abitazione principale.
Carattere di incentivazione può essere riconosciuto anche ad altre detrazioni.
Secondo uno schema molto semplificato ma utile in prima approssimazione, il
divario tra teoria e pratica in materia tributaria può essere ricondotto agli
scostamenti tra imposta ideale (tax design), imposta legale (tax law), imposta
effettiva d’impatto (tax impact) e di incidenza (tax incidence), e imposta percepita
(tax perception).
Le diverse modalità e possibilità di accertamento di redditi similari confermano che i
problemi delle imposte personali sul reddito derivano non soltanto dagli importanti
aspetti più frequentemente analizzati relativi alla scelta largamente arbitraria
dell’unità impositiva (individuo o unione familiare) e delle correzioni apportate al
reddito complessivo (deduzioni) o all’imposta (detrazioni) ma sono legati soprattutto
50
alle difficoltà di definizione, determinazione e accertamento dei singoli redditi che
compongono il reddito complessivo.
7) Esercitazione IRPEF
I Redditi soggetti a ritenute a titolo di acconto (ad es., lavoro dipendente, lavoro
autonomo, provvigioni agenti) vanno in dichiarazione. I Redditi soggetti a ritenute a
titolo di imposta (ad es., interessi bancari non in regime di impresa, diritti di
sfruttamento opere dell’ingegno percepiti da soggetti non residenti) non vanno in
dichiarazione.
La fase dell’accertamento consiste nell’individuazione delle dimensioni qualitative e
quantitative del presupposto impositivo. Lo schema è:
Autodichiarazione (dichiarazione, versamento acconti, autoliquidazione) ad
opera del Contribuente.
Accertamento ex post ad opera dell’Amministrazione Finanziaria, che può
assumere diverse forme (controlli formali, automatici, analitici, induttivi, ecc).
Le dichiarazioni dei redditi Irpef possono essere presentate su due tipologie di
Modelli dichiarativi, messi a disposizione dall’Agenzia delle Entrate:
Modello 730: è il modello tipicamente utilizzato da lavoratori dipendenti e
pensionati. Consente la liquidazione dell’imposta (e delle addizionali) a
conguaglio ad opera del sostituto d’imposta, direttamente in busta paga
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Modello Redditi PF (ex “Unico”). Si tratta di un modello più articolato, che si
conclude con la liquidazione dell’imposta (e delle addizionali) dovuta o a
credito. È obbligatorio in presenza di redditi di impresa e di lavoro autonomo
non occasionale. Può contenere anche gli altri modelli creati per il controllo
(studi di settore, parametri).
Dal 2016, non può più contenere il Modello Iva. L’indirizzo recente
dell’Amministrazione Finanziaria è di puntare fortemente sui modelli dichiarativi
“precompilati”.
Per perseguire obiettivi di semplificazione degli adempimenti e di incentivazione
all’adempimento spontaneo da parte dei contribuenti, a partire dal 2015
l’Amministrazione finanziaria ha elaborato lo strumento della dichiarazione
precompilata, che rappresenta una nuova fase del cd. Principio
dell’autodichiarazione. Trattasi di uno strumento in continua evoluzione e che si sta
affinando nel corso degli anni in funzione della sempre crescente capacità da parte
dell’Amministrazione finanziaria di raccogliere ed elaborare dati e informazioni
provenienti da diverse fonti, quali ad esempio: Sistema Tessera Sanitaria, per le
spese mediche; compagnie di assicurazione; banche e altri intermediari finanziari.
Ciascun contribuente è obbligato a versare le addizionali comunali e regionali in
funzione del proprio domicilio fiscale. La base imponibile è la medesima dell’Irpef.
Ciascun Ente locale ha il diritto di stabilire l’aliquota e le eventuali soglie di
esenzione entro i limiti stabiliti dalla legge statale:
0,8% per le addizionali comunali (salvo deroghe di legge, come ad esempio
quella concessa al Comune di Roma: 0,9%).
3,33% per il reddito massimo delle addizionali regionali (aliquota di base:
1,23%).
La predisposizione della dichiarazione può essere idealmente
semplificata nei seguenti passaggi:
1) Tenuta della contabilità (eventuale. Solo per imprenditori individuali e
lavoratori autonomi).
2) Raccolta della documentazione.
3) Determinazione dei redditi da indicare in dichiarazione.
4) Calcolo delle deduzioni e delle detrazioni.
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5) Calcolo del reddito netto imponibile.
6) Applicazione delle aliquote (scaglioni).
7) Determinazione di (eventuali) crediti di imposta e ritenute subite.
8) Liquidazione dell’imposta (e predisposizione degli F24).
9) Trasmissione telematica.
Nel prosieguo si farà riferimento alla predisposizione di un Modello Redditi PF (ex
“Unico”), in quanto più completo rispetto al Modello 730.
Il Modello Redditi PF ripercorre i principali passaggi attraverso i quali si predispone
la dichiarazione dei redditi. Esso è suddiviso in quadri, ciascuno dei quali accoglie
una tipologia di reddito, di onere deducibile / detraibile, oltre ai due quadri
“conclusivi” delle liquidazioni dell’imposta e delle addizionali (quadri RN e RV) e
degli eventuali crediti (quadro RX). Ai fini del monitoraggio fiscale, infine, occorre
riportare le attività e gli investimenti detenuti all’estero all’interno del quadro RW.
Dopo aver raccolto tutta la documentazione, la prima operazione da fare è un
riepilogo dei redditi percepiti dal Contribuente nell’anno fiscale. Per i redditi di
lavoro dipendente (e assimilati) e di pensione i soggetti che erogano le somme (i cd.
“sostituti d’imposta”) sono tenuti a consegnare al Contribuente un prospetto
riepilogativo dei redditi, delle ritenute operate e delle altre informazioni necessarie:
la Certificazione Unica. In caso di lavoro autonomo, il Contribuente può avere due
tipologie di clienti:
Il cliente persona fisica che non opera nell’esercizio di arti o professioni o di
imprese commerciali.
Il cliente che opera invece nell’esercizio di arti o professioni o di imprese
commerciali e dunque in qualità di sostituto d’imposta, che dovrà applicare ai
compensi erogati una ritenuta a titolo di acconto e consegnare al lavoratore
autonomo una Certificazione Unica con il riepilogo delle somme erogate e
trattenute nel corso dell’esercizio.
Insieme alle banche dati catastali e del Registro, il flusso di informazioni che i
sostituti di imposta trasmettono all’Agenzia delle Entrate tramite la Certificazione
Unica rappresenta il principale presidio a disposizione dell’Amministrazione
finanziaria a tutela del corretto e spontaneo adempimento delle obbligazioni
tributarie.
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Dopo aver raccolto tutta la documentazione, la prima operazione da fare è un
riepilogo dei redditi percepiti dal Contribuente nell’anno di imposta. Si tratta della
fase principale dell’intero processo che porta alla predisposizione della dichiarazione
dei redditi, nella quale si esplica gran parte della funzione del consulente.
Gli oneri deducibili incidono “a monte” sul reddito imponibile, con un beneficio che
va rapportato alla aliquota marginale del Contribuente. In termini di valore assoluto
gli oneri deducibili determinano un beneficio fiscale maggiore per i contribuenti
aventi aliquota marginale maggiore.
