Analisi Comunità
Analisi Comunità
Dispensa
I ANNO
A cura di
[Link] Donata Francescato
Ordinario di Psicologia di Comunità
Università “La Sapienza” di Roma
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INDICE
• Obiettivi ........................................................................................................ p. 2
• Bibliografia .................................................................................................... p. 70
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OBIETTIVI
PREMESSA
Questo lavoro è diviso in tre parti. Nella prima, cerchiamo di capire quali effetti abbia il
processo di globalizzazione sulle comunità locali e quali aspetti, delle interazioni tra globale e
locale, occorra tener presenti quando si cerca di conoscere una comunità in questo periodo
storico. Nella seconda parte, sosteniamo che anche nello studio delle nostre comunità occorra
evitare il pericolo di una globalizzazione delle idee e delle tecniche d’ intervento mutuate dalla
psicologia di comunità statunitense. Pertanto cerchiamo di individuare un ‘approccio europeo’
alla psicologia di comunità e di delineare alcuni principi guida per una teoria della tecnica.
Nella terza parte descriviamo la tecnica dei profili di comunità, da noi elaborata partendo dal
lavoro di Martini e Sequi (1988); tale metodologia cerca di applicare alcuni di questi principi e
di tener conto di alcune delle complesse interazioni tra comunità locali e comunità globale.
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facilmente influenzate da eventi che accadono in altre parti del mondo; nelle case di ognuno
entrano immagini che ci mettono in contatto in contemporanea, come è avvenuto di recente
con l’attacco alle torri gemelli di New York dell’ 11 settembre 2001, con eventi che stanno
accadendo in un altro continente. Il tempo si restringe per l’accumulo enorme di informazioni
che ci arrivano in continuazione facendoci perdere il senso del tempo e della storia.
Per alcuni questo superamento dei confini spazio temporali costituisce una fonte di
arricchimento culturale, aiuta a superare il nazionalismo, il razzismo e l’etnocentrismo (Mc
Quail 1994 ) delle più chiuse società nazionali e costituisce la base comune di un nuovo ordine
mondiale fondato su una maggiore tolleranza e comprensione reciproca. Habermas (1998)
ritiene appunto, che la principale sfida del nuovo millennio sia quella di costruire un governo
del globale, con forme politiche inedite, in grado di attuare una globalizzazione della politica e
di equilibrare la globalizzazione economica.
Alcuni studiosi (Germano 1999, Daniel 1996) sostengono che più di globalizzazzione si
tratterebbe di occidentalizzazione o di americanizzazione: il sistema culturale occidentale
tenderebbe a diventare universale, si andrebbe verso un superamento dei ristretti confini
territoriali per fondersi in un ‘unica grande comunità umana, con una cultura omologata, frutto
di una ibridazione culturale che si manifesta già oggi nella nostra vita quotidiana..
Diversi autori (Kennedy 1993, Rodrick 1997, Mittelman 2000) sottolineano invece gli aspetti
negativi della globalizzazione: diminuzione dell’autorità dello stato nazione, aumento del
divario tra ricchi e poveri tra nazioni e dentro ogni nazione, frammentazione culturale, assenza
di confine come spaesamento (Germano 1999), aumento dei conflitti tra culture diverse, e dei
fondamentalismi. Bauman (1999) sottolinea le multiformi trasformazioni racchiuse nella frase
“compressione del tempo e dello spazio” ed evidenzia come i processi di globalizzazione non
presentino quella unicità di effetti positivi loro attribuita dai sostenitori di questi mutamenti:
“gli usi del tempo e dello spazio sono non solo nettamente differenziati, ma inducono essi
stesse differenze tra le persone. La globalizzazione divide quanto unisce, e le cause della
divisione sono le stesse che, dall’altro lato, promuovono l’uniformità del globo. In parallelo al
processo emergente di una scala planetaria per l’economia, la finanza, il commercio e
l’informazione, viene messo in moto un altro processo, che impone dei vincoli spaziali, quello
che chiamiamo “localizzazione” La complessa e stretta interconnessione dei due processi
comporta che si vadano differenziando in maniera drastica le condizioni in cui vivono intere
popolazioni e vari segmenti all’interno delle singole popolazioni.... ciò che appare come
conquista di globalizzazione per alcuni, rappresenta una riduzione alla dimensione locale per
altri, dove per alcuni la globalizzazione segnala nuove libertà, per molti altri discende come un
destino non voluto e crudele” (pag 4).
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Uno dei problemi delle comunità locali sembra essere la perdita di memoria da parte di molti,
specie dei giovani, del passato e dunque della cultura locale. Benedikt, (1995) sostiene che
quello che sta avvenendo sia una conseguenza dei processi di globalizzazione: la facilità di
dimenticare e il basso costo e la rapidità estrema delle comunicazioni sono semplicemente due
aspetti della stessa situazione. Saper comunicare a basso costo implica infatti il doversi liberare
in fretta di un eccesso di informazioni ricevute, poichè le comunicazioni a basso costo
soffocano e intasano la memoria.
Oggi le località dunque sono sempre meno comunità locali perchè la diminuzione degli spazi
pubblici e delle agorà locali, ad esempio per il minor numero e la minore attività delle sezioni
dei partiti, che permetteva agli esponenti locali più autorevoli di esercitare la loro forza di
convinzione, e di contare di più delle autorità pur dotate di risorse maggiori che venivano da
lontano. Nei luoghi
di riunione si creavano anche norme, in modo da trasformare coloro che parlavano in una
comunità separata da altri ed integrata al suo interno da criteri comuni e condivisi di
valutazione.
Ora un territorio “che venga privato di spazi pubblici offre scarse possibilità perché le norme
vengano discusse, i valori messi a confronto, perché ci siano scontri e negoziati. I giudizi su
ciò che è giusto \sbagliato, bello\brutto, corretto\scorreto, utile\inutile possono solo discendere
dall’alto... non c’è più spazio alcuno per gli “opinionisti” locali, né per una “opinione locale”
pag 30).
I mass media prendono il posto degli opinionisti locali, le immagini televisive vengono
ricordate più degli avvenimenti quotidiani. Una recente ricerca sulla memoria, di Koutstaal e
collaboratori (1999), mostra che eventi rivisti in fotografia vengono ricordati più spesso di
eventi non rivisti e che la capacità di ricordare eventi non rivisti, ma vissuti in prima persona
viene ridotta.
La diminuzione delle occasioni di incontro, della partecipazione a clubs, associazioni, gruppi
sportivi, partiti, e sindacati porta alla diminuzione del “ capitale sociale” Per capitale sociale si
intende quell’insieme di legami basati sulla fiducia reciproca che si creano quando ci sono
scambi positivi tra le persone, che formano un tessuto sociale compatto, in altri termini quello
che trasforma un quartiere in una comunità.
Quanto la qualità del tessuto sociale incida sulla salute è stato documentato da Richard
Wilkinson in un brillante saggio (1996) che illustra come nei paesi più sviluppati l’incidenza
delle malattie è minore dove il tessuto sociale è più compatto e le differenze di reddito meno
marcate. Oltre ad un certo livello di reddito la salute aumenta, non solo se ci prendiamo meglio
cura di noi stessi come individui, ma se funziona il tessuto sociale che ci circonda. Numerosi
studi epidemiologici sottolineano gli effetti positivi sulla salute prodotti dalla rete sociale: chi
ha più contatti umani e partecipa attivamente alla vita della comunità in cui è inserito, sta
meglio di chi conduce un’esistenza isolata La diminuzione del capitale sociale nella società
statunitense, che si pone come modello per molte altre nell’era della globalizzazione, è stato
brillantemente documentato dal politologo Robert Putnam (2000). Putnam sostiene che in
America negli ultimi vent’anni il liberalismo economico e la ricerca del successo individuale
sono stati accompagnati da una forte diminuzione di tutte le forme di partecipazione dei
cittadini alla vita politica e sociale.
In Italia una recente ricerca condotta a Roma su 10000 famiglie (Sgritta 2001) mostra che
anche da noi varie forme di partecipazione sociale sono in declino, tanto che gli autori parlano
di “anoressia relazionale emergente”. L’indagine prendeva in esame, tra le altre cose, la vita di
relazione dei cittadini romani, la frequenza con cui uscivano di casa per recarsi al cinema, al
teatro o al ristorante, incontravano amici o conoscenti, vedevano i parenti o avevano ospiti a
pranzo o a cena. Sono stati analizzati i rapporti di vicinato, le amicizie e la solidarietà
all’interno del condominio. Ne risulta un quadro molto misto.
“Da un lato i giovani, i single, chi lavora sembrano avere una buona vita di relazione: si recano
al cinema o a teatro più di frequente, escono in genere di più, si vedono con amici e
conoscenti. Dall’altra i meno giovani, gli anziani soprattutto, chi ha interrotto precocemente gli
studi, chi ha messo su famiglia o chi ha perso il coniuge e vive da solo, le casalinghe e coloro
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che si sono ritirati dal lavoro tendono a restare fra le mura domestiche e a frequentare poco sia
persone che luoghi della città. E’ aumentato il consumo di televisione specie tra gli anziani, i
quali “non solo tendono ad uscire sempre meno da casa ed ridurre le occasioni di incontro, ma
percepiscono il quartiere e la città come luoghi infidi e pericolosi. L’unico tramite con
l’esterno diviene la televisione, che gli anziani consumano più di ogni altro gruppo di persone,
ma che ha come contropartita, l’irruzione nella loro vita di ulteriori sentimenti di paura, di
immagini, costumi e stili di vita che provengono da una realtà che appare sempre più estranea,
distante ed indecifrabile “ (Sgritta 2001 Pag. 32).
Oggi i grandi mutamenti in atto nel mondo finanziario e lavorativo dovuti ai processi di
globalizzazione rendono i singoli individui e spesso le singole comunità impotenti a
contrastarne gli effetti negativi, perciò diventa ancora più importante riconoscere un ruolo
maggiore della politica nel governo dell’economia. Sarebbe compito della classe politica
stabilire le nuove regole del gioco monetario ed economico ma, come nota l’economista
neozelandese Tim Hazeldine (1998), dopo il crollo del comunismo del 1989 in quasi tutti i
paesi la classe politica ha perso influenza e prestigio e non ha più l’autorevolezza per farlo.
Questa decadenza della politica è pericolosa per la crescita democratica di una società.
Se si “spolicitizza” la gente attraverso messaggi fittizi ed elusivi della complessità dei
problemi, accarezzandone la pigrizia e la passività, che come tentazione albergano in noi tutti,
non si elimina la politica, ma si fa un’operazione di esproprio a favore di circoli ristretti di
potere dove si fa la politica reale, la democrazia, come il regime di diffusione massima delle
capacità politiche, richiede tutto il contrario: non che i problemi fittiziamente siano portati al
livello di chi non ne capisce nulla ma, al contrario, che tutti si impegnino, per quanto loro
possibile, a portarsi al livello della difficoltà dei problemi. L’estensione e la qualità della
democrazia dipendono da questo” (Gustavo Zagrebelsky LA STAMPA, 4 marzo 1995).
I mutamenti in atto nell’era della globalizzazione hanno incidenze diverse in luoghi di versi,
questo significa che oggi come psicologi di comunità, se vogliamo conoscere una comunità e
promuoverne l’empowerment non possiamo usare acriticamente tecniche e principi elaborati
dagli psicologi di comunità statunitensi, ma dobbiamo elaborarne dei nuovi che si adattino al
quadro socioculturale e politico-istituzionale in cui le comunità locali sono inserite Questo
perché, nel nostro campo come in altri, occorre evitare che la globalizzazione delle idee diventi
sempre più un americanizzazione acritica, mentre alcuni dei problemi inerenti ai processi di
globalizzazione potrebbero essere meglio affrontati nei nostri contesti socioambientali,
recuperando alcune tradizioni europee e valorizzando le idee e le strategie sviluppate da
psicologi di comunità europei.
