AUTORITRATTO Manzoni
Capel bruno, alta fronte
Capel bruno, alta fronte: occhio loquace,
naso non grande e non soverchio umile,
tonda la gota e di color vivace,
stretto labbro e vermiglio,
e bocca esile: Lingua or spedita or tarda,
e non mai vile,Che il ver favella apertamente, o tace.
Giovin d’anni e di senno; non audace,
duro di modi, ma di cor gentile.
La gloria amo e le selve e il biondo iddio:
Spregio, non odio mai,
m’attristo spesso:
buono al buon, buono al tristo, a me sol rio.
A l’ira presto, e più presto al perdono;
poco noto ad altrui, poco a me stesso:
gli uomini e gli anni mi diran chi sono.
PARAFRASI
Capelli scuri, fronte alta, sguardo espressivo, naso nè troppo grande nè troppo piccolo, viso rotondo con un
bel colorito, labbra sottili e bocca piccola,
parlata a volte veloce a volte lenta, ma mai ingiuriosa, che se ha da dir quel che pensa lo dice, altrimenti
tace. Di mente e corpo giovane, ma non audace, leggermente rude, ma buono d'animo.
Amo la gloria, la solitudine e la natura, e la poesia (del biondo dio Apollo), posso provar disprezzo ma mai
odio, gentile con tutto il prossimo, esigente solo con me stesso.
Mi adiro facilmente, ma subito perdono, poco noto agli altri come a me stesso: le persone che frequenterò
e gli eventi che accadranno nel tempo mi aiuteranno a capire chi sono.
COMMENTO
E' un giovanissimo Alessandro Manzoni quello che scrive questo sonetto. Appena 16enne, il ragazzo
destinato ad essere uno dei padri della letteratura italiana si diede all'esercizio stilistico di un autoritratto in
versi. Prima della conversione al cattolicesimo, prima dei Promessi Sposi, prima delle grandi opere che
rivoluzionarono il teatro e prima della nomina a Senatore del Regno.
Da "Autoritratto" emergono alcuni tratti di Manzoni: la balbuzie (grande cruccio per i discorsi in Senato) e il
carattere schivo (che andrà a inasprirsi negli anni), facile ad accendersi di rabbia, ma ancora più incline al
perdono.
Nella prima parte Manzoni descrive il suo aspetto fisico mentre nella seconda parte si focalizza più
sull’aspetto caratteriale.
Egli parla lentamente o velocemente, a seconda delle occasioni; non è mai offensivo, nonostante sia
sempre pronto a dire ciò che pensa o a tacere quando occorre. Aveva una profonda bontà d’animo. Come
tutti i giovani desiderava la gioia, era un amante della natura ma la sua passione era la poesia.
Nell’ultima parte si percepisce che l’autore non era mai sprinto all’odio ma solo di atti gentili verso il
prossimo. Era molto esigente con se stesso.
Alla fine il poeta dichiara però che non sa proprio come egli è veramente e non lo sanno nemmeno gli altri.
ANALISI
Lo schema rimico di questo sonetto è piuttosto insolito, specialmente nelle quartine, di cui la prima ha rime
alterne, la seconda incrociate.
Presenta chiasmi in cui due coppie di termini, legati tra loro da ragioni grammaticali, sintattiche o di senso,
vengono disposti secondo lo schema ABBA (tonda la gota e di color vivace; a l’ira presto e più presto al
perdono); litoti consiste nel dare un giudizio o fare un'affermazione ... (naso non grande e non soverchio
umile; lingua….non mai vile; non audace; spregio, non odio mai) metonimia spiegazione attraverso esempi
di questa figura retorica di contenuto che consiste in un trasferimento di significato tra due termini (biondo
iddio, apollo per indicare la poesia) anafora consiste nella ripetizione della parola o espressione con cui ha
inizio il verso o la proposizione principale (buono/buono)
LA BAMBINA DI POMPEI Primo Levi
Poiché l’angoscia di ciascuno è la nostra
Ancora riviviamo la tua, fanciulla scarna
Che ti sei stretta convulsamente a tua madre
Quasi volessi ripenetrare in lei
Quando al meriggio il cielo si è fatto nero.
Invano, perché l’aria volta in veleno
É filtrata a cercarti per le finestre serrate
Della tua casa tranquilla dalle robuste pareti
Lieta già del tuo canto e del tuo timido riso.
Sono passati i secoli, la cenere si è pietrificata
A incarcerare per sempre codeste membra gentili.
Così tu rimani tra noi, contorto calco di gesso,
Agonia senza fine, terribile testimonianza
Di quanto importi agli dei l’orgoglioso nostro seme.