Gli oneri detraibili riducono “a valle” l’imposta determinata applicando le dovute
aliquote agli scaglioni di reddito. Il beneficio fiscale connesso alle detrazioni non
varia al variare del reddito, ad eccezione dei contribuenti con redditi bassi per i quali
si determina il fenomeno della cd. “incapienza”.
Una volta quantificati i redditi e gli oneri deducibili, è possibile determinare il
reddito netto quale sommatoria a cui applicare le aliquote a scaglioni per ricavare
l’imposta lorda. Dall’imposta lorda vengono sottratte le detrazioni per ricavare
l’imposta netta. Per giungere infine al debito (o credito) d’imposta finale, occorre
poi tener conto di eventuali:
Credito anno precedente;
Crediti di imposta (ad esempio, per imposte versate all’estero);
Ritenute subite;
Acconti versati.
La liquidazione dell’imposta rappresenta il risultato finale dell’intero procedimento
con il quale, come si è visto, viene predisposta una dichiarazione dei redditi. Nel
Modello Redditi PF (ex “Unico”), la liquidazione dell’imposta va riportata all’interno
del quadro RN.
Questo risultato finale si traduce nell’elaborazione dei Modelli F24 attraverso i quali
il Contribuente verserà quanto dovuto. Di seguito vengono riportate le scadenze
fissate per i versamenti:
30 giugno dell’anno in corso: 1° acconto (40% del totale degli acconti dovuti),
rateizzabile.
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30 novembre dell’anno in corso: 2° acconto (60% del totale degli acconti
dovuti).
30 giugno dell’anno successivo: saldo.
Gli acconti possono essere versati con il metodo storico o con il previsionale.
Il Modello Redditi PF può essere presentato:
1) Per via telematica, direttamente.
2) Per via telematica, tramite un intermediario abilitato
Il termine per la presentazione delle dichiarazioni è variato diverse volte negli ultimi
anni. Per le dichiarazioni relative all’anno di imposta 2020, il termine scade il 30
novembre 2021.
il Modello per gli ISA - Indici Sintetici di Affidabilità fiscale (salvo i casi di esonero
dalla presentazione, ad esempio per non normale svolgimento dell’attività). Si tratta
dello strumento di accertamento che a partire dall’anno di imposta 2018 ha preso il
posto degli studi di settore, la cui portata è stata ampiamente ridimensionata dalla
giurisprudenza.
Tramite un software messo a disposizione dall’Agenzia delle Entrate (servizio
telematico Entratel), il Contribuente oppure, nella maggior parte dei casi,
l’intermediario abilitato trasmette il file telematico contenente la dichiarazione,
dopo averlo dapprima sottoposto a un controllo di conformità e in seguito
autenticato. Successivamente all’invio, l’Agenzia delle Entrate rende disponibile la
“comunicazione di avvenuto ricevimento” ex art. 3, comma 10, DPR n. 322/1998,
che riporta sinteticamente i principali dati della dichiarazione (reddito complessivo,
imposta netta, imposta a credito o a debito).
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Capitolo 1 – Slide (Da Leggere)
Tassazione redditi d’impresa
La qualificazione di un determinato reddito come reddito d'impresa avviene in base:
1) Al criterio soggettivo, cioè in funzione della natura del soggetto.
2) Al criterio oggettivo, cioè in funzione dell'attività svolta dall'impresa.
In base al criterio soggettivo, è considerato reddito d'impresa, a prescindere dalla
sua fonte, il reddito:
Delle società di persone commerciali.
Delle spa, sapa, srl, società cooperative e società di mutua assicurazione
residenti nel territorio dello Stato.
Degli enti pubblici e privati diversi dalle società, nonché dei trusts, residenti
nel territorio dello Stato, che hanno per oggetto esclusivo o principale
l'esercizio di attività commerciali.
Delle stabili organizzazioni di società ed enti commerciali non residenti.
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Ogni qual volta uno di tali soggetti consegua un reddito, ai fini della qualificazione
del medesimo diviene irrilevante il criterio oggettivo, posto che esso costituisce
comunque reddito d'impresa in funzione della natura del soggetto passivo
d'imposta, indipendentemente dall'attività da esso svolta.
Per gli altri soggetti vale il criterio oggettivo, secondo cui ai fini della qualificazione di
un reddito quale reddito di impresa diviene determinante il tipo di attività
esercitata. Sono redditi d’impresa quelli derivanti dall’esercizio di imprese
commerciali, ossia dall’esercizio per professione abituale. Sono inoltre considerati
d’impresa i redditi derivanti:
Da attività organizzate in forma d’impresa dirette alla prestazione di servizi
che non rientrano nell’art. 2195 c.c.
Dallo sfruttamento di miniere, cave, torbiere, saline, laghi, stagni.
Da attività agricole quando esercitate da soggetti “commerciali”.
Per essere qualificata come commerciale e dunque produttrice di reddito di
impresa, l’attività deve essere abituale, e cioè esercitata con regolarità e stabilità,
anche se non in via esclusiva (attività part time). Diversamente verrebbero prodotti
redditi diversi. Per le attività di cui all’art. 2195 c.c. è irrilevante l’organizzazione in
forma di impresa. Diversamente, per le prestazioni di servizi non comprese nell’art.
2195 (attività artistiche e professionali a contenuto intellettuale) assume rilievo
l’organizzazione in forma di impresa (l’artista o professionista si trasforma da
prestatore di servizi in combinatore dei fattori di produzione).
Sotto il profilo soggettivo (art. 73, TUIR) la disciplina dell’Ires individua 4 categorie di
soggetti: omogenee le prime due (sempre reddito d’impresa, indipendentemente
dalla fonte); sostanzialmente diverse la terza e la quarta:
1) Nel primo gruppo rientrano società di capitali, società cooperative e società di
mutua assicurazione residenti nel territorio dello Stato.
2) Il secondo gruppo contiene gli enti pubblici e privati diversi dalle società che
hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciale
(cd. "enti commerciali").
3) Nel terzo gruppo sono ricompresi gli enti non commerciali (compresi i trusts)
residenti.
4) Nel quarto le società e gli enti (compresi i trusts) con o senza personalità
giuridica non residenti nel territorio dello Stato.
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Le norme sulla fonte dei redditi d’impresa sono:
Irrilevanti per le società a “forma commerciale”.
Rilevanti per le persone fisiche, perché servono a qualificare l’attività.
Rilevanti per gli enti diversi dalle società e le società di fatto, perché servono a
qualificare il soggetto ed eventualmente l’attività.
Enti non commerciali residenti: per tutti, non sono commerciali le prestazioni di
servizi diverse da quelle di cui all’art. 2195 c.c. rese in conformità alle finalità
istituzionali senza specifica organizzazione e verso corrispettivi che non eccedono i
costi di diretta imputazione (art.143, c.1). Enti di tipo associativo: non sono
commerciali le attività svolte a beneficio degli associati a meno che non vi sia il
versamento di corrispettivi specifici, anche sotto forma di maggiori quote (art.148).
Enti di tipo associativo a carattere politico, sindacale e di categoria, religioso,
sportivo dilettantistico, assistenziale, culturale, ecc.: non sono commerciali le attività
svolte (anche verso corrispettivi specifici) a beneficio degli associati, purché
effettuate in diretta attuazione degli scopi istituzionali.