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X.2 SVILUPPO DI UNA PROSPETTIVA EUROPEA IN PSICOLOGIA DI
COMUNITA’
Altrove, (Francescato 2000b, Francescato Tornai 2000, Francescato Tornai in corso di stampa,
Francescato Tomai Ghirelli 2002) abbiamo sostenuto che negli ultimi decenni si è andato
sviluppando in vari paesi europei, in particolare da noi in Italia, ma anche in Spagna,Portogallo
e Germania, un approccio alla psicologia di comunità che si differenzia da quello statunitense.
In parte anche perché molti europei condividono valori culturali diversi da quelli americani.
Un esame dei lavori pubblicati in vari paesi europei (Ameno 2000, Arcidiacono, Geli, Putton
Signani 1996, Orford 1992, Sanchez Vidal e Musito 1996, Ornelas 2000, Stark 2000, Zani
Polmonari 1996) mostra che gli autori europei danno più importanza alla storia delle
trasformazioni sociali avvenute nei loro paesi, all’esame delle connessioni politiche tra
comunità locali, nazionali e sopranazionali e alla necessità di impostare gli interventi nella
comunità su basi teoriche più salde.
In questo contesto vorremmo individuare quali elementi dell’“approccio europeo” alla
psicologia di comunità ci possono essere utili per affrontare il problema di come si può
‘conoscere’ una comunità locale che è il tema generale di questo volume.
X 2a - Il peso della storia: liberi non si nasce, forse lo si diventa lottando insieme
Gli autori europei non ritengono che “gli uomini nascono liberi” come invece recita la
Costituzione Americana, al contrario sanno per lunga memoria storica- continuamente resa
attuale per ogni europeo dalle vestigia del passato che dominano i centri dello loro città
(chiamati non a caso “centri storici” e non “downtown” come negli USA)- , che ogni persona
nasce in un contesto sociale gerarchico creato STORICAMENTE, e dunque modificabile
tramite l’azione umana. Questo contesto può facilitare o limitare ed opprimere un individuo,
che però può a sua volta influenzare e modificare i setting sociali con cui interagisce, a
seconda della posizione sociale che vi occupa. Pertanto quando si cerca di conoscere una
comunità, è importante fare un’analisi storica di come le diverse ideologie politiche in passato
e nel presente hanno legittimato e legittimizzano le stratificazioni gerarchiche attuali facendole
apparire “naturali”.
Negli Stati Uniti quest’attenzione ai legami tra passato e presente è meno evidente negli
psicologi di comunità, anche perché la società americana in generale è una società giovane,
orientata al futuro. In Europa gli psicologi di comunità che hanno un approccio più storico
risiedono in paesi come Germania, Italia, Portogallo e Spagna, tutti paesi che, nell’ultimo
secolo, hanno sperimentato regimi totalitari di destra. Probabilmente la tendenza a dimenticare,
così incoraggiata come abbiamo visto nella società delle comunicazioni di massa, è pur sempre
meno forte in nazioni dove ancora permangono ricordi collettivi di lotte per la liberazione da
regimi autoritari, che ponevano limiti così severi alle libertà dei singoli da invalidare l’idea che
gli uomini nascono liberi.
Gli autori europei inoltre non credono nel mito dell’ “uomo che si fa da sé”, cosi prevalente
nella cultura americana e nelle sue metafore linguistiche come illustrato recentemente da
Rappaport (2000). Negli Usa questo mito tende a far credere che ogni individuo è pienamente
responsabile della sua vita, se vuole avere successo deve vincere la “rat race” . Infatti il mito
del ‘survival of the fittest” enfatizza l’intrinseca bontà della corsa per la sopravvivenza, che
farà appunto restare in vita o avere successo solo i migliori, i più meritevoli, i più adatti.
Coloro che non vincono possono solo biasimare sé stessi. In Europa, invece, si ritiene che una
persona disempowered raramente possa divenire empowered in virtù solo dei suoi sforzi;
siamo più consapevoli che la storia mostra che la libertà individuale e l’empowerment dell’
individuo sono state conquistate attraverso lotte collettive per i diritti civili, umani e sociali.
Ameno (2000) mostra come le idee di libertà, di dignità, di giustizia che danno sostanza alla
concezione dell’individuo come fine e come valore, siano maturate attraverso “lotte spesso
dure sanguinose contro la tirannia, la prepotenza, o anche soltanto contro invecchiate tradizioni
e paure di cambiamento”(pag 45). Lotte fatte nella maggior parte dei casi non da individui
isolati, ma uniti ad altri in una lotta comune.
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Come sostiene anche Bobbio (1990) i diritti individuali non sono stati dati ai singoli dalla
natura; ancora oggi infatti molti uomini, e in particolare troppe donne, non godono dei diritti
civili, umani e sociali che noi europei diamo per scontati. Questi diritti sono stati conquistati
attraverso le pressioni sociali e politiche e le lotte di quei gruppi che si sentivano oppressi;
sono, cioè, diritti storici, nati in certe circostanze contrassegnate da lotte per la difesa di nuove
libertà contro i vecchi poteri:
“la libertà religiosa è un effetto delle guerre di religione, le libertà civili delle lotte dei
parlamenti contro i sovrani assoluti, la libertà politica e quelle sociali sono un effetto della
nascita, della crescita e della maturità del movimento dei lavoratori salariati, dei contadini con
poca terra e nullatenenti, dei poveri che chiedono ai pubblici poteri non solo il riconoscimento
delle libertà personale e delle libertà negative, ma anche la protezione del lavoro contro la
disoccupazione, e i primi rudimenti d’istruzione contro l’analfabetismo, e via via l’assistenza
per l’invalidità e la vecchiaia, tutti bisogni cui i proprietari agiati potevano provvedere da sé
(Bobbio 1990 XIII-XI).
Tuttavia questa cruciale differenza nelle culture europee e statunitensi, rispetto alla
consapevolezza politica di come si ottengono mutamenti, sta attenuandosi man mano che si
diffonde, soprattutto tra i più giovani, una cultura ‘globale’ che si ispira a quella statunitense,
centrata sul successo individuale, e sulla ricerca di divertimento e di forti emozioni. In questo
contesto di valori, l’amore, l’amicizia, la famiglia, i soldi e i divertimenti e il lavoro vengono ai
primi posti, mentre la politica viene percepita come lontana, corrotta, noiosa o comunque non
interessante (Putnam 2000). Ad esempio dalle ricerche di Amedo e colleghi (Amedo, Gattino,
Roccato in corso di stampa) emerge che i giovani aspirano ad una serena “felicità privata
(famiglia lavoro soldi e buoni sentimenti) che rifugge piuttosto decisamente da ogni forma di
impegno sociale religioso o politico pur apprezzando i valori della democrazia”. (Ameno 2000,
pag 87).
La minoranza di giovani che milita in partiti o sindacati o fa volontariato, vedono il loro
impegno come un modo per sviluppare la propria personalità, per costruirsi una rete di legami
anche affettivi. Molti altri giovani tuttavia hanno ricevuto poche informazioni sulla politica,
perché a casa non se parla, o si preferisce non parlarne perché è un argomento che crea
tensione, e a scuola molti affermano di non aver fatto educazione civica. Per tanto i 18-25 enni
di oggi hanno formato le loro idee sulla politica guardando occasionalmente la televisione. La
maggior parte di loro ha sentito i leader politici solo nei brevi resoconti dei telegiornali, e non
conosce l’evoluzione storica dei vari partiti. Molti hanno dichiarato che nel loro gruppo parlare
di politica è considerato fuori moda e che i giovani che lo fanno incontrano l’ostracismo dei
loro amici (Francescato in corso di stampa).
Si assiste così oggi ad un paradosso: i giovani danno per scontato il benessere economico e i
diritti civili, umani e sociali di cui godono, e molti di loro, perseguendo solo il proprio
sviluppo individuale, non sono più molto interessati al “bene comune”, e alla dimensione della
polis. Tuttavia la storia europea del XX secolo mostra, come scrive Amerio, “quali forme di
tirannia e di dominio perverso possano portare l’indifferenza, la passività e la chiusura nel
privato di fronte alle difficoltà pubbliche “(op. cit., pag 88)
In questo mutato contesto sociopolitico diventa ancora più necessario, coinvolgere i giovani
quando si cerca di conoscere una comunità, per mostrare quanto la cultura globale abbia inciso
su di loro a scapito dei legami con la cultura locale. E mirare ad interventi che possano aiutare
a promuovere, nei giovani in particolare, la consapevolezza del legame storico tra processo di
valorizzazione delle libertà individuali (empowerment individuale) e le lotte sociali che hanno
dato ai cittadini europei gli elevati diritti civili, sociali ed umani di cui godono oggi, ma che
potrebbero essere loro tolti in futuro.
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altri organismi internazionali). Diversi psicologi europei (Eyemeyer et al.; Francescato 2000a;
Francescato 2000b; Ameno 2000; ENCP 2001) hanno cercato di esplorare queste connessioni.
Ad esempio Ameno (2000) vede la comunità locale come un sistema immerso in una rete di
sistemi più vasti, con missions e obiettivi anche psicologici diversi.
“Con il termine di comunità locale si intende oggi in generale un sistema sociale organizzato
anche a livello politico amministrativo, collocato dentro un sistema più ampio quale può essere
lo stato. Quindi una regione, un comune, un piccolo insieme di comuni che sono definiti da
certi confini geografici ma anche umani. Un territorio in tal senso non è solo un luogo: è una
cultura che si esprime nel dialetto locale e nella cucina, un insieme di condotte, di luoghi e di
modi di vita” (pag 118-119).
L’autore nota che le politiche di decentramento politico amministrativo oggi in atto in tutta
l’Europa, implicano uno spostamento di competenze dallo stato alle regioni e ai comuni.
Queste politiche nascono non solo per migliorare la macchina amministrativa ma per
avvicinare il cittadino alle istituzioni e rispondere ad esigenze psicologiche a cui lo stato non
può provvedere. Gia Nisbet nel 1960 scriveva:“Lo stato non può provvedere al bisogno di
sicurezza. Nessuna organizzazione su larga scala può realmente affrontare le esigenze
individuali, per la sua stessa natura troppo larga, complessa e burocratizzata, lo stato può
eccitare l’entusiasmo popolare, mobilitare la gente per grandi cause quali le guerre, come
strumento per provvedere ai bisogni umani di identità, sicurezza, membership è inadeguato”
(1960 pag 82).
La comunità locale può diventare il luogo delle relazioni interpersonali che rispondono ai
bisogni umani di appartenenza, sicurezza e identità. Secondo Amerio (op. cit) questa
dimensione della relazione interpersonale acquista oggi un particolare valore come elemento in
grado di permettere la conservazione di un tessuto sociale, di accrescere quello che è stato
chiamato il capitale sociale, anche in situazioni critiche come guerre, calamità o immissione di
gruppi etnici diversi: “nelle situazioni, oggi sempre più frequenti nei paesi europei, di ingresso
di individui e gruppi di immigrati in comunità già da tempo formatesi, una buona dimensione
relazionale può permettere ai vecchi residenti di affrontare gli inevitabili momenti difficili con
maggiore serenità, minori sentimenti di insicurezza, con spirito più aperto verso i nuovi senza
timore di vedere il proprio territorio invaso e la propria identità compromessa. La dimensione
della partecipazione è quella che allarga il senso della relazione all’intera comunità in quanto
conduce gli individui alla discussione e al dialogo”. (pag 120)
Altrove (Francescato 2000a) abbiamo sostenuto che il concetto di comunità locale va
differenziato da quello delle megacomunità geografiche e anche virtuali in cui le comunità
territoriali sono inserite e con cui interagiscono. Gli psicologi di comunità devono studiare non
solo le reti e le comunità locali, ma anche come queste interfacciano con le comunità più estese
di cui sono parte. Non si tratta di occuparsi di tutto da soli, ma di far convergere sul problema
targa punti di vista diversi che tengano conto di queste interazioni, anche per capire quali
problemi la comunità locale può gestire al suo interno e quali dipendono da fattori poco
controllabili a livello locale. Per aumentare l’empowerment dei residenti d’un quartiere infatti,
non basta promuovere lo sviluppo della comunità, lo stato in cui la comunità è inserita deve
perseguire politiche sociali che promuovono la protezione e l’allargamento dei diritti sociali ed
umani. I comuni e le comunità locali da sole non possono affrontare i problemi
dell’immigrazione, della disoccupazione,dell’inquinamento ambientale, della sicurezza dei
cittadini, delle eccessive diseguaglianze socioeconomiche, della qualità dei programmi
televisivi, e dei portali di internet, tutti ambiti cruciali nel promuovere una buona qualità di
vita. Occorre coordinare le iniziative a livello locale, statale, nazionale ed internazionale, solo
riconoscendo l’interdipendenza delle diverse dimensioni sociali (Bnoffenbrenner, 1979) è
possibile promuovere la crescita dei tre capitali economico, umano e sociale, come teorizza
l’economista indiano Sen (2000)
Negli ultimi decenni con il predominio del capitalismo sono aumentati di molto i primi due ed
è diminuito il terzo tipo di capitale. Infatti è cresciuta la ricchezza di molte nazioni, ma sono
lievitate anche le diseguaglianze economiche tra paesi e all’interno d’ogni nazione. Sono
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inoltre aumentate le opportunità educative e culturali e le libertà dei singoli individui, tuttavia
in diversi contesti si è notata una rilevante diminuzione del capitale sociale.
