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Design Del Riuso

Il documento tratta del riuso come concetto ampio con sfaccettature ecologiche, etiche, di design e artistiche. Viene spiegato come il riuso sia una pratica preferibile rispetto ad altre nella gerarchia dei rifiuti in quanto comporta minori consumi energetici. Vengono poi mostrati vari esempi di oggetti che hanno trovato una nuova vita grazie al riutilizzo creativo.

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Design Del Riuso

Il documento tratta del riuso come concetto ampio con sfaccettature ecologiche, etiche, di design e artistiche. Viene spiegato come il riuso sia una pratica preferibile rispetto ad altre nella gerarchia dei rifiuti in quanto comporta minori consumi energetici. Vengono poi mostrati vari esempi di oggetti che hanno trovato una nuova vita grazie al riutilizzo creativo.

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DESIGN DEL RIUSO

quando un problema diventa una soluzione

Emanuela Pulvirenti

1
DESIGN DEL RIUSO
quando un problema diventa una soluzione

Emanuela Pulvirenti
Progetto grafico: Studio Triskeles

Le foto pubblicate in questo volume sono state acquisite dalla rete, da siti non vincolati
da diritti d’autore, ovvero da materiale illustrativo diffuso specificamente per la libera
pubblicazione. Pertanto tutte le immagini sono state valutate di pubblico dominio e inoltre
la loro presenza nelle pagine di questo volume è finalizzata a scopi didattici e di ricerca.
L’editore è tuttavia disponibile a regolarizzare quanto venisse eventualmente segnalato
dagli aventi diritto.
INDICE

7 INTRODUZIONE

9 LE MILLE FACCE DEL RIUSO


ecologia, etica, design, arte

32 MODI E TECNICHE DEL RIUSO


continuità, decontestualizzazione, frammentazione, manipolazione

35 IL RIUSO PER CONTINUITÀ


contenitori e sedute

45 IL RIUSO PER DECONTESTUALIZZAZIONE - PLASTICA E VETRO


lampade e arredi

64 IL RIUSO PER DECONTESTUALIZZAZIONE - STOFFA E CARTONE


arredi e architetture

80 IL RIUSO PER DECONTESTUALIZZAZIONE - ALTRI MATERIALI


giocattoli, lampade e sedute
INTRODUZIONE

“Questo lo conserviamo... potrebbe servire!”. Era la filosofia delle nostre non-


ne, quelle che non buttavano mai via niente perché magari, un giorno, quella
cosa sarebbe potuta tornare utile. Così vecchi lenzuoli troppo lisi diventavano
strofinacci, il maglione logoro si scuciva e con la lana si faceva una sciarpa,
anche il nastro dei regali si recuperava per cucire all’uncinetto un resistente
sottopentola. Ogni cassetto era una miniera di ciarpame, ma al momento giusto
c’era sempre l’oggetto adatto da riutilizzare. Le nostre nonne lo facevano perché
erano cresciute in tempi difficili, quando non era semplice avere cose nuove e
ogni oggetto andava trattato con cura e parsimonia perché durasse più possibile
e, anche quando fosse cessato il suo primo uso, potesse essere sempre usato per
farne qualcos’altro.
Oggi ci ritroviamo a rivalutare questa filosofia per motivi esattamente oppo-
sti: abbiamo una così grande disponibilità di oggetti nuovi, monouso e a basso
costo, che non riutilizziamo più nulla, trovandoci giorno dopo giorno sommersi
da montagne di rifiuti! L’emergenza legata al loro smaltimento ci mette davanti
ad una questione vitale: occorre un radicale cambiamento di prospettiva, ini-
ziando a progettare secondo i criteri dell’eco-design. Secondo i principi della
progettazione sostenibile bisogna minimizzare la presenza di sostanze tossiche
nei prodotti, incorporare materiali riciclabili/riciclati, ridurre la quantità e le
tipologie di materiali utilizzati, impiegare materiali compatibili tra loro in fase di
riciclo, ridurre la quantità di scarti di lavorazione, minimizzare il packaging, usare
un sistema di imballo riutilizzabile, aumentare l’efficienza energetica dei prodotti
a funzionamento elettrico, facilitare l’accesso alle parti per la loro sostituzione o
manutenzione, consentire il recupero dei componenti per il riciclo.
Questo vale per tutti gli oggetti ancora da progettare, ma che fare con tutti
quelli che ci circondano nelle nostre case, nelle nostre città? Occorre ripensare
da capo il nostro rapporto con le cose, immaginandone una nuova vita quando
avranno cessato il loro utilizzo “ufficiale”: occorre allora vedere nella “spazzatura”
non un problema ma una risorsa, nell’inutilità nuove opportunità di creazione.

7
D’altra parte per tutto ciò che esiste sulla terra (oggetti dismessi compresi)
vale il principio di conservazione per cui “nulla si crea e nulla si distrugge ma
tutto si trasforma”. Volendolo prendere alla lettera, nel caso del design del riuso,
possiamo immaginare un flusso infinito di oggetti che si trasformano sempre in
qualcos’altro senza diventare mai rifiuti, in una sorta di metempsicosi ininter-
rotta operata dagli individui che utilizzano e riutilizzano le cose sfruttando una
buona dose di immaginazione.
In questo testo dunque si vuole approfondire il “pensiero creativo”, quello
che secondo lo psicologo Edward De Bono permette “di considerare le cose non
soltanto per quello che sono, ma anche per quello che potrebbero essere”. Non
verranno analizzati i metodi di eco-design ma qualcosa di più semplice ed imme-
diato: esempi di riuso intelligente che chiunque (non solo designer professionisti)
può mettere in atto.
Si tratta di cercare un rapporto nuovo con gli oggetti, imparando a separarli
dalla loro funzione principale e ad osservarli per le loro potenzialità materiche,
formali, tattili, percettive. Questo è sfidare il senso comune del valore degli og-
getti, è raccontare la storia che un oggetto vuole narrare, è mostrare la fragilità
della materia, è cogliere l’armonia e l’abilità costruttiva di un particolare, è cer-
care la bellezza in luoghi inaspettati.
È così che un giorno un vecchio copertone è diventato un’altalena...

8
LE MILLE FACCE DEL RIUSO

Ecologia, etica, design, arte


Il riuso è oggi un concetto ampiamente diffuso
soprattutto per la crescente consapevolezza ecolo-
gica della società. Il riuso si colloca, all’interno della
gerarchia di pratiche nei confronti dei “rifiuti”, tra
le strategie più preferibili. Il riuso,2 infatti, consente
minori consumi energetici rispetto al tradizionale
riciclaggio, sebbene i prodotti non abbiano la stessa
durabilità di quelli confezionati con materiali riciclati
e non soddisfino il desiderio di oggetti nuovi tipico
del nostro stile di vita occidentale. La riduzione dei

Piramide della gerarchia


di azioni nei confronti dei
rifiuti. È una guida inter-
nazionalmente accettata
che stabilisce le buone
pratiche da preferire in
base al consumo di energia
e alla quantità di materiali
restanti (Zero Waste SA Act
2004 per South Australia’s
Waste Strategy 2005-
2010).

9
rifiuti è una strategia più efficace ma non totalmente
sostituibile al riuso: si può ridurre l’uso di imballaggi
vendendo prodotti sfusi ma il prodotto stesso (tranne
nel caso in cui sia un alimento o una bevanda) a fine
vita diventa un rifiuto e dunque non può che essere
sottoposto al riuso. Quindi riduzione e riuso non sono
due pratiche alternative ma possono essere adottate
entrambe su ambiti differenti.
In questa sede, in ogni caso, ci interessa maggior-
mente il riuso per vari motivi: è una pratica che tutti
possono mettere in atto (la riduzione parziale o totale
dei rifiuti sono per la maggior parte responsabilità dei
produttori e dei progettisti); è un atteggiamento che
mette in moto la creatività; è un’azione che respon-
sabilizza nei confronti dell’uso delle risorse del nostro
pianeta; è un’estetica basata su semplicità ed econo-
mia; è un’etica che recupera valori come il rispetto e
la cura per le cose che ci circondano; è un’occasione
Accanto, copertoni in di-
per andare verso uno sviluppo sostenibile. scarica. Dall’alto, pneuma-
Il riuso è un atteggiamento ecologico che si attua tici come parabordo, come
suola, come contenitore.
laddove non c’è stata una progettazione altrettanto Sotto, pneumatici usati
attenta alle questioni ambientali (ecodesign). Se, in- come seduta.

10
fatti, un oggetto viene progettato in tutto il suo ciclo
di vita (Life Cycle Design) conterrà nella sua stessa
concezione la sua dismissione o trasformazione in
qualcos’altro. Qui, invece, ci occuperemo di soluzio-
ni di riuso per tutti quegli oggetti che andrebbero
buttati via o al più riciclati negli appositi conteni-
tori. Copertoni d’auto, flaconi dei detersivi, bottiglie,
lattine, tetrapack, stracci, materassi... ogni cosa può
potenzialmente trasformarsi ed avere una nuova vita
evitando di finire in una discarica o, peggio, di essere
dispersa nell’ambiente. Il copertone d’auto, per esem-
pio, una volta consumato diviene inservibile per l’au-
tomobilista. È un rifiuto? Non è detto: è un oggetto
che resta comunque resistente, con angoli smussati,
elastico, capiente; tutte caratteristiche che possono
Dall’alto, vecchi copertoni conferirgli una nuova vita come altalena, come pa-
da far rotolare, da usare
come altalena o per allena-
rabordi per le imbarcazioni, come suola per scarpe,
menti militari. come contenitore per piante e chissà cos’altro!

11
Alla questione ecologica (evitare a molti oggetti
non biodegradabili di finire nell’ambiente e ridurre
l’uso di materie prime), si aggiunge la questione etica:
il riuso come opportunità di sviluppo dei paesi meno
industrializzati, come atteggiamento lungimirante
perché ciò che è “rifiuto” in una società capitalistica
è “materiale” in una meno tecnicamente avanzata.
Su sei miliardi e mezzo di persone che popolano la Sopra e a sinistra, “Roto-
Terra, più di cinque non hanno accesso o hanno gros- tanica”, contenitore ro-
tante fabbricato con co-
se difficoltà ad avere accesso alle fonti primarie di pertoni dismessi per il
sostentamento, all’acqua pulita o ai sistemi educativi. trasporto dell’acqua desti-
nato ai paesi in via di svi-
Una condizione che considerano normale. Spesso le luppo (Francesco Alderlini
e Stefano Giunta).