I criteri per l’individuazione dell’oggetto esclusivo o principale degli enti residenti
sono individuati dai co. 4 e 5 dell’art. 73 (atto costitutivo e statuto, se in forma di
atto pubblico o di scrittura autenticata o registrata co. 4, o in mancanza attività
effettivamente esercitata, co. 5). La distinzione tra attività principale (oggetto) e
accessoria non ha natura quantitativa ma qualitativa. Ciò significa che non è
principale l’attività più rilevante sotto il profilo quantitativo, ma quella inerente al
raggiungimento degli scopi primari che hanno determinato la costituzione dell’ente.
Per i non residenti: i redditi d’impresa si considerano prodotti nel territorio dello
Stato se derivano da attività esercitate nel territorio stesso mediante stabili
organizzazioni (art. 23, c.1, lett. e). La stabile organizzazione è una sede fissa d’affari
mediante la quale un’impresa non residente esercita in tutto o in parte la propria
attività nel territorio dello Stato, come: sede di direzione, succursale, ufficio, officina,
laboratorio, miniera o giacimento petrolifero, cantiere di costruzione o di montaggio
(se di durata superiore a tre mesi).
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Costituisce stabile organizzazione anche il soggetto che abitualmente esercita nel
territorio dello Stato il potere di concludere contratti a nome di un’impresa non
residente, a meno che non goda di uno status indipendente e agisca nell’ambito
dell’ordinaria attività (art.162, c.6-7). Non costituisce, di per sé, stabile
organizzazione la società residente controllata da un’impresa non residente.
(art.162, c.9).
Il regime ordinario si applica obbligatoriamente ai seguenti soggetti
(indipendentemente dal volume di ricavi conseguito):
Spa, srl, sapa, cooperative e mutue assicuratrici;
Enti diversi dalle società, trust, associazioni non riconosciute, consorzi e altre
organizzazioni, che hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di
attività commerciali;
Stabili organizzazioni di società ed enti non residenti nel territorio dello Stato.
Per gli altri titolari di reddito d’impresa, il regime di contabilità ordinaria si applica
obbligatoriamente soltanto se i ricavi eccedono i limiti quantitativi previsti per
l’accesso al regime di contabilità semplificata. Tali soggetti sono:
Persone fisiche che esercitano imprese commerciali (art.55 TUIR);
Snc, sas e i soggetti ad esse equiparati (ai sensi dell’art. 5 del TUIR);
Enti non commerciali che, oltre all’attività istituzionale, esercitano un’attività
commerciale in via non prevalente;
I trust, se esercitano un’attività commerciale in via non prevalente.
Si ha regime ordinario quando il reddito d’impresa si determina apportando all’utile
o alla perdita risultante dal conto economico, relativo all’esercizio chiuso nel
periodo d’imposta, le variazioni in aumento o in diminuzione conseguenti
all’applicazione delle norme tributarie (art.83) e per ottenere questo risultato
bisogna necessariamente individuare i beni facenti parte del patrimonio
dell’impresa, in quanto è dal loro impiego che derivano i ricavi ed i costi rilevanti.
Il principio a cui è ispirato il rapporto fra bilancio civilistico e reddito di impresa è
quello della cd. “dipendenza parziale”. L’utile, o la perdita, emergente dal CE funge
da mera base di partenza per il calcolo del reddito d’impresa. Il fondamento logico
di questa rinuncia è da identificarsi nella circostanza che, avendo il legislatore
assegnato al bilancio d’esercizio il compito di rappresentare «con evidenza e verità»
59
(art. 2217, co. 2, c.c.) ovvero «in modo veritiero e corretto» (art. 2423 c.c.) tanto la
situazione patrimoniale quanto quella economica e finanziaria, il risultato
economico che scaturisce da questo documento costituisce il dato che più
fedelmente dovrebbe rispecchiare l’incremento di ricchezza determinato
dall’esercizio dell’attività d’impresa, grandezza che rappresenta l’indice della
capacità contributiva, oggetto dell’imposizione.
Le variazioni in aumento al risultato del conto economico derivano da norme
tributarie:
Che obbligano ad includere tra i componenti positivi proventi in tutto o in
parte non imputati al conto economico (ad esempio, plusvalenze patrimoniali
realizzate in anni precedenti e rateizzate, art. 86, co. 4, Tuir).
Che obbligano ad escludere dai componenti negativi degli oneri imputati al
conto economico, in parte o in tutto indeducibili o in tutto o in parte
deducibili per gli esercizi successivi.
Le variazioni in diminuzione al risultato del conto economico derivano da norme
tributarie:
Che obbligano o consentono di escludere dai componenti positivi proventi
imputati al conto economico (ad esempio, sopravvenienze attive non tassabili,
art. 88 Tuir; quota parte di plusvalenze patrimoniali rinviabili ad esercizi
successivi).
Che obbligano o consentono di includere tra i componenti negativi oneri non
imputati al conto economico, non imputabili o già imputati ad esercizi
precedenti.
I criteri di determinazione sono di:
Competenza
Correlazione costi-ricavi
Requisito certezza e obiettiva determinabilità
Previa imputazione al conto economico.
Si applica poi il regime speciale per le imprese minori, quelle soggette a regime di
contabilità semplificata ossia quelle con ricavi non superiori a:
400.000€, se hanno per oggetto prestazioni di servizi
60
700.000€ se hanno per oggetto altre attività
Che non abbiano optato per la contabilità ordinaria
Non essendo in “contabilità ordinaria”, le imprese minori non sono obbligate a
tenere il libro giornale, ma solo i registri Iva. I soggetti che fruiscono del regime
devono annotare in un apposito registro gli incassi ricevuti, gli estremi del
documento e le generalità di chi effettua il pagamento ed, in diverso registro, le
spese sostenute nell’esercizio. I registri degli incassi e pagamenti possono essere
sostituiti dai registri IVA, opportunamente integrati. Il valore delle rimanenze deve
essere annotato nel registro Iva acquisti. Anche le operazioni non soggette ad Iva
vanno separatamente annotate sul registro Iva acquisti. Vi è obbligo di tenere il
registro dei beni ammortizzabili (nel previgente regime tale obbligo veniva meno a
condizione che l’impresa fosse stata in grado di fornire, su richiesta
dell’Amministrazione Finanziaria, gli stessi dati che vi sarebbero dovuti essere
annotati).
Il reddito d’impresa si determina pertanto sommando algebricamente i seguenti
componenti positivi e componenti negativi, specificatamente indicati dalla legge
(art. 66 TUIR):
+ componenti positivi incassati nel periodo (ricavi, dividendi, [Link], proventi
immobiliari);
- spese deducibili documentate sostenute nel periodo;
+ rimanenze finali;
- rimanenze iniziali;
+ plusvalenze e sopravvenienze attive (che non seguono il regime per cassa);
- minusvalenze e sopravvenienze passive (che non seguono il regime per cassa);
- quote di ammortamento di beni materiali e immateriali.
Il regime forfetario è stato introdotto per sostituire i diversi regimi contabili
introdotti nel corso degli anni per agevolare i contribuenti esercenti attività di
impresa (e di lavoro autonomo) di dimensioni minime (regime “dei minimi”, “delle
nuove attività produttive”, “di vantaggio”). I ricavi non sono soggetti a Iva. Il regime,
utilizzabile dai soggetti che percepiscono ricavi per un importo inferiore a 65mila
61
euro annui, consente l’esonero da tutti gli obblighi contabili e dichiarativi Iva
(permane invece l’obbligo di numerazione e conservazione delle fatture di acquisto).