Tuttavia se molti anziani vedono più spesso personaggi televisivi di quanto incontrino parenti
ed amici, molti giovani stanno cercando e trovando contatti e rapporti sociali su internet. Per
questo diventa cruciale per gli psicologi di comunità occuparsi delle comunità virtuali e
mediatiche, capire quali bisogni soddisfano e quali problemi contribuiscano a creare. Dato che
l’Europa, come appare evidente se si esaminano le linee guide dei programmi degli ultimi
decenni della Comunità Europea, riconosce come suo tratto distintivo, il voler conciliare la
crescita economica con il mantenimento della coesione e l’aumento del capitale sociale,
diventerà sempre più importante per gli psicologi di comunità europei indagare come questo
possa essere incrementato nelle comunità locali e nazionali, ma anche nelle nuove comunità
mediatiche e virtuali.
c) Dar voce ad altre narrative minoritarie esistenti che rompano il tacito consenso con i
cui gli attori sociali accettano i sistemi di convenzione in cui sono immersi. Promuovere la
produzione di nuove metafore e/o nuove narrative che rendano pensabili nuovi copioni,
nuovi ruoli per gli individui e i gruppi sociali e creino nuove base di legittimizzazione del
cambiamento.
d) Promuovere ed attuare progetti di emopowerment che creino legami tra le persone che
condividono un problema e aumentino il capitale sociale d’una comunità.
e) Identificare i unti forza su cui far leva per ottenere i cambiamenti auspicati
f) Identificare quali problemi, tra quelli individuati come prioritari, possono essere risolti a
livello del gruppo coinvolto nel progetto di empowerment e quali richiedono interventi ad
altri livelli (organizzazioni, reti, comunità locale, regione, stato, comunità europea, altri
organismi internazionali ecc.).
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La psicologia di comunità si indirizza ai problemi umani e
sociali nell’interfaccia tra la sfera individuale e quella
collettiva, tra la sfera psicologica e quella sociale. I
1. problemi umani hanno sempre un versante individuale, in
Collocamento dei problemi quanto è sostanzialmente l’individuo che li subisce e che
vi deve far fronte, hanno anche un versante sociale, nel
senso che nascono da situazioni sociali e spesso è nel
sociale che trovano gli strumenti materiali e/o psicologici
per essere affrontati.
La psicologia di comunità vede persona umana come un
soggetto attivo, storicamente, culturalmente e socialmente
situato, le cui competenze trovano la loro possibilità di
2. attuazione in uno specifico contesto ambientale, che pone
Concetto di individuo vincoli e impedimenti, nonché offre opportunità e risorse
in modo ineguale per i singoli individui. Gli esseri umani
sono visti come agenti sociali che costruiscono significati
nella loro interazione con gli altri.
L’ambiente sociale è un contesto gerarchico e creato
storicamente, le disuguaglianze di potere e di accesso alle
3.
risorse tra gli individui non sono naturali ma storiche e
Concetto di ambiente
modificabili
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La psicologia di comunità integra diversi tipi di
conoscenze, derivanti sia dagli approcci scientifici
9. tradizionali sia dalle moderne teorie del costruzionismo
Integrazione tra e sociale, utilizzando il modello paradigmatico per la
Modello positivista e ricerca delle invarianze nelle relazioni individuo-contesto
costruzionista ambientale e il modello narrativo per comprendere e
facilitare i cambiamenti personali organizzativi e sociali
La psicologia di comunità pone l’accento sui meliors
10. (esperienze positive, punti forza) oltre che sugli stressors
Uso delle risorse e delle criticità (Problemi.,disagi,esperienze negative)
La psicologia di comunità sottotinea il senso costruttivo
dell’azione come processo che articola attività mentale e
11. pratica, sfera individuale e sociale, fornendo all’individuo
Ruolo costruttivo dell’azione la possibilità non solo di adattarsi al contesto, ma anche di
cambiarlo
Passiamo ora ad esaminare la tecnica dei profili di comunità, come modalità qualitativa
dell’empowerment di comunità
Come è noto l’empowerment è un costrutto che è stato utilizzato per descrivere il processo
attraverso il quale individui, gruppi, organizzazioni e comunità possono aumentare il loro
grado di controllo negli affari che li riguardano Zimmerman (1999;2000). Nell’era della
globalizzazione come abbiamo visto è cruciale il potere di influenzare decisioni che incidono
la qualità della vita di una comunità. Una comunità empowering pertanto potrebbe essere
definita come quella che offre ai suoi residenti opportunità di esercitare controllo, sviluppare
competenze e partecipare alle politiche decisionali. Una comunità empowered è quella che si
fa promotrice del miglioramento della qualità della vita e ha buone connessioni con altre entità
territoriali come altri comuni, regioni, nazioni e comunità sopranazionali.
In questo paragrafo descriveremo come abbiamo modificato la metodologia dei profili di
comunità, proposta da Martini e Sequi 1988, con l’apporto determinante di alcuni psicologi di
comunità austriaci (Ehemayer et al. 2000).
Come è noto Martini e Sequi hanno identificato sette profili che aiutano a comprendere la
comunità sotto vari punti di vista: territoriale, demografico, economico-produttivo,
istituzionale, servizi, antropologico e psicologico. Il metodo da loro sviluppato infatti rispetta
molti dei principi guida della psicologia di comunità. Sicuramente utilizzare i profili di
comunità facilita una visione pluralistica della comunità poiché integra diversi tipi di
conoscenza sia di tipo oggettivo che soggettivo. Per fare un’analisi di comunità con questo
metodo si utilizzano procedimenti e strumenti provenienti da varie discipline e si riesce a far
emergere attivando forme di collaborazione e partecipazione, le conoscenze prodotte
localmente dai residenti della comunità. Noi abbiamo potenziato la strumentazione di ricerca
di alcuni profili, in particolar modo l’istituzione e il demografico, per capire meglio le
interazioni tra comunità locale e altri entità territoriali e virtuali, l’antropologico e lo
psicologico per dare più spazio all’individuazione di vissuti emotivi di gruppo e le narrative
dominanti e marginali. Infine abbiamo introdotto l’ottavo profilo, il profilo del futuro, su
suggerimento dei nostri colleghi Austriaci per valutare come la comunità vive il rapporto tra
presente e futuro e quali futuri teme e si auspica. Abbiamo inoltre elaborato uno schema di
analisi preliminare che ci permette di confrontare i pùnti forza è le aree problema percepite dai
vari sottogruppi e di confrontare, le loro percezioni con i dàti raccolti durante l’analisi dei
profili di comunità.
Presentiamo adesso come noi attualmente adoperiamo la metodologia degli 8 profili di
comunità per misurarne il grado di empowerment.
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Di solito i profili di comunità sono stati da noi indagati su richiesta di un particolare
commnittente:
a) gruppi ambientalisti che desideravano aumentare la partecipazione dei cittadini alla
costruzione dell’Agenda 21, un progetto sponsorizzato dall’Unione Europea per favorire
lo sviluppo sostenibile;
b) servizi sociosanitari che volevano progettare i loro interventi tenendo conto delle esigenze
del territorio,
c) cooperative sociali ed altri enti che volevano partecipare a progetti a favore degli anziani o
dei giovani o di altri gruppi a rischio, promossi da leggi regionali o nazionali come la 285,
o a progetti Europei come Equal Youthstart e Leader che richiedono il convolgimento di
vari attori sociali di un territorio
d) più raramente da sindaci o assessori all’ambiente o alle politiche sociali che desideravano
varare dei progetti di sviluppo territoriale.
X 3 a - L’analisi preliminare
In ognuno di questi casi viene formato un gruppo di ricerca interdisciplinare composto su
nostra esplicita richiesta da rappresentanti diversi della comunità, coordinato da uno o più
esperti in psicologia di comunità non appartenenti alla comunità. A questo gruppo si chiede di
fare un’analisi preliminare, cioè tramite brainstorming di elencare i punti deboli e i punti forza
della loro cittadina, o del loro quartiere a seconda dei casi. Questi vengono poi classificati
negli otto profili, (ad esempio degrado ambientale viene inquadrato nel profilo territoriale,
buone scuole nel profilo dei servizi ecc.); per ogni punto forza e/o debole proposto da un
partecipante, viene chiesto quanti altri ritengono quell’aspetto un punto forza o debole della
loro comunità. Per tanto si arriva con questo metodo ad una prima valutazione
dell’empowerment di un comunità, sommando i punti deboli e i punti forza emersi. Dove
prevalgono i punti deboli e scarseggiano i punti forza, la comunità si presenta come
complessivamente meno empowered, inoltre questa misurazione può essere fatta per ogni
profilo.
Da questa prima analisi si può anche capire quali profili sono più salienti per il gruppo di
partecipanti. Ripetendo quest’analisi preliminare con ogni persona chiave e ogni gruppo focus,
si può avere un primo quadro d’insieme delle percezioni dei vari profili da parte dei diversi
gruppi. I gruppi focus sono formati da gruppi di cittadini che esprimono la varietà degli attori
sociali e comprendono sempre esponenti dei gruppi ritenuti più marginali o meno visibili.
(immigrati, casalinghe, anziani, utenti servizi, studenti ecc)
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21
IL SENSO DI COMUNITA’
è dato da
SENSO DI COMUNITA’
E’ la percezione soggettiva* della qualità delle
relazioni all’interno di un contesto ben definito.
E’ la fiducia reciproca che i bisogni siano soddisfatti e
l’accesso alle risorse consentito, McMillan e Chavis
(1986)
* (cambia nel tempo)
Confini:
linguaggio,
abbigliamento,
riturali, (senso del
noi)
Investimento
affettivo e
materiale
Identificazione
Sistema simbolico:
miti, bandiera,
modi di dire, eroi,
feste, ricorrenze,
valori condivisi
Potere reale, agito, desiderato, percepito.
SENSO D’INFLUENZA O DI E’ bidirezionale, un potere percepito
aumenta l’impegno e la responsabilità
EMPOWERMENT
Status: prestigio stima
INTEGRAZIONE PERSONA-
Successo (goals)
AMBIENTE E SODDISFAZIONE
DEI BISOGNI Competenze membri
( Condivisione della stessa scala di bisogni)
22
SENSO DI COMUNITÀ
ESERCITAZIONE
SENSO DI APPARTENENZA
Pensando alla tua comunità quali sono i simboli che permettono di distinguerla dalle altre.
Quali sono gli elementi di somiglianza e quali di diversità con altre
ESERCIZIO INDIVIDUALE
Descrivi che cosa significa per te comunità.
Che cosa vuoi dire quando dici di sentirti parte di una comunità?
Definizione
Il senso di comunità è un sentimento che i membri hanno di appartenenza e di essere
importanti gli uni per gli altri e una condivisa fiducia che i bisogni dci membri sono soddisfatti
dal loro impegno di essere insieme.
