Storia Vibo
Storia Vibo
PREFAZIONE
Città dalle molte vite essa si può chiamare: Bruzia-sabellica, in origine, fu chiamata Veip, Veipuniun; greca: Hipponion; romana:
Vibo Valentia; normanno-sveva: Monteleone; dal 1928, di nuovo, Vibo-Valentia.
Non lievi difficoltà ho incontrato nelle indagini: il succedersi d’invasioni, guerre, saccheggi e terremoti e l’incuria degli uomini,
hanno contribuito a disperdere molti documenti del suo glorioso passato.
Mi fu di sommo aiuto la ricca bibliografia gentilmente fornitami dall’Avv. Filippo de Nobili. Molto mi avvalsi delle dotte
pubblicazioni del Sen. P. Orsi, del Conte V. Capialbi e di C.F. Crispo.
Ho frugato ovunque dove ho potuto in cerca di notizie, tutto vagliando con imparzialità, sforzandomi di seguire le narrazioni più
verosimili e più probabili.
Sia riguardo ai letterati che ai pittori, i quali fin dal 500 tennero alto in questa Città il senso dell’arte e della cultura, valga quanto
bene ha osservato Ugo Ojetti: “La storia dell’arte italiana non è fatta solo di cento nomi di eroi e gli altri zero. E’ fatta della folla
dei suoi mille artisti, artefici, artigiani, anche anonimi, anche umili, anche manchevoli, anche indegni di essere esposti nella
Tribuna degli Uffizi. Basta riguardare le difficoltà che essi incontrarono d’incomprensione, di lontananza dai centri di studi, di
mezzi soprattutto; i più risultano autodidatti e perciò maggiormente apprezzabili sono i loro sforzi di fede, di idealità,
d’intelligenza”.
A Voi Vibonesi dedico questo modesto lavoro perché intimamente vi appartiene.
Se esso non è perfetto, è stato però compiuto con grande serietà, impegno ed amore.
In questi tempi di edonismo e di egoismo trionfante, poche ed elette menti sono attratte da severi studi. Molti superficialmente e
spesso erroneamente parlano delle memorie patrie; pochissimi le amano, le intendono e ne penetrano lo spirito.
“Se l’architettura, come afferma Hegel, è la geografia dello spirito, noi nelle mura greche, nelle colonne, nei ruderi dei suoi
monumenti ne dobbiamo sentire la continuità della nostra stirpe ed i caratteri di nobiltà che la distinguono”.
Vibo Valentia, aprile 1962.
LE ORIGINI D’HIPPONION
HIPPONION
Il suo nome e la sua origine tra miti e leggende
Due distinti abitanti ebbero, da tempi remotissimi, il medesimo nome Hipponion, l’uno sul Tirreno a sud dell’attuale Vibo Marina
e l’altro sulla collina retrostante, a quattro Km. In linea retta, in un luogo ridente, a terrazza larga dolcemente degradante sul mare,
a nord-est dell’attuale Vibo Valentia (da Piazza d’Armi al Cimitero, da [Link] a Croce della Niviera).
Hipponion fu fondata da siculi o meglio da Brezzi indigeni, come lo indica il nome osco-sabellico VEI, VEIP, ‘EIPON
EIPONION tramandatoci dalle più antiche monete e dalla iscrizione di Olimpia (Olympia, III Bericht, p. 78). I Greci convertirono
il primitivo nome al gusto dell’antico idioma in Hipponion ed i Romani in Vibo, Vibona e, in seguito, in Bibo, Bibona, Bivona.
Sulla vocale iniziale jota, la parola IPPONION aveva lo spirito aspro, segno della caduta del Diagramma eolico, lettera
dell’alfabeto greco scomparsa, corrispondente ad una forte aspirazione che Strabone riprodusse colla lettera “acca”, Hipponion ed i
latini colla lettera “vi” Veipunium, Vibo, Vibona come da oinos= vinum, ois= ovis, espéra= vesper.
Alcuni erroneamente hanno fatto derivare il nome Hipponion dal greco ippos “cavallo” per significare il valore e la generosità
degli abitanti e della forma equina del fabbricato o la città stessa nutrice di ottimi cavalli; altri invece da Ubo, voce orientale che
vuol dire insenatura, cambiata dai Greci in Hippo, Hipponion paese al centro della insenatura.
Tolomeo ritenne Hipponion fattura dei Fenici, posta sulla spiaggia marittima, secondo quanto avevano tramandato i geografi più
antichi. Padre Loenardo Alberti, su le orme di Tolomeo, esaminando la voce Hippo, assicura che essa risponde al noma di una città
sul mare giacente in mezzo a stagni.1
Stefano Bizantino attribuisce la fondazione d’Hipponion ai Focesi mentre Strabone l’attribuisce ai Locresi (Strab., 1. Vi):
locrorum aedificium.
E’ da scartare inoltre quanto ci riferisce Proclo circa Ermippo, sovrano d’Hipponio e circa Calais sua moglie che gli successe nel
governo della città. Questi principi furono divinizzati dai devoti cittadini i quali ad Empirro diedero il nome di Giove Ipponiato e a
Calais quello di Demetra o Cerere. Pare lo dimostrano due monete d’Ipponio, l’una con la testa di Empirro e nel rovescio una
stella, l’altra con la testa di Calais e nel rovescio la cornocopia ed il caduceo: entrambe con l’iscrizione Hipponion. Fu divinizzata
anche la figlia Persefone o Kore che sorpresa mentre coglieva fiori sul nostro lido , fu rapita dal siculo pirata Plutone. Gl’Ipponiati
per confortare la madre Calais che la piangeva ormai perduta, le fecero credere che la fanciulla fosse stata rapita dal dio Plutone e
convertita in divinità.2
Si è creduto pure che Hipponion sul mare sia stata edificata da Ercole o da suo figlio Brento col porto detto “portus Herculis”. La
qual cosa spiegherebbe la prontezza con cui Plutone poté compiere il ratto di Proserpina e trafugarla col suo sicuro canotto o sulla
veloce biga. Da quel luogo i cavalli avanzando con passo marziale, testa alta e coda pettinata, trasportano via la fanciulla
impaurita, che porta le mani elevate in alto, come la riscontriamo nelle tavolette fittili di Locri. In luogo vicino al mare fu poi
eretto un maestoso tempio alla rapita donzella, uno dei più belli che vantasse la Magna Grecia. La tradizione parla delle sue
trecento colonne di granito di Numidia: su diciotto pilastri di porfido si levava l’altare d’argento ed alabastro con la statua della
dea.
A questo tempio venne pellegrino il matricida Oreste per prescrizione dell’oracolo di Apollo Delfico. L’uomo perseguitato dalle
Erinni, sulla soglia della follia, venne qui umile, come un paziente che provi l’ultimo rimedio, davanti all’altare della dea, maestra
d’ogni balsamo. Nella calma del suggestivo paesaggio, sui prati rivestiti di fiori di forma, colore e aroma tanto originali, Oreste
riacquistò la salute.3
Sul nome d’Hipponion si è sbizzarrita anche la fantasia dei Greci, usi ad attribuire la fondazione di città, di origine ignote, ad un
eroe, per accrescere la fama delle sue gesta. E si generò la credenza che i Focesi, dopo l’espugnazione di Troia, spinti dopo la
tempesta in Italia, abitarono Temesa o Tempsa (città presso Nocera Torinese) ed il loro condottiero, Ippone, fondò Ipponio
chiamandola col suo nome. Siffatta credenza è riportata dall’Alessandra di Licofrone di Calcide, vissuto alla fine del IV sec. a. C..
In questa tragedia, prezioso testo mito-geografico dell’Italia antica, Licofrone ci dà l’esatta descrizione del colle Ipponiate visto
dal mare, egli che ben conobbe questi luoghi avendo abitato a lungo nella Magna Grecia e specialmente a Reggio, patria dello
storiografo Lico, ritenuto suo padre o padre adottivo. L’illustre trageografo immagina che un servo riferisca a Priamo i deliranti
presagi della profetessa Cassandra, incarcerata sulla vetta del monte Ade:
Dei figlioli di Naubolo i nocchieri,
i paraggi toccarono di Temesa,
ove Lampate l’aspra al mar sua rupe
affaccia, a riguardare l’alte cime
d’Ipponio che di Crissa ave i confini
a sé rimpetto. Là in l’opposto lito
nel qual Crotona va a specchiarsi lieta,
e ognora più cara a se stessa pare,
aprono solchi al bruno suolo i buoi,
immergendovi dentro acuti vomeri.4
La storia d’Hipponion fino al 389 a.C. è avvolta nel mistero: si sa con certezza che fu città greca, colonia di Locri, che fu sotto il
dominio di Siracusa con Dionigi il Vecchio, sotto Alessandro d’Epiro, di Agatocle, dei Bretti, cui la sottrassero i Romani verso la
fine della seconda guerra punica, istallandovi una Colonia, nel 192, col nome di Vibo-Valentia.
HIPPONION PREELLENICA
Sulla autorità del celebre paleontologo Pigorini (Stazione neolitica di Monteleone, Bull. di [Link]) e su quella del nostro
conterraneo D. Topa (La civiltà primitiva della Brettia), si può affermare che tribù indigene vissero dove ora sorge Vibo-Valentia,
fin dai tempi remotissimi.
Scrive Leonormant (La Magna Grecia – vol. III – pag. 190): “Dalla età neolitica esisteva una stazione umana sull’altopiano di
forma ovale, lontano dal mare quattro chilometri circa a volo d’uccello, ove Hipponion fu più tardi edificata. Vi si rinvengono
frequentemente delle azze molto piccole e molto ben levigate: ne vidi parecchie nelle collezioni private di Monteleone e potetti
portarne una al Museo di S. Germano. I cocci del vasellame preellenico che si osserva nelle epoche più antiche in ogni parte
d’Italia, incontransi in abbondanza nelle diverse località dell’altopiano. Tutto ciò ci trasporta ad un tempo anteriore alla fondazione
d’Hipponion”.
“E il fatto più notabile, osserva il Pigorini (op. cit. 175) in quanto nessuno italiano ha mai riferito che nel sito dove oggi sorge
Monteleone vi fosse una stazione dell’età della pietra. Accenni di stazioni litiche si son potute rilevare in contrada Telegrafo
(Piazza d’armi), Trappeto Vecchio e Villa Gagliardi nel territorio di Monteleone”.5
Le quattro età che precedettero l’espansione del colonialismo greco in Calabria: paleolitico, neolitico, del bronzo e del ferro, sono
rappresentate sufficientemente in molti siti della Regione.
Stanziamenti dell’età paleolitica sono apparse a Praia, Scalea, Cirella, Papasidero (G. Graziosi, La scoperta di incisioni rupestri
nella grotta di Romito presso Papasidero in Calabria, in Clearkos, fasc. 13-14, 1962, p. 12-20). Più diffusi sono i resti della civiltà
neolitica o della pietra. Ancora più abbondanti quelli dell’età del bronzo e del ferro nella piana di Sibari, ai margini della Sila,
lungo la fascia tirrenica dal Capo Vaticano a Reggio e la fascia jonica fra Locri e Roccella. Per la comprensione della preistoria di
tutta Italia sono specialmente importantissime le necropoli del X, IX secolo a. C., di Torre Mordillo, di Torre Galli, sull’altipiano
del Poro, Canale, Janchina, Patariti nel territorio Locrese, messe in luce e studiate da Paolo Orsi (Le necropoli Calabresi di Torre
Galli, Canale, Janchina e Patariti, in Mon. Ant., Acc. dei Lincei, 1926, vol. XXXI). Si credette che fossero stati i soli popoli
transalpini a portare nel Mezzogiorno italiano la conoscenza del bronzo e del ferro. L’Orsi ha dimostrato, attraverso le suddette
scoperte archeologiche, che il bronzo proveniva sia nel nord che per il sud d’Italia, dal mondo egeo-miceneo, mentre la civiltà del
ferro vi era stata importata dai Siculi, grazie al loro commercio marittimo con l’oriente e spingendosi fino al Lazio e all’Umbria.
Assai simili risultarono le rivelazioni dei suddetti sepolcri “ nelle forme dei sepolcri, nel rito funebre inumatorio, nelle armi e nei
corredi dei defunti, alle necropoli sicule della Sicilia orientale: preziosa convalida della tradizione sull’ultima parentela di Siculi ed
Italici, che diedero tuttavia sviluppi indipendenti al comune patrimonio culturale”. “Sono da ritenere inoltre presenti i risultati
dell’indagine linguistica, che nel distinguere successive fasi di penetrazione indoeuropea nella penisola italiana ha ricollegato alla
più antica di esse, la “protolatina”, i Siculi e gli -ethne – a questi affini, Morgeti e Itali, i quali erano Enotri, come autorevolmente
asseriva Antioco siracusano” (G: Pugliese-Carratelli, Calabria preellenica, in Almanacco Cal., 1956, pp. 45-49; Fragm. Hist.
Graec., I pp. 181-182).
All’esame di recenti dati archeologici coincidono le tradizioni sull’origine degli Enotri, Itali e Siculi dal Peloponneso, sede dei
maggiori stati “micenei”, e in particolare, dall’Arcadia, e sulla loro presenza nella Sicilia Orientale, sulle Eolie e sull’Italia del
Bruzio Meridionale che da Reggio giungeva alla strozzatura fra il Golfo di S. Eufemia sul Tirreno e di Squillace sullo Ionio.
Questa loro presenza ha causato, in un certo modo, la fusione degli immigrati indeuropei con l’elemento indigeno mediterraneo
“ausonico”.6
“La comparsa delle fibule a spirali di Torre Galli, osserva F. Crispo (E. Wichen die Kunder Hellenen ecc. 1937) e della ceramica
geometrica di Canale, anteriore a quella di Cuma, venne già segnalata come il più importante fatto dell’età arcaica del ferro
rappresentata dalle due stazioni. Da Torre Galli si diffondono le ben note daghe di ferro e bronzo che si rannodano a prototipi
tardomicenei e costituiscono un tipo mai visto in Italia: sono comuni a tutta la Calabria preellenica e non giungono che
sporadicamente sulle coste orientali della penisola e sui margini della bassa Etruria. A Torre Galli si trovano anche l’askos, di
derivazione micenea e premicenea, gli scarabei, le perline di vetro o di mezza porcellana invetriata, ecc.”.
La necropoli di Torre Galli, che da prove di comunanze di vita fra Greci e Siculi, spegnerà la sua attività alla fine del sec. VI,
quando i Locresi avanzano sul versante Tirreno ed estendono il loro dominio su Medma e su Hipponion;le necropoli invece di
Canale, Janchina, Patariti attestano che i loro villaggi furono distrutti dai vicini Locresi, al principio del sec. VII (Pugliese
Carratelli – op. cit. p. 43).
Non si può mettere in dubbio che Hipponion esistette in tempi semi-storici, posta a pochi chilometri da Torre Galli, e ricevette dal
mare, come Medma, le prime correnti ellenizzanti fin dalle navigazioni precoloniche. Esisteva come fattoria Calcidese prima
dell’avvento di Locri: l’ampia sua rada e quasi porto naturale, era scalo di cui si servivano i mercanti Siro-Fenici ed i Calcidesi,
dopo la fondazione di Reggio nel sec. VII, in commercio coi Siculi di Torre Galli, punto d’approdo sulla linea marittima
Reggio-Cuma.7
Gli Achei del Peloponneso fondarono Sibari (729) tra il Crati ed il Coscile, Metaponto tra il Bradano e il Besento, Crotone
all’insenatura del promontorio Lacino, Siris alla foce del Sinni, Caulonia. A sud di Caulonia i Locresi fondarono Locri Epizephiri
presso il Capo Zephirion così chiamandola per distinguerla dalla madre-patria. Gli Spartani, esuli, fondarono Taranto, i Calcidesi
Rhegion.
Più tardi sorgono le Colonie sul Tirreno: Sibari fonda Laos, Schidros e Poseidonia; Crotone fonda Terina e Temesa e Locri fonda
Hipponion, Medma e Metauro. Crotone sulla costa Jonica fonda Macalla, Crimisa e Petelia, e poi Skyllation.
Così al robusto e fiero ceppo degli antichi Oscio-Brezzi che nella protostoria sembrano essere stati gli indigeni abitatori della
nostra Regione, si innesta la grazia e la gentilezza greca. “L’aurea corona di fiorenti metropoli elleniche, adagiate lungo le coste
solatìe del Jonio e del Tirreno, strinse per quattro secoli, in un amplesso anche violento, ma sempre benefico, le popolazioni
indigene delle aspre montagne e un lento processo le compenetrò; se non riuscì a domarle politacamente, aprì loro gli incalcolabili
tesori dell’arte e della cultura greca, ne ingentilì l’animo e il tenore di vita.
Eterno ricorso storico nell’evoluzione dei popoli e delle grandi civiltà” (P. Orsi, Brutium a. V. n. 5-6).
Il primo scontro formidabile l’abbiamo tra Crotone e Locri con la battaglia della Sagras in cui Crotone è sconfitta. La data è
incerta: la più accreditata è del 550 – 530 a. C.. Questa datazione è del Bengtson (Grec. Gesch Hdb. III, 4). A tale battaglia si
riferisce la dedica votiva trovata ad Olimpia, da cui risulta vi abbiano preso parte Ipponiati e Medmei con i Locresi, loro alleati
allora e non coloni; diverranno coloni più tardi, verso la fine del secolo VI o al principio del sec. V a. C.:
La potenza di Crotone destò gelosia in Locri: Crotone sul Tirreno aveva fondato Temesa e Terina e a sud, sullo Jonio, l’essere essa
padrona di Caulonia,10 della stessa stirpe achea, a breve distanza, le recava forti apprensioni, per la sua politica espansionistica.
Ed ecco la guerra: i Crotoniati radunarono un grande esercito; i Locresi invocarono invano l’aiuto di Spartama ebbero quello d’
Ipponio e di Medma e quantunque enormemente inferiori di numero, riusciti ad attirare i nemici al Valico della Sagras, presso il
torrente Torbido, riportarono strepitosa vittoria. Secondo l’esaltata fantasia popolare i Locresi videro al loro fianco combattere
prodigiosamente il loro eroe Aiace e i Dioscuri Castore e Polluce.11
Su tale stato di prostrazione pone gli occhi vigili Crotone risollevatasi prodigiosamente dopo la sconfitta della Sagras.
Crotone dopo la sconfitta della Sagras, perduta Caulonia che fu assorbita da Locri, non fece più pressione verso sud, ma si diede a
consolidare le istituzioni dello stato e prosperò per le seguenti cause: fondazione e sviluppo della scuola medica di Alcmeone;
venuta di Pitagora – 530 – e nascita e fioritura della scuola Pitagorica; formazione atletica dei giovani coi giuochi Olimpici;
richiamo alla severità dei costumi con l’amore al lavoro ed alla frugalità attraverso la religione dell’Orfismo Pitagorico; governo
aristocratico forte, saggio e lungimirante; sviluppo commerciale attraverso il suo porto; fondazione, come abbiamo detto, di due
colonie sul Tirreno: di Temesa ricca di miniere di rame,13 alla foce del Savuto, il cui corso si addentra fino alla Sila, di Terina sul
Golfo odierno di S. Eufemia Lamezia 14,; per mezzo di esse la scambio di merci diventa attivo e sempre più invadente fra i due
mari.
Approfittando del fermento politico causato dal partito democratico del demagogo Telys, Crotone dichiarò guerra a Sibari nel 510
(la data è sostenuta da Strabone): Sibari soccombette sotto l’urto formidabile del nemico inferiore per numero di soldati, presso il
fiume Traente (Tronto), comandato dall’atleta Milone. La città fu rasa al suolo e perché non potesse più risorgere, i Crotoniati
deviarono le acque del Crati e la fecero sommergere. Enorme fu l’impressione della catastrofe della grande città che molti
ritennero punizione delle divinità oltraggiate: i Milesi in segno di lutto si fecero radere il capo.
Dopo la strepitosa vittoria di Sibari, nonostante le lotte interne, la potenza di Crotone per un quarto di secolo crebbe incontrastata
sulle altre città di Bruzio superando nel commercio ed in ricchezza la stessa Taranto. Come attesta la numismatica, il suo dominio
non solo si estese sulla pianura sibarita, ma attraverso Scyllation (l’odierna Squillace), si ampliò e si fortificò per tutto l’istmo più
stretto della Calabria, fino alle opposte sponde del Tirreno.
La smisurata potenza di Crotone mise in allarme Locri anche essa bramosa di espansione commerciale e politica.15
Hipponion, in posizione strategica singolare, dominava il vasto golfo Ipponiate (ora detto di S. Eufemia), e aveva emporio e baia
con retroterra molto esteso e ricco che giungeva dal mare per i monti ai confini di Crotone e Locri. Medma era noto porto di
riferimento. L’una e l’altra si ricollegavano con Locri attraverso le catene delle Serre e di Aspromonte e dei fiumi Torbolo,
Mesima, Marepotamo e Metramo.17
Locri mirava a crearsi grandi fattorie, ad esportare i prodotti del suolo, trasportare dallo Jonio al Tirreno le merci straniere,
incrementare il commercio marittimo verso Napoli e l’Etruria. Più tardi Locri (484-482) diventerà alleata di Temesa, sfidando le
ire di Critone, strapperà ai Calcidesi-Zanclei, la piccola Metauro (presso l’odierna Gioia Tauro), il cui fiume omonimo (ora
Petrace) segnerà il confine tra Locri e Reggio.18Hipponion diventa piazzaforte della proponderanza dorica nella Magna Grecia a
danno dell’elemento jonico-acheo. Dalla fine del VI sec. a.C. imcomincia il periodo più fulgido per Hipponion. La storia di Locri
diventa la storia di Hipponion fino al 422 a.C..
LE MURA D’HIPPONION
I Locresi, con l’espansione politico-commerciale sulle coste tirreniche sentirono la necessità di difendere le frontiere contro nemici
agguerriti.
Essi risultarono resi forti, fin dai primi decenni del sec.V a.C., anche per l’alleanza con Gerone, tiranno di Siracusa, d’ingegno
vivace e lungimirante, che, preso dall’ambizione d’un grande impero italo-siculo, vide in Hipponion, per la sua floridezza
economica e per la sua posizione strategica, una pedana di lancio importantissima, per la conquista della Magna Grecia.
E’ in tale frangente storico di aspirazioni e timori che in Hipponion vengono costruite, o ampliate, o riparate le grandiose e
formidabili muraglie, i grandiosi templi e, fra le altre opere che ci auguriamo possano presto venire alla luce dal nostro sottosuolo,
il mirabile corno di Amaltea, fatto costruire da Gerone.
Si vedono ancora gli avanzi delle mura greche con le torri lungo il ciglione che corona la terrazza del nostro cimitero, ed in
contrada Cannata-Selina, a nord della Madonnella.
Vito Capialbi (Cenno sulle Mura di Hipponion) asserisce che le Mura si estendevano per palmi venticinquemila e ottocento, pari a
chilometri sei, 815, in un’area racchiusa di circa ht.220. Questo campo trincerato, come quello di Siracusa, quasi cinque volte più
vasto, e di tante altre città, traeva origine dalle pieghe e dai rilievi del sottosuolo. Le mura cominciavano dal ciglione nord
dell’attuale cimitero, presso il Trappeto Vecchio o Trappeto di Marzano. Poi, su declivio poco sensibile, piegavano verso ponente
fino alla strada delle Olivarelle e di là fino al Belvedere o Piazza d’armi, donde discendevano verso il fondo detto Porticella.
Continuavano verso la Madonnella, attraversavano la strada nazionale e piegando arrivavano al cosidetto Cusello o Bastione, “nel
quale –afferma il Capialbi- si osserva tuttavia il residuo di una torre rotonda di circa canne otto di diametro”. Costeggiando la
valletta in faccia al mare dell’ex convento di S. Francesco di Paola, giungevano ai sedili dell’affaccio. Ripiegando verso
mezzogiorno, attraversavano la strada nazionale prolungandosi sulla pianura verso la contrada Perde Castello, formando un angolo
verso la valle semipiana dove sono le Pubbliche Fontane. Poi costeggiavano il fondo Facciolo. “Fin qui –dice il Capialbi- si posso
osservare interrottamente i rimasugli degli antichi muro ipponiati: poi si perdono le tracce”. Dovevano allungarsi verso la chiesa
del Carmine, salire nella parte detta Conte d’Apice dove si vedono frantumi dei soliti tufi di cui era costruito l’antico recinto. Poi si
univano al Castello. Una dettagliata misurazione di dette mura fu fatta nel 1757 dai fratelli Domenico e Filippo Jacopo Pignatari
con l’assistenza del Dott. Cesare Lombardi.19
costatazione in indole militare, e cioè che nel terreno, a lieve declivio antistante alla muraglia, lungo tutta la fronte di essa, era
aperto un fosso dell’ampiezza di metri 4.50 alla bocca e di metri 3.25 in profondità” (P. Orsi – Nuove Scoperte- 8 – 9- 10).
Anche il Pignatari (Ipponio – 56) dice che le mura sono state innalzate o almeno largamente riattate dai coloni Locresi. Non si può
dubitare giacchè basta avere veduto gli avanzi delle mura di Locri per stabilire una perfetta identità di struttura di arte fra queste e
quelle, solo che i blocchi parallelopipedi Locresi sono tratti da roccia più compatta e resistente e per questo si son potuti tagliare in
dimensioni più grandi, mentre i nostri sono più friabili, molli e cedevoli e non potevano essere intagliati che nelle dimensioni che
presentano, cioè da 75 cent. Ad un metro. Probabilmente la roccia da cui furono asportati è quella ancora osservabile da Vena a
Rosarno.
Il Byvank (Aus Bruttium – in – Rom. Mittheil –XXIX – p.99 e seg.), che fece una diligente ricognizione delle mura d’Ipponio
nell’autunno del 1912, attribuisce la costruzione delle mura e la ricostruzione della città nel 379 a.C. avvenuta per opera dei
Cartaginesi, dopo la distruzione dovuta a Dionigi di Siracusa (389). Egli scorge in essi qualche cosa di non greco. “A me pare
–risponde l’Orsi- che quelle mura abbiano nitida impronte Greca e che, se mai, talune peculiarità vadano imputate allo speciale
materiale impiegato”. Il Byvank cade in gravissimo errore quando fa una distinzione topografica netta fra lìHipponion primitiva,
che egli collocava vagamente alla marina, e la città rifatta dai Cartaginesi nel 379 a.C. nel sito dell’attuale Monteleone.
“A prescindere –risponde l’Orsi- dall’argomento militare, di capitale importanza in fatto di fondazioni coloniali, che nessun punto
della costa offriva una posizione sostenibile, essendo essa tutta dominata dal saliente ertissimo del monte, è priva di fondamento
anche l’asserzione archeologica del Byvank avesse potuto anche brevemente studiare nella piccola ma preziosa e fondamentale
per gli studi Ipponiati, raccolta del benemerito Vito Capialbi, vi avrebbe trovato degli eccellenti bronzi arcaici e qualche vaso a
figure nere. Ed io stesso nelle visite alle città ho segnalato tracce di terrecotte figurate ed architettoniche arcaiche del sec. VI,
rinvenute in punti diversi dell’ambito delle mura e che testimoniano in modo inoppugnabile come l’antica Hipponion sorgesse in
alto sul monte, nella magnifica posizione militare dell’attuale Monteleone e non abbasso nella marina in posizione insostenibile”.
Le mura debbono essere anteriori al 422, anno in cui si suppone siano scoppiate le ostilità tra Hipponion e Locri. La città doveva
essere già fornita di mura e ben munita perché la inimicizia o la guerra dovette durare fino alla conquista di Dionisio (388).
Quindi le mura rimontano al primo periodo di dominio Locrese, allorchè i Dinomenidi imperavano politicamente in quelle regioni.
Altrimenti la costruzione delle mura dovrebbe essere posteriore al tempo dei Dionisi. “La città non sarebbe stata certamente
fortificata quando tutta la sua importanza aveva perduto e Locri aveva invece riacquistata la sua ampia prostasìa nella regione. Né
si comprenderebbe, d’altra parte, un’opera di puro stile greco in tempo in cui l’elemento ellenico era in decadenza per l’ivasione
dei barbari Bretti e Lucani” (Crispo – op. cit. p.32).
La costruzione delle mura appare continuativa per la uniformità dello stile e della tecnica, tranne la parte arcaica e i rinforzi
posteriori, cosa incomprensibile con lo stato di guerra. Né può pensarsi che Hipponio, imprendesse una opera di capitale
importanza proprio quando aveva rotto i rapporti con essa.
D’altronde, impegna a difendersi contro un nemico vicino e potente, non avrebbe potuto impiegare un numero di braccia non
indifferente, sottraendole alle armi, in un lavoro costante e metodico di parecchi anni che richiedeva non pure esperti e gerarchie di
dirigenti, ma anche organizzazioni per la cava e il trasporto del materiale da luogo non vicino.
I soliti segni: delta, tridente ecc., segni comuni alle mura di quasi tutte le città italo-siceliote, erano sigle di riconoscimento degli
scalpellini, impresse sui blocchi, ed indicano che le squadre dei lapidatori erano numerose. Tutto insomma tende a dimostrare che
non si tratta di opera eseguita sotto la pressione di un pericolo incalzante e senza un sistema di governo e un assetto
politico-militare ben solido che disponesse di gran quantità di mercenari o di schiavi, sul tipo della oligarchia aristocratica locrese,
che Hipponion non poteva avere alla fine del V secolo e forse non ebbe mai. E’ noto del resto che le grandi opere delle colonie:
mura, templi, teatri etc. , erano costruite a spese dello Stato e non della sola città. “Hipponion era in quel tempo un semplice
polisma, senza erario, senza monete e non molto ricca di abitanti. Doveva i suoi monumenti alla posizione fino allora occupata e,
appena uscita dallo stato coloniale, aveva bisogno di formarsi una propria vita politica ed economica” (Crispo – op. cit. 25). Il
Sàflund (The dating of anciens fortifications in suothern Italy and grece whit special preference to Hipponium – 1935), basandosi
sul materiale stratigrafico della muratura e soprattutto fondandosi sulla scoperta che il secondo strato di essa è costituito di
ciottolame e d’impasto cretoso a secco, struttura ditabile verso la metà del sec. III. a.C., ritiene dette mura essere costruiti in
periodi successivi: la cinta costruita con conci quadrati regolari in calcare arenario molle, appartiene al primo periodo ed è opera
dei greci o al tempo di Dionisio il Vecchio –388 – 89, o qualche anno prima della battaglia dell’Eporo, oppure al tempo della
ricostruzione della città nel 379 ad opera dei Cartaginesi, come ha asserito anche il Byvank, o al tempo di Agatocle (294 a.C.).
Al secondo periodo appartiene la cinta formata dall’impasto di ciottolame cretoso o secco, riferibile alla metà del III sec. a.C., ad
opera dei Bruzzii. La cinta formata in arenario con alcuni filari bugnati alla maniera greca, appartiene al III periodo, al tempo
dell’occupazione cartaginese durante la II guerra punica (216). E’ del quarto periodo la cinta formata dalla cortina interna di tutto
il tracciato, in puddinga e con massi posti secondo il sistema romano, a strati alterni per testa e per taglio. A questo periodo
romano (192) si fa appartenere anche la torre semi-circolare d’angolo. Certo è che un esame più approfondito del materiale per
ogni tipo di muratura, potrebbe fornire ragguagli più precisi circa la cronologia delle mura.
La cinta delle mura rimase in piedi fino a che fu florida la città. Pare che il Conte Ruggero il Normanno si sia avvalso di quei
massi per edificare il castello. Di questi massi si servirono i cittadini quando per opera di Marco Faba e per ordine di Federico II
nel 1233, si incominciò a fabbricare la nuova città, alle falde del castello chiamata Monteleone, e quando nel 1289 Carlo II
D’Angiò la recinse di nuove mura. Immenso danno ebbero le mura dopo il 1508 quando Ettore Pignatelli e i suoi eredi vollero
fabbricare vari edifici, chiese e conventi, servendosi di quei quadrati blocchi di tufo.
Tali blocchi si vedono ancora nelle mura di amplificazione esteriore del castello, nelle mura di cinta dell’attuale Villa Comunale
(antico orto o villa del Duca) e dell’attiguo palazzo del Duca (palazzo De Carolis o ghiacciaia) costruito dopo il terremoto del
1638 per abitazione del Duca Pignatelli.
Non possiamo d’altronde pensare ad una città italiota come ad un grande agglomeramento di abitazioni con un sistema di strade,
quali furono Thuri verso la metà del V secolo e forse ancor prima Poseidonia. Le città constavano di rioni non contigui e di
abitazioni isolate, sparse per le campagne. Sybaris e Syris erano principalmente nomi di fiumi che indicavano non solo la città, ma
l’intera vallata; Crotone comprendeva tutta la costa della foce del Neto al Capo Lacinio, e Siracusa tutto il gran cerchio intorno
all’ampio porto, dal Plemmirio all’Ortigia. Hipponio non era la sola città cinta di mura; si estendeva tra borghi e casali almeno fino
al porto, all’emporio, ed il vasto territorio prendeva nome d’Hipponiatide, come di Locride, Kauloniatide, Sobaritide (Thucid. II,
103; VI; 23). Le città murate erano luogo di rifugio in caso d’invasione nemica: il grosso della popolazione aveva il domicilio
effettivo nei campi, in aggruppamenti familiari, come ci attesta Tucidide (Thuc., II. 16; III’ 94; I, 5). Ecco perché molto di
frequente, in aperta campagna, vengono fuori fondazioni arcaiche, tombe, vasi e monete.
Da queste considerazioni si può dedurre che il numero degli abitanti d’Hipponion era di cinque o seimila all’incirca.
I TEMPLI
Tempio dorico di Piazza d’Armi, Edicoletta arcaica,
Tempio jonico di Cofino, Tempio presso il Castello,
Tempio presso il Convento dei Cappuccini,
altro Tempio presso Còfino.
Nella fondazione delle Colonie, il primo atto era di edificare un Tempio alla divinità protettrice, entro il recinto delle mura o
presso lo scalo marittimo. Simili furono le prime costruzioni religiose dedicate specialmente ad Apollo, a Poseidon, a Zeus, ad
Athena, a Demetra. Persefone era la dea più amata e venerata fra i greci di occidente. La giovinetta dea aveva a Locri un tempio
straordinariamente ricco di voti, d’offerte da spingere Pirro ed Annibale a spogliarlo dei suoi tesori per pagare i mercenari. Ma il
grave saccheggio fu causa ai due illustri condottieri del fallimento delle loro imprese guerresche. Anche Crotone possedeva, presso
il promontorio Lacinio (Capo Colonna), uno dei più grandi e ricchi templi della Magna Grecia, quello di Hera Lacinia, formato di
quarantotto colonne di marmo, con il tetto a tegole di marmo, un miracolo di architettura. In esso si svolgevano periodicamente le
feste panegiriche con grande affluenza di devoti da tutte le città del Jonio. In questo tempio veniva custodito l’archivio sacro della
città, dove doveva rimanere imperituro il ricordo dei vincitori nelle gare dei giochi olimpici e dove Annibale, dice la tradizione,
prima di lasciare l’Italia, temendo che la storia delle guerre puniche sarebbe stata falsata da Roma, depositò le tavole dei suoi
Commentari in greco e in punico che lo storico Polibio vide e commentò.
Dall’antico santuario rimane ora una sola colonna corrosa dal tempo e dalla salsedine, come sfida al tempo edace ed a ricordo della
passata grandezza.
I templi d’Hipponion, venuti alla luce nei loro ruderi, sono quattro, tutti alla periferia della città. Il primo e quello in piazza d’Armi
o Belvedere. Tempio dorico peripterio; esso è certamente costruzione arcaica del sec. VI o principio del sec. V.
Il luogo è uno dei più suggestivi della Calabria. “Dal Belvedere o Vecchio Telegrafo,22 afferma l’illustre archeologo P. Orsi
(Nuove scoperte a Monteleone Calabro), al margine della Piazza d’Armi e dell’alto piano che da qui scende ertissimo alla marina,
a tempo chiarissimo lo sguardo abbraccia l’immensa distesa di coste che dal cono dell’Etna corre fino a Capo Palinuro. Era per me
certezza quasi matematica che su questo bellissimo osservatorio i Greci avessero eretto un tempio che sarebbe stato scorto da
grande distanza dalle navi veleggianti nel Tirreno. Le mie previsioni non fallirono ed il tempio venne scoperto nella primavera del
1916 nel punto preciso da me designato, ma in condizioni deplorevolissime, essendone superstite soltanto porzione delle assise di
fondazione.
Tutto il resto fu strappato per costruire il vecchio Telegrafo ad asta e per altre necessità edilizie. La fondazione solo 3/5 conservata
si integra esattamente alle impronte lasciate nel suolo vergine. E’ un rettangolo di m. 37,45 x 20,50.23
La cella constava del pronaos, del naos o di un opistodomo abbastanza profondo. Il materiale impiegato è un calcare arenario
molle, forse tolto dagli orizzonti geologici di Vena. Pochi e tenui avanzi della membratura (schegge di colonne, di triglifi di buon
calcare arenario rivestito di ottimo stucco e dipinti a vividi colori), dimostrano la maestà del santuario. Alcuni frammenti riferibili
alla sima-grondaia, mostrano i resti di teste leonine emergenti da una gola con anthemion di palmetti
A nord di questo tempio e quasi rasente la linea delle mura, si denudò la fondazione di una minuscola edicolette di m. 4,30 x 2,70,
costituita in parte sopra un letto di tegole, stese alla loro volta sopra una massicciata di pietrame. Il tempio era certamente una
costruzione arcaica del sec. VI, o del V incipiente.
Esso è stato espropriato, ed assieme alle mura di Trappeto Vecchio, rappresenta i primi monumenti della Hipponio greca, di cui si
lamentava nessuno fosse a noi pervenuto (Orsi – op. cit. p. 15).
Si ignora a quale divinità il santuario fosse dedicato. Le testine in attività ai tempi di Alessandro di Epiro e di Agathocle, le cuspidi
di frecce e i verrettoni sono indizio di combattimenti sotto le mura, forse nell’agitato periodo delle guerre dei greci contro gli
occupatori bruzii (sec. IV). Non mancano tracce d’incendio; forse in bassi tempi gli abitanti stessi l’hanno distrutto, irriverenti alle
ripudiate divinità e per sottrarre alle armate corsare ogni segnacolo di abitazioni e di vita (Crispo – op. cit. p.19). Il secondo tempio
sorgeva sull’altura di Còfino, di stile jonico, del V secolo. Quel tanto che è superstite della massa muraria di fondazione, è formato
di grandi conci di arenaria probabilmente di Vena, da cui deriva gran parte del materiale costruttivo della greca Hipponion. (Il
tempio è nella proprietà dei fratelli Luigi e Rosario Condò, a pochi passi di una loro casa rurale. Pochissimo resta del tempio
avendo tutto vandalicamente manomesso i cercatori di pietra). “Il tempio era un perptero di m. 27,50 x 18,10 sulla linea di
fondazione, con una cella piuttosto corta in corrispondenza allo sviluppo del peribolo. Delle colonne si ebbero due monchi rulli, ed
una quantità di scheggioni; esse erano a 24 scannellature, ma colla spina acuta; nulla del capitello o, per essere esatti, un
frammento molto dubbio. Dalle basi delle colonne una serie di scheggioni disparati pare consenta la ricostruzione che ci darebbe
un tempio jonico.