Il reddito di impresa si determina in via forfetaria applicando ai ricavi conseguiti
nell’esercizio dei coefficienti di redditività (che variano dal 40% all’86%) stabiliti per
legge e variabili in funzione della tipologia di attività. Sul reddito d’impresa
forfetariamente determinato si applica un’imposta sostitutiva del 5% per i primi 5
anni, se si tratta di nuove iniziative imprenditoriali, e del 15% negli altri casi.
I componenti negativi non sono ammessi in deduzione se e nella misura in cui non
risultano imputati al conto economico relativo all’esercizio di competenza (art.109,
c.4). Si considerano imputati al conto economico i componenti imputati
direttamente a patrimonio per effetto dei principi contabili internazionali (art.109,
c.4). I componenti negativi non imputati al conto economico dell’esercizio di
competenza sono deducibili:
Se imputati a quello di un esercizio precedente, quando la loro deduzione è
stata rinviata in conformità ad una delle norme tributarie che consentono o
obbligano il rinvio di determinati oneri.
Se per loro natura non sono imputabili al conto economico, quando la loro
deduzione è prevista dalle norme tributarie (deve trattarsi di oneri che, pur
non essendo imputabili al conto economico, riducono la capacità contributiva
del soggetto oppure realizzano interessi extrafiscali);
Se si riferiscono a ricavi che, pur non essendo stati imputati al conto
economico, concorrono a formare il reddito, quando risultano da elementi
certi e precisi; è il caso, ad esempio, dei costi correlati ai maggiori ricavi
emersi a seguito di accertamento analitico (ex art. 39 co. 1 del DPR 600/73),
sulla base di scritture contabili che il contribuente ha esibito e che vengono
rettificate.
Nella determinazione del reddito occorre considerare le spese che direttamente o
indirettamente riguardano la sua produzione. Sono “inerenti all’attività
imprenditoriale” le spese dipendenti dall’attività imprenditoriale e quelle sostenute
nell’interesse dell’attività medesima.
I componenti negativi “inerenti all’attività imprenditoriale” si suddividono in:
62
Componenti negativi ricollegabili ad attività o beni generatori di proventi
computabili nel reddito d’impresa, i quali sono deducibili.
Componenti negativi ricollegabili ad attività o beni generatori di proventi non
computabili nel reddito d’impresa, i quali non sono deducibili.
Componenti negativi ricollegabili indistintamente ad attività o beni generatori
di proventi computabili nel reddito d’impresa e ad attività o beni generatori di
proventi non computabili nel reddito, i quali sono deducibili nella parte
riferibile ai primi, determinata in base al rapporto tra l’ammontare dei
medesimi e l’ammontare complessivo dei proventi conseguiti dall’impresa.
Nelle cessioni di beni mobili i corrispettivi si considerano conseguiti e le spese si
considerano sostenute alla data della consegna (come passaggio del possesso, ossia
del potere di fatto sul bene) o a quella della spedizione (come mezzo per realizzare
la consegna) o, se diversa e successiva, alla data in cui si verifica l’effetto traslativo o
costitutivo della proprietà o di altro diritto reale.
Nelle cessioni di beni immobili (e aziende) i corrispettivi si considerano conseguiti e
le spese si considerano sostenute alla data della stipulazione dell’atto cui si ricollega
il passaggio del diritto reale o, se diversa e successiva, alla data in cui si verifica
l’effetto traslativo o costitutivo della proprietà o di altro diritto reale.
Nelle prestazioni di servizi i corrispettivi si considerano conseguiti e le spese si
considerano sostenute: alla data di “ultimazione” dei servizi. Nei contratti da cui
derivano corrispettivi periodici (locazione, mutuo, assicurazione) i corrispettivi si
considerano conseguiti e le spese si considerano sostenute alla data della
“maturazione” (riferimento all’art.820 c.c. per il quale i frutti civili si acquistano
giorno per giorno, in ragione della durata del diritto).
Per le società di persone “commerciali”, le società di capitali e gli enti commerciali
sono qualificabili come beni “relativi all’impresa” tutti i beni appartenenti alle
stesse. Per le persone fisiche e gli enti non commerciali sono qualificabili come beni
“relativi all’impresa” in base ad un criterio “sostanziale”, i beni merce, i beni
strumentali e i crediti acquisiti nell’esercizio dell’impresa, in base ad un criterio
“formale”.
63
Sono beni merci, i beni alla cui produzione o vendita è diretta l’attività caratteristica
dell’impresa; le materie prime i semilavorati e i beni mobili, diversi da quelli
strumentali, acquistati o prodotti per essere impiegati nella produzione. Sono beni
merci, se non costituenti immobilizzazioni finanziarie, le partecipazioni in società di
capitali e in enti commerciali; gli strumenti finanziari assimilati alle azioni; le
obbligazioni e gli altri titoli in serie o di massa.
Sono strumentali i beni destinati ad essere impiegati nel ciclo produttivo in maniera
durevole. Tutti gli altri beni, non strumentali (beni meramente patrimoniali) o diversi
da quelli alla cui produzione o al cui scambio è diretta l’attività d’impresa,
concorrono alla formazione del reddito con il metodo “patrimoniale”.
Capitolo 2 – Slide (Da Leggere)
La deduzione degli interessi passivi
Per i soggetti Ires, ai fini del calcolo della quota deducibile degli interessi passivi
occorre ripercorrere i seguenti passaggi:
1) Individuazione degli interessi passivi e degli oneri assimilati;
2) Individuazione degli interessi passivi irrilevanti ai fini dell’art. 96 Tuir;
3) Individuazione degli interessi passivi da confrontare con gli interessi attivi;
4) Individuazione degli interessi attivi;
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5) Calcolo della 1° quota deducibile, corrispondente all’ammontare degli
interessi attivi;
6) Individuazione dell’eccedenza di interessi passivi rispetto agli interessi attivi;
7) Calcolo del (30% del) R.O.L.;
8) Confronto dell’eccedenza di interessi passivi con il 30% del ROL;
9) Individuazione dell’eccedenza indeducibile;
10) Riporto a nuovo delle eccedenze di ROL / interessi passivi non dedotti.
Sono deducibili in base a tale meccanismo tutti gli interessi passivi sostenuti
dall’impresa, ivi compresi quelli impliciti nei canoni di leasing desunti dal contratto.
Anche gli interessi passivi compresi nel costo dei beni, anche gli interessi passivi
compresi nel costo dei beni ed in particolare interessi passivi:
Capitalizzati ad incremento costo beni strumentali;
Capitalizzati ad incremento costo immobili merce costruiti o ristrutturati (no
per quelli acquistati.
Il concetto di capitalizzazione vale anche per tutte le rimanenze, anche se
diverse da immobili.
Gli interessi passivi vengono capitalizzati seguendo il principio contabile nazionale
OIC 16.