I Appartenenza
II Influenza
III Soddisfazione dci bisogni
IV Una condivisa connessione emotiva
I Appartanza
a) confini – chi è dentro e chi è fuori
b) sicurczza
c) identificazione
d) simboli comuni
ESERCIZIO INDIVIDUALE: .
Quali sono alcuni dci simboli che un quartiere (o città, paese, etc.)può avere?
Quali simboli ha il tuo quartiere?
II influcnza:
L’influenza opera in due direzioni - dai membri al gruppo e dal gruppo al membro.
Il membro della comunità crede che direttamente o indirettamente un certo controllo sopra la
comunità è esercitato in suo favore.
1. la gente si sente piu attratta verso un gruppo nel quale si sente di essere piu influente
2. se la gente non ha una diretta influenza almeno vuole sapere che ce l’hanno i suoi
leader. C’è inoltre un bisogno di credere che i leaders o altri rappresentanti agiscono in
suo favore.
ESERCIZIO INDIVIDUALE:
Come possono gli individui influenzare il loro quartiere?
23
Perché un gruppo mantenga un senso di unità, occorre che l’associazione sia premiante verso i
suoi membri. I valori condivisi rappresentano le priorità comuni che i membri della comunità
hanno per la loro comunità (es. un buon posto per crescere i bambini).
ESERCIZIO INDIVIDUALE:
come si può, in un quartiere, favorire le soddisfazione dei bisogni degli abitanti?
ESERCIZIO INDIVIDUALE
Che cosa sviluppa una connessionc emotiva condivisa nel quartiere?
24
PROFILI DI COMUNITÀ
Per il brainstorming:
PROFILI DI COMUNITÀ
1. TERRITORIALE
2. DEMOGRAFICO
3. DELLE ATTIVITA’ PRODUTTIVE
4. DEI SERVIZI
5. ISTITUZIONALE
6. ANTROPOLOGICO - CULTURALE
7. PSICOLOGICO
8. SUL FUTURO
PROFILO TERRITORIALE
Aspetti
• Morfologia del territorio (estensione, composizione fisica, etc.)
• Ubicazione e confini
• Condizioni abitative
• Infrastrutture
• Vie di comunicazione
• Clima
• Risorse naturali
• Aree verdi, aree industriali
• Aree storico-artistiche
• Inquinamento (acustico, chimico, fonti di stress urbano)
• Abbattimento delle barriere architettoniche
Fonti
• Ufficio tecnico del Comune
• Catasto
• Assessorato all’ambiente, al territorio
• Biblioteca
• Ferrovie, autolinee
Strumenti
• Cartine geografiche fisiche e politiche
• Piano regolatore (previsione scenari futuri)
• Cartine topografiche
• Mappe di quartiere
• Tuttocittà
• Opuscoli EPT
25
• Fotografie
• Osservazione
• “La passeggiata”: a) due persone estranee alla comunità registrano e fotografano gli
aspetti che secondo rappresentano di pf e pd della comunità;
b) chiedere ai membri di due gruppi diversi appartenenti alla comunità di fotografare i
luoghi che secondo loro rappresentano i pf e i pd della comunità.
PROFILO DEMOGRAFICO
Aspetti
• Numero di abitanti divisi per:
sesso
classi di età status
livello di istruzione
• Famiglie (numero ed ampiezza)
• Tasso di natalità e mortalità
• Mobilità
• Densità abitativa
• Immigrati/emigrati: analisi delle caratteristiche di chi chiede la residenza e di chi va a
risiedere altrove, per individuare i pf che possono esercitare un effetto di traino nello
sviluppo della comunità.
Fonti
• Anagrafe
• Ufficio di collocamento
• Questura
• Ufficio immigrazione
Strumenti
• Elenco dei dati forniti dagli uffici competenti
• Elaborazione dati
Aspetti
Area socioeducativa
Aspetti
• Scuole presenti nel territorio per ogni ordine e grado (asili nido, materne, elementare,
scuole medie inferiori e superiori). Valutare anche:
utenza
ubicazione
fruibilità
servizi svolti (mensa, trasporto, doposcuola, etc.)
rapporti con altri
• Scuole di formazione professionale
• Scuole speciali (istituti per soggetti in situazioni di handicap, orfanotrofi, etc.)
• Università
Fonti
• Comune
• Testimoni privilegiati
• Provveditorato
Strumenti
Aspetti
27
• Servizi sanitari pubblici e privati
tipologia (USL, cliniche, ospedali, nettezza urbana, etc.)
quantità
ubicazione
fruibilità
utenza
modalità d’accesso
funzionamento
cultura
rapporto con altri servizi
• Servizi sociali pubblici e privati
tipologia (centri sociali, associazioni di volontariato, etc.)
quantità
ubicazione
fruibilità
utenza
modalità d’accesso
funzionamento
cultura
Fonti
Strumenti
Area Ricreativa-culturale
Aspetti
Strumenti
28
• Ricerca ed elaborazione dati
• Osservazione
• Interviste semi-strutturate
PROFILO ISTITUZIONALE
Aspetti
• Organizzazione politico~amministrativa
• Sedi di partito
• Istituzioni religiose cattoliche e non
• Forze armate
• Uffici giudiziari
• Istituti di pena
Valutare:
presenza/assenza
ubicazione
funzionamento
Fonti
Strumenti
PROFILO PSICOLOGICO
Aspetti
Fonti
Strumenti
PROFILO ANTROPOLOGICO
Aspetti
Fonti
• Biblioteche
• Testimoni privilegiati (anziani, parroci, etc.)
• Feste, manifestazioni culturali, riti
Strumenti
• Libri, opuscoli
• Testimonianze
• Osservazione partecipante e non
• Interviste
• Fotografie e videotape
• Analisi testi scritti
Questo profilo viene esplorato tramite intervista alle persone chiave e discussioni nei gruppi
focus su tre domande stimolo:
30
Un’ulteriore tecnica di gruppo prevista è: “Sceneggiate un film sul vostro quartiere”
Partecipano i membri di almeno due gruppi focus che hanno fatto l’analisi preliminare sui pf e
pd.
Ogni gruppo dovrà ideare uno sceneggiato, un film (giallo, fantastico, horror, storico, eec.), o
un
documentario, sul proprio quartiere o comunità indicando:
- il titolo
- la trama
- i personaggi principali
- il finale
alla fine ogni gruppo racconta all’altro il proprio film. Segue una discussione sugli
atteggiamenti ed i valori sottesi.
31
LA RICERCA-INTERVENTO
MACRO OBIETTIVI
TECNICHE:
• Integrazione fra persone ed • Questionari
ambiente • Gruppo fucus
• Autopromozione e autosviluppo • interviste
della comunità
• Stimolare potere dal basso verso
l’alto
LA RICERCA INTERVENTO
E’
UN MODELLO OPERATIVO
UNA STRATEGIA
D’INTERVENTO
DIFFERENZE
Ricerca di base: QUANDO SI USA:
• Ricerca sulla comunità • problemi specifici
• Conoscenza obiettiva della realtà • promozione dei processi
• Separazione tra committente, utenti, ricercatori, amministratori specifici
• Aspetto strategico e politico nel committente • identificazione PF e PD
della comunità
Ricerca intervento: • valutare i programmi di
intervento
• Nella comunità
• raccogliere informazioni
• Stimola l’autopromozione in modo informale
• Connessione tra le parti, che esprime il problema è una risorsa
• Aspetto strategico e politico è gestito collettivamente
32
PROCESSO RICERCA INTERVENTO
33
RICERCA INTERVENTO
INFORMATORI CHIAVE
GRUPPO FOCUS
QUESTIONARI
INTERVISTA
La tecnica degli informatori chiave consente di individuare leader e gruppi che influenzano il
processo d’interazione all’interno della comunità.
Consente quindi di costruire una mappa delle risorse umane.
Esistono due ampie categorie di soggetti: quelli IN che contano molto e quelli OUT che hanno
poco potere.
Potremmo aggiungere un’ulteriore categoria composta da ESPERTI persone che hanno un
rapporto approfondito con la comunità e che siano cioè in grado di avere informazioni e dati di
prima mano per la compilazione di ogni profilo o comunque conoscono i canali per reperirli.
COMMUNITY-IN: leader riconosciuti (servizi sociali sul territorio)
COMMIJNITY-OUT: minoranze sociali senza potere, aiuto informale
POLITICI -IN: politici che gestiscono il potere (affari e commercio)
POLITICI-OUT: minoranze politiche
DEFINIRE LA MAPPA DEGLI INFORMATORI CHIAVE: domande che è opportuno porsi
1. chi prende le decisioni (politici in)
2. chi rappresenta l’opposizione (politici out)
3. chi sono i leader riconosciuti dalla gente
4. chi controlla le risorse (affari,, commercio)
5. chi è influenzato dalle decisioni (minoranze sociali)
6. chi vorrebbe prendere le decisioni (politici out)
7. chi di solito a che fare con il problema (servizi sociali, scuole, volontariato, ASL)
8. chi dimostra attenzione verso il problema (aiuto informale)
Secondo Alinsky (1971) i soggetti presenti nella comunità possono essere aggregati in tre
grandi gruppi:
1) quelli che hanno, che stanno bene come sono e che sono ostili ad ogni ipotesi di
cambiamento
2) quelli che non hanno, che non stanno bene, che sarebbero interessati a cambiare, ma si
sentono impotenti e considerano il cambiamento impossibile;
3) quelli che hanno poco, ma che vorrebbero di più, che sono fortemente interessati a
modificare la distribuzione delle risorse e del potere.
34
INFORMATORI CHIAVE
POLITICI
IN OUT
Governo Opposizione
35
GRUPPO FOCUS
Il gruppo focus fa
emergere i processi di
identificazione e di
soluzione dei problemi
36
QUESTIONARIO
37
Tabella 11
Alcuni esempi di domande per la ricerca di comunità
PRESENTAZIONE
Specificare:
• chi siamo
• cosa si sta facendo (raccolta informazioni sui problemi, spiegazione metodo utilizzato)
• perché
APPROCCIO PERSONALE
Da quanto tempo è sul posto, cosa ne pensa di...
RACCOLTA NFORMAZIONI
• Utenti: chi sono, quanti sono, che età, posizione socio economica, istruzione...
• Motivazione
• Tipo di coinvolgimento verso iniziative di qualsiasi tipo
00:00 Chi sta parlando in questo Cosa la persona sta Come lo sta dicendo e cosa
momento dicendo avviene nella relazione
Per l’ntervistatore:
Nella colonna CONTENUTI:
a) se occorre, fare domande di chiarimento (quindi..., mi sembra di capire che..., in altre
parole..., sta dicendo..., pensa che...)
b) alla fine dell’intervista ricapitolare le informazioni raccolte
c) focalizzare gli aspetti salienti emersi
INTERVISTA
L’INTERVISTA, STRUTTURATA O
SEMISTRUTTURATA, E’ UN PROCESSO DI
INTERAZIONE CHE COINVOLGE DUE
PERSONE.
OBIETTIVO: RACCOGLIERE INFORMAZIONI PER
INDIVIDUARE L’ESISTENZA DI PROBLEMI
SOCIALI, CULTURALI ECC. E SOPRATTUTTO
COME QUESTI SONO PERCEPITI DALLA
POPOLAZIONE.
40
IL PIANO DELL’INTERVISTA
2. DESCRIZIONE CONTESTO
Chiarezza espositiva
Completezza
LE FASI DELL’INTERVISTA
dimensioni
PROCESSO CONTENUTO
fasi
[Link] INTERVISTATO [Link] INTERVISTATO
41
DIFFICOLTA’ NELL’ATTEGGIAMENTO DELL’ INTERVISTATORE
-Evasione
-Seduzione, Collusione
-Aggressività
APERTURA E SCONGELAMENTO
Informazione Reciproche
dell’ intervistato Presentazioni
INFORMAZIONE
Spesso una informazione di base è già stata fornita in altra sede, per esempio attraverso una
riunione; in tal caso comunque sarà bene attuare una breve verifica chiedendo all’intervistato
se tutto gli è chiaro, se ci sono domande, ecc.