Tale ipotesi verrebbe anche corroborata dalla forma sima – grondaia che è stata condotta sopra una quantità di frammenti (delle
palmette e dei fiori di loto si ebbero campioni abbastanza integri) in candido e fine calcare, raccolti in varie parti dello scavo. Da
notare che la serie delle palmette joniche e dei fiori di loto era assicurata alla testa delle sime, mediante forti colature di piombo
che rivestivano le zeppe di ferro di collegamento… Ma già vedesi quale doveva essere l’eleganza e la vaghezza di questo
tempietto che colla sua vivida colorazione (molte briciole di stucchi colorati lo attestano) si estolleva sulla collina di Còfino, in
mezzo al verde di un sacro boschetto, Alsos, e volgendo la fiancata alla montagna appenninica sovrastante all’ampia vallata del
Mesima, segnalava da lunge alle tribù indigene, la greca Hipponion, allo stesso modo che il tempio al Telegrafo o Piazza d’Armi
segnalava ai naviganti del Tirreno, la presenza della città greca, figlia di Locri, e come questa, giova rilevarlo, tutta pervasa di
jonismo. Più ardua la datazione del santuario, che io propendo a credere ancora del V secolo” (Orsi – op. cit. p. 13).
Il Marchese Enrico Gagliardi aveva già trovato gli avanzi di una piccola favissa di terrecotte sacre, in un taglio stradale, in
prossimità del luogo dove poi detto tempio venne in luce. Anche l’Orsi attesta di avere trovato lì vicino una specie di fossa di
scarico dei rifiuti delle abitazioni sacerdotali; una quantità di residui di pasti, di rottami di skyphoi e kotylai nere, nonché tazze:
quasi nulla di frammenti di vasellame figurato o di terrecotte figurate, (frammenti di maschere sileniche per antefisse) ed un brano
di Pinax locrese, materiale tutto del V sec. (Orsi – p. 14). Da ritrovamenti monetari (alcuni assi romani e qualche moneta dei
Mamertini), il tempio apparisce distrutto dai Romani nel 192 a.C. (Crispo – p. 20).24 All’intorno pezzi piccoli di rosso vivo.
Vennero fuori una piastrella in lamina di rame sulla linea di formazione del pronao. Pure una moneta d’Hipponion ed un bacino
rituale. Fu trovata una palmetta, un pezzo di ovolo, un frammento architettonico in calcare grigio con dentelli. Il tempio era un
normale periptero con cella centrale. La fossa di fondazione calava da ponente a levante a gradini verso il punto più alto della
collina dove è la casa di Condò davanti alla quale l’aia è sulla roccia scoperta. Oggi la gradinata è stata ripristinata. Dopo questa
scoperta, il famoso tempio di Locri scavato da Orsi e Petersen ed assegnato a circa la seconda metà del V sec., non è più l’unico
esempio di arte jonica nello sfondo di architettura dorica nella Magna Grecia.
Molti artisti e mercanti jonici si trovavano fra la gente Locrese negli ultimi decenni del VI sec. per ragioni politiche e godevano
fama mondiale e come il tempio jonico di Locri così questo elegante tempietto ipponiate si deve attribuire a questi artisti sami
essendo essi molto affine per lo stile architettonico (Crispo – op. cit. p. 20).
Il terzo tempio sorgeva sulla stessa linea prospiciente la valle del Mesima sulla spianata detta Coltura del Castello o Cava
Cordopatri, vicino al Castello, dove probabilmente sorgeva l’acropoli.25 Quivi fu messa a nudo la platea di un piccolo edificio
rettangolare che misura nello stato attuale m. 4,50x 5,70, ma che dovette essere in origine più ampia. Durante il dominio locrese
dovette sorgere anche questo –Naìskos- di culto imprecisato dalle cui stipi furono raccolti fittili figurati riferibili a tipi svariati dal
V al sec. II: un Sileno recumbente abbracciato e baciato da un putto nudo, un Sileno obeso, un Fauno che suona la siringa:
parecchie testoline ellenistiche, una quantità di volti muliebri e di panneggi (Orsi – op. cit. p. 16).
Sulla stessa spianata, vennero rinvenute dall’Orsi tracce perspicue di un quarto tempio presso il Convento dei Cappuccini, molto
più grande, in un punto molto elevato, che, guardando verso la montagna, segnalava la città da lungi agli indigeni dell’interno ed ai
mercanti che dal jonio valicavano l’Appennino.
I pezzi della decorazione sono di primo ordine. Fra essi: la metà di una colossale maschera gorgonica fittile la quale dovette avere
un diametro di m. 1,10. “Così la struttura –afferma l’Orsi- come i particolari la scostano alquanto dal tipo canonico sicilioto. Essa
non è piatta ma un po’ bombata cioè convessa. La chioma frontale e foggiata, nel primo piano, a tre ordini di ciocche sotto forma
di piccole bulle, ed il diadema, o stephane, che la incornicia, è adorno dei caratteristici serpentelli. Assieme a questo insigne
frammento di Gorgonejon si trasse fuori una placca in pietra nerastra, specie di ardesia, di mm. 175x110, decorata di un fiore di
loto e rotta nella parte inferiore, dove un foro per chiodo metallico, dimostra come essa fosse collegata con altri elementi analoghi.
Questa specie di pilastrino o lesena, dalle forme ornamentali spiccatamente orientali, ricorda nella parte decorativa, un pezzo di
Egina ed uno stranissimo frammento di colossale triglifo decorato di ovoli, di un meandro complicato e forse di palmette;
aggiungasi una zampa leonina ed un pezzo di cornicetta marmorea, di arte avanzata non chè il coronamento di un pilastrino pure
marmoreo, sul cui listello un nome (Orsi p. 17).
Questi pezzi furono trovati in una vecchia maceria nel 1916, presso cui doveva sorgere il santuario. L’Orsi si riprometteva di
rintracciarlo in una prossima campagna di scavi, cosa che poi non avvenne.
Vicino al tempio Jonico trovato dall’Orsi, più a sud, è stato scoperto nel 1971 un complesso templare con deposito di materiali
votivi arcaici e classici. E’ una struttura quadrata di mediocre spessore, costruita di ciottolo e di vari frammenti di embrici e di
blocchi arenari posti con tecnica identica a quella del tempio di Piazza d’Armi e delle mura. Quivi fu trovata una antifissa a
protome selenica policroma incompleta, da attribuire agli ultimi anni del sec. VI o all’inizio del V, una protome leonina, skifoi a
forma e colorazione corinzia, patere umbelicate, statuette muliebri con pilos, tipi virili con barba a punta, della prima metà del sec.
V, tipi plasmati a mano, senza matrice, di eccezionale freschezza aspressiva nel lavoro di stecca, numerosi frammenti di pinakes di
tipo locrese, frammenti di vasi in pasta vitrea, piccoli bronzi e fibule.
Le terracotte scoperte dallo stesso Orsi in contrada Calderazzo presso Rosarno (Medma), hanno stretta attinenza con le pinakes
locresi rivelando un insieme di culto e di credenze che ebbero il loro centro nel fanum Proserpinae di Locri (Giannelli. Miti e
leggende, pag. 257).
Le maschere, i resti muliebri fittili e le fiale hanno carattere funebre e debbono riferirsi al culto di divinità femminili ctonee,
Demetra e Kore ; onde par certo che Medma, al pari della metropoli, avesse un suo Persephoneon quale città più importante e più
popolosa di Medma, nonostante che le favisse dei templi finora esplorati non avessero materiale sufficiente per lo studio
dell’origine del culto e per l’identificazione del santuario di Kora o Pàndina.27 Quando il culto di Pàndina passò a Terina? Terina
ed Hipponion erano colonie di stati fra loro nemici: Terina dipendente da Crotone ed Hipponio da Locri, e non avrebbero potuto
stringere alleanza e relazioni tali da rendere possibile in una di esse l’introduzione di una divinità dall’altra e la consacrazione
ufficiale del culto nelle monete. Fin dal sec. VI, e in tutto il V non corsero buoni rapporti tra Crotone e Locri specie opo la
conquista di Hipponio da parte di Locri. E Terina che era colonia di Crotone, non avrebbe certamente onorata la divinità che
troppo ricordava gli odiato Dinomenidi.
Il culto di Pàndina penetrò in Terina con onoranze ufficiali allorchè la potenza di Locri era affatto decaduta nel golfo Ipponiate, e
ciò avviene al tempo della grande spedizione ateniesecontro Siracusa.
Hipponio, rotti i rapporti con la metropoli Locri, (422), sentì la necessità di una protezione di un potente stato vicino, Crotone.
Avvenne allora la concordia fra Terina ed Hipponion (Ciaceri. Magna Grecia – I, 255). Terina rese solenne testimonianza del culto
alla dea nelle monete battute nell’ultimo decennio del secolo V (400 – o – 388), per deferenza all’alleata, la quale rendendosi
autonoma, aveva reso un grande servizio agli interessi degli Italioti confederati (Crispo op. cit. p. 52). Da quel tempo Pàndina
divenne il simbolo della libertà d’Hipponio, e nelle sue monete viene effigiata la Vittoria come nelle monete medmee (V. Russo –
Sul luogo di Medma, p. 7). Se la dea Pàndina appare effigiata nelle monete ipponiate più tardi che in Terina, si deve al fatto che
Hipponio, per le sue condizioni politiche battè moneta molto tardi.
La prima numismatica risale, secondo alcuni, al 379 (Head. Hist. Num. 100), mentre altri, argomentando della leggenda VEI VEIP
che denunzia il nome osco della città, pensano più ragionevolmente che questa non ebbe monete proprie prima del suo
assoggettamento ai Bruzi, benchè i nummi siano lavori di artisti greci (anno 356) (Garrucci, II, 166).
Il tempio di Persefone che sarà ricostruito al tempo dell’Imperatore Claudio, come in seguito vedremo, doveva essere ampio e
molto ricco. Lo attestano i resti marmorei rinvenuti dall’Orsi e dal Lenormant nelle macerie della celebre abbazia della Trinità e
della Cattedrale dell’antica Mileto, entrambe costruite dal Conte Ruggero il Normanno nel 1058. La celebre chiesa della Trinità
venne, secondo la tradizione, eretta coi materiali marmorei cospicui tratti dal tempio di Proserpina della limitrofa Vibo – Valentia,
dai Normanni trasformato in cava di pietre.
Dall’abbondante materiale ritrovato: lapidi scritte, marmi architettonici e ornamentali, un fusto di colonna in granito orientale
lungo m. 4,72 con un diametro di cm. 58, vari capitelli corinzi, cornici marmorei con ovali, astragali e fogliami, deduceva l’Orsi
che non il solo tempio di Persefone venne spogliato dei suoi marmi, ma tutte le rovine vibonesi che nel scolo XI erano ancora
vistosissime. E bene giudicò il Lenormant (Magna grecia. II, p. 403), quando, esaminando la ricca serie si diciotto colonne in
granito cipollino ed africano, poste in salvo nell’Episcopio di Mileto, asserì che esse appartenevano ad almeno quattro edifici
diversi.
Una delle tante colonne della Trinità, di verde antico, dopo il disastro del 1783, venne comprata da un Cardinale per 900 ducati
d’oro e, con altri marmi preziosi, portata a Roma (Orsi – 486).
Il culto maggiore Persefona l’ebbe a Locri e per riflesso nelle sue colonie d’Hipponion e di Medma.
Del suo santuario a Locri, che credesi eretto vicino al mare, ci parla Tito Livio (Hist., XXIX, 18): “Fanum Proserpinae”, il
Persephoneon per eccellenza (Did. Sic. Hist., Bibl. XXII, 4,2), da Pindaro designato come uno dei più celebri dell’antichità.
Tempio maestoso; le sue colonne adornano ancora la vasta navata della Cattedrale di Gerace; nella sua edicola thesauraria
custodiva favolosi tesori che attrassero la cupidigia di Pirro, Dionisio il Vecchio, Quinto Flaminio, luogotenente di Scipione
(Livio, Hist. XXIX, 8, 18, 21). Delle preziose sculture si ammira sola superstite quella della dea sul trono in marmo pario del sec.
V a.C., nel museo di Berlino. In questo tempio gli adepti orfici svolsero solennemente il loro rito fin dal VI sec. a.C.. Anche
Hipponion e Medma, colonie di Locri, ebbero i loro templi innalzati a Persefone o Kora. Lo attestano i numerosi ex voto trovati
dall’Orsi negli scavi in contrada Calderazzo a Rosarno, i frammenti di pinakes e di terrecotte trovati ultimamente a Vibo Valentia
e sopra tutto la laminetta d’oro di contenuto orfico del [Link] a.C.. La sua esistenza in Hipponion è confermata, come abbiamo
detto, da Strabone: “Le donne d’Hipponion, al principio della primavera coglievano i fiori novelli e s’inghirlandavano per imitare
la dea Persefone, rapita da Hades-Plutone, mentre con le compagne coglieva fiori”.28 Quindi il culto verso la divina fanciulla
continuò finchè il Cristianesimo non vi si diffuse, culto molto sentito: basta pensare all’ingente somma di 770090 sesterzi che
saranno stanziati, essendo imperatore Tiberio Claudio, per i restauri del grandioso tempio, come in seguito vedremo.
L’orfismo era sorto in Grecia nel sec. VII o VI a.C. e trasse il nome dal leggendario poeta tracio Orfeo capace, col suono della sua
lira, di trascinare non solo gli animali, ma la natura intera. Ma esso è anche in relazione con Orfeo sceso nall’Ade per riprendere la
morta sposa Euridice, per concessione di Persefone, dalla quale sposa deve separarsi per avere trasgredito al comando di non
rivolgersi indietro prima di essere uscito dal regno degli Inferi. Ma l’Orfismo si ricollega al preesistente mito di Dioniso o Bacco,
figlio di Zeus, principio della vita. La madre di Dioniso è Samele, donna mortale che genera un figlio immortale. Avendo voluto
Samele vedere lo sposo Zeus “in tutto il suo splendore celeste”, viene incenerita dal fulmine di Zeus: Zeus prende il feto
immaturo, lo cuce in un fianco e lo da alla luce dopo averlo portato a maturazione. Dioniso è simbolo della doppia personalità,
umana e divina, mortale ed immortale, materiale e spirituale, presente ed assente.
La festa in onore di Dioniso era celebrata ogni due anni sui monti, nella notte oscura, alla luce delle fiaccole, tra suoni di
ciaramelle e rumori assordanti di timballi e di flauti che invitavano alla follia, tra le danze delle baccanti o menadi, danze
orgiastiche, per lo più formate da donne, vestite di pelli di volpe e di caprioli, sul capo le corna tra i capelli disciolti, nelle mani il
tirso, il pugnale nascosto tra le edere ed i serpenti.
Invase da sacro furore le beccanti si precipitavano sugli animali scelti per il sacrificio, li sbranavano mangiando avidamente la
carne cruda. Il rito era chiamato –omofogìa- (da omòs crudo e faghèin mangiare). In questa unione mistica attraversi il sacrificio
dell’animale sacro, si credeva di vedere il dio in forma di toro, straniandosi dalla natura normale, partecipando della vita stessa del
dio, diventando una cosa sola col dio, godendo della pienezza di una vita soprannaturale.
Altra trasformazione assume l’Orfismo in seguito. Dioniso è detto Zagrèo; è creduto figlio di Zeus e di Persefone. Zagrèo riceve
dal padre lo scettro del mondo; ma i Titani, figli della terra, spinti dalla gelosia, ne invidiano la esistenza privilegiata, lo afferrano
mentre egli, tra le diverse forme che assume per sfuggire all’insidia, prende la forma di toro: lo fanno a brani e lo divorano crudo.
Zeus adirato scaglia i suoi fulmini contro di essi e li incenerisce e dalla loro cenere si forma il genere umano nel quale rimarranno
sempre evidenti ed in continua lotta i due elementi: il titanico ed il dionisiaco, il male ed il bene, il mortale e l’immortale, l’umano
e il divino.
Tra le due forme di mito rimangono però rapporti di somiglianza cioè tra Dioniso figlio di Zeus, il toro sacrificale, lo sbranamento
della vittima ed il pasto della carne cruda. La differenza sta in questo che mentre nel primitivo culto il sacrificio aveva valore di
una comunione estatica col dio attraverso l’orgia, per cui dio si comunicava all’anima e l’anima si univa a dio, nella seconda
teologia invece il sacrificio aveva valore di espiazione di una colpa primitiva, di un deicidio, di un peccato originale, dal quale
stato l’uomo poteva liberarsi attraverso un’azione purificatrice per divenire degno di una beatitudine ineffabile ed eterna.
Ecco l’Orfismo. Tale beatitudine si poteva ottenere o con la penitenza ed espiazione purificatrice, oppure con la metempsicosi la
quale, insegnata da Pitagora, ebbe la sua diffusione da Crotone in tutta la Magna Grecia: l’anima trasmigra di corpo in corpo e,
come essa trasvola libera nei venti, viene aspirata da un altro vivente e così nella incorporazione percorre il vasto ciclo della
Necessità, al pari di una ruota, la ruota del destino. Il Pitagorismo ebbe sacra accoglienza e durata nella Locride. Sappiamo che
Pitagora, profugo da Crotone durante la rivolta di Cilione (504 a.C.), non fu accolto dai Locresi per cui dovette rifugiarsi a
Metaponto dove morì.
Nell’Orfismo l’Iniziato si obbligava ad una vita di purità e di ascetismo. Si privava di uova e di carne, vestiva veste bianca,
fuggiva i contatti sessuali in odio alla procreazione. Dopo l’esistenza terrena di mortificazione nel corpo, che considera sua
prigione, ecco la sua discesa nell’Ade dove regna Persefone. Quivi incontra due vie una a destra l’altra a sinistra; a destra, ai prati
fioriti, destinati ai buoni, a sinistra al Tartaro punitore dei malvagi, segnato da un pioppo bianco.
Nel Tartaro scorre il Letè, il fiume dell’obblìo.
Nell’Ade non vi è ricordo nella vita, concetto caro agli Orfici che hanno abbandonata la vita oscura del mondo terreno per unirsi a
Zagrè per una vita divina.
L’orfico prende la via a destra verso la fonte di Mnemosine, da cui appositi guardiani allontanano chi non ebbe il privilegio della
iniziazione. Qui da la parola d’ordine ai guardiani, che lo dichiara figlio di Uranio e di Gaia, del cielo cioè e della terra, ossia
partecipe del composto dionisiaco e titanico, e domanda alla Regina degli Inferi, Persefone, che lo giudichi e lo destini alla dolce
primavera dei suoi campi eterni. Per bene approfondire la conoscenza dei misteri orfici hanno molto contribuito le laminette d’oro
trovate una a Strongoli, antica Petilia, nel 1834, quattro a Thurio presso Sibari, nel 1879, tre a Creta, nel 1893, una a Roma e altre
due trovate altrove, di scarso valore.
La più importante è quella trovata a Vibo-Valentia nel 1969 in contrada Pietro Castello, durante gli scavi di una necropoli greca.29
Era nella mano di una fanciulla assieme ad un anellino anche di oro, ben conservata, piegata in quattro parti, lunga cm. 5 e larga
cm. 4, del sec. terzo a.C., scritta in greco facile a decifrarsi. Le laminette contengono delle preghiere, sono un promemoria, un
passaporto nel viaggio ultramondano. Il contenuto di esse è quasi uguale: nelle due trovate a Thurio nel luogo detto “Timpone
Grande”, si contiene il dialogo tra l’Orfico e Persefone: “Io puro infra i puri vengo a voi, o regina degli Inferi, Persefone”. “Godi,
tu, cui è toccato ciò che giammai toccò prima di ora: da uomo sei diventato dio”. “Chi sei tu? Donde vieni?- Figlia di Gea sono io
e di Uranio stellato”.
La laminetta trovata a Vibo Valentia è la più completa ed è simile a quella trovata a Petilia, tranne qualche differenza al principio,
e studiata dal Comparetti (Laminette orfiche, p. 33): “Tu troverai a sinistra nella casa di Ade, una fonte ed ivi presso ritto un
cipresso bianco; a questa fonte tu neppure ti accosterai da presso (era questa la fonte di Letè); un’altra ne trovai fresca acqua
corrente dal lago di Mnemosine; guardiani vi stanno d’innanzi, dirai: Figlia di Gea sono io e di Uranio stellato e celeste è lamia
stirpe; ciò pur voi sapete; la sete mi arde e mi consuma; or voi datemi subito della fresca acqua corrente dal lago di Mnemosine.
Ed essi ti lasceranno bere alla fonte divina ed allora tu in seguito regnerai con altri eroi”. Anche nel testo delle tre laminette di
Creta, secondo l’interpretazione del citato Comperetti (pag.40), si parla di assetati o riarsi: “Ardo di sete e mi consumo ; or via,
ch’io beva della fonte perenne a destra”. L’onda soporifera del Letè si contrappone alla sorgente vivificatrice di Mnemosine.
Lucrezio nel De rerum natura (III, V. 916), parla di arsura delle anime e certamente allude alla credenza Orfica; così pure presso
Virgilio le anime, al momento di lasciare l’Ade e di rinascere, bevono la magica pozione che cancella ogni ricordo della vita
passata; similmente Empedocle, quando parla della “malattia dell’arsura nella valle del pianto”, si riferisce a tali credenze
(Orpheus, p. 113-195).
Certamente la sete che consuma non è nell’Orfismo quella materiale cui provvedevano i superstiti ponendo accanto al cadavere
orceoli di acqua per il loro refrigerio, ma è la sete della beata immortalità. Nella Laminetta del Timpone piccolo di Tyurio
(Comparetti, p. 35), un verso spiega la ragione dall’arsura: “Io mi pregio di appartenere alla vostra stirpe beata, ma la moira ed il
balenar dei fulmini mi abbattè e mi inaridì; ma io me ne volai via dal ciclo luttuoso e duro e con rapido volo raggiunsi la bramata
corona e discesi in grembo alla Signora, Regina Infernale”.
La spiegazione del balenare dei fulmini non si trova in questa laminetta, ma nelle altre due del medesimo Timpone: “Questa
punizione all’anima fu inflitta per non giuste e peccaminose opere sue”. Si tratta dunque del peccato originale: l’anima, secondo le
laminette riportate di Petilia e di Vibo Valentia, è di origine titanica e quindi lorda di peccato, della stirpe folgorata da Zeus per
avere ridotto a brani il corpo di Zagreus; inaridita ed arsa cerca dissetarsi alla fonte fresca purificante di Mnemosine per cui
raggiunge la bramata corona del regno dei beati dopo essersi liberata dal ciclo doloroso della corporea esistenza.
Molti punti di riferimento col nostro Cristianesimo sembra che abbiano le credenze dell’Orfismo. In molti primitivi cimiteri
cristiani è riprodotto Orfeo seduto con la cetra tra pecore e colombe: Nel divieto data ad Orfeo di rivolgersi indietro molti vedono
simboleggiata la fede mistica che crede senza vedere.
Altro rapporto di somiglianza è considerare l’uomo di origine divina composto di anima e di corpo, il corpo mortale e l’anima
immortale; l’uomo decaduto dallo stato di felicità per il peccato originale, vive nella valle di lacrime che è la terra, in cerca di
purificazione che trova nei Sacramenti, specie nel lavacro del Battesimo e nel Cibo Eucaristico per cui diventa transumanato e
divinizzato.
Altra somiglianza c’è nella certezza che ai dolori sopportati con rassegnazione, come conseguenza ed espiazione del peccato, deve
succedere una vita eternamente felice o infelice, premio per i buoni, castigo invece per i malvagi. L’uomo quindi, sia presso il
Cristianesimo che presso l’Orfismo è posto di fronte alle proprie responsabilità.
IL CORNO DI AMALTEA
Gelone, Tiranno di Siracusa, mira ad impadronirsi della Magna Grecia
Reggio fiorente e popolosa governata da Anassilao, presiedeva a una vasta confederazione di città calcidesi (Strabone VI, 257) tra
cui Zancle che volle chiamare Messana. Costruita una considerevole armata avviata la sua città un vero e proprio dominio
marittimo. L’espansione però nell’interno della Brezia trovava forte ostacolo in Locri, sua nemica, specialmente quando questa,
con le colonie d’Hipponio e Medma collegata attraverso l’Appennino, formava un ponte formidabilissimo ed evitava il passaggio
dello Stretto.
Gelone, Tiranno di Siracusa ed alleato di Locri, dopo la strepitosa vittoria di Mera (attuale Termine Imerese) 480 – 470 a.C.,
contro i Cartaginesi guidati d’Amilcare e chiamati da Anassilao di Reggio per vendicare il suocero Terillo, scacciato dal trono, si
aderge a difensore dell’Ellenismo occidentale e ha in mente di conquistare anche la Magna Grecia e costituire così un forte impero
Italo-siculo.
E quando Anassilao invade il territorio di Locri e cinge di assedio la città in modo che i Locresi fecero a Venere il voto disperato
di consacrare il fiore verginale di tutte le loro giovinette pur di essere liberati dal nemico invasore, Gelone manda ad Anassilao
come nunzio Crosmio intimandogli che se gli era cara la sua amicizia doveva togliere l’assedio. Cedette Anassilao ma con
rincrescimento, temendo il peggio e morì subito dopo di crepacuore. Locri grata stringe con Gelone indissolubili legami di
amicizia ed acuisce contro Reggio il suo odio (Spanò – Bolani, storia di Reggio). Oltre alla amicizia con Locri, Gelone, astuto
stratega, cerca d’ingraziarsi la sua colonia Hipponion, città base di terra e di mare, a fine di realizzare il suo arduo sogno. Sulle
pendici d’Hipponion egli decide di costruire un bosco amenissimo –Amaltheas Keras- come ci riferisce Duride di Samo (Apud
Athen., XII, 522): Cornu Amaltheas locus est quem struxit Gelo in nemore amoenissimo egregiae pulcritudinis aquisque irruduus
juxta Hipponion civitatem.30
Bene risponde il corno della capra Amaltea, simbolo di potenza e di abbondanza, al territorio d’Hipponion fin da quel tempo,
rigoglioso di messi e di frutteti. P. Orsi (Calabria ignota: Monteleone –Vie d’Italia- feb., 1921) è di opinione che il corno di
Amaltea sorgesse nella parte settentrionale della collina: “Bisogna entrare nel vasto parco del Marchese Gagliardi ed ammirarlo in
tutto il suo splendore. Vi sono profuse le rose del profumo inebriante, rivali di quelli di Pesto: alberi giganteschi –pini ed elci-
ombreggiano i viali, ed una quercia plurisecolare accoglie nelle sue dilatate braccia, un palco per banchetti e per musica. Nella
campagna le querce gloriose s’alternano coi faggi, coi miti olivi, coi castagni e colle ciliegie rosseggianti di dolcissimo sapore;
ovunque tu trovi verde e frescura anche nelle più calde estati, ed hai il conforto di frutte e verdure squisite. Superando con dolce ed
insensibile ascendere i poggi terrazzati del suo territorio, nei quali le messi s’alternano ai pascoli con boschetti d’ulivi e di querce,
questo paesaggio arcaico, sotto un cielo che si accende talvolta di luci meravigliose, ed è ricco di acqua sovratutto nella parte più
bassa, ricorda in taluni particolari la campagna romana nei tratti appoggiati dall’Appennino, là brullo, qui verdeggiante. La sua
fertilità colpisce tosto anche il profano e ben si comprende come qui abbiano potuto già, all’inizio del sec. V , i Deinomenides di
Siracusa, ed il secolo dopo, il grande Dionigi, per accaparrarsi una regione di grande produzione ed insieme di primario valore
militare”. Anche l’illustre storiografo vibonese, Vito Capialbi, sostenne sorgesse nel boschetto del Marchese Gagliardi, la villa di
Gelone. Il posto indicato sul vertice della collina non sembra però bene rispondente a quello descritto da Darius che parla di aquis
irriguus: non poteva trovarsi sull’alto; né si è trovata traccia di acquedotto.
G. B. Marzano, noto scrittore di storie patrie, (Scritti), pone invece la villa nelle vicinanze di Longobardi, a ridosso della collina,
ad un Kilometro dal mare, luogo assai ameno e ricco di acque. La notizia resta però ancora storicamente enigmatica.
Il corno di Amaltea è opera a carattere sacro in relazione degli edifici innalzati da Gelone agli dei e specie a Demetra e a Cora
(Persefone).
Si riuniscono sotto la protezione di Zeus Homorios, dio della concordia, in una confederazione di significato religioso che
accomuna popoli avversari per rivalità di stirpe e gelosia commerciale.
Scopo precipuo fu però abbattere la potenza di Locri che voli arditissimi aveva spiccato nella sua politica espansionistica a danno
di Crotone e Reggio. Locri infatti ne rimase esclusa sia per l’antica inimicizia con Crotone e Reggio, sia per la diversa costituzione
a regime aristocratico, mentre ovunque regnava la democrazia (Aristotile – Politica V – 6 – 7).
Hipponion, divenuta ormai città di primo ordine, ricca e popolosa, vi aderì frettolosamente, malgrado la sua origine locrese.
Essa bramava di acquistare la sua indipendenza sia da Locri sia da Siracusa. Il suo contingente di soldati figura infatti nell’esercito
degli Achei che Dionisio distrusse nella battaglia di Caulonia del 390.
Crotone e Reggio quindi, fin dalla metà del sec. V, avevano deciso di abbattere l’imperialismo di Locri: porre argine allo
spadroneggiamento di Siracusa in Italia, stringere Locri in una morsa di ferro e toglierle la piazza forte di Hipponion.
Hipponion non viveva contenta del dominio di Locri. Il commercio esterno di Locri era alimentato soltanto dalla moneta
forestiera, principalmente siracusana. La costituzione di Zeleuco, alla quale anche Hipponion era soggetta, vietava anche il minimo
commercio del mercato e una legge imponeva agli agricoltori di vendere direttamente i prodotti del proprio campo. Già trattavasi
più di baratto che di vendita se la stessa costituzione vietava il conio delle monete, specie d’argento. Le merci e le derrate si
permutavano. Fiorì, è vero, specie per l’alleanza con Siracusa, il commercio di mare, ma era sfruttato quasi interamente dallo stato
e dai grandi mercanti delle metropoli, mentre la mancanza di moneta ostacolava il risparmio e la formazione delle piccole fortune
(Crispo – op. cit. 26). Non poteva sfuggire agli Hipponiati la maggiore prosperità interna di Crotone, Terina, Metaponto, Laos,
Caulonia ecc. dove circolavano abbondanti le belle monete d’argento facili al trasporto ed alla conservazione.
All’odio verso la madre-patria contribuì moltissimo, oltre al governo di Locri, anche la vicinanza di Terina rimasta colonia di
Crotone e la scomparsa dei Deinomenides Gelone e Gerone, potenti e costanti protettori di Locri.
Hipponion, come Medma, approfittarono, forse, per rendersi libere da Locri, di alcuni fatti accaduti durante la prima spedizione di
Atene in Sicilia.
Nell’estate del 427-26, la flotta ateniese, sotto il comando di Lachete, sbarcò nella Locride e coadiuvata probabilmente da quella di
Reggio, riuscì, dopo acre combattimento, ad occupare una fortezza presso il fiume Alice (Thuc. III. 99) costringendo i Locresi ad
arretrare il confine verso Reggio. Nell’inverno seguente Ateniesi e Reggini capitanati dallo stesso Lachete, sbarcarono più a sud
presso il fiume Caicino (ora fiume Amendola) e sconfissero trecento locresi comandati da Prosseno (Thuc. III, 103). Questi fatti
valsero ad indebolire maggiormente Locri ed a distrarla dalla difesa delle colonie sul Tirreno obbligandola a mantenere in grande
efficienza di forze il confine sud-occidentale.31
Non si sa quale resistenza potè opporre alla marcia del conquistatore Hipponion rimasta isolata dopo la sconfitta dell’Elleporo,
dove gl’Italioti un anno prima avevano sacrificato il meglio delle loro forze. Nelle fonti non vi è cenno di assedio né di
combattimento sotto le mura, come avverrà al tempo dei Bretti e di Agatocle (Diod. XIV, 15 e XXI, 491).
La distruzione operata da Dionisio deve intendersi perciò in senso molto relativo: le opere greche del VI e V secolo, specialmente
templi e mura, durarono fino all’età romana. Territorio e città conquistati furono ridati da Dionisio a Locri. Solo Reggio, caduta
dopo memorabile assedio, nel 387 fu incorporata nel territorio di Siracusa e poi costituita come colonia militare (Gròte, Hist, X,
298).
Tutta la parte dell’attuale Calabria compresa fra l’istmo di S. Eufemia e lo stretto di Messina, rimase soggetta nominalmente a
Locri e di fatto a Dionisio, il quale, secondo Strabone (VI, 261) aveva tentato di difendere i nuovi acquisti, contro i Lucani già suoi
malfidi alleati, mediante un muro tra i golfi di Hipponion e di Skylletion. (Prova certa che Medma e Hipponion si siano sottratte
alla soggezione di Locri, si ha nella cessione che a questa fece poi Dionisio, del loro territorio). Dionisio seguiva la politica
tradizionale conservando la base di Locri e restituendo a questa la città d’Hipponion per cui era stata politicamente potente.
Soddisfaceva così alla sua più grande ambizione di riaffacciarsi sulla costa del Tirreno già più ingrandita, mentre le altre antiche
città rivali erano per sempre umiliate o distrutte.
RITORNO DEGL’HIPPONIATI IN PATRIA DALL’ESILIO SIRACUSANO PER OPERA DEI CARTAGINESI (379 o
377 a. C.)
Nel 379 o 377, i Cartaginesi in guerra contro Dionisio, vincitori, richiamarono da Siracusa gli esuli Hipponiati e li protessero a
ricostruire la città (Diod XV. 24).
Le notizie su quest’ultima campagna di Dionisio contro Cartagine, sono scarse. Ci risulta però che Hipponion viene ricostituita dai
Cartaginesi e ritorna ad essere punto strategico di prim’ordine. Il ristabilimento di Hipponion quindi, ha importanza storica genrale
e nella mancanza di altre notizie di questo periodo, dimostra che dopo la memoranda rivincita dei Cartaginesi contro i Siracusani a
Cronion (383-382), e la disastrosa pace che Dionisio fu costretto ad accordare, la guerra non dovette aver termine, come parrebbe
dal racconto di Diodoro, ma si ripercosse sulla Magna Grecia ove gli Italioti si erano stretti in lega con i Cartaginesi (Pais, Stor.
Della Magna Grecia, II, 166).
Dopo la battaglia dell’Elleporo, gli Italioti sconfitti avevano cercato di vulnerare l’impero di Dionisio sul continente, e non
bastando le forze ormai stremate per quell’ultimo conato di riscossa, avevano chiesto aiuto ai Cartaginesi ai quali li legava l’odio
contro il comune nemico. Per effetto di tale circostanza fu concesso agli esuli Hipponiati di rivedere la patria che per la sua
posizione strategica serviva ancora una volta gli interessi generali della Magna Grecia contro la potenza accentratrice di Siracusa.
Ma Dionisio, in risposta al tentativo dei Greci d’Italia di riavere le perdute città con le armi straniere, espugnò in quel medesimo
anno Crotone già capitale della lega ed alleata di Cartagine. Da essa era stato promosso il richiamo degli Ipponiati dall’esilio di
Siracusa, poiché caposaldo della politica di Crotone era stato sempre di umiliare Locri, sua rivale, strappandole Ipponio come era
avvenuto al tempo della lega Italica. Crotone era la principale sede dei Pitagorici, molto ostile a Dionisio: Crotone col suo tempio
di Hera Lacinia, in quel periodo, era divenuto il presidio morale degli oppressi Italioti, e Crotone sacrificò perciò la sua libertà
perché, espugnata da Dionisio, fu presidiata da una guarnigione siracusana (Livio XXIV, 3; Crispo – op. cit. p. 57).
Ma riuscito a scacciare i Cartaginesi Dionisio consolida il suo impero ed Ipponio torna di nuovo alla stregua del tiranno di
Siracusa.
Sembra che i Greci d’Italia divisi da gelosie e d’antagonismi, da rivalità commerciali e di stirpe, causa di continui fermenti e
fazioni, non abbiamo compreso che Cartagine, disponendo di forze maggiori e d’immense ricchezze, mirava da tempo ad
espugnare l’elemento greco in Sicilia e in Italia per sovrapporvi la civiltà semitica, tentativo che si ripeterà in seguito nelle guerre
romano-puniche. Pare che Dionisio si sia eretto, contro Cartagine, a difensore della civiltà ellenica.
Ormai arbitro della situazione dopo aver allontanato il pericolo dei Cartaginesi, sembra che non si sia comportato troppo ostile
verso gli Ipponiati ritornati dall’esilio, ricaduti sotto la discrezione degli antichi nemici Locresi e dello stesso Dionisio.
Dionisio fu considerato da Platone come l’ideale del principe saggio, astuto uomo politico ed abile diplomatico. Spietato ha dovuto
essere contro i nemici, come si dimostrò nella conquista di Reggio (Diod. XIV, I; 3), ma generoso verso coloro che gli promisero
sottomissione e non avevano possibilità di nuocergli. Tali si mostrarono allora gli Ipponiati, immiseriti dal lungo esilio, circondati
dai Locresi che dal 388 al 379 pensarono di ripopolare la città deserta, ed umiliati per le dannose tristi conseguenze dell’alleanza
con Reggio e con Crotone. Certo è che Hipponion, dopo il 379, risorse nel ventennio conseguente fino alla caduta dei Dionisii,
acquistò poi un grado di libertà e uno sviluppo economico così notevole da permettersi il conio delle monete. Dal 379 al 350
nessuna città dell’impero di Dionisio ebbe monete proprie, neanche Locri la cui più antica numismatica è posteriore alla cacciata
di Dionisio II, 350-332, e chiaramente ciò allude alla riconquistata libertà. Gli stateri per il commercio estero col tipo di Athena e
Pegaso, come quelli per l’interno, testa di Zeus con Eirene, dimostrano rapporti con Timoleonte ed i Corinzi, restauratori della
libertà siracusana.
Gli Ipponiati forse sentirono la necessità di battere monete solamente quando ebbero bisogno di un esercizio per difendere la città
dalle minacce dei Bruzi. “Il vero è che né la prima né la seconda serie delle monete Ipponiate hanno relazioni coi Dionisii o con la
loro politica. Secondo alcuni la prima numismatica risale al 379, mentre secondo altri, al 356: argomentando dalla leggenda
retrograda in carattere osco-sabellico VEI, VEIP pensano quindi più ragionevolmente che Hipponion non ebbe moneta propria
prima del suo assoggettamento ai Bruzii. Questi batterono i primi numismi nella zecca d’Ipponion, gente rozza che
sovrapponendosi con la forza ai Greci e ai primitivi Siculi ellenizzati, impressero nei conii di bronzo la tipica aquila col serpente,
l’anfora col caduceo ed Hermes col nome della città adottato alla loro fonetica da cui più tardi i Romani trarranno il nome di Vibo,
Bibo” (Crispo op. cit. p. 60).