Sono tutti deducibili, gli interessi passivi impliciti derivanti da debiti di natura
commerciale. il valore normale del bene eccede significativamente il prezzo del
bene; la dilazione concessa è superiore a 12 mesi. Al ricorrere di dette condizioni,
l’ammontare degli interessi impliciti viene determinato per differenza fra il valore
nominale del bene e il prezzo di mercato con pagamento immediato. Se non è
possibile individuare tale prezzo di mercato, bisogna determinarne la misura
attraverso l’attualizzazione del debito ad un tasso di interesse in linea con
quello che sarebbe stato praticato per finanziamenti similari.
Rientrano inoltre nell’ambito di applicazione, gli oneri che pur derivando da
strumenti finanziari che, in base alla corretta applicazione dei principi contabili
adottati, sono qualificati come strumenti rappresentativi di capitale, sono
deducibili in capo all’erogante e imponibili in capo al percettore.
Per risultato operativo lordo si intende la differenza tra il valore e i costi della
produzione di cui alle lettere A) e B) del conto economico (art. 2425 del codice
civile), con esclusione dei canoni di locazione finanziaria di beni strumentali, assunti
nella misura risultante dall’applicazione delle disposizioni volte alla determinazione
del reddito d’impresa. Gli interessi passivi che eccedono quelli attivi vengono messi
65
a confronto con il 30% del ROL. L’eventuale eccedenza del 30% del ROL rispetto agli
interessi passivi eccedenti quelli attivi può essere riportata agli esercizi successivi,
ma non oltre il quinto. Degli esempi numerici possono aiutare a comprendere
meglio la disciplina. Siano date due società aventi gli stessi importi di interessi
passivi e attivi, ma margini economici (e dunque ROL) differenti.
In sede di determinazione del reddito di gruppo i soggetti che partecipano al
consolidato fiscale nazionale operano il confronto tra interessi passivi rientranti
nell’ambito di applicazione dell’art. 96 e plafond di deducibilità a livello di valori
complessivi. L’esercizio dell’opzione per il consolidato fiscale consente
un’immediata “compensazione” tra eventuali eccedenze di interessi passivi di
singole società ed eventuali eccedenze di plafond di deducibilità di singole società.
La regola si applica anche alle eccedenze oggetto di riporto in avanti escluse quelle
generatesi prima dell’ingresso nel consolidato nazionali. Ai soli fini dell’applicazione
delle regole in materia di interessi passivi si considerano virtualmente incluse nel
consolidato fiscale nazionale anche le partecipate non residenti che per il resto
potrebbero optare qualora fossero residenti.
Se la società partecipa a un’operazione di fusione o di scissione, il riporto degli
interessi passivi “eccedenti” sui periodi di imposta post fusione o scissione è
subordinato alle stesse condizioni e limiti che operano con riferimento alle perdite
fiscali.
Riassumendo, la procedura di calcolo deducibilità interessi passivi si articola in
queste fasi:
1) Depurare la voce C17 dagli interessi non rilevanti;
2) Determinare la quota di interessi attivi;
3) Calcolare il ROL: A meno B, avendo prima depurato B dagli ammortamenti, dai
canoni di leasing e dalle riprese fiscali;
4) Confrontare il 30% di ROL con gli interessi passivi, per determinare la quota
deducibile nell’esercizio;
5) Riportare a nuovo l’eventuale eccedenza di ROL / interessi passivi/interessi
attivi.
66
Capitolo 3 – Slide (Da Leggere)
Il consolidato fiscale
L'introduzione della tassazione dei gruppi di imprese concretizza il naturale
riconoscimento fiscale del gruppo di imprese. In particolare, sono state previste due
modalità di consolidamento e conseguente tassazione:
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Il "consolidamento nazionale" tra società residenti ed in quanto tali soggette
all'imposta all'interno dello Stato.
Il "consolidamento mondiale" tra società non residenti all'interno dello Stato.
Il regime opzionale della tassazione consolidata nazionale è un'innovazione di
grande portata e si basa sul calcolo "consolidato" dell'IRES in virtù del
riconoscimento del gruppo stesso, in ragione dei rapporti partecipativi delle società
che vi accedono. Infatti, è necessario che, tra le società che esercitano l'opzione per
tale tipo di tassazione, sussistano dei rapporti di controllo di diritto, diretti o
indiretti. Il modello italiano per la tassazione di gruppo prevede un'unica base
imponibile, in cui vengono sommati algebricamente i redditi delle imprese
appartenenti al gruppo che hanno optato per il consolidato (Fiscal Unit).
La tassazione di gruppo delle società residenti offre opportunità e vantaggi fiscali. In
particolare, si tratta di:
Compensazione degli utili e delle perdite fiscali delle società che hanno optato
per la tassazione di gruppo;
Possibilità di compensare crediti e debiti d'imposta tra le diverse società
comprese nell'ambito del "perimetro" di consolidamento;
Alle opportunità ed ai vantaggi sopra indicati si contrappongono alcuni vincoli
connessi all'esercizio dell'opzione.
il vincolo triennale relativo all'efficacia dell'opzione; alla scadenza del triennio, in
caso di rinnovo dell'opzione, si è vincolati al consolidato per i successivi tre anni.
Tale previsione si giustifica alla luce di motivazioni "di cautela fiscale affinché non si
renda particolarmente agevole la partecipazione a tale procedura per quei soggetti
che solo occasionalmente e temporaneamente 'transitano' all'interno del gruppo
per poi fuoriuscirne subito dopo aver conseguito i benefici fiscali connessi alla
predetta procedura". L'interruzione nel corso del triennio ed il mancato rinnovo
dell'opzione al termine del triennio determinano la perdita di alcuni dei vantaggi
connessi all'ingresso nel consolidato. La responsabilità solidale di tutte le società
partecipanti al consolidato in relazione all'omesso versamento delle imposte
risultanti dall'unica dichiarazione di gruppo, fatta salva la prioritaria richiesta delle
stesse nei confronti della società o ente consolidante. La responsabilità solidale tra il
soggetto consolidante e ciascuna società consolidata, in relazione alle maggiori
somme dovute a seguito di rettifica del reddito complessivo dichiarato da ciascuna
società consolidata.
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Sono ammessi al procedimento del consolidato nazionale le società o gli enti di cui.
Si tratta, pertanto, dei seguenti soggetti residenti nel territorio dello Stato:
Società per azioni ed in accomandita per azioni;
Società a responsabilità limitata;
Società cooperative e società di mutua assicurazione;
Enti pubblici e privati diversi dalle società, che hanno per oggetto esclusivo o
principale l'esercizio di attività commerciali.
Ai fini delle disposizioni in tema di consolidato nazionale, si considerano controllate
le società per azioni, in accomandita per azioni, a responsabilità limitata:
Al cui capitale sociale la società o l'ente controllante partecipa direttamente o
indirettamente in misura superiore ad una percentuale del 50 per cento, da
determinarsi relativamente alla società controllante, tenendo conto della
eventuale demoltiplicazione prodotta dalla catena societaria di controllo,
senza considerare le azioni prive del diritto di voto esercitabile nell'assemblea
ordinaria della controllata.
Al cui utile di bilancio la società o l'ente controllante partecipa direttamente o
indirettamente in misura superiore ad una percentuale del 50 per cento, da
determinarsi relativamente alla società controllante tenendo conto della
eventuale demoltiplicazione prodotta dalla catena societaria di controllo e
senza considerare la quota di utile di competenza delle azioni prive del diritto
di voto esercitabile nell'assemblea ordinaria della controllata, di cui all’ art.
