C. Monteverdi
C. Monteverdi
Compositore italiano
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Era il figlio maggiore di Baldassarre, uno speziale che abitava nei
pressi del duomo, e di Maddalena, morta quando Claudio aveva otto
anni. Studiò musica con il maestro di cappella del duomo di Cremona,
M. A. Ingegneri e già all'età di quindici anni pubblicò una raccolta di
Sacrae cantiunculae alla quale seguirono l'anno seguente alcuni
Madrigali spirituali e nel 1535 un volume di Canzonette.
Il 1º Libro de Madrigali a 5 voci apparve nel 1587, seguito dal 2º Libro
tre anni dopo.
La prima vera attività di cui si ha notizia fu quella di suonatore di viola
alla corte del duca Vincenzo 1° di Mantova, tra il 1590 ed il 1592.
In quest'ultimo anno pubblicò il 3º Libro de Madrigali. Nel 1595
accompagnò il duca di Mantova in Ungheria per la guerra contro i
Turchi, e nel 1599 seguì nuovamente il duca nelle Fiandre dove ebbe
proficui contatti con la musica francese.
In questo stesso anno sposò la cantante Claudia Cattaneo da cui ebbe tre
figli.
Nel 1601 fu nominato maestro di cappella alla corte dei Gonzaga a
Mantova.
Nel 1603 riprese a pubblicare le sue opere con il 4º Libro de Madrigali,
al quale due anni dopo seguì il 5º Libro: queste opere suscitarono furiose
polemiche e vennero violentemente attaccate per la loro modernità da un
monaco bolognese, G. M. Artusi.
La risposta a queste critiche apparve nella prefazione (Dichiarazione)
dell'opera seguente, Scherzi musicali (1607) dove il fratello di
Monteverdi, Giulio Cesare, che ne curò l'edizione, espresse le ragioni che
avevano spinto il compositore ad adottare un sistema armonico così
avanzato.
Nel 1607 si verificarono due avvenimenti assai importanti nella vita del
musicista: la rappresentazione a Mantova della sua prima opera teatrale
Orfeo, e, nell'autunno, la morte della moglie che lo lasciò in uno stato di
profonda prostrazione.
Ma nonostante le sue condizioni, fu costretto a tornare al lavoro in vista
delle feste per il matrimonio di Francesco Gonzaga, erede del ducato di
Mantova, e Margherita di Savoia.
Per l'occasione scrisse un'opera, Arianna, la cui partitura è andata
perduta (tranne il famoso lamento) ed il balletto Il ballo delle ingrate.
Arianna, in particolare, ebbe grande successo e fu forse l'opera di
Monteverdi che a quell'epoca godette di maggior popolarità.
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In seguito i rapporti col duca di Mantova andarono deteriorandosi ed è
forse questa la ragione dei viaggi di Monteverdi a Venezia e a Roma,
compiuti nel 1610 con la scusa di sovrintendere alla pubblicazione del
Vespro della Beata Vergine, per presentarlo al Papa Pio V, cui l'opera era
stata dedicata.
BOZZETTO PER
L’OPERA“ESTATE”
Il problema di trovarsi un altro posto divenne urgente nel luglio del 1612,
quando fu improvvisamente dimesso dal servizio dei Gonzaga.
Monteverdi visse per un anno a Cremona con il padre finché nel 1613 fu
nominato maestro di cappella della basilica di San Marco a Venezia.
Per i primi anni si dedicò soprattutto all'organizzazione della cappella,
che era in pieno declino, chiamando ad assisterlo alcuni giovani
compositori, tra cui P. F. Cavalli e A. Grandi ed ampliando l'orchestra;
inoltre ripristinò l'usanza delle messe cantate quotidiane e per questo
allargò il repertorio del coro includendovi molte opere di autori del XVI
secolo, come Orlando di Lasso e Palestrina.
In seguito riprese anche la composizione che per un certo periodo aveva
trascurato. Nel 1614 pubblicò il 6º Libro de Madrigali (che tuttavia era
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una raccolta di pezzi già scritti a Mantova) e si dedicò alla composizione
di parecchi lavori per il teatro, tra cui il balletto Tirsi e Clori; inoltre
scrisse molte opere sacre per le feste religiose di Venezia.
La sua fama divenne così grande che il suo stipendio fu portato nel 1616
ad una cifra senza precedenti e quando, l'anno seguente, la corte di
Mantova cercò di persuaderlo a ritornare, egli rifiutò categoricamente.
Il secondo decennio che Monteverdi passò a Venezia fu caratterizzato
dall'elaborazione di un nuovo stile, più realistico, specialmente per le
opere teatrali.
Questo periodo iniziò con l'adattamento a cantata di una scena tratta dalla
Gerusalemme liberata di T. Tasso, Il combattimento di Tancredi e
Clorinda, dove l'autore cercò di riprodurre concretamente, con formule
sonore, molte parole ed immagini del testo.
Questo stesso soggetto fu poi utilizzato, in forma ampliata, per un'opera,
la cui partitura è andata perduta e che fu scritta nel 1627 in onore del
nuovo duca di Mantova, Vincenzo II, e forse mai rappresentata.
La corrispondenza intercorsa tra Monteverdi ed il primo ministro
mantovano, A. Striggio il giovane, dà un quadro completo delle varie fasi
della stesura di quest'opera (Licori finta pazza innamorata d'Aminta), e
costituisce un contributo importante alla comprensione delle idee
monteverdiane sulla musica teatrale.
Il compositore scrisse anche la musica per alcuni intermezzi rappresentati
nel 1628 a Parma, dove si recò personalmente per sovrintendere alla loro
realizzazione.
Nel 1632 riprese la pubblicazione delle sue opere con un nuovo volume
di Scherzi musicali, seguito nel 1638 da una grande raccolta intitolata
Madrigali guerrieri et amorosi, comprendente anche composizioni di
molti anni prima, come il Ballo delle ignare.
In questo periodo fu particolarmente stimolata la sua attività in campo
teatrale dall'apertura dei teatri pubblici a Venezia: dopo una ripresa di
Arianna, apparvero almeno tre nuove opere, di cui due, Il ritorno
d'Ulisse in patria (1641) e L'incoronazione di Poppea (1642), sono
arrivate fino a noi.
Negli ultimi anni della sua vita la fama di Monteverdi raggiunse il
culmine e quando morì, a Venezia, fu sepolto nella chiesa di Santa Maria
Gloriosa dei Frari.
Monteverdi fu il maggior innovatore della sua epoca, il compositore che
più di ogni altro contribuì al superamento del vecchio stile
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contrappuntistico rinascimentale ed all'affermazione dello stile barocco.
La critica più recente non solo ha convalidato questi giudizi, ma ha
dimostrato che le conquiste monteverdiane sono ancor più notevoli
perché rivelano una volontà di sperimentazione e di assimilazione di
nuove idee paragonabile solo a quella di Stravinskij, venuto tre secoli più
tardi.
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Le sue opere giovanili, fino al 1º Libro de Madrigali (1587) seguono gli
insegnamenti di M. A. Ingegneri e sono scritte in uno stile polifonico che
non ha niente di notevole né dal punto di vista armonico né da quello
melodico: le Sacrae cantunculae rappresentano il più tipico di questi
lavori, basato su materiale melodico derivante dalla vecchia scuola
fiamminga, mentre le Canzonette a 3 voci presentano maggiore
complessità e più interesse di altri lavori simili dell'epoca.
I Madrigali, composti con tocco leggero ed espressivo, portano le tracce
dell'influenza dello stile di Luca Marenzio, assai descrittivo e basato su
brevi frasi incisive e fortemente ritmiche. Lo stesso modo di comporre è
anche nel 2º Libro de Madrigali, dove quasi metà dei versi musicati sono
del Tasso, la cui viva immaginazione trova un notevole riscontro nella
personalità del musicista.
Il 3º Libro de Madrigali invece rivela un mutamento di stile profondo
che va cercato nell'influenza di J. de Wert vissuto lungamente a Mantova
e i cui ultimi Madrigali presentano spunti di assoluta novità,
specialmente nell'uso delle dissonanze e del cromatismo e nell'impiego di
una linea melodica fortemente declamatoria, volta ad un'intesa
espressività.
Monteverdi adottò la stessa tecnica in un buon numero di Madrigali, e si
cimentò anche con dissonanze accentuate e prolungate con uno stile tanto
avanzato per l'epoca da suscitare lo stupore di G. B. Martini, un secolo
dopo.