Diodoro (XXVI, 15) disse i Brezzii schiavi Lucani, separatisi dai loro padroni. Non sappiamo se fossero di stirpe osco-sabellica
come i Lucani e se in età protostorica conquistassero, prima dei Greci, l’intera regione.33
Certo è che, se la civiltà greca non arrivò loro che di riflesso, li troviamo in questo frangente così evoluti da costituire un
organismo politico, con istituzione e monetazione propria, sebbene con lingua ufficiale greca. Ennio (Fest. Ep. 35) li designa
–bilingues- perché soliti parlare osco e greco. Oltre alla propria lingua appresero anche la lingua greca col lungo e diuturno
contatto coi Greci che li circondavano da ogni parte, la quale lingua, nel IV e III secolo, diventava ufficiale per le loro monete e
forse pure gli atti pubblici.
Il loro centro principale fù Cosenza –metropolis Brettion- (Strab,, VI). Dopo aver conquistata la fiorente città di Terina (presso il
golfo di S. Eufemia), e di Tempsa, si spingevano fino ad Hipponion che, al pari della metropoli Locri era nella zona più o meno
soggetta alla potenza siracusana.
Dionisio II, come suo padre, disponeva ancora dell’impero Siculo e dell’Italiota: dalla sede della fedele Locri sorvegliava
l’invasione sempre più crescente dei popoli Sibellici cercando d’impedire che giungessero a loro i viveri e che i mercanti italici
apprestassero aiuti (Pais. II, 554). Predoni militarmente bene organizzati i Bretti ebbero poi il sopravvento su gl’Italioti di indole
più mite scompaginando le colonie elleniche che avevano portata il primo fulgore di civiltà in Italia. Alessandro d’Epiro (nel
330-325) cerca far rivivere l’antica gloria degli estremati Greci, invitandoli a porsi sotto la sua protezione e, percorrendo la costa
tirrenica da Reggio a Poseidone con un poderoso esercito, per assalire gli invasori alle spalle, riesce a liberare dai Brezii Hipponio
e poi Eraclea, Thurio e Cosenza (Livio –lib. VIII – cap. 24).
In questo breve periodo di libertà (330-325), che segnò anche una breve fulgida rinascita dell’ellenismocorrispondente la seconda
serie delle monete Ipponiate fra le quali troviamo, appunto, in due tipi molto significativi, effigiata la misteriosa Pàndina, quasi un
secolo dopo il conio di Terina. Ma il valoroso principe epirota cadde per mano di un esule lucano a Pandosia presso il fiume
Acheronte (Crispo, op. cit. p. 61). Tutte le città della Magna Grecia, ritornarono allora sotto il dominio dei Brezii, tranne Crotone,
Locri e Reggio.
I Bruzii hanno dovuto consegnare seicento ostaggi al re di Siracusa in garanzia della loro sottomissione. Agatocle, avuta in sua
potestà Hipponion, pensò di aumentare le fortificazioni, di farne una piazza forte, una base di operazione per le conquiste che
pensava di compiere, e perciò fece immediatamente dare opera alla costruzione di un navale, cioè di un gran porto militare,
avendogli insegnato la fortuna quanto disastroso fosse per una flotta mancare di un ampio porto. Creò quindi un vasto arsenale con
cantiere di costruzione e di restauro: Hic Agatocle Siciliae tyrannus, ea potitus urbe, nobile emporium instituit (Strab. IV – 256).
IL PORTO D’HIPPONION
Il porto d’Hipponion che era servito da tempi remotissimi ai Fenici, ai Calcidesi e agli altri Greci per i loro ricchi traffici, acquistò
allora somma importanza oltre che come luogo di sicuro sbarco anche per l’esportazione del legname e della pece della Sila –la
famosa Peukè- apprezzatissimadagli antichi ad usi marittimi, per la pesca del tonno che, al dire del famoso gastronomo siceliota
Archestrato, passava per il migliore del mondo.34 Come i boschi dell’Etna così le immense foreste della Sila e delle Serre,
fornirono ai Tiranni di Sicilia il materiale per la costruzione delle loro flotte. Attorno al porto sorsero le cellae o capannoni, al cui
riparo stavano i bacini di carenaggio e le navi in riparazione o in disarmo, l’angiportus che era la darsena, l’armamentarium che
accoglieva le armi e gli attrezzi, l’emporium che costituiva il mercato e la piazza del porto e sul quale si aprivano i magazzini delle
merci e si facevano le vendite. Agatocle unì alla città, posta sulla collina, il porto per mezzo di comoda strada della quale –assicura
E. Scalfari- (Brevi cenni intorno alla storia di Monteleone), si scoprono tuttora tracce qua e là scavando nei campi. Questa strada
doveva svolgersi nell’avvallamento naturale detto Morganello.
L’antico porto, in un’ampia rada, riparata dai venti di libeccio e di tramontana, sorgeva nella rientranza di Portosalvo, a sud
dell’attuale Porto di S. Venere. P. Orsi, fatte alcune esplorazioni subacquee nei presumibili fondali, avanzò l’ipotesi che il porto
consistesse in “una rada aperta con qualche debole opera di banchinaggio, assolutamente cancellata dai secoli” (Medma e
Nicotera, in Atti Soc. Magna Grecia, 1926 – 27. Pp. 51, 52).
L’ipotesi dell’Orsi non può avere credito. P. Fiore (Calabria Illustrata, 1680, p. 24), scriveva che “il porto era stato demolito per
ordine dei Romani Pontefici al fine di torre ai barbari (predatori) l’opportunità del ricovero” e che esso “fabbricato a pietre tagliate
dagli antichi ipponiesi in somiglianza di braccio piegato”, se ne vedevano ancora copiosi resti. Era stato interrato facendo deviare i
torrenti Trainiti e S. Anna. Nel 1695 Domenico Marzano, studiosissimo dell’antichità, trasse dal mare un frammento marmoreo
della statua di Nettuno che doveva essere sull’arco del porto, costruito da Agatocle. Detto frammento, un secolo dopo, fu
trasportato in Francia dal Generale Massena che dimorò qualche tempo a Monteleone (G. B. Marzano – Scritti vari, p. 46). Si
conserva nel museo di Reggio un torso di divinità, forse di Poseidone, trovato nello stesso luogo.
Nel 1838 il Carelli (Ragguagli di alcuni porti) notava: “Tutt’ora si osservano nella bassa e tranquilla marea immensi ruderi di
costruzione ciclopica composta di smisurati macigni ad archi e piedistalli d’opera laterizia e non ha guari si scoprirono anco le
anella ad uso di ormeggiarsi e trarre le navi”. Analogamente F. Lenormant (Magna Grecia, III, p.29) che visitò la zona nel 1883
scrisse “che il porto di Hipponion era ubicato nella rientranza situata di fronte al castello di Bivona, allora in parte lagunare e
comunicante col mare. Presso la sponda della laguna grossi piloni quadrati in laterizio disposti a intervalli regolari, emergevano
dalla sabbia e probabilmente essi sostenevano arcate circostanti tutto il porto”. Da queste descrizioni, secondo G. Schmiedt
(Antichi porti d’Italia, p. 340, in l’Universo, a. XLVI, n. 2), sembra di potersi dedurre “che il porto sarebbe stato difeso da moli e
archi simili a quelli rinvenuti nei porti romani di Pozzuoli e di Miseno”. L’Illustre studioso identifica la sacca lagunare, di cui parla
Lenormant, con quella chiamata il Maricello, dominata dai resti del castello medioevale di Bivona. Dall’antichità ai nostri giorni le
coste della Calabria hanno subito trasformazione e cambiate dall’aspetto primitivo per bradisismi e detriti fluviali e per la
formazione graduale di una linea subacquea parallela alla spiaggia.
Il soggiorno del presidio siracusano, come della popolazione fluttuante assai numerosa che qui accorreva da Siracusa per ragione
di commercio, ha dovuto essere di lunga durata quanto fu necessario alla costruzione dell’ampia stazione navale; lo spiega il fatto
che dopo sì lungo svolgere di secoli, troviamo ancora qua e là gran numero di monete siracusane di ogni tipo, assai rose e mal
ridotte.
Si credette che Agatocle, per fatti già constatati da tutti gli storiografi, avesse dedotta una colonia siracusana in
Hipponion.35
Pare sia stato coniato un numisma Ipponiate nel tempo di Agatocle, con significato politico, alludendo alla guerra di liberazione
della città dal giogo dei Bretti. C’è Athena con elmo corinzio e l’iscrizione Soteira e nel rovescio Eipònion con la Nike.
Morto Agatocle i Bruzii, dopo la breve e disastrosa ventata bellica di Pirro, non temettero più gli interventi Siracusani e tennero il
loro dominio su Hipponion, sino al 237, per circa mezzo secolo, anno in cui furono definitivamente ricacciati dai Romani che vi
posero poderosi presidi come in appresso vedremo.
Questo mezzo secolo di dominio Brezio è testimoniato dalle monete e dalle iscrizioni osche –sabelliche della città (L. Pareti,
Storia di Roma, I, 274).
Sembra che i Brutti abbiano fatto pagare il fio dell’intervento a favore di Agatocle, alla popolazione Greca di questa città, e che
l’abbiano sostituita, almeno in maggioranza, con coloni prettamente Bretti, di razza sabellica. Difatti a datare da quell’epoca le
monete locali, che fino allora avevano portato delle leggende in lingua ellenica, presentano delle iscrizioni osche, tracciate con
lettere greche, iscrizioni delle quali risulta che i Brutti avevano formato a modo loro il nome della città Veipunium, ed è da questa
forma che venne fuori quella latina di Vibo-Vibona: Veipunium o Veipona (Lenormant, op. cit. III, 198). Di tutte le città del
Brutium Hipponion o Veipunium è la sola in cui si presenta questo fatto delle iscrizioni monetarie in lingua osca;Tutte le altre
monete della contrada, anche quelle coniate a nome della stessa confederazione dei Brutti, hanno le leggende Greche. “ E’ curioso
constatare che una tale eccezione avviene in una città originariamente ellenica; ma ciò è indizio decisivo di cambiamento completo
nella sua popolazione” (Lenormant op. cit. III p. 199). Ciò è confermato anche dai vari titoli pervenuti da Hipponion. A proposito
della più lunga iscrizione brezzia trovata nel museo della Ferdinandea di Achille Fazzari e poi traslocata nel museo di Reggio Cal.,
l’Orsi dice: “Si possedeva già qualche rarissimo titolo, scritto in caratteri greci, ma in una lingua non greca, creduta osca, della
attuale regione calabra; ed i più di codesti rari titoli derivarono da Hipponion-Valentia.36 Si direbbe che in questa Città la
epigrafia brezzia abbia avuto un certo sviluppo, sconosciuto alle altre città della regione; al perioda circa 379 – 350 appartengono
alcune poche monete di bronzo con una leggenda né in greco né in latino, la quale ci tramanda il nome della città (Veipuna) nella
sua forma schiettamente indigena.37 Esse, aggiunge l’insigne archeologo, vennero emesse nel periodo fra la resurrezione di
Hipponion ad opera dei Cartaginesi e la conquista di essa per Alessandro il Molosso, periodo in cui l’elemento indigeno ebbe una
parte politica preponderante “ (Orsi. Di una iscrizione di lingua brezia). Abbiamo detto che bilingui erano i Bruzii e dopo aver più
o meno esattamente appresa la lingua e la grafia Greca, deve essere arrivato un momento in cui essi cercarono anche di tradurre in
segni grafici la loro lingua nazionale, valendosi dei segni alfabetici greci. Così avvenne per i Siculi, così avvenne per altre
popolazioni dell’Italia antica. Ma come i Siculi, malgrado i diuturni contatti coi greci, rimasero a lungo barbari, analogamente
deve essere stata la condizione dei Bretti; montanari e gli uni e gli altri, essi furono refrattari all’adozione dell’idioma e della grafia
greca, anzi più di questa che di quella.
Molte sono le monete Bruzie a noi pervenute: Giove barbuto e laureato opposto ad una vittoria alata, bella e superba; un’altra porta
la testa galeata di Marte opposta ad una vittoria che incorona un trofeo di armi; più spesso un guerriero ignudo armato di lancia e
di scudo in atto fiero di colpire, o col piede poggiato sopra un capitello in attesa calma e vigile; ed ora una lira, ora un granchio, or
Pallade, or Diana, in bellissime sembianze. Frequente l’aquila,38 in atteggiamento maestoso e di minaccia, or Giove stesso, nudo
come gladiatore, che scaglia folgori e nella sinistra porta lo scettro. In quasi tutte c’è la leggenda Brettion o Brett, qualche volta
Nike e nel campo ora una testa di toro, ora un aratro, ora un’anfora; Marte e la Vittoria che incorona un trofeo, Giove che scaglia
fulmini, l’aquila, Bellona astata e alipede sono manifesti simboli delle battaglie vittoriose che si credeva di aver ottenuto con
l’aiuto o favore di quelle divinità.
Diana e il granchio indicavano il popolo bruzio le virtù della prudenza, dell’accorgimento e dell’autoreggenza, accoppiate alla
fortezza dell’animo e del corpo. Il primitivo gusto della civiltà osco-sabellica si trasfuse ben presto nel popolo Hipponiate già
ingentilito dall’influsso ellenico.
Ma una moneta rappresenta il genio brezio nel popolo ipponiate: l’atleta ignudo che volge le spalle, appoggiando il braccio
sinistro, armato di forte scudo, ad una rupe, e col destro armato di lancia, si è piegato per bere ad una sorgente che scaturisce dalla
rupe medesima. E’ di bellezza sorprendente (Pignatari – Hipponio – p. 41-42).39
INTERVENTO DEI ROMANI NEL BRUZIO CONTRO I SANNITI E CONTRO PIRRO NEL 282 E NEL 280 a. C.
Roma interviene nelle vicende militari della Magna Grecia, chiamata da Thuri che era assediata dal generale lucano Stenio Statilio.
Non solo Thuri ma molte altre città greche vennero minacciate dai Lucani da un lato e dall’altro dai Mamertini o uomini di Marte,
mercenari campani di Agatocle, che dopo la sua morte avevano dispoticamente assoggettato Messina. Il console romano, Gaio
Fabrizio Luscino, sconfisse i Lucani nel 282 facendo prigioniero lo stesso Statilio. Le città Greche, specie quelle del versante
ionico, allora si diedero ai romani come a loro liberatori. Due anni dopo, l’avere ottenuto Thuri, Locri e Reggio la protezione di
Roma contro i Lucani e i Bruzi, suscitò le apprensioni e le ire di Taranto e provocò l’intervento di Pirro (282) che sbarca a Taranto
con 20.000 mercenari e 20 elefanti e conquista alla sua causa tutte le vicine città greche fino a Locri meno Reggio. Vince i Romani
ad Ascoli in Apulia (279), pare, con enormi perdite, accorre in aiuto ai Siracusani, assaliti dai Cartaginesi e conquista tutta la
Sicilia. Ma gli eventi bellici precipitano a suo svantaggio.
Pirro, ritornando dalla Sicilia nel 276 assale Reggio; ma è respinto e ferito; poi occupa Locri, resasi ribelle, saccheggiando il ricco
tesoro del tempio di Persefone; l’anno appresso, vinto a Benevento ritorna in Grecia. I Romani sottomisero Lucani, Sanniti e Bruzi
e rioccuparono le città greche espugnando anche Reggio nel 279 a. C..
I Bruzi furono costretti a cedere a Roma la metà dell’immensa foresta della Sila, così preziosa, come abbiamo detto, per la
produzione del legname e della resina. Le città greche si obbligarono a fornire navi da guerra: i giovani dispensati dal servizio
nelle legioni, furono adibiti a guardia delle coste marine.
Hipponion, durante questi avvenimenti bellici, rimase sotto il dominio dei Brezii fino al 237, anno in cui, conquistata dai Romani,
fu guarnita di validissima protezione militare.
NECROPOLI D’HIPPONION
“Nell’ultima edizione dell’eccellente manuale di Geografia del Forbiger, dice Lenormant (op. cit. 191, 218), in seguito al ricordo
del nome d’Hipponion, si legge: -Attualmente Monteleone è senza antiche rovine- Questa notizia che non esistano antiche rovine a
Monteleone è una specie di luogo comune che si ripete dappertutto e di cui non saprei comprendere l’origine”. Oltre alle mura, di
cui si è a lungo parlato ed ai ruderi dei templi del Vi e V secolo, è stata confermata l’esistenza della Necropoli nei terreni di
Trappeto Vecchio accanto alle mura (Orsi Regione III p. 10); (Marzano – Scritti p. 67). Quando l’Orsa volse le indagini alla
ricerca della Necropoli, con dolore ha constatato che essa era stata completamente manomessa nei secolari lavori agricoli.
Anche nel fondo Varelli che confina a mezzogiorno col Castello, furono trovati, nel 1863, vari sepolcri con le solite monete greche
e bruzie (Marzano – Scritti – p. 47).
“Presso il Marchese E. Gagliardi, che con assai lodevole intento cerca di salvare quel poco che nel territorio Monteleonese si
scopre, ho copiato un grosso mattone di cm. 29x25 di spessore, sul quale è rozzamente graffito il titolo seguente che farebbe
persino dubitare della sua genuinità, se un complesso di circostanze non escludesse ogni incertezza. Questo titolo sepolcrale vuolsi
trovato presso il Telegrafo (Piazza d’Armi):
“OHKH –ANTIOXOYCA- MARITANON” (Orsi – p. 10)
Altre Necropoli vennero fuori nella parte inferiore della casa del defunto Notaio Caparrotta e nei giardini del Marchese Francica e
Avv. Froggio fino all’Affaccio: molte tombe furono scoperte ed altre continuano a venire fuori nello sterramento per la
costruzione di nuovi edifici.
Pochi anni fa durante gli scavi per la costruzione dell’Albergo Edelweis, altre tombe sono emerse con lucerne, vasetti, orcioli di
evidenza fattura greca. Nella zona dell’attuale sede dell’Inam, sempre per scavi fortuiti di nuove costruzioni, un esteso sepolcrato
venne fuori con tombe che vanno dal VII sec. a. C. alla prima metà del IV, con successive povere strutture romane tra le quali
numerose monete bruzie e romane, due tesoretti, uno con varie monetine di bronzo, l’altro con varie d’argento. “Le tombe, circa
300, dello strato più profondo, riferisce il Dott. Ermanno Arslan che ne dirige sapientemente e pazientemente gli scavi, sono
scavate nell'argilla vergine. Forse erano a cassa lignea che ha lasciato talvolta residui di chiodi in ferro o tracce di carbone. Gli
inumati, con la testa posta indifferentemente ad est o a ovest, sono composti in tombe singole, con corredo costituito da piccoli
vasetti decorati a fasce di vernice nera, di pochi oggetti ornamentali, spilloni in bronzo o anelli. Qualche volta una scheggia di
quarzo sembra rivelare una simbologia di cui senso ci sfugge. Nel periodo successivo al lydia si associano materiali corinzi
d’importazione, alabastra, aryballoi, anforette con decorazioni animalistiche, brocchette, ciotole ansate, askoi, tutti di piccole
dimensioni. La struttura delle tombe è varia, in piena terra o in cassette di embrici da tetto, con copertura piana, dentro le quali
erano poste casse lignee: altre anno solo la copertura in embrici. E’ importante la N. 108 dove tra gli embrici si trovano due
antepagmenta templari fittili (sec. VII) dal corredo interno di materiali corinzi che denotano l’esistenza in Hipponion, nel sec. VII,
di edifici di culto di notevole respiro monumentale. Vi sono tombe del VI e V sec., alla cappuccina, di embrici con statuine fittili.
Si trovano eleganti lucerne, skifoi, lekitoi, ariballoi, lekanai, olpai a vernice nera e a crome, fibule, campanellini in bronzo, piccoli
gioielli tra cui un pendente e due orecchine in avorio.
In una delle tombe scavate nel 1969, tra ricco corredo di piccoli vasi a cornice nera, venne fuori una laminetta d’oro con iscrizione
di contenuto orfico, lunga cm. 5 e larga cm. 4, piegata in quattro (Della laminetta abbiamo già parlato nel capitolo: Culto in onore
della dea Persefone).
Nella stessa tomba fu trovato un campanello ed un anellino d’oro che la defunta teneva nell’anulare della mano sinistra. Tali
oggetti si trovano esposti nel nostro Museo Statale.
Venne fuori un cadavere con una cuspide in bronzo di una freccia conficcata nel petto. Alcuni scheletri di bambino furono trovati
tra due tegole.
Nel sec. VI i parenti ponevano in mano un aryballos spesso contenuto in una ciotolina ansata; nel V sec. nella mano si trova una
lekitos; alla metà del V sec. nella mano si trova una lucerna. Nel V e IV sec., a lato della testa, è sempre un’olpe e sul ventre un
recipiente, un lekane, o più spesso uno skifos. Qualche volta ai piedi una statuetta fittile di divinità femminile con nelle mani la
patera umbelicale e una colomba che spicca il volo, come è designata nell’anello della tomba contenente la laminetta d’oro. Nelle
tombe dei bambini invece della lucerna si trovano giocattoli”(Necropoli a Vibo – Valentia, in Magna Grecia, a. VI, n. 3-4).
Il Lenormant si reputa meno fortunato del Mommsen per non aver potuto visitare il museo Capialbi allora chiuso. “Io ho potuto
invece studiare con cura la collezione del sig. Cordopatri –dice il Lenormant- (III, p. 231). Vi è un po’ di tutto: libri antichi,
manoscritti, fasci di diplomi su pergamene sono ammucchiati a montagna… Il Medagliere è importante e ricco in tipi della serie
romana, repubblicana ed imperiale, nonché di quella delle città della Magna Grecia e dei Bruzii. La scultura greca in marmo è
rappresentata da alcune belle teste. Una delle serie più abbondanti è quella dei mattoni segnati dalle stampiglie dei fabbricanti, sia
greche che latine. Ne rilevo fino a ventidue, quasi tutte sconosciute. La parte della collezione che mi offre le cose più nuove e
quella delle statuette di terracotta. Se ne trovano frequentemente nelle tombe della Hipponion greca; ed io riuscii ad acquistarne un
piccolo lotto a Monteleone pel Museo di Louvre, proveniente da scavi recentissimi in mezzo al quale vi sono alcuni frammenti
realmente di primo ordine. Il sig. Cordopatri ne possiede un armadio pieno. Queste terrecotte di Hipponion sono puramente
elleniche di un’arte fine e leggiadra e distinguonsi per dei caratteri peculiari affatto diversi dalle terrecotte delle altre località della
Magna Grecia, di quelle, per esempio, di Taranto e di Locri, città che appariscono come centri di fabbricazione aventi la proprio
loro maniera; ovvero di Reggio, le quali sono tutt’affatto di immagine siciliana. E’ evidente che vi era lì una industria progredita di
coroplasti che comincia nel periodo dell’arte arcaica, verso la fine del secolo VI e continua al momento in cui la città perde
completamente il suo carattere ellenico. L'epoca culminate fu quella che seguì la ricostruzione della città al principio del sec. IV,
lungo il corso del quale i modellatori d’argilla d’Hipponion produssero le opere più graziose e più perfette tra quelle che
conosciamo finora. Esse hanno maggiori dimensioni ed un’aria meno familiare delle figurine di Tanagra, ingiustamente ammirate
da tutti i conoscitori. Sotto questo punto di vista io posso citare come tipo squisito ed elevato, una testa di Persefone, (testa velata e
sormontata dal calathos), la quale fa parte del gruppo che pervenni a fare entrare nelle nostre collezioni nazionali.
Si tratta, è vero, del frammento di una figura di dea che sorpassa le dimensioni ordinarie delle statuette di terracotta. Ad Hipponion
vi sono, come a Tanagra, delle figure del genere, rappresentanti delle donne scelte nel vivo della loro esistenza giornaliera, di un
sentimento più umile, più modesto e più intimo nella loro eleganza, che si approssimano maggiormente a quelle della beotica città.
Ciò che mi interessa in un modo tutto particolare nelle terrecotte Hipponiate della collezione Cordopatri, è di trovarvi un certo
numero di figurine e di gruppi riproducenti con esattezza, ma trattato da altre mani con un’aria differente e nelle forme di un’altra
scuola di arte, il soggetto più comune delle terrecotte votive di Taranto, di cui si trova un sì enorme ammasso presso il Mare
Piccolo, e delle quali un altro deposito fu rinvenuto e riconosciuto a Metaponto. Questo soggetto è sempre lo stesso uomo: ora
nella maggior forza degli anni e barbuto, ora efebo imberbe; il basso del corpo avvolto nel suo mantello, il torso nudo, tenendo una
coppa in mano, coricato su di un letto da simposio, sul quale è solo, ovvero accompagnato da una donna velata, assisa
sull’estremità del letto, ai piedi di lui.
Questa scena offre una notevole analogia con quelle delle stele di banchetto funebre così moltiplicate in certe parti della Grecia e
delle quali il Museo di Catanzaro possiede un esemplare proveniente dalle rovine di Locri. In conseguenza, trovando questo
soggetto uguale a quello delle altre terrecotte votive sia a Taranto, sia a Metaponto, sia ad Hipponion, risulta evidente che esso è
un tipo consacrato in particolare nella religione degli Ellenici-Italioti. Per lo scambio dei due modi della sua immagine, ora
giovane ed imberbe, ora virile e barbuto, dal tipo abituale dato alla sua testa, soprattutto quando ella ha la barba;
dall’atteggiamento, dagli attributi coricata di sesso maschile risveglia l’idea di un Dionisios. Così occorre identificarlo: e la figura
di donna velata assisa al piede del letto, converrebbe assai bene ad una Demeter, considerata come sua sposa. Al pari delle
terrecotte di Taranto, che erano portate in abbondanza a Metaponto, quelle d’Hipponion si spargevano nelle località vicine. Le
statuette che si rinvengono a Nicotera, nelle rovine di Medma e Rosarno, sono per la più parte esattamente simili a quella di
Monteleone, dalla natura d’argilla, dal lato tecnico della fattura, dallo stile dell’arte e dalla ricca varietà dei soggetti. Non vi è da
dubitare che escano dagli stessi opifici”. Il noto archeologo giustamente osserva che se le tombe greche di Hipponion son ricche di
terrecotte, sono invece di una povertà singola in fatto di vasi.
Ha trovato pezzi di piccolissima dimensione ed affatto insignificanti. E questo è un fatto comune a tutta la parte meridionale della
Magna Grecia. Anche dagli scavi della necropoli di Locri, accuratamente eseguiti dallo stesso Orsi, per migliaia di tombe,
pochissimi vasi vennero fuori e nessuno di grande dimensione o notevole bellezza di lavoro come quelle delle necropoli della
Campania, della Apulia e della Sicilia. “Nell’epoca arcaica, sec. VII e VI, vi fu in questa contrada un’abbondante importazione di
vasi dipinti di fabbrica Corinthia e Calcidica con decorazioni imitate dai gioielli asiatici, con personaggi e con animali. Campioni
siffatti incontransi frequentemente nei paesi e io ne raccolsi parecchi a Monteleone; ma durante i grandi secoli dell’arte, non solo
non vi furono fabbriche locali di vasi dipinti sia a figure nere, sia a figure rosse, ma eziandio, dai risultati fin qui conosciuti, non
sembrerebbe che vi fossero giunte, né dalla Grecia, né dalla Sicilia, né dalla Campania nella quale Cuma e Nola ne facevano uscire
degli ammirabili dai forni dei loro stovigliai “ (Lenormant op. cit. III p. 241). Importantissimi sono i pezzi archeologici conservati
nel Museo Capialbi. Di esso si occupò il prof. Ettore Gabrici, Ispettore del Museo di Napoli.
Vi sono statue arcaiche rinvenute in Hipponion. La protome di Ariete di stile arcaico è veramente interessante. L’animale è ritratto
nell’atto di darsi a precipitosa fuga. E’ lungo cm. 10 e1/2. La migliore protome è alta cm. 25 e rappresenta una figura maschile in
piedi sopra una testuggine con le braccia in avanti: la stile è arcaico. Il corpo lungo e svelto ed i capelli sono calcareistrati. E’
ammirevole una figura di leone con gli arti inferiori abbassati come per un salto, con la bocca aperta: è arcaico. Vi è una serie
considerevole di piccoli bronzi: fibule, maschere di sileni, animali, schiavi, punte di lance, tripodi serventi di base ad oggetti di
bronzo, anelli ecc.. C’è una bellissima maschera di Sileno a bocca aperta, di bello stile, modellata e saldata ad un protome
muliebre che sta sotto il mento. L’uso di questo pezzo ci viene indicato dallo scalda vivande Pompeiano del Museo di Napoli che
ha una maschera somigliantissima a questa. Vi è uno scarabeo di finissima corniola sotto la cui base è incisa la testa di Perseo che
tiene nella sinistra la testa di uno dei Gorgoni e intorno si legge, a caratteri greco-arcaico DEDSE: il lavoro è pregevole. Il
Professore Ernesto Langlotz dell’Istituto archeologico di Bonn, ritiene che il fregio in bronzo esistente in questo Museo, è opera di
Pitagora, scultore di Reggio del sec. V a. C.. Vi si ammira anche una statua di Diana decapitata in marmo e il profilo di donna
ellenica in terracotta. Dalle collezioni Capialbi, il Prof. P. E. Arias, ha pubblicato i più pregevoli bronzetti tutti provenienti da
Hipponion, grazie a ritrovamenti causali di contadini (Bronzetti inediti di provenienza Italiota).
Tra i più importanti bronzetti vi è una statuetta, sostegno di specchio che rappresenta una figura femminile, la quale con le mani
innalza i lembi del vestito. Ha ben delineate le palpebre che caratterizzano lo sguardo.
Una seconda statuetta, anche sostegno di specchio, rappresenta un efebo ritto su di una tartaruga con le braccia aperte e un po’
protese non per bilanciarsi, ma perché teneva steso da mano a mano un oggetto oggi perduto, come dimostrano le palme levigate
su cui l’oggetto aderiva. Questa figura efebica non può in alcun modo riferirsi al mito di Teseo rapito dal mostro marino. Come
basi di queste figure sono talora utilizzati a scopo puramente decorativo e senza riferimenti mitici, animali accosciati (specchio di
Hermion a Monaco) o più frequentemente animali atti per la loro forma a questa funzione come la tartaruga. (Zanotti-Bianchi –
Archivio Storico-Calabria e Lucania a. X.).
C’è una bella protome d’ariete che il Prof. Arias considera un’ansa grandiosa di un vaso arcaico, mentre Zanotti-Bianchi (op. cit.)
afferma che si potrebbe pensare all’ornamento di uno di quei ricchi tripodi a protomi animalesche se il pezzo cilindrico sporgente
tra le corna dell’ariete, riempito con una colata di piombo che fissa un perno di ferro per innestarlo con un altro elemento, non
suggerisse una utilizzazione pratica di indole differente. Si tratta della determinazione di un timone di carro. Moltissimi piccoli
preziosi rilievi nella caratteristica argilla locale trapunta di lamelle di mica, provennero da Hipponio, comune a quelli di Locri e di
Medma, circa il culto di Persefone, rappresentanti ora un uomo, ora una donna, ora entrambi su kline, l’uno sempre sdraiato, l’altra
ora pure semi-sdraiata, ora seduta, appunto come osservasi sui molti monumenti funebri etruschi (N. Putorti – Italia Antichissima,
III – Rilievi fittili da Locri e da Medma). Sono da iscrivere all’ultima parte del [Link].
Nel 1798 D. Bruno Palermo, nello scavare una cisterna per uso della sua abitazione posta sopra la fontana di Scrimbia, rinvenne un
gran numero di statuette, vasi, animali, modelli ed altri simili oggetti di buono stile (V. Capialbi, Cenno sulle Mura d’Hipponion).
Fra tali manifatture laterizie –afferma il Capialbi (op. cit.)-, si trovarono due dischi di bronzo del diam. Di un palmo circa, in uno
dei quali, in mezzo di una corona di alloro e mirto intersiati di argento, vi era scolpita, su di un ramo di olivo, una civetta e
nell’altro disco un Satiro e la sua capra”. Due anni prima il sig. D. Nunzio D’Amico, pochi passi più sopra scavando le fondamenta
dei muri del suo giardino, vi aveva trovato un giovane Bacco coi grappoli d’uva nelle mani, una tigre e due figure muliebri di
marmo bianco.
Il Bacco e la tigre erano scolpiti da delicato scalpello; le figure muliebri appena abbozzate, cose tutte che fanno credere che in quel
sito c’era una bottega di statuario. Il Generale Danzellot, capo dello Stato Maggiore del Maresciallo Massena, nel 1806, e il
Generale di Brigata Fressinet, circa il 1811, avendo fatto frugare nel medesimo luogo, raccolsero anche gran copia di tali
manifatture laterizie. Eppure quegli scavi furono eseguiti da persone per niente pratiche, alla rinfusa ed a pochi palmi di sotterra.
Non dubitiamo che profondandosi lo scavo si dovrebbe ivi trovare degli oggetti preziosi per l'arte. Nell’inverno del 1802 le piogge
scoprirono nella strada detta –dietro S. Francesco di Assisi-, un’antica strada con case da ambo i lati, delle quali le camere erano
lastricate di finissimi mosaici. Due di essi furono tolti ed, a cura dello scrivente, e del defunto Emanuele Paparo, furono trasportati
e collocati a piè del grande altare nella chiesa matrice, ove quantunque mal connessi da maestri inesperti, fanno bella mostra di
loro. (Questi mosaici furono tolti e distrutti quando nel 1879 l’altare maggiore, dal centro del coro dove trovavasi, fu portato
indietro di alcuni metri verso la parete dell’abside dove ora si trova).
Quello del centro rappresenta uno scacchiere terminato da un bel meandro e agli estremi una doppia fascia rossa ne chiude il
campo. Altri mosaici alternati di rami piatti e celesti a larga fascia di doppio meandro bianco rosso, vennero fuori l’anno 1819 nel
ridursi la scala del pubblico teatro (antica Chiesa S. Giuseppe, chiesa e convertita in teatro al tempo di Gioacchino Murat).
Il 3 – XII – 1825 si ricostruì il portico al detto teatro e dovendosi allargare il muro che sostiene la strada che mena alle baracche
adiacenti verso il settentrione, per situarvi la scala da quel lato, si trovò un tubo di creta dal diam. di palmi tre e tre quarti, sotto del
quale vennero perpendicolarmente situati degli altri e da me osservati, si e creduto un pozzo rivestito di creta. (Il Logoteta descrive
due simili pozzi a Reggio, i quali erano foderati di creta molto ben fatti). Un sepolcreto greco scorgesi nel fondo detto Cofinello
del quale parecchie casse di mattoni si sono visitate ritraendone medaglie greche, oggetti di bronzo e vasi italo-greci neri e figurati
di buon lavoro che si conservano nel nostro piccolo cimelio di antichità. L’anno 1823 nel tracciarsi la nuova strada regia, si è
scoperto un sepolcro romano. Molti altri sepolcri greci e romani si sono spesso rinvenuti nel lato siniatro lungo la medesima strada
all’uscita della città per arrivare a Mileto, dai quali lo scrivente ha ottenuto medaglie greche e romane, lucerne, mattoni con
impronte di creta e qualche vasetto nero di preziose forme; un vasetto singolare di creta color naturale con figura di rilievo, la
quale avendo la testa e le mani di uomo, e decorata di due grandi ale e termina a coda di pesce, venuto fuori da un sepolcro nel
medesimo luogo, ai tre sett. 1825, con una lucernetta di finissima creta nera, aumentò la nostra collezione. Nel luogo detto Cusello
si osserva tuttavia un lungo muro di fabbrica amendorlata (struttura reticolata di Vetruvio), lungo palmi 136, alto da palmi 5 a 9, e
largo palmi 8. La tradizione vuole essere state colà pubbliche terme ed infatti vi scaturisce copia di buona acqua della quale si
servivano gli abitanti della Terra Vecchi. A Terra Vecchia ovunque si muove la terra, bellissimi colorati marmi vengono fuori con
arabeschi e figure delicate i quali riconfermano quanto scrisse Appiano Alessandrino di essere stata Hipponio una delle più
magnifiche fra le colonie italiche promesse ai soldati Triunvirali. E tuttavia si vede nella casa dei La Gamba un magazzino
lastricato di bianco mosaico in quadretti di marmo diligentemente incastrati. Nel giardino dei Signori Crispo, nel fabbricare alcune
baracche dopo il 1790, si sono trovati ancora molti eleganti mosaici, marmi, bronzi, condotti di piombo, altri vari antichi oggetti: e
ne vagheggiamo alcuni noi stessi ed uno specialmente che presentava un gran tondo circondato da ricco festone, in mezzo una rosa
con foglie vivissime di delicato lavoro, che chiamammo perciò il mosaico della rosa e venne dal padrone ricoperto per tema di
danneggiare il fondo. Nella parte superiore nessuna iscrizione greca ci è riusciti rinvenire, ma siamo stati compensati dalle
medaglie ipponiate di elegantissima forma, da vasi dipinti da figure varie, da qualche bel dorso di greco scalpello”.
Il Prof. Pignatari a pag. 79 della sua opera citata, scrive: “Il Sen. Fiorelli riconobbe in un puttino in piedi, alato e coronato di fiori,
il genio ipponiate. Un serto gli scende lungo il suo fianco e porta una rosa nella mano destra mentre con la sinistra sostiene un
canestrino che poggia sull’omero. Questo bellissimo lavoro di orafo che si è voluto attribuire a greco artista e dei sommi, è un
orecchino di cento grammi di oro e fu trovato nella nostra città il 1843. Il serto di fiori esalta la prosperità del paese, la rosa sacra a
Venere mostra il culto per la dea che credevano la tutelare di ogni fecondità”. Altri sepolcri, ci riferisce il Marzano, sono stati
trovati nel 1816 quando si costruiva la strada, che mena a S. Onofrio, nel fondo Gasparri e nel fondo detto Varelli che confina col
Castello, con le solite lucerne e monete ipponiate e bruzie: e monete Bruzie d’argento nel fondo Lapa in Briatico e in quello di Di
Francia, presso la strada Croce della Niviera. “Nel 1862 nel fondo Fra Diavolo di Condò, furono rinvenute due anfore nere senza
maniche le quali, perché avevano un canaletto sporto in fuori, si suppose servissero nelle libagioni specialmente di latte e di olio.