Ma nulla rimane fra noi della tua lontana sorella,
Della fanciulla d’Olanda murata fra quattro mura
Che pure scrisse la sua giovinezza senza domani:
La sua cenere muta è stata dispersa dal vento,
La sua breve vita rinchiusa in un quaderno sgualcito.
Nulla rimane della scolara di Hiroshima,
Ombra confitta nel muro dalla luce di mille soli,
Vittima sacrificata sull’altare della paura.
Potenti della terra padroni di nuovi veleni,
Tristi custodi segreti del tuono definitivo,
Ci bastano d’assai le afflizioni donate dal cielo.
Prima di premere il dito, fermatevi e considerate.
COMMENTO
Le suggestioni della poesia a volte mostrano la realtà sotto una lente d'ingrandimento. Con i suoi versi egli
ci ha condotto negli orrori della storia: la catastrofica eruzione del Vesuvio; il dramma dell'Olocausto; la
barbarie dell'Atomica. In un crescendo di violenza uomo e natura si accaniscono sull'umanità e colpiscono
inevitabilmente anche i più deboli e i più indifesi: i bambini. La poesia di Levi è stata smembrata in quattro
parti: la bambina di Pompei, la fanciulla d'Olanda, la scolara di Hiroshima e la conclusione. Attraverso i versi
dello scrittore la storia si è personificata in tre vittime, tre bambine; così il poeta ci ha comunicato il senso
più drammatico della realtà.
Come possiamo vedere nella prima parte l’autore parla della bambina di Pompei la quale viene definita
dalle parole fanciulla scarna come una bambina indifesa ritrovata morta stretta convulsamente al grembo
della madre come se volesse trovare riparo in lei nel momento in cui il cielo era diventato nero per le ceneri
dell’eruzione del Vesuvio le quali sono rimaste attaccate alle pareti della sua casa. Conclude dicendo che la
fanciulla, ormai “calco di gesso” è la terribile testimonianza “di quanto importi agli dei l’orgoglioso nostro
seme”, di quanto siamo piccoli nei confronti della natura affidando la rappresentazione grafica di questa
terribile verità all’agonizzante calco di una bambina “lieta e pensosa” come direbbe Leopardi.
Successivamente Levi racconta degli orrori commessi dell’uomo, descrivendo prima l’olocausto e
successivamente la bomba atomica. “La Bambina d’olanda” Anna Frank diventa nella lirica la
rappresentante delle milioni di vittime indifese dell’olocausto. Si prende subito atto del fatto che della
bambina olandese non rimanga più niente, solo ceneri disperse dal vento. Pensa alla sua breve vita la cui
ultima parte vissuta murata all’interno di un nascondiglio; la stessa vita senza futuro descritta, nonostante
tutto, su un quaderno sgualcito.
Passa così alla “scolara di Hiroshima” della quale rimane solo l’ombra, impressa sul muro dalla bomba
atomica. Vittima sacrificata affinché finisse la guerra, il cui sacrificio portò, però, alla paura atomica.
Si rivolge ora ai “potenti della terra” chiedendo loro di non sfruttare i “veleni” in loro possesso, di non
premere alcun pulsante che porterà alla morte di altra povera gente, poiché bastano già i dolori a noi inflitti
dal cielo.
Dal punto di vista metrico la poesia si compone di versi liberi con una figura retorica particolare cioè un
iperbole nella parte finale del componimento dove l’autore con mille soli intende un lungo periodo quindi
indica un contesto piò grande rispetto a ciò che indica la parola giorni. È ricca di aggettivazioni come
fanciulla scarna convulso
L’autore ha molti rimandi intertestuali a vari componimenti scritti da Leopardi come ad esempio alla poesia
la Ginestra o a Silvia.
LA STORIA Montale
La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l'ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell'orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C'è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s'incontra l'ectoplasma
d'uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n'ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
Più liberi di lui.
COMMENTO
Nella lirica Montale imposta la sua definizione di storia negando innanzitutto ciò che essa non è; utilizza
quindi in modo insistente la litote (figura retorica che consiste nel dire una cosa negando il suo contrario) e
l'anafora (ripetizione di una o più parole all'inizio di versi consecutivi) non per incapacità di dare una propria
definizione del concetto, ma per sottolineare l'aspetto negativo di questa realtà e demolire tutte le teorie
che alla storia avevano dato grande peso. Per Montale la storia non è fatta di cause ed effetti, non c'è una
sequenza temporale ricostruibile, non punisce i malvagi per premiare i buoni (quindi non ha una
provvidenza che la guidi), non ha un andamento graduale, non rispetta le regole che l'uomo le impone e
men che meno può insegnare qualcosa (non è magistra vitae).