Altre composizioni di questa raccolta seguono invece schemi più
tradizionali, pur rivelando una tecnica più raffinata di quella di opere
precedenti.
Inoltre alcune di esse rivelano anche che Monteverdi era stato attratto da
un'altra tipica caratteristica di J. de Wert, consistente nello sfruttare le
possibilità delle voci alte (come nel trio di voci femminili O come è gran
martire) e in questo senso segnano l'inizio dell'interesse di Monteverdi
per le potenzialità offerte dai cantanti solisti.
Nonostante i molti slanci innovatori però, Monteverdi non rinnegò mai
del tutto la tradizione, mirando piuttosto ad una sintesi tra elementi
stilistici vecchi e nuovi.
Si deve forse a questa ricerca di sintesi l'interruzione di quasi dieci anni
della pubblicazione delle sue opere.
È significativo a questo proposito il fatto che Monteverdi intendesse
pubblicare un altro libro di Madrigali molto prima di quanto avvenne in
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realtà (la dedica del suo 4º Libro lascia capire che esso sarebbe dovuto
apparire prima del 1597) mentre le critiche di G. M. Artusi ai Madrigali
del 4º Libro apparse prima della pubblicazione dell'opera dimostrano che
parecchi Madrigali dovevano già circolare manoscritti.
Le critiche di Artusi si appuntavano sullo stile armonico avanzato e
soprattutto sull'impiego di insolite dissonanze. Monteverdi si difese
affermando che le sue cosiddette innovazioni erano solo un'estensione
dell'opera di parecchi altri compositori primo tra i quali C. de Rore: che
questo corrispondesse a verità risulta non solo dalla comparazione delle
opere di Monteverdi e di C. de Rore ma anche da un trattato di
contrappunto di V. Galilei, scritto del 1589, nel quale sono esposte molte
delle idee espressive entrate in seguito a far parte della concezione
compositiva di Monteverdi.
BOZZETTO PER
L’OPERA“IL POMO D’ORO”
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da valorizzare il dramma; inoltre con i suoi numerosissimi personaggi,
spesso allegorici, supera di complessità quella dei testi fiorentini e questa
differenza è evidente anche nei mezzi d'espressione musicale.
Oltre al recitativo Monteverdi usa l'aria sia nelle sue forme più elaborate
(di cui è ottimo esempio la preghiera d'Orfeo, con la sua ornamentazione
da virtuoso), sia in quelle più semplici (l'orecchiabile Vi ricordo o boschi
ombrosi).
MONTEVERDI
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I cori e le parti strumentali sono molto importanti ed aiutano a strutturare
interi atti in modo del tutto nuovo. Questa ricchezza di risorse musicali
fece di Orfeo il primo dramma musicale veramente di successo.
Orfeo, tuttavia, fu meno famoso di Arianna rappresentata nel 1608,
anche se da ciò che rimane dell'opera è evidente che l'autore s’ispirò per
Arianna e Orfeo ad un unico modo compositivo. Il nuovo stile del ritratto
dalla Camerata fiorentina è presente anche nel volume di musica sacra
Vespro della Beata Vergine pubblicato nel 1610.
La musica di quest'opera è scritta secondo moduli estremamente
moderni: i Salmi e i magnificat si basano su mezzi tipici dell'opera
teatrale e dei Madrigali con il basso continuo, mentre il versetto
dell'apertura Deus in adjutorium è un rifacimento della ouverture-toccata
di Orfeo.
I Mottetti inseriti tra i Salmi sono composti in uno stile ancor più
moderno per il tempo e sono evidentemente dedicati ad esecuzioni
solistiche, vista l'agile ornamentazione e gli ariosi liberamente declamati.
Dal punto di vista armonico sono presenti le complesse dissonanze
cameristiche del 5º Libro de Madrigali. Nonostante queste scelte
d'avanguardia, Monteverdi conserva i legami con il passato, soprattutto
nell'uso del canto gregoriano nei Salmi e nei Magnificat e questa
molteplicità di mezzi espressivi dà al Vespro un posto unico tra i
capolavori del XVIII secolo. La musica scritta nel periodo veneziano è la
conseguenza di un ulteriore cambio. Il 7° Libro de Madrigali rivela che,
nel primo periodo passato nella basilica di San Marco, Monteverdi si
dedicò all'esplorazione delle nuove risorse offerte dal basso continuo,
componendo in forma puramente monodica.
Meno sperimentali e sicuramente espressivi sono i molti duetti di questa
raccolta, alcuni dei quali rappresentano uno sviluppo logico di precedenti
Madrigali, riscontrabile in un identico atteggiamento emotivo e in una
tecnica non molto dissimile basata su un impiego diffuso del trio.
Alcuni duetti monteverdiani invece contengono elementi che risultano
decisamente innovatori. Notevole è il ciclo Ahimè dov'è il mio ben, in cui
l'elemento formale più significativo è costituito dal basso continuo e
dove si rivela, rispetto alle opere precedenti, un atteggiamento espressivo
più equilibrato, tanto che persino nei brani più brillanti non manca una
punta di serietà.
Assai più importanti furono, in questi anni, gli esperimenti di analisi
sistematica delle emozioni umane, ispiratigli dalla lettura di Platone
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anche se la decisione di trovare una soluzione pratica al principio
platonico secondo cui la funzione della musica è quella di "muovere gli
affetti", risale al primo periodo monteverdiano.
Monteverdi introdusse nella musica insistenti preoccupazioni
psicologiche per esprimere con i suoni, tutto l'arco di emozioni che nella
vita si sovrappongono l'una all'altra.
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Per questo suddivise le emozioni in tre tipi, a ciascuno dei quali fece
corrispondere particolari figurazioni musicali con ritmi assai marcati
(derivati dai metri classici) che chiamò "stile molle", "stile temperato" e
"stile concitato" additando nell'assenza di quest'ultimo la lacuna più
grave della musica dell'epoca.
La prima composizione in cui applicò le sue teorie psicologiche fu il
madrigale scenico Il combattimento di Tancredi e Clorinda, in cui sono
presenti alcuni effetti assai originali affidati agli archi, come il pizzicato
e un "tremolando" misurato.
Mentre il canto del narratore si sviluppa in un arioso non dissimile da
quello delle composizioni precedenti, la scena del combattimento vero e
proprio tra i due protagonisti è improntata ad un vivido realismo, in cui
risaltano il cozzo delle spade e il galoppare dei cavalli, secondo moduli
che si rifanno alla tradizione delle "battaglie" del XVI secolo.
Lo "stile concitato" però, come mezzo interpretativo di quella verità
psicologica a cui Monteverdi tendeva, appare con più rilievo in altre
composizioni, in particolare nella raccolta retrospettiva Madrigali
guerrieri et amorosi (1638).
Qui i ritmi militareschi contrastano con elementi più sofisticati che si
rifanno al linguaggio armonico dei precedenti Madrigali dando origine a
quella fluttuazione di emozioni che Monteverdi cercava: la musica scritta
per il sonetto Or ch'el ciel e la terra ne è uno splendido esempio, così
come il duetto Armato il cor.
Anche la scena drammatica Il lamento della Ninfa, che presenta la stessa
atmosfera di solitudine del Lamento di Arianna, rivela queste
caratteristiche, ottenute tra l'altro con l'impiego del basso continuo e con
l'aggiunta di un trio di "commentatori" (due tenori ed un basso). Nella
musica da chiesa scritta durante il periodo veneziano, Monteverdi seguì
dapprima lo stile che già aveva collaudato nel Vespro della Beata
Vergine (1610), in cui da un lato si rivela l'interesse per lo stile antico,
legato a modelli palestriniani, dall'altro è presente l'esigenza di un
linguaggio più moderno.
Comunque le messe di Monteverdi, scandite in ritmi più regolari di quelli
in uso nel secolo precedente, evitano l'impiego delle grandi sonorità che
costituiscono un elemento essenziale della musica da chiesa di
imitazione palestriniania, rimanendo legate ad un'espressione
rigidamente contrappuntistica.
I Mottetti che scrisse per i virtuosi di San Marco, invece, sono composti
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in un linguaggio estremamente moderno. Pur rifacendosi a mezzi
espressivi già utilizzati nel Vespro del 1610, esse si basano su una
gamma emotiva assai più vasta, rispondendo così ai gusti mutati
dell'epoca: le musiche per alcuni testi del Cantico dei Cantici e quelle per
le feste della Beata Vergine si riaccostano alle opere mantovane, di cui
condividono stile ed atmosfera e in particolare l'uso di melodie
ornamentali.