12
cause sono da rintracciare nella mancanza di infra-
strutture, di mezzi di trasporto di tipo basico, di filtri
per l’acqua a prezzi accessibili. Ma “la maggior parte
dei progettisti e designer indirizza i propri sforzi solo
su quel 10% di persone che appartiene ai paesi ric-
chi, ignorando così il resto del pianeta” afferma Paul
Polak dell’International Development Enterpise.
E per tornare di nuovo al famoso copertone usato
un esempio interessante di riuso etico è il progetto
della “Roto-tanica”, un bidone circolare da 30 litri
Sopra, “Solar kitchen”,
specchio parabolico rea- inserito in uno pneumatico dismesso da far rotolare
lizzato con materiali riu- per terra. I designer Francesco Anderlini e Stefano
tilizzati per poter cucinare
senza gas né legna. Sotto, Giunta così spiegano la loro proposta: “constatando
arredi realizzati con il le- le reali difficoltà che ogni giorno migliaia di donne
gname divelto dall’uragano
Katrina (entrambi di Basic
e bambini affrontano per l’approvvigionamento del-
Initiative) l’acqua nei paesi in via di sviluppo, abbiamo pensato
alla ruota intesa non come sistema per il trasporto,
ma come sistema di trasporto in sé. [...] Il copertone
che quindi riveste tutta la superficie a contatto col
terreno, assume diverse valenze, fondamentale per
una maggiore resistenza della tanica, identifica im-
mediatamente il prodotto e propone una “seconda
vita” a un prodotto ormai usato”.
Un altro progetto di riuso per i paesi poveri (in
questo caso per India e Messico) prevede l’uso degli
specchietti dei cosmetici e di parti di biciclette, coi

13
A sinistra, proget-
to di recupero dell’acqua
piovana attraverso bot-
tiglie di plastica usate da
montare lungo i pluviali
(Evan Gant).

quali la Basic Initiative ha realizzato dei grandi spec-


chi solari parabolici per cucinare, riscaldare acqua
sanitaria, sterilizzare utensili e illuminare ambienti in
ombra attraverso la concentrazione dei raggi solari.

14
La Basic Initiative ha promosso anche l’autoprodu-
zione di arredi da parte degli abitanti di New Orleans
con tutto il legname risultante dalle devastazioni
dovute all’uragano Katrina.
Un ulteriore esempio è il progetto “Rain Drop”
del designer Evan Gant. Un progetto di social design
estremamente interessante, destinato al recupero
dell’acqua piovana. L’idea associa, oltre al recupero
dell’acqua, il recupero e riutilizzo di bottiglie di pla-
stica - a fine vita- che fungono da piccoli serbatoi. Il
progetto, vincitore del concorso Design for Poverty, è
destinato ai paesi poveri e permetterebbe di racco-
gliere l’acqua piovana attraverso una serie di beccuc-
ci da applicare alle grondaie delle case.
Grazie ai particolari beccucci, ai quali si collegano
le bottiglie, l’acqua viene fatta scorrere e conservata
nelle bottiglie stesse ed è pronta per essere usata.
Ovviamente non si tratta di acqua potabile, ma di
acqua pronta per essere utilizzata per usi personali
e per mille altri usi per i quali viene impropriamen-
te utilizzata l’acqua potabile. I beccucci hanno una
doppia funzione: possono permettere la rimozione
totale della bottiglia ma possono anche essere aperti,
tramite una cerniera, per un utilizzo immediato del-
l’acqua come da un rubinetto (per lavarsi le mani ad
esempio).
Un esempio diverso di riuso “etico” è quello pro-
Alla pagina seguente, vasi posto da Artecnica con il suo progetto “Design with
della serie Transglasses
ottenuti attraverso il riuso conscience”. In particolare la collezione Transglasses
di bottiglie di vetro lavorate ideata da Tord Boontje e Emma Woffenden viene
da artigiani del Guatemala
(Tord Boontje ed Emma
prodotta da un gruppo di 12 artigiani del Guatemala
Woffenden per Artecnica). attraverso il recupero e il riutilizzo delle bottiglie di

15
16
vetro usate raccolte nei ristoranti, nei bar, negli hotel
e nei centri di raccolta del vetro. Le bottiglie vengo-
no poi tagliate, sabbiate e assemblate per formare
dei veri e propri pezzi unici, vasi, bicchieri e candelieri
eleganti e raffinati.
Un terzo aspetto dell’azione di riuso è quello stret-
tamente legato al design. C’è sempre stato, da parte
dei progettisti più curiosi e intelligenti, un interesse
verso oggetti nati per contesti particolari ma con
potenzialità nascoste che ne suggerivano un’utile
applicazione in altri settori. Un progetto esemplare
in tal senso è quello per la lampada Falkland di Bruno
Munari. Il designer voleva realizzare una lampada da
soggiorno, con una buona qualità di luce, che fosse
oltre che funzionale anche “decorativa” (non nel
senso di arte applicata, ma che avesse una forma

17
piacevole a tutti, una forma naturale, logica). Inoltre
l’oggetto in questione avrebbe dovuto avere un costo
contenuto, essere di facile montaggio, di grande vo-
lume dopo montato ma di volume ridottissimo in ma-
gazzino, senza meccanismi costosi e delicati, pratico,
resistente e lavabile. Munari si rese conto che non
c’erano in commercio lampade del genere (si parla dei
primi anni ‘60). Quelle giapponesi in carta e bambù
venivano vendute smontate nei grandi magazzini ma
risultavano fragili, assorbivano molta luce, non erano
lavabili e col tempo ingiallivano.
Munari trovò allora il materiale giusto in un altro
settore, quello delle industrie di maglieria: un tubo
in tessuto elastico con cui si realizzano indumenti
poteva essere la soluzione! Decise di realizzare una
sospensione in cui il tubo di maglia veniva irrigidito
da anelli metallici di vario diametro che, per gravità,
avrebbero teso il tessuto dandogli una forma molto
particolare. La scatola sarebbe stata di spessore
minimo e sarebbe bastato estrarre la lampada per
ridarle volume. Chiaramente questo non è un caso
canonico di riuso perché il tubo di maglia veniva
confezionato appositamente ma è interessante l’ap-
proccio mentale che porta a vedere di ogni oggetto
quali altri usi potrebbe avere.
Lo stesso atteggiamento si ritrova in alcuni pro-
getti di Achille e Pier Giacomo Castiglioni, come quel-
lo della seduta Mezzadro del 1957. Questo sgabello
esprime forse in modo più evidente la volontà di usa-
re una parte di un oggetto esistente, confermandone
la forma ma spostando il luogo e il modo d’uso, ado-
perando il sedile di un trattore, progettato nei primi

18
Lampada in tubo di maglia
Falkland del 1964 (Bruno
Munari per Danese).

19
anni del ‘900, come sgabello da usare nelle nostre
case. È composto da quattro elementi: sedile, perno
di fissaggio, balestra, traversa. Anche nel particolare
del sistema di fissaggio, si ritrova un oggetto familia-
re, usato per il bloccaggio delle ruote della bicicletta,
un grande galletto che consente di serrare bene il
tutto senza l’uso di cacciaviti o chiavi. La balestra,
sostegno del sedile, anch’essa presenta sul trattore
ma girata nell’altro senso per assorbire i sobbalzi del
mezzo agricolo sul terreno, qui serve a rendere più
elastica la seduta. La traversa di legno, che ricorda
vagamente un giogo, fornisce gli altri due punti d’ap-
poggio necessari per la stabilità del sedile.
Anche la piantana a luce indiretta Toio, realizza-
ta dagli stessi designer nel 1962, ha l’aspetto di un
oggetto formato dalla somma di pezzi trovati: una
lampada PAR 36 da 300 W a 125 volt per automobili,
un sottile stelo esagonale, anelli di canna da pesca
per trattenere il conduttore elettrico, una struttura
metallica che funge da maniglia e rinforza lo stelo
e un grosso trasformatore posto alla base che funge
anche da contrappeso. Sopra, sedile Mezzadro
Di Livio Castiglioni e Gianfranco Frattini è il realizzato nel 1957 con
pezzi di trattore (Achille e
progetto di un’altra lampada piuttosto particolare, Pier Giacomo Castiglioni
chiamata Boalum, del 1970. Così ricorda Frattini per Zanotta).
Alla pagina seguente
“Qualche anno dopo, a Capri, bisognava trovare una
piantana Toio del 1962
soluzione per illuminare la piscina di un albergo; (stessi autori, produzione
stavamo discutendo quando mi cadde l’occhio su un Flos) e lampada Boalum del
1970, un tubo di plastica di
addetto alle pulizie che stava raccogliendo le foglie 2 m con piccole lampadine
con una specie di aspiratore dotato di un lungo tubo a siluro collocate al suo
interno (Livio Castiglioni
flessibile...”. Nasce così Boalum grazie all’osservazio- e Gianfranco Frattini per
ne del movimento del tubo traslucido dell’aspiratore Artemide).

20
che porta ad immaginare un oggetto luminoso altret-
tanto sinuoso e semplice, da disporre liberamente sul
bordo della piscina. Al suo interno contiene ventuno
lampadine da 12 volt in serie per una tensione di
alimentazione di 220 volt e può essere disteso, rag-
gomitolato, avvolto su ogni supporto o appeso.
Per quanto riguarda il rapporto tra “scarti” ed arte,
Andrea Bonavoglia (Kainós, 4-5/2004) fa notare che
nella storia dell’arte il riuso dei materiali connessi
alla produzione artistica è stato molto più frequente
di quanto non si immagini: in pittura, ad esempio, il
riciclaggio di tavole, cornici e tele è stato attuato in
modo sistematico, per non parlare di intere pareti ri-
fatte o ridipinte, al punto da creare opere ibride, mol-
teplici, su un unico supporto; nel campo della scul-
tura i vari materiali, soprattutto i più preziosi, sono
stati oggetto di continue trasformazioni e riutilizzi

21
(celebre il saccheggio del bronzo del Pantheon per
costruire il baldacchino di San Pietro, o l’uso di un
blocco di marmo già intaccato da un altro scultore
usato da Michelangelo per il David); in architettura
i detriti, usati come materiale inerte, hanno sempre
fatto parte integrante della storia del costruire,
ma anche interi ruderi antichi sono stati sfruttati
come sostegno per nuovi edifici (a Roma le arcate
del Teatro di Marcello integrate al Palazzo Savelli
costituiscono un esempio clamoroso, come anche il
Mausoleo di Adriano divenuto Castel Sant’Angelo e la
michelangiolesca basilica di Santa Maria degli Angeli,
costruita nel tepidarium delle Terme di Diocleziano).
Sopra, il teatro Marcello a
Esiste proprio un termine ad hoc, “spoglio”, per in- Roma, su cui sorge Palazzo
dicare quegli elementi presi da costruzioni antiche Savelli. Il Mausoleo di
Adriano divenuto Castel
e rimessi in opera in nuovi edifici (come le colonne Sant’Angelo.
romane ricollocate all’interno delle chiese cristiane). Sotto, Merzbau di Kurt
Schwitters (1923) un ac-
In realtà si trattava di “riusi” un po’ forzati, nel
cumulo di oggetti prelevati
senso che non si trattava di oggetti divenuti inser- dalla vita di tutti i giorni.
vibili e adoperati per qualcos’altro di diverso. Il riuso
come lo concepiamo oggi si afferma nell’arte solo
nel ‘900 quando l’incredibile aumento dei rifiuti nel
mondo moderno ha portato a riflessioni etiche, poli-
tiche ed economiche di estrema rilevanza ed, inevita-
bilmente, tali considerazioni sono entrate a far parte
anche della cultura artistica.
È stato già detto che il riciclaggio dei materiali sia
un fatto antico, ma è solo con l’arte contemporanea
che lo scarto diventa protagonista; Kurt Schwitters
innalza con il suo Merzbau dal 1923, un vero e pro-
prio monumento alla spazzatura; Pablo Picasso, che
sin dai tempi del Cubismo incollava pezzi di giornale,