Nel 1774, nel fondo Varelli, fu trovato un bicchiere di creta rappresentante la testa di un cinghiale con le zanne sporte in fuori e col
ciuffetto rilevato sul fronte. Fu pure trovata una statuetta di terracotta. Nel fondo Trappeto Vecchio, Feudo Marzano, fu trovato un
pezzo d’ornato di marmo in forma di capitello con la testa e le ali di sfinge. Inoltre in un sepolcro, fu rinvenuto un unguentario
nero, ben conservato con arabeschi, palmette e meandri di color rosso, uno spicolo di ferro appartenente ad un’asta o lancia di
soldato e gli avanzi di uno stigile di ferro. Nel 1878, in contrada S. Aloe, in mezzo a molti rottami, furono trovati gli avanzi di un
corno potorio di un bel lucido; l’orifizio stretto di esso, terminava con una testa di cane. Nel medesimo fondo vennero fuori uno
scarabeo inciso in corniola, alcune fibule di ferro ed un’olla con due maniche verticali. Vennero fuori ancora una corniola con una
bellissima incisione rappresentante Ercole in piedi che strozza un leoneed alcune fibule d’argento ossidate. Nel 1885 in luoghi
circostanti all’abitato della città, si trovarono una statuetta di Mercurio in bronzo col caduceo, la cuspide di una lancia di ferro, una
maschera comica di creta con foglie di edera, un vasettino nero col collo stretto e labbro superiore allargato, gli avanzi di un
piccolissimo balsamario con arabeschi di color rosso su fondo nero, una patera nera, due manici, alcuni amuleti a pendaglio, un
braccialetto di bronzo a fili ritorti, a guisa di corda, un piatto di creta rossa listato di nero. Nel 1886, ancora nel fondo Varelli, si
rinvennero gli avanzi di una grossa anfora avente una greca ed altri ornamenti di color nero, un frammento di una cornice di
marmoed un anello d’argento ossidato. Dai luoghi d’onde vennero fuori questi vari preziosi oggetti si può delineare la topografia
della antica Hipponion. Molte abitazioni erano sparse qua e là fuori dalle mura dentro le quali, in ogni evenienza, potevano trovare
scampo gli abitanti. A valle quelle abitazioni adornavano, come altrettanti gemme, la bellissima conca che declina al lido
dolcemente, dove ora sorgono Portosalvo, Bivona e Vibo Marina” (Scritti, pag. 46).
Da uno scavo fortuito nel cortile del Prof. Cremona in via Milite Ignoto, fu trovata, sotto tracce di mosaico romano, una maschera
fittile muliebre greca dei primi anni del IV sec.
Il Prof. Orsi ha acquistato pel Museo di Reggio Cal. Un anello d’oro proveniente da Vibo Valentia, d’età ellenistico-romana,
recante incisa nel castone ovale l’immagine di Nike. Essa vola a sinistra piegando alquanto il corpo all’indietro e reggendo con la
mano sinistra una corona. “Veste lungo chiton, cinto alla vita e svolazzante in basso, ed ha i capelli stretti e fissati da una mitra, le
cui estremità svolazzano anche su l’occipite. Dietro a lei volo, anche verso sinistra, un uccello. Attorno al castone è un giro di
foglioline. Questo e l’uccello sono pure incisi. Il lavoro è piuttosto andante: diam. esterno mm. 0,02, int. 0,009, lung. Del castone
0,008, peso gr. 0,15” (N. Putortì – Acquisti del Museo Civico di Reggio Cal. Pag. 2).
Io credo che anche a Vibo Valentia siano stati acquistati dallo stesso prof. Orsi per lo stesso Museo, quattro piccoli bronzi di età
greco-romana che rappresentano: Zeus in piedi, nudo, con corona di olivo incorniciante il viso, capelli lunghi divisi in due masse,
con clamide raccolta, patera nella mano destra protesa, alt. Mm. 61; Hermes in piedi, coi capelli a solchi tirati all’indietro, con la
testa alata e la clamide raccolta sulla spalla sinistra, alt. Mm. 85; Hermes in piedi col capo coperto dal petaso alato, alt. Mm. 66;
Herakles imberbe, coi capelli corti, con la pelle del leone appesa al braccio sinistro, alt. Mm. 125 (Putortì – op. cit. p. 3 – 4). Oltre
che a Proserpina e a Cerere molto diffuso era nell’antica Hipponion il culto verso le sopradette divinità.
Anche provenienti da Vibo Valentia, acquistati presso l’antiquario Bernardo Lopresti per il Museo di Reggio, sono i sette
frammenti di tegole fittili, inscritti, illustrati dall’illustre Putortì in Boll. Soc. Calabr. Di St. Patr. – anno – III – IV. Essere state
fatturate dalle nostre officine risultano dette tegole, colle marche FNAOOS, OBONO, LEPEKO, C. –STAI RUF. Q. LARONI, C.
L. CAISAR. Altri oggetti provenienti da Vibo venduti al Museo di Reggio, in bronzo: sei chiodi con testa a calotta, un pendente di
forma sferoidale, un arco di fibula con costolature, una piccola oca con le penne incise, su peduncolo, residuo di manico di patera,
decorato all’attacco da una mascheretta scenica imberbe con la fronte sormontata da diadema a festoni, lavoro accuratamente
eseguito, e testa di mazza d’arma, irta di punte, accuratamente eseguita (Putortì – op. cit.).
RITROVAMENTI RECENTI
Nel 1961 nei lavori di fondazione del Cinema moderno (via E. Gagliardi), fu rinvenuta dal Rev, Prof. F. Albanese una lastra fittile,
ora nel museo di Reggio, decorata a basso rilievo di cm. 30 di altezza, cm. 23 di larghezza e di cm. 2-4 di spessore. E’ stata
studiata dal Prof. M. Cristofano (Anula Arcaica da Ipponio, Istituto Poligr. Stato in Boll. D’arte N. 3, 1967). “E’ una pòtnia theròn,
comune in ambiente peloponnesiaco, (qualche esemplare rinvenuto nel santuario di Artemide Orthia a Sparta). Particolarmente
nuova è la posizione della figura, seduta. In Italia Merid. ricordo un'’ntefissa capuana dove la pòtnia, sempre con i cigni è
rappresentata in piedi e una terracotta scoperta a Metaponto... La conformazione generale del volto, massiccio, delimitato da tagli
netti, trova confronto nella testa – appliques delle pissidi corinzie: anche il tipo di pettinatura presenta elementi che difficilmente
possono riconoscersi nei tipi di pettinatura noti nelle terrecotte di Locri. Il piccolo monumento mostra un linguaggio
sufficientemente autonomo rispetto alle terrecotte locresi; posto in una fase iniziale della produzione coroplastica, attesa la
complessità dei motivi che vengono a confluire in Magna Grecia prima del costituirsi di centri con una cultura figurativa definita”.
Nello stesso luogo venne fuori una testa di leone in ceramica, protome di una grondaia simile a quella del tempio di Caulonia.
In via Scrimbia, dietro diligenti scavi condotti dal rev. Prof. Albanese, venne fuori una quantità considerevole di vari preziosi
oggetti della civiltà greca, ora esposti nel Museo Statale: statuette votive di tipo locrese del VI sec; terrecotte votive di
fabbricazione ipponiate del VI e V sec; una sfinge di terracotta, prima metà del VI sec; schiniere in bronzo con gorgoneion e altri
bronzi votivi; frammenti di pinakes locresi, prima metà del V sec.; vasi a vernice nera del V sec.; lekytoi attiche a figura nera del
VI sec.; grande cratere a calice a figure rosse del V sec., con scene di danze Dionesiache; doni fittili di frutta: melograna, uva,
pomi; lucerne vasetti per unguenti.
Oltre agli oggetti numerosi trovati nella necropoli dietro la sede dell’INAM, tra cui la laminetta d’oro con iscrizione di contenuto
Orfico, di cui abbiamo dato cenno, vennero fuori in contrada Cofino un altro tempietto, ceramiche corinzie ed attiche, spilloni,
anelli, bronzi e monete varie, un pugnaletto ed una spada di bronzo in ottimo stato di conservazione del IV sec..
Ruderi di Terme romane sono apparse in località S. Aloe con un mosaico circa 25 metri quadrati attorno al quale, in fondo marino
guizzano pesci di ogni specie e si sviluppano sfregi e decorazioni floreali, pavoni dal pennaggio vivissimo e quattro teste figuranti,
forse, le quattro stagioni.
Altri tesori della civiltà greco-romana ci auguriamo possano scoprirsi nei prossimi scavi che la Sopraintendenza alle Antichità di
Reggio ha progettato di fare. A Vibo ogni pezzo di terreno è zona archeologica che nasconde ancora, chi sa, quali e quanti tesori di
arte del nostro passato glorioso.
GUERRE PUNICHE
Veipunium gravemente devastata dai Cartaginesi.
Il principale campo di operazione militare nella prima guerra punica (260 – 241) fu la Sicilia, tra alternative di vittorie e di
sconfitte, terrestri e marittime, di lunghi periodi di inoperosità da parte dei Romani e dei Cartaginesi capitanati da Amilcare Barca.
Ne sentirono grandemente i danni i paesi dell’Italia Merid., specie il Bruzio molto vicino a Messina causa dell’intervento dei
Romani chiamati in aiuto dai Mamertini, contro i Cartaginesi. La sicilia sottomessa dai Romani è il primo territorio fuori della
penisola che divenne provincia romana.
Per 17 anni (218-201) si svolgono le vicende della seconda guerra detta anche annibalica dal nome del sommo generale
cartaginese che la diresse, nelle quali i romani segnarono l’apogeo della gloria militare e civile e diedero prove delle qualità più
eroiche nei diversi teatri d’azione: Italia, Spagna, Illiria, Sicilia. Romani e Italici alleati, fecero nell’Italia merid. opera comune e
decisiva: ma la battaglia di Canne (216) terminò con una delle disfatte romane più memorabili. Fino alla sconfitta cartaginese
presso il Metauro (207), che vendica la rotta romana di Canne, in cui cadde ucciso Asdrubale, fratello di Annibale venuto dalla
Spagna in suo aiuto con 60.000 soldati, la guerra cessa di offrire lo spettacolo di grandiosi fatti d’armi e si risolve in una serie di
scorrerie, di assalti di fortezze ora conquistate, ora perdute dai Romani o dai Cartaginesi. Così i successi principali di Annibale
furono la presa di Capua (216) e di Taranto (212), quelli dei Romani la riconquista dell’una e dell’altra città (211 e 209). I Bruzii,
annidatisi nell’interno della regione sui monti, si schierarono a favore di Annibale mentre le città greche poste sulla costa, si
tennero fedeli alla federazione italica a favore dei Romani. Al che contribuirono, naturalmente i presidii romani, ma più di tutto
l’innata avversione dei Greci per i Cartaginesi.
Nonostante la loro difficile posizione, resistettero coraggiosamente agli attacchi di Annibale, Reggio, Caulonia, Turio, Metaponto,
Petilia.41 Crotone e Locri furono occupati dai Cartaginesi e Bruzii uniti (T. Mommsen, Storia di Roma, I, 411). L’avvento di
Annibale segnò dappertutto devastazioni, massacri, terrore e miseria e distruzione di molte nostre fiorenti città. Basta per tutto ciò
che Tito Livio (ab. Urbe condita, I, XXIII, 30) narra di Crotone: “Graecam urbem, opulentam quondam armis virisque, tum jam
adeo multis magnisque cladibus adflictam, ut omniseatatis minus duo milia civium superesset”. Annibale nel 202 a.C. l’abbandonò
lasciandola in uno stato tale che “a partire da quel tempo essa divenne una delle contrade più deserte d’Italia” (Beloch, La Sicilia e
la Magna Grecia).
La nostra Hipponion, che conquistata dai Brezii, ebbe il primitivo nome di Veipunium, fu anche danneggiata gravemente.
Riferisce T: Livio (XXI, 50-51): depopolato agro Vibonensi urben ipsam terrebant = i Cartaginesi devastarono e saccheggiarono il
territorio vibonese atterrendo la città.42 Essi si erano scagliati contro la città a le sue coste partendo da Lipari con trenta navi e
mille armate. Il console Tito Sempronio informato dall’accaduto, mandò subito in soccorso il legato Sesto Pomponio con 25 navi
cui poi agginge altre 25: “Sexto Pomponio legato cum viginti quinque longis navibus Vibonensem agrum maritimanque oram
Italiae tuendam attribuit (T. Livio XXI, 51, 3, 4, 5).
Così Hipponion restò sicura da ogni violenza nemica e diè prova della sua fedeltà a Roma colla quale era da tanti anni per diritto
legata.43 Molti paesi, dopo la sconfitta di Canne, hanno defezionato dell’alleanza romana, come attesta Tito Livio:
“Quanto autem major ea clades superioribus cladibus fuerit, vel ea res indicio est, quod fides sociorum, quae ad eam diem firma
steterat, tum labare coepit, nulla profecto alia de re, quam quod desperaverant de imperio. Defecère autem ad Poenos hi populi:
Atellani, Galatini, Hirpini Apolorum pars, Sannites praeter Pentros, Bruttii omnes, Lucani, praeter hos Uzentini et Graecorum
omnis ferme ora, Tarentini, Metapontini, Crotonenses, Locrique, et Cisalpini omnes Galli (Ti Livio, XXII, 61, 10)”.
Fra gli alleati venuti meno alla fedeltà verso Roma furono quindi i Bruzii. Grave fu però il castigo inflitto loro al termine della
seconda guerra punica. “L’intero popolo venne ridotto in servitù, privato dal titolo di alleato, dichiarato incapace di portare le armi
e posto in massa nella condizione di schiavi pubblici e come tali furono obbligati a servire i littori, gli uscieri ed i messaggeri dei
magistrati; nessuno altro popolo nella penisola fu trattato con sì implacabile durezza la quale addita la fatica che i Romani
dovettero sopportare per domarli” (Lenormant,La Magna Grecia, III, 210). Lo conferma anche Appiano (Ann. 61) “che a tutti i
popoli fu concesso dal senato romano generale perdono cancellando financo il ricordo del passato; per i soli Bruzii non vi fu
remissione alcuna, anzi da allora furono addetti ai più umili servizi militari e da essi presero il nome di Brutti o Bruttiani i cursori
ed i tabellari di cui si servivano i magistrati nelle province”.
Dure furono anche le sorti delle città greche che non avevano tenuto fede con Roma.44
Rende noto Lenormant (op. cit. p. 201) che dopo l’impresa navale di Sesto Pomponio il nome di Hipponion “non è ricordato una
sola volta nella storia della lotta che Annibale, ridotto alle strette nel Bruzio, vi sostenne per parecchi anni contro i Romani: storia
ove appariscono tutte le città vicine, fra le più oscure e d’importanza minore. Un silenzio simile ha qualcosa di molto significativo
e non si spiegherebbe per una città la cui posizione le dava un valore strategico straordinario. Almeno che non si ammetta ciò che
altri già supposero prima di me, che era stata già distrutta da qualche tempo, per avvenimenti di guerra, di cui il ricordo non ci
venne conservato”. Forse Veipunion dovette subire la stessa sorte di Crotone, di cui abbiamo dato cenno sopra, secondo Tito
Livio.
Certo è che negli ultimi anni della seconda guerra punica molte città greche subirono tali gravi atrocità da dovere essere poi
rimpiazzate di popolazione e ricostruzione attraverso le colonie, come avverrà per Hipponion, nel 192 a. C..
1 Si può ritenere attendibile la sua interpretazione considerando che fin da tempi molti antichi tutta la costa da Capo Suvero fino a
Briatico risulta paludosa. Il mare lambiva le ultime propaggini montuose: poi man mano si allontanò allargando la spiaggia per i
detriti portati dai fiumi in piena nelle frequenti alluvioni e per la direzione dei venti obliqui alla costa.
Il golfo di S. Eufemia Lamezia “quaternario ridotto di ampiezza interrito gradatamente da estesi conoidi alluvionali, a un certo
momento passò allo stato lagunare” (G, Schmiedt, Antichi porti d’Italia, Firenze in Riv. Geogr, Mil. XLVI, n.2, p. 300).
Nel nome Lampete, poi Lametia, c’è un riferimento alle condizioni malariche di questa zona: un fiume chiamato Lamatus
(Amato), da Lama, il genio della malaria e della morte (Borello, Sambiase, p.10).
2 Porro tunc Hipponium urbem Calais vita functi Empirri uxor regebat; eius filia Proserpina per vibonense litus cum vagaretur,
Plutonis Siculi piratae incursus non evasit, eam cum plerisque mulieribus raptam , ut matris dolor quisceret, tamquam in Deae
sorte mutatam sumpserunt Hipponiates, eique templum erexerumt (Procli – Epitome oraculorum).
3 Orestes post parricidium furens, responso oraculorum templi Proserpinae Hipponiacae didicit quod deponerent furorem (probus
in Virgilii Bucolicis).
4 Lycophron – Alex. – Versi 1068 – 70: ubi Lampetes, Ipponi montis asperum cornu.
6 Secondo Antioco di Siracusa, fin dal V secolo, fu chiamata Enotria la parte meridionale dell’attuale Calabria dall’istmo tra
Squillace e S. Eufemia. Secondo altri Enotria comprendeva il Brutium con la Lucania mentre più a nord abitavano Messapi, Japigi
e Salentini che pare confusamente indicassero le stesse popolazioni. Il nome di Enotria fu poi sostituito da quello d’Italia, da Italo
suo re, che la governò saggiamente. Il nome d’Italia si estese fino ai golfi di Posidonia e di Metaponto, il territorio che, all’età
augustea, formò la terza regione d’Italia col nome di Brutium e di Lucania.
7 Le ossidiane, ora nel Museo di Reggio, scoperte dall’Orsi a Torre Galli e ad Hipponion, dimostrano comune attività e rapporti
commerciali tra le due città. Non è da escludersi l’ipotesi che, distrutta la città presso Torre Galli sotto l’ondata dei Greci, specie
dei Locresi, nel VI sec. a. C., gli abitanti superstiti dell’altipiano del Poro, abbiamo emigrato nel vicino territorio Ipponiate , a
Veip, piccolo centro strategico e approdo marittimo facile e ricco. Anche durante i lavori di restauro della Cattedrale di Tropea
sono stati rinvenuti oggetti analoghi a quelli della necropoli preellenica di Torre Galli. (P. Orsi – Le necropoli preelleniche
calabresi di Torre Galli, Canale, Janchina e Patariti).
Commista ad elementi di varia epoca è segnalata, nel Sinus Hipponiates la presenza di Etoli (Strab. VI, 255 – Beloch –Griech,
Gesch. I, 247), di Joni (Pais – St. M. G. e Sic. 164), di Focesi (Lycopf, 1067 – 1082).
8Con l’espressione Magna Grecia o Grecia Major venne indicato, forse nella metà del VI sec. a. C., il territorio dell’Italia Merid.
occupato dalle colonie greche sulla costa jonica: Metaponto, Sibari, Crotone ecc., ed in seguito tutta la fascia costiera dello Jonio e
del Tirreno da Taranto, Reggio, Cuma.
Secondo Strabone (VI, 253) sarebbe compresa anche la Sicilia.
9E. Kunze – H. Schleig, III, Olympia Bericht, 1938-1939, p. 77-79. La iscrizione è incisa su un pezzo di bronzo, certamente una
guaina di scudo beotico. “Alle lettere raccolte nella parte centrale sono aggiunte anche tre iscrizioni poste di traverso. La misura
delle lettere non regolata, in unione con la cattiva conservazione del frammento, rende difficile la lettura dei resti delle lettere della
riga superiore. Tuttavia la lettura è in generale sicura. La th all’ultima parte è sicura, l’a all’inizio probabile; il contenuto
dell’iscrizione proviene dal bottino di guerra di uno dei Crotoniati vinti, può quindi leggersi: a (n) éthesan= sconfissero: Ipponiati,
Medmei e Locresi sconfissero i Crotoniati”.
10 A poco più di un chilometro da Monasterace Marina, a Nord, è stata identificata Caulonia (Orsi, Scavi 1912-15), fondata al
principio del VI sec. a.C.. Ebbe vita florida nei primi tre secoli, ricca anche di monetazione. All’epoca romana “Stalida” era ridotta
a un villagio-stazione itineraria: Strabone la dice deserta. Nel 1972 nel suo mare, vennero trovate due grandi statue di guerrieri di
bronzo, trasportate nel Museo di Reggio.
11 Nel 1889 furono trovate, negli scavi della piana di Maradhà di Locri, per merito dell’Orsi e del Petersen, le due preziose statue
dei Dioscuri discendenti dagli arcioni di candidi cavalli sorretti da equorei Tritoni che ornavano il tempio a loro dedicato. Dal
museo di Napoli furono trasferiti in quello di Reggio.
12 Forse si è esagerato sul lusso e la corruzione di vita dei Sibariti divenuti proverbiali.
Vestivano lane e stoffe milesie, usavano tappeti e mantelli della Persia, vasellame di oro e argento artisticamente cesellato,
candelabri e specchi dell’Etruria. La loro vita molle era in netto contrasto con quella severa dei Crotoniani, nonostante la comune
origine achea, i quali curarono di più la sanità e la vigoria del corpo ed il culto alle divinità.
Secondo Eforo la città era abitata da 100.000 unità e lo Stato Sibarita comprendeva 25 centri (J. Berard, op. cit. p. 149).
13 La sua precisa ubicazione è tutt’ora ignota: presso Nocera, a Torre Casale, alle Mattonate di Scalea o altrove. E’ ricordata da
Omero (Odissea, I. v. 184; Strabone VI, 255-6).
14Ricordata da molte fonti classiche: Strabone (VI, 256); Tucidide (VI, 104); Fleonte di Tralle in Stef. Biz.; Pseudo Symno,
(306-7); Licrofone (726 e 1008); Plinio (N. H., III e 72 – et Crotonensium Terina sinusque ingens Terinaeus); attestata da una ricca
monetazione (V. Head, Historia nummorum, II ediz. Oxford, 1911, pag. 112 e seg.), viene collocata nei pressi dell’Abbazia di S.
Eufemia Vecchia.
Il Pais la pone a Tiriolo ed il suo porto a S. Eufemia (Terina Colonia di Crotone in Ricerche Stor. E Geogr. Sull’Italia Antica,
pag.57 e seg.); P. Orsi la situa presso l’Abbazia Vecchia dove, la tabella testamentaria greca di rame, rinvenuta nel 1914 in un
sepolcro del VI sec. a. C., il cosidetto tesoro di Agatocle, la necropoli ellenistica rinvenuto a Bosco Amatello, e i vari cocci o resti
greco-romani e bizantini sparsi ovunque nella contrada, denotano che si tratta di una vetus civitas prolungata nel tempo (N. S.
1921, p. 470). J. Berard (storia delle colonie greche dell’Italia Merid. cap. VII, p. 16) ritiene che la sua fondazione possa essere
posteriore alla distruzione di Sibari (510), ma non si può escludere che Crotone posssa averla fondata nel corso del VI sec. a. C..
15 E’ probabile che in questo periodo di preponderanza politica Crotone, prima di Locri, abbia stretto relazioni con Hipponion e
Medma, ma non fino al 460-50 a. C., come sostiene Giannelli (Culti e miti della Magna Grecia, pag. 255-325), datazione che
contrasta con la notizia di Duride relativa alla Villa di Gelone che deve essere portata all’anno 470 (Duride apud Ath XII, 542).
Crotone dopo la vittoria su Sibari, come attesta la numismatica, non solo dominò sulla pianura di Sibari, ma si alleò a Pandosia,
Caulonia, Medma, forse anche Hipponion e certamente anche a Terina (J. Berard. La Magna Grecia – pag. 160-1).
16 Medma, sia nel periodo preellenico, sia come colonia Locrese pare abbia avuto le stesse vicende storiche di Hipponion.
Secondo Strabone (VI, 256), il suo porto, “emporion”, era non molto lontano della città sul terrazzo di Rosarno, Pian delle Vigne,
a sinistra del fiume Mesima, dove abbondanti resti dell’antico abitato furono rinvenuti da P. Orsi, a circa 5 Km. Dal mare, e
terracotte di squisita bellezza. Non è da escludersi l’ipotesi che “il basso del Mesima, nei suoi ultimi tre Km. Utilizzato come
[Link], potesse avere avuto uno scalo alla sua foce ed uno al piede della collina di Rosarno”.
Da alcuni l’antico porto viene collocato alla Marina di Nicotera in una rientranza di 500 metri dell’attuale spiaggia. “Le azioni
alluvionali dei corsi d’acqua, afferma G. Schmiedt, o l’azione distributrice delle sabbie da parte delle correnti marine, hanno
distrutto o interrate le spiagge, sommergendo o distruggendo inesorabilmente le antiche strutture portuali” (P. Orsi – Notizie Scavi,
1913, pag. 55 e seg.; 1916, pag. 33 e seg.; Medma-Nicotera in Campagne della Soc. Mag. Grecia, 1926-1927, pag. 37 e 38; G.
Schmiedt, Antichi porti d’Italia, in l’Università, a. XLVI, n. 2, 1966).
7 Locri era congiunta con Hipponion e con Medma attraverso il poro (Pòros= valico) tra Vazzano e Vallelonga, ed il Poro,
l’acropoli su Nicotera, vie dell’Appennino al sud. Batìa (da Bathéia) era un passo minore, come Vatuni presso Terranova in Prov.
Di Reggio.
18 Metaurus è definita da Strabone ancoraggio (ùformos), scalo posto alla foce del fiume omonimo. Sorta nel VII secolo a.C.
come testa di ponte dei Calcidesi di Reggio, passò in mano dei Locresi nel V sec.. Nei dintorni furono trovati alcuni resti di un
tempio arcaico (De Franciscis, Metauro – Atti e Mem. S.M.G., III, 1960; P. Orsi, N.S. 1902, p. 126-130). Si crede sia stata la
patria di Stesicoro.
19 Misura di porzione del Circondario delle dirute Mura dell’antica Ipponio poi detta Vibo-Valentia, oggi nostra patria
Monteleone, fatta in compagnia e coll’assistenza del D. Cesare Lombardi di Domenico e del mio fratello D. Filippo Jacopo
Pignatari.
A 4 Settembre 1757 si diè principio alla misura da quella parte dell’antico muro di cui ancora si possono vedere la rovine. Ci
abbiamo servito a tale scopo di uno spago lungo 19 ½ canne napoletane divise nei capi in palmi e dapertutto nel mezzo in mezze
canne. La misura s’è cominciata dall’estremità verso borea, della vigna detta volgarmente del Medico.
Il muro da tal punto fino al diruto trappeto di Marzano era piantato all’estremità di una pianura sotto la quale dalla parte di Oriente
giace una gran valle larga più di 9 miglia, e questa cominciando da Maierato e Filogaso si stende sempre allargandosi fino a
Rosarno.
Solamente pochi passi prima d’arrivare al detto trappeto vi era un picciol angolo quant’è la strada dove ora si passa ove noi
giudicammo esservi stato forsì una qualche porta fatta in quella piegatura per essere meglio difesa. In tale spazio abbiamo steso
per 12 volte il mentovato spago tutto intero, ed una volta di esso, che conteneva solamente dieci canne.
Si sospettò che nel sito di tali Torri vi fossero due porte; ed infatti per attestato di coloro che sono andati distruggendo queste mura
fra le due prime torri trovavasi una delle porte. Lo spago si è teso per venti volte, furono dunque in tutto:
20. 19 ½=390. Canne 390.
Si devon aggiungere di più canne 3 e ½ per la larghezza della strada dell’olivarelle fino alla dirittura del luogo ove cominciano i
vestigi del muro dopo tale strada.
A 5 Settembre. Il muro viene interrotto da tale strada in mezzo alla quale non si vede vestigio alcuno, ma non ricomincia dall’altra
parte alla stessa dirittura del primo, ma ben 19 canne più verso Settentrione; ondè che se vuolsi che fosse stato altra volta unito
doveva qui fare una specie di angolo retto col filo del muro, una perpendicolare verso Greco di 19 canne circa. Eravi forse in tal
sito ove potea essere meglio difesa una qualche porta: la strada che in tal luogo l’interrompe al certo è molto antica, ed è parte
della strada principale del Regno.
La misura fu ricominciata dal punto ove si vedeano vestigi del muro della parte di Ponente della suddetta strada, ed andando
sempre nel muro a Tramontana in una pianura, abbiamo staso lo spago dieci volte e ci siamo trovati due canne più sotto la Croce
del gran Sentiero. Si hanno a contar dunque:
19 ½. 10=195. Canne 195.
Dalla Croce detta del gran Sentiero comincia un pendio che piega il muro alquanto verso Ponente; abbiamo steso il nostro spago
per tre volte e ci siamo trovati otto canne al di là della strada di Porticella verso Ponente. Dopo questo l’abbiamo steso un’altra
volta intero, ed un altro per 14 canne. Fanno in tutto:
A 11 Settembre. Cominciando a stendere il nostro spago dal cancello ove si entra nel mentovato giardino, l’abbiamo steso sempre
Libeccio in un terreno, or in una parte avvallato, ma che fu in altri tempi piano per tre volte; senonchè nell’ultima fin dove si
vedeano vestigia del muro, ci abbiamo trovato per più canne sotto la pianura fin quasi alla metà discesa di un profondo vallone,
che si vedea chiaramente fatto da un torrente che quivi passa nelle piogge. Qui si perdeano perciò le dette vestigia, ma discesi nel
fondo del vallone, e rampicatici dalla altra parte si è trovata la lunghezza dell’apertura di detto vallone fin al luogo ove
nuovamente cominciavasi a vedere il muro quant’era la stesa del nostro spago, quivi ci siamo trovati in una specie di promontorio
giacchè della parte di Ponente domina il mare;
dietro a noi giace il descritto vallone, ed avendo steso lungo le vestigia del muro lungo la sommità del promontorioche ha la figura
di una mezza palla in quella sua sommità un’altra volta l’intero spago, perdute nuovamente le vestigia del muro ci siamo trovati
all’orlo di un altro simile vallone anche più profondo. Sulle vette del promontorio dopo diciotto canne e mezza si vede il vestigio
di una Torre rotonda, e questo luogo è chiamato anche ai nostri giorni il bastione; il diametro di essa Torre ci parve di otto canne
stesa dallo spago in tutto n.5 e però:
19 ½. 5=97 ½. Canne 97 ½.
Col nostro spago non si e potuto misurare la larghezza di questo altro vallone; ma per quanto c’è paruto stendendolo in altro luogo
abbiamo giudicato potere essere più largo dello spago circa dodici canne; Dopo questa scesa lo abbiamo disteso per alte 9 volte, e
vi vollero altre canne. Dunque in tutto:
1 - Le Mura greche
2 – Le Torri
3 – 4- 5- 6- Recinto di mura medioevali per ordine di Carlo d’Angiò e poi ampliate dal Conte d’Apice.
7 - Nel fondo detto Cofinello si è trovato un sepolcro greco.
8 - Sepolcreto romano sulla strada nazionale: a lato sinistro altri sepolcri greci e romani.
9 - Nel sito detto Cusello vi è un lungo muro: le Terme (scaturisce l’acqua ancora).
10 – Il teatro – nel giardino dei Conventuali – (dietro la Chiesa ora detta del Rosario).
11 – Nel giardino dei Sigg. Crispo, nel fabbricare alcune baracche dopo il 1970 – vennero fuori molti mosaici e bronzi.
Scavi 1921 – m. 100. Il muro in linea retta subisce una rettifica: in un certo punto appaiono due linee di struttura analoga, una
anteriore e l’altra posteriore dove aprivasi una porta secondaria mascherata al muro antistante e protetta da una torre circolare.
Davanti a questa porta si raccolse una buona copia di proiettili in ferro, alcuni infissi profondamente nei massi della cortina (P.
Orsi – Nuove Scoperte).
Quivi il muro piega quasi a Levante benchè non tanto subito, ma pian piano: abbiamo steso per questo giorno lo spago per altre
otto volte in tal dirittura, e segnato il luogo chiamato il Pagliaio di M. Antonio, e da dove poco più innanzi si incontra un vallone
che conduce dalla strada strada detta delli Forgiari alle nostre Fontane. In mezzo di un tal vallone doveva camminare il muro per
alquante canne verso Pon-Libeccio e piegare al di là del vallone verso Mezzogiorno lungo la collina che guarda le fontane, da dove
passano sempre sulla vetta del colle che domina i molini, ripiegando a Levante dal luogo ove si dice la Porta del Conte di Apice,
arriva ove presentemente è il Castello. Da quel luogo quantunque non si scorga vestigio alcuno perché spolpata la montagna,
doveva continuare dominando sempre la Valle detta di Mesima, fino al luogo della vigna del Medico, da dove si è incominciata da
noi la misura addì 4 Settembre 1757.
(Pubblicato in Avvenire Vibonese del 20 – 8 – 1882 dai manoscritti del Dott. Domenico Pignatari).
20 “ Presso le mura si è trovata una bella e grande lancia di ferro nel sito della porta ed una quadrella in ferro a punta ricurva.
La porta ha una luce di m. 1.49 e di 1.20 fra le due mazzette. Era a due battenti? Non si può dire, non essendosi raggiunto il piano
della soglia, per vedere se i buchi dei cardini sono sopra uno solo o su due lati.
Si è trovato alle mura greche un buono assortimento di cuspidi di ferro; (si noti bene, tutte di ferro e nessuna di bronzo), di cui una
è stata trovata ancora infissa nel masso del muro di contro cui venne scoccata.
Assedio cartaginese o dei bruzi? (Orsi, Note e appunti archeologici).
21 Questi aspri combattimenti pare siano avvenuti al tempo di Agatocle (294 a. C.) quanto il Tiranno siracusano, nel luogo assedio
fu costretto ad investire la formidabile cerchia murale della Brettia Eiponion, con ponenti macchine da guerra.
“Durante gli scavi del 1921 furono rinvenuti strumenti e macchine da guerra tra cui, ricordo bene, una balista e un grosso ariete e
qualche grosso recipiente per l’olio bollente” (M. La Rocca, Le recenti scoperte archeologiche).
22 Si chiamava Vecchio Telegrafo perché quivi sorgeva il Telegrafo a segnalazioni convenzionali prima del Telegrafo Elettrico o
Morse.
23 “18 luglio 1921, si sono scavate delle profondissime trincee in direzione di nord e do ovest dal tempio: i risultati son stati quasi
negativi malgrado si sia arrivati al vergine.
Il terreno è stato profondamente rimaneggiato, le mura che correvano lungo il ciglione nord della piccola terrazza, sono state
scavate fino alla ultima assisa: tutto terreno di riporto: nessun contenuto. Fu trovato un muso di grondaia leonina” (Orsi Note e
appunti).
24 “A Còfino è stata ritrovata la traccia di un piccolo tempio a settanta metri a ponente della casa colonica, trasformata a casa. Il
tempio era orientato da levante a ponente e nella linea di fondazione presenta nel pronao una larghezza di m.9.20 sulla fondazione.
Da qui è uscito fuori un grosso bronzo dei Bruzii, due grandi fusti di colonne in calcare bianco buono, 1. M. 1.50, dm. 0,91-0,92
con 24 scannellature staccate, corda 0,10, un terzo rullo di 0,27 alto, senza scannellature. Sul lato lungo nord si è fatto un sensibile
guadagno perché è venuto fuori un buon tratto dello stilobate (se non è muro della cella) con due assise per una lunghezza di cm.
1.30” (Orsi, dal diario).
25 “Sorgeva in una piegatura del terreno fra le due vette di Còfino e di Cultura, non però nell’avvallatura, ma a mezza costa di
essa” (Orsi, Diario).
26 …ad haec vero loca Proserpinam e Sicilia aventasse legendos ad flores credère veteres, quoniam florentissimae regionis
amoenissima prata esse constat. Hinc matronis usus invaluit, ut collectis ex floribus coronas texant cum per dies festos empta serta
gestare vitio illis detur (Strabone – Geographia – VI, 256).
27 Tutti i principali culti locresi si trovano in Hippo-Vibo: Apollo (B. M. C., it, 17; Miomet, I, 884; Naville, 172; Head, 100;
rappresentato come Febo in Vibo (B. M. C., ib. 38; Head, 101; Imoof Blumer, 34), Artemide, in Hippo-Vibo (B. M. C., 20 26);
Dioscuri, in Hippo-Vibo (Cil., X, 30; anche la stella sulle monete romane è allusiva ai Dioscuri (B. M. C., 18 – 21; Miomet, Suppl,
I, 1002); Hera, appare in modo piuttosto dubbio in alcune monete in Hippo-Vibo (Miomet, Suppl., I, 109; Head, 101); Hermes in
Hipponio (B. M. C., I – 6; in Hippo-Vibo (Head, 100, cm. Rosarno – Medma (Michoelis, Am Instit., XXXIX, 137. Tav. D.);
Heracles, in Hippo-Vibo (B. M. C., 27; bat. Hunter ball., 19; Miomet, I, 599, Suppl., I, 101 1018 – (Crispo d’Hipponion e della
Brettia. P. 42).
L’Epigrafe seguente conferma anche l’esistenza del culto verso Castore e Polluce:
Castore Poliux
Dioscuri cum equis
Votum solvit
(V. Capialbi – Inscriptionum specimen – pag. 10)
.Molte statuette ex voto vennero fuori presso la fonte di Scrimbia, con la colomba sul grembo e la colomba è simbolo di Afrodite,
ma anche delle anime dei defunti ed è sacra a Persefone e a Demetra sua madre, dea delle messi, cui non doveva mancare un
tempio in Hipponio.
28 Proserpina o Persefone ebbe il comando da Giove di rimanere per sei mesi nell’Ade con Plutone e per altrettanto tempo con
Cerere, sua madre, sulla terra. Con ciò volevasi indicare che il frumento seminato rimane sepolto nella terra per qualche tempo e
non si vede venire fuori che in primavera. Perciò si celebravano in suo onore due feste, una lieta in primavera e un’altra lugubre in
autunno.
S. Agostino, esponendo la dottrina di Varrone, considera Proserpina come la stessa fecondità dei semi mandati alla terra (De civ.
Dei, VII, 20). Egli identifica il periodo della infecondità della terra a quello trascorso nell’Ade da Persefone rapita da Plutone ed il
periodo della fecondità al suo riapparire sulla terra con Cerere nell’ubertà dei campi tra l’esultanza generale.
30 Amaltea è il nome della capra che allattò Giove in Creta, sottratto dalla madre alla voracità del padre Saturno, e, secondo altri,
nome della ninfa che lo fece allattare. Un suo corno – il corno di Amaltea- riempito di fiori e di frutti donato da Giove alla Ninfa, è
divenuto simbolo di prosperità. Altri racconta che Ercole, sul lido del mare Ipponiate, venne in colluttazione con Achelao che
aveva la forma ti toro, e gli ruppe un corno. Achelao dolente, per ricuperarlo, offrì ad Ercole, in cambio di esso, un corno della
capra Amaltea. Ercole lo accettò e dopo aver arricchito detto corno di ogni genere di frutta, lo consacrò a Giove.
31 La indipendenza d’Hipponion e di Medma è dovuta avvenire nel 422 a. C.. Alcuni sostengono una data molto anteriore.
32 Erano soliti i Tiranni Siracusani espellere gli abitanti della città conquistata.
Nel 477 Ierone scaccia dalle città calcidiche della Sicilia gli abitanti stabilendo in esse colonie militari di mercenari poloponnesi
(Crispo op. cit. 54).
33 Brettioi significherebbe schiavi. “Ignobiles populi” li chiama T. Livio (XXX, 19 – 10). Erano uomini raccogliticci dediti ai
saccheggi, fieramente avversi alle civilissime città italiote delle zone costiere. Nelle guerre puniche diveranno feroci e preziosi
alleati di Annibale per la conquista del Brutium.