2364 del codice civile.
I requisiti minimi richiesti di partecipazione, sia al capitale che agli utili della
partecipata, devono verificarsi ininterrottamente sin dall'inizio del periodo
d'imposta per il quale si opta per il consolidato. Conseguentemente, non solo non
potrà richiedersi (attraverso l'opzione) il consolidamento delle partecipazioni per le
quali il controllo non sussiste dall'inizio dell'esercizio fiscale di riferimento, ma, dal
consolidamento, si decade se il citato requisito, pur sussistendo dall'inizio del
periodo d'imposta, venga a cessare durante lo stesso; al contrario, per l'ammissione
alla tassazione di gruppo sarà sufficiente che la controllante detenga il controllo per
l'intero esercizio, ma non necessariamente che lo possieda anche alla data di
presentazione della dichiarazione dei redditi di gruppo.
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Le società e gli enti, con o senza personalità giuridica, non residenti nel territorio
dello Stato, possono esercitare l'opzione per il consolidato nazionale, solo in qualità
di società controllanti ed a condizione che:
Siano residenti in Paesi con i quali sia in vigore un accordo internazionale
contro le doppie imposizioni sui redditi.
Esercitino in Italia, mediante una stabile organizzazione, nel cui patrimonio sia
compresa la partecipazione in ciascuna società controllata, un'attività
d'impresa ai sensi dell'art. 55 del TUIR, a norma del quale "... Per esercizio di
imprese commerciali si intende l'esercizio per professione abituale, ancorché
non esclusiva, delle attività indicate nell'art. 2195 c.c., e delle attività indicate
alle lettere b) e c) del comma 2 dell'art. 32 che eccedono i limiti ivi stabiliti,
anche se non organizzate in forma d'impresa".
Non possono accedere al consolidato nazionale:
I soggetti che non sono assoggettati all'imposta sul reddito delle società, quali
le persone fisiche (soggette all'IRPEF) e le società di persone commerciali
(tassate per trasparenza in capo ai soci);
I soggetti che, pur ricadendo nell'ambito di applicazione delle regole per la
determinazione del reddito ai fini dell'imposta sul reddito delle società,
usufruiscono di sensibili agevolazioni relativamente all'aliquota IRES;
Le società soggette a fallimento o liquidazione coatta amministrativa. E, in tal
caso, se l'esercizio dell'opzione è già avvenuto, gli effetti cessano ex tunc, vale
a dire dall'inizio dell'esercizio in cui è intervenuta la dichiarazione o il
provvedimento che ha dato inizio alla procedura concorsuale in questione.
L'opzione per la tassazione di gruppo è una facoltà discrezionalmente esercitabile da
parte delle società interessate per un periodo irrevocabile di tre anni, salvi i casi
espressamente previsti ex lege. Il vincolo triennale richiesto per poter attivare il
consolidato "di gruppo" è riconducibile a una logica di cautela fiscale, affinché non si
renda particolarmente agevole la partecipazione a tale procedura per quei soggetti
che, solo occasionalmente e temporaneamente, "transitano" all'interno del gruppo
per poi fuoriuscirne subito dopo aver conseguito i benefici fiscali connessi alla
procedura.
L'opzione si considera perfezionata, se comunicata dalla controllante all'Agenzia
delle Entrate, entro il sesto mese del primo esercizio cui si riferisce l'esercizio
dell'opzione stessa.
70
La comunicazione del rinnovo dell'opzione deve avvenire con le stesse modalità di
quella del primo esercizio, entro il termine indicato nell'art. 119, comma 1, lettera
d), riferito al primo esercizio successivo al triennio di efficacia dell'opzione.
Anche nell'ipotesi di mancato rinnovo dell'opzione, i crediti chiesti a rimborso e,
limitatamente a quanto non attribuito alle controllate, le eccedenze riportate a
nuovo permangono nell'esclusiva disponibilità della società o ente controllante. Con
riferimento alle perdite fiscali risultanti dalla dichiarazione del consolidato possono
seguire, a scelta del contribuente, uno dei seguenti trattamenti fiscali:
Permangono nell'esclusiva disponibilità della società o ente controllante (art.
124, comma 4, del TUIR);
Sono imputate alle società che le hanno prodotte e nei cui confronti viene
meno il requisito del controllo secondo i criteri stabiliti dai soggetti interessati
(art. 13, comma 8, del D.M. 9 giugno 2004).
L'esercizio dell'opzione per la tassazione di gruppo su base nazionale comporta la
determinazione del reddito complessivo globale, corrispondente alla somma
algebrica dei redditi complessivi netti da considerare, quanto alle società
controllate, per l'intero importo indipendentemente dalla quota di partecipazione
riferibile al soggetto controllante. Si avrà, quindi, la determinazione di un unico
reddito complessivo risultante dalla sommatoria di tutti i risultati, positivi o negativi,
realizzati dalle società che hanno esercitato l'opzione. Il reddito complessivo globale
è pari alla somma algebrica dei seguenti addendi:
Il reddito (o perdita) netto della società controllante, conteggiato per intero.
Il reddito (o perdita) netto di ciascuna delle società controllate incluse nel
consolidamento, conteggiato per intero, indipendentemente dalla quota di
partecipazione riferibile al soggetto controllante.
L'esercizio dell'opzione per la tassazione consolidata determina, alla fine di ogni
esercizio, un unico reddito, la determinazione del quale grava in capo alla società o
ente controllante. La controllante (o consolidante) presenta la dichiarazione dei
redditi del consolidato e calcola il reddito complessivo globale.
Il risultato reddituale consolidato potrà essere un utile o una perdita di gruppo. In
quest'ultimo caso, spetterà alla società controllante il riporto a nuovo delle perdite
di gruppo. Nel caso di utile è la controllante che deve liquidare l'unica imposta
dovuta o l'unica eccedenza d'imposta rimborsabile o riportabile. Da tale unicità di
reddito, deriva la necessità che le società consolidate, insieme con la consolidante,
regolino tra loro, finanziariamente, i vantaggi e gli svantaggi fiscali che ne derivano.
71
Infatti, la controllante beneficia del risparmio fiscale derivante dall'utilizzo delle
perdite provenienti da alcune società consolidate e, nel contempo, si accolla il
maggiore onere fiscale causato dal trasferimento di imponibili positivi operato da
altre società.
Relativamente alle perdite fiscali riportabili, è necessario distinguere tra perdite
“ante opzione” e perdite “post opzione”. Nel primo caso, le perdite fiscali relative
agli esercizi anteriori all'inizio della tassazione di gruppo, di cui in oggetto, possono
essere utilizzate solo dalle società cui si riferiscono. Come avviene in tutti i Paesi che
prevedono un modello per la tassazione di gruppo, è previsto un limite all'utilizzo
delle perdite fiscali maturate nei periodi precedenti all'introduzione della tassazione
di gruppo: le stesse possono essere utilizzate solo dalle società cui competono. Così,
«in sede di consolidato, le società dovranno dapprima compensare le perdite
pregresse (anteriori all'introduzione della tassazione di gruppo) con i propri
eventuali imponibili positivi e, successivamente trasferire il «saldo» (se positivo)
ovvero la perdita d'esercizio alla controllante», che provvederà alla sommatoria
algebrica di tutti i risultati così pervenuti dalle altre controllate.