22
spago e carte da gioco sulla tela, trasforma un ma-
nubrio e un sellino in una testa di toro (Testa di toro,
1943); Piero Manzoni giunge a mettere in scatola ad-
dirittura i propri escrementi (Merda d’artista, 1961).
Con il Dadaismo la provocazione artistica era
diventata provocazione etica e politica; l’Arte come
espressione della bellezza e “produzione” di manu-
Sopra, la famosa Testa di fatti, venne dichiarata morta, finita. Ne restavano le
Toro di Picasso (1943) as-
semblata con un manubrio macerie, ulteriore manifestazione di totale inutilità:
e un sellino di bicicletta. uno sgabello che non può più essere usato per seder-
Sotto, la provocatoria
Merda d’artista di Manzoni
visi sopra e una vecchia ruota di bicicletta incapace
(1961) contenuta in 90 ba- di rotolare su una strada, una volta montati insieme
rattoli numerati e firmati. divengono l’icastica immagine duchampiana dell’Arte
In basso, Ruota di biciclet-
ta, la prima opera dadaista, in sé (Ruota di bicicletta, 1913), qualcosa che per
il primo vero ready-made di antonomasia non serve a nulla e non deve servire
Duchamp (1913).
a nulla. È l’immagine più efficace della morte di
un’estetica trimillenaria.
Duchamp uccide l’arte del passato con un gesto,
un ready-made che dura un attimo nell’esecuzione
ma per sempre nel significato, mentre Schwitters
dedica a quest’assassinio la sua intera vita d’artista,
in tre diversi periodi e luoghi (Germania, Norvegia e
Gran Bretagna), accumulando all’infinito materiali
di ogni tipo (dai mozziconi di sigaretta, alle punte
di matita, dai pezzi di unghie ai biglietti del tram
usati , dai bicchieri rotti ai ritagli di giornale...) in una
scultura-architettura priva di limiti nello spazio e nel
tempo, il Merzbau. In Schwitters e nei suoi innume-
revoli epigoni, la lucidità e l’estro dell’artista s’inter-
secano, l’arte in quanto istinto creativo si manifesta
nell’aggiungere scarto a scarto senza forma, senza
progetto, ma l’arte in quanto espressione di un pen-

23
siero si manifesta in quella forma, in quel progetto.
La tridimensionalità di questa operazione è quasi im-
plicita e impone la scultura, o un qualcosa di simile,
come arte di riferimento.
Lo scarto è diventato protagonista in diversi modi:
assemblaggio è la sua utilizzazione come elemento
materico da comporre in base a schemi astratti o
naturalistici, inserzione è il suo collegamento ad altri
materiali secondo libere scelte dell’artista, camuffa-
mento e/o trasformazione è il suo utilizzo nascosto
per non apparire ciò che è, e infine riproduzione è
la sua stessa rappresentazione come oggetto di una
diversa operazione creativa. Nel corso del Novecento
tutte queste modalità sono state sperimentate, rive-
lando negli artisti da un lato l’amore per la forma in
sé privo di pregiudizi (per cui è bello anche il fram-
mento, il rudere, il rifiuto), dall’altro la riflessione
sull’immoralità dello spreco e la sua denuncia, espli-
citata dal riciclaggio e dall’esibizione. Gli anglofoni
dicono Waste e intendono spreco e rifiuto insieme.
Dopo il parziale ritorno all’ordine del primo dopo-
guerra, il New Dada e la Pop Art negli anni Cinquanta
riprendono temi dissacranti e dirompenti; posto Dada
come punto zero si rinasce, se si rinasce, su quelle
provocatorie manifestazioni. Innumerevoli sono gli
artisti che hanno costruito arte sul paradosso della Sopra, sculture di Smith
realizzate con ferri recu-
non-arte e hanno sfruttato materiali e oggetti già perati. Al centro, Macchine
esistenti per creare composizioni insolite, stranian- Inutili di Bruno Munari
(1934) e in basso Baluba di
ti, difficilmente catalogabili e sempre discusse. In Tinguely (1962), realizzato
questo senso è il Surrealismo, inteso non solo come con piume, stracci, brandelli
di pelliccia e ferraglia varia
movimento artistico ma anche come atteggiamento irride la fredda e disumana
mentale sotteso a molti movimenti moderni, a dare operatività tecnologica.

24
Sopra, una monumentale una base concettuale al recupero formale dei resti,
composizione di Tinguely
degli avanzi, dei rifiuti.
realizzata con l’assemblag-
gio di pezzi meccanici negli David Smith, l’autodidatta che era stato vicino a
anni ‘80. Calder e ai surrealisti negli anni Trenta realizzando
Sotto Repas Hongrois
di Spoerri del 1963, un oggetti filiformi e colonne assemblate con i più di-
quadro-trappola il cui sparati frammenti, si dedica, nel secondo dopoguerra,
significato è così descritto
dall’autore: “Io fisso delle
a monumentali serie tra cui i Tanktotem composti da
situazioni che si sono pro- serbatoi metallici e le Sentinel strutturate su rotta-
dotte accidentalmente per
mi di automobile (Tanktotem VI, 1957). Non molto
far si che restino assieme in
modo permanente”. lontane da Smith sono state le ricerche di Bruno
Munari con i suoi vari esemplari di Macchina inutile,
(1934), di Jean Tinguely (Baluba, 1962), celebre per
le sue giocose fontane meccaniche, irrispettose e
divertenti e di Daniel Spoerri, l’autore dei cosiddetti
Tableaux-Pièges, quadri-trappola, in cui, ad esempio
(Repas hongrois, 1963), i generatori della composi-
zione artistica sono i resti di un pasto, con bicchieri,
piatti, tovaglie, posate e bottiglie cristallizzati nella
composizione.
L’assemblaggio di scarti per creazioni rassomi-
glianti ad oggetti reali fu sperimentato dallo scozzese
Eduardo Paolozzi nel primo dopoguerra; le sue forme
sono ispirate da residui e rottami metallici, osservati

25
e raccolti casualmente, che egli riproduce e riplasma,
attraverso l’impiego di materiali nobili come il bron-
zo, per poi ricomporli estrosamente, creando figure In alto a sinistra, un can-
stilizzate, primitive, cubiste (Paris Bird, 1949). none della serie delle Armi
di Pino Pascali (1960). In
Sono analoghe le ricerche di Pino Pascali con la alto, Paris Bird di Eduardo
serie delle Armi (Armi, 1960), fantasiose e precarie Paolozzi (1949). Sopra,
Trittico di Ettore Colla rea-
imitazioni di fucili e mitragliatrici ottenute con pezzi lizzato con lamiere corrose
di metallo, barattoli e tubi sottratti alla rottamazio- (1960).
ne, e da Ettore Colla che rivolse la sua attività crea-
tiva verso lamiere, infissi e piastre metalliche corrose
rivisitando modelli antichi e riducendoli a scheletri
materici (Genesi, 1955 e Trittico, 1960).
In America è Robert Rauschenberg, più di ogni
altro, ad aprire un discorso tanto etico e civile quanto
ironico e ludico; il suo fare arte è un’inserzione con-
tinua e sorprendente di materiali tradizionali e non Alla pagina seguente,
tradizionali, le cui radici formali risalgono certamen- dall’alto: Dylaby (1962) e
Tampa Clay Piece (1973)
te a Man Ray, Schwitters, Arp e Duchamp, ma che ol- di Rauschenberg. Sotto,
trepassano la dimensione di accumulo per diventare, due opere di Burri realiz-
zate con materie plastiche
appunto, fare, scegliere, in una parola: creare. combuste e con lamiere
Rauschenberg ha utilizzato di tutto, lamiere, cor- manipolate.

26
de, scatole, rottami presi dalla strada, inserendoli in
opere di collage, metà scultura metà pittura (Dylaby,
1962), e giungendo al punto estremo, paradosso nel
paradosso, di riprodurre perfettamente in ceramica i
frammenti di un imballaggio di cartone spiegazzato
dall’uso (Tampa Clay Piece 3, 1973), un meta-rifiuto!
Grazie al Surrealismo e alla Pop Art l’occhio
dell’artista, ormai esperto e avvezzo a forme non
usuali, cade su oggetti prodotti a scopo puramente
pratico e con intenzioni per nulla figurative, e scopre
in linee, colori e materiali l’improvviso manifestarsi
di una forza, un’emozione, un sentimento, se non
un’intrinseca bellezza. Qualunque oggetto può essere
sottoposto a questa sorta di trasformazione estetica,
come teorizzava Max Ernst; la creazione e l’intuizio-
ne artistica allora non stanno esaurendosi o cedendo
il passo, stanno solamente mutando, come sempre
hanno mutato, i tempi e gli spazi del loro farsi e del
loro divenire.
In Italia Alberto Burri, nel contesto di quella che
fu battezzata “arte povera”, realizzò alcune serie di
opere usando materiali non tradizionali e rese celebri,
per la straordinaria inventiva e capacità compositiva,
i sacchi di tela grezza e gli scarti di tappezzeria
sovrapposti al quadro, collage materico colorato
a volte da vernice o da bruciature (Sacco e rosso,
1954). Il pittore resta fedele alla bidimensionalità
e ad un gusto per l’astrazione ormai consolidato in
Europa e negli Stati Uniti fin dagli anni Venti; l’uso dei
brandelli di sacco appare una scelta formale estrema
sì, ma dettata da un’esigenza compositiva ed etica né
scandalosa né provocatoria.

27
Basata invece sull’accostamento stridente tra
arte e non-arte, tra finzione e realtà, è l’opera di
Michelangelo Pistoletto; nella sua celebre Venere
degli Stracci (1967) contrappone una montagna di
stracci alla candida copia di una statua classica
posta di spalle in un violento contrasto cromatico
e formale. Nello stesso contesto l’opera più discussa
di Piero Manzoni, la già citata produzione in scatola
di escrementi, porta al massimo grado di intensità e
provocazione la riflessione sul valore storico, morale,
economico ed estetico dell’opera d’arte. L’idea stupe-
facente del residuo organico che diventa protagoni-
sta si abbina a quella ancor più scandalosa della sua
conservazione in un barattolo di latta, contenitore
moderno e supporto di immagine pubblicitaria già
peraltro glorificato da Warhol con le sue riproduzioni
grafiche della zuppa Campbell.
Forse soltanto il tedesco Joseph Beuys, erede di-
chiarato di Duchamp e spesso accostato a Warhol, In alto, Venere degli Stracci
di Pistoletto (1967), ba-
ha suscitato indignazione simile a quella provocata rattolo Campbell di Andy
da Manzoni. Sedie, tavoli, pianoforti coperti o mo- Warhol. Sotto, Crocifissione
di Beuys (1963).
dificati, singolari elettrificazioni generate o partecipi
di oggetti comuni, enormi installazioni metalliche,
misteriosi cantieri, macigni di basalto deposti sul pa-
vimento, appena toccati dallo scalpello dell’artefice,
riempiono le sale espositive dapprima delle gallerie,
poi dei musei; Beuys fa dell’assemblaggio di materiali
di risulta, anche organici o viventi, un’arte sottile nel-
le scelte, ma massiccia e pesante nei risultati formali,
con accostamenti e toni che spesso sconfinano nella
dimensione del macabro. Due flaconi già usati per la
conservazione del plasma, vuoti, posati su blocchetti