Non si sa con certezza a quale ceppo etnico abbiamo appartenuto, di quale civiltà abbiano fruito e quale lingua abbiano parlato. Il
Mommsen (U. D., p. 97) li considera un ramo dei Japigi; F. Ribezzo (Nota paloagrafica e linguistica all’iscrizione brettia studiata
da P. Orsi) li considera invece appartenenti a quagli Ausonii od Italici da cui la regione prende il nome nel VI secolo e che in età
protostorica hanno ricacciato i Japigi oltre il Bradano. Lo dimostra il fatto, afferma l’illustre epigrafista, che in quell’area non si
sono trovate che iscrizioni greche ed osche e nessuna messapica.
35 Accanto all’antico porto Plinio (N. H. III, 13) afferma esserci delle isole chiamate Itacesi con una torre – Ulixis specula –
vendetta di Ulisse. Queste isole vengono identificate con le scogliere oggi riunite alla riva nei pressi di Porto S. Venere (Nissen, II
p, 959; Berard, Storie delle colonie Greche nell’Italia Meridionale p. 315).
Di esse esiste ancora un piccolo scoglio a fior d’acqua sulla riva.
38 Pare che l’aquila effigia su monete coniate da popoli italici nei secoli III e II a. C. ricordi l’opposizione a Roma (Nenci G. Pino
– Aspirazioni egemoniche ed equilibrio mediterraneo – 81).
39 In contrada S. Aloe, fondo Rotondello, negli scavi per costruzione edilizia, furono rivenuti nel 1971, due vasi pieni di circa 600
monete d’argento, in ottimo stato di conservazione, del perioda Bruzio. Alcune sono esposte nel nostro Museo Statale.
40 Per la sua importanza, fin dal principio del Medioevo, la Sila farà parte del vasto patrimonio dei beni immobili della Chiesa
Romana, col nome di Massa Silana. Altre due Masse possederà la Chiesa in Calabria, la Massa Tropeana e quella Nicoterana.
Gregorio Magno nel 601 e, più terdi, Sergio I, si serviranno del legname della Sila per la costruzione delle Basiliche di S. Pietro e
di S. Paolo: “Sabino nostro junximus ut de partibus Bruttiorum aliquantas trabes incidere et usque in locum aptum trahere
debeat… propter Ecclesias BB. Petri et Paulu” (Regesti di Romani Pont. Epist. XXX e XXXI, p. 34-5). Leone Isaurico, per
rappresaglia, usurperà dette Masse alla Chiesa Romana (Anast. Bibl., nella Prefazione al Concilio Costan. IV).
41 “Petilia fu assediata da Imeleone, prefetto di Annibale, costando però tal vittoria ai Cartaginesi il sangue e le ferite di molti: né
furono vinti gli assediati più da altra maggiore forza, che dalla fame, per cui essendo consumate ogni alimento di biade, si
nutrissero delle carni d’ogni generazione di quadrupedi, ed ultimamente dei coiami e delle pelli, di erbe, di radici e di cortecce più
tenere d’arbuscelli, e di cime di rovi dibruscatè; né cedettero prima che mancassero interamente le forze di potere stare in piedi su
le mura e sostenere il peso delle armi” (T. Livio, I, XXIII, c. 30).
42 Il combattimento è dovuto essere aspro e lungo intorno alle mura della città; lo dimostra il gran numero di lance e cuspidi di
ferro, di cui una trovata ancora infissa nei massi della cortina durante gli scavi condotti dall’Orsi (1921).
43 “V. Capialbi sostiene che allorquando nel 218 a.C. i Cartaginesi distrussero il territorio Vibonese, con indicibile terrore, i
Vibonesi preferirono subire lo scempio anzicchè rompere l’alleanza coi Romani”Vibonenses enim libentius agri depoulationem
urbisque terrorem pati, quam a Romanorum fide discendere voluerunt”. La stessa fedeltà avevano mantenuto dopo la sconfitta di
Canne, al contrario di quanto arbitrariamente sostiene il Prof. G. Monaco (“che tutti i Bretti, compresi gli Ipponiati, ad eccezone di
Petilia, avevano sposato le parti dei Cartaginesi, nella speranza di vedere infranta la potenza romana, di cui mal sopportavano il
giogo”) (Vibo Valentia nel pensiero degli studiosi locali).
44 Soggiogata la Sicilia i Romani “si preoccuparono di ricondurvi la tranquillità e l’ordine. Si restrellarono tutti i malandrini che
pullulavano e furono portati sulle coste dell’Italia Meridionale, affinchè devastassero col ferro e col fuoco, il territorio degli alleati
di Annibale, incominciando da Reggio” (Mommsen, Storia di Roma, I, p. 422).
VIBO VELENTIA
Allorchè il Vincitore da Zama, P. Cornelio Scipione, console per la terza volta, ideò la guerra contro Antioco, re di Siria, presso il
quale si era rifugiato Annibale, Roma volle garantire il dominio nella regione dei Brezii inviandovi dei pretori con un esercito a
vigilare ogni probabile moto di ribellione e vi istituì nei punti di maggiore importanza strategica, delle colonie militari.
Nella regione dei Bruzii una fu fondata a Castra Hannibalis, nell’istimo di Catanzaro, nel 199 a.C. (Beloch Rom. Gesch – pag.
595), a Temesa nel 194, a Crotone nello stesso anno, a Thuri nel 193 e ad Hipponion nel 192 (Livio – XXXVI – 45).
Gaio Gracco fondò più tardi colonie romane a Taranto e a Squillace (Pais. – op. cit. – 120). Come Turio ebbe aggiunto al suo
nome il titolo di Copia, per l’abbondante prosperità del territorio, così Vibo ebbe aggiunto quello di Valentia (Livio XXIV – 53),
forse per il valore dei cittadini dimostrato nella guerra contro i Cartaginesi o prendendolo dalla stessa città di Roma che in
principio la gioventù del Lazio chiamò Valentia (Solino, cap. II): - “Sunt qui videri Romae vocabulum ad Evandro primum, datum
cum oppidum ibi… quod extructum antea Velentiam dixerat juventus latina…”.
Sotto il dominio dei Romani l’antico nome d’Hipponio –Veipunium- si andò ormai latinizzando in quello di Vibo-Vibona: “Post
Consentiam Hipponium, Locrorum aedificium, obtinentibus Brutiis, eripuere Romani, mutato deinde vocabulo, Vivonam
Valentiam appellavere – (Strab. IV). Da Veip, derivò la forma latina Vibo.
La colonia di Vibo era composta di tremilasettecento soldati a piedi e di trecento a cavallo (Livio XXXIV, 35): Eodem anno
Vibonam deducta est colonia ex senatus consulto, tria milia et septingenti pedites, tricenti equites.1 A Turio e a Vibo le colonie
furono di diritto latino. Tra le colonie di diritto romano e quelle di diritto latino vi erano differenze profonde. “Mentre le colonie
latine erano organismi federali, semi sovrani, autonomi, che avevano precipuo ufficio di tenere in fede regioni vicine e di mandare
aiuti militari, le colonie romane erano parti della stessa città (Roma), sorvegliavano la costa ed erano esonerati dai doveri di
prendere parte a lontane spedizioni militari (Vacatio militiae)” (Pais. – Storia interna di Roma, p. 116).
Vario è il numero delle persone inviato nelle colonie latine, ma generalmente era di quattromila come a Vibo, mentre nelle colonie
romani venivano collocati solo trecento cittadini. Il territorio da distribuire ai veterani veniva tolto alle città sottomesse. Mentre ad
ogni singolo romano si accordavano da cinque a dieci jugeri, quei di Turi ne ricevevano da trenta a sessanta e quei di Vibo,
quindici i soldati e il doppio i cavalieri.2 Quindi rilevante era la sproporzione tra i due generi di colonie come anche la lontananza:
le colonie latine si fondavano in regioni assai lontane dal Lazio, si riservavano invece alle romane le plaghe fertilissime della
Campania, oggetto di costante cupidigia. Due sole colonie romane erano dedotte a Crotone e a Tempsa, ma ciò per l’importanza
strategica è commerciale di queste città che dominavano le comunicazioni marittime e territoriali fra il mare Jonio ed il Tirreno
(Pais. –op. cit. p. 117).3
Da siffatte considerazioni possiamo dedurre che Vibo dovette cedere ai veterani un totale di sessantaquattromila e cinquecento
jugeri di terreno, occupando ogni jugero, a secondo le dimensioni lasciateci da Varrone e da Plinio, 240 palmi di lunghezza e 120
di larghezza.
Prendendo poi per base il numero generalmente accolto per 4 o 5 persone per famiglia, Vibo raggiungeva una popolazione di circa
20.000 o 30.000 abitanti insieme con gli indigeni. Questa colonia Vibinese pervenne rapidamente ad un grado di ricchezza e di
prosperità simile a quello raggiunto dalla città greca che aveva sostituito. L’attività sua nel porto continua grandissima per la
esportazione del legname proveniente dalla Sila e dalle Serre, per i cantieri di costruzioni di navi, per la pece famosa, per la Via
Popilia a metà strada tra Cosenza e Rhegium, come luogo di approda obbligatorio per le navi che si recavano in Sicilia e da questa
dirette a Napoli.
gli abitanti del nuovo Municipio, mentre per l’abrogatio della colonia latina Valentia, il municipio si era costituito sotto l’antico
nome greco più o meno latinizzato nella pronuncia osco-sabellico, di Vibo Vibona. “Da Cicerone, egli afferma, e da tutti gli altri
scrittori contemporanei o posteriori, la città è costantemente indicata col nome di Vibo (Livio XXX, 40; Vell. Pat. I. 44; App. IV.
30; Ipponeion, Polyb. III, 88, Iboneon), e Vibonenses son detti i cittadini (municipes). Non era sicuramente nel pensiero
dell’oratore che a quel municipio, dai plebei latini, sine litteris e senza nemmeno il jus civitatis, fossero derivati lustro e nobiltà.
Le quindici colonie, tra romane e latine, dedotte negli anni della maggiore potenza di Scipione e particolarmente sotto il suo
secondo consolato, erano formate di umili lavoratori della terra di oscuri soldati; e se anche dovevano essere propugnacula
imperii, per dirla con lo stesso Cicerone, avevano il fine immediato di compensare i molti veterani e di porre riparo ai gravi danni
cagionati dalle guerre annibaliche alle classi rurali per le quali innumerevoli persone erano cadute in rovina. La frase “illustre e
nobile municipio” è indubbiamente allusiva alle origini elleniche della città ed è propria di Cicerone grande ammiratore della
civiltà della Magna Grecia. Ma ingiustificabile imprecisione sarebbe nella meditata prosa Tulliana, anzi inammissibile errore per
jurisperitissimus, la denominazione dei municipes non da Vibo, ma da Valentia, tanto più che questa, peraltro già fusa col
municipium, non solo era stata, secondo il ius pubblico romano, una città, ma nemmeno una vera e propria colonia…Tuttavia,
l’uso dell’etnico Valentini in questo luogo ciceroniano (è l’unica volta che apparisce presso gli scrittori romani) non sembra
puramente casuale scambio di vocabolo, ma corrispondente ad un fatto o ad un’idea che all’oratore preme far risaltare. E’
possibile che la città, per la maggior efficacia dell’ambasceria, avesse inviato a Verre, insieme col nobile ed eloquente romano M.
Mario, un gruppo di legati scelti fra i discendenti degli antichi coloni Valentini come appartenenti alla medesima stirpe latina e
parlanti la sua lingua. Cicerone allora Pretore, lanciava la grave accusa contro Verre, convivente coi pirati italici, di non avere resa
sicura con la flotta la plaga di Temesa, a nord del sinus vibonensis, dove si era annidato da anni un branco d’italici –Sanniti,
Campani, Lucani -, fuggiaschi delle ultime guerre servili, che vivendo di ladroniggi e piraterie, rendeva insicura la navigazione e
infestava le coste vicine. I Vibonesi ne soffrivano i più gravi danni, se non proprio nella città munita di estese e poderose mura
elleniche, nel porto e nella zona costiera interamente coltivata a vigne e a frutteti fin dalla più antica epoca greca. Essi perciò
avevano inviato a Verre un’ambasceria guidata dal romano M. Mario, homo disertus et nobilis, per liberarli dalla masnada di
predoni che disturbavano la costa. O è possibile che Cicerone ospitato e festeggiato, presumibilmente, durante la dimora a Vibo,
dagli elementi latini della città, volesse, osservante come era dei doveri dell’amicizia, render loro grazie ed onore, nominandoli,
anche perché molto gli avevano giovato in quella necessità. Certo è che di quella sosta nella Magna Grecia Cicerone serbò grato
ricordo; dei Valentini o Vibonesi, divenuti forse suoi clienti in quel processo come i Locresi, ebbe grande stima che
pubblicamente manifestò e delle loro testimonianze si valse anche per altri gravi delitti commessi da Verre, come per il caso del
Sannita P. Gavio spinto ad accusare della testimonianza dei Valentini –adductus Valentinorum hominum honestissimorum
testimoniis-“ (Crispo – il viaggio di Cicerone a Vibo – p. 11, 42). Buone ragioni addotte dal Crispo, ma poco convincenti. Con
l’abbrogatio della colonia latina, il Municipio si è dovuto costruire non sotto l’antico nome greco di Vibo-Vibona, ma sotto il
nome di Valentia, città che si estese con una popolazione di circa venticinque e più mila abitanti, nel territorio dove sorgeva
l’antica Hipponion, in prevalenza romani, veterani soldati e cavalieri, agrimensori, cittadini romani che potevano usufruire,
pagando un canone all’erario pubblico, di quella parte designata “ager occupationis et arcifinalis”, dalla quale la plebe era esclusa.
I giovani, privi di ogni mezzo di vita, si saranno dati al banditismo; gli altri, i superstiti alla violenza romana e rimasti tra i ruderi
della propria patria, si saranno trasferiti nella rada sottostante, nei pressi di S. Nicola di Briatico che oggi porta il nome di Porto
Salvo, ove il piccolo nucleo di popolazione esistente prima che Agatocle costruisse il navale d’Hipponion e ne convalidasse
l’Emporio, era divenuto sempre maggiore per l’importanza e lo sviluppo del porto; a questo centro i nuovi trasferiti hanno
ravvivato il nome della terra natia, nella forma originale di Vibo, onde poi Vibona, Bibona, Bivona, e Sinus Vibonensis fu detto
l’ampio golfo.
Per il governo di Roma lo scopo di creare le Colonie era di sollevare le condizioni demografiche ed economiche delle città
spopolate ed immiserite dalle lunghe continue guerre. Ma, secondo il Ciaceri (Storia della Magna Grecia – II – pag. 204), esse in
genere raggiunsero tale finalità almeno al termine della guerra sociale (89 a. C), allorquando tutti i Comuni d’Italia, venendo, per
così dire, municipalizzati, ebbero la cittadinanza romana. “Ciò non avvenne –osserva l’illustre Storiografo- allora soprattutto
perché le colonie romane rimasero sostanzialmente distinte dalle città italiote, a cui Roma aveva ridato l’autonomia interna; e pare
che la distinzione avesse valore reale a cominciare dal punto di vista topografico. Nel caso d’Hipponion vi è motivo di ritenere che
gli antichi abitanti si fossero ridotti ad occupare la zona costiera, quando i coloni si stanziarono in quella di montagna col relativo
possesso delle terre assegnate”.
Anche per la colonia di Copia avvenne lo stesso. I coloni romani preferirono stabilirsi non nella città greca di Thurii e neppure in
un territorio contiguo, ma nella contrada detta Ministalla, a sud di Casa Bianca, costruendo una propria città che era la risultante
della Centuriate: amavano differenziarsi dalla città dove si trasferivano (V. Saletta, Storia di Cassano Ionio, p. 34; Strabone, VI, p.
263).
Alla città costiera rimase l’antico nome latinizzato di Vibo, Vibona, mentre la colonia sulla collina, prese il nome di Valentia. In
seguito avvenne la fusione dei due abitati in un unico comune municipio col nome di Vibo-Valentia come pure per Thurii-Copia,
Scolacium-Minervium, Tarentum-Neptunia (Ciaceri – Magna Grecia – III 212).
Ecco perché nella numismatica del periodo romano troviamo la sola epigrafe Valentia senza il prefisso di Vibo. Vibo-Valentia
non fu denominazione ufficiale, ma espessione geografica di tarda età (Strabone – IV, 268; Ptol. III. 89; Plin. X, 29).
Il Mommsen, seguendo giudizi di antichi topografi, tra cui il Capialbi, crede che “l’oppidum quod Ciceroni dicitur-illustre
nobileque”, e che “etiam in pretoria aetate harum regionum primarium fuit”, fosse situato “ubi nunc est oppidum celebre et
conspicuum Monteleone” avendo una stazione marittima “cui nomen antiquum Bivona adhuc manet” (Iscriptiones Bruttiorum,
Lucaniae etc. LX). Altri ha anche creduto sorgesse Vibo latina sulla riva del Tirreno, cinta dalla parte nord, di alcune deliziose
colline, dove oggi a circa quattro miglia di distanza vedesi la città di Monteleone (Zangari – Della Topografia e Stato politico di
Vibona nel Bruttium).
Sul mare sorgeva Vibo o Vibona, con nome latinizzato, distinta da Valentia sulla collina, a corona dell’importante porto, con il
grande emporio per tutta la regione dei Bruzii, il cui commercio era ancora in fiore al tempo di Strabone: “Habet emporium quod
olim Agathocles, sicilianorum tirannus, ea potitus urbe, instituit”. Non mancavano superbi edifici e ville, e vi sorgeva maestoso il
tempio in onore di Proserpina, come molti credono. Sulla costiera venne fuori un ricco materiale archeologico e le non poche
“abrasax”, pietre con figurazioni simboliche adoperate come amuleti, senza dubbio importate da orientali colà stabilitisi per
ragioni commerciali. Altre sicure testimonianze sono “gli avanzi di costruzioni romane, una nei pressi della stazione ferroviaria
dello Stato, rinvenuta nel 1894 durante i lavori di sterro della linea ferroviaria Pizzo-Nicotera, con pavimenti a mosaico e pareti
rivestite di crustae marmoree di breccia colorata, ove fu trovata la statuetta di Arianna dormiente che oggi adorna la fontana al
bivio Vibo-Marina-Pizzo: l’altra a valle della strada ferrata nel fondo Marzano (1928), ove furono trovate una statua acefala in
marmo greco, forse di Nettuno, attualmente al Museo Naz. Di Reggio Cal. E la cornice anche marmorea, decorata da festoni di
fogliame a rilievo, attualmente nella raccolta Capialbi; e la terza nel fondo Rondinelli, consistente in muri laterizi, fra cui una
parte semicircolare pertinente ad una esdra ed avanzi di pavimentazione ad opus spicatum”.4
Qui, presso, nello stesso anno, all’imboccatura all’imboccatura della galleria ferroviaria Vibo-Marina Pizzo, venne scoperta una
statua in marmo pentelico, raffigurante una divinità muliebre, panneggiata, ora nel Museo di Reggio, acefala, alta m. 1.30 su base
ovale di cm. 50x27x4, artisticamente bella da essere paragonata all’Artemide di Dresda.5 La qualcosa dimostra che a Vibona non
poche dovettero essere le ville ricche di opere d’arte appartenenti a patrizi romani per i quali possedere un’abitazione davanti a
uno specchio di mare, era la più lusinghiera ambizione.
Valentia romana non ha raggiunto però il progresso dell’Hipponion ellenica nel primo periodo, fino all’89 a.C. . Il governo di
Roma nei Bruzii è stato di oppressione e di sfruttamento. Lo conferma il Mommsen il quale nel Coepus Inscr. Lat. X, 3,
considerata la penuria di titoli romani nel territorio rispondente all’attuale Calabria, ne attribuisce la causa al fatto che, cessate le
repubbliche greche, i nuovi dominatori abbandonarono il territorio ai vacilli e ai fittuarii dei latifondisti; se vi furono delle
colonie, esse rimasero abbandonate a se stesse. La colonia nelle monete è sempre e soltanto detta Valentia, mai Vibo o Vibona
(Garrucci – II, 168). Vi sono Vittoriati e Semivittoriati che portano il monogramma VB, i quali si ritengono posteriori alle guerre
sociali (89 a.C.). solo tardi, come si è detto nel precedente capitolo, avverrà la fusione dei due abitati in unico Comune o
Municipio col nome composto di Vibo-Valentia.
Anche Thurii ebbe aggiunto il nome di Copia quando in essa fu dedotta una colonia romana nel 193 a.C.. Ma continuò a
conservare il suo antico nome di Thurii coi vecchi abitanti Greci, mentre Copia, posta fuori di essa ed avente come suo punto
centrale il villaggio di Frentino, era abitata dai nuovi coloni sempre col nome di Copia, come appare dalle sue monete(Nissen Ital.
Landesk, I, 922). Era sorto un doppio comune. Quando però Thurii ebbe la cittadinanza romana ugualmente alla colonia ed
entrambi vennero a formare un solo municipio, i due nomi comparvero ufficialmente insieme nella forma C. (opia-Thur(ii)
(Mommsen C.I.L. – XL, pag. 18; Ciaceri – M. G. III, - 212).
Il nome di Copia poi ben presto scomparve non essendo più ricordato né da Plinio, né dagli itinerari, mentre al tempo di Cicerone
e di Cesare si continua a ricordare Thuri (Cicero-Pro Tull. 6, 14; Caes. De Bello Civ. – III, 22, 3).
E così la colonia di Minerva fondata presso Scyllacium, alla foce del Corace, appunto dove erano i Castra Hannibalis, dopo la
legge Plauto-Papirio (89), prese la doppia denominazione di Scolacium-Minervium, ma continuò a prevalere nella sua antica
forma il nome di Scyllacium presso gli scrittori greci e latini (Nissen – op. cit. II, - 947).
Distinta dalla città di Taranto fu la colonia Neptunia: entrambe in seguito si fusero col nome di Tarentum-Neptunia; ma
sopravvisse solo il nome di Tarentum che, al dire di Strabone, accolse dentro la città la colonia romana (Strab. VI, 281).
In maniera inconfondibile risulta la distinzione dei due centri Vibona e Valentia, computando la distanza indicataci lungo la via
Aquila, sia dalla Tavola Miliaria del Foro Aquilio nel Vallo di Diano, fabbricata sul muro estrerno della Taverna del Passo di
Polla, sia dall’Itinerario Antoniano, a partire da Reggio:
Lapis Pollanus tinerarIium Antonini
Regium A Regio ad Columnan
VI XII
Ad fretum A Columna ad Mellias
A fretu ad Statuam XIV
LI A Mellia ad Nicoteram
A Regio ad Valentiam M. P. LVII XXIV
Km. 84, 8951 A Nicotera ad Vibonam
XXVIII
A Regio ad Vibonam M. P. LXVIII
Km. 101, 1892
Quindi i due centri di Vibona e Valentia vissero isolatamente vita propria fino al termine della guerra sociale e sembra che la
distinzione abbia avuto valore reale a cominciare dal punto di vista topografico.
Dopo la fusione, Vibo-Valentia prosperò raggiungendo un grado di ricchezza abbastanza notevole. Fu Municipio ben ordinato,
dotato di tutto l’organismo civile e sacerdotale, col colleggio dei Quadrunviri, due –jure dicundo- e due aediles, come a Taranto, il
Senato ed il Pontefice Massimo, secondo quanto confermano le iscrizioni (Mommsen – C.I.L. X. 7).
Cicerone chiamò la città “nobile ed illustre Minicipium” (In Verrem); Appiamo la pose tra le principali città d’Italia (IV, 3, 25),
dopo Capua, Venosa, Benevento, Nuceria, Ariminio.
Ruderi preziosi del periodo romano si rinvennero a Valentia qua e là scavando per la fondazione di nuovi recenti edifici: tombe,
mosaici, orcioli, frammenti di capitelli o di colonne o di pilastri.
I monumenti più importanti del tempo romano sono il Teatro, le Terme ed il Tempio di Proserpina.
importante per i movimenti della sua flotta tra l’Italia Merid. e la Sicilia. Parte di esse infatti, comandata da M. Pomponio, operava
a Messina, parte a Vibona comandata dal pretore P. Sulpicio. Cesare stesso racconta che né l’una né l’altra poterono resistere al
furore di Cassio che diede alle fiamme l’armata stazionata a Messina in numero di 35 navi e potè sorprendere e bruciare altre
cinque nel golfo di Vibona. Una siffatta perdita non atterrì i Vibonesi Cesariani i quali, contumeliam non tulerunt, e sebbene non
fossero soldati di marina ma veterani legionari –ex veteribus legionibus- di presidio alle navi, -relicti praesidio navibus-, sua
sponte naves conscenderunt et a terra solverunt impetuque facto-, e fatto impeto contro la flotta di Cassio in numero di 40, ne
prese due quinqueremi e due treremi e costrinsero le altre a precipitosa fuga; Cassio stesso che si trovava un una delle
quinqueremi catturate, sarebbe caduto prigioniero se non fosse fuggito a tempo in una piccola imbarcazione (sed Cassius excetus
scapha refugit).7
LLIONE. Q. ANICIO. L. F.
ECIDIO. C. F. RUFO. C. M.
C. EGNATIO. C. F. RUFO. C.
Nel 1922 il Prof. C. Cichorius (Romiche Studient, p. 116), studiò l’iscrizione e concluse col vedere in essa l’elogio dei dieci
quadrunviri, personaggi componenti la commissione della legge agraria di M. Livio Druso, il quale, riprendendo le riforme agrarie
dei Gracchi, tra il 99 e il 91 a.C., operò anche nel Brutium e avrebbe preso disposizioni favorevoli per Vibo prima dell’istituzione
del Municipio.
Ecco la interpretazione del Cichorius:
(….) C. Laberius IIII v(iri).. (L.L.)icinio
L.f. Crasso.P. Al (bio) P.f.L. Sempronio. F. Rufo
C. M(amilio.f. Ase)llione. Q. Anicio L.f. (Gallo).
Il Prof. De Grassi, nel 1968 fece fotografare la iscrizione attraverso la luce radente ed è venuto fuori un testo ben diverso da quello
pubblicato dal Barnabei e dal Mommsen e che fece cadere l’ipotesi del Cichorius.
I quatorviri….e….Classico, essendo promotori Licinio Crasso figlio di Lucio, Publio A…., Caio Asinio Pollione figlio di Caio,
Quinto Acinio figlio di Pubblio, …. Decido Rufo figlio di Caio, Caio M. …, Caio Egnatio Rufo figlio di Caio e …., restaurarono
le mura a pubbliche spese.
L’iscrizione parla adunque di ricostruzione delle mura. Ma a quale anno si riferisce? Tre sono le ipotesi secondo il Prof. Grassi:
“Nel 71 quando Vibo Valentia temeva l’assalto di una orda di schiavi superstiti della rivolta di Spartaco che avevano occupato,
come sembra, la vicina Temesa e si ricorre invano all’aiuto di Verre (Cicer. Verr. V, 15, 39, 41: Italici figitivorum belli reliquias);
nel 48 quando fu presidiata dai soldati di Cesare e nel suo porto stazionò una parte della flotta Cesariana attaccata con scarso
successo da C. Crasso Longino (Caes. De. Bello Civ. 101); nel 38 quando Ottaviano vi si rifugiò dopo la distruzione della sua
flotta e successivamente fece del porto la base dell’operazione contro Sesto Pompeo (Appian. Belli. Civ., v, 91, 99, 103).
Escluderei il primo momento perché nel 71 non si sarebbero trovati a Vibo tanti esponenti della nobiltà romana e tra il secondo e
il terzo momento preferisco il secondo. I personaggi nominati sarebbero amici di Cesare, tra i quali si annoverò certamente anche
Asinio Pollione. Il possesso di Vibo, città ricca e uno dei principali centri della via Popolia che disponeva anche di un ottimo
porto, doveva essere ambito dai Pompeiani e da qui la necessità di comandi di truppe e del rafforzamento delle difese”.9
C. Caesar(i)Pontif
Max, Imp. Cos. Tert.
Ex. S. C. Populus
Patrono
La iscrizione scolpita sul marmo di dimensioni cm. 66x41, spessore cm. 6, accoglie la notizia del III Consolato di Cesare,
riconosciuto dagli storici, nell’anno 46 a.C..
Anche di alcuni altri Municipi Cesare risulta Patrono, come ci attestano le iscrizioni di Boviano e di Alba Fucens.11
A Cesare non poteva sfuggire l’importanza di Vibo come punto strategico ed economico, base navale per la sorveglianza su tutte
le coste del Tirreno e per l’imbarco di truppe alla volta della Sicilia e quindi dell’Africa, nodo stradale della via Popilia ed uno dei
termini di congiunzione dal Tirreno al Jonio fino a Brindisi. Inoltre il suo retroterra ricco di olio, grano, legname e pece era
sommamente ambito.
Come tale era stata sede di insediamento di una colonia civium romanorum fin dal 236 e poi nel 192 di una colonia di diritto
latinio.12 Durante le Guerre Civili, Vibo, come abbiamo detto, era servita a Cesare come sede navale e sede di un notevole
contingente di veterani che, con straordinario furore, misero in fuga la flotta pompeiana, forte di 40 unità, ed il loro comandante
Cassio. Per Vibo, in seguito, avrà particolare riguardo Ottaviano nell’impresa per la conquista della Sicilia nel 38 a.C..
La concessione del Patronato aveva grande valore politico e propagandistico. A favore di Cesare i municipi avevano presa chiara
e leale posizione: la benevolenza e coerenza di essi e la fedeltà dell’esercito sono i caposaldi dei suoi successi. Le colonie militari,
nuclei dei soldati insediati, mantenendo il carattere di corpo militare, erano mezzi di potere di Cesare. Al giuramento di fedeltà
che avevano prestato al loro generale, si era aggiunto il rapporto di fides intercorrente tra cliens e patronus. Suoi patronati erano le
colonie, suoi clientes i coloni ex veterani. Coi patronati Cesare quindi realizzava una serie continua di rapporti clientelari che
costituivano il nerbo della sua forza politica: la fides dei clientes lo faceva centro dei consensi dei municipes clientes.13
Dalla iscrizione di Quinto Muticilio, di cui parleremo in seguito, rileviamo che anche l’Imperatore Antonino Pio, si conferma
minicipi Patronus, ma certo non con lo stesso significato politico ed importanza che riscontriamo essere stati in Cesare.14
SOTTO OTTAVIANO
Deduzione di una seconda Colonia a Vibo Valentia (36 a.C.)
Dopo la morte ci Cesare (43 a.C.), si formò il secondo triunvirato con Antonio, Lepido e Ottaviano, oltre al governo della Sicilia,
della Sardegna e dell’Africa, toccò la guerra contro i congiurati e la concessione di diciotto città di Italia come bottino ai veterani
delle guerre di Cesare, tra cui Cremona, Mantova, Rimini, Capua, Benevento, Venosa, Nocera, Reggio e Vibo. “Erano state
designate, conferma Appiano Alessandrino, diciotto città, tra le migliori e le più ricche d’Italia per terreni, case e per ogni altro
bene, come premio di guerra, assegnate dai Triunviri ai veterani per renderle più pronte ai loro perfidi disegni” (Stor. Rom., IV,
3).
Ma la legge fu ritenuta dannosa specie ai piccoli proprietari che avevano valorizzato le loro terre con grandi sacrifizi. Non fu
accordato alcun indennizzo per cui si suscitò accanita opposizione contro Ottaviano per mezzo del console Lucio Antonio, fratello
del triunviro (App. V, 21, 884; Cassio D. XL, 8). Vibo, protestatrice, fu minacciata di devastazione; molti suoi cittadini si
aggregarono alle truppe composte principalmente di proscritti fuggitivi da Roma con a capo Vitulino che tentò di resistere con le
armi contro le corti dei triunviri nei dintorni di Reggio.
Ottaviano viene nel Bruzio per organizzare la guerra marittima contro Sesto Pompeo, padrone della Sicilia, che con la sua flotta
dominava il Mediterraneo ed impediva ogni commercio con Roma. Egli si convinse che nulla poteva fare senza l’amicizia e la
fedeltà di Vibo e di Reggio –has maxime timebat, ut freto vicinas- e promise loro, in suo nome e in quello dei suoi colleghi nel
triunvirato, di escludere le due città designate ad essere bottino dei veterani (App. IV, 658; Svet. Aug. 13).
Con la sconfitta di Sesto Pompeo a Mylae (Milazzo) e a Naulochos, la Sicilia si arrese.15Ottaviano portò a termine la distruzione
delle terre ai veterani nel 29 a.C. quando tutto l’impero di Roma fu in suo potere. Pare però che né Vibo né Reggio ne siano state
risparmiate secondo la promessa di Ottaviano.
Appiano e Dione Cassio c’informano che in seguito alla vittoria su Sesto Pompeo i soldati tumultuando a Messina, ricordarono a
Ottaviano le promesse fatte ed egli dette cinquecento danari a testa ai soldati ed appagò le prtese di coloro che con lui avevano
combattuto sin da Modena, con la concessione di terre (App. B. C., V. 5, 21). Il Mommsen esclude che a Vibo-Valentia sia stata
dedotta alcuna colonia, essendo Municipio (C. I. L. – X).
Ma anche Reggio rimase Municipio e se forse non ebbe una colonia vera e propria, ebbe però uno stanziamento di Classari,
soldati della flotta augustea, per cui si riebbe della scarsezza demografica (36 a.C.) (Strab., IV, 259). A questo tendevano
esclusivamente le colonie di Augusto, a rafforzare cioè le popolazioni degli antichi municipi o delle colonie già in precedenza
fondate, stremate grandemente a causa delle guerre civili. Reggio, prese dall’ora il nome di Rhegium Julii, rimase grata ad
Augusto che considerò come suo protettore innalzandogli una statua sul cippo di pietra scoperto nel 1920, su cui è incisa la parola
“Augusti” (P. Orsi, Not. Scav., 1932, p. 152).
Anche Vibo gravemente danneggiata per i continui sbarchi ed attacchi nemici, non fu risparmiata nella deduzione di una seconda
colonia, che servì per riportarla allo stato di primiera floridezza. La vittoria era costata enormi sacrifici e presumibilmente causa
della quarta acclamatio imperatoria, sicchè non deve destare meraviglia se Ottaviano, a guerra finita, per rendere redditizio il
terreno e superare quella carestia che da anni tormentava tutti i oaesi, specie Roma, ed era ragione contro di lui di un’opposizione
spietata, abbia assegnato ai veterani l’ager vibonensis, venendo meno alla promessa fatta in precedenza a Vibona e a Reggio, di
escluderle da ogni bottino di guerra.
Come Reggio così Vibo dovette rimanere grata ad Ottaviano: anche qui fu trovata, dedicata in suo onore, la iscrizione in marmo:
“AUGUSTO” (Capialbi, Spec. Vibon. Inscript.); (Mommsen, C.I.L.).
PONTIFEX MAXIMUS
EX S.C. STAT. CUR.
(La iscrizione era murata nella parete esterna della casa Fiaschè, vicino alla porta S. Antonio (Capialbi, Specimen, pag. II).
Q. BARONIUS. Q. F.
L. LIBERTIUS. C. F. PONT. MAX.
Questa iscrizione sta in un marmo quadrato il quale ha in mezzo un gran buco coi laterali come per ricevere un vaso, e ad uno dei
lati largo palmi tre, alto un palmo, vi è l’iscrizione.
“Abbiamo creduto, dice Vito Capialbi, essere stato usato tal marmo per metterci il semicongio rettificato dalla pubblica autorità a
comune vantaggio, e quindi abbiamo letto:
(suppl. posuerunt)”.
Dunque la nostra misura era il semi-congio, vale a dire il campione o la misura di liquidi a cinque libbre: giacchè, secondo Festo,
-congius vini decem ponderis fiet.- In Pompei si son ritrovate anche le pubbliche misure della forma presso a poco simili al nostro
marmo.
Il sacerdozio, composto di sacerdotesse, di Flamini, di Auguri, aveva a capo un Pontefice Massimo, come rilevasi dalle iscrizioni
su riportate.
“In prima credevasi, scrive G. B. Marzano (op. cit. p. 19), che il Pontefice Massimo, capo del Collegio dei Pontefici, non fosse
stato che solamente in Roma, ma, dopo l’esempio d’un marmo trovato in Arezzo, questa opinione si è modificata e si è detto che
in altri Municipi, sebbene pochi, ma ragguardevoli per civiltà, per ampiezza di fabbricati e per numero di popolo, tale dignità
avesse sede”. Dunque il Municipio di Vibo Valentia era così ragguardevole da avere anche il Pontifex Maximus, capo del
Collegio dei Pontefici. Vi erano inoltre i quadrunviri che, come a Roma, avevano il potere esecutivo, cioè due quatuorviri –juri
dicundo- erano i giudici della città; gli altri due –aeditilia potestate- compivano le funzioni degli edili. I Quatuorviri in carica al
tempo del censimento che aveva luogo ogni cinque anni, ricevevano, come a Roma, il titolo di quinquennales e di censores; i
quatuorviri poi che per una cagione non avevano potuto compiere interamente le funzioni di quatuorviri quinquennales,
ricevevano pure come a Roma, le insigne Censoriali –ornamenta censoria.-
Di Quatuorviri jure dicundo si parla nella 2° iscrizione già sopra riportata; di Quatuorviri –aedilitia potestate- si parla in queste:
D.M. + + + SATRIO. L. F. INGENUO. + + + IIIIVIR. AED. POT. + + + VIX. AN. XXVIIII PAT. F. B. M. FECIT (Muratori
– p. 742. N. 5; Marzano – op. cit. p. 17).
…..ITEST. + + + S. FIERI F. + + + …ME. ANN. + + + POT. AED.(Bisogni, op. cit. pag. 134).
Di Quatuorviri –ornamenta censoria-:
ET muniFICIENTIAM.
MULTAQUE MARITA EIUS EX CONSENSU POPULI CUIUS OB
DEDICATIONEM ITERUM DECURIONIBUS HIS VIII
N. AUGUSTA
LIBUS HIS VI N. POPULO VIRITIM HIS N. DEDIT
L.D.P.P.D.D.
La lapide fu vista e studiata dal celebre epigrafista Dom. Romanelli che l’ha pubblicata nel 1812 (L’Antica topografia istorica del
Regno di Napoli). Fu ripubblicata dal Mommsen (C.I.L.., 53), il quale si rammaricò di non averla potuto vedere quando nel 1873
venne a Monteleone, perché scomparsa: “lapides vidi scriptos domi servatos apud Capialbos et Cordopatrium, aliosque”, eccetto il
marmo di Quinto Muticilio che “domi marchionis Francia, nibilis domini, aliquando addiservatus, negligentia ignobili periit”. Il
marmo trovato tra la chiesa della Madonnella e Piazza d’Armi, era stato acquistato dal Marchese di S. Caterina D. Diego di
Francia. Il Capialbi lo riporta nell'’scriptionum vibonensium specimen. Ecco la traduzione fatta dal Prof. D. Zangari (Topografia e
Stato politico di Vibona nel Brutium. Napoli 1923):
A Quinto Muticilio Sesto Deciano, figlio di Quinto, della tribù Emilia.