Se non vi è stata alcuna precedente informazione, è necessario offrire una illustrazione
sintetica ma sufficiente a chiarificare i punti essenziali progetto e nello stesso tempo
sottolineare il tipo di utilità che le informazi derivanti dall’intervista potranno avere sia per
l’organizzazione e collettività, sia in molti casi per l’individuo medesimo.
PRESENTAZIONE
Ha lo scopo sostanziale di “rompere il ghiaccio”.
Esiste infatti un meccanismo istintivo che origina diffidenza e consegue posizione di difesa tra
individui che non si conoscono. Dato che nelle interviste solitamente si deve realizzare una
situazione che tenderebbe verificarsi solo dopo un ragionevole lasso di tempo, ci si può
rendere conto quanto giochi il fattore psicologico nella fase iniziale.
Ciò vuol dire che l’incontro tra individui sconosciuti, o che si conoscono solo formalmente, è
origine di uno stress psicologico superabile normalmente facilita, ma non per questo da
sottovalutare, per via dei tempi molto ristretti disposizione per svolgere un’ intervista.
E’ quindi fondamentale l’instaurazione di quell’accordo, che non è definibile in termini
razionali in quanto si svolge essenzialmente su un piano emozionale. Tale “contratto” non si
stipula se non si verifica l’accettazione da parte dell’intervistato dell’individuo che noi
definiamo intervistatore, ma che in termini inconsci è un vero e proprio intruso. Ne consegue
pertanto che la trasmissione delle notizie, senza tale intesa, non può assolutament verificarsi in
maniera soddisfacente.
42
CONSIGLI COMPORTAMENTALI PER LA CONDUZIONE
- Coinvolgere l’interlocutore
riproporle poi.
IL “CONTROLLO DELL’INTERVISTA”
CONTROLLO INIZIALE
* tempo/luogo opportuno
* disponibilità all’intervista
CONTROLLO DURANTE
Per evitare:
* un procedere disomogeneo sia per successione di fasi che per aree da esplorare
CONTROLLO FINALE
Per verificare:
43
Tab. 8.1. Confronto tra le caratteristiche di impiego del questionario e del colloquio-intervista.
QUESTIONARIO COLLOQUIO
INTERVISTA
CARATTERISTICHE
DIFFERENZIALI
DEI DUE STRUMENTI
Costo per soggetto Ridotto Elevato
considerato
Ampiezza del campione Praticamente Ridotta
illimitata
Numero di soggetti trattabili Ampio Uno
contemporaneamente da un
Operatore
Applicabilità a campioni Ridotta Ampia
eterogenei
Coercizione verso il soggetto Varia da coso a caso Varia da coso a caso
Superamento di resistenze nei Talvolta impossibile Di regola possibile
Soggetti
lnduzioni clandestine fra I Evitabili Inevitabili
Soggetti con sicurezza con Sicurezza
Comparabilitì dei dati inter- Buona, agevole Problematica
soggettivi
Livello di qualificazione Medio Elevato
dell’operatore
Messa a punto delta strumento Laboriosa; Automatica;
per l’indagine specifica anticipata all’istante
Tratto da: Morganti “Non profit: produttività e benessere”. Franco Angeli, 1998.
Mettersi in rete
Cosa è una rete
Durante una consulenza chiestami recentemente da una Cooperativa del privato sociale della
Toscana che si occupa di fornire assistenza alle persone disabili, è emersa da parte degli
operatori la necessità di studiare “la rete di comunicazione” tra i Servizi che si occupano di
questo utente perché la persona disabile e i suoi familiari sin dal primo insorgere del
problema, chiedono di avere informazioni precise e non discordanti di sapere quale sia il futuro
che li aspetta e soprattutto di poter seguire un progetto su di un lungo periodo, che non si
interrompa a ogni passaggio da un Servizio all’altro : il contrario di quello che succede nella
realtà!
L’analisi territoriale condotta con lo strumento dei Profili di Comunità, di cui parleremo in un
prossimo paragrafo, ha evidenziato lo scarso raccordo tra Servizi territoriali pubblici e privati e
gli operatori hanno quindi provveduto a tracciare una mappa della rete esistente tra la
Cooperativa in questione e gli albi Servizi che vi presento immediatamente.
Legenda
Contatti Formali
Contatti Informali
44
Rapporti continuativi e di fattiva collaborazione
utente famiglia
parenti
volontari
Amici e
Altre vicini
associazioni
Centri
sportivi
tirocinanti
Cooperativa
D.S.M.
parocchie
Come si può vedere, analizzando la mappa dei rapporti esistenti tra la Cooperativa e le altre
organizzazioni formali o informali del Comune è stato evidenziato che il rapporto più
continuativo e di fattiva collaborazione è quello con le assistenti sociali del Servizio Materno
Infantile della ASL.
Il rapporto si basa su una reale interrelazione attuata tramite frequenti colloqui telefonici tra le
psicologie e l’assistenza sociale della Cooperativa e le assistenti sociali dell’Ufficio Pubblico,
e periodici incontri con l’intera equipe. Inclusi gli operatori domiciliari, per Supervisione,
confronto, supporto, scambio di notizie etc.
46
Le reti possono, inoltre essere lette attraverso quattro dimensioni caratteristiche ognuna delle
quali comprende alcune variabili collegate tra di loro che possiamo utilizzare sia per
comprendere le reti primarie che quelle secondarie.
47
Rete densa e omogenea:
E’composta da un solo grande gruppo indifferenziato dove tutti si conoscono, non ci sono
sottogruppi indipendenti.
Il vantaggio di una rete come questa è nel potenziale quasi illimitato di supporto e di scambio
e dalla rapidità con cui può essere disponibile, lo svantaggio è la forte pressione di gruppo e
quindi il rischio è il conformismo e poca propensione all’innovazione.
Rete frammentata:
è composta da piccoli sottogruppi relativamente indipendenti gli uni agli altri, i sottogruppi
variano da tre a cinque. Le persone si conoscono solo se fanno parte del medesimo
sottogruppo, i contatti tra i sottogruppi sono poco frequenti.
Tipo di rete mobile e flessibile che permette di accedere a nuovi scambi anche se gli scambi
sono meno stabili ed equilibrati.
Rete dispersa:
la maggior parte delle persone e dei nodi della rete che ne fanno parte non si conoscono tra di
loro, le relazioni tendono a non durare e ad essere non reciproche.
Così come le organizzazioni sono in rete tra di loro, allo stesso modo il gruppo dei membri
della stessa oganizzazione possono essere visti come una rete in cui ogni professionista è un
nodo della rete.
Noi ci occupiamo qui delle reti dei sistemi a legame debole come sono le organizzazioni del
terzo Settore.
I legami tra queste organizzazioni sono caratterizzati dal fatto che sono collegate da reciproche
influenze ma ogni organizzazione mantiene la propria identità ed è quindi possibile:
WORKSHEET N.2
Provate a caratterizzare i legami tra i vari sistemi in rete, tenendo conto delle dimensioni:
STRUTTURA, INTERAZIONE,QUALITA’ e FUNZIONE.
Se la rappresentazione grafica finale risulta troppo complessa fatene una per ognuna delle
quattro variabili su fogli lucidi poi sovrapponetele, avrete così tutte le informazioni che vi
servono per lavorare, senza essere sommersi dai dati.
WOORKSHEET N.3
49
- tracciare una rete di rapporti attivati tra le varie organizzazioni indicando su quali
contenuti e in merito a quali problemi
- individuare i punti di forza e di debolezza tra, ad es. l’organizzazione in esame e il
Comune o la ASL, tra la Cooperativa X e il gruppo di volontariato Y
- definire i confini dei diversi nodi: quali clienti per quali problemi?
Per attivare strategie di coordinamento in rete occorre, quindi, innanzitutto riconoscere:
1. le reti esistenti
2. i canali privilegiati
3. gli attori coinvolti
4. la figura chiave al confine con le organizzazioni
5. le reti di potere e di scambi
Dopo aver individuato le organizzazioni formali e non con cui mettersi in rete e avendo
analizzato i diversi livelli di rapporto attualmente esistenti la Cooperativa, di cui abbiamo
presentato la mappa reticolate nel paragrafo precedente, ha così riassunto i suoi punti di forza e
debolezza rispetto alla rete.
Alla luce di queste conduzioni la Cooperativa si è data; rispetto alla rete, i seguenti obiettivi:
- monitorare il territorio e le esigenze della popolazione
- raccogliere informazioni sui servizi esistenti e in via di allestimento
- creare un archivio per raccogliere esperienze lavorative salienti dei servizi pubblici e Privati
- coltivare nuovi rapporti da mettere in rete allo scopo di ottenere un network come quello
delineato dallo schema seguente.
Se ci poniamo come obiettivo la promozione delle connessioni delle reti tra organizzazioni o
servizi e il rafforzamento di processi di coordinamento tra queste realtà, dobbiamo tenere conto
del fatto che la rete non si realizza facilmente partendo da una volontà centrale ma va invece
promossa, attivata e orientata dove esistono alcune condizioni:
- l’organizzazione promotrice è estremamente credibile dal punto di vista culturale e
professionale e i membri promotori sono ritenuti i leaders nel settore in cui si vuole intervenire
- il progetto da realizzare in rete suscita poche resistenze ed è sufficientemente condiviso dai
vari nodi della rete
- l’organizzazione promotrice del programma gestisce risorse centrali e indispensabili per tutte
le altre organizzazioni o servizi
- le diverse organizzazioni non possono sopperire in altro modo al raggiungimento
dell’obiettivo se non aderendo al progetto di rete.
WORKSHEET N.4
Creare, pensando all’utente/cliente a cui vi rivolgete, una matrice a doppia entrata dove
indicate tutte le organizzazioni che fanno riferimento a quell’utente/cliente e ai tipi di
interrelazioni auspicabili
51
Partendo dall’analisi di questi fattori si possono avere due situazioni nelle reti organizzative:
1. modello di predominanza di una organizzazione sulle altre
2. modello di rotativa parità
I sistemi e le reti a legami deboli di cui ci occupiamo in realtà non sono tenuti insieme tanto da
fattori di tipo hard quanto da fattori di tipo soft come:
- Il consenso sul campo d’azione
accordo tra i diversi nodi della rete rispetto al reciproco ruolo di ciascuna
organizzazione. Si tratta di un accordo strategico sui reciproci ruoli e le reciproche aree di
competenza che deriva da un insieme di fattori:
1. capacità contrattuali di una organizzazione/servizio
2. competenza dei membri
3. Know how dell’organizzazione e cioè reali capacità d’offerta
4. altri progetti già condivisi con le altre organizzazioni della rete
- la gratificazione personale
se la partecipazione a gruppi di progetto di rete non ha per le persone che vi partecipano alcun
ritorno in termini di soddisfazione personale è assai improbabile che tali gruppi svolgano
funzioni di rafforzamento e integrazione di rete
In base alla nostra esperienza ci sono poi ulteriori fattori che possono favorire il successo di un
programma di integrazione di rete:
- la possibilità per i diversi nodi (organizzazioni e singoli individui) di mantenere una
pluriappartenenza nel senso che gli impegni, presi in comune permettono comunque di
occuparsi anche di altro
- la capacità di individuare modalità organizzative che, valorizzando le differenze non
prevedano una standardizzazione e una definizione rigida di procedure ma accolgano modalità
operative flessibili e innovative
- la possibilità che i nodi centrali della rete siano più di uno e che siano tra di loro connessi e
interagenti in funzione dell’area d’intervento e del progetto che è in quel momento l’obiettivo
condiviso della rete
-la capacità di contattare attivamente la propria posizione, sia come individuo che come
organizzazione, all’interno della rete e di negoziare le proprie strategie d’intervento
- la capacità di innovare con l’attivazione di nuovi nodi della rete e il riconoscimento di una
maggiore importanza ad alcuni nodi preesistenti ma marginali fino a quel momento (altre
organizzazioni, gruppi di cittadini..)
-la esplicitazione delle reti esistenti, nel senso che spesso chi lavora nelle organizzazioni, pur
lavorando in rete non ne ha una chiara consapevolezza e quindi c’è bisogno di una
forrnalizzazione di modo che le connessioni attivate non rimangano patrimonio esclusivo dei
singoli attori coinvolti.