28
di legno, nel mezzo un altro pezzo di legno, verticale,
una croce rossa in alto: tale nella visione dissacrante
di Beuys la crocifissione di Cristo con San Giovanni e
Maria ai piedi della croce (Crocifissione, 1963).
Ancora negli anni Sessanta, ma in uno spirito di-
verso, lavorano invece César Baldaccini (Compression
Ricard, 1962) e Arman (Accumulazione di brocche,
1961), all’interno di quel Nuovo Realismo svizzero-
francese che li accomuna tra gli altri a Tinguely e a
Spoerri; i loro frammenti della realtà sono oggetto
non di assemblaggio, ma di trasformazione e camuf-
Sopra, Compression Ricard famento. César schiaccia i rottami di un’automobile
di César Baldaccini (1962).
Sotto, due accumulazioni fino a ridurli a un blocco policromo e polimaterico,
di Arman: tubetti di pittura Arman forza letteralmente lo spazio incastrando e
e brocche (anni ‘60).
stringendo tra loro numerose caraffe di metallo di-
sfatte dall’uso o vecchi tubetti di colore, ma per en-
trambi l’operazione non è brutale o violenta, quanto
piuttosto critica, fredda, scientifica.
Negli anni Ottanta e Novanta del XX secolo il ter-
mine “Trash Art” è stato usato per definire movimenti
ed opere che utilizzavano spazzatura (trash, appun-
to), o comunque scarti d’uso, per creare oggetti iro-
nicamente artistici. Niente di nuovo, come s’è visto,
ma è rilevante che la definizione e in qualche modo
la consacrazione del riutilizzo in forma d’arte abbiano
reso meno stravaganti alcune scelte successive, ed è
ancor più rilevante che la matrice etica ed ecologica
di denuncia dello spreco risulti con maggiore eviden-
za. Di Trash Art in definitiva si parla non nel senso
cristallizzante di un gruppo o di un movimento, ma
piuttosto nel senso elastico e aperto di una tenden-
za. Un problema di confusione linguistica si sta poi

29
verificando da alcuni anni, con la sempre maggior
popolarità del senso spregiativo di Trash, rivolto a
spettacoli o eventi di basso livello e di infimo conte-
nuto, soprattutto in campo televisivo.
Tra gli artisti viventi il più maturo e affascinante
è probabilmente Anselm Kiefer: le sue biblioteche di
volumi metallici sono sicuramente indimenticabili
per l’impatto visivo ed emotivo, come molte delle
sue numerose opere di pittura. Kiefer, legittimo
erede di Beuys, nel 2001 ha costruito qualcosa che
Pascali avrebbe sicuramente apprezzato, un carro
armato composto di brandelli sovrapposti di scalini
in cemento armato (Sefer Hechalot, 2001) e di libri di
piombo in luogo della torretta. Il risultato è qualcosa
di duro ed aggressivo, che finisce per condurre lo
spettatore verso inquietanti riflessioni.
L’inglese di origini africane Chris Ofili ha utilizzato
sterco di elefante essiccato per alcune opere (Holy
Virgin Mary, 1996), forse rivendicando l’autenticità
selvatica del materiale, del quale l’artista afferma di
apprezzare le qualità visive.
La dimensione giocosa è invece ancora presente
nell’opera di John Bock, che usa per le sue grandi ed
enigmatiche opere (Foetus Gott, 2002) gli scarti e i
materiali meno prevedibili, compresi quelli deperibili
come vegetali e piccoli animali (rane e tartarughe ad
esempio); nelle sue evanescenti composizioni inter-
viene lui stesso, muovendosi all’interno dei variopinti
e labirintici spazi creati.
Agli antipodi di Bock nello spirito, ma a lui com-
plementare nell’interesse per i materiali organici, il
medico Gunther von Hagens (Cadavere, 2000) negli

30
ultimi anni ha portato in giro per il mondo, con im-
previsto ampio successo, i resti autentici di esseri
umani, le loro spoglie ridotte a moderne mummie
plastinate, esposte in pose di crudo realismo. Si
potrebbe forse assimilare quest’ultima tendenza al-
l’operato in scena di performer o di gruppi teatrali:
con strabordanti rappresentazioni, ad esempio, la
compagnia spagnola Fura dels Baus (in catalano, la
Faina dell’Immondezza) ha scatenato, a partire dagli
anni Ottanta, reazioni indignate nel pubblico lancian-
do in scena e in platea sangue e interiora di animali
appena macellati e distruggendo con particolare vio-
lenza, sul palco, oggetti e macchinari di consumo (tra
cui numerosissime automobili, ma con effetti ben
diversi da César).
Alla pagina precedente,
dall’alto: Sefer Hechalot di
Nonostante l’evidente impossibilità di elencare,
Anselm Kiefer (2001). Holi distinguere e catalogare tutti gli artisti contempo-
Virgin Mary di Chris Ofili
ranei che operano in svariate maniere nell’ambito del
(1996). Installazione di
John Bock dal titolo Zero riuso degli scarti, merita di essere citata l’americana
Hero (2003). Un cadavere Mierle Laderman Ukeles che si fregia del curioso tito-
di Gunther von Hagens in
posa da arciere. lo di “Artista ufficiale del New York City Department
In questa pagina, sopra of Sanitation” (in pratica l’azienda comunale per
performance dei Fura
Dels Baus con annessa l’igiene, ossia per la nettezza urbana). L’opera di
distruzione di un’automo- Ukeles, ancora difficilmente inseribile in un contesto
bile. Sotto, la performance
di somiglianze o parentele, sta a metà tra performan-
Touch Sanitation di Mierle
Laderman Ukeles (1980). ce, land-art e prassi politica. Come e dove inserire
infatti in un testo di storia o di cronaca d’arte un’ope-
ra come “Touch Sanitation” del 1980? Un’opera della
durata di 11 mesi, durante i quali l’artista ha salutato
e stretto la mano, uno per uno, a tutti gli 8.500 ope-
ratori del N.Y.D.S. ripetendo a ciascuno “Grazie, tu
mantieni viva New York”.

31
MODI E TECNICHE DEL RIUSO

Continuità/decontestualizzazione,
frammentazione/manipolazione
Il design attraverso il riuso non è un’operazione
banale come può sembrare a prima vista: richiede
un’attenta interrogazione dell’oggetto, un’analisi
delle sue caratteristiche salienti. Forse sarà l’oggetto
a quel punto a suggerire cosa vuole diventare, cosa
potrebbe essere... Spesso questo tipo di design non
richiede una progettazione tradizionale con disegni,
schizzi o altro, ma una manipolazione diretta degli
oggetti da riutilizzare, un’osservazione manuale gi-
rando e rigirando l’oggetto tra le mani.
Come abbiamo visto per il vecchio copertone, la
sua forma tonda e vuota al centro suggerisce l’idea
di infilarcisi dentro per giocare; la sua resistenza
all’usura, la possibilità di usarla per risuolare le
scarpe; la sua elasticità, l’applicazione sui bordi delle
imbarcazioni, delle banchine dei porti e del perimetro
delle piste per gare automobilistiche. Non sarebbe al-
trettanto giustificata l’idea di farne un armadio, una
lampada o una tenda.
Tuttavia, come nel design tradizionale si assiste a
volte alla produzione di oggetti banali e privi di moti-
vazioni progettuali, anche nel design del riuso capita
di osservare operazioni discutibili, al limite tra l’iro-
nia e il kitsch (come l’acquario o la cuccia del gatto
ricavati dentro un monitor di computer) o ad esiti
totalmente gratuiti (come il barattolo di Nutella in-
tegrato ad una lampada da tavolo o le ceramiche ac-
catastate a formare lo stelo di una piantana...). Altra

32
Alla pagina precedente, situazione paradossale, interessante come fenomeno
esempi di cosa NON è il
design del riuso. artistico ma opinabile come etica del design, è il finto
In alto, un monitor di com- riuso: si pensi ai lampadari di Ingo Maurer realizzati
puter riutilizzato per un
con stoviglie di ceramica bianca fatte a pezzi o con
acquario o per la cuccia del
gatto, con esiti di dubbio bottiglie di Campari... si tratta di oggetti nei quali il
gusto. È ironia o è sempli- riuso diventa solo tendenza, immagine, con risultati
cemente kitsch?
Sotto due lampade inte- perfettamente allineati alle mode più consumistiche
granti oggetti di riuso la cui del mercato considerato anche i prezzi esorbitanti di
presenza risulta piuttosto
gratuita e immotivata. Se questi prodotti. Un oggetto realizzato con scarti non
al posto della Nutella ci può diventare più costoso di un suo analogo fresco di
fosse stato un sasso, un
produzione! Così il riuso diventa solo un vezzo...
casco da motociclista o
un telefono dismesso cosa
sarebbe cambiato?
Stessa cosa dicasi per la
piantana con teiere e tazzi-
ne al posto dello stelo...

In questa pagina, a destra,


due sospensioni di Ingo
Maurer realizzate con
stoviglie e con bottiglie di
Campari. Si tratta di casi di
finto riuso venduti peraltro
a prezzi molto elevati.

Il design del riuso dovrebbe, invece, essere prati-


cato con sobrietà e metodo. Per quanto, chiaramente,
non può esistere un “metodo” inteso in senso tradi-
zionale. Qui si vuole intendere una selezione degli og-
getti da riusare, una capacità di vedere oltre, vedere
cosa potrebbero diventare o a cos’altro potrebbero
servire. Si tratta di compiere un’azione “progettua-
le”, un’operazione di proiezione dell’oggetto in una
nuova dimensione funzionale ed estetica. Questa
nuova dimensione può essere raggiunta secondo
due diverse modalità e in particolare: la continuità

33
Operazione Ecolo, di Enzo
Mari (1996) per Alessi. Una
guida su come tagliare i
flaconi e le bottiglie di
plastica per trasformarli in
vasi per i fiori.

34
Accanto, Milk Bottle Lamp,
sospensione realizzata con
12 bottiglie da latte sati-
nate, di Tejo Remy. Tutti i
progetti di Remy nascono
da uno studio analitico del-
la natura degli oggetti per
raggiungere a soluzioni che
sensibilizzino, suggeriscano
e stimolino inedite intera-
zioni con l’utente a livello
personale, e che guidino a
riflettere sul proprio impat-
to sull’ambiente e sullo stile
dei propri consumi.
A destra due tendaggi di
Michelle Brand realizzati
solo con fondi di bottiglie di
plastica legati tra loro.

(l’oggetto mantiene la funzione originale anche dopo


il riuso) e la decontestualizzazione (l’oggetto viene
Sotto, vecchio servizio da tè utilizzato in un ambito completamente diverso da
“modernizzato” attraverso
una colorazione vivace e quello d’origine). Le tecniche attraverso cui avvengo-
l’innesto di un manico dal no questi processi possono essere la frammentazione
design semplice e geo-
metrico. Questi innesti (l’oggetto viene sezionato ed utilizzato per porzioni)
fondono passato e presente o la manipolazione (l’oggetto è introdotto nel nuovo
in assemblaggi originali,
progetto senza essere modificato sostanzialmente, al
eleganti e colorati (Chistine
Misiak). massimo solo deformato).
Per avere degli esempi molto chiari si può citare il
caso delle bottiglie di plastica o vetro: possono essere
trasformate in contenitori per fiori (e quindi avere una
sorta di continuità d’uso, dovendo contenere ancora
acqua) attraverso il taglio dell’imboccatura come nei
celebri esempi del progetto Ecolo di Enzo Mari per
Alessi. Ma le bottiglie possono anche essere deconte-
stualizzate ed utilizzate intere (quindi solo manipolate)
per creare delle lampade. Possono essere decontestua-

35
lizzate e frammentate, infine, per diventare forme
geometriche bidimensionali come quelle con le quali
Michelle Brand confeziona tendaggi e altro.
Alcuni oggetti sono molto sfruttati nelle opere di
riuso: bottiglie e flaconi vanno per la maggiore ma
suscitano grande interesse anche il cestello in acciaio
della lavatrice, i CD usati, i tubi di cartone, le penne
biro, gli stracci, le cassette della frutta, le posate e le
sorgenti luminose esaurite. La maggior parte delle for-
me di riuso, inoltre, consiste curiosamente nel creare
delle lampade. Probabilmente ciò è dovuto all’effetto
magico della luminosità e della trasparenza di una
lampada, capace di “nobilitare” il materiale di riuso Dall’alto, una lampada
conferendogli un aspetto diafano e leggero, un’im- realizzata con un cestello
di lavatrice e sospensioni
magine dadaista/surreale un po’ straniante a cui si
con bottiglie di vetro (Jerry
aggiunge l’effetto a sorpresa della luce. Kott). In basso a sinistra,
Nei prossimi capitoli vedremo proprio alcuni esempi lampadario di flaconi Tide
(Stuart Haygarth) e sotto
di come fare del design attraverso il riuso nelle mo- piantane H2O di bottiglie di
dalità e secondo le tecniche appena esposte anche in plastica (Paolo Ulian).

situazioni intermedie tra la manipolazione e la fram-


mentazione.