Quatuorviro, Quinquennale monetale, Questore del pubblico erario, onorato di cavallo pubblico dall’Imperatore Divo Adriano,
situato nel collegio… dall’Imperatore Antonino Augusto Pio, protettore del Municipio, il quale, per l’amore della Patria per la
propria munificenza e per molti di lui meriti, col consenso del Popolo, fece la dedicazione, per la quale diè di nuovo ai Decurioni
otto sesterzi, agli Augustali sei e al popolo, per testa, quattro. Dato il luogo di sepolcro pubblicamente per decreto dei
Decurioni…16
La lapide, rotta in tre pezzi, presenta delle lacune per cui non è possibile sapere in quale ordine o collegio o carica fosse situato
Muticilio dell’Imper. Antonino; era però un personaggio molto ragguardevole; cavaliere romano, quadrunviro monetale e
questore, cioè custode del pubblico erario.
Qui si parla della dedicazione di statua o di tempio o opera pubblica, forse ad uno dei nominati imperatori, o a qualche divinità col
consenso del popolo e la elargizione in denaro.
A Vibona apprende la correctio alla legge clodiana de exsilio, per la quale gli si ingiunge di stabilirsi a cinquecento cinquanta
miglia distante dall’Italia e gli si vieta di essere ospitato, nella peregrinazione, pena la vita e la confisca dei beni ai contravventori.
A Vibona, come la prima volta nel 71, fu ospite di Vibio Sicca, in fundum Siccae veni, che sotto il suo consolato era stato
praefectus fabrum, ufficio allora onorifico e indicante piuttosto l’uomo di fiducia del console. Cicerone lo aveva incontrato in
Sicilia, al tempo del processo di Verre, dove doveva attendere ad industria agricola o al commercio o ad altri uffici, come molti
ricchi romani i quali impegnavano i loro capitali prendendo in affitto estesi terreni, per trarne cospicui guadagni, o allevando
bestiame, o dedicandosi agli affari ed alle operazioni di banca (Cicerone – in Verrem II, 6).
Sicca possedeva anche una villa a Roma, sulla via Nomentana, non lungi dalla villa ciceroniana ad Astura. Dall’epistolario di
Cicerone si rileva che la sua ordinaria dimora era a Roma, dove partecipava attivamente alla vita pubblica. Sua moglie, Settimia
Fidia, era donna assai nota nell’alta società. Per la sua nascita e l’alta condizione sociale, Sicca non discendeva quindi dai plebei
latini della colonia Valentia, ma come tanti altri patrizi romani, aveva un luogo di delizie, nell’ameno suburbio Vibonese, in
prossimità del mare (Crispo – I viaggi di M. T. Cicerone a Vibo).
Per la stagione piovosa, le piene dei fiumi e soprattutto per il suo andare guardingo che costringevalo a tenersi distante dalla strada
del consolare, Cicerone dovette giungere a Vibona verso la fine di Marzo o il principio di Aprile. In casa di Sicca ebbe la
spiacevole notizia che C. Virgilio gli avrebbe impedito di porre piede nell’isola. Allora tornato al primo proposito, decise di
riprendere il cammino verso Brindisi per terra, poiché il rigore della stagione non permettevagli di viaggiare per via marittima.
Urgeva allontanarsi da Vibo e Sicca volle accompagnare l’infelice amico nel fortunoso viaggio. “Tum consilio repenti mutato, a
Vibone Brundisium terra petere contendi. Nam marittimoscursus praecludebat hiemis magnitudo” (Cic. Pro. Planc. XL, 96).
Il 4 o 5 Aprile Cicerone scrive ad Attico, che aveva chiamato a Vibo, per giustificare la sua improvvisa partenza: “Alla mia misera
condizione, più che all’incostanza, deve attribuirsi il mio rapido allontanamento da Vibo dove ti avevo pregato di venire e ti
aspettavo. Sai che un emendamento aggrava la legge di pernice mea e mi impone di allontanarmi oltre cinquecento miglia
dall’Italia. Decisi perciò di dirigermi subito alla volta di Brindisi un giorno prima del decorso dalla rogatio, per non esporre anche
Sicca a pricolo di morte (ne et Sicca periret) e perché non mi era possibile recarmi a Malta” (Ad Atticum. III, 4). (Melitae, di cui
parla Cicerone nella citata lettera ad Attico, non è Mileto, comune della provincia di Catanzaro, come ha opinato A. [Link]
–Di un luogo dell’Epist. IV, L. III di Cic. Ad Att.- Nei documenti medioevali Mileto non è mai chiamata Melita, ma sempre
Mileton o Meliton. Ma Cicerone lo specifica chiaramente in –Verrem IV, 46: Insula est Melita… satis lato a Sicilia mari
pericolosoque disiuncta in qua est eodem nomine oppidum-). Da Vibo passa quindi sul versante jonico; per le strade più brevi,
attraverso la vallata del Mesima e la montagna boschiva, pervenne a Scyllacium e da qui a Crotone, Petilia, Thurii e Tarentum.
Torna a pregare Attico di raggiungerlo su quella strada, se pur qualcuno avesse il coraggio di accoglierlo: “me, miPomponi, valde
paenitet vivere; qua in re me valuisti; sed haec coram; fac modo ut venias”.
Egli ebbe però a lodarsi dell’amorevole assistenza prestatagli dalle città italiote nelle quali si fermò sul cammino da Vibo a
Brindisi: “Qum omnia illa municipia, quae sunt a Vibone Brundisium in fide mea… essent; iter mihi tutum multi minitantibus
magno cum suo metu praestiterunt” (Pro Placio, cap. XL.). Nel febbraio del 45 a.C. Cicerone era stato colpito duramente dalla
perdita della figlia Tullia seguita poco tempo dopo dalla catastrofe dei Pompeiani a Munda (17 Marzo). In una situazione politica
e sociale particolarmente grave, Cicerone ritorna agli studi filosofici per trarne incoraggiamento e conforto: “equidem credibile
non est, quantum scribam die quin etiam atque noctibus nihil enim somni, etc.” (ad Att. XIV, 44).
Assiste ai tragici Idi di marzo del 44, al tentativo di Antonio di proclamarsi dittatore, per cui le filippiche, gli sforzi per far
rientrare nella norma costituzionale il tracotante partito cesariano. Voleva andarsene per non vedere il baratro in cui lo stato stava
per inabissarsi: “evolare cupio et aliquo pervenire ubi nec Pelopidarum nomen nec facta audiam” (Ad Att. VII, 28). Col pretesto di
raggiungere il figlio che seguiva gli studi ad Atene, domanda ed ottiene una delegazione in Grecia; ma lo scopo era di sottrarsi al
prepotere di Antonio. S’imbarca a Puteoli e, dopo una breve sosta a Pompei e a Velia, giunge a Vibo il 25 Luglio del 44, donde
scrive ad Attico: “Sono arrivato in casa di Sicca con più comodo che celerità e quasi sempre a forza di remi… Del resto, ciò è
stato molto opportuno dovendosi attraversare due golfi, il Pestano e il Vibonese, e l’uno e l’altro pedibus eaquis trasmisimus…
Dunque, sono a Vibo, all’ottavo giorno che lasciai Pompei, dopo essermi fermato una sola giornata a Velia, con mio gradimento,
perché non avrei potuto essere più liberamente accolto, nonostante fosse assente il nostro Thalna. Oggi 25 Luglio, trovandomi
presso Sicca e però come in casa mia, mi fermo un altro giorno”.
Trascorsa l’ospitalissima dimora Vibonese, Cicerone s’imbarca per Reggio d’onde il 28 luglio dirige a Trebazio, noto
giuriconsulto, una lettera dove narra come ha occupato il tempo nel viaggio: “Appena partito da Velia cominciai a scrivere
un’opera sulla Topica di Aristotele. Questo libro ti mando da Reggio” (Ad. Fam. VII. 19). Il libro era stato scritto durante la
navigazione da Velia a Vibo in otto giorni. A Vibo Cicerone lo compì: “Trovandomi presso Sicca come in casa mia, mi fermai un
altro giorno. Perveni enim Vibonem ad Siccam, ibi tanquanm domi meae” (Cic. , Epist., VI ad Atticum, 15).
LA VILLA DI SICCA
Fino ad oggi non si è potuto identificare il sito preciso della Villa di Sicca. Certamente la villa era lontana dalla via Popilia che,
passando sul crinale Vibonese, attraversava la città. Tracce frequenti di ville romane, qualcuna molto sontuosa di epoca imperiale,
presenta la campagna della costa Vibonese. Abitazioni e fattorie greche e romane si segnalano anche sulle collinette della mezza
costa, ma nessuno significativo indizio è finora apparso della dimora ciceroniana. Doveva sorgere ad una certa distanza dalle mura
della città, altrimenti Cicerone non poteva starsene tranquillo. Doveva avere abbondanti acque, come era solito presso i romani, e
rigogliosa flora. Il Dott. G. Pesce (Bollettino d’Arte P. I. Dic. 1937) avanza l’ipotesi che sul luogo ove sono ora i fondi Rondinelli
e Marzano, sorgesse la villa di Sicca per il fatto che “non lungi dal mare ed appartata, poteva essere un rifugio ideale per chi si
trovasse nella situazione di un fuggiasco.
In questo luogo furono rinvenuti il busto muliebre scolpito in porfido basaltico e, vicino, tra altri oggetti, una piccola statua di
Arianna dormiente che è stata posta sulla fontana al bivio di Vibo Marina-Pizzo; inoltre una statua acefala in marmo greco, replica
del tipo dell’Artemide Colonna”.
Vibo era un emporio di un rilevante movimento e non era possibile notare la presenza di un estraneo nonostante le opportune
precauzioni, perché Cicerone era già conosciuto e la venuta era stata preceduta dal bando che stava per colpirlo. Cicerone ha
sempre denominato questa villa –Fundus- il che fa credere che dovesse essere di una rilevante estensione. Perciò alcuni (F. De
Gaetano) –ubicazione del fundus Siccae; R. Corso- La fontana di Silica) hanno creduto di stabilire la villa di Sicca sul culmine di
un poggio detto Silica o S. Anna, sia per la amenità del sito, sia per la vicinanza alle mura di Hipponion (dista appena 600 passi
dalla cinta della città). Infatti Cicerone parla di villa suburbana: “Cras igitur in Siccae suburbano” (ad Att. Xii. 34); questa
vicinanza alla città faceva si che Sicca non potesse tenere nascosto il suo amico, specialmente dopo il tempo perentorio assegnato
dalla legge per lasciare l’Italia, tanto che l’ospitava a malincuore: (Ad Att. XVII) “De Sicca sic est ut scribis. Ast aegre me tenuit”.
Per il che l’ospite s’affrettava a partire per Brindisi il giorno prima che gli venisse comunicata la pena. “La Silica, come bene
osserva il Crispo, (op. cit.), a differenza di molte altre località della periferia e del suburbio ipponiate, è muta per la antichità
classica. Gli storici locali, G. Capialbi, Bisogni, ecc., non vi segnalarono alcun rudere, né ritrovamenti fortuiti registrano i giornali
degli scavi tenuti dal 1798 a tutto il 1800, da V. Capialbi a G. B. Marzano. Il luogo, tra l’altro, apparteneva a F. P. Cordopatri,
appassionato ricercatore e proprietario di un’importante collezione archeologica oggi dispersa. Il terreno ripetutamente investigato
non ha restituito relitti archeologici e nemmeno, ciò che è più importante, preistorici indicativi di abitazione umana in questo
luogo silvano”.
La toponomastica, non spregievole fonte di indagine, potrebbe darne ragione. L’omofonia delle voci Sicca, Sillica, Silica non
regge. La Silica ha una piccola storia di interesse tutto locale. La diruta villetta apparteneva ad una estinta famiglia di nome
Fabiani, forse patrizia reggina in jure, ma proveniente da Maida, stabilitasi a Monteleone non prima del XVIII secolo. Tutta
passatoi, scalette, finestrelle, camere e cubiculi distribuiti con stravagante gusto, la rustica costruzione che in quel secolo divenne
sede di un’Accademia, aveva una cappella (l’attuale chiesa di S. Anna), un teatrino, una quadreria, una biblioteca (resa pubblica
nel 1670) e un gabinetto di fisica passato poi all'attuale Liceo-Ginnasio. Abbandonata dopo il terremoto del 1783, le sue rovine,
come accade di tutte le anticaggini, impressionarono la fantasia popolare circondandola di leggende.
Centro tra i luoghi più incantevoli della mezza costa Vibonese, vicino alle mura d’Ipponio, il sito Silica offre molte probabilità di
LE TERME
I più importanti ruderi del tempo romano sono le Terme ed il Teatro: le Terme sorgevano nel sito detto Cusello o Bastione, “delle
quali, afferma il Bisogni (Montisl. Historia – I, p. 39), tuttora vedesi un muro lungo m. 36,04, largo m. 2,18 e alto m. 2,30”.
Lenormant (op. cit. p. 223) dice: “Essa è una muraglia in opus reticulatum in pietra martellinata dell’epoca imperiale che si
estende in facciata su di una delle strade per la lunghezza di circa quaranta metri. Dietro sorge una galleria a volta, nella cui
estremità una seconda galleria simile alla prima vi si congiunge ad angolo retto. Io non potetti visitare di più: ma sembra che le
altre sale dello stesso edificio siano incastonate fra le case vicine”. Parte di esse giacciono sotto l’informe riempimento della
spianata della stazione ferroviaria Calabro-Lucana (Tarallo – Raccolta notizie sulla città di Monteleone).
Il bagno era costruito con mirabile artificio –balneum miro artificio aedificatum- e sotto gli Svevi o gli Angioini servì di peschiera
al Gran Camerlengo. Nella platea della famiglia Crispo, che va fino al 1613, si legge: “Evvi una Pischera antichissima con
l’acquedotto di plumbo sotterraneo verso la terra di Matarisi quale è stata ab antico nostri antecessori di casa la Sirica et se dice
che in detta terra vi era ab antico il palazzo del Gran Camerlengo”.
Durante i lavori per una conduttura a nord della scuola Ruggero Normanno, in contrada S. Aloe, venne fuori, nel 1971, un
pavimento in mosaico di eccezionale fattura artistica. Si è pensato ad uno degli ambienti di lussuosa domus romana del II sec.
d.C., invece da scavi più attenti, si è accertato trattasi di un grosso complesso termale in vasta zona di circa 3000 metri quadrati in
una serie di ambienti e di vani, posti su piani diversi, leggermente degradanti. A nord-est le basi di un lungo porticato furono
scoperte e altre stanzette con pavimento anche in mosaico. Ma l’ambiente più completo e più attraente è quello adibito forse a sala
di riunione e di conversazione. Il mosaico ha una estensione di circa 25 metri quadrati: in un tondo centrale spicca un grosso pesce
nello sfondo cupo azzurro. Pesci più piccoli si vedono esternamente al tondo, circondati di ghirlande e di uccelli; agli angoli
quattro teste, due pavoni; sul perimetro ancora uccelli dal piumaggio delicato, vasi e tralci disposti armonicamente.
Tra vani variamente orientati c’è uno ampio adibito a frigidarium, altri a doppia pavimentazione per la circolazione del calore
(calidarium) con forni annessi; al centro una piscina a forma rettangolare fornita di tubature contrapposte l’una all’altra per la
immissione e lo scarico delle acque.
Fu trovato anche un pozzo dentro cui una lapide marmorea in pezzi con iscrizione in latino decifrabile: parla di una particolare
commissione per il rifacimento delle mura.
Le terme pubbliche erano frequentate da ricchi e plebei dalle prime ore del pomeriggio fino alla sera inoltrata. Tre erano le fasi del
bagno: una abbondante sudazione, abluzioni e lavacri di acqua calda, nuotate e tuffi nella piscina fredda. Le fasi erano precedute
da esercizi ginnici. Era in uso anche il bagno detto laconico dall’alternarsi contrastato del caldo e del freddo.
Gli ambienti erano: lo spogliatoio (apodyterium), la sala del bagno caldo (calidarium), la saletta intermedia moderatamente
riscaldata (tepidarium), e la sala del bagno freddo (frigidarium) completata dalla piscina all’aperto. Le terme disponevano di
attrezzate palestre: costituivano il ritrovo e lo svago preferito. Gli ambienti erano molto eleganti: i pavimenti in marmo o in
mosaico rappresentavano soggetti allusivi al mondo delle acque, oppure atleti o attori o giocolieri o scene mitologiche.
IL TEATRO
Nell’orto, una volta del Convento dei Francescani Conventuali, dietro la chiesa del Rosario, fu scoperto nel 1653 la forma di un
teatro antico che G. Capialbi (Historia Monteleonis cap. II), ed il Bisogni (Historia – Lib. II) confermano di avere visto:
“theatrum, ex cuius marmoreis reliquiis porta ecclesiae Discalceatorum S. Augustini constructa est, nobile et pulcherrimum ex
marmore structum conspicierbatur. Teatrum inventum est anno 1653 in viridario S. Francisci de Assisio prope Coenobium, et
Capialbus ipse vidit, ut in sua Historia fatetur”.
Vari pezzi, fino a pochi anni or sono, trovavansi presso casa D’Amico (F. Alberto Santulli –Teatro d’Ipponio)”. Dalla Storia del
Bisogni risulta che, quando sotto il regno di Carlo I d’Angiò i frati di S. Francesco incominciarono a costruire la loro Chiesa,
dovevano trovarsi in quel luogo tante rovine, da giustificare la frase: “qui tunc dicebatur Casalino”. Il Santulli ha fatto eseguire
scavi sul luogo donde vennero fuori pezzi di pietra calcare dura somigliante alla pietra di Siracusa.
“La forma di un teatro antico si disegna –scrive Lenormant- (p. 223), in modo chiarissimo e la cresta dei suoi muri costruiti con
grandi pietre di calcare, affiora alla superficie del suolo. Per quanto io abbia potuto osservare nelle disposizioni di questo teatro, la
forma mi è parsa greca ed è questa la opinione anche del Sig. Generale Bussalini il quale ebbe la congiuntura di studiarlo più
lungamente”. All’Orsi sembrò invece di epoca romana.
“Non è troppo ardimentoso arguire da ciò –dice il Santulli- che la costruzione del Teatro sia avvenuta in un’epoca nella quale le
relazioni erano frequenti e facili tra Siracusa ed Ipponio. Di altro canto il genere di costruzione del teatro, formato di tufi tagliati in
forma regolare, sovrapposti a livello senza malta, è lo stesso di quello che si riscontra negli avanzi delle antiche mura d’Ipponio”.
Secondo il Santulli “il prospetto del teatro incominciava sul larghetto ora detto dell’Erba a metri 19,50 dall’angolo sud della
Chiesa (del Rosario) e si prolunga almeno per una larghezza di m. 60 sino all’orto del Cav. De Carolis. Su questa base e per
l’altezza di almeno metri 20,00 era compresa la parte rettangolare ed infine con un raggio di m. 30, doveva esservi l’Anfiteatro per
gli spettatori”.
Le descrizioni del passato però non corrispondono in tutto a quanto oggi si osserva. Il Dott. A. Arslan, che ha recentemente
visitato la località, ci assicura che “il teatro mostra per ora strutture romane. E’ stata raggiunta solo la parte alta della cavea, che è
del tipo appoggiato al pendio di una collina, con il terreno imbrigliato da muraglioni concentrici, senza elementi radiali di
raccordo. Sulla serie di muraglioni, che diviene nella parte più bassa una platea continua in conglomerato, erano posti in opera i
grandi, ancora parzialmente conservati, in blocchi squadrati di calcare molto resistente. Il teatro di Vibo è quindi strutturalmente
analogo a quello già noto e parzialmente scavato di Scolacium.
Purtroppo lo scavo del monumento non si presenta facole per l’enorme atterramento che ha alterato completamente le
caratteristiche del sito” (In Magna Grecia a VII n. 3-4, 1972).
Ma essendo l’edificio, gli altari e statua già deturpati dal tempo, con un decreto del senato se ne ordinò la restaurazione che fu
eseguita con l’ingente spesa di settecentosettantamilanovanta sesterzi.
Ai tempi del conte Ruggero, rimanevano ancora in piedi le mura con altri parti del ricco tempio e specialmente le superbe colonne
marmoree, i capitelli e le basi che egli fece trasportare a Mileto per adornarvi la Chiesa Cattedrale e l’Abbazia da lui erette.
Conferma il Rev. P. Diego Calcagno, Vicario di detta Badia (Historia Cron. Abbatiae SS. Trinitatis), che la chiesa Abbaziale era
“abbellità d’infinità ci colonne di marmo dell’antico tempio di Proserpina fabbricato a Vibona e restaurato dagli edili, e dette
colonne sostenevano l’archi di detta chiesa, l’archi delle cappelle, cappelloni ed altare maggiore dove fra le altre colonne ve ne era
una di verde antico venduta ai nostri tempi per prezzo di scudi 800 romani, allo Eminentissimo Card. G. F. Albani, po papa
Clemente XI, che condotto a Roma, e fattala secare, fece di quella una ricchissima cappella”. Lo stesso P. Calcagno nel 1701, ne
estrasse un’altra colonna, di marmo verde orientale, alta sedici palmi e due di diametro, “sì grande che per farla portare alla
Marina di Rosarno si spese ducati 60 ed in Roma fu venduta alla Sagrosanta Basilica di S. Pietro scudi 754” (Dal manoscritto di
D. Martire. Archivio Stor. Della Cal. Vol. II, pag. 384.).18
Il Barrio ci riporta il decreto di restaurazione inciso su di una lastra di marmo che era stata posta come soglia della chiesa
cattedrale di Mileto antica, ora nel Museo Nazionale di Napoli, logora nel primo verso:
LUCIUS. VIDIUS. VIRIUS CONLIBERTUS. QUINTUS CINCIUS.
STATUENDUNQUE.
ARASQUE. REFICIENDAS. EX. S. C. CURARUNT
HS. DCC LXX MXC. FUERE. HELVIA.
Q.F. ORBIA M. F. (C. I. L. X. N. 39).
Questa iscrizione così può essere tradotta: “I quatorviri… Q. Cincio e C. Aulio ebbero cura, secondo il decreto del senato, di
riformare e di situare la statua di Proserpina e di rifabbricare gli altari. Il prezzo erogato fu di settecento settantamila novanta
sesterzi, Elvia figlia di Quinto, Orbia figlia di Marco”. La lastra marmorea, è alta mm. 279 e lunga m. 1,610. (Nella trascrizione ha
seguito il Mommsen ed il Fiorelli, Cat. Museo Naz. Di Napoli, 162). Le due donne mensionate, Elvia ed Orbia, debbono essere le
sacerdotesse del tempio di Proserpina sotto la cui ispezione la statua e gli altari furono fabbricati, come rilevasi in tutte le
iscrizioni di opere pubbliche e sacre in cui giammai si è tralasciato di notare l’approvazione del sacerdote o della sacerdotessa che
vi presiedeva. Riguardo al valore dei sesterzi, debbono riferirsi essi ai sesterzi minori corrispondenti alla quarta parte del denaro,
uguali a ducati, di antico valore, 19252 e grana 25, somma veramente eccessiva per una restaurazione che ci dà un’idea purtroppo
grandiosa di come doveva essere il Tempio in onore di Proserpina Ipponiese (Zangari – Topografia di Vibona, p. 18).
VIA POPILIA
Della denominazione romana nel Bretium rimangono le vestigia delle due strade –Popilia, interna, e Troiana, litoranea-. La
famosa via del mezzogiorno d’Italia era la via Appia che da Roma giungeva fino a Capua, incominciata nel 312 a.C.. Da Capua si
diramava la via Popilia o Aquila, dal nome del proconsole P. Popilius che costruì verso il 132 e dal console Aquilio Gallo che la
completò. Il miliario rinvenuto alcuni anni fa tra Pizzo e S. Onofrio che porta la misura CCLX e la firma –T. Annius Rufus
praetor- ha fatto pensare al pretore T. Annius come costruttore della stessa via (V. Bracco, L. Elogium di Polla). Toccando
Cosenza e Valentia raggiungeva Reggio con una distanza di 163 miglia (Il miglio romano era di m. 1472). Tale distanza è,
secondo il marmo di Polla, mentre nell’itinerario di Antonio Pio la distanza è di 161 miglia. Vibo Valentia distava da Cosenza 57
miglia e 57 da Reggio: quindi era in una posizione privilegiata in quanto stava sulla via Popilia a metà tra Rhegium e Cosentia.19
La via Popilia, arteria militare e postale di attivissimo transito, di cui rimangono ancora visibili le tracce, andò deteriorandosi nel
medioevo per mancanza di manutenzione; fu ricostruita nella metà del secolo XVI dal Vicere Duca Parafan de Rivera, e battuta,
finchè, col decreto, 12 aprile 1808, di Giuseppe Bonaparte, fu costruita la strada delle Calabrie da Lagonegro a Reggio, quasi sul
tracciato della via romana. Ferdinando IV aveva provveduto a far riassettare la via Popilia, dal 1778-1793, in parte ancora
esistente mulattiera e carrozzabile e ad allargarla sino a quaranta palmi. La via Popilia attraversava l’ager di Vibo –l’antica
Ipponiatide- dalla valle dell’Angitola alla valle del Mesima, ma non seguendo il corso del fiume Angitola dall’innesto della
rotabile per Serra S. Bruno, oltre due Km. Dal ponte fino al Monte Marello. Saliva quindi fino a Rocca Angitola (m. 251), luogo
fortificato e villaggio medioevale diruto, forse una mansio, e correva diritta sul vasto altipiano degli Scrivi, vicino a S. Onofrio
lasciando, a sinistra, la cresta Basilica (m. 433) e a destra il monte Castelluccio (385), dove era forse un’altra mansio di cui
sussistono quivi tracce di tarda epoca greco-romana. Entrava, salendo gradatamente, in Vibo-Valentia per una porta aperta e forse
ampliata dagli stessi Romani, sul lato nord-ovest delle mura greche (m. 500) presso Piazza d’Armi che conduce al tempio dorico e
il magnifico stradone di Scrimbia che va verso l’odierna città. L’itinerarium segna la distanza fra l’Angitola e Vibo di otto miglia,
circa 12 Kilometri. Anche fra Leandro Alberti (Discrittione etc. 1526, p. 212), che viaggiava a piedi, segna fra l’Angitola e
Monteleone otto miglia di distanza con questa nota: “Camminando fra folti boschi di mortella e poi fra vigne etc. appare il piccolo
castello di Pizzo”. La strada non passava quindi per Pizzo. Toccava Piazza d’Armi avanti la caserma, proseguiva per il cardo
maximus della colonia latina di Valentia, S. Aloe e Terravecchia Inferiore e sboccava a sud-est, fuori le mura, contrada
Imparaviglia, precisamente presso il casello N. 15 delle ferrovie Calabro-Lucane, dove esiste l’ultimo tratto visibile delle mura di
Hipponion e si dirigeva verso sud-est, sulla mulattiera S. Costantino-Mileto. Lungo la via Popilia entro e fuori le mura, sono molti
frequenti ritrovamenti di monete consolari ed imperiali, iscrizioni, come pure tombe e fondazioni romane.
Al tempo di G. Murat si pensò all’apertura di una nuova Regia strada più rispondente alle esigenze dei tempi, e fu affidata l’opera
al Vibonese G. B. Vinci, illustre ingegnere militare, il quale ne eseguì il primo tratto costruendo, parallelamente alla via Popilia, il
viale di Scrimbia, prolungantesi nel centro della città. Ma per allora non sì andò più oltre per la tragica fine del Murat nell’ottobre
del 1815. Il lavoro fu ripreso dai Borboni nel 1825-26, sotto la direzione del Generale di Ponti e Strade, Carlo Afan de Rivera, ma
con tracciato tutto diverso che molto dispiacque ai Monteleonesi perché perdevasi il beneficio millenario del passaggio per la città
della strada maestra. Quella linea che seguiva l’andamento della strada battuta dai Romani, la via Popilia, è stata abbandonata per
costruire un’altra semicostale, la regia strada borbonica oggi detta nazionale, verso ponente, alla periferia della città (Crispo – op.
cit. p. 414). L’illustre concittadino Vito Capialbi scrivendo nel 1834 del Vinci che era stato anche architetto e non volgare scrittore
d’arte, intimo del Canova, osservava: “La maestra linea della Regia Strada verso il Gran Belvedere fu da lui tracciata e per un
miglio eseguita. Questa linea che seguiva l’andamento della strada battuta dai Romani, detta Aquila o Popilia, per insaziabile
ambizione di tutto rinnovare, si è abbandonata, per costruirne un’altra non saprei con quanta economia ed utilità progettata” (Nel
Maurolico di Messina, n. 14).
ACQUEDOTTO
L’altopiano su cui sorgeva e sorge Vibo-Valentia è staccato da tutta la catena dei nostri Appennini per le vallate di Angitola e di
Mesima che isolano la sua posizione topografica. L’unica sorgiva di acqua non poteva essere che Monte Poro perché in posizione
elevata. Ciò capirono i Romani. Infatti nell’Agosto del 1827, sulle alture di Vena Superiore, durante la costruzione della Regia
Stradale borbonica, tronco Vibo Valentia-Mileto, furono rinvenuti mattoni col noto bollo Q. Laronius Cos. Imp. Iter.,
propriamente presso il fondo Pignataro (m. 474), con un lungo tratto di canalis structilis in muratura laterizia che rivestiva i
doccioni fittili di un acquedotto. Gran quantità di essi furono riadoperati come materiale di fabbrica per i ponticelli della stessa
Regia Strada. Il Capialbi, Ispettore Onorario degli scavi e monumenti che fu presente alla scoperta e raccolse alcuni esemplari per
la sua collezione, notò che “l’acquedotto correva da libeccio-ponente a oriente diritto verso l’attuale città”. Altri mattoni furono
trovati un po’ più a nord nella località Spolitino (m. 490), “dove, afferma il Crispo, sono tuttora visibili avanzi di opere idrauliche:
le tracce di un canale ed uno di quegli sfogatoi –spiramina- che, come si sa, nelle condotte sotterranee romane, assumevano forma
di pozzetti ed erano situati ogni due actus. Infine, sulla strada stessa, all’ingresso della città, scavandosi le fondamenta
dell’edificio Scuole Elementari S. Giov. Bosco, (m. 474), si trovò in situ, l’ultimo raccordo di tubi di terracotta(l. cm. 45, diam. 16
ciascuno) da cui, per i calices bronzei, lunghi 12 dita e rigorosamente calibrati, l’acqua era distribuita nei vari quartieri della città
passando in altri tubi fittili o plumbei. (La contrada, vicino al quartiere della zecca, ancora detta Argenteria, conserva il toponimo
di Potiri –Potée, Potìrion- calix). L’acquedotto costruito dal console Laronio, era quasi identico alla condotta dell’acqua potabile
ora in uso, derivante dalla stessa sorgente Bandino m. 566, presso Pernocari, ove, a memoria di uomo, notavansi i resti del caput
acquae e dello specus”.
“I caratteri, sui mattoni, dell’iscrizione sono del buon secolo, nota il Capialbi, laonde mi autorizzo a credere che tali lavori
potessero essere ordinati da Augusto dopo la guerra contro Pompeo, per gratificare Vibona da lui scelta per centro delle belliche
operazioni. Il Quinto Laronio quindi ben potè essere quello che i Fasti consolari, col soprannome di Lucio, segnano nelle calende
di Ottobre, anno 721 di Roma”.
Alcuni anno creduto che questo condotto romano non fosse un’opera nuova, ma le restaurazioni di un condotto dell’epoca greca e
che prima di dissetare i Vibo-Valentini avesse dissetato gli Ipponiati loro antecessori. Ma tale opinione non è da condividere. I
Greci hanno dovuto servirsi di acque sgorganti dalla stessa collina Vibonese. Al tempo anteriore all’amministrazione romana,
queste acque dovevano essere discretamente abbondanti se davano vita ai giardini, alle ville, alle piscine dei tiranni siracusani che
dominarono la città. Le condizioni del suolo erano affatto diverse da quelle odierne nella parte collinosa sovrastante la città.
Queste acque andarono diminuendo lentamente come diminuirono i serbatoi di umidità per ragioni delle diverse colture della
superficie del suolo.
Nel 1870 il Cav. Pistoia, colonnello comandante il 21° Reggimento Fanteria, stanziato a Monteleone, aveva progettato di
utilizzare le acque della collina; ma gli fu obbiettato che le acque di Laurise non avevano una potenza sufficiente ai bisogni della
città e che il loro dislivello non faceva giungere le acque in molti punti (Ettore Capialbi – Note e notizie sulla questione delle
acque in Monteleone).
L’attuale conduttura da Pernocari e da Bandino a Vibo fu progettata dall’Ing. Franc. Alberto Santulli.
LA FONTE DI SCRIMBIA
La parte superiore della collina vibonese era coperta da densa selva il cui carattere religioso ci viene rilevato dalla presenza di una
ninfa, Scrimbia, nome conservato dal favoloso ricordo di una deità silvestre innamorata, convertita dalla pietà di un dio in fronte
perenne. “Il prestigio di cui la selva era circondata serviva a serbare intatta una conserva di umidità sufficiente a dare vita a
numerosi fonti” (E. Capialbi, op. cit.). L’opinione che i Greci Ipponiati si siano serviti delle acque della collina, è confermata dal
genere stesso di costruzione dei condotti. “Nella coltura Crispo, dice E. Capialbi, sotto la fondazione del palazzo Satriano e sotto
quella della casa Sannà, Curcio e Ciliberto, questi condotti camminano sempre da Greco a Libeccio che non è quello da
Monteporo a Vibo”.
L’antica iscrizione, posta sulla fontana di Scrimbia, era la seguente:
La celebre fonte non esiste più; esiste solo la denominazione della via; la fonte fu vandalicamente distrutta e la prima iscrizione
riposta nel cortile del Convitto Nazionale.
Altre fontane, di cui si conserva il ricordo, sono: Severina, sulla via di Piazza d’Armi, scorgante sotto i tufi, Cusello,21 Acqua
ducale, del Cervo, Baratta, Candrilli, Zufrò, Libanio, Casino S. Venere, Silica. Su quella detta Ceramida si legge l’iscrizione:
Aquam quae in usu esse desiderat
Antonius Lombardo sind.
Fonte nuovo extructo P. P. reduxit
Anno MDCCCXXXIV.
D. O. M.
O HUMANARUM RERUM VICESSITUDO!
CONTEMPTA DIU SUB COLLE JACEBAM
Esemplari di monete in argento ed oro non si sono trovati nonostante che nella contrada S. Aloe, detta –Argenteria- vi fosse stata
una grande officina di lavorazione in oro e in argento. Lo storico Bisogni afferma essere trovate molte monete d’oro e di argento
“in Hipponion impresse”.
Vi fu di sicuro la zecca per monete di bronzo: nel 1894, in contrada Cusello, durante alcuni lavori di scavo, venne fuori un
grandioso edifizio che G. B. Marzano (Notizie degli scavi nel monteleonese), nella sua relazione al Ministero, dice di “trattarsi
d’uno di quei tali edifizi a destinazione mista, di cui Vetruvio dà disegni e che servivano per la Curia, per l’Erario e per la Zecca
insieme”.
Il Magnan ha illustrate alcune monete di argento attribuite a Valentia (testa muliebre con diadema, lunghi capelli, collana perlata,
doppio corno con spighe cinto in mezzo ad un velo), che Marincola-Pistoia attribuisce invece a Valentia di Spagna.
Le monete più antiche sono quelle in cui appare un’oscura divinità muliebre con l’iscrizione “Pandina”: Testa di Pallade con galea
aulipide fregiata di un grifo, di sopra “Soteira”, o la dea Pallade alata con scettro nella sinistra e corona nella destra; davanti,
Eiponièon e, vicino alla donna alata, “Pandina”. Testa ed epigrafe simili alla moneta precedente, ma la dea Pallade porta un
flagello in luogo della corona nella destra e una lancia nella sinistra o il caduceo Imoof-Blumer. Testa di Apollo laureato con
epigrafe “Apollon”, soprascritta; la dea Pallade con la lancia e col flagello, come nella precedente, e con le due epigrafi; alla
sinistra un astro. E. Paparo pubblicò una simile moneta e dinnanzi alla testa di Apollo lesse NIS e giudicò fosse la testa di Bacco
Niseo; corresse in Pandina il nome letto da altri Landina, ma pose in mano due papaveri. Imoof-Blumer lesse invece NYM,
Numfagìtes, soprannome di Apollo. Testa diademata giovanile: la dea Pallade con Pileo tessalico in capo, l’asta nella sinistra e il
flagello nella destra; dinnanzi è una stella, a destra l’epigrafe “Eiponièon”, a sinistra “Pandina” (Garucci, Mon. It. Tnt., II, 166).
Molto discussero i numismatici su queste monete giungendo a varie ed opposte conclusioni. Fra i più autorevoli, l’Ekel (Doctr.
Num. Vet., I, p. 174) volle vedere in Pandina o piuttosto Landina, come egli riporta erroneamente, un cognome di Pallade. Altri vi
riconobbe invece Eos o Humeva, che lumina pandit (Cavedoni, Bull. Instit. 1850).
Un altro studiose delle monete italiote, il Millingen (Consideration, etc. p. 73 e seg.), cercò di mostrare, con l’appoggio di fonti
letterarie ed epigrafiche come la denominazione fosse proprio di Ecate, riguardata come Selene. Pandina dunque sarebbe stata in
origine epiteto di Ecate e quindi di Ecate stessa, sorella di Persefone il cui culto fioriva in Hipponion.
Altra moneta importante è quella che porta: D) Testa di Atena con elmo corinzio, iscrizione – Soteira, R) Eipònion con la Nike
stante e in alcuni tipi la leggenda Nika (-Immof-Blumer, Monn. Pag. 8). Allude alla guerra di liberazione di Hipponion dal giogo
dei Brezii, al tempo di Agatocle o a qualche particolare beneficio attribuito a questa dea che potrebbe essere quello della
liberazione della città a se stessa per opera dei Cartaginesi (Sambon. Recherches, pag. 200).
Altre monete: D) Testa di Venere. R) Corno di abbondanza, caduceo e Ipponieon – (dal Mionnet); D) Testa giovanile diademata a
destra, dietro una mazza. R) Minerva in piedi e Ipponieon (Mionnet); Testa virile imberbe col pètaso, rivolta a detsra. R) Caduceo
(dal Sambon); D) Vittoria alata, a lunga tunica, con asta, corona alla mano destra e Eiponièon. R) Minerva con galea ornata di un
grifone, qualche volta il motto Soteira, tale altra Nika (dal Brini). Altra simile colla leggenda Ippo-Nieon disposta in due righe ed
il casco della testa del dritto ornato di un serpe invece del grifone (dal Magnan). D) Testa muliebre (Proserpina) con pendenti e
monile a granelli, coi capelli stretti dietro in nodo ed allacciati da bende, rivolta a dritta. R) Corno di abbondanza carico di frutta,
nel mezzo cinto di un velo; nel campo a sinistra un caduceo alato, ai due lati IPPONI-EON (dal Magnan). D) Atleta ignudo armato
di scudo e lancia che volge le terga, a dritta Eiponion. D) Testa di Proserpina a sinistra, due delfini e a destra Pandina; D) Testa
virile imberbe, col pètaso senza ali, rivolta a dritta. R) Aquila che ha un serpente negli artigli, in atto di ucciderlo, rivolta a dritta
(dal Marincola-Pistoia); D) Testa virile imberbe come sopra, R9 vaso a due anse; D) Testa virile giovane, coronata di foglie
palustri con piccole corna sulla fronte e rivolta a dritta, R) Mazza e Ippo-neion (dal Marincola).