52
Qualcosa va detto anche sul fallimento delle strategie di rete per permettere, a chi ci legge di
cogliere quelli che possono essere momenti di rischio da riconoscere in tempo e valutare
attentamente.
Quando parliamo di reti tra organizzazioni abbiamo quindi non solo le strategie di tipo
cooperativo come accordi, compromessi, negoziati verso progetti comuni con obiettivi
condivisi ma anche:
- strategie di rottura
condotte che mirano ad indebolire la posizione di una organizzazione della rete incidendo sulla
capacità di produrre risorse necessarie, ad es. con interferenze nelle attività, stornamento di
fondi etc.
- strategie di manipolazione
alterazione dei vincoli ambientali relativi al flusso di risorse ad es. facendo in modo che i
finanziamenti dei progetti non si ottengano più con le stesse procedure e non informando tutti i
nodi dei cambiamenti in atto.
- strategie autoritarie
uno dei nodi della rete ha il potere di dirigere i flussi di risorse e ridefinisce in modo autoritario
le relazioni tra i partecipanti all’inteno della rete e la natura dei progetti
-strategie culturale
le alleanze e le rotture avvengono sulla base solo di differenze o appartenenze di tipo
ideologico.
La banca dei dati sarà naturalmente utilizzata anche dagli operatori della Cooperativa che
forniranno anche le informazioni che raccoglieranno personalmente dal territorio e dopo essere
state catalogate ed elaborate, daranno vita ad un newsletter intera.
L’esempio presentato da questa Cooperativa risponde perfettamente ad una affermazione
teorica che ritiene che perché il lavoro di rete sia efficiente ed efficace occorre che sia
governato da un gruppo di coordinamento che si occupi di:
- ottenere la collaborazione anche da parte dei soggetti organizzativi che generalmente si
ignorano
- dirimere i conflitti di autorità o problemi di competenza
- costruire una cultura comune relativa al lavorare per progetti e non per compiti
- produrre regole condivise sulle metodologie d’intervento
53
Il grado di intensità del coordinamento e dell’integrazione tra le organizzazioni in rete dipende
da un unico elemento: la necessità più o meno forte di collaborare per la riuscita del progetto.
Alcuni settori, come quello che si occupa dell’area dell’handicap, incontrano forti difficoltà nel
lavoro a rete per la loro complessa storia chi governa questo tipo di rete dovrebbe:
- creare la cultura di settore che consenta un approccio comune al problema e concetti e
linguaggi su cui possano convergere la maggior parte degli operatori, occorre concordare una
classificazione diagnostica e una metodologia unificata per elaborare una prognosi e un
programma d’intervento
54
- mettere in rete servizi e operatori, che appartengono a istituzioni diverse: Servizio Sanitario,
Ente Locale, Comune, Scuola etc. -
- gestire le norme che tendono a segmentare l’utenza in base a criteri burocratici.
Il problema del cooodinamento delle reti di servizi di organizzazioni diverse si pone in modo
particolare quando i servizi mantengono una dipendenza gerarchica dalla loro organizzazione
ma una dipendenza funzionale da un’altra.
Un modo per affrontare il problema è immaginare una organizzazione a matrice.
All’interno della quale i singoli soggetti vengono distribuiti in gruppi di progetto, ciascuno dei
quali può essere composto anche da persone che dipendono gerarchicamente da aree o
organizzazioni diverse.
La matrice può essere utilizzata anche per rappresentare l’insieme delle persone e delle
funzioni che operano nella rete.
In verticale andranno, ad es tutti coloro che lavorano in rete, compresi i volontari, le
cooperative,le associazioni, gli enti pubblici che collaborano a qualche progetto comune, in
orizzontale l’elenco dei progetti che vengono svolti nel territorio.
Nella definizione di una matrice organizzativa va, comunque, prima definita la macrostruttura,
cioè la divisione di compiti relativi al progetto tra le organizzazioni in rete e successivamente
si deve progettare la microstruttura, cioè la divisione del lavoro all’interno di ogni singola
organizzazione.
In realtà esiste già, nella maggioranza dei casi, una progettazione micro informale tra “gli
addetti ai lavori” che precede quella macro e quindi nel progettare una rete organizzativa
occorre, prima di codificarla in atti burocratici, raccogliere le esperienze che provengono dalle
persone che lavorano nelle diverse organizzazioni.
Questa rete informale va poi formalizzata perché non vada perduta, utilizzando intese
formalizzate:
- intese di programma
- protocolli di lavoro
- convenzioni
WORKSHEET N. 5
Provate a disegnare la matrice organizzativa che coinvolge i membri della vostra
organizzazione in progetti di rete sul territorio.
55
Se non c’è una progettazione coordinata di rete si può andare incontro a due situazioni estreme
in cui una organizzazione della rete investe solo su di sé e tende a sganciarsi dalla rete:
- Strategia Imperialistica : l’organizzazione più forte impone agli altri il suo approccio al
problema senza una elaborazione veramente interdisciplinare. I servizi che non si riconoscono
in questa linea lasciano la rete.
56
IL LAVORO DI RETE
ESERCITAZIONE IN SOTTOGRUPPO
Procedura:
1. Mappatura del reticolo
2. Analisi dei rapporti secondo la legenda*
3. Da chi sono tenuti i rapporti e in che modo
4. Contenuti/problema oggetto del rapporto
5. Punti forza e punti deboli di ogni nodo
Contatti formali
Contatti informali
Assenza di rapporti __ .. __ .. __
IL LAVORO DI RETE
ESERCITAZIONE IN SOTTOGRUPPO
COORDINAMENTO DI RETE
IL CASO PRISMA*
Tratto da: E. Folgheraiter, (1994), Interventi di rete e comunità locali, Ed. [Link]
Capitolo tredicesimo
PROMOZIONE E COORDINAMENTO
DELLE AZIONI LOCALI IN TEMA DI DISABILITÀ
Suo scopo è contribuire alla promozione culturale in tutti gli aspetti della riabilitazione medica
e sociale nella convinzione che la diffusione di un’informazione il più possibile completa,
scientifica e multidisciplinare è premessa necessaria al superamento delle barriere tecniche e
sociali che si frappongono alla piena partecipazione della persona disabile nella società (ari. 2
dello statuto).
Nelle sue iniziative il Centro Studi Prisma pone particolare attenzione al metodo del lavoro di
rete. Molte sono le professioni e le competenze che gravitano attorno alle persone disabili ed
esse possono essere raccordate assieme in vista di obiettivi complessi, di carattere culturale e
socioassistenziale allo stesso tempo. Alcuni, come medici, terapisti, assistenti sociali, hanno
evidenti legami con tutto quanto riguarda la disabilità e l’handicap. Ma sarebbe molto
limitativo pensare che solo professioni mediche o paramediche intervengano nel processo di
integrazione sociale. L’architetto, l’ingegnere, l’operatore turistico, l’operatore culturale, il
funzionario pubblico e tante altre figure professionali possono essere coinvolte in alcuni aspetti
dell’integrazione sociale. E soprattutto la persona disabile stessa, che possiede in merito una
competenza specifica derivante dall’esperienza quotidiana della disabilità. non va più vista
puramente come assistito o destinatario di servizi, ma come il principale operatore, in quanto
protagonista della riabilitazione e integrazione sociale.
Il Centro Studi Prisma, anche nel suo simbolo, si propone di riunire, valorizzare e sfruttare, le
une al servizio delle altre, tutte queste competenze per un unico obiettivo generale. che è quello
di promuovere una cultura dell’integrazione e della piena partecipazione della persona disabile
nella società: obiettivo che non può, né deve, essere richiesta di parte o di categoria, bensì
stimolo di trasformazione, motivo di crescita verso una società a misura di tutti e quindi una
società per l’uomo.
Caratteristica delle varie Attività Modello Locali, approvate dalla Commissione delle
Comunità Europee su proposta dei rispettivi Stati Membri nei tre diversi settori di intervento
(integrazione economica, sociale:e scolastica), doveva essere un’area di azione estesa su un
territorio minimo di circa 2-300 mila abitanti, la presenza delle più tipiche strutture
sociosanitarie, una realtà geografica e culturale omogenea, una particolare vitalità nel settore
dell’handicap e la presenza di elementi di innovazione in uno dei tre settori già citati; un
programma di azione che privilegiasse lo sviluppo delle condizioni tecniche e ambientali per la
piena partecipazione delle persone disabili nella società.
Il Centro Studi Prisma, coordinando un progetto esteso sull’area della Provincia di Belluno, ha
costituito il referente di una delle 32 iniziative della rete delle AML per l’integrazione sociale e
il coordinamento locale dei servizi (la terza categoria di cui sopra).
L’unità di coordinamento
Essendo il Centro Studi Prisma una associazione culturale e non un ente con strutture proprie,
dal momento della sua partecipazione al Programma Helios si e ritagliato un “ruolo” proprio
consono alle caratteristiche di una associazione e contro studi, ovvero quella di coordinare tutte
le attività atte a promuovere, divulgare, informare, aggiornare, sperimentare, ecc.. Questo
coordinamento doveva essere orientato a contribuire: alla qualificazione dei servizi;
all’accessibilità dell‘ambiente; all’autonomia e alla piena partecipazione della persona disabile
nella vita della società; alla cultura dell’integrazione vista come elemento di crescita non solo
per chi è disabile, ma anche per la comunità intera.
Per sostenere tutta questa attività è stato creato un ufficio con una persona a tempo pieno, con
funzioni di unità di coordinamento, assistita da un gruppo interdisciplinare di esperti, disabili e
non (i componenti attivi del Prisma). Questo operatore ha coordinato e promosso le varie
attività in collaborazione con gli enti pubblici, privati e del volontariato di cui si è detto.
Per sostenere la sua attività, il Centro Prisma ha presentato un progetto alla Regione Veneto
perché fosse inserito tra i suoi Progetti Pilota. Pur a fronte di una tempestiva risposta
affermativa, le lungaggini burocratiche hanno permesso l’erogazione del contributo previsto
solo nel 1991. Interessante è quindi poter evidenziare che per sostenere la sua attività, l’unità
di coordinamento si è avvalsa per il primo periodo (novembre 1988-dicembre 1989)del
supporto economico dell’Amministrazione Provinciale, che sin dall’inizio delle attività è stata
59
coinvolta in tutte le iniziative promosse in ambito Helios. L’erogazione del contributo
regionale permetterà al Centro Studi Prisma di mantenere le attività dell’Unità di
Coordinamento sino al 1994, dando così continuità alle varie iniziative e programmi iniziati.
Molte delle attività che verranno approfondite nei punti successivi sono state possibili grazie
all’opera dell’ufficio di coordinamento, che in effetti ha avuto ruolo di motore e di
collegamento tra le istituzioni già esistenti nella realtà bellunese. Data la libertà ha potuto
indirizzare il proprio impegno (e ciò anche grazie alle indicazioni e al supporto di idee del
gruppo di esperti dell’ufficio di Helios a Bruxelles) soprattutto nel promuovere una abitudine
al collegamento tra le strutture e al coordinamento tra le istituzioni nella realizzazione delle
attività.
Sono stati privilegiati così i rapporti con quegli enti (e questi sono stati anche instaurati più
facilmente) che per compiti istituzionali o per intenti, avevano valenza provinciale e che
avevano inoltre interesse a promuovere iniziative che coinvolgessero tutta la provincia, ovvero
territorio dell’Attività Modello Locale.