36
IL RIUSO PER CONTINUITÀ

Contenitori e sedute
Spesso un oggetto diventa un rifiuto e viene
dismesso non perché guasto, vecchio o inservibile
ma perché la sua funzione cessa nel momento in cui
si è concluso il contesto d’uso in cui era inserito. Ad
esempio una bottiglia d’acqua minerale in plastica
diventa un rifiuto soltanto perché è vuota, oppure un
sedile d’auto ergonomico e ben imbottito su cui non
ci si siede più nel momento in cui l’automobile viene
rottamata. Contenitori e sedute, invece, possono
mantenere la loro funzione anche in nuovi contesti.
Un caso interessante è quello delle cassette della
frutta o della birra in plastica, contenitori resistenti,
colorati, lavabili, che possono essere utilizzati come
scaffali mantenendo una continuità d’uso. Basta ro-
vesciarli sul fianco o collegarli tra loro. La manipola-
zione è ridotta al minimo, si può avere qualche taglio
interno, ma il risultato è comunque soddisfacente.

In alto, cassettiera rea-


lizzata con cassette della
frutta di varie dimensioni.
Sopra tavolini-contenitori
fatti con cassette per la
frutta (Lool82).
Accanto, scaffale realizza-
to con cassette di birra alle
quali sono stati eliminati
alcuni setti interni (Alon
Meron).

37
Il tema della cassettiera rivisitato in chiave dadai-
sta è, invece, il motivo conduttore di un intervento
di Tejo Remy del 1991: una serie di cassetti di riuso
tenuti insieme da una lunga cintura. Questo ed altri
oggetti suscitarono molto interesse nella mostra or-
ganizzata al Salone del Mobile di Milano da Droog
Design del 1993. Si trattò di un evento che divenne
subito un manifesto contro gli eccessi e le esuberan-
ze degli anni ‘80.
Restando in tema di contenitori la più classica
delle operazioni di riuso è quella che vede le bottiglie
trasformate in vasi, bicchieri e calici come quelle
già viste di Enzo Mari e di Tord Boontje con Emma
Woffenden. Troviamo così le bottiglie che, dotate di
apposito beccuccio, diventano i piccoli annaffiatoi
“Verso Diverso” nel progetto di Nicolas Les Moigne
vincitore del concorso RE-think + RE-cycle indetto
da Designboom e Macef nel 2005.

In alto, cassettiera “You


can’t lay down your me-
mory” realizzata con vecchi
cassetti legati con una
cintura (Tejo Remy).
Sopra, calici realizzati ta-
gliando bottiglie in PET.
A sinistra, progetto di riuso
di bottiglie di plastica tra-
sformate in annaffiatoi con
un beccuccio da avvitare
(Nicolas Les Moigne).

38
Nel caso di questo piccolo annaffiatoio non si ha
alcuna lavorazione della bottiglia in quanto viene
solo aggiunto un accessorio da avvitare al posto del
tappo; anche nel caso della grande clessidra mostra-
ta in questa pagina non ci sono evidenti lavorazioni
della bottiglia (a parte il basamento che è il fondo di
una bottiglia più grande). Nel caso del vaso da fiori,
del portamatite o del portagiornali, invece, la botti-
glia viene tagliata a metà e viene aggiunta una sorta
di guarnizione per proteggere e irrigidire il bordo.
Un taglio altrettanto evidente è quello che
Laurence Brabant ha effettuato su bottiglie di vetro
per ricavarne dei dosatori a cucchiaio (con taglio a
45°) e dei calici (con taglio perpendicolare alla super-
ficie della bottiglia), sfruttando la porzione del collo
come imboccatura per il manico dell’utensile e come
stelo per i bicchieri.

In alto, clessidra, vasi e


portariviste realizzati con
bottiglie (Ryter Design).
Sopra bicchieri ottenuti
tagliando a metà delle
bottiglie di vetro (Charles
Kaisin). A destra, cucchiai e
calici creati con bottiglie di
vetro sezionate (Laurence
Brabant).

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Un’altra tipologia di oggetti che può facilmente
mantenere il suo utilizzo originario, come è stato già
detto, sono i sedili delle automobili. Comodi, ergo-
nomici, reclinabili, a volte anche abbastanza pregiati
come fattura e materiali, spesso restano in ottime
condizioni anche quando l’automobile viene rotta-
mata. Ecco così che molti designer li hanno tolti dalle
autovetture ed inseriti in ambiti domestici dotandoli
di strutture fisse o mobili di appoggio a terra per di-
ventare sdraio, poltrone e piccoli divani.
Per restare in tema di sedute sottratte ai veicoli,
che dire del sellino di bicicletta per il famoso sgabello
“Sella” dei fratelli Castiglioni, risalente al 1957?

In alto, divanetto creato


con un vecchio sedile
d’auto poggiato su cer-
chioni; sopra, sedile in pelle
ingabbiato a formare una
poltrona (Dionysios Skalos).
Accanto, sedile in pelle rosa
con tubi che fungono da
piedi e da braccioli, sedile
rivestito in velluto trasfor-
mato in poltrona da ufficio
su rotelle (Rob Collignon),
sedile di una Saab trasfor-
mato in sdraio (Reestore)
e sedile in pelle nera riu-
tilizzato come poltroncina
reclinabile (Vaho).

40
Sotto, sgabello basculante Alcuni designer si sono cimentati anche con altre
“Sella”, un sellino monta-
to su una base che le per- parti dei veicoli utilizzandoli per la medesima fun-
mette di rimanere sempre zione ma in un contesto diverso. A parte la famosa
in piedi e di tornare alla
piantana Toio dei fratelli Castiglioni, già vista a pag.
posizione eretta. Achille e
Pier Giacomo Castiglioni lo 21, si può trovare la sospensione realizzata da Silvia
pensarono come seduta per Giannoni semplicemente appendendo al tetto un faro
il telefono: un appoggio che
permette di muoversi intor- di auto dismesso o l’installazione dello studio PS Lab
no mentre si parla al telefo- per l’illuminazione di una scala interna con vecchi
no e, contemporaneamen-
te, di stare anche seduti. fari di auto usati come applique. Anche i fari delle
Accanto, applique rea- vecchie biciclette hanno ispirato più di un designer
lizzate con vecchi fari di
nella creazione di oggetti dal gusto vintage.
bicicletta, sospensione
creata con un gruppo luce
di un’auto moderna (Silvia
Giannoni) e installazione
di vecchi fari d’auto per il-
luminare lo spazio di una
scala (PS Lab).

41
Per restare ancora in tema di lampade, alcune in-
teressanti creazioni nel filone della continuità d’uso
degli oggetti sono quelle costruite tramite il riutilizzo
di lenti. Che siano lenti dei semafori o lenti di occhiali
si tratta sempre di dispositivi nati per trasmettere
la luce modificandone in qualche modo il flusso
(colorandolo per le lenti degli impianti semaforici,
spostandone il fuoco per le lenti da vista).
Su questa scia si collocano le realizzazioni di lam-
pade di Daniel Krivens e Nicholas Lee nelle quali le
lenti semaforiche rosse, verdi e gialle costituiscono
l’elemento caratterizzante del nuovo oggetto.
Stuart Haygarth - di cui si è già mostrato il grande
lampadario di flaconi colorati - ha utilizzato, invece,
le lenti degli occhiali da vista per creare scintillanti
lampadari di grandi dimensioni che ricordano quelli
con preziosi elementi di cristallo, ma in questo caso
si tratta sì di vetro ma proveniente da centinaia di
occhiali dismessi. In una delle sue sospensioni ha
lasciato anche la montatura ottenendo un gioco di
differenti trasparenze molto interessante.
Altri autori hanno utilizzato le montature in modo
evidente conferendo carattere e ritmo alle loro lam-
pade soprattutto in quelle con occhiali da sole colo-
Sopra due lampade realiz-
rati o a specchio. zate con le lenti colorate
di vecchi semafori (Daniel
Krivens e Nicolas Lee).
A sinistra, lampadario con
occhiali da sole scuri in
sequenza circolare e lam-
padario con montature e
lenti colorate. L’effetto di
proiezione di luci, ombre
e colori è estremamente
interessante.

42
Sopra, sospensione Spectacle rea-
lizzata con 1020 paia di occhiali,
in alto a destra lampadario sferico
composto da 620 paia di lenti visi-
bili nel dettaglio a fianco. In basso
a destra lo stesso lampadario con
le rifrazioni generate dalla luce
(Stuart Haygarth).
Sotto, 40 paia di occhiali da avia-
tore a specchio per una lampada
da tavolo dall’aspetto riflettente
da spenta, mentre quando è accesa
diventa parzialmente trasparente
(Deeply Madly Living).

43
Per concludere ancora con le lampade non possia-
mo non includere tutte quelle creazioni realizzate con
sorgenti luminose esauste o fulminate. Le lampadine
continuano ad essere utilizzate per fare luce con la
differenza che non la producono ma la trasmettono
soltanto, diffondendola nell’ambiente.

In alto, una sospensione


diffondente creata con
vecchi tubi fluorescenti
(Castor). Sopra, una lampa-
da da tavolo realizzata con
lampadine ad incandescen-
za opaline e due poetiche
lampade ad olio. Accanto,
In alcuni casi questi assemblaggi di lampadine lampadario composto da
diventano così complessi da costituire delle vere e un assemblaggio di vari
tipi di sorgenti luminose
proprie sculture luminose, come quelle proposte dallo
(Castor). Sotto, il cestello
studio canadese Castor. di una lavatrice utilizzato
Gli esempi di continuità nel riuso sono innume- come centrifuga per asciu-
gare le verdure.
revoli ma crediamo che quelli esaminati in questo
capitolo siano abbastanza esaustivi di questo tipo
di approccio. Un ultimo esempio, semplice ma diver-
tente, è quello del cestello della lavatrice utilizzato
come centrifuga per far sgocciolare le verdure... una
continuità d’uso sorprendente!

44
IL RIUSO PER DECONTESTUALIZZAZIONE
PLASTICA E VETRO

Lampade e arredi
Lo spostamento di un oggetto dalla funzione per
cui è nato ad un’altra che l’oggetto stesso suggerisce
è l’azione più frequente all’interno delle pratiche del
riuso. La decontestualizzazione richiede però l’uso
di più immaginazione, quella capacità che secondo
Munari è “il mezzo per visualizzare, per rendere vi-
sibile ciò che la fantasia, l’invenzione e la creatività
pensano”. È chiaro che l’immaginazione si basa sulle
In basso, le “forchette di
Munari”, creazione del
esperienze dell’individuo e sulla sua cultura. Dunque
1958 nata dall’osservazio- chi non ha molta familiarità con gli oggetti difficil-
ne di una comune forchetta
mente riuscirà a vedere oltre quello che gli si manife-
e dalla somiglianza che
questa ha con una piccola sta senza sforzo davanti agli occhi.
mano con tanto di dita, Per fare del design con il riuso occorre invece
palmo e avambraccio.
Basta piegare con la pinza guardare con occhi nuovi agli oggetti che abbiamo
le dita per ottenere tutte le davanti, fare tabula rasa di tutto ciò che sappiamo
espressioni della mano. C’è
anche una forchetta a pu-
di quell’oggetto e afferrarne le potenzialità e le ca-
gno chiuso, per la dieta... ratteristiche.