Il grande merito di Monteverdi sta nell'essere stato tra i primi a dare una
salda organizzazione ad opere di una certa lunghezza, in un periodo in
cui la musica con accompagnamento di basso continuo mancava di solide
ed ampie forme espressive.
Piuttosto che affidarsi unicamente al contrasto tra vari gruppi di voci e di
strumenti, com'era allora in uso, preferì ricorrere agli sviluppi del basso
continuo (come nella stupefacente strumentazione del Laudate
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Dominum, basata su un accompagnamento di quattro note) o a forme di
rondò, come in vari momenti del Beatus Vir, od ancora, nella
frammentazione della composizione di un certo numero di sezioni
autosufficienti, come nel Gloria concertato a 7 voci.
Questa padronanza di nuovi mezzi espressivi, rende molto importante la
musica sacra scritta nel periodo veneziano, anche se sono le due ultime
opere teatrali quelle dove meglio si rivela la capacità monteverdiana di
assimilare profonde novità stilistiche e di contenuto.
Tanto nel Ritorno di Ulisse in patria che nell'Incoronazione di Poppea,
infatti, si ha una precisa rivalutazione dell'elemento umano nei confronti
di quello allegorico, che compare qui in misura nettamente inferiore
rispetto alle opere precedenti.
Assai importante (e nuovo) è anche l'alto numero di personaggi di cui
Monteverdi si servì soprattutto nell'Incoronazione di Poppea dove, tra
l'altro, alla linea d'azione principale si intrecciano anche vicende
collaterali.
Anche dal punto di vista musicale queste due opere presentano un grande
interesse grazie soprattutto alla vastità delle loro risorse. Monteverdi
accettò le convenzioni in voga a Venezia che affidavano al coro e
all'orchestra solo ruoli molto ridotti, per accentrare l'azione sul solismo
vocale.
Compose recitativi assai simili ad ariosi ed elaborò molti tipi di arie e di
pezzi d'insieme che vanno da semplici motivetti, ispirati alla moda del
tempo, a strutture più complesse che seguono abbastanza fedelmente il
significato delle parole.
Ancor più significativo è il fatto che queste "forme chiuse" (pezzi a sé,
come le arie, i duetti, ecc.) non sono costruite per essere autosufficienti e
quindi non ostacolano mai lo svolgersi dell'azione drammatica; né
Monteverdi perde di vista il suo vecchio principio di base nel quale la
drammaticità deve raggiungere un preciso momento di massima
tensione, momento che nel Ritorno di Ulisse in patria si colloca nella
scena in cui i Proci, giocati da Penelope, vengono messi in fuga da
Ulisse.
Questa complessa ed equilibrata articolazione rende le ultime opere di
Monteverdi tra le più perfette realizzazioni del genere, veri e propri
"drammi per musica".
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IL DUCA
FRANCESCO GONZAGA
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Le opere di Monteverdi, come quelle di tutti i compositori dell'epoca,
furono completamente dimenticate negli anni immediatamente seguenti
la sua morte e non vennero riscoperte che nel XVIII secolo, da storici
come G. B. Martini e Ch. Burney, e che s’interessarono ad esse attratti
dalle controversie con G. M. Artusi.
Il giudizio che Monteverdi ricevette in epoca recente è quello di un
rivoluzionario ed infatti gli spetta il merito di aver esplorato a fondo le
possibilità emozionali del nuovo stile monodico sorto agli inizi del XVIII
secolo e di aver realizzato una vera fusione tra musica e verso:
specialmente i Madrigali costituiscono l'espressione più completa degli
ideali del tardo Rinascimento, dove la musica è usata per rivelare il
significato psicologico insito nelle singole parole.
Monteverdi fu anche il primo compositore sensibile alle emozioni dei
singoli personaggi e alle loro differenziazioni psicologiche e quindi alle
diverse reazioni nei confronti delle varie situazioni drammatiche; in
secondo luogo valutò pienamente l'importanza del fattore musicale come
struttura portante dell'intero dramma e quindi la necessità di trovare
forme musicali adeguate agli sviluppi dell'azione.
In questo senso ebbe tanta influenza che tutti gli aspetti più significativi
delle sue opere più tarde vennero sviluppati dai compositori che lo
seguirono.
LA NASCITA DELL’OPERA
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MONTEVERDI
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Le cronache cortensi del tempo raccontano del matrimonio del principe
Ferdinando de' Medici con Christine von Lothringen: durante i
festeggiamenti e le numerose cerimonie - che duravano settimane -
furono rappresentati anche dei prezzi teatrali, nelle cui pause venivano
inseriti brevi episodi mitologici cantati.
Queste opere in miniatura presero in nome di "intermedi".
Luogo ed epoca di tale evento, Firenze, 1589.
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Fonti musicali
Prima del 1650 la parola "opera" non veniva impiegata per mezzi
teatrali musicali: questi ultimi venivano definiti come la formula
generica di "dramma per musicata" o "favola in musica", in quanto le
prime azioni teatrali in musica non si distinguevano molto dai Madrigali
più estesi, i quali, con la loro peculiare espressività, erano la forma
musicale più diffusa del XVI e del primo XVII sec..
BOZZETTO PER
L’OPERA“BELLEROFONTE”
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Tra i generi che anticiparono il dramma musicale in più atti vi erano le
cosiddette favole pastorali, molto amate nell'Italia del Rinascimento, tra
le quali spiccano soprattutto l'Aminta di Torquato Tasso (1544-95) ed Il
pastor fido di Giovanni Battista Guarini (1538-1612).
Tali drammi pastorali comprendevano canti e cori.
Anche i tipici mezzi drammatici dell'epoca barocca, quali, per esempio,
gli scambi di persone, l'inserimento di personaggi secondari comici o il
lieto fine obbligatorio provengono dai drammi pastorali. Un'altra fonte di
quella che sarà l'opera barocca sono i "Madrigali drammatici" veneziani
del tardo XVI sec., soprattutto quelli di Orazio Vecchi ed Adriano
Banchieri.
La particolarità di questo genere consisteva nel fatto che non vi era una
differenziazione musicale tra coro e protagonisti, ma si cantava sempre
in gruppo.
Nell'ambito dell'esorbitante produzione madrigalesca dell'epoca, ebbe
luogo un interessante esperimento. A quei tempi, a Ferrara, erano attive
tre eccellenti cantanti per le quali Luzzasco Luzzaschi, il compositore di
corte degli Estensi, compose dei Madrigali solistici ad una, due e tre
voci, con accompagnamento di accordi su uno strumento a tasti o sul
liuto, sostenuto da uno strumento "basso".
I tempi per la comparsa di un genio in grado di condensare le diverse
tendenze musicali in un vero e proprio dramma per musica erano maturi:
questo genio fu Claudio Montevedi.
Tra la fine del XVI e l'inizio del XVII sec., per la prima volta nella
storia, si manifestò l'esigenza di comporre "musica nuova".
Simili intenti erano sconosciuti ai compositori del Medioevo e del
Rinascimento.
Per questo gli ideali estetici espressi programmaticamente dai musicisti
italiani del primo Barocco destarono tanto scalpore.
Al centro della loro riflessione vi erano la lingua e la poesia.
La musica doveva risvegliare passioni ed emozioni, ed approfondire il
significato poetico del testo. "Favellar in musica" era il compito
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principale dei cantanti dei primi drammi musicali italiani. Il "parlar
cantando" derivava dalla prosodia naturale della lingua parlata.
Il canto, soprattutto quello solistico, assunse la funzione inedita di dare
rilievo ai singoli personaggi, e pose anche le basi dello sviluppo del
cosiddetto "belcanto" italiano.
Fondamentalmente si potevano distinguere tre tipi di canto: quello con
colorature virtuosistiche (cantar parsaggiato"), quello semplice, spianato
(“cantar sodo") e quello espressivo, ricco di sfumature dinamiche e di
colori contrastanti ("cantar d'affetto").
Nelle parti cantate dell'Orfeo, Montevedi impiegò tutti e tre i tipi di canto
al servizio dell'espressione drammatica.
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L'IMPIEGO DEGLI STRUMENTI MUSICALI
MONTEVERDI
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Le note serviranno solo a fissare approssimativamente i tratti
fondamentali della composizione, che doveva poi essere sviluppata in
modo creativo dall'interprete a seconda delle sue capacità. L'indicazione
di alcuni tipi di strumenti non impedisce al musicista di deciderne
liberamente il numero: questo rende possibile l'esecuzione della musica
in base agli strumentisti ed agli strumenti a disposizione in un dato
numero.