In effetti gli interlocutori e partner principali attività dell’unità di coordinamento sono stati
l’Amministratore Provinciale di Belluno, soprattutto attraverso i dipartimenti ai servizi sociali,
culturali, orientamento professionale, lavori pubblici e turismo, e il comitato d’intesa tra le
Associazioni Volontaristiche della Provincia di Belluno. Per quest’ultimo, l’ufficio ha anche
assunto il ruolo di “braccio operativo” e di supporto a molte delle iniziative. Grande è stato
inoltre l’interesse dell’ufficio nel cercare di migliorarne il ruolo quale punto di riferimento
privilegiato per l’ente pubblico, aumentandone anche l’operatività e potenzialità soprattutto
quale referente organizzato per esercitare pressione categorie meno favorite. Tra i principali
risultati in quattro anni delle associazioni aderenti al Comitato d’intesa (da venti a quasi
quaranta) è la partecipazione di rappresentanti dello stesso comitato (e non pochi sono membri
del Prisma) in piu’ commissioni o consulte provinciali (scuola, edilizia, pari opportunità,
coordinamento provinciale per gli inserimenti lavorativi dei disabili, ecc.) e in seguito anche
regionali (consulta del volontariato, gruppi di lavoro specifici su progetto di legge, ecc.).
1. Informazione
La prima esperienza concreta che il Prisma ha avviato sul territorio è stata quella relativa
all’informazione. Fin dalla sua nascita, persone disabili, operatori e varie altre figure
interessate si rivolgono al Prisma per acquisire una varietà di informazioni cui non trovavano
risposta presso le Strutture a ciò istituzionalmente preposte. Vari soci si trovarono ad assumere
il ruolo di consulenti “volontari” La domanda degli interessati verteva soprattutto su problemi
connessi all’accessibilità architettonica e agli ausili per l’autonomia e apparve quindi
necessario puntare a creare servizi istituzionalmente preposti a fornire informazioni.
Gli interlocutori più appropriati apparvero le ULSS, in quanto al loro interno funzionano
servizi di riabilitazione. Pur con notevoli difficoltà, dovute soprattutto all’ostilità da parte del
mondo medico, fu possibile attivare dal gennaio 1987 al giugno 1989 il Servizio di
informazione sulla vita autonoma, denominato “Servizio sperimentale di informazione e
consulenza sugli ausili tecnici e sull’adattamento dell’ambiente”.
Il servizio è stato organizzato in collaborazione con i servizi di riabilitazione delle quattro
ULSS che coprono il territorio della provincia di Belluno e in collegamento con il sistema
informativo SIVA (Servizio Informazioni e Valutazione Ausili) della Fondazione Pro
Juventute IRCCS Don Carlo Gnocchi di Milano. La conduzione del servizio era affidata a un
operatore dipendente del Prisma con funzioni di consulente tecnico, mentre alcune terapiste
della riabilitazione, designate dalle rispettive ULSS, provvedevano a ricevere l’utenza e a
svolgere le valutazioni di carattere clinico.
Tuttavia la collaborazione con le ULSS provinciali dovette essere sospesa a causa del blocco,
imposto dalla Regione delle convenzioni delle quattro ULSS e il Prisma. Quest’ultimo si
adopero’ per promuovere la prosecuzione autonoma del servizio, che fu attuato in due sole
60
ULSS, ma che in seguito a causa dello scarso supporto fornito dai responsabili medici e dagli
amministratori stessi, venne accantonato.
Questa iniziativa ha però contribuito a far emergere nella sua dimensione e complessità la
domanda di informazione e consulenza per l’autonomia da parte delle persone disabili, che
hanno pertanto continuato a rivolgersi all’associazione.
Nel frattempo, l’associazione aveva consolidato la propria esperienza nei corsi di formazione
all’autonomia, valorizzando il ruolo delle persone disabili quali formatori e informatori nei
confronti della società. In particolare, un socio, esperto tecnico nel Settore dell’accessibilita’ (e
che vive personalmente la condizione di disabilità), aveva via via assunto il ruolo di consulente
“primario” e “volontario”, per queste tematiche svolgendo tutta una serie di attività dalla
propria abitazione. Il Prisma e quindi proposto di valorizzare questa risorsa, per cercare di
ovviare in modo definitivo ad una lacuna istituzionale, proponendo all’Amministrazione
provinciale di Belluno di attivare un ufficio apposito affidandolo alla responsabilita’ di questo
socio.
È stato pertanto organizzato l’Ufficio informazioni accessibilita’ che, in attesa di essere
“assunto” in proprio da parte della provincia (mediante una convenzione con i 69 comuni che
compongono), e per dimostrare l’effettiva validità, è dal mese di gennaio 1993 una realta’
operativa che temporaneamente si affida al volontariato: locali messi a disposizione da un
privato, il trasporto del responsabile (disabile) assicurato dal comitato d’intesa tra le
Associazioni Volontaristiche della provincia e dal comune di residenza del responsabile
(unico apporto, questo, dell’ente pubblico), l’arredamento e le apparecchiature, ecc. messe a
disposizione dal Prisma la consulenza prestata volontariamente dall’esperto.
La nascita di tale ufficio è così scaturita dalla sempre crescente casistica di richieste di
informazioni e di indicazioni che provenivano da tutto il territorio della provincia e soprattutto
per dare una risposta alle richieste
degli ausili, l’adattamento della casa, ecc., che venivano rivolte all’associazione. perchè non
esisteva un altro referente sul territorio.
Scopo dell’ufficio, rivolto a tecnici progettisti, uffici tecnici comunali ed Enti Pubblici in
genere, alle persone disabili, ai loro familiari e conoscenti, agli operatori sociosanitari e della
scuola, agli operatori turistici e commerciali, è in effetti quello di promuovere l’accessibilità
agli edifici pubblici e privati, alle strutture alberghiere, turistiche e ricreative, nonchè
all’ambiente naturale della provincia di Belluno, favorendo nel contempo l’accessibilità dei
trasporti e della viabilità.
L’ufficio è divenuto realtà grazie agli sforzi del volontariato che anche in altre occasioni ha
saputo anticipare gli Enti Locali nel dare risposta ad una determinata richiesta o nell’attivare
Certi servizi che poi, grazie a una convenzione o addirittura all’assunzione in proprio del
servizio è divenuto parte integrante delle attività dell’ente pubblico stesso (fra gli esempi, si
può citare il trasporto degli utenti dei CEOD).
Avvalendosi del supporto della mostra fotografica (vedi più oltre), l’ufficio dispone di una
bibliografia selezionata italiana ed estera in materia di accessibilità e ausili. Può offrire quindi
un servizio completo di informazione e consulenza su criteri, standard e strumenti per
l’adattamento dell’ambiente, anche in relazione al panorama legislativo, alle normative
tecniche e alle agevolazioni in tema di ausili e accessibilità.
È importante ricordare che, per permettere l’attivazione di questo servizio e soprattutto per
sensibilizzare i tecnici progettisti verso la tematica dell’accessibilità e creare nel contempo il
bisogno e l’abitudine ad avvicinarsi a un ufficio del genere, visto come utile strumento di
informazione e consulenza e non come servizio concorrente, rilevante è stata nel periodo 1990-
1992 la organizzazione per Conto dell’Amministrazione Provinciale di un corso di formazione,
dal titolo “Accessibilità: un nuovo modo di ripensare all’ambiente”, che ha visto la
partecipazione alle 10 sessioni di ben 92 professionisti provenienti da studi tecnici pubblici e
privati di tutta la provincia di Belluno.
Mostra fotografica permanente. Il Prisma ha realizzato una Mostra Fotografica didattica
permanente denominata “Autonomia, Accessibilità e Ausili Questa mostra a costituito il primo
tentativo di sensibilizzare e informare l’opinione pubblica locale sulle tematiche della
61
disabilità, sconosciute ai più. Successivamente essa è servita a sensibilizzare gli alunni delle
scuole elementari, medie e superiorie gli operatori socioassistenziali e della riabilitazione
mediante visiteguidate.
La mostra inoltre è stata allestita in occasione di seminari, convegni
o rassegne di cinema, sia in località della nostra provincia sia nelle città di
residenza dei soci attivi del Prisma (Venezia, Aosta. Treviso).
Ora la mostra è stata rinnovata (dicembre 1992), ha collocazione permanente presso un locale
pubblico del centro città di Belluno (il Centro Culturale Giovanni XXIII) è aperta a tutti ed è
regolarmente utilizzata quale supporto, riferimento e informazione di primo livello all’Ufficio
Informazioni Accessibilità.
Avendo la Regione Veneto attivato un progetto di informazione sull’handicap a livello
regionale (denominato “Regione Veneto Informa-Sezione Handicap”), il Prisma è stato
invitato a parteciparvi sia in qualità di riferimento territoriale per la provincia di Belluno, sia,
grazie all’esperienza acquisita con Helios, come curatore della voce “Qui Europa”
dell’apposito servizio di consulenza (informazione su progetti, attività, riferimenti, centri, ecc.
presenti in Europa).
2. Formazione
Da più parti, negli anni più recenti, si è messa in luce la limitatezza insita in un approccio
tradizionale alla riabilitazione che tende a relegare la persona disabile al puro ruolo di “utente”;
al contrario essa va in un certo senso considerata a pieno titolo quale membro della comunità
professionale, in quanto possiede una specifica e insostituibile competenza legata
all’esperienza quotidiana della disabilità. Non solo, il disabile, che può parlare con autorità e
credibilità ad altre persone disabili, può divenire a sua volta informatore, operatore che aiuta
altre persone disabili a fare il passo dell’autonomia, a scoprire nuove opportunità di
realizzazione personale e di integrazione sociale, a uscire a volte (la un grigio isolamento per
scoprire nuove e più ricche dimensioni di vita.
L’idea che la persona disabile sia protagonista della propria riabilitazione e del proprio
inserimento sociale ha spinto il Centro Studi Prisma a occuparsi delle tecnologie per
l’autonomia personale e di mettere in comune, in un’ottica di mutuo aiuto, le esperienze
personali dì autonomia.
L’itinerario di formazione prevede due corsi estivi, ciascuno della durata di una settimana: un
corso di primo livello. dal titolo “Disabilità e vita quotidiana: educazione all’autonomia, e un
corso di secondo livello, dal titolo .Disabilità e società: promozione dell’autonomia,
L’ammissione di un partecipante al corso di secondo livello subordinata alla valuzione dei
docenti sulla base dei risultati del corso di primo livello. Dal 1985 il Centro Prisma organizza
due corsi all’anno in una sede senza barriere architettoniche, in località turistica nelle
Dolomiti.
Nei corsi di primo livello viene proposta una formazione specifica che tiene conto non solo
dell’autonomia puramente fisica, ma anche della progettualità della vita e del proprio futuro e
del confronto tra le stesse persone disabili, il cui bagaglio culturale e la cui esperienza
personale divengono la principale fonte di arricchimento.
Oltre alle lezioni tenute da docenti esperti nei singoli aspetti sono fondamentali i lavori di
gruppo: ogni gruppo raccoglie al massimo 7-8 persone ed è sempre coordinato da una persona
disabile che abbia già esperienza di conduzione di gruppi e che abbia frequentato essa stessa
un corso di educazione all’autonomia di questo tipo. Negli incontri di gruppo i partecipanti si
incamminano attraverso esercitazioni mirate, a esplorare soluzioni a problemi specifici dì
autonomia personale o a nuove esigenze emerse nel corso delle lezioni, e a discuterli insieme
per giungere a un approccio metodologico comune. Vengono inoltre analizzate in una seconda
esercitazione alcune ipotetiche situazioni artificiali riguardanti aspetti più complessi: ad
esempio aspetti della mobilità interna, della mobilità esterna. L’organizzazione di una vacanza
con gestione anche di un budget economico affinchè iI progetto sia il più possibile ancorato
alla realtà. Questo tipo di esercitazione pone gli allievi in un’ottica di apertura verso gli aspetti
62
più complessi di un progetto di autonomia, nel quale vanno ricercate tutte e componenti
multidisciplinari e interdisciplinari.
Dopo i primi due anni di incertezza riguardo alla opportunità che ai corsi partecipassero
direttamente, oltre alle persone disabili anche i loro accompagnatori, questi ultimi sono stati
infine considerati a pieno titolo come facenti parte delle attività del corso e ormai si delinea per
loro un importante ruolo, molto utile anch’esso all’autonomia della persona disabile per
delinearne un profilo preciso: tuttavia essi svolgono il medesimo programma formativo per
quanto riguarda le lezioni teoriche, mentre il lavoro di gruppo viene svolto separatamente
sempre sotto la conduzione di un esperto disabile. Durante i lavori di gruppo sono emerse
molte esigenze delle persone che prestano assistenza problematiche determinate a volte da
situazioni di forte sofferenza oppure situazioni di grande equilibrio di rapporto interpersonale.