45
Diversi sono gli aspetti che si possono prendere
in considerazione: la forma (l’aspetto esterno, di-
mensionale e geometrico possono suggerire un tipo
di utilizzo come nel caso del fusto della benzina che
diventa una seduta); la trasparenza (quasi tutti i pro-
getti di lampade sfruttano la trasparenza dei mate-
riali, trasparenza che spesso non è una caratteristica
fondamentale nel primo utilizzo dell’oggetto); la
Sopra, un elmetto da can-
modularità (un piccolo oggetto come un tappo di su-
tiere impiegato per la sua
ghero o una molletta del bucato possono diventare la inaspettata trasparenza
come lampada da pare-
te. Accanto due fusti di
benzina scelti per forma e
dimensioni per farne sedute
avvolgenti (Vaho).

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Accanto ottenuta con tap-
pi di sughero usati come
mattoncini da costruzione
(Gabriel Wiese).
A destra, seduta in plastica
di flaconi di alimenti e di
detersivi fusi e compressi
(Jane Atfield).
Sotto, un resistente coper-
tone è trasformato in vaso
per le piante.
In basso una borsa decora-
ta con pennarelli esauriti
di tutti i colori cuciti su
un’anonima sacca nera
(Naulila Luis).
base per realizzare arredi e altri oggetti); la resisten-
za (materiali nati per usi “estremi” possono essere
utilizzati per altre funzioni dove serva robustezza); la
malleabilità (il materiale, se piegato o compresso, può
assumere un’altra forma e quindi un’altra funzione);
il colore (la possibilità di abbinare più oggetti uguali
ma con colori diversi consente di creare texture nuo-
ve per nuovi oggetti); la rigidità (materiali piuttosto
leggeri e poco resistenti come la carta e il cartone, se
arrotolati o piegati, assumono una grande resistenza
di forma e possono essere impiegati anche per ar-
redi come sedie e poltrone); forature (materiali che
presentano delle sequenze di buchi come il cestello
della lavatrice, lo scolapasta etc. possono suggerire
degli utilizzi proprio in relazione a questa proprietà).
Questo elenco di caratteristiche non può completare
tutti i possibili aspetti da prendere in considerazione
per il riuso di un oggetto. Tra l’altro, spesso, di un
oggetto vengono sfruttate contemporaneamente più
attributi come modularità abbinata alla trasparenza,
o la forma con le forature etc.

47
Per capire meglio questo tipo di approccio, quindi, Sopra, una panchina che
sfrutta la rigidità dei gior-
la cosa migliore è quella di esaminare i progetti già nali quando sono incollati
realizzati in modo da trovare “ispirazione” su come tra loro (Charles Kaisin).
Sotto, lampadari che sfrut-
confrontarsi con altri oggetti e materiali dismessi.
tano le forature presenti
Gli oggetti verranno così presentati in base al nello spessore del cartone
materiale di partenza per mostrarne tutte le possibili per far trasparire la luce
all’esterno e consentirne la
applicazioni (ad esempio tutto ciò che si può fare con diffusione (Graypants).
le bottiglie di plastica, con il cartone ondulato o con
i CD) che scaturiscono dallo sfruttamento di alcune
caratteristiche peculiari del materiale iniziale, iter
che costituisce, peraltro, il processo mentale com-
piuto generalmente dal designer quando si pone di
fronte alla questione del riuso di un certo prodotto o
di un dato materiale.

48
Accanto, attaccapanni Volendo cominciare dal prodotto di scarto per
realizzato con bottiglie di
plastica schiacciate (Paolo antonomasia, e cioè la bottiglia di plastica, troviamo
Ulian). numerose applicazioni che ne prevedono diversi livelli
Sotto, parete di bottiglie
di lavorazione attraverso tagli o compressioni oppure
piene d’acqua e illuminate
da led realizzata presso l’utilizzo per semplice assemblaggio modulare.
il ristorante Morimoto in
Giappone (Tadao Ando).
In basso a destra, pareti
divisorie trasparenti rea-
lizzate con bottiglie da
mezzo litro di acqua Evian
infilate in verticale lungo
dei cavi tesi tra pavimento
e soffitto (Klein Dytham
Architecture).

Con le bottiglie schiacciate si ottiene un ogget-


to tondeggiante e resistente adatto, per esempio, a
formare i pomoli di un appendiabiti da parete ma,
se usate intere o parzialmente tagliate, se ne può
sfruttare la modularità e la trasparenza per creare
dei leggeri tramezzi luminosi fissi o mobili (pareti o
Qui sotto, paravento mobile paraventi). In alcuni casi, soprattutto in situazioni di
di bottiglie incastrate a co- emergenza o di estrema povertà, sono state speri-
lonna (Paolo Ulian).
mentate intere abitazioni o serre per le piante con
pareti realizzate solo con bottiglie di plastica usate.

49
Una caratteristica particolare delle bottiglie in PET In alto a sinistra, serra con
pareti di bottiglie. Sopra,
è che, se piene d’aria, risultano incomprimibili sebbe- abitazione provvisoria con
ne restino parzialmente modellabili. Ciò consente di tamponamenti di bottiglie
realizzata in Guatemala
utilizzarle come “imbottiture” per poltrone sia dispo- dopo i disastri provocati
ste ordinatamente che inserite a casaccio dentro un dall’uragano Stan nel
2005.
elemento contenitore.

Un altro progetto basato sulla forma cilindrica Sopra, due poltrone riem-
pite di bottiglie di plastica.
della bottiglia e sulla sua resistenza è quello che la A sinistra quella realizzata
vede utilizzata come “spalla” per stampelle: basta da Nick Demarco, a destra
quella di Manolo Benvenuti
una coppia di bottigliette tenute insieme da un gan-
nella quale le bottiglie sono
cio di cartone centrale o da un apposito elemento in trattenute dalla rete plasti-
plastica stampata (più interessante dal punto di vista ficata dei cantieri.

estetico ma meno ecologico poiché richiede una pro-


duzione industriale ad hoc).

50
Tuttavia la proprietà che affascina di più i designer
resta sempre quella della trasparenza e della facilità
Grucce realizzate con due di taglio. Grazie a queste due caratteristiche, rita-
bottigliette di plastica (a
sinistra design Xuan Yu
gliando opportunamente una bottiglia in plastica co-
e a destra design di Joan lorata, si possono ottenere, ad esempio, degli occhiali
Nadal). da sole avvolgenti e flessibili. Stesse proprietà sono
Sotto, occhiali da sole colo-
rati realizzati tagliando una quelli sfruttate per la creazione di lampade, che è poi
bottiglie (Suning Chen). il più diffuso progetto di riuso delle bottiglie.
In basso a destra, elementi
luminosi realizzati con In alcuni casi le bottiglie sono utilizzate intere,
bottiglie contenenti led ali- come nell’installazione di 522 led solari creata ad
mentati ad energia solare
(Jack Sanders, Robert Gay
Arlington County in Virginia da Jack Sanders, Robert
e Butch Anthony). Gay e Butch Anthony.

51
Nella maggior parte dei casi, a parte per le lam-
pade stellari di Philly Hearth, le bottiglie vengono
ampiamente sezionate, schiacciate o completamente
sfilacciate. Troviamo così lampade sferiche, cascate
di fondi azzurri o trasparenti, ghirlande luminose
sinuose come serpenti, sospensioni piatte, lampa-
dari poliedrici fatti con le metà inferiori o superiori
di bottiglie colorate, creazioni con bottiglie intere
ritagliate casualmente.

Sopra, lampade di bottiglie


intere (per quella in alto
design di Philly Hearth).
Accanto, a sinistra, lam-
pade realizzate con le
estremità superiori delle
bottiglie, con o senza tappo
(Lucy Norman), lampadario
a cascata con fondi azzurri
(Stuart Haygarth), sospen-
sione piatta con fondi blu,
e ghirlanda luminosa di
fondi tondeggianti (Thierry
Jeannot).

52
Sopra e in alto a destra,
creazioni con mezze botti-
glie (Didier), accanto lam-
padari di fondi di bottiglie
(Michelle Brand) e bottiglie
tagliuzzate (Johanna
Keimeyer). Accanto, crea-
ture marine luminose con
bottiglie (Lisa Foo). Sotto,
sospensioni con mezze bot-
tiglie (Ilona Staples) e con
bottiglie schiacciate (Reta
e Vana Howell).

53
In alto, lampada di bottiglie
schiacciate e kit per bot-
tiglie intere o schiacciate
(Walking-Chair Design).
Sopra, due lampade di
bottiglie tagliate a raggiera
(Sarah Turner). A sinistra
lampade di bottiglie sfilac-
ciate (Alejandro Sarmiento).

54
Sopra due lampade di stri-
sce di plastica fusa (Howell).
Sotto, sospensioni fatte di
piastrine quadrate tagliate Bottiglie schiacciate, invece, per i lampadari del-
da bottiglie blu o verdi. le sorelle Reta e Vana Howell e quelli dello Studio
Walking-Chair Design (anche con kit per realizzare
autonomamente il lampadario). Numerosi tagli longi-
tudinali sono stati operati da Sarah Turner per le sue
lampade di bottiglie bianche, nelle quali ogni pezzo
assume la forma di un fiore. Alejandro Sarmiento si
è spinto oltre arrivando a “sfilacciare” le bottiglie per
ottenerne degli ammassi morbidi ed evanescenti.
Tagli più geometrici sono stati utilizzati in altri
casi per ottenere delle placchette colorate e traspa-
renti da appendere in cascate perdendo ogni rimando
alla forma originaria della bottiglia.
Oltre al taglio altre tecniche sono state utilizzate
con successo: è il caso delle creazioni con strisce
di plastica parzialmente fuse, sempre delle sorelle
Howell. Anche in questo caso la materia prima perde
la sua riconoscibilità per assumere le sembianze di
nastri di cristallo o di nuovi materiali con caratteri-
stiche diverse ed originali.

55
Simili a quelli con bottiglie sono tutte le creazioni Sopra, lampade ottenute da
bidoncini (da sinistra Paolo
con flaconi e altri contenitori di plastica. Una delle Imperiale, Petz Scholtus,
più semplici consiste nella realizzazione di una lam- Alexandru Adam). In basso
a sinistra, bidoncini deco-
pada da un bidoncino di plastica bianca attraverso il rati trasformati in lampade
semplice inserimento di una sorgente luminosa (pos- (Play Design), sotto colonna
di bidoncini (Julian Twin) e
sibilmente fluorescente e di bassa potenza in modo
contenitori del latte usati
da non produrre molto calore). per creare lampade-fan-
L’effetto è quello di un oggetto luminescente, tasma.

quasi un piccolo fantasma - e proprio le sembianze


di un fantasma ha uno dei progetti realizzati - grazie
all’effetto diffondente che hanno tutte le plastiche
non trasparenti come quelle utilizzate appunto per i
flaconi dei detersivi.
L’assemblaggio di numerosi flaconi di varia forma
e colore produce un effetto altrettanto fantastico
come nel caso delle enormi cascate di contenitori di
David Batchelor.