Capitolo 4 – Slide
72
Imposta sul valore aggiunto
Le imposte sui beni e sui servizi (imposte indirette) possono essere applicate al
consumo (energia elettrica, gas), alla produzione (fabbricazione degli oli minerali) e
sullo scambio. Le imposte generali sugli scambi sono imposte ad valorem (aliquota è
in % del valore). Le imposte ad valorem sono imposte indirette in cui l’aliquota si
commisura al valore del bene e del servizio oggetto dello scambio, nel caso dell’IVA,
al prezzo del bene.
Le principali caratteristiche delle imposte sugli scambi sono che sottopongono a
tassazione il valore degli scambi di merci e delle prestazioni di servizi effettuati nel
periodo di imposta.
Le imposte generali sugli scambi rispetto al loro valore imponibile si dividono in:
Imposte sul valore pieno colpiscono l’intero valore del bene (prezzo del bene
senza imposta).
Imposte sul valore aggiunto colpiscono solo l’incremento di valore che si
verifica sullo scambio (differenza tra valore di vendita e dei beni acquistati).
Il sistema produttivo e distributivo dei beni si compone di più fasi (produttore,
grossista, dettagliante, consumatore finale). In base allo stadio di
commercializzazione abbiamo:
Imposte monofase sono applicate UNA SOLA VOLTA nella fase del ciclo
produttivo e distributivo.
Imposte plurifase sono applicate AD OGNI FASE del ciclo produttivo e
distributivo.
L’imposta monofase è un’imposta sul valore pieno prelevata in una sola fase del
ciclo produttivo e distributivo generalmente il commercio al dettaglio mai applicata
in Italia.
L’imposta plurifase sul valore pieno colpisce tutte le fasi del processo produttivo e
distributivo grava ogni volta sul valore pieno dei beni e servizi scambiati. L’imposta si
cumula quando il bene attraversa più fasi Imposta plurifase cumulativa.
L’imposta plurifase sul valore aggiunto colpisce tutte le fasi del processo
produttiva e distributiva grava ogni volta sull’incremento nel valore del bene che si è
realizzato in quella particolare fase della produzione (valore aggiunto). L’imposta
non si cumula quando il bene attraversa più fasi Imposta plurifase non cumulativa
Plurifase sul valore aggiunto (Iva).
73
L’IVA italiana è un’imposta ad valorem generale sugli scambi plurifase non
cumulativa, sul valore aggiunto, tipo consumo, applicata con il metodo imposta da
imposta su base finanziaria. Con obbligo di rivalsa e diritto alla detrazione, connessa
ad adempimenti amministrativi, sottoposta a importanti vincoli di coordinamento a
livello comunitario. È un’imposta che colpisce il consumatore finale.
Il valore aggiunto è il valore dei beni e servizi prodotti, in un dato periodo di tempo,
da un soggetto economico, mediante l’impiego dei fattori produttivi (capitale,
lavoro, terra) al netto dei costi sostenuti per acquistare materie prime e prodotti
intermedi. La base imponibile è costituita dall’ammontare complessivo del
corrispettivo dovuto a colui che cede il bene o al prestatore di servizi.
La base imponibile viene scelta in base a:
IVA di tipo consumo si verifica quando si ha l’integrale ed immediata
detraibilità dell’IVA pagata sugli acquisti di beni e di investimento.
IVA tipo reddito lordo si verifica quando non è consentito all’impresa detrarre
l’imposta pagata sui beni di investimento.
IVA tipo reddito netto si verifica quando è ammessa la detrazione dell’imposta
pagata sugli acquisti di beni d’investimento, ma solo in proporzione alle quote
di ammortamento del periodo.
In un’economia chiusa il valore aggiunto è pari al valore dei beni finali di consumo e
di investimento. Si distingue fra valore aggiunto al lordo e al netto degli
ammortamenti. La base imponibile di un’imposta plurifase sul valore aggiunto non
coincide necessariamente con il valore aggiunto dell’economia. Dipende da come la
legge disciplina la detrazione dell’imposta pagata sui beni di investimento.
La detrazione dell’imposta pagata sui beni di investimento acquistati:
Non è consentita con un Iva di tipo reddito netto.
È consentita in proporzione alla quota di ammortamento con un Iva di tipo
reddito lordo.
È consentita integralmente con un Iva di tipo consumo.
L’Iva tipo consumo è quindi solo impropriamente denominata imposta sul valore
aggiunto: essa grava infatti sui soli beni di consumo. L’imposta pagata sui beni di
investimento, usati nella produzione di altri beni (o servizi), è sempre detratta. L’Iva
è solo impropriamente denominata imposta sul valore aggiunto anche perché è
un’imposta su base finanziaria e non su base reale. Assoggetta a tassazione solo le
operazioni che hanno dato luogo a manifestazioni monetarie nel periodo di imposta.
La base imponibile non è il valore aggiunto reale ma la differenza tra incassi e
74
pagamenti del periodo di imposta. L’individuazione del valore aggiunto reale
implicherebbe, ad esempio, la valutazione delle rimanenze finali, interesserebbe
cioè anche beni che non sono stati oggetto di scambio.
Le Aliquote (articolazione vincolata dalle disposizioni comunitarie):
Normale 22%
Ridotta 10%
Super ridotta 4%
La differenziazione delle aliquote può rendere l’imposta REGRESSIVA rispetto al
reddito, tassando meno i beni di prima necessità.
Esistono 3 condizioni per l’applicazione dell’IVA:
Requisito soggettivo (operazioni compiute nell’esercizio di imprese, arti o
professioni).
Requisito oggettivo le operazioni sono cessioni di beni o prestazioni di servizi).
Requisito territoriale (tutte le operazioni devono essere svolte nel territorio
nazionale).
Sono operazioni imponibili le operazioni che hanno tutti e tre i requisiti:
Sono soggette a tutti gli adempimenti amministrativi (fatturazione,
registrazione, liquidazione, etc).
Concorrono a formare il volume di affari.
È ammessa l’integrale detraibilità dell’Iva sugli acquisti (ES: cessioni di beni,
prestazioni di servizi, importazioni da paesi extra UE acquisti intracomunitari).
Sono operazioni non imponibili quelle che:
Mancano del requisito della territorialità.
Effettuate senza il pagamento dell’iva.
È ammessa l’integrale detraibilità dell’iva sugli acquisti.
Rimborso o sospensione di imposta solo per i beni destinati all’esportazione.
Sono soggette a tutti gli adempimenti amministrativi (fatturazione,
registrazione, liquidazione, etc).
L’imposta non grava quindi su nessuna fase del ciclo produttivo e distributivo.
Sono operazioni esenti dettate da ragioni di ordine sociale ed economico a
vantaggio dell’interesse pubblico, ossia quelle:
Effettuate senza il pagamento dell’Iva;
Non è ammessa la detraibilità dell’Iva sugli acquisti, che grava quindi
formalmente (dato l’obbligo di rivalsa) sull’impresa o il lavoratore autonomo e
non sul consumatore finale.
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Sono soggette a tutti gli adempimenti amministrativi (fatturazione,
registrazione, liquidazione, etc).
Le operazioni fuori campo IVA sono tutte quelle operazioni che sono carenti dei
necessari presupposti, ossia quelle:
Effettuate senza il pagamento dell’Iva.