L'Orfeo può essere eseguito efficacemente sia con dieci sia con quaranta
strumenti.
Tuttavia, è necessario tenere conto di alcune regole della prassi esecutiva
dell'epoca: di norma, si distingueva tra strumenti "fondamentali" e
"ornamentali".
Ai primi appartengono gli strumenti a tasto ed a pizzicato (clavicembalo,
virginale, organo, regale, liuto, chitarrone, arpa ecc.); della seconda
categoria fanno parte tutti gli strumenti a fiato e ad arco, per esempio le
viole.
La funzione "drammatica" attribuita da Monterverdi agli strumenti è
molto interessante.
In genere, flauti diritti, archi e strumenti a pizzicato creano l'atmosfera
pastorale, mentre gli ottoni (trombe e tromboni), i cornetti (una sorta di
trombe di legno) ed il regale (un piccolo strumento a tasto con funzione
di bordone) appartengono alla sfera degli inferi.
È consigliabile caratterizzare la figura di Orfeo con il timbro delicato del
liuto, dell'arpa e dell'organo di legno.
Al luogo in cui avvenne la prima rappresentazione viene dedicato un
omaggio all'inizio dell'opera, attraverso un'introduzione di fanfare
(definita "toccata" da Monterverdi): lo stemma musicale dei Gonzaga.
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L'apparato strumentale
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Questo fu il modello per la costruzione dei teatri d'opera italiani.
Possedere un palco divenne un segno di distinzione sociale: essi
venivano affittati alle famiglie patrizie, ed addirittura ereditati.
La platea dei primi teatri d'opera veniva utilizzata sia per le danze
durante le feste, sia come spazio per i posti in piedi durante le
rappresentazioni teatrali.
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Il primo teatro d'opera
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CAVALLI, CESTI: I COLLEGHI PIÙ GIOVANI
FRANCESCO CAVALLI
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Ci sono pervenute solo ventotto delle sue quarantadue opere.
Il suo primo lavoro significativo, La Didone, composto per il carnevale
del 1640-41, è degno di nota soprattutto per le arie, costruite su un basso
ostinato e pervase di nobile pathos.
La romantica storia d'amore dell'Ormindo (1644), una favola regale, si
svolge in Africa, ma nel prologo vengono trattate le lodi di Venezia.
Il successo più duraturo di Cavalli fu Giasone (1649), un tipico prodotto
dell'opera veneziana delle XVII sec., con i suoi personaggi seri e buffi,
gli elementi fantastici e la commistione di canzoni popolaresche e di arie
raffinate.
Nel Serse (1655) Cavalli accentrò ulteriormente l'elemento comico.
Quest'opera si distingueva anche per i suoi ensembles (terzetti e
quartetti), decisamente insoliti a quell'epoca.
Cavalli divenne così famoso che a quasi sessant'anni ricevette l'incarico
di scrivere un'opera già Luigi XIV. In mancanza di un'opera francese, per
la festa di nozze del Re Sole fu eseguito L'Ercole amante di Cavalli,
mentre la musica dei balletti era del compositore francese Jean-Baptiste
Lully.
Cavalli, ormai stimatissimo musicista, morì in un palazzo sul Canal
Grande.
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Cesti e la sua "mela gigantesca"
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una guerra, mentre in mare si scatenano burrasche. Alla fine, l'aquila di
Giove trasporta il pomo d'oro dal mondo mitico a quello umano,
consegnandolo alla regina Margherita, nella quale si trovano riuniti il
coraggio di Atena, il potere di Giunone e la bellezza di Venere.
L'imperatrice fece costruire un teatro appositamente per questo
spettacolo.
Dal punto di vista musicale, Il pomo d'oro è vario e ricco di colori quanto
le scene e i personaggi mitologici rappresentati.
Le scene infernali si alternano a quelle celesti, e vengono portate su un
piano più umano attraverso i commenti comici del buffone di corte.
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ARIANNA
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scoglio in mezzo all’onde», dietro al quale vennero collocati gli
strumentisti.
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La trama
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sono solo alcuni dei mezzi che il compositore adotta per dare rilievo,
attraverso la musica, alla connotazione espressiva della parola, al gesto
drammatico.
La vocalità del Lamento non è caratterizzata dalla bellezza del canto, ma
dall’espressività della recitazione, secondo un concetto di verità e di
aderenza al personaggio («il moderno Compositore fabrica sopra li
fondamenti della verità»: prefazione al Quinto libro de’ Madrigali,
1605).
BOZZETTO
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Non è forse casuale, quindi, che il ruolo di Arianna inizialmente
destinato alla giovanissima Caterina Martinelli - tragicamente scomparsa
poco prima della rappresentazione - sia stato poi affidato a un’attrice,
Virginia Andreini, benché a corte non mancassero sicuramente cantanti
in grado di sostenerlo.
L’espressività toccante di questa pagina suscitò viva impressione negli
ascoltatori fin dalla sua prima esecuzione, e fornì il modello per il
sentimento del dolore e dell’abbandono che, nel corso del XVII secolo, si
cristallizzò spesso nella forma del ‘lamento’: un brano chiuso costruito a
volte sul basso ostinato di un tetracordo discendente.
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IL COMBATTIMENTO DI TANCREDI E CLORINDA
Tipo: Madrigale rappresentativo
Soggetto: dalla Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso
Prima: Venezia, palazzo Mocenigo, carnevale 1624
Cast: il Testo (T), Tancredi (T), Clorinda (S)
Autore: Claudio Monteverdi (1567-1643)
Il Combattimento di Tancredi e Clorinda è incluso nella raccolta
‘Madrigali guerrieri et amorosi con alcuni opuscoli in genere
rappresentativo che saranno per brevi Episodij fra i canti senza gesto.
Libro ottavo’, pubblicata a Venezia nel 1638.
BOZZETTO
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La rappresentazione musicale delle opposte passioni dell’animo umano,
perseguita da Monteverdi in tutte le sue opere, giunge a compimento in
queste composizioni, secondo un programma dichiarato sia nel titolo, sia
nella prefazione compilata dallo stesso compositore.
Dopo aver accertato che tre sono le principali passioni dell’animo (Ira,
Temperanza e Umiltà), che tre sono i generi musicali per esprimerle
(concitato, temperato e molle), Monteverdi scisse: «havendo in tutte le
compositioni de’ passati compositori potuto ritrovare esempio del
concitato genere, ma bensì del molle et temperato (...) et sapendo che gli
contrarij sono quelli che movono grandemente l’animo nostro (...), perciò
mi posi con non poco mio studio et fatica per ritrovarlo».
Riferendosi all’impiego espressivo che anticamente si faceva dei modi
ritmici, per cui una serie di note ribattute velocemente si adattavano alle
«saltationi belliche, concitate», mentre le note lunghe, tenute, in tempo
lento si confacevano al loro contrario, Monteverdi utilizza il tremolo
degli archi unitamente a rapide figurazioni ritmiche per dar voce
all’«oratione contenente ira et sdegno».
Come testo di prova ideale sceglie la descrizione del combattimento di
Tancredi con Clorinda dalla Gerusalemme liberata di Tasso «per haver
io le due passioni contrarie da mettere in canto: Guerra cioè preghiera et
morte».
La prima esecuzione del Combattimento in casa Mocenigo avvenne in
forma rappresentativa, con una messa in scena minuziosamente descritta
nell’avvertimento che precede il brano: «volendosi esser fatto in genere
rappresentativo, si farà entrare alla sprovista (dopo cantatosi alcuni
Madrigali senza gesto), dalla parte de la Camera in cui si farà la Musica,
Clorinda a piedi armata, seguita da Tancredi armato sopra ad un Cavallo
Mariano; et il Testo all’hora comincierà il Canto. Faranno gli passi et
gesti nel modo che l’oratione esprime, et nulla di più né meno,
osservando questi diligentemente gli tempi, colpi et passi, et gli
istrumentisti gli suoni incitati e molli».
L’organico strumentale è costituito da due violini, una viola da braccio e
dal basso continuo, che introduce il recitativo del Testo («Tancredi che
Clorinda un homo stima/ vol ne l’armi provarla al paragone»). Quindi
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una breve figurazione degli archi descrive il vagare di Clorinda fino
all’improvviso stacco del ‘Motto del cavallo’, che accompagna
onomatopeicamente, con un ritmo sempre più serrato, il sopraggiungere
di Tancredi sul suo destriero; un crescendo di tensione testuale e
musicale culmina nel grido declamato di Clorinda «O Tu che porte
correndo si?».