Alcune monete portano sul R) la leggenda EIPONION, omesso il digamma, e sul D) la testa di Zeus Olimpios o quella di un
giovane Dio Fluviale. Spesso ricorre il simbolo dell’aquila posta sopra un fulmine ad ale spiegate, che viene attribuita al tempo di
Alessandro di Epiro (330 a.C.).
Hipponion fu occupata dai Brezi nel 356 – 5 (Diod. XVI. V; Liv. XXXV, 40), ed è indubitato che le monete col tipo di Hermes e
nel verso l’aquila col serpente, l’anfora o il caduceo esibenti la leggenda retrograda in caratteri osco-sabellici IEV, PIEV,
appartengono ai Brezi e siano state lavorate da artisti greci. I Bruzi sovrapponendosi con la forza ai Greci e ai primitivi Siculi
ellenizzati, impressero nei coni di bronzo che da tempo usavano, la tipica aquila e il nome della città adattata alla loro fonetica
Veip, Veipunium, da cui i Romani, più tardi, trassero Vibo, Vibona.24
Monete con l’iscrizione Valentia, illustrate dal Carelli: Testa di Giove laureata a dritta, dietro il segno dell’asta. Retro: fulmine,
Valentia, o una stella, o uno scorpione, o una mosca o testa di animale. Testa di Giunone o Venere diademata a dritta. Dietro, S. (il
semessis dei romani). Retro: doppio corno di abbondanza, Valentia; nel campo: o toro, stella, scorpione, polipo, lira, bastone, o
testa d’animale, vittoria, pesce, testa di bue. Testa di Pallade galeata a destra, dietro quattro globetti. Retro: civetta, quattro
globetti, Valentia, vittoria volante, pesce, lira. Testa di Ercole barbata con pelle di leone a dritta. Retro: due clave, tre globetti ed
emblemi diversi, Valentia. Testa di Apollo laureata, a destra, dietro, due globetti. Retro: lira, due globetti, Valentia. Dal Magnan:
Testa barbata coperta con pelle di leone, rivolta a dritta, dietro, tre globetti. Retro: doppia mazza, Valentia, globetti, nel campo un
aratro od un calice, luna crescente o un fulmine. Dal Mionne: Testa Muliebre, (Cerere), rivolta a dritta. Retro: Valentia, cane che
corre a dritta o doppio corno di abbondanza. Dal Riccio: Testa di Apollo laureata, due globetti. Retro: lira al fianco della figura in
piedi. Testa di Mercurio col pétaso alato a destra e dietro Valentia. A Tiriolo, anni fa, fu trovata una moneta con la leggenda
–Valentia.- Nel diritto una testa muliebre con acconciatura greca diademata e nel rovescio due corna sormontate da fiammelle,
un’ansa con la sigla S.. Altre monete di Valentia con la testa di Proserpina, con una mitra donnesca e al rovescio due cornacapo, o
testa di Ercole, due clave tra loro unite, o la testa di Giove, il fulmine o la testa di Minerva o una civetta.25
Molti esemplari di dette monete si trovano presso il Museo Capialbi ricco di circa 3500 monete e presso il Museo Provinciale di
Catanzaro ricco di 6850, di cui 3336 greche, 287 romane della Repubblica, 2274 romane dell’Impero, 143 bizantine, 513
medioevali e moderne e 297 dell’Estero.
Roma v’impresse il suo potente sigillo, la sua opera politica mirante ad assimilare tutto a sé. Colla romanizzazione dell’ambiente
incominciò anche quello della lingua per cui ha valore l’affermazione di Procopio sulla Magna Grecia, “di paese ormai latino” in
generale, e di Cassiodoro, in particolare, che nei Brezi qualificò per “patrius sermo” la lingua latina, senza delimitazione od
esclusione di sorta.
Tra la fine del secolo VII ed il principio del seguente la lingua greca tornerà di nuovo ad avere la prevalenza in tutto il territorio
dei Brutti, sia per la conquista dei Bizantini, (513-1050), sia per l’influenza del monachismo Basiliano che penetrerà nei più
inaccessibili luoghi, ed importerà ovunque la lingua greca che non doveva suonare del tutto nuova agli abitanti; sia infine,
limitatamente all’estrema parte della penisola, a causa dei rapporti più stretti con la Sicilia e dell’immigrazione dei greci espulsi
dagli Asiatici (N. Putortì – Italia antichissima – II p. 91; VII p. 43). Circa la grecità dei Brutti il Rohlfs sostiene la continuità della
lingua greca anche nel periodo romano e dopo, fino ai nostri giorni.27Il Battisti dell’Università di Firenze, invece ne sostiene la
interruzione grazie alla conquista romana e la ripresa nelle epoche successive, col neogrecismo bizantino. L’Orsi, a proposito
scrive (Monografia intorno alle chiese bizantine in Calabria): “Il non ancora spento ellenismo continuato soprattutto nella lingua
di molte zone campestri e montane, viene rinfocolato, sebbene in forme e concezione profondamente diverse dalle classiche, ad
opera di funzionari, del clero e soprattutto del monachismo basiliano che dal VI sec. dilaga dall’oriente e più tardi dalla Sicilia in
tutto il Mezzogiorno d’Italia, esercitando una profonda azione religiosa ed anche culturale durata per secoli. La Calabria tornò
greca una seconda volta: ma fu una pallida ombra di quelo che fu il Brutium classico; al fasto greco, alle sue manifestazioni
artistiche subentra la miseria bizantina, poiché il governo di Bisanzio non fece che sfruttare e dissanguare il già impoverito
paese…Il Basilianesimo fu l’unico faro che per secoli tenne accesa la fede e la fiaccola dell’arte nonché della cultura”. Certo è che
se Roma anche nella maniera più tirannica ed oppressiva, ha imposto ai vinti la lingua dei vincitori, la evoluzione linguistica non
si è potuta compiere in breve tempo, poiché la massa del popolo è per sé attaccatissima all’antico sermone ed è tarda anzi restia ad
apprendere il nuovo. Le classi colte avrebbero appreso il latino per servirsene nei rapporti nella vita ufficiale; il popolo avrebbe
imparato quel numero di frasi e voci latine indispensabili al diuturno contatto coi vincitori. Quindi l’ambiente si andò
gradatamente romanizzando anche grazie alla graduale imposizione delle leggi in latino ed alla trasformazione anche graduale
delle magistrature greche in quelle latine.
1 I Triunviri che per ordine del senato e del popolo ne seguirono la deduzione in quell’anno (192) furono Q. Nevio M. Minucio e
M. Furio.
2 Quindena jugera agri data in singulos pedites, duplex equitibus (Livio XXXIV).
3 Hipponio e Temesa chiudevano l’ampio golfo –ora detto di S. Eufemia- (Sinus Vibonensis) nelle punte estreme dell’arco
dominandoli. Nel V sec. abbiamo detto che i Locresi hanno strappato ai Crotonesi Temesa per stabilirvi la loro egemonia. I
Romani, vistane l’importanza, a Temesa hanno dedotta una colonia civium romanorum (Livio XXXIV, 45, 3-4).
Est operae pretium diligentiam majorum recondari qui colonias sic idoneis locis contra suspicionem periculi collocarunt, ut esse
non oppida Italiae, sed propugnacula imperii viderentur (Cicer., De legibus agr., 2 27, 73).
5 A. De Franciscis: “Replica del tipo dell’Artemide di Dresda”. Il Museo di Reggio Cal., Napoli 1959; A. Denti, Un’Artemide
inedita di Reggio Cal., in Klearcos n. 1-2 p. 31 e segg..
6 Il pretore C. Licinio Crasso, per impedire il passaggio dei ribelli nel Bruzio, aveva fatto costruire dalla foce di Lao, vicino
all’attuale Scalea, per Castrovillari fino allo Jonio, un vallo con muro lungo 30 stadi = 35 miglia, circa 55 Km. (Sall. IV, 25).
7 Caesar, De bello civili, III, 101.
8 A. De Grassi, Un’iscrizione di Vibo Valentia e i supposti Commissari della legge Livia agraria del 91 a.C., in Lincei, Mem.
Scienze morali, Serie IX, vol. XIV, 2.
9 A. De Grassi, op. cit.; Saflund. Opuscula archeologia – 1935, p. 87, 107.
13 Irma Britto. La concessione del patronato nella politica di Cesare, in Ipigraphica, Riv. Ital., 1970.
14 Antonino Pio è ricordato dall’iscrizione trovata a Vibo-Valentia e riportata dal Capialbi (Specimen Vibon. Iscript.):
ANTONINI… PII…
… ABNEPO…
… ET DIVI…
15 Sesto Pompeo, figlio di Pompeo Magno, fu vinto a Mylae e del tutto sbaragliato a Naulochos presso Messina, nel 36 a.C., dalla
flotta di Ottaviano comandata da M. Vipsanio Agrippa. Un busto marmoreo fu trovato a Vibo-Valentia in via S. Aloe, nel 1973, di
Agrippa, di grandezza naturale, somigliante alla statua custodita nel Museo Civico Correr di Venezia che si crede adornasse, con
un’altra statua di Ottaviani, l’ingresso al Pantheon. Agrippa fu amico e collaboratore valoroso di Augusto. Alla flotta molto
potente di Sesto Pompeo egli contrappose una più potente fornita di mani di ferro per aggrapparsi alle navi nemiche e dar luogo al
combattimento a corpo a corpo più consono al temperamento del soldato romano, instaurando l’antico espediente di Caio Duilio.
Ad Agrippa si deve il merito della strepitosa vittorianavale presso Azio nel 31 a.C., contro Antonio e Cleopatra, che pose fine alle
guerre civili. Egli sposò Giulia figlia di Ottaviano, la cui figlia, Agrippina divenne moglie di C. Cesare Tiberio Claudio
Germanico.
Di Tiberio C. Germanico si trovò a Vibo-Valentia la iscrizione:
TI CLAUDIUS GER
MANICUS IMPERATOR
XI COS V.
(V. Capialbi – Spec. Vibon. Inscript. – Trovata in via Terravecchia).
16 Da questa epigrafe rileviamo che la tribù dedotta a Vibo è la Emilia, una delle tribù rustiche nominata da Cicerone(ad
Atticum), da LIVIO e da molte romane iscrizioni. P. Orsi dice di aver trovato nel piccolo Museo del Marchese Gagliardi un pezzo
di lastra marmorea con lo scritto “M. Apusci”; ma il nome della gens Apuscia è nuovo a Vibo. Il pezzo era stato ritrovato tra la
Madonnella e Piazza d’Armi.
Per Crotone e per Petilia la tribù fu quella di Cornelia; anche per Copia Thurii fu la Emilia.
17 A Porto Salvo, bonificando il suolo (proprietà del Barone D. Satriani Lombardi), venne fuori “una chiesetta bizantina in opera
laterizia, del tipo trifoglio ed a cella tricora. Attorno alla chiesa vi erano sepolcri di vario genere, cioè a cassa di mattoni, coperti di
lastre marmoree o di tegoloni. Disgraziatamente del ragguardevole edificio, al momento della mia visita, nulla più rimaneva,
perché distrutto sin nelle fondamenta per trarne materiale; mi si mostrarono però due grandi pezzi di soglie, una di quarzite
calabrese, l’altra in marmo; vidi anche un frammento epigrafico assai mutilo (0,24 per 0,14) colle lettere:
EKOIM (EUS – ethes)
Che dalla paleografia delle lettere e dal formulario ben va riferito ad un titolo sepolcrale dello alto medio evo, non so bene se
cristiano o bizantino. I ruderi della chiesetta erano tutti avvolti da tracce di incendio. Vidi alcuni altri pezzi provenienti da Porto
[Link] una rozza base di colonna, certamente non classica, col tegolo di m. 2,02x0,90 e 0,145 di spessore; ai mergini esso ha
dei fiori per grappe metalliche e dei riquadri nella fronte. Eè credenza che a Porto-Salvo sorgesse il celebre santuario di
Proserpina. Ad età classica si riferisce la metà di un cippo marmoreo, proveniente pure da Porto Salvo, colle dimensioni frontali di
cm. 43x37, avente sul lato sinistro un simpulo e nel prospetto il titolo funebre:
DMS
[Link]
PATHNIUS (Orsi, Regione III p. 23)”.
Nel 1869, in un fondo del Barone L. Lombardi-Satriani, presso la chiesa di Porto-Salvo, mentre alcuni lavoratori erano intenti a
scavare dei fossati, venne scoperto un pavimento di bel mosaico con soglia di marmo lunga m. 2,90 e della larghezza di m. 0,42…
“In più luoghi della nostra marina, dove sorgevano il Porto d’Agatocle ed il Tempio di Proserpina, si rinvengono spesso urne,
marmiletterati, sepolcri, vasi e medaglie (G. B. Marzano – Scritti p. 49-50)”.
Lenormant (op. cit. 154-5) ci assicura di aver visto presso Bivona qualche frammento architettonico impiegato come materiale
nella costruzione medioevale, o giagente sul suolo colà presso: “E noi raccogliemmo parecchi cocci di quegli enormi bacini in
terracotta per le acque lustrali, che situavasi alla entrata dei templi e dei quali trovaronsi gli esemplari meglio conservati negli
scavi recenti di Selinunte… Il terreno intorno è coperto di avanzi di mattoni e di antichi vasellami, sia greci che romani”.
18 “I marmi antichi portata a Mileto da Vibona erano in quantità così ingente da formare un museo. Sono quasi esclusivamente
marmi architettonici, disgraziatamente, dopo la catastrofe del 1783, incominciò il saccheggio e la disperazione, ed i marmi
finirono a tonnellate nelle fornaci di calce” (Orsi, Le chiese basiliane di Calabria, Vallecchi, Firenze, 1929).
(Iscrizione ricordante la costruzione della via Popilia da Capua a Reggio, di circa 321 miglia, lapide trovata a Polla, di rimpetto a
Sala Consilina, nel Vallo di Diano).
20 F. M. et N. S. MM. = Francisco Mazza et Nuntiato Sorbilli Magistratibus.
Mons. Virgilio Cappone, Vescovo di Mileto, “scelse per luogo di sua dimora ordinaria la città di Monteleone, vi acquistò con
propri danari un comodo palazzo a 10 – VI – 1614 e innalzò il soglio fisso nella chiesa dello Spirito Santo, duomo nella medesima
città, dove faceva le ordinazioni e spiegava il catechismo e la S. Scrittura”. (V. Capialbi – op. cit. p. 65).
21 “La tradizione vuole essere state colà le pubbliche terme ed infatti vi scaturisce copia di buona acqua della quale si servivano
gli abitanti della Terra Vecchia” (Capialbi, Cenno sulle Mura d’Hipponion).
22 Si afferma da molti non esistere monete d’Hipponion anteriori all’epoca dell’assoggettamento ai Bruzii (356 a.C.) o prima del
ritorno degli Hipponiati in patria dall’esilio di Siracusa (379 a.C.).
24 Fra le città dei Bretti Hipponion è la sola che presenta iscrizioni monetaria in lingua osca.
25 Nelle monete di Valentia spesso s’incontrano rappresentate le corna di Amaltea, simbolo della fertilità del suolo, e l’asta con la
civetta, simbolo di fortezza e di valore.
Nei coni della numismatica greca e siciliota troviamo spesso figure di animali simboleggiare originarie immigrazioni etniche o
perticolare protezione: la civetta (Atene), la tartaruga (Egina), il pégaso (Corinto), il toro (Sibari e Crotone), la lepre (Reggio), il
cervo (Caulonia), il polipo (Siracusa), l’aquila (Locri), il delfino (Taranto), il gallo (Imera), il granchio (Agrigento), l’aquila
(Hipponion), il cavallo in corsa o il pégaso (Medma); così a Roma la lupa ed il toro nel Bruzio.
Altre leggende molto significative vengono incise sulle monete: Apollo laureato, Cerere o Proserpina con due spighe, o due
papaveri ed una spiga, o un fiore di licino che spunta dalla terra, o Ercole con la clava e la pelle di leone, Mercurio col pégaso
alato, o Giove col fulmine, o Giunone o Venere diademata, o Pallade galeata con l’asta nella sinistra e il flagello nella destra,
alipede con un grifo, o Bacco col grappolo d’uva, o Nettuno col tridente. Sulle monete di Crotone si vede Eracle in atto di
compiere una libagione funebre sulla tomba del suo ospite eroe Crotone da lui stesso ucciso involontariamente predicendo che una
città sarebbe divenuta famosa col suo nome (Diodoro, IV, 24, 7).
26 A Reggio quasi tutte le iscrizioni sono in lingua greca. Anche a Vibo fu trovata scritta in lingua greca una iscrizione, presso
Piazza d’Armi, sul sepolcro di un certo Antioco Samaritano:
ANTIOXOU SAMARITANOU
(V. Solari – intorno agli elementi greci nelle iscrizioni dei Bruzi p. 100).
Molti nomi greci si trovano nelle iscrizioni sepolcrali in lingua latina del V e VI sec. d.C.: Agathemeris, Crysandus, Higia,
Heraclidas, Amintus, Leocosius, Chrisogunus, Polemon, Zosimus, e ciò per effetto delle tradizioni locali di trasmettere i nomi
degli antenati ai discendenti.
27 Rohlfs, Scavi linguistici nella Magna Grecia, Roma, 1933. Il gruppo linguistico greco, oggi in via di sparizione, è continuato a
sopravvivere in alcuni centri montani della Prov. Merid. di Reggio, come a Bova, Condofuri, Roccaforte e Raghudi, per la totale
mancanza di strade di comunicazione che li ha resi quasi avulsi dal resto del mondo sociale.
Vibona rimase in piedi grazie al numero degli abitanti sembra più numerosi, al suo porto, al suo commercio, alla bontà del suo
clima, alla bellezza del suo paesaggio e alla abbondanza dei suoi prodotti della terra e del mare, tanto che quando sotto Traiano
(98-117) si volle completare la rete stradale, Vibona fu il punto di convergenza della costiera Temesa-Vibona e della
transappenninica Scyllaceum-Vibona.
E se Vibona viene ricordata dall’Itinerario Antonino e non Valentia, è perché Valentia era da tempo decaduta e non più centro
militare come al tempo in cui era stata costruita la grande arteria Capua-Reggio.
Nel IV sec. poi, allorchè la chiesa di Roma determinò l’organizzazione del suo territorio, facendo corrispondere una sede
episcopale ad ogni –civitas- dove la nuova fede aveva messo salde radici, quivi, a Vibona la istituì. E che il seggio episcopale sia
stato a Vibona l’affermano studiosi del valore dell’Eubel, Fabre, Lenormant, Pontieri; e lo documenta il meteriale epigrafico
cristiano rinvenuto in ogni tempo del territorio dell’antica città (Monaco – Quando svanì Valentia).
Da Ottaviano in poi l’attributo di Valentia si ecclissa e dal II secolo non risulta più né dalle lettere dei Pontefici S. Gelasio e S.
Gregorio Magno, né dagli atti dei Concili in cui ogni nostro Vescovo partecipante si sottoscrisse – Episcopus Vibonensis.
Unica città fu indicata Vibona fino a che non venne saccheggiata e rasa al suolo dalle orde dei Saraceni (X e XI secolo).
Ritroveremo in seguito Vibona, dopo il mille, ma ridotta a un piccolo borgo, accanto a Monteleone risorgente alle falde dell’antica
acropoli, favorita dai Normanni e dagli Svevi. Il nome di Vibona esiste ancora infatti nel 1270 sotto Carlo d’Angiò: una
particolare tassazione pese sui suoi abitanti come pure sui “Giudei di Monteleone”. Un casale “Ventiboni” stà “Capo Vibune”: nel
1277 apparisce “Bibona al luogo di Vibona” (R. Archivio di Stato di Napoli Reg. I e 5, f. 109).
Questidue riportati documenti devono considerarsi basilari per la storia della nostra città: il primo ce ne tramanda la nuova
denominazione –Mons –Leo- Monteleone, la seconda la fina di una gloriosa esistenza: Vibo-Vibona.
Nel lungo periodo della decadenza del romano impero, le città del Bruzio erano anche cadute nello squallore più desolante.
“Cominciò solo a ridestarsi”, osservò bene Spanò-Bolani (Storia di Reggio, vol. I. pag. 178) “questa massa di esseri vitali, quando
i Goti e gli altri barbari, a modo di avvoltoi, gettatisi al fiuto dell’immenso cadere dell’impero romano, ruppero la barriera delle
Alpi, e si rovesciarono giù. Si ridestò, è vero la nostra gente, ma per sentire il pesante calpestio dello straniero che desolava
l’Italia”.
Invasioni e saccheggi tremendi Vibona subì. Per Vibona nel 410 passò Alarico, re dei Visigoti, quando si recò a minacciare la
Sicilia da Reggio e quando di là fece ritorno per la conquista di Cosenza dove fu colto, l’anno dopo, da repentina morte: i danni
furono così ingenti che l’Imperatore Onorio esonerò le popolazioni del Bruzio da ogni tributo per cinque anni. E vi passò
Genserico, re dei Vandali, e poi Autari, re dei Longobardi nel 590: “Le case furono saccheggiate ed arse, gli uomini e le donne
furono sottoposti a riscatto, le chiese incendiate, i monasteri distrutti, mentre i monaci, dispersi ovunqueper la Calabria e la Sicilia
andavano miseri e vagabondi” (M. Amari, Storia dei Mussulmani in Sicilia, vol. I, p. 24).2
Al contrario Vibona non è nominata negli avvenimenti della guerra dei Bizantini contro i Goti, nemmeno sotto il dominio di
Totila in cui il Brutium ebbe a sopportare la maggior parte del peso della lotta. Le operazioni militari dei due eserciti si svolsero
quasi per intero lungo il mar Jonio, fra Reggio e Taranto (Lenormant, La Magna Grecia, p. 208).
Nel VII secolo, dopo la ribellione del Duca di Napoli Giovanni Compsinus contro il greco Imperatore, l’esercito napoletano,
marciando su Reggio, di cui momentaneamente s’impossessò, occupò Vibona. “Il nome del villaggio vicino di Longobardi
–assicura Lenormant- del quale si trova già il ricordo nell’undicesimo secolo, e di Castelmonardo, attestano che il paese fu per
qualche tempo compreso nelle conquiste dei Longobardi di Benevento sui Bizantini, di un’epoca in cui le notizie storiche precise
fanno quasi assolutamente difetto”.
Durante il dominio dei Bizantini, nella seconda metà del secolo VII, troviamo la nostra regione divisa in due parti prendere due
denominazioni. Conservò l’antico nome di Bretia la parte settentrionale, la parte meridionale prese il nome di Calabria. Il più
valido documento a riguardo è la lettera sinodale del Papa S. Agatone –680- per il concilio di Costantinopoli sottoscritta da 125
Vescovi occidentali. In essa leggiamo che Stefano di Locri, Giorgio di Taurianova, Teodoro di Tropea e Oreste di Vibona si
sottoscrissero come Vescovi di Calabria, mentre Paolo di Squillace, Pietro di Crotone, Abbondanza di Tempsa e Giuliano di
Cosenza si sottoscrissero Vescovi della Brezia (Minasi – op. cit. p. 16). L’estrema punta da Locri a Vibona, bagna dal Ionio e dal
Tirreno, prese il nome di Calabria e pare che i Bizantini siano stati ad introdurre siffatta mutazione, perché, perduta l’antica
Calabria di Puglia, ne trasferirono il nome nella parte meridionale della Brezia. In seguito invalse talmente questo nome che lo
s’impose anche alla parte settentrionale a mano a mano che i Bizantini strapparono quel territorio ai Longobardi. Nella prima metà
del secolo VIII tutta la regione prende il nome di Calabria. Già al tempo di Leone Isaurico questo cambiamento era ormai
avvenuto. Infatti insospettito costui che i popoli occidentali del suo impero avevano osato disubbidirgli all’ordine di abolire il
culto delle sacre immagini, pensò di punirli col crescere di un terzo il testatico nella Sicilia e nella Calabria e di sottrarli alla
giurisdizione di Roma sottoponendoli al Patriarcato di Costantinopoli. Ai Longobardi e ai Greci che opprimevano il nostro paese,
si aggiunsero i Saraceni, specialmente dopo la conquista della Sicilia dall’827 all’878.3 S. Nilo li descrive “Rudi nello sguardo,
fieri nell’aspetto somiglianti a demoni”. È rimasta viva ancora presso il nostro popolo l’impressione di quei volti truci e
sanguinari: “mi pari nu saracinu”.
Essi distrussero i Vescovadi di Turio, Tempsa, Taurianova, Amantea e Vibona, come appare dalle Cronache di Cetreno, Teofane,
ed Erchemperto (Cronicon Cavense).
Le scorrerie dei Saraceni si protrassero quasi per tutto il X secolo mettendo a sacco e a fuoco le belle nostre città specie quelle
poste sulla costa. Le forze Bizantine si mostrano allora insufficienti a presidiare il litorale per cui le popolazioni dovettero fidare
sulle proprie energie nel difendersi e fuggirono cercando asilo sui monti di fronte all’impeto irresistibile di costoro sitibondi di
strage e di rapina. La più micidiale invasione fu nel 951 allorchè l’Emiro di Palermo Hasan ibn Alì, e per mancato tributo dei
Bizantini e per avere avuta conoscenza delle agguerrite milizie speditegli contro Costantino Porfirogenito, decise di occupare tutta
la Calabria; e chiesti perciò aiuti al Califfo d’Africa Farag Mahaddet, con poderoso esercito e numerosa flotta assaltò prima
Reggio e poi le coste occidentali dell’estrema Calabria, tutto orribilmente devastando e saccheggiando e mandando schiavi i
cittadini in gran numero. Fu allora che venne distrutta Taurianova e gli abitanti cercarono asilo nel vicino castello di Seminara
(De-Salvo – Storia di Palmi, p. 2 e 12); fu anche allora che la città di Terina venne rasa al suolo e gli abitanti superstiti andarono
ad accrescere la popolazione di Nocera Terinese o meglio di Tiriolo. Nelle cronache di Lupi Protospatae è riportata che presso
Vibona, Azzo, duca di Calabria sconfisse il Califfo Alassan. Vibona, più volte saccheggiata, fu rasa al suolo nella terribile
incursione del 983.4 Dall’anno 965 al 983 Vibona mutò il nome romano in quello di Millarmi a ricordo che mille suoi armati
respinsero coraggiosamente un assalto di notte tempo tentato dai Saraceni Agareni. La notizia però non è confermata da alcun
documento storico: solo G. Capialbi, nella sua Storia, ne dà un cenno vago.
IL CRISTIANESIMO A VIBONA
Il Cristianesimo fin dagli inizi si sviluppò rapidamente istituendo comunità in tutti i centri importanti dell’Impero, come attestano
gli Atti degli Apostoli e le loro Lettere.
Della venuta degli Apostoli nel Bruzio non si hanno prove in documenti autorevoli. Solo di S. Paolo si ha riscontro negli Atti degli
Apostoli: “Inde circumlegentes venimus Rhegium – di li (Siracusa) facendo il giro della costa, giungemmo a Reggio” (XXVIII,
13).
La fondazione della chiesa di Reggio si assegna all’anno 56, come risulta dagli Atti del martirio di S. Stefano, primo suo Vescovo,
di cui si conserva copia nella biblioteca Vaticana, tradotti in latino dall’insigne storico reggino Giuseppe Morisani che ne difese
l’autenticità nel sec. XVIII (Unghelli tomo IX). Egli venne martirizzato dopo diciassette anni di episcopato, insieme con Socra sua
coadiutrice e tre sante discepole: Agnese, Felicita e Perpetua (G. Cozza-Luzzi, Lettere Calabresi, p. 57). Sull’autorità di P.
Gualtieri (De Sanctis Calabriae, lib. I), sappiamo che S. Paolo convertita Reggio, nel viaggio verso Roma, abbia approdata a
Vibona e quivi abbia composto il primo oratorio cristiano accanto al tempio di Proserpina eleggendo il primo Vescovo. L’illustre
Prof. Orsi vide a Porto Salvo, dove si estendeva l’antica Vibona, i ruderi di una primitiva chiesetta in opera laterizia, del tipo a
trifoglio ed a cella trichora, vicino alla quale venne fuori un enorme lastrone marmoreo che si crede facesse parte del celebre
tempio di Proserpina. Si vuole che il paese S. Pietro sia il luogo dove S. Pietro abbia fondato il primo sacello; ma nulla si è trovato
a proposito. Potrebbe essere che il piccolo borgo, verso i primi del sec. IV, abbia ricevuto il nome di S. Pietro a memoria della
evangelizzazione fatta in quel luogo da S. Pietro,5 di passaggio per Roma.
La penetrazione del Cristianesimo, al principio del II secolo, è notevole nell’Italia Centrale e Meridionale, come in Grecia, in
Egitto e in Asia Minore. Plinio il Giovane nel 113 scrive a Traiano “che la Religione Cristiana è professata da un gran numero di
persone d’ambo i sessi, di ogni età e classe sociale; che ha invaso, come contagio, non solo le città, ma i villaggi e le campagne,
che i templi sono disertati e non si trova quasi più chi compra le vittime”.
Clemente Alessandrino, vissuto tra il 150 e il 226, scrive negli Stromati (1. Cap. I), che, convertitosi al cristianesimo, volle
approfondirsi nelle sue doltrine ascoltandone i più celebri maestri nella Magne Grecia, in Grecia e, infine, in Egitto. La Magna
Grecia comprendeva anche la Calabria attuale. La testimonianza di Clemente, benchè non molto determinata, tuttavia, in tanta
scarsezza di documenti e di monumenti, è preziosa. Dimostra che nella metà del II sec. il cristianesimo da noi non era ignoto
(Lanzoni. Le prime introduzioni del Cristianesimo e dell’Episcopato nei Bruzi).
Alle Chiese Cristiane già organizzate si riferisce il Rescritto di Costantino del 21, 10, 319 diretto al Correttore “Lucaniae et
Brittiorum”: Qui divino cultui ministeria religionis impendunt, hi qui clerici appellantur, ab omnibus muneribus excusantur
(Lanzoni – Le Diocesi d’Italia, vol. I, p. 319). Tra i Vescovi presenti al Concilio di Sardica del 343, S. Anastasio, Vescovo di
Alessandria, nomina anche quelli del Bruzio (Migne – P.G. 25, 250). S. Girolamo, nella “Apologia arersus libros Rufini”,
parlando del potere dei vescovi, conferma l’esistenza a Reggio di un Vescovo: “Ubicumque fuerit episcopus sive Romae, sive
Eugubii, sive Costantinopoli, sive Rhegii, sive Alexandriae, sive Tanis, eiusdem meritis, eiusdemque est et sacerdotii (Migne –
P.L. 22 S. Hier. Epistola CXLVI ad Evangeli, II 94).
La prima propaganda cristiana pare sia stata in greco. Da quando la lungua di roma era diventata la lingua ufficiale dei dominatori,
il greco nell’Italia Meridionale era andato via via perdendo terreno e nella sua decadenza si era ridotta ad essere una lingua di
pastori e di contadini. Ma quando giunsero i primi banditori del cristianesimo, si ravvivò la fiamma morente dell’ellenismo
(Harnach). Le regioni greche risorgevano per effetto dell’influenza sempre crescente della chiesa che aveva fatto del greco la
propria lingua. Anche a Roma la chiesa, fino alla metà del terzo secolo, fu più greca che latina. Non solamente si parlava greco,
ma si leggevano in greco i Sacri Libri. Solo durante il terzo secolo si trovano tracce delle versioni degli evangeli in siriaco e in
latino (A. Crispo – Antichità Cristiane della Calabria Prebizantina). Il predominio della lingua greca è incontestabile come lingua
liturgica della primitiva chiesa (Lerclerq). Quindi la propaganda cristiana in lingua greca trova le nostre popolazioni già alquanto
preparate e fu un grande coefficiente di più facile diffusione. Lo dimostrerà in seguito il fatto che all’apparire di Belisario si
affrettano a far causa comune con lui, con spontaneità, sia quelle popolazioni della costa marittima, sia quelle dell’interno
(Procopio, Guerra Gotica, I, 104).
Abbondante è il materiale epigrafico cristiano del IV e V e VI sec. venuto fuori in Calabria.6 Nel 1883 a Vibo Valentia fu
rinvenuta, presso l’Affaccio, la seguente iscrizione cristiana:
HIC. N…
ADEO… RECESSIT IN
PACE SUB DIE…
AUGUSTAS ISIDORO ET
T. SCAEFIUS
VIX AN XVII
PULLIUS DYONISIUS
CRISMUS YSANTUS
VIX AN XI
Le due parole CRISMUS YSANTUS avrebbero dovuto formare il nome CHRISANTUS il quale era un liberto, come si rileva
dalla C rovesciata che soleva indicare siffatta qualità (De Rossi, Roma sotterranea).
D.M.S.
MUNITIA
LIMENE
VIX AN XXXV
FILIUS MATR.
PIENTISSIMAE F.
D. M. S.
FRIGETUS VI
XIT ANNIS XXII
FRATER BEN. ME
… (TI) FECIT
D. M. S.
M. NUMISI
US COMMOD
US VIXIT AN
TRI OP + ME (optimae)
D. M. S.
TITILIA AN
TIOCUS VI
XIT AN XIIII M IIII
DIES VIII MATER
FILIAE FECIT
D. M.
ATHENIDI
MATER FI
LIAE DULC
ISSIM. FECIT
D. M. S.
ATILLA HIGIA VIX AN XXXV
ATILIUS EUHODIUS CONIUG. B.M.
D. M. S. TURILLIS AMIANTUS
CONIUX B. M. F.
A.E.M. (aeternae memoriae)
Le sigle B.M. in cima o alla fine delle epigrafi significano “bonae memoriae sacrum”. Il De Rossi sostiene che le lettere B.M.
siano state sostituite alle pagane lettere D.M. = diis manibus. I fedeli ne facevano abuso: i cristiani, specie nelle Puglie ed in
Calabria, furono tenaci conservatori d’ogni funebre memoria riconoscendo indegna ogni trasformazione.
Tre povere e rozze diciture grafiche su marmo, furono trovate a S. Cono di Cessaniti, conservate presso il Museo Capialbi:
B.M. HUIC TUMU
LO RE (QUIE) SCIT IN PACE
PEREGRINUS DIAC
QUI VIXIT AN PLM
DEPOSITUS EST
SUB IIII ID OCTO
BRIS IND XV
DECIES PSC BASILI
VC CONSS
Fu trovata nel 1837. Il Capialbi l’assegna all’anno 551 che fu l’ultimo del consolato di Fausto Anicio Albino Basilio, sotto
l’Imperatore Giustiniano. HIC REQUIESCIT sta ad indicare il riposo dopo i travagli della vita terrestre, in un sonno prolungato;
coemiterium era detto il luogo di sepoltura, cioè dormitorio. La formula, depositus est, si diffuse presso i cristiani fin dalla
seconda metà del III secolo, ignota al linguaggio funerario pagano. Per il pagano la morte era l’inizio di una vita dolente, incerta;
forse il ritorno al nulla; per il cristiano invece che crede nell’immortalità dell’anima, l’anima è destinata a riprendere un giorno il
suo corpo da cui si è temporaneamente separata. Il corpo dopo la morte, non è una misera spoglia, ma qualche cosa che deve
conservarsi con cura. Le parole depositio, depositus rappresentano la sepoltura come semplice consegna.
MGII ET DEPOSITUS
EST OCTOBRIS FLT
B.M.
L.
Altre iscrizioni furono trovate a Bovalino nel 1890, a Lazzaro, a Locri, in contrada Petraia, a Reggio, a Nicotera, in contrada Diale
o Romano, a Ricadi, in contrada Chiusa (Taccone – Gallucci, Epigrafi cristiane nel Bruzio).
A Tropea in una sala del palazzo dei Marchesi Toraldo, si conservano dodici iscrizioni cristiane del V e VI secolo, alcune venute
fuori nel 1857, da una dirute torre bizantina, detta Torre lunga, altre da diverse località.7 Anche a Taurianova, in contrada S.
Martino e Pietrenere, furono trovate undici iscrizioni cristiane del IV, V e VI secolo.8
In una delle iscrizioni trovate a Tropea del V sec., si parla di una certa “Hirene conductrix Massae Tropeanae”, di cui fa anche
cenno S. Gregorio Magno nella lettera indirizzata, nel 591, a Petro Notaro, per alleggerire i Monaci del monastero di S. Michele
Arcangelo di Tropea, del canone dovuto alla S. Sede. Nel Liber Pontificalis si accenna ad una massa Trapeas, certamente a questa,
sotto Papa Silvestro (Taccone Gallucci, op. cit. p. 40). Anche nella vicina Nicotera esisteva una uguale Massa.
Al Vescovo Rufino di Vibona, S. Gregorio, nel 596, ordina di visitare la Chiesa della Massa di Nicotera. Erano tre le Massae in
Calabria: di Tropea, di Nicoterae della Sila oBruzia. In un Papiro dell’anno 444 sono nominati molti conductores di Massae in
Sicilia (Marini, Papiri diplom p. 102, 110). La chiesa romana ha accettato fin dalla sua istituzione quanto le veniva offerto dalla
carità dei fedeli, per il mantenimento dei suoi ministri e dei poveri e possedeva beni stabili specie dopo il trionfo di Costantino
(Bingan, Origines Ecclesiae; Eusebi, Hstoriae Eccl. I, 5).
La Massa o Masseria era il complesso di tenute, con case coloniche, greggi e attrezzi agricoli che ne formavano il patrimonio. Era
provvista di chiesa e di oratorio e qualche volta di osteria. Di siffatto patrimonio ne stava a capo un rector nominato dal Papa,
assistito da notari, difensores, actionarii (Fabre, De patrimoniis romanae Ecclesiae). Sotto il rector erano i conductores, i fittuari,
che raccoglievano le entrate in natura o in danaro. Non sappiamo se detta Irene, fidelis in Cristo Jesu, sia stata la fondatrice della
Massa cristiana di Tropea o fosse chiamata conductrix per la professione del marito e non per la professione propria personale
superiore alle capacità di una donna.
Altre due iscrizioni cristiane trovate a Tropea si rivelano molto importanti: una parla di un Monsis (Mosè) presbiter, cui i figli
eressero il sepolcro; l’altra parla di Leta presbitera, a cui il marito eresse il sepolcro. Leta non può essere la moglie di Monsis dal
titolo del quale prese il nome di presbitera: non ci sono prove. La chiesa fin dal suo nascere ha ammesso che la donna partecipasse
alle sacre funzioni liturgiche, nei battesimi e nelle agapi come diaconessa ; la donna si occupò soprattutto delle mansioni
riguardanti la carità; il diaconato delle donne si mantenne sino al sec. V o VI (Duchesne, Origines du culte Chretienne, p. 342).