Non è possibile qui analizzare alcuni casi emblematici, tuttavia si può vedere come
l’acquisizione maggiore autonomia nella persona conferisca più autonomia anche alla moglie,
o al marito, o all’amico, ecc. Alcune situazioni familiari di difficoltà si sono potute sbloccare
proprio perché, nei lavori di gruppo, si è data alle persone la possibilità di comunicarle,di
esprimerle, a metterle in relazione con altre. Alcune esasperazioni si riequilibrano, qualche
situazione di una certa gravità sul piano psicologico ha trovato modo di ipotizzare un vissuto
diverso, una relazione diversa.
Il numero massimo dei partecipanti a ogni singolo corso è generalmente mantenuto sotto i 25.
L’esperienza di questi anni ha indotto a prèferire l’eterogeneità di patologie e di disabilità dei
partecipanti piuttosto che l’omogeneità. Accanto a persone con patologie invalidanti
progressive, quali la Sclerosi Multipla, le Atassie. le Distrofie muscolari, partecipano persone
con lesioni midollari (paraplegici e tetraplegici), paralisi cerebrali, malattie vascolari. In ogni
caso vengono ammesse alla partecipazione solo persone in cui la disabilità ha raggiunto uno
stadio pronunciato e ha compromesso (o è prossima a compromettere) la deambulazione.
Conclusioni: alle 9 edizioni del corso di primo livello svolte dal 1985 al 1993 hanno preso
parte 184 persone disabili e 163 accompagnatori provenienti da 16 regioni italiane, tra essi 72
persone disabili e 64 accompagnatori hanno preso parte anche al corso di secondo livello, che
si è svolto in quattro edizioni. Alla fine del corso viene richiesta ai partecipanti la compilazione
di un questionario che impegna in alcune riflessioni individuali e permette di raccogliere
feedback e valutazioni.
I risultati della sperimentazione citata non si riassumono certo solamente in termini di numero,
pur considerevole, di partecipanti. Una cosa però è certa: le persone che vi partecipano sono in
grado di analizzare i propri problemi e quelli di altri disabili in un’altra ottica e di scegliere
soluzioni che hanno come obiettivo non quello dell’autonomia pratica, fisica, ma il
raggiungimento di un’autonomia di vita, cioè, l’acquisizione di una mentalità che vede la
persona disabile responsabile non solo dello proprie scelte di vita, ma anche del suo ruolo
sociale. C’è l’impegno dl trasmettere una nuova immagine con la piena coscienza di essere
elementi di trasformazione e maturazione. Ciò non va interpretato come una presunzione ma
come una responsabilità che richiede volontà, autodisciplina, lavoro e molta pazienza e che
deve essere complementare al doveroso impegno dalla società a evolversi, nelle sue strutture e
nel suoi atteggiamenti culturali, verso una cultura dell’integrazione.
Dopo aver partecipato ai primi due livelli di corsi, non sono pochi i partecipanti che chiedono
di partecipare a un ipotetico corso di terzo livello.E’ però opinione del Prisma che il livello
successivo ai primi due consista nell’assunzione di un ruolo attivo ciascuno nella propria
comunità, cercando così di mettere in pratica i concetti, interiorizzati e discussi teoricamente
durante i corsi. Questi sono infatti solo il punto di partenza di un nuovo processo, nel quale si
acquisisce la necessaria motivazione per poter operare fattivamente nel proprio territorio, a
livello sociale, educativo, informativo e politico. Effettivamente alcuni dei partecipanti ai corsi
si sono adoperati in seguito per attivare o gestire servizi di informazione, di consulenza e di
documentazione nel settore della disabilità sul proprio territorio, ciascuno secondo le proprie
attitudini personali e compatibilmente con il contesto socioeconomico e culturale in cui si
trovavano a operare.
63
Rilevante è in questa fase il ruolo che viene ad assumere Il Prisma. Infatti, l’associazione,
mantenendo la propria peculiarità dl associazione culturale e non interessata ad aprire sedi
periferiche proprie, stimola i propri soci attivi a rendersi protagonisti nell’ambito del proprio
territorio, sviluppando modelli concreti di servizi in relazione ai bisogni e alle necessità locali
(sia attivandole con l’appoggio o presso gli enti pubblici oppure creando strutture nuove).
Attraverso i corsi di formazione sì è creata quindi di fatto una rete di persone che, unite dallo
stesso concetto di vita indipendente e cultura dell’integrazione, si dedicano alla
programmazione e realizzazione di servizi e attività, che spesso fanno riferimento a esperienze
già sperimentate precedentemente a livello locale dallo stesso Prisma.
Considerazioni conclusive
L’impatto esercitato sulla realtà bellunese dalla attività dei Prisma è stato sicuramente positivo.
Si è operato cercando di affrontare e individuare soluzioni alle difficoltà esistenti a causa di
una forte settorializzazione e di una netta separazione tra l’operato dei servizi sociali, di quelli
sanitari, delle varie risorse di competenza tecnica e culturali. Si è cercato di creare sinergie e
collaborazione tra il maggior numero possibile di enti pubblici, organizzazioni del privato
sociale, associazioni di volontariato, anche tra quelli non tradizionalmente abituati a essere
coinvolti nel temi della dìsabilità (per esempio turismo, mass-media, ecc), cercando poi di far
si che anche l’opinione pubblica potesse essere Informata, e in modo positivo. sui vari temi,
aspetti e problematiche dell’handicap.
Va infine messo in luce che Helios ha anche dato autorità politica alle iniziative nel settore
dell’handicap, aiutandolo a uscire da una mentalità puramente assistenziale o solidaristica:
rendendo in un certo senso attraente per gli enti pubblici impegnarsi e dedicare risorse in
questo settore; puntando a premiare agli occhi dell’opinione pubblica il positivo, piuttosto che
stigmatizzare il negativo, si è rafforzata l’immagine che esse siano fondamentali e qualificanti
per l’immagine una comunità matura e civile. Ciò si vede per esempio in campo turistico, ove
si sta diffondendo idea che l’accessibilità e l’accoglienza dei disabili qualifica offerta turistica.
E in una provincia dichiara vocazione turistica come quella bellunese ciò significa un
importante passo verso una vera integrazione delle persone con bisogno particolari nel contesto
sociale normale.
Suscitare interesse per questo settore anche nette organizzazioni o nelle professioni non
specificamente sociali e sanitarie è stato possibile inserendo, con uno specifico sforzo
culturale, le tematiche dell’handicap nei contenuti tecnici, scientifici, culturali ed economici
propri dì ciascuna professione (architetto, ingegnere, medico, amministratore, funzionario
66
pubblico, operatore turistico, insegnante. ecc,), cercando di trasmettere il messaggio che un
loro impegno nel settore è qualificante per la loro stessa organizzazione.
In questa esperienza si è anche potuto capire e sperimentare quanto sia importante la presenza
di una struttura di informazione, documentazione e promozione culturale che operi in modo
orizzontale nella tematica dell’handicap, che facci, da ponte tra strutture istituzionalmente
preposte alla realizzazione di specifici interventi e tutte le altre realtà direttamente o
indirettamente coinvolte.
Tutti questi risultati si sono ottenuti facendo leva sull’attività e la responsabilità delle persone
disabili.
APPENDICI
Ricerche e documenti ufficiali
del governo britannico
a sostegno della community care
Il sostegno sociale è
di tipo affettivo
(appartenenza a
gruppi) materiale Il sostegno sociale
affettivo (personale) percepito e correlato ad
emotivo informativo un maggiore resistenza
a stress e malattie
67
Il SOSTEGNO SOCIALE
Puo’
Ridurre qualità Attenuare o Alleviare l’impato Favorire risposte
e quantità negativa ridefinire la emotivo e fisiologico attive ed adattive
degli stimoli percezione degli
stressanti stimoli come
stressanti
Gli effetti del sostegno sociale come moderatore dello stress, in diverse fasi della sequenza che
lega gli stimoli potenzialmente stressanti alla reazione di stress.
RETE SOCIALE
Caratteristiche strutturali del sistema
68
Differenze tra servizi sociali tradizionali e organizzazione di comunità
Servizio sociale tradizionale Organizzazione di comunità
1. La persona è utente 1. La persona è membro della comunità
2. enfasi sulla “deficienza” e sulla cura 2. enfasi sulla competenza e sullo sviluppo
[Link] sul cambiamento individuale, 3. focus sull’ambiente e sul cambiamento
attitudine a “criticare la vittima” del sistema
4. dipendenza 4. indipendenza
a) orientamento al servizio e al consumo dei a) self-help, autopromozione, aiuto
servizi reciproco
b) i gruppi vengono impiegati per la terapia b) i gruppi sono impiegati come supporto
c) centralità degli operatori che forniscono per la soluzione dei problemi
il servizio, mentre l’utente è passivo c) l’operatore è una delle risorse, svolge
d) affidamento sull’aiuto professionale funzioni di segretariato, fornisce supporto e
e) gli operatori mantengono il loro potere, leadership; la gente è attiva
la loro autorità e il controllo delle d) affidamento sull’aiuto “non
informazioni e delle relazioni professionale”
e) potere e informazioni sono condivisi e gli
esperti sono .persone come le altre
5. affidamento sulle fonti tradizionali di 5. promuove nuove fonti di potere
potere e di autorità
6. la storia della comunità locale non è 6. costruisce strategie basate sulla storia
importante della comunità locale
Nome,
indirizzo, n.
telefonico
Relazione
Parente, amico,
vicino, collega,
ecc
Disponibilità
all’aiuto alta,
media, bassa
Capacità
empatica
(commento)
Risorse
materiali, altri
contatti,
affettive
(commento)
Frequenza di
contatti
giornali,
settimanali,
mensili, meno
Intensità
direzione,
grado di
sostegno e
affetto.
(commento)
Durata della
relazione
69
Scheda 3 valutazione del network
Ho fornito sostegno facendo che cosa?
Scheda n.4
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PARTE GENERALE
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RIVISTE
ACTES DE LA RECHERCHE EN SCIENCES SOCIALES
AMERICAN PSYCHOLOGIST
ANNALI DELLA SCUOLA SUPERIORE DEL SERVIZIO SOCIALE
ANNUAL REVIEW OF PSYCHOLOGY
ANNUAL REVIEW OF SOCIOLOGY
CHAMP SOCIAL
COLLANA SCIENZE SOCIALI E SERVIZI SOCIALI, FONDAZIONE ZANCAN
COMMUNITY ALTERNATI VES
COMMUNITY PSYCHOLOGY
EUROPEAN JOURNAL OF SOCIAL PSYCHOLOGY
FOGLI DI INFORMAZIONE EPIDEMIOLOGICA E PREVENZIONE
GROUP AND ORGANIZATION STUDIES
HUMAN RELATLONS
INCHIESTA
JOURNAL OF COMMUNITY PSYCHOLOGY
JOURNAL OF EXPERIMENTAL SOCIAL PSYCHOLOGY
JOURNAL OF PERSONALITY AND SOCIAL PSYCHOLOGY
LA RASSEGNA DEL SERVIZIO SOCIALE
LA RICERCA SOCIALE
LA RICERCA SOCIALE
LA RIVISTA DEL SERVIZIO SOCIALE
LA RIVISTA DEL SOSTEGNO SOCIALE
NEW SOCIETY
PROSPETTIVE SOCIALI E SANITARIE
PSYCHOLOGICAL REPORTS
QUADERNI DI FORMAZIONE E DEI SERVIZI
QUADERNI Dl SEVIZIO SOCIALE
QUALESALUTE
RASSEGNA ITALIANA DI SOCIOLOGIA
SALUTE E TERRITORIO
SCUOLA E PROFESSIONE
SERVIZI SOCIALI, FONDAZIONE ZANCAN
SOCIAL WORK
SOCIOLOGY AND SOCJAL RESEARCH
THE JOURNAL OF SOCIAL ISSUES
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