L’atmosfera è carica di tensione e una calma innaturale prelude alla
battaglia. Un ‘Passeggio’ strumentale, preceduto da una Sinfonia,
introduce e interrompe la splendida invocazione alla notte, affidata a
Testo col solo sostegno del basso continuo.
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Con dinamica piano in crescendo inizia la lunga descrizione del
combattimento: dapprima frammenti di frase («non schivar», «non
parar»), poi la declamazione del Testo in contrattempo; quindi
figurazioni ritmiche sempre più delineate («odi le spade orribilmente
urtarsi»), rapide scale ascendenti e discendenti e infine il tremolo degli
archi («l’onta irrita lo sdegno alla vendetta»), portato da Monteverdi al
massimo grado di tensione fino al punto di rottura («Qui si lascia l’arco,
e si strappano le corde con duoi diti»), che corrisponde esattamente al
momento in cui i duellanti lasciano di tirare di spada e «dansi con pomi e
infeloniti e crudi/ Cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi». Dopo
l’accanimento della battaglia, una pausa.
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Gli archi tacciono: è l’alba. Il commento del testo si appoggia sul solo
basso continuo, che accompagna anche il successivo dialogo tra Tancredi
e Clorinda. Tancredi chiede allo sconosciuto cavaliere di rivelare il suo
nome; Clorinda nega la sua identità e, anzi, irrita maggiormente
Tancredi.
La lotta riprende improvvisa e violentissima («Torna l’ira nei cori e li
trasporta»), così come improvviso è il mutamento espressivo - testuale e
musicale - in corrispondenza dei versi «Ma ecco homai l’hora fatal è
giunta/ ch’el viver di Clorinda al suo fin deve». La narrazione del Testo
si distende sugli accordi del basso continuo. Clorinda viene ferita a
morte.
Tornano gli archi con accordi tenuti, alternati a pause nel momento in cui
Clorinda si dichiara vinta; l’articolazione della linea vocale si frantuma.
Riprende la declamazione di Testo («In queste voci languide»),
emotivamente partecipe della tragedia che si sta compiendo: il
riconoscimento di Clorinda da parte di Tancredi.
Gli archi si risentono solo alla fine, sulle ultime parole pronunciate da
Clorinda «S’apre il ciel io vado in pace», con una conclusiva
prescrizione esecutiva di Monteverdi: “quest’ultima nota va in arcata
morendo”
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L'INCORONAZIONE DI POPPEA
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Entrambe le partiture sembrano opera collettiva e forse già all'origine il
settantacinquenne Monteverdi, al suo ultimo impegno teatrale, fu aiutato
da collaboratori più giovani.
Nessun indizio della sua paternità dell'opera proviene da fonti
contemporanee: l'elogio funebre steso da Caberloti non la nomina,
ricordando invece Arianna e indirettamente, Orfeo.
Connessioni stilistiche con la partitura del Ritorno di Ulisse in patria,
insieme alla forza e alla sintesi drammatica di alcuni dialoghi,
giustificano l'attribuzione monteverdiana di molte scene, almeno nella
loro prima redazione.
D'altro canto l'intero finale e quasi tutta la parte di Ottone sono stati
composti da una mano diversa rispetto al resto della partitura.
Altri passi isolati (il prologo, le scene seconda e quarta del secondo atto,
la sinfonia finale) rivelano tratti stilistici che fanno pensare a uno o più
compositori della generazione più giovane rispetto a quella di
Monteverdi.
Nomi dei probabili collaboratori: Benedetto Ferrari e Francesco Sacrati,
del quale la recente scoperta della partitura de La finta pazza ha
permesso nuove ed interessanti comparazioni stilistiche; ad essi si
aggiungono Francesco Manelli e Filiberto Laurenzi, autore di molte delle
musiche de La finta savia, su libretto di Giulio Strozzi, rappresentata al
teatro SS. Giovanni e Paolo nella stagione in cui fu allestita
l'Incoronazione, con gli stessi interpreti.
Questi furono Anna Renzi come Ottavia e Anna di Valerio come
probabile Poppea, insieme al castrato Stefano Costa, possibile Nerone e
"Rabocchio " o "Corbacchio", forse nella parte del paggio.
Fonti di quello che è il primo libretto di argomento storico per un
melodramma (unici precedenti: le opere basate su leggende agiografiche,
come il romanzo Sant'Alessio) sono alcuni passi degli Annali di Tacito in
primo luogo, integrati da Svetonio, Cassio Dione e dalla tragedia
Octavia, un tempo attribuita a Seneca, seguita molto da vicino in almeno
una scena.
Nel libretto compaiono anche temi comuni alla produzione di romanzi
contemporanei, presenti in particolare ne L'Imperatrice ambiziosa di
Federico Malipiero, che narra le vicende di Agrippina ed accenna anche
alla seduzione di Nerone da parte di Poppea.
"Procuro applicar li vizii, come fanno li speziali veleni nelle medicine
per guarire, non per gustare", scrive Malipiero per giustificare
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l'argomento amorale del suo romanzo: che sia questa anche la prospettiva
con la quale interpretare l'atmosfera corrotta che avvolge le vicende del
libretto di Gian Francesco Busenello? Certo che il testo riflette il
sentimento antimonarchico e filo-repubblicano che legava gli intellettuali
membri dell'Accademia degli Incogniti, come Busenello e Badoaro,
librettista del Ritorno di Ulisse in patria.
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Gli intrighi di palazzo e l'ambiguità morale che caratterizza ogni
personaggio (anche il tradito Ottone e la regina ripudiata Ottavia),
risalterebbe per contrasto la gloria della Repubblica veneziana, patria di
libertà.
Alla luce dell'anticonformismo e del libertinismo professato
nell'ambiente degli Incogniti si interpretano alcune situazioni irriverenti
del libretto, come la presentazione negativa del filosofo Seneca, i cui
insegnamenti non servono alla disperata Ottavia.
Egli viene irriso spudoratamente dal valletto, così come in precedenza
era stato giudicato "vecchion rapace", "volpon sagace", "reo cortigiano",
"empio architetto", dagli assonnati soldati che piantonano la casa di
Poppea mentre Nerone amoreggia con lei.
La professione di fede marinista sostenuta clamorosamente da Busenello
(che interviene nella polemica fra Marino e Stigliani successiva alla
pubblicazione dell'Adone) spiega il pluristilismo del libretto, nel quale si
avvicendano sequenze arditamente metaforiche ed immaginose,
espressioni umili, incursioni nei linguaggi tecnici (giuridico, filosofico,
scientifico) versi spigliati "da canzonetta". Suggerimenti formali per
sequenze di cantabilità più regolare e arie vere e proprie non mancano
nel libretto, metricamente e stroficamente articolatissimo.
Il compositore accetta e moltiplica le occasioni per formare sequenze
musicali unitarie, che si accompagnano a passi meno estesi segnati dal
lievitare del recitativo in moduli più chiusi e melodici, spesso in
corrispondenza delle ultime battute dell'intervento di un personaggio, o
di una sua impennata espressiva.
Il recitativo evidenzia concetti e parole-chiave secondo le più consumate
raffinatezze della tecnica Madrigalistica, per cui ogni "affetto" viene
messo a fuoco con una impressionante varietà di soluzioni musicali.
È interessante notare la "regia" realizzata dal manipolatore dei frammenti
testuali di Busenello, realizzando un "montaggio" drammatico dagli
effetti ritmicamente movimentati, quasi a costruire realisticamente i
dialoghi cruciali: i personaggi si interrompono a vicenda e si parlano
addosso, cosa raramente prevista dal libretto.
Ad esempio, nella scena in cui Ottavia impone ad Ottone di uccidere
Poppea, il recitativo è realizzato con una serie di ripetizioni affannose.
Ripetizioni testuali, tagli, illuminazioni melodiche di un frammento a
scapito di un altro: tutto questo permette al compositore di forgiare una
propria dimensione drammatica e di interpretare il testo, anche in senso
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opposto rispetto a quanto suggerito da Busenello.
Il personaggio di Seneca ne è un esempio: l'ardore e lo slancio, poi la
serena compostezza con cui affronta la morte, inquadrano il filosofo in
una prospettiva molto più positiva rispetto a quello che si ricava dalla
semplice lettura del libretto.
Il compositore innalza Seneca ad una statura morale elevata, ben al di
sopra di tutti gli altri personaggi.