Non solo nella iscrizione di Tropea troviamo un Monsis presbiter ammogliato con figli e Leta presbitera col marito, ma nello
stesso periodo di tempo, IV e V sec., anche nelle iscrizioni di Tauriana si riscontrano un Januarius diacono ammogliato, il vescovo
Eventius pure coniugato ad un altro Vescovo, Leucosius (sconosciuto nella serie dei Vescovi di Tauriana), il quale prepara il
sepolcro a suo figlio Evenzio, iscritto, con il grado di centurione nella milizia imperiale. È da escludere che Tropea e Tauriana
seguissero allora la disciplina delle chiese orientale e fossero già, come poi divennero, di rito greco.9 Vi si sforza da alcuni di
giustificare gli abusi d’incontinenza nei casi citati, spiegando come i figli di Monsis fossero stati da lui procreati prima di essere
ordinato sacerdote e che Leta, uxor presbiteri, dovesse vivere col marito in perpetua castità ricordando il passato di S. Gregorio
Magno (Dial. IV, 2) che parla di un presbiter che, presi gli ordini sacri, considerò presbiteram suam ut sororem.
È di quel tempo una lettera inviata da S. Innocenzo I a Massimo ed a Severo della Brezia, in cui denunzia la grande corruzione
specie del clero (Migne, Patr. Lat., vol. XX, p. 402, 417).
L’istituzione del celibato per il clero fin dai tempi apostolici, è argomento di controversia fra gli storici. Senza dubbio S. Paolo (I,
9), pur raccontando il celibato, nella lettera a Timoteo, afferma che il Vescovo deve essere sposo di una sola donna. I cinque casi
riportate dalle citate iscrizioni rispecchiano una pratica assai diffusa in tutta la gerarchia ecclesiastica fino al Medio Evo, per
l’influsso della chiesa orientale dove l’uso del matrimonio era permesso, e per il facile accesso alle sacre ordinazioni di persone
senza vocazione religiosa. Si cerca di porre argine al mal costume causato dal Sinodo di Cesarea che consentiva il matrimonio
prima dell’ordinazione e giammai dopo, col sinodo di Elvira del 306 che severamente ordinava che, i trasgressori della disciplina
del celibato, fossero scacciati dall’onore del clericato: “exterminentur ab onore clericatus”. Certo è che la legge del celibato
enunciata dagli Apostoli e sostenuta da severe sanzioni, venne ad effettuarsi gradatamente nel clero rimanendo segno di vera
vocazione e norma fondamentale di vita ecclesiastica.
Iscrizioni di tal genere, come a Tropea ed a Tauriana, si trovano dappertutto in quei tempi, a Narni col Vescovo Cassio e sua
moglie Fausta, a Chiusi col Vescovo Joventio e col Vescovo Petronius che lasciò cinque figli, e a Roma, nel cimitero di S.
Ciriaca, col Vescovo Leone, di cui compose il tumulo Lorenza, sua consorte: “hunc mihi composuit tumulum Laurentia coniunx
moribus apta meis semper veneranda” (De Rossi, Inscrpt. Christ. Tomo I; Garucci, Storia dell’Arte, V). Altre testimonianze del
Cristianesimo primitivo: a S. Gregorio d’Ippona a pochi chilometri da Vibo, fu trovata una statua marmorea del buon Pastore ,
conservata presso il Marchese Toraldo di Tropea, alta cm. 30,5 e larga 23,5. Il piccolo reperto ha tutte le caratteristiche dell’arte al
tempo dell’Imperatore Costantino.
Sopra Tropea inoltre, nei pressi della Villa Felice, demolendo, nel 1955, le mura di un vecchio convento Basiliano, detto di S.
Angelo, fu rinvenuto un enkolpion a forma di croce fuso in bronzo, piccola croce pettorale di provenienza orientale forse siriaca,
con la figura del Crocifisso ed altre figure in rilievo. Si ritiene del VI o VII secolo.
Somigliante a questo si trovò a Calanna, vicino Reggio, nel 1920, la vulva di una croce pettorale in bronzo con la figura del
Crocifisso.
Un’altra vulva fu trovata a Reggio, ora in quel Museo. Anche le Bratteate auree trovate a Tiriolo ed a Siderno, con figure di Santi,
sono del VII secolo quando molti profughi dall’oriente si ripararono in Calabria per sfuggire ai Musulmani (A. Lipinski, Encolpia
Criciformi orientali, Arch. Stor. Calabr. E Luc., a. XXVIII, I –II).
Al secolo VI o alla fine di esso è assegnato il più importante degli evangeliari greci posseduto da Rossano, detto Purpureo,
riccamente miniato e scritto su due colonne in bello onciale con larghe lettere in argento ed oro. Conta di 188 fogli; gli elementi
stilistici e le caratteristiche iconografiche ne rivelano l’origine orientale e l’accostano alla Genesi di Vienna (Codex
Vindobinensis) e al Sinopensis (Cod. Parisinus) del sec. V – VI.
Il primo Vescovo Vibonese si riscontra sottoscritto agli atti del Concilio romano del 465 di Papa S. Ilario, con quello di Squillace
di nome Gaudenzio. Verso la fine del V secolo (494-96), in una lettera di Papa S. Gelasio, incontriamo i tre Vescovi, Majorico,
Sereno e Giovanni della Brezia, d’ignota sede, nella quale viene lanciata la scomunica contro alcuni della famiglia Dionisio che
avevano usato usurpare alcuni diritti della chiesa di Vibona sprezzando di risarcire i danni ingiustamente causati. Colla stessa
lettera il Papa priva dell’ufficio ecclesiastico il presbiterio Celestino che, contro la sentenza del Vescovo e gli ordini della Sede
Apostolica, aveva ardito di amministrare ai Dionisio la Santa Comunione (Migne-Tom. LIX). Mons. Taccone-Gallucci (Regesta,
299), ravvisa nel sunomato Vescovo Giovanni quello di Vibona intervenuto al Sinodo Romano sotto il Papa S. Simmaco, con altri
settanta vescovi d’Italia, contro Lorenzo Antipapa nel 499.11I Canoni penitenziali, il Concilio primo Niceno e l’Ancirano avevano
già sancita la disciplina contro i delinquenti, come nel caso; e la pena inflitta al sacerdote Celestino era quella “abstinendi aut
prohibendi offerre atque repellendi a consortio sacerdotali”, secondo la Epistola di S. Gelasio ai Vescovi della Lucania. (V.
Capialbi accenna ad una lapide rinvenuta presso Monteleone, con un epitaffio di Publio Dionisio al figlio defunto T. Scefio
Dionisio; e che da costoro probabilmente sia discendenti i Dionisio del decreto (Inscriptionum Vibonensium specimen).
Riguardo alla situazione religiosa di questo periodo, attingiamo le notizie dalle lettere di S. Gregorio Magno dirette ai Vescovi
della Bretia.
Nel 591 ingiungeva a Petro Notario di sovvenire i Monaci del monastero di S. Arcangelo di Tropea alleggerendoli del canone che
essi pagavano su di una tenuta appartenente alla chiesa romana. La riduzione del canone che dovevano annullare, doveva essere
da un soldo a due terzi d’oro, da tredici denari ad un terzo. Abbiamo detto che la Chiesa Romana ha accettato, sin dalla sua
istituzione, quanto le veniva esibito dalla devozione e dalla carità dei fedeli, per il mantenimento dei suoi Ministri e dei poveri
(Bingam – Origines Ecclesiast., lib. I); possedeva beni stabili specie dopo il trionfo di Costantino (Eusebii, Hist. Eccl. Lib. X, 5).
Del pingue e vasto patrimonio di Sicilia fa frequente mensione il Regesto dell’insigne Pontefice; del patrimonio che aveva nel
Bruzio si ha la più antica memoria in questa lettera a Pietro, suo Notaio il quale coadiuvava il Rettore del patrimonio, con gli altri
diaconi, suddiaconi o difensores che erano prescelti con potestà sulle terre e sulle persone che le coltivavano.
Questapiccola terra era stata data in fitto al monastero di S. Arcangelo presso Tropea, e faceva parte del Massa Tropeana, di cui si
venne in conoscenza dalla lapide rinvenuta, quasi un secolo fa, nella piccola Catacomba, sotto l’antica torre della città. Un’altra
lettera dello steso Pontefice riguarda i monaci di Tauriana ed il Vescovo Paolino, vir magnificus, venerabilis, costretto a riparare
nel monastero di S. Teodoro di Messina al sopraggiungere dei Longobardi nel 589, che distrussero in gran parte la città di
Tauriana. Con un’altra lettera prega Pietro, suo delegato in Sicilia, di accogliere i monaci fuggitivi della Brezia al giungere dei
Longobardi, che vagavano per l’Isola senza scorta e senza disciplina, e di riunirli nel monastero di S. Teodoro sotto la direzione di
Paolino “ut in unum possint, eo duce, onnipotenti Domino deservire”. Erano questi Monaci Benedettini. Non si può pensare che
fossero monaci del Cenobio di Cassiodoro. A Squillace sua patria, egli già ministro di Teodorico, ritiratosi dalla vita politica,
aveva costruito il monastero di Vivarium per i cenobiti e quello di monte Castello per gli eremiti, nel 540. Vita attiva e
contemplativa. Dotò il Vivarium di una ricca biblioteca, di opere letterarie e scientifiche. Vi fondò pure un’accademia che dallo
studio della calligrafia e della grammatica saliva gradatamente a quello delle scienze più alte a scopo di diffondere in occidente la
luce della vera scienza al pari di S. Benedetto da Norcia.
Abbiamo notizie in questi tempi di un altro Vescovo di Vibona, Rufino. A lui S. Gregorio scrive nel 596 ordinando di visitare la
chiesa della Massa di Nicotera “Massae Nicoteranae”, e di consacrare un sacerdote per l’amministrazione dei Sacramenti, secondo
l’istanza pervenutagli da quel popolo che, per mancanza di sacerdoti, i lori figli rimanevano senza battesimo. Questa Massa
doveva sorgere nella parte sottostante all’attuale Nicotera, tra il torrente S. Pietro e la Contrada Timpa, presso la via
Nocotera-Fabiana e la linea ferroviaria. Si vedono ancora i ruderi dell’antico caseggiato e la striscia del terreno, rimasta sempre
sterile ed infeconda perché, secondo la tradizione, sopra di essa fu trascinato dai Saraceni, nel secolo IX, alla coda di un indomito
cavallo, il Vescovo Cesare di Nocotera (Aceti – Adnot. In Barrium). Lo stesso Vescovo Rufino di Vibona è ricordato nelle lettere
inviate nel 596 a Secondino, Vescovo di Taormina, per esaminare insieme il testamento di un certo Dulcino che lasciava dodici
once di oro alla chiesa di Locri e al monastero di S. Cristoforo di Taormina. A Rufino succede a Vibona Venerio, delegato nel
599, coi Vescovi Paolino di Tauriana,Proclo di Nicotera, Palumbo di Cosenza, Marciano di Locri, e Savino suddiacono, a
prendere esatto conto sui delitti di che i chierici di Reggio incolpavano il loro Vescovo Bonifacio.12
Nell’anno 600 il Vescovo Venerio visita Tautiana e Turio, vedovate dal loro Vescovo (V. Capialbi – Memoria chiesa Militense,
pag. XVII).
Dalle lettere di S. Gregorio dieci diocesi rileviamo esistenti nel Bruzio: sul Tirreno: Tempsa, Vibona, Nicotera, Tauriana e
Reggio; sul Jonio: Locri, Squillace, Crotone, Turio, Cosenza. Non vi è menzione di quella di Tropea che pure è antica ed uno dei
suoi Vescovi sottoscriverà gli atti del Concilio del Laterano –649- sotto Papa S. Martino I. Questo Concilio fu indetto contro
l’eresia dei Monoteliti che non ammettevano in Cristo due volontà e due operazioni, la divina e l’umana. Vi intervennero circa
105 Vescovi tra cui otto della Brezia: Papinio o Papiniano di Vibona, (Bibonos), Sergio di Tempsa, Crescente di Locri, Lorenzo di
Tauriana, Giovanni di Tropea, Teudosio di Crotone, Agostino di Squillace e Giovanni di Reggio. Il Vescovo di Vibona, Crescente
o Oreste (secondo il Mansi), partecipò nel 679 al sinodo indetto a Roma dal Papa S. Agatone per comporre alcuni affari
riguardanti la chiesa inglese, ed al concilio dell’anno seguente, 680, tenuto a Costantinopoli per la seconda condanna contro i
Monoteliti.
Imperando Leone Isaurico e suo figlio Costantino Copronimo, infierisce in tutto il mondo bizantino l'’resia degl'iconaclasti, odio
contro le sacre immagini. Il monachismo greco basiliano, perseguitato dagli eretici, cercò asilo sicuro in Calabria che si popola di
monasteri basiliani fin dall’ottavo secolo. Non troviamo più i nostri Vescovi intervenire ai Sinodi di Roma del 732, 743 e 769.
Nel Concilio Romano del 744, celebrato dal Papa S. Zaccaria, intervennero dei nostri, Pelagio di Cosenza ed Anderamo di
Bisignano13 (Mansi, op. cit. tom. III). Sotto il successore dell’Isaurico, Costantino Copronimo suo figlio, il fanatismo si mostrò
più esaltato, con generale indignazione. La frattura tra Roma e Bisanzio si allargò sensibilmente. Il Copronimo sanzionò il
passaggio delle chiese Calabresi alla diretta dipendenza del patriarcato Bizantino. Allora anche il Vescovo di Vibona, insieme
cogli altri Vescovi della Calabria, si sono dovuti sottoporre al Patriarca di Costantinopoli: a questo fatto pare alludere il
“Vibonensis ecclesia, peccatis id merentibus, populari frequentia desolata”, di S. Gregorio VII, anno 1081, (Bolla XLII),
riferentesi a Vibona, un secolo prima distrutta dai Saraceni. E se costoro si separarono dalla giurisdizione di Roma fu solo di
fronte alla prepotenza che non produceva scisma, o fu per evitare mali peggiori, pur tenendosi fedeli alla cattedra apostolica
romana. Sappiamo che lo stolto Monarca, con un severo editto promulgato nei suoi domini d’Italia, cioè nell’esarcato di Ravenna,
ducato di Napoli, di Puglia, Sicilia e Calabria, si volle imporre anche sul vasto patrimonio del Papa, cui usurpò, per rappresaglia,
nella nostra regione, le tre Masse di Nicotera, Tropea e Cosenza.
Per la lontananza della Capitale si rese allora necessaria la istituzione dell’Eparchia o Provincia della Calabria, con Reggio sede
del Metropolita, per la consacrazione dei nuovi Vescovi ed il disbrigo degli atti del loro ministero. Ce ne fa menzione la Notizia I
della Diatiposi di Leone VI, negli anni 813-820, che elenca le Chiese suffraganee, cioè quelle “a Romana Diocesi avulsae, quae
nunc Throno Costantinopolitano subiacent”: Locri, Squillace, Crotone, Cosenza, Tropea, Tauriana, Vibona (F. Russo. Storia
dell’Archidiocesi di Reggio Cal., vol. I, p. 175).
La storia ecclesiastica ci ha tramandato le proteste dei Papi per la restituzione non solo del patrimonio confiscato alla chiesa
cattolica romana nelle Puglie, Sicilia e Calabria, ma ancora della giurisdizione delle chiese sottoposte al Patriarca Bizantino, come
confermano il Papa Stefano III, scrivendo a Papino nel 756, ed Adriano I nella risposta, nel 785, a Costantino e ad Irene che lo
pregavano di intervenire al concilio di Costantinopoli, e nella lettera a Carlo Magno nel 794, e poi S. Nicolò I e Leone IX (Natal.
Alex. Hist. Eccles., IV; Migne 98).
Predominando il Patriarca Costantinopolitano, vennero erette in Calabria altre Diocesi, più per pompa che per necessità spirituale;
e dall’ora troviamo menzionati i vescovati di Catanzaro, S. Marco, Martirano, Umbriatico, Strongoli, S. Leone, Oppido e Bova
(Minasi, op. cit. pag. 230).
Non troviamo presente il Vescovo di Vibona al Concilio Ecumenico quarto di Costantinopoli, contro Fozio, sotto il pontificato di
Adriano II nell’anno 869. Vi intervennero solo i Vescovi di Reggio, Squillace, Crotone, Tempsa e Locri. Aveva forse aderito allo
scisma?14 Il Papa Adriano II, nelle sue lettere all’Imperatore, ordinava che, eccetto di Fozio, di Gregorio di Siracusa e dei
Vescovi da questi ordinati, gli altri, benchè avessero aderito allo scisma, pentiti e ravveduti, fossero perdonati e rimessi nelle loro
sedi. Quando poi ricomparirà lo scisma con Michele Cerulario, Patriarca di Costantinopoli, la scena si muterà: infruttuosi
riusciranno i suoi sforzi a muovere contro Roma i Vescovi delle province occidentali dell’Impero. Ormai il potere dei Bizantini
era al suo tramonto in Calabria e i Normanni stavano per avanzare a gran passi per schiacciare i Greci dall’Italia Meridionale.
MONACI BASILIANI
Dalla prima metà del sesto secolo al 1600 circa, la Calabria fu una delle Province dell’Impero Bizantino, provincia lontana
negletta e spesso misera: tuttavia essa subì profondamente l’influsso di Bisanzio, grazie soprattutto alla intensità della vita
religiosa che si sviluppò. I Monaci dell’ordine di S. Basilio, fin dall’ottavo secolo vi fondarono numerosi centri in tutta l’Italia
Meridionale: si calcola che giunsero a 150 i loro monasteri, cresciutisi fino a 400 dopo la conquista della Sicilia da parte dei
Saraceni; ed era divenuta così grande la celebrità dei loro conventi, così illustre la fama dei loro Monaci che al secolo X la
Calabria appariva come una vera Tebaide.
Il Rodotà, nella sua opera “sull’Origine e Progresso del rito greco in Italia”, assicura che i monasteri basiliani nel regno di Napoli
ammontarono a 1500; coll’andare del tempo diminuirono; nel 1551 discesero a 48 e nel 1746 a 43. Ora esiste solo quello celebre
di Grottaferrata fondato da S. Nilo di Rossano. Questi Monaci, come abbiamo altrove detto, vennero in Sicilia ed in Calabria
quando infuriò l’eresia iconoclastica, in Oriente, per opera di Leone Isaurico: molte immagini sacre essi allora salvarono o
portandole con sé o affidandole alle sorti del mare chiuse in casse che le onde miracolosamente trasportarono sulle nostre spiagge.
In questi tempi di grande miseria materiale e morale, nel continuo pericolo delle feroci incursioni dei Saraceni, il monachesimo
basiliano alimentò in Calabria la lampada del vivere costumato e religioso.
Per non essere disturbati dai saccheggi, i Basiliani si costruirono il cenobio in luoghi montani inaccessibili ed intorno ad esso
cercarono rifugio le famiglie degli agricoltori del territorio vicino. I terreni abbandonati rifiorirono sotto la vanga dei monaci e dei
coloni; molti fiumi furono per la loro opera arginati, molti luoghi paludosi risanati e resi fertili, ponti e strade costruite. Molte
opere inoltre della letteratura antica greca e romana furono gelosamente da loro custodite e giunte a noi, poiché nella loro regola
regna il motto di S. Benedetto: “Ora et labora”. I Monaci che non potevano dedicarsi allo studio, si davano al lavoro dei campi o
come emanuensi al lavoro di copiatura. All’ombra del monastero quindi sorsero campagne fruttifere e convegno di gente. Molti
paesi nacquero così. Dal santuario ricevendo ogni aiuto religioso, il cenobio era parrocchia di fatto senza portarne il titolo, e
superiore spirituale del borgo era l’abate. Fra tanto disordine e confusione, sotto il tirannico ed inetto governo bizantino e le
moleste scorrerie dei Saraceni, in così grande abbandono ed avvilimento, molte opere di bene furono fatte dai monaci Basiliani,
tra cui fiorirono uomini insigni, per pietà e per santità come S. Giovanni Teresti, S. Nicodemo di Cirò, S. Filoreto, S. Fantino, S.
Leoluca, S. Arsenio, S. Orsola di Pentidattilo, S. Leone di Africo, S. Nilo di Rossano, S. Cristoforo, S. Teodoro, S. Basilio di
Spatola, S. Lorenzo di Arena, S. Onofrio di Cao, S. Niccolò di Stilo, S. Proclo di Bisignano, S. Elia lo Speleota.
Abitavano essi in grotte scavate nel tufo ed in modeste casette aggruppate intorno ad una chiesetta a cupola, di cui si può ancora
scorgere la forma caratteristica nella chiesa di S. Ruba, a un kilometro circa da Vibo-Valentia, dell’XI o XII secolo.
La Cattolica di Stilo è l’unico intatto e prezioso gioiello dell’architettura bizantina in Calabria con “la cupola impostata su quattro
pilastri, sorreggenti altrettanti archi di cui due a tutto sesto e gli altri due acuti” (Orsi – Chiese Bizantine). Le altre chiese calabresi
di S. Maria di Tridetti, di S. Giovanni Vecchio di Stilo, della Roccellata di Squillace, di alcune chiese di S. Severina, quasi tutte di
piccola mole, hanno lo stesso carattere planimetrico, con cupoletta centrale e con la stessa decorazione policroma, ottenuta
coll’impiego di materiale misto, lapideo e cretaceo, con sviluppo di lesene, archeggi e merli, costruite da maestranze greche le
quali lavorarono al di qua e al di là dello Stretto al servizio del rito greco.
Fu facile in quei tempi l’imporsi di una chiesa interamente greca, dipendente dal Patriarcato di Costantinopoli, alla testa della
quale erano posti i Metropoliti di Reggio e di S. Severina. E anche quando la denominazione normanna si sostituirà all’autorità
Bizantina, le popolazioni della nostra Calabria conserveranno, per lunghi anni, la lingua ed il rito greco, nonostante la contrarietà
dei nuovi dominatori e della chiesa Romana.
regione detta del Mercurion, abitata da nuclei monastici, noti pel fulgore ascetico.
Alcuni la pongono tra l’altipiano del Poro e la valle di Petrace nei pressi di Tauriana o di Palmi, dove vissero S. Fantino, maestro
di S. Nilo e S. Elia lo Speleota, lasciando ricordi e proseliti. B. Cappelli –(Il Mercurion)- la pone lungo la vallata del fiume Lao
“che nel medio evo ed anche attualmente dalla popolazione è detto Mercure per quasi tutto il suo corso”. Quindi non più oscillante
la sua ubicazione tra il territorio di Rossano e “quello che si estende tra Cassano al Jonio e Castrovillari e l’estrema parte
nord-occidentale della provincia cosentina, come ha equivocato il Gay (Saint Andrièn de Calabre) ritenendo, con l’appoggio di
varie agiografie, che il fiume Mercure fosse affluente del Lao, mentre è tutta una cosa con esso. In questa zona Leoluca costruì il
convento. Dipoi Leoluca e Cristoforo passarono a Vena e quivi eressero un altro convento in luogo molto ameno (Falcone – Vita
di S. Leoluca abate – 1660). Esiste presso Avena, nelle vicinanze di Mormanno, la denominazione di una medioevale diruta
chiesetta dedicata a Santo Luca (B. Cappelli – Una voce del Mercurion), come anche della favea o caverna in cui si ritirava S.
Leoluca. Non c’è dubbio che Leoluca visse nel Mercurion presso Mormanno: lo attestano i suriferiti documenti, il culto ancora
vivo verso questo Santo in quei luoghi ed inoltre i fatti seguenti che leggiamo nella sua vita: “Raccontava Egli ai suoi Confratelli
–(e gli ascoltatori erano convinti che alludesse a se stesso), - che ai tempi del Beato Cristoforoera vissuto in quello stesso
monastero di Vena un monaco che avendo offeso il santo Uomo con una paroletta, si punì con questa penitenza: per venti giorni e
venti notti stette nudo nel gelo dei monti di Mormanno”. Si narra inoltre come un certo Costantino della città di Cassano,
smarritosi per inganno del demonio, trasportato per i dirupi dei monti di Mormanno, fu precipitato dall’alto in modo orribile. Il
poveretto stava per venire meno quando incominciò ad invocare S. Leoluca. Allora dall’opposto del monte udì una voce:
“Fratello, ecco la via giusta”. La voce lo guidò finchè giunse in brevissimo tempo al convento. Colà gli andò incontro il santo
Abate dicendogli: “Fratello Costantino, oggi tu hai sofferto molti travagli”; e, ricordandoglieli, rese insieme con gli altri monaci
grazie a Dio per la sua salvezza (Cajetanus – op. cit. pag. 82-83). Partendo dalle su citate testimonianze, il Prof. A. Basile (In
margine all’agiagrafia di S. Leoluca da Corleone), contesta che il convento di Vena presso Monteleone sia stato teatro della vita
monastica di S. Leoluca, e per queste ragioni: 1°, perché non trova alcun conforto, anzi appare insostenibile, dall’esame
dell’antica agiografia del Santo; 2°, perché la tradizione è di formazione troppo tarda, di tempi nei quali la lontananza dei fatti, la
mancanza di elementi necessari per una sana critica, rendendo oscure le vicende della Calabria basiliana, rendevano facili gli
errori.
L’agiografia antica parla, è vero, di permanenza di S. Leoluca nella zona del Mercurion per cui si diffuse in quelle popolazioni la
fama dei prodigi del nostro Santo, ma non parla che la sua morte sia lì avvenuta e che il suo corpo sia lì seppellito. Abbiamo
invece la tradizione che S. Leoluca sia morto a Vena di Monteleone e non in luogo vago di cui esistono incerte memorie; lo
attestano il citato convento basiliano di “Sancta Maria”,15 e scrittori insigni per serietà d’indagine e profondità di cultura, i quali il
Cajetani, Ippolito Falcone, Bascapè, Bolland, Bisogni, V. Capialbi. (Esistono ancora i ruderi di un antico convento a Vena
Inferiore chiamato Convento o Fontana dei Monaci che si crede sia stato abitato dai basiliani.
Questi storiografi citati asseriscono che S. Leoluca è stato seppellito a Monteleone. Il Cajetani –1657- scrive: “Venerandum
corpus… quod hodie in aede maxima Monti Leonis, civitatis Calabriae, summa cum veneratione colitur” (Animad versiones in
Vitam S. Leonis Lucae abbatis p. 27). Il Falcone: “Il suo natale al cielo fu nel 1° di marzo all’ora sesta del giorno, e, compiti i
pietosi uffici del funerale, fu depositato nella chiesa di S. Maria in quel luogo ove appunto prima fu la sua cella ed oggi è il
Duomo di Monteleone”. Ed aggiunge: “La venerazione a S. Leoluca qui da noi rimonta alla seconda distruzione di Vibo –984-
ove qualche superstite avrà visto il Santo e ne avrà raccontato i miracoli, mentre a Corleone l’aureola beata cominciava a
risplendere dopo un secolo e mezzo dalla morte, appena liberata la città dalla dominazione saracena”. Il Bascapè conferma: “Il
corpo di S. Leoluca si trova a Monteleone, ma non si sa a qual punto”. Il Bisogni (Hipponii Historia – p. 66) scrive: “Apud
surgentes reliquias Hipponi –idest Vibonis- obdomibat in Domino S. Leo-Luca anno 917. In propria ipsa sacra aede, in novo
reparatae Ecclesiae latere, Frates venerabile corpus addidere ab septentrionem circa”. Vito Capialbi dice: “Nonostante che le
incursioni continue dei Saraceni nei secoli IX e X abbiamo distrutto il paese ed atterrati i nostri templi, avanzò nel periodo
normanno l’unica chiesa dell’antico monastero basiliano titolato di S. Maria Maggiore altrimenti detta la grande che sola era
rimasta o si era rifabbricata dai monaci, e nel recinto del cimitero narra in maniera costante, la tradizione, che si sia conservato il
prezioso deposito del glorioso S. Leoluca o come comunemente si chiamava S. Leoluca abate basiliano” (Clero di Monteleone).
Il culto verso S. Leoluca è stato ufficialmente approvato dalla S. Congregazione dei Riti nel 1605 dietro petizione che si conserva
nella biblioteca Vallicelliana dei Padri dell’Oratorio a Roma. Nella chiesa di Messina il 1° marzo si commemora S. Leoluca nella
Messa e nella officiatura (G. Rocché – Vita di S. Leoluca). È commemorato anche nella messa e nella officiatura, nelle Diocesi di
Monreale, da cui dipende oggi Corleone, patria del Santo, che Lo ha eletto suo protettore, di Mazzara da cui dipendeva un tempo
Corleone e di Mileto da cui Vibo dipende. Anche ad Agirà S. Leoluca è grandemente venerato. Nell’ufficiatura in onore del Santo,
del 1° Marzo, approvato per la città di Vibo Valentia nel 1624, si legge: “Corpus in ecclesia beatissimae Virginis in eo loco, ubi
sancti viri cella exstiterat sepulcrum conditum est, quod in hunc usque diem hominum concursu et miraculis celebratur”. I
Bollandisti, con la loro scrupolosa precisione, scrivono: “Ignorasi in qual luogo il corpo del Santo sia stato trasferito”. Alludono al
trasferimento del monastero di Vena dove da alcuni si crede che il Santo sia morto. È ammesso da tutti i suoi biografi che egli sia
stato seppellito a Vibo Valentia nella chiesa di S. Maria Maggiore al Nives, in origine piccolo cenobio basiliano, forse succursale
del vicino monastero di Vena, ed ora Duomo della Città dedicato a S. Maria ad Nives o Maggiore e al Protettore S. Leoluca. Fino
al seicento senza dubbio doveva conoscersi il luogo del seppellimento del Santo.16 I disastri tellurici che si sono abbattuti sulla
Calabria orribilmente, in seguito ne hanno fatto perdere le tracce, nonostante i tentativi di ritrovamento fatti nelle diverse
ricostruzioni del sacro tempio, di cui tratterò in altro capitolo. Nel 1712 fu interrogato Fra Girolamo di Corleone, monaco in
concetto di santità, per conoscere il luogo preciso del sepolcro, e si ebbe la seguente risposta: “Il desiderio che ha la città di
Monteleone di venerare il corpo del glorioso S. Leoluca, è molto devoto e pio e meriterebbe che il cielo condiscendesse ai suoi
voti; ma perché gli altri giudizi di dio sono imprescrutabili, devono i signori di detta città restare contenti della divina
disposizione, la quale ha ordinato non doversi tal santo corpo ritrovare, se non in quel tempo che la città sarà oppressa da
grandissime tribulazioni” (Tarallo – op. cit. p. 264).
“Ma come mai si sarà formata questa tradizione?…” si domanda il Prof. Basile (a pag. 5, op. cit.). “Noi non pensiamo, egli si
risponde, che ad essa abbia dato incintivo la confusione del convento di Vena di Vibo Valentia con qualche altra convento
basiliano nella Calabria settentrionale, sorto in località dello stesso nome. È probabile che, perdutasi col tempo ogni memoria del
convento di Vena, presso Mormanno, si siano ubicati, certo a torto, i fatti della vita di S. Leoluca nella zona di Vibo, ove un
convento di Vena durò più a lungo”. È assurdo pensare che a duecento e più kilometri di distanza tra Vibo Valentia e Mormanno,
la amonimia di Avena o Vena, anche nella confusione delle oscure vicende medioevali, abbia potuto trasferire i fatti della vita di
S. Leoluca nella zona di Vibo, trasferimento accettato bonariamente, alla cieca, da un popolo così intelligente e di profondi
sentimenti cristiani quale è stato sempre il popolo Vibonese, trasferimento divenuto, coll’andare del tempo, convinzione che il
Santo sia realmente vissuto, morto e sepolto nel suo territorio per pio assurgerlo al culto di valido Protettore. Tale asserzione
suona anche insulto alla memoria degli storiografi su menzionati, alcuni di fama indiscussa, i quali, son certo, non fantasticando o
accettando con leggerezza e superficialità le notizie, hanno tratto a vita di S. Leoluca, ma con vaglio di critica seria ed
approfondita.
S. Leoluca morì il 1° Marzo del 915 –alcuni dicono del 917- all’età di 100 anni, a 80 anni della professione religiosa, dopo avere
assistito alla S. Messa ed essersi cibato di Gesù Eucarestia, tra il pianto e le preci dei confratelli di cui, dopo la morte di P.
Cristiforo, era diventato Abate. Lasciava a successore il confratello Teodoro e suo coadiutore Eutemio. Un sottile odore di viole si
effondeva dal suo corpo nella cella: “tantaque repente soavitas odoris oborta est, ut adoramentorum omnium vim nova atque
insolita fragantia superaret” (P. Bisogni – Vita di S. Leoluca).17
SOTTO I NORMANNI
Trasferimento della Sede Episcopale da Vibona a Mileto
Il rito latino contro il rito greco
Ai Bizantini, Longobardi ed Arabi subentrarono, nell’Italia Meridionale, i Normanni, popoli Scandinavi di stirpe germanica, che,
convertitisi al cristianesimo, allo spirito di avventura e di conquista, unirono un ardente sentimento religioso e si distinsero, specie
in Inghilterra e nel Mezzogiorno d’Italia, in eroiche imprese lasciandovi di loro un’orma profonda.
Nel 1506 Roberto il Guiscardo, già padrone di tutta la Valle del Crati e di Cosenza, tenta di conquistare l’estrema parte della
Calabria. Conquista Martirano, Maida e Nicastro e non può spingersi oltre per la resistenza dei Bizantini. È nel 1606 che Reggio
ed il resto della Calabria si arrendono a Roberto con l’aiuto del fratello Ruggero, ultimo figlio di Tancredi d’Altavilla, al quale
spetterà metà delle terre conquistate. “Sicque tota Calabria in conspectu Guiscardis Ducis et Rogerii fratis eius sedata, siluit”,
scrive il Malaterra. La conquista quasi fulminea dell’intera regione denota la debolezza e la decadenza del dominio bizantino e
la’abilità militare e la ferocia dei conquistatori che sparsero ovunque il terrore con imboscate, crudeli uccisioni, pretesa di ostaggi,
di danaro, di vettovaglie. Roberto prese il titolo di Duca di Puglia e di Calabria, mentre Ruggero si attribuì il titolo di Conte di
Calabria e pose la sua sede preferita a Mileto, dove organizzò una splendida corte, fece sorgere un’importante zecca e vi stabilì la
capitale della Contea di Calabria e di Sicilia, dopo la conquista della Sicilia.18 Mileto diventa, per opera di Ruggero, anche sede
di Vescovado con bolla del Papa Gregorio VII, trasferendovi le sedi episcopali di Vibona (1081) e di Tauriana (1092), con i loro
territori.19A Mileto Ruggero sposa Giuditta di Grantmernil di Normandia, e poi, in seconde nozze, Edemberga, il cui fratello,
Roberto diverrà abate della Badia Benedettina della [Link] Trinità di Mileto stessa e di quella della vicina S. Eufemia.20 A Mileto
costei è morta nel 1088 e di lei si ammirava –conferma V. Capialbi – (op. cit. XLII)- “il marmoreo sepolcro ornato di figure di
mezzo rilievo, lavorato di greco scalpello, esprimente un combattimento di Greci con Amazzoni”. Quivi, dalla terza moglie,
Adelaide, consanguinea della Contessa Matilde di Canossa, nasce nel 1097 Ruggero II che fu re di Calabria, Sicilia e Puglie,
battezzato da S. Bruno nella chiesa di S. Martino avendo come padrino il Beato Luino, nobile Normanno e Certosino
(Taccone-Gallucci, op. cit. p. 17). Mileto diventa centro di vita di uno stato opulento ed in essa affluiscono alti ufficiali, dignitari,
principi e legati di Pontefici e mercanti di Toscana, di Lombardia, di Francia e dell’oriente arabo per alimentare il lusso di
Ruggero e dei suoi cortigiani. Per abbellire la sua capitale, Ruggero sottrae a Vibona, ormai rasa al suolo e spopolata ad opera dei
Saraceni, insigni monumenti marmorei, testimoni della sua grandezza e dello splendore passato. Narra la tradizione che la chiesa
abbaziale della SS. Trinità ed il Duomo di Mileto siano stati edificati da Ruggero con le rovine del famoso tempio di
Proserpina.21 Leggiamo nel Calcagno (Historia Cron. Abbatiae SS. Trinitatis) il seguente brano: “Il tempio ed il monastero della
SS. Trinità fu dotato di copiosissime e vaste rendite (e vassellaggio di più villaggi) poste in tutte le due Calabrie, per tutte due li
regni di Napoli e di Sicilia (divise in moltissime grangie) che passavano li ducati centomila di rendita. Veniva abbellito di infinità
di colonne di marmo fino e di altri marmi di squisito lavoro e di molto valore, fatte condurre dall’antico Tempio di Proserpina
fabbricato a Vibona”.
Il tempio della SS. Trinità con l’annesso monastero benedettino, nel quale risiedevano più di cento monaci, era sontuoso, costruito
con pietre quadrate (dalla memoria di Piperno). Il campanile era fornito di cinque campane di cui la maggiore pesava 3700 libbre.
Il tetto non era a volta “sed tabulis arte mira connexis, pictura ornatis”.
Il duomo era a tre navate divise da 18 colonne senza base, di marmo o di altra pietra (Calcagno, op. cit. p. 65).
Il monastero con chiesa della SS. Trinità ed il duomo di Mileto furono distrutti dai terremoti del 1659 e del 1783. Alcune colonne
si vedono ancora nell’atrio dell’attuale Episcopio.
Nel concilio di Melfi del 1059 i Duci Normanni si erano dichiarati vassalli della Chiesa Romana e ricevevano in feudo le terre
conquistate e da conquistare, impegnandosi, con solenne giuramento, di ricondurre alla giurisdizione di Roma i territori e le
diocesi da essa avulsi dalla politica bizantina ed araba ed al ripristino del rito latino. Occupata la Calabria si affrettarono a
realizzare l’impegno.
Il Metropolita greco di Reggio di nome Basilio fu sostituito con l’Arcivescovo Arnoldo perché si era opposto di passare alla
giurisdizione romana ed al rito latino. Così furono latinizzati i Vescovi greci a mano a mano che le loro sedi divennero vacanti;
soppressero alcune sedi ridotte al solo nome per le vicende belliche, ne crearono di nuove. Così si latinizzarono le sedi di S.
Severina e Cassano nel 1090, Tropea e Nicotera nel 1094, Squillace nel 1096. Cos’ fu creata la vasta Diocesi di Mileto
trasferendovi le sedi di Vibona e di Tauriana, rendendola immediatamente soggetta a Roma.
La politica religiosa di Ruggero ebbe conseguenze assai importanti: valse non solo a rinsaldare le relazioni fra i Normanni ed i
Pontefici, ma fu il primo varco aperto alla Chiesa di Roma nella Calabria Meridionale, sempre tenacemente attaccata al
Patriarcato greco di Costantinopoli ed alla a