56
Accanto il grande lam-
padario-installazione
chiamato “Candelabra 3”,
completamente realizzato
con flaconi di detersivo
(David Batchelor).
In basso, lampadario
composto di flaconi e altri
oggetti di varia natura
sospesi come preziosi e
delicati pendagli (Stuart
Haygarth).

Flaconi e altri oggetti di ogni genere trovati in riva


al mare compongono, invece, alcuni grandi lampadari
di Stuart Haygarth.
Le plastiche bianche o colorate dei contenitori
hanno ispirato anche alcune tra le più belle creazioni
di design del riuso: le grandi lampade di Heath Nash
fatte di fiori e farfalle di plastica legati insieme.

57
In questa pagina, lampade
realizzate con ritagli di
flaconi di plastica (Heath
Nash).

58
Alcuni designer hanno utilizzato altri tipi di con-
tenitori di plastica ottenendo ugualmente lampade
dall’aspetto suggestivo, pur lavorando su materiali
molto poveri: è il caso delle sospensioni di bicchieri
di plastica, di vasetti di yogurth, di scolapasta, di
bacinelle da bucato, di ciotole e bottiglie, di tappi , di
stampi per budini etc. etc.

In alto, lampadario di bic-


chieri di plastica (Superli-
mao). Sopra, con vasetti di
yogurth, accanto con scola-
pasta e ciotole (Joan Nadal).
Sotto, con tappi, ciotole
(Oak) e bacinelle.

59
Un processo al limite tra riuso e riciclaggio (inten-
dendo per il primo un utilizzo di scarti con semplici
operazioni manuali e per il secondo una procedura
industriale di recupero e rilavorazione del materiale Creazioni in plastica fusa
(Studio Bär+Knell).
raccolto) è quello di Gerhard e Beata Bär e Hartmut
Knell che dai frammenti di plastica provenienti da
bottiglie, confezioni di alimenti, flaconi per scham-
poo e detersivi e contenitori di ogni tipo, realizzano
lampade e arredi facendo fondere insieme il materiale
ma lasciandone stampe ed etichette per mantenerne
la riconoscibilità e la memoria.
Ogni oggetto diventa quindi un pezzo unico che,
come sostengono i designer, “si solleva come una
colorata fenice da montagne di spazzatura”.

60
Sotto, bottiglie di birra qua- Come si può facilmente notare bottiglie, flaconi
drate da riutilizzare come
materiale edile. Due imma- e contenitori di plastica si prestano a manipolazioni
gini del tempio di bottiglie e che, invece, i contenitori in vetro non consentono.
una parete di un’abitazione.
Per questo motivo le creazioni con bottiglie di vetro
In basso a destra due alberi
di Natale (Paprika a destra). assumono aspetti visivi molto differenti e la bottiglia
resta quasi sempre ben riconoscibile.
Sicuramente la bottiglia di vetro si presta alla crea-
zione di tramezzi come quella di plastica. Addirittura
negli anni ‘60 la Heineken sperimentò delle bottiglie
di birra a sezione quadrata che una volta svuotate
avrebbero potuto essere utilizzate come mattoni.
Tuttavia sono stati eseguiti molti esperimenti anche
con le normali bottiglie cilindriche come nel famoso
“tempio del milione di bottiglie di vetro” realizzato in
Thailandia.
Qualcuno ha provato anche ad usare le bottiglie
per farne degli alberi di Natale, accatastandole su
vari livelli o sospendendole in forma conica.

61
Altri strani utilizzi, una volta tagliati i fondi, ri-
guardano la creazione di occhiali protettivi o di por-
tauova (sfruttando la concavità presente sul fondo
delle bottiglie di vino). Ma naturalmente il riuso più
frequente è, anche in questo caso, la lampada.

In alto, occhiali realizzati


da fondi di bottiglie di
birra. Qui sopra, portauova
realizzati con i fondi di
bottiglie da vino.
Accanto, lampadari e
abat-jour di bottiglie intere
(Sebastian Hejina con i ba-
rattoli, Stuart Haygarth con
bottiglie colorate).

62
Spesso le bottiglie, con o senza etichetta, sono
usate intere a formare oggetti a simmetria circolare,
a forma stellare o secondo una griglia rettangolare;
in altri casi sono tagliate in varie parti (come quella
di Edward Smyth, per alloggiare una lampadina con
calotta argentata che manda luce solo verso il basso)
o anche frantumate (come in quella di Daniel Harper
dove i cocci diventano la texture del diffusore).

Sopra, lampadario di
bicchieri di vetro sfusi
(Propellor).
Accanto, lampada realizza-
ta alloggiando una sorgen-
te incandescente con ca-
lotta argentata nell’incavo
del fondo di una bottiglia di
vino (Edward Smyth).
Sotto, lampada con diffu-
sore ottenuto riempiendo
un contenitore trasparente
con cocci di bottiglia
(Daniel Harper).

63
IL RIUSO PER DECONTESTUALIZZAZIONE
STOFFA E CARTONE

Arredi e architetture
Il tessuto, per sua stessa natura, si è sempre pre-
stato ad essere più volte riutilizzato per farne altri
manufatti. Basta scucire un capo d’abbigliamento per
avere un materiale pronto per cucire qualsiasi altra
cosa. Un esempio di questa pratica è rappresentato
dal patchwork, una tecnica che si è sviluppata nei se-
coli scorsi presso i pionieri americani che riciclavano
le parti in condizioni migliori dei capi ormai consunti
per la riparazione di altri capi o per realizzarne di
nuovi ottenendo manufatti di pezze accostate.

64
Alla pagina precedente, Qualcosa di simile si ritrova anche nella tradizione
riuso di vecchi indumenti
con la tecnica del pa- siciliana, soprattutto nelle zone di Erice e Sperlinga: è
tchwork, in una versione la tessitura delle cosiddette “frazzate”, tappeti realiz-
contemporanea.
zati in casa al telaio utilizzando per la trama strisce di
Accanto, strisce di stoffa
usata tessute in una “fraz- vecchi indumenti consunti di tutti i colori. Ne vengo-
zata” siciliana. no fuori dei pesanti tessuti, utilizzati in passato an-
Sotto, tappeto di vecchie
coperte (Tejo Remy e Renee che come coperte, come coprirete, o come sottosella,
Veenhuizen). con fantasie multicolore o con motivi geometrici.
In basso, tappeto di abiti
dismessi (Studio Volksware).

Si tratta, in entrambi i casi, di riusi semplici che


le nostre nonne facevano in casa, secondo quella
filosofia di un’accorta autoproduzione che gli inglesi
chiamano DIY (Do-It-Yourself).
Alcuni designer hanno sperimentato recentemente
modalità diverse per assemblare vecchi tessuti per
la realizzazione di tappeti: in particolare si possono
citare il caso di Tejo Remy e Renee Veenhuizen che,
con vecchie coperte tagliate a strisce, hanno pro-
dotto dei tappeti con motivi sinuosi e colorati e lo
studio Volksware che ha unito centinaia di indumenti
dismessi in una striscia infinitamente lunga, cucen-
doli così com’erano, sovrapponendoli parzialmente
per ottenere un maggiore spessore, ma lasciando il
capo perfettamente riconoscibile.

65
Altri curiosi riutilizzi di tessuti usati consistono
nella realizzazione di accessori e capi d’abbiglia-
mento ma anche arredi o elementi edilizi. Nel primo
caso troviamo numerosi esempi di borse fabbricate
con strisce di stoffa riciclata, o una curiosa giacca
composta interamente da etichette di altri abiti.
Nel secondo caso va segnalato il paravento fatto
di campioni di tappeto collegati tra loro in modo da
dare una sezione tridimensionale capace di reggersi
autonomamente. Interessante anche l’esperimento di
Sopra, giacca di etichette
utilizzare scarti dell’industria tessile per creare delle (Volksware). Accanto, pare-
pareti isolanti per abitazioni d’emergenza. ti di scarti tessili (MVRDV) e
borsa di tessuti riciclati.
Sotto, paravento di cam-
pioni di tappeti (Evan
Gant) e, in basso a sinistra,
vestiti-lampada (Marcella
Foschi) e collant-lampada
(Alessandro Antonuccio).

Lo sfruttamento della naturale trasparenza dei


tessuti è alla base dei progetti di lampade fatte con
capi d’abbigliamento appesi a stampelle o con vecchi
collant che avvolgono un frustino per le uova.

66
Sopra, pouff di stracci
arrotolati (Volksware),
accanto Rag Chair (Tejo
Remy), sotto, altri pouff Un discorso a parte meritano le sedute di stracci
(Design Stories), la Rag
Chair di Gaetano Pesce, e o di vecchi indumenti. Celebri sono gli esempi delle
poltrone di Jeans (la prima Rag Chair di Tejo Remy, una sedia di stracci impilati
di Yao Xie).
e bloccati con fascette da imballaggio del 1991, e di
Gaetano Pesce del 1992 che ha creato la classica pol-
trona da salotto interamente composta di stracci.
Troviamo anche i pouff, molto simili, di Design
Stories e di Volksware, realizzati con vecchi vestiti
arrotolati e fermati da fascette o da cinture. Due
esempi in cui gli indumenti rimangono riconoscibili
riguardano le poltrone fatte di jeans riempiti di pezzi
di stoffa a formare delle sedute non convenzionali
ma ugualmente comode.

67
Altre interessanti sedute sono realizzate con strati
di tappeto sovrapposti e irrigiditi da perni passanti,
mentre altri esempi riguardano il riempimento di in-
volucri semitrasparenti con indumenti che connotano
cromaticamente il pezzo e sedute il cui rivestimento
è fatto con scarti di cinture di sicurezza colorate.
Un progetto molto
particolare è quello della
poltrona da “sfogliare”:
un cilindro composto da
decine di strati di tessuto
da aprire come i veli di una
cipolla e rivoltare verso il
basso conferendo rigidità
e forma alla seduta.
Ma occupiamoci adesso
del cartone, un materiale
apparentemente meno
eclettico perché rigido
e monocromatico ma in
grado di rappresentare
una delle più stimolanti
materie da riutilizzare in
Dall’alto, poltrona di strati
modo creativo. E non si di tappeto (Azara Design
parla solo di sedute e pic- Lab), seduta dondolan-
te da cavalcare (Vala
coli arredi ma addirittura
Abolghasemy), pouff riem-
di case, padiglioni e archi- pito di abiti, poltrona di cin-
tetture molto complesse. Il ture di sicurezza (Nuttapong
Charoenkitivarakorn).
tubo di cartone e il cartone Accanto, seduta tessile
ondulato, in particolare, da sfogliare (Fernando
e Humberto Campana).
grazie alla loro rigidità di Seduta di fili (Marcus
forma, si prestano ad esse- Ferreira) e di tubi di tessuto.

68
re sfruttati in assemblaggi resistenti e originali. Una
delle creazione storiche, risalenti addirittura al 1972
è la Wiggle Side Chair di Frank Gehry, una seduta in
cartone ondulato con profilo a curve multiple, viti
invisibili, bordi in cartone di fibra compressa naturale
oppure laccati in bianco. Con la serie di mobili “Easy
Edges” Gehry è riuscito a dare al cartone una nuova
dimensione estetica. Nonostante all’apparenza sem-
brino estremamente semplici, questi mobili sono stati
costruiti con la precisione tipica di un progetto archi-
tettonico e sono particolarmente robusti e stabili.