Poppea è caratterizzata da un'abilità retorica eccezionale, piega il
recitativo alla sua sessualità, "influenza" dalle risposte che le dà Nerone e
si abbandona con lui all'estasi melodica: raffigurazione completa, con
luci ed ombre della cortigiana aristocratica tra Cinquecento e Seicento,
che univa bellezza, abilità dialettica, arte e cultura.
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Il teatro universale di Monterverdi
Prima della relazione amorosa con Nerone, Sabina Poppea era stata
sposa già due volte.
La descrizione della figura storica di Poppea presente negli Annuali di
Tacito è alla base del personaggio di Monterverdi.
"Apparentemente modesta e riservata, conduceva in realtà una vita
sfrenata; raramente si mischiava alla gente e, in qualche caso, appariva
con il viso in parte velato per sottrarsi a sguardi indecenti o perché le
donava.
Non si curò mai della sua fama e, poiché non cedeva ad alcuna passione,
propria o altrui, dava liberò sfogo alla sua sensualità solo se poteva
ricavarne un vantaggio".
A differenza del personaggio dell'opera, suo marito Ottone era addirittura
amico intimo di Nerone. Egli stesso attirò l'attenzione di Nerone sulle
grazie di Poppea.
La figura di Nerone, il dittatore paranoico e matricida, fu plasmata da
Monterverdi senza cambiamenti di rilievo rispetto alla descrizione di
Tacito, al pari della figura di Seneca e dell'imperatrice Ottavia.
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In omaggio al gusto barocco dell'intrigo, furono aggiunti motivi nuovi:
per esempio quello dell'uomo conteso da tre rivali - Ottone che si trova
tra l'imperatrice, Poppea e Drusilla.
Tipicamente barocche sono le apparizioni di esseri divini - come i
messaggeri di morte Pallade ed Amore.
Quest'ultimo, poi, con un intervento da deus ex machina, salva la sua
protetta, Poppea.
Le figure popolaresche - sono, invece, di invenzione del Busenello e di
Monterverdi.
Grazie ad esse Monterverdi poté rivolgersi ad un pubblico più ampio dal
punto di vista dell'estrazione sociale.
Tali personaggi rappresentano l'opinione popolare.
Essi, e non Seneca, traggono le conseguenze filosofiche della storia.
Venezia era pur sempre una repubblica.
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Le voci
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49
Erotismo e genuinità
La trama
Prologo
ATTO I
Scena I
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Scena II
Scena III
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Scena IV
Scena V
Scena VI
Scena IX
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Scena X
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Scena XI
ATTO II
Scena I
Scena II
Scena III
Scena IV
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Scena V
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Scena VI
Scena VII
Scena VIII
Scena IX
Scena X
Scena XI
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ATTO III
Scena I e II
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Scena III e IV
Scena V
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Scena VI
Scena VII
Scena VIII
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ORFEO
Tipo: Favola in musica in cinque atti
Soggetto: libretto di Alessandro Striggio
Prima: Mantova, Palazzo Ducale, 24 febbraio 1607
Cast: la Musica (S); due pastori (S, T); una ninfa (S); Orfeo (T); Euridice
(S); Silvia, messaggera (S); la Speranza (S); Caronte (B); Proserpina (S);
Plutone (B); tre spiriti (T, T, B); Eco (T); Apollo (T); ninfe, pastori,
spiriti, coro
Autore: Claudio Monteverdi (1567-1643)
Primo esempio di opera in musica apparso a Mantova, L’Orfeo
deve la sua nascita a un’iniziativa del principe ereditario Francesco
Gonzaga. Da neppure un decennio, specie a Firenze, si andavano
sperimentando esempi di teatro tutto cantato: quelle prove avevano avuto
una vasta risonanza nell’ottobre 1600, quando le grandiose feste nuziali
per il matrimonio di Maria de’ Medici con Enrico IV di Francia avevano
dato ampio spazio a tale modalità di rappresentazione.
Gli invitati ai festeggiamenti avevano potuto così ammirare quel nuovo
modo di fare spettacolo: tra loro figurava anche il duca di Mantova
Vincenzo Gonzaga, che coi Medici per di più era imparentato. Anzi, suo
figlio minore Ferdinando, studente a Pisa, nei carnevali 1606 e 1607
aveva avuto modo di far rappresentare rispettivamente un ‘abbattimento’
e una ‘commedia’ recitati cantando davanti alla corte medicea, che in
quel periodo era solita trascorrere a Pisa i mesi invernali. Dunque
l’iniziativa di Francesco Gonzaga si può interpretare come un desiderio
di emulazione di quanto, in campo teatrale e musicale, stavano
promuovendo i Medici.
La realizzazione di quel progetto teatrale venne affidata all’Accademia
degli Invaghiti, un sodalizio fondato a Mantova un cinquantennio prima
sotto il patrocinio della dinastia regnante. Era Invaghito (col nome
accademico di Ritenuto) il conte Striggio, che provvide a stendere il testo
letterario, dato poi da intonare al maestro della musica ducale,
Monteverdi.
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La recita non avvenne nel teatro di corte, ma in una sala non molto
grande della residenza gonzaghesca, allestita per l’occasione: alla ‘prima’
del 24 febbraio seguì una replica, il 1º marzo 1607.
Siamo a conoscenza solo di alcuni degli interpreti della ‘prima’: il
castrato Giovan Gualberto Magli (nel prologo impersonò la Musica, e
poi Proserpina, e la messaggera oppure la Speranza), al servizio presso la
corte medicea e prestato per l’occasione ai Gonzaga; il tenore Francesco
Rasi (con ogni probabilità fu Orfeo), nobile aretino, come Magli allievo
di Francesco Caccini e dunque formatosi anch’egli in ambiente
fiorentino; un giovane sacerdote, forse padre Girolamo Bacchini
(Euridice).
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La partitura monteverdiana prevede un’orchestra formata almeno da due
clavicembali, due viole contrabbasse, dieci viole da braccio, un’arpa
doppia, due violini piccoli alla francese e due ordinari da braccio, tre
chitarroni, ceteroni, due organi di legno, tre viole da gamba basse, cinque
tromboni, alcuni regali, due cornetti, due flauti piccoli, quattro trombe di
cui una chiarina e tre sordine.
In occasione della ‘prima’ venne stampato il solo testo letterario di
Striggio ( La favola d’Orfeo, Mantova, Francesco Osanna, 1607). La
partitura monteverdiana fu pubblicata un paio d’anni più tardi ( L’Orfeo,
Venezia, Ricciardo Amadino, 1609: ristampata nel 1615): il che consentì
a quest’opera di ottenere notorietà anche presso quanti non erano stati
presenti alle rappresentazioni mantovane, e di consentire suoi
allestimenti anche in seguito e altrove. Recite successive dell’Orfeo sono
state ipotizzate a Torino nel 1610 e a Salisburgo nel 1614. Con certezza
sappiamo però solo di una rappresentazione genovese, avvenuta al Teatro
del Falcone prima del 1646.
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La trama
Prologo
La Musica introduce la vicenda presentandosi, illustrando
l’argomento e chiedendo silenzio ("Dal mio Parnasso amato a voi ne
vegno").
Atto primo
I pastori si raccolgono festosi attorno a Orfeo ed Euridice, che
stanno per celebrare le loro nozze ("In questo lieto e fortunato giorno").
Vengono intonate preghiere propiziatorie ("Vieni, Imeneo, deh vieni") ed
eseguite gioiose danze corali ("Lasciate i monti, lasciate le fonti"). Orfeo
chiama gli astri a testimone della sua felicità ("Rosa del ciel, vita del
mondo e degna"), ed Euridice gli fa eco. Poi tutti si avviano al tempio in
cui si compirà il rito. Additando questa ulteriore riprova, il coro invita a
non lasciarsi mai prendere dalla disperazione ("Alcun non sia che
disperato in preda").
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Atto secondo
Orfeo ritorna ai suoi boschi e ai suoi prati, al culmine della felicità
("Ecco pur ch’a voi ritorno"), mentre i pastori continuano a intonare lieti
canti ("Mira, ch’a sé ne alletta" e "In questo prato adorno"). Lo stesso
Orfeo si esibisce in una canzone strofica ("Vi ricorda, o boschi
ombrosi"). Quell’atmosfera gioiosa è però turbata dai gemiti di Silvia
che, provocando la costernazione generale, informa dell’improvvisa e
inopinata morte di Euridice.