Ma la storia ha anche qualche aspetto positivo; lascia che qualche essere umano le sfugga di mano. La
fortuna cioè è quella di non entrare a far parte della storia, di riuscire a nascondersi abbastanza bene da
non essere mai nominati nei libri, nei documenti, sui monumenti, nelle canzoni patriottiche...anche se
questo anonimato non è facile da mantenere perchè la storia, come una rete a strascico, raschia il fondo
per catturare nelle sue maglie tutti gli esseri umani e quei pochi che si salvano non sanno che fortuna
hanno e vengono disprezzati anche da coloro che, dall'interno della rete, li considerano miseri "nessuno"
che non lasceranno traccia di sè nel mondo. Soprattutto quest'ultimo concetto è prepotentemente attuale:
in una società dove apparire, essere famosi, far parlare di sè (anche a sproposito) è un valore aggiunto,
Montale sembra portabandiera dell'anonimato, dell'uomo qualunque (che oggi ha assunto una
connotazione tanto peggiorativa) che nessuno conosce perchè entrare a far parte della storia non è un
merito nè un valore aggiunto, proprio perchè la storia non ha nessun significato per l'uomo ("la storia non è
intrinseca / perché è fuori" e ancora "La storia non è magistra / di niente che ci riguardi"). Non c'è però
nessuna forma di compiacimento in questa demolizione sistematica: il poeta stesso ci avverte che quello
che lui sta dicendo non può cambiare l'essere stesso della storia ("Accorgersene non serve / a farla più vera
e più giusta").In questo modo toglie anche l'ultima possibilità di consolazione, quella di aver demolito, a fin
di bene, un baluardo metafisico tanto caro agli uomini. La storia resta solo un dato di fatto, esterno ed
estraneo all'uomo che non può con essa interagire nè lottare, solo nascondersi in un cunicolo lasciato dalla
sua ruspa.
VERSICOLI QUASI ECOLOGICI Giorgio Caproni
Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.
ANALISI
La lirica Versicoli quasi ecologici appartiene alla raccolta Res Amissa e tratta del rapporto tra uomo e
natura. In particolare, nella prima parte il poeta ammonisce l’uomo invitandolo a non devastare l’ambiente
e a non esaltare chi per profitto non rispetta flora e fauna. Il peggio infatti verrà anche per noi: nel caso in
cui non ci dovessero essere più piante, l’uomo non potrebbe più vivere, mentre nel caso in cui l’uomo si
estinguesse, il mondo sarebbe migliore. Possiamo quindi dividere la poesia in due parti: la prima è un
ammonimento, mentre la seconda è un confronto tra il mondo con o senza l’uomo. Il contenuto della lirica
può essere collegato al titolo della raccolta, in quanto la natura è quasi perduta e l’uomo di fronte a ciò è
indifferente. Le azioni crudeli dell’uomo vengono sottolineate da verbi come uccidere e soffocare, quasi
come se gli elementi naturali fossero personificati. Ma perché questa crudeltà? Semplice: unicamente per
profitto, senza badare a conseguenze, che porteranno solamente ad un “sempre più vasto paese guasto”.
Per quanto riguarda lo stile, la lirica presenta un linguaggio chiaro e semplice, ma nello stesso tempo
metaforico. I versi sono di varia lunghezza e sono presenti enjambement (tra il verso 7 e 8, 9 e 10, 14 e 15.
Nel testo sono presenti anche delle rime: vento-lamento, lamantino-pino, foresta-resta. Presenti anche le
assonanze (bella-terra) e consonanze (cavaliere-amore).
COMMENTO
Il contenuto della lirica è un’aperta denuncia alle azioni dell’uomo che rovinano sempre di più il nostro
paesaggio naturale solamente per scopi di lucro. E’ giusto il progresso, è giusto cercare di vivere meglio e
arrivare ad avere un certo benessere, ma ciò deve essere fatto nel rispetto dell’ambiente che ci circonda.
Dobbiamo rispettare tutto ciò che fa parte del mondo naturale secondo quanto dice Caproni: dai pesci ai
pini, dal lamantino al galagone. Ma ciò è un atteggiamento presuntuoso e irresponsabile, in quanto porterà
anche alla fine della specie umana. Sono tante le opere letterarie incentrare sulla tematica della natura, e
se nel corso dei secoli abbiamo visto la natura in tutte le sfaccettature, questo è decisamente un aspetto
molto importante, che possiamo individuare anche nella poesia d Prevert Tante foreste. In questo caso
però il poeta francese sottolinea l’incoerenza dell’essere umano, che se da un lato denuncia la
deforestazione sui giornali, dall’altro lo fa su carta prodotta con l’abbattimento degli alberi.