Non è ammessa la detraibilità dell’Iva
Non sono soggette a tutti gli adempimenti amministrativi (fatturazione,
registrazione, liquidazione, etc).
Non concorrono a formare il volume di affari.
I soggetti tenuti al versamento dell’imposta hanno l’obbligo giuridico di rivalersi
sull’acquirente Il soggetto su cui formalmente grava l’imposta è quindi il
consumatore finale. Anche questo aspetto evidenzia la natura dell’Iva come imposta
sui consumi.
La detrazione di solito viene definita come imposta da imposta o IVA meno IVA
Significa che colpisce di volta in volta il solo valore che è stato aggiunto in ciascuna
fase di distribuzione del bene attuando quindi un prelievo plurifase che assume
carattere di neutralità per i singoli soggetti che intervengono nella fase produttiva o
distributiva del bene (imposta detta trasparente) con traslazione del carico
tributario al consumatore finale. Requisito necessario per la detrazione è quello
dell’inerenza dell’acquisto all’esercizio dell’attività di impresa arti o delle professioni.
L’obiettivo della neutralità è assicurato proprio dalla presenza, nello schema teorico
di funzionamento del tributo, dell'istituto della detrazione per il suo effetto
l’incidenza dell'onere fiscale non subisce alcuna variazione qualunque sia il numero
dei passaggi che un bene (o un servizio) subisce nel ciclo produttivo e distributivo
fino a giungere al consumatore finale, il quale, non potendo fruire dell'istituto, sarà
costretto a subire l'imposizione. La mancata detrazione determina l’imposizione. La
detrazione è dunque finalizzata “ad esonerare interamente l'imprenditore dall'Iva
dovuta o pagata nell'ambito di tutte le sue attività “economiche” ( in linea di
principio, che egli sia consumatore finale).
Per evitare elusioni di imposta sono introdotte limitazioni alla detraibilità degli
acquisti relativi a:
Beni ad uso promiscuo
Beni di lusso, spese di rappresentanza ed altri
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Regimi speciali prevedono la determinazione forfettaria della detrazione dell’Iva
sugli acquisti con possibilità di optare per il regime ordinario:
Agricoltura (aziende con volume d’affari non superiore a 40 milioni)
Contribuenti minori
Detraibilità dell’Iva sugli acquisti, il meccanismo della detrazione dovrebbe creare un
interesse per l’acquirente alla corretta certificazione dell’Iva versata dal venditore
per poterla poi vantare come Iva a credito. Ma evasione sembra essere elevata. C’è
dunque un coordinamento dell’Iva in ambito comunitario.
L’Iva viene prelevata nelle diverse fasi del processo di produzione e distribuzione del
bene. Complessivamente l’imposta dovuta è pari al prodotto dell’aliquota applicata
nell’ultima fase per il valore del corrispettivo. L’Iva da versare in ogni fase è ottenuta
come differenza fra Iva a debito, pari al prodotto fra l’aliquota applicata in quella
fase e il corrispettivo della cessione o della prestazione e Iva a credito (ammessa in
detrazione) che corrisponde, in linea generale, all’Iva sugli acquisti.
Il metodo di applicazione base da base è: l’aliquota dell’imposta, tc , viene applicata
alla differenza fra il valore complessivo delle vendite (V) e il valore complessivo degli
acquisti (A) dell’impresa i.
Il metodo di applicazione imposta da imposta l’aliquota dell’imposta, tc , si applica al
valore pieno di ciascun acquisto e di ciascuna vendita. L’impresa versa la differenza
fra l’imposta riscossa sulla vendita (a debito) e l’imposta pagata sugli acquisti (a
credito).
L’aliquota media che grava sul valore aggiunto complessivo è sempre pari a quella
applicata nell’ultima fase. L’imposta complessivamente dovuta non dipende dal
numero delle fasi. Implicazioni (In questo si distingue da un’imposta plurifase
cumulativa, tipo Ige). Non introduce incentivo alla concentrazione verticale delle
imprese. Rende trasparente il meccanismo di formazione dei prezzi.
Evitano la doppia tassazione prevedendo la tassazione esclusiva
1) Nel paese in cui avviene il consumo, secondo il principio di destinazione
2) Nel paese in cui avviene la produzione, secondo il principio dell’origine.
Se non si ha distorsione nei prezzi relativi, non è necessaria nessuna armonizzazione
del livello delle aliquote. La ripartizione del gettito, tutto il gettito affluisce al paese
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in cui avviene il consumo. Ciò è coerente con la natura dell’Iva che è un’imposta sui
consumi.
Se invece si ha distorsione nei prezzi relativi è necessaria l’armonizzazione del livello
delle aliquote. La ripartizione del gettito, Il gettito si distribuisce fra i due paesi, in
relazione alla quota di valore aggiunto da essi prodotta. Se si ritiene che l’Iva, in
quanto imposta sul consumo, debba affluire integralmente al paese di destinazione,
il paese esportatore deve restituire al paese importatore l’imposta prelevata.
La distorsione dei prezzi relativi si pone solo per la cessione di beni finali. Nel caso di
beni intermedi scambiati fra soggetti passivi dell’Iva l’imposta che grava sul valore
finale del bene è sempre quella dell’ultima fase e cioè l’aliquota t I del paese di
destinazione.
Il principio di destinazione è di facile applicabilità in presenza di frontiere fiscali. Al
passaggio della frontiera il bene esportato viene riconosciuto non imponibile e
l’esportatore viene rimborsato dell’Iva pagata sugli acquisti. L’importatore paga l’Iva
sul corrispettivo dovuto all’esportatore applicando l’aliquota del paese di
destinazione.
Il principio dell’origine non richiede la presenza di frontiere
fiscali. Gli scambi intracomunitari sono regolati come quelli all’interno di ogni
singolo mercato nazionale. Il venditore paga l’imposta richiesta dal suo paese,
commisurandola al corrispettivo della cessione e detrae l’imposta sugli acquisti
indipendentemente da quale sia il paese a cui è affluita.
Il regime transitorio prevede il mantenimento sostanziale del principio di
Destinazione. L’esportatore, per ottenere la non imponibilità, deve notificare alla
propria amministrazione finanziaria tutti i dati relativi all’operazione all’acquirente.
L’importatore autoliquiderà l’Iva dovuta alla prima liquidazione mensile. Potrà poi
detrarla, secondo le usuali regole, dall’Iva a debito.
Il problema è l’efficacia dei controlli, la soluzione prevista si fonda:
Sull’interesse dell’esportatore a comunicare le informazioni relative allo
scambio alla propria amministrazione finanziaria.
Sullo scambio di informazioni fra le amministrazioni finanziarie dei diversi
paesi.
Un'imposta monofase sul valore pieno è un'imposta che colpisce l'intero valore del
prodotto in una sola fase di produzione o commercializzazione. Indichiamo con t
78
l'aliquota e con PN il valore pieno (o prezzo netto del bene), che rappresenta
l'imponibile dell'imposta (che è pari alla somma del costo sostenuto per i beni
intermedi più il V.A.). L'imposta per ogni unità del bene venduta è: T= t* PN
Il prezzo lordo PL, quello pagato dal compratore, è:
PL = PN + T = PN (1+t)
79