Silvia racconta come tutto ciò sia potuto accadere ("In un fiorito prato"):
mentre raccoglieva fiori, Euridice è stata morsa da un serpente, ed è
spirata tra le braccia delle sue compagne invocando il nome dell’amato
Orfeo. Tutti sono sconvolti: Orfeo addirittura si propone di scendere
nell’oltretomba per cercare di riportare Euridice alla vita ("Tu sei morta,
mia vita, ed io respiro?"). Un generale compianto accompagna la sua
disperazione ("Ahi, caso acerbo, ahi, fato empio e crudele").
Atto terzo
Orfeo penetra nel regno degli inferi guidato dalla Speranza ("Ecco
l’atra palude, ecco il nocchiero"). Lasciato solo, Orfeo s’imbatte in
Caronte, il traghettatore delle anime dei morti, che gli si para davanti
impedendogli l’accesso ("Oh tu che innanzi a morte a queste rive").
Orfeo tenta vanamente d’impietosirlo ("Possente spirito e formidabil
nume"): decide allora di provocarne il sonno intonando un’appropriata
melodia sulla sua lira, e di utilizzarne nel frattempo l’imbarcazione per
attraversare il fiume infernale ("Ahi, sventurato amante").
Il coro addita quest’azione come caso esemplare di ardimento umano
("Nulla impresa per uom si tenta invano").
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Atto quarto
Giunto al cospetto delle divinità infere, Orfeo espone il suo caso.
Trova una sostenitrice in Proserpina che, in nome e nel ricordo di quanto
ha fatto per amor suo, prega Plutone di accontentare Orfeo. Plutone
acconsente, stabilendo però che Orfeo non dovrà mai guardare Euridice
prima di aver lasciato l’oltretomba. Orfeo è dapprima raggiante per il
successo, e canta ("Quale onor di fia degno"), ma poi inizia a essere roso
dal dubbio che Euridice lo segua davvero nel cammino di ritorno sulla
terra ("Ma mentre io canto, ohimè, chi m’assicura").
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Spaventato da strani rumori, si volta a controllare se Euridice è con lui,
infrangendo così la clausola dettata da Plutone e perdendola per sempre
("Dove ten vai, mia vita? Ecco, io ti seguo"). Il coro sottolinea il
paradosso: Orfeo, che l’aveva spuntata contro la legge di natura, non è
riuscito a vincere se stesso e le sue passioni ("È la virtute un raggio").
Atto quinto
Ritornato sulla terra, Orfeo piange la sua sorte e si propone di non
più innamorarsi ("Questi i campi di Tracia, e quest’è il loco"). Dal cielo
scende suo padre Apollo, cercando di consolarlo e portandolo con sé in
cielo ("Saliam cantando al cielo"): il coro se ne rallegra, sottolineando
come il dolore sulla terra sia ripagato in cielo ("Vanne, Orfeo, felice
appieno").
Anziché con la discesa di Apollo e la ‘beatificazione’ di Orfeo, il
testo letterario stampato in concomitanza con la ‘prima’ faceva terminare
l’opera con un’irruzione delle baccanti, che si abbandonavano a
celebrazioni dionisiache prima di volgersi all’inseguimento di Orfeo, per
punirlo con la morte delle sue affermazioni misogine. La disparità di
queste due conclusioni (finale dionisiaco del libretto, finale apollineo
della partitura) potrebbe imputarsi all’angustia della sala in cui la prima
rappresentazione avvenne, e all’impossibilità di impiegarvi dispositivi di
macchine sceniche complesse.
Essa potrebbe però riflettere anche una duplice soluzione prospettata per
due diverse udienze: quella dionisiaca, più sofisticata dal punto di vista
culturale, pensata per la ‘prima’ davanti ai soli accademici; quella
apollinea, più spettacolare e moraleggiante in senso cristiano (e
musicalmente non immune da sospetti di facilismo), pensata a tambur
battente come rimpiazzo per la replica una settimana dopo davanti a un
pubblico meno selezionato.
Il soggetto sceneggiato da Striggio era il medesimo già impiegato pochi
anni prima per una di quelle recite fiorentine del 1600 di cui si è detto:
precisamente, per L’Euridice di Ottavio Rinuccini posta in musica da
Jacopo Peri. Per quanto di ambiente boschereccio e non privo di rimandi
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ai modelli di teatro pastorale di Tasso ( Aminta ) e Guarini ( Il pastor
fido ), rispetto al lavoro di Rinuccini Striggio dà al suo testo una maggior
patina tragica: lo divide nei regolari cinque atti chiusi da cori gnomici, lo
conforma almeno alle unità d’azione e di tempo anche se non di luogo.
Gli imprime poi un taglio più drammatico di Rinuccini: alcune azioni e
decisioni del protagonista sono prese in tempo reale davanti agli occhi
degli spettatori, e non solo raccontate; all’interno degli atti non mancano
grandi strutture, allestite per far risaltare le situazioni sceniche (ad
esempio, nel primo il tableau con al centro la coppia Orfeo-Euridice; nel
secondo i lieti canti strofici di Orfeo e dei pastori, di contro al successivo
‘parlato’ della messaggera con la ferale notizia della morte di Euridice).
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Estremamente significative (anche perché del tutto insolite nel clima
poetico dell’epoca) risultano le citazioni dantesche di cui sono ricchi i
due atti ‘infernali’ (il terzo e il quarto). Per parte sua, Monteverdi non per
la prima volta si cimentava con le nuove tecniche di canto a voce sola su
basso continuo. Fino ad allora, tuttavia, ciò era avvenuto nell’ambito del
genere Madrigalistico: gli ultimi brani del Quinto libro di Madrigali a
cinque voci (1605) richiedevano infatti obbligatoriamente il basso
continuo, in quanto impiegavano appunto tali tecniche.
In questa sua prima prova teatrale secondo i recentissimi dettami
fiorentini, Monteverdi diede opportuno rilievo alle parti poetiche
strutturate e conchiuse (quelle che corrispondono a situazioni musicali:
canti, cori, danze, preghiere), facendone altrettanti brani compiuti
caratterizzati da stroficità - integrale o del solo basso continuo -, scrittura
polifonica, refrain strumentali, formulazioni melodiche profilate in senso
molto cantabile. Tutte queste strutture spiccano su di uno stile recitativo
che, analogamente alle prime esperienze fiorentine, si propone come
ideale un’amplificazione del declamato che gli attori del teatro parlato
erano soliti impiegare.
Rispetto a Cavalieri, Peri e Caccini, lo stile recitativo monteverdiano è
però molto più mobile e patetico, e ricorre a soluzioni armonicamente e
melodicamente anche assai ardite, ma sempre per finalità espressive.
Esempi impareggiabili di questo stile patetico sono il racconto della
morte di Euridice e il successivo lamento di Orfeo.
Protagonista della ‘favola’, in forza del vario e intenso stile di canto con
cui Monteverdi intonò la sua parte, quest’ultimo è davvero una figura a
tutto tondo, con notevoli sfaccettature psicologiche e in grado di
percorrere una parabola scenica assai varia e articolata: insomma, un
vero e proprio personaggio teatrale, e anzi forse il primo autentico
protagonista della storia del teatro musicale.
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Inferno barocco
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Costruzione simmetrica
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IL RITORNO DI ULISSE IN PATRIA
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La trama
Atto primo
Dopo il prologo, in cui l’Humana Fragilità si contrappone al
Tempo, alla Fortuna e ad Amore, ascoltiamo una delle più intense pagine
dell’opera, il lamento di Penelope ("Di misera regina") scandito da
ripetizioni testuali e dal ritorno di arcate melodiche espressivamente
scolpite ("Tu sol del tuo tornar perdesti il giorno", "Torna deh torna
Ulisse").
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Al dolore segue una ventata di freschezza e gioia di vivere: l’ancella
Melanto intreccia un duetto con il suo Eurimaco. I Feaci sbarcano sulla
spiaggia di Itaca per deporvi Ulisse addormentato, salpano cantando una
canzonetta che rivela il loro agnosticismo, ma, colpevoli di aver
trasgredito al volere dell’inviperito Nettuno, vengono mutati in scoglio.
Ulisse si sveglia, è solo. Inizia con fatica un monologo in cui dà sfogo
alla disperazione: si crede ingannato dai Feaci. Un pastorello si avanza
cantando spensieratamente, gli annuncia di trovarsi a Itaca e rivela di
essere Minerva. Ulisse manifesta la propria gioia ("O fortunato Ulisse") e
si reca alla reggia occupata dai Proci, sotto le vesti in anziano
mendicante.
Melanto cerca di convincere Penelope a non sprezzare «gli ardori de’
viventi Amatori», ma la regina è ferma nel suo rifiuto. Seguendo un
diffuso topos letterario, Eumete canta l’elogio della vita serena dei campi
(il parassita Iro non è dello stesso parere, preferisce i pranzi di corte).
Quando il finto mendicante annuncia che Ulisse è vivo, Eumete gli offre
con gioia ospitalità ed amicizia.
Atto secondo
Telemaco viene condotto a Itaca da Minerva ed è accolto da
Eumete, che invita il mendicante a cantare per rendergli omaggio (in
"Dolce speme i cor lusinga" le voci si avvitano su un ostinato tetracordo
discendente: proprio come nel duetto inserito, con ben altri intenti, al
termine della Poppea).
Quando Telemaco e il padre rimangono soli, con un incantesimo Ulisse
riprende le sue sembianze e si fa riconoscere: si alternano sgomento,
incredulità, un’oasi di stupefatta cantabilità a due voci ("Oh Padre
sospirato"), un’energica sezione ‘positiva’ e quasi marziale; l’ultima
frase di Ulisse stempera nella speranza la tensione psicologica
precedente.
A un intermezzo a sfondo amoroso tra Melanto ed Eurimaco segue la
scena in cui Antinoo, Anfinomo e Pisandro rinnovano le proposte di
matrimonio a Penelope, che rifiuta garbatamente. Si alternano due
sequenze: il terzetto dei Proci ("Ama dunque sì sì") e la risposta della
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regina ("Non voglio amar no no"). Eumete annuncia il ritorno di
Telemaco e i Proci tramano per sbarazzarsene: cantano spesso a tre, in
polifonia, e Monteverdi è abilissimo nel rendere il passaggio dalla
baldanza all’impietrirsi di paura quando osservano che un’aquila vola sul
loro capo, pessimo presagio.
Telemaco racconta alla madre di aver incontrato Elena di Troia: il
recitativo esitante, a tratti ritmicamente animato, svela il suo
adolescenziale invaghimento per la bellissima donna; Penelope sibila
seccata che Elena è una serpe. Eumete conduce il finto mendicante
davanti ai Proci, con disappunto di Iro, che si crede usurpato.
BOZZETTO
74
Volano insulti (Ulisse: «Trarrò il corpaccio tuo sotto il mio piede/
mostruoso animale», Iro: «Rimbambito guerriero... ti strappo i peli della
barba ad uno ad uno») e nella zuffa Iro viene sconfitto. È il momento
della gara dell’arco di Ulisse. Invano i tre pretendenti cercano di
tenderlo, solo il mendicante riesce a caricarlo per iniziare la strage dei
Proci.
È una scena lunga e varia, gli interventi strumentali ne scandiscono i
passi importanti: la sinfonia che accompagna la zuffa con Iro è quella che
si ascolterà dopo la prova di Ulisse, come preludio alla strage; con un
terzetto ricco di melismi, ma venato da un’ombra di tristezza, i Proci si
presentano alla gara; a turno, introdotti sempre da una sinfonia, levano
un’invocazione prima di cimentarsi e ogni volta la melodia spiegata
ricade nel mortificato recitativo, punteggiato da pause, che rende lo
sforzo e la delusione del pretendente.
Atto terzo
Iro descrive la strage e il suo dolore: è terrorizzato, si fissa su
un’unica nota lunghissima mentre il basso parodizza il suo
sconvolgimento interiore. Ritroveremo la varietà di gesti vocali di questa
scena nelle scene di pazzia delle successive opere veneziane: il recitativo
è spezzato da pause, la voce si inceppa su ripetizioni di parole, sillabe,
incisi melodici brevissimi, su un ritornello infantile ("Chi ne consola"),
su una risata esterrefatta e isterica («qui cade in riso naturale» si legge
dopo un trillo, in partitura).
Eumete e Telemaco cercano di convincere Penelope a riconoscere Ulisse.
Nell’intermedio ‘marittimo’ Minerva, Giunone, Giove e Nettuno
risolvono di dar fine alle peripezie di Ulisse e un doppio coro a otto voci
conclude la scena. La nutrice Ericlea è interdetta: deve rivelare a
Penelope il segreto che ha scoperto (la cicatrice di Ulisse, segno di sicuro
riconoscimento)? Sarà Ulisse in persona a farsi riconoscere dalla sposa,
descrivendole la coperta nuziale mai vista da nessuno al di fuori del
marito.
"Illustratevi o Cieli" è lo sfogo melodico di Penelope, misuratissimo e
rasserenante, in cui ogni verso è ripetuto ad eco dagli strumenti. Il
successivo duetto ("Sospirato mio Sole") chiude l’opera in una tonalità
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crepuscolare, in quel registro degli affetti quotidiani al quale molto
spazio ha riservato il compositore nel corso dell’azione, a scandirne i
momenti di riposo, quando i personaggi riprendono fiato prima e dopo i
momenti emotivamente più impegnativi o vocalmente più impervi.
Questi rifugi in una dimensione ‘bucolica’, media, caratterizzano
quasi ogni intervento del pastore Eumete e dello stesso protagonista
quando è travestito da mendicante. Ma ogni personaggio è in genere
connotato da un modo espressivo adatto al suo rango e alla sua tempra: la
dimensione sovraumana delle divinità è resa dallo stile alto, melismatico;
all’opposto, Melanto ed Eurimaco intervengono sempre con facili
canzonette.
FOTO DI SCENA
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di pravità: nel confronto con Eumete (II,12) i suoi sgraziati scarti di
registro cozzano con la serena compostezza del recitativo del pastore, che
rispecchia in uno stile medio la sua condizione inferiore, ma anche la sua
civiltà.
È una spia del sentimento antimonarchico che compare ogni tanto nei
versi di questo personaggio (la polemica anticortigiana e repubblicana si
insinua anche nei versi di Melanto in III,2 ed è una costante dei primi
libretti veneziani, scritti da membri dell’Accademia degli Incogniti,
organici agli ideali della Serenissima). L’attenzione ai diversi tipi di
elocuzione crea una retorica vocale impiegata a fini teatrali: è importante
il modo in cui i personaggi si esprimono, non tanto il contenuto musicale
dei loro interventi.
Il registro stilistico scelto di volta in volta diventa funzionale al racconto,
ad esempio quando un personaggio devia dal suo registro abituale per
assumerne un altro. Si veda il primo incontro con Minerva: Ulisse si
rivolge al pastorello parodiando lo stile umile della sua canzonetta e
quando la dea a poco a poco si rivela, il recitativo del personaggio umano
si eleva imitando i caratteri stilistici dell’interlocutore divino.
Oppure la scena (I,10) in cui Melanto cerca di convincere la regina a
concedersi all’amore e inizia a parlarle, assumendo per un momento lo
stesso stile espressivo del lamento di Penelope. Il recitativo
monteverdiano è ricchissimo di impennate liriche, incisi ripetuti e
suggerimenti ritmici, che sembrano prendere il volo e poi ricadono nella
declamazione libera; ciò soprattutto quando il testo suggerisce una
particolare temperatura emotiva, ad esempio l’effusione di gioia.
Lo spunto per tali momenti deriva quasi sempre dall’organizzazione
formale dei versi, che, all’interno delle sequenze di sciolti, presenta
microsistemi più regolari. In generale però Badoaro ignora i
raggruppamenti strofici, a parte casi eccezionali e giustificati come canto
verosimile.
Il compositore interviene spesso, sovrappone una sua struttura formale al
testo che ne è privo, organizza strofe o ripetizioni di versi, inserisce
ritornelli strumentali: per esempio nel lamento di Penelope (I,1),
nell’esplosione di gioia di Ulisse (I,9) o nella scena di Ericlea (III,8). In
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questi casi e nei momenti in cui il recitativo lievita ad arioso, in base ad
esigenze teatrali e interpretative il compositore ritma le sue dimensioni
temporali: forza il tempo rappresentato, quello dell’azione prevista nel
testo, per dilatarlo nel tempo irreale della rappresentazione, seguendo la
logica degli affetti e della musica.
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Il Ritorno è stato trascritto sontuosamente per orchestra moderna da Hans
Werner Henze e così rappresentato a Salisburgo (1985). Le versioni di
Nikolaus Harnoncourt (Vienna 1971) e di Raymond Leppard
(Glyndebourne 1972), di gusto filologico, si basano invece sullo studio
della prassi esecutiva dell’epoca.
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