In questa pagina progetti


di Frank Gehry in cartone:
dall’alto, seduta a dondolo
“Body Contour Rocker”
(1971), sgabello “Wiggle
Stool”, accanto “Wiggle
Side Chair”, sotto set di
tavolini bassi e tavolo da
pranzo, tutti della collezio-
ne Easy Edges del 1972, in
cartone ondulato.

69
“Experimental Edges” del 1983 è la seconda col-
lezione di mobili in cartone creata da Gehry. Con i
loro volumi generosi, che danno forma allo spazio,
Experimental Edges riproducono il profilo delle clas-
siche poltrone imbottite. Le forme accentuatamente
arrotondate ne lasciano intuire la comodità, mentre i
bordi irregolari e sfilacciati ricordano i vecchi mobili
del passato. Con Red Beaver, Gehry aggiunge alla se-
rie Experimental Edges un nuovo oggetto arricchito
di una nuova dimensione: il colore.

Gehry non è l’unico architetto di fama ad occu-


parsi di un prodotto povero come il cartone: il giap-
ponese Shigeru Ban ne ha fatto un materiale univer-
sale con cui realizzare arredi, abitazioni, coperture
e persino ponti. Ban divenne popolare in Giappone A sinistra, Red Beaver, la
nel 1995, quando realizzò, su larga scala, abitazioni poltrona “classica” di Frank
Gehry in cartone (1983).
economiche e di rapido montaggio per i terremotati Dall’alto 3 progetti di Shi-
di Kobe, impiegando tubi realizzati con carta ricicla- geru Ban: Paper Log House,
ta con una tecnica simile a quella della cartapesta. alloggio temporaneo per i
terremotati di Kobe (1995),
Successivamente, in occasione di eventi altrettanto Temporary school in Si-
catastrofici, ha sviluppato altri sistemi di assemblag- chuan (2008), padiglione
espositivo a forma di cupola
gio per architetture d’emergenza basate su facilità di geodetica in cartone di 25 m
montaggio, leggerezza, economicità e riciclabilità. di diametro (2003).

70
In questa pagina, altri lavori
di Shigeru Ban: sopra, pon-
te temporaneo sul fiume
Gardon in Francia (2007),
accanto panca “Carta” di
sottili tubi di cartone per
Cappellini (1999), sotto, al-
tri arredi in tubi di cartone.

Le tecniche di realizzazione delle sedute usate da


Gehry e Ban sono quelle più sfruttate dai designer:
infiniti sono infatti gli esempi di sedie e poltrone di
strati di cartone incollati o tubi di vario diametro.
Altre tecniche un po’ differenti, ma che hanno
sempre per finalità l’irrigidimento del materiale,
sono quelle della piegatura, dell’incrocio ad incastro
e della “fisarmonica” di lamelle di cartone. Piegatura
ed incrocio ad incastro si prestano ad essere messe
in atto dall’utente stesso: tramite apposite istruzioni
su come piegare i pezzi (come quelli gratuiti della
Foldschool) o attraverso un kit con i pezzi di cartone
già pronti, chiunque può realizzare senza difficoltà
un pezzo d’arredo interamente in cartone.
La tecnica della fisarmonica è l’unica che consente
di dare al cartone una flessibilità propria, non dovuta
ad eventuali giunti come avviene, invece, nel progetto
di paravento di Shigeru Ban; tale flessibilità permette
all’utente di modellare l’arredo a piacimento.

71
a

b d
Sopra, sedute realizzate
con la tecnica di Frank
Gehry degli strati di cartone
attaccati (a - Gomy Style, b
- Tecnopack, c - Kubedesign,
d - Francisco Cantu). Accan-
to e sotto, sedute create con
la tecnica dei tubi di cartone
e di Shigeru Ban (e - Marco
Capellini, f - Retur Studio,
g - Stefano Barilani e Marco
f Maietta, h - Cesare Capra-
relli, i - Onceneto).

g h i

72
a b c

e
d f

Sedute di cartone piega-


to (a - Marco Giunta, b
- Generoso Parmegiani, c
- Nicola Enrico Stäubli, d
- Tom De Vrieze, e - Gianlu-
ca Lambiase, f - Generoso g
Parmegiani, g - Gianluca h
Lambiase, h - Wilson
Brothers, i - Otto Chair
di Peter Raacke del 1968,
esposta al MOMA di New
York e al Guggenheim di
Bilbao, l - Michael Zimmer-
mann, m - Olivier Leblois, n
- Marco Capellini).
i
l

m n

73
b

a c

Sedute ottenute per inca-


stro di setti in cartone (a
- sediolina con kit di David
Graas, b - poltrona in car-
tone da riempire di terra del
gruppo Nucleo, c - David
d Graas, d - Giles Miller)

74
Sopra, sedute a fisarmonica Queste tecniche sono state utilizzate per realizza-
interamente realizzate in
cartone con una struttura re anche tavolini, scaffali, lampade e portariviste.
alveolare che ne determi-
na rigidezza strutturale e
leggerezza, un volume di
d
ingombro ridotto, flessibi-
lità d’uso e componibilità
attraverso calamite nasco- a
ste nella struttura (Molo
design).
A destra e sotto, tavoli di
cartone ottenuti per piega-
tura, incastro o sovrapposi-
zione di strati (a, b, c - Oli-
vier Leblois, d, e - Strange
Design, f - Generoso Par- e
megiani). b

c f

75
d

a b

g h

f
i

m
Arredi, lampade e acces-
sori in cartone ondulato
(a - A4A Design, b - Olivier
Leblois, c, e - Giles Miller,
d- Kubedesign, f, n, o
- Santiago Morahan, g
- Bubbledesign, h - Attilio
Wismer, i - David Graas, l -
Jungmo Kwon, m - Strange
n o Design).

76
La quantità di progetti di design con il cartone è
veramente sbalorditiva, ma in questa sede abbiamo
preferito mostrare solo gli esempi più interessanti e
differenti tra loro.
Parente del cartone è la carta, un materiale più
leggero, trasparente nel suo spessore, modellabile
con la tecnica della carta-pesta ma rigida e resisten-
te se arrotolata. Anche in questo caso possiamo tro-
vare mobili, sedute, lampade, complementi d’arredo e
persino soluzioni per l’edilizia.
Per quanto riguarda gli arredi sono interessanti
gli esempi realizzati con la cartapesta da giornali
riciclati o dalle strisce prodotte dalle macchine
per distruggere i documenti dove la carta crea una
In alto, poltrona fatta con
18 strati di cartapesta singolare texture che caratterizza cromaticamente
modellati su una poltrona l’oggetto rendendolo quasi un pezzo unico.
gonfiabile, estratta a lavoro
finito (Majid Asif). Sopra,
lampade fatte con i suppor-
ti in cartapesta per le uova
(Eugenio Menjivar). Accan-
to e sotto arredi realizzati
con strisce di documenti di-
strutti (tavolino triangolare
di Stephen Burks, scrittoio e
armadietto di Jens Praet).

77
Un utilizzo classico della carta è quello del pa-
ralume, tuttavia nel caso di riuso di manufatti in
carta destinati ad altro scopo i risultati sono nuovi e
interessanti: sacchetti di carta, controcopertine dei
libri, fogli di riviste, pagine dei libri, vecchie stampe
demodè o piatti di carta assumono una nuova vita e
un aspetto leggero e prezioso.
In alto a sinistra, lam-
pada di fogli di giornali
(Caosgroup), sospensione
multipla di pallottole di
carta, lampadario di piatti
di carta (Campsite). Qui so-
pra, dall’alto, sospensione
(Wary Meyers), lampadario
di fogli di libro (Daniela
Galvani), lampada di carta
riciclata ritagliata in forme
fantastiche (Jordi Fu), ap-
plique composta da un libro
aperto (Bomdesign). Ac-
canto, sacchetti-lampada
(Liquidesign), paralume di
vecchie stampe plissettate
(Design Stories), sospensio-
ne da libro aperto (Bomde-
sign) e controcopertine
luminose (Imanol Ossa).

78
Sotto, paniere di carta in- Un lato insospettabile è la forza della carta: in
trecciata (Claudio Cardoso
e Telma Verissimo), por- base alle pieghe e agli spessori che si sovrappongono,
tapenne con elenco telefo- anche la carta, come stracci e cartone, può assumere
nico, tavolino con giornali
una resistenza impensabile. Si trovano così sedute,
arrotolati (Artists for Hu-
manity), parete coibentata tavoli e piccoli accessori ottenuti semplicemente ar-
di giornali (Sumer Erek), rotolando, intrecciando o impilando fogli e giornali.
panca di riviste (Cantu),
supporto per biglietti da
visita con le Pagine Gialle
arrotolate (Afroditi), sedia
di quotidiani arrotolati.
Colonna a destra, seduta da
“sfogliare” (Nendo).

79
IL RIUSO PER DECONTESTUALIZZAZIONE
ALTRI MATERIALI

Giocattoli, lampade e sedute


Oltre che con i materiali già visti nei precedenti
capitoli (bottiglie e flaconi, cartone e stracci) si può
fare design del riuso con qualsiasi altro prodotto. In
questo capitolo elencheremo dunque molti esempi
realizzati con le materie più disparate partendo, sta-
volta, dal nuovo prodotto ottenuto e mostrando tutta
la casistica di materie con cui realizzarlo.
Possiamo cominciare con un tema inconsueto
come quello del giocattolo “autoprodotto”. I nostri
nonni li realizzavano con vecchie lattine, con tappi,
con fil di ferro e con tutto quello che trovavano in
casa, come la classica palla da calcio di pezza e spago
o i modellini di automobili di latta.
Questo attualmente succede ancora nei paesi del
Terzo Mondo, soprattutto in Africa, dove i bambini
realizzano trenini e baloc-
chi di ogni tipo con tutto
ciò che riescono a recupe-
rare dalla spazzatura.

In alto, locomotiva di latti-


ne, palla di pezza, trenino di
bombolette (Arvind Gupta)
e giocattoli africani fatti
con fil di ferro e vecchie
lattine di Coca-Cola.
A sinistra, un piccolo Tir
fatto in Africa, mezzi di tra-
sporto realizzati con scarti
metallici di ogni genere
(Jay Garrison) e bambole.

80
Oggi, nel mondo occidentale, realizzare giocattoli
In alto, piccole creature con pezzi di recupero è più una forma d’arte che una
realizzate con materiale necessità: con i pezzi di vecchi macchinari dismessi,
elettrico (Sarah Vozz), so-
pra, due piccoli robot fatti con qualsiasi oggetto da buttare o con i nuovi scarti
con contenitori da cucina e tecnologici (mouse, monitor, cellulari etc.) artisti e
pezzi metallici di varia pro-
venienza (Lipson Robotics).
designer si cimentano nella creazione di robot più
In alto a destra, maschera o meno grandi, di forme animali o vegetali ed altre
africana fatta con un creazioni surreali e divertenti al limite tra il recupero
vecchio bidone (Romuald
Hazoumé). e l’opera d’arte.
Accanto, piccoli anima-
li “tecnologici” creati con
scarti meccanici e utensili da
cucina. Sotto, uno spaventa-
passeri “contemporaneo”.

Ogni artista-designer si specializza su un mate-


riale; l’africano Romuald Hazoumé, ad esempio, ha
scelto di lavorare su vecchi bidoni “antropizzati” in
sembianze umane come maschere africane dell’era
industriale; altri autori hanno scelto materiali elettri-
ci, attrezzi da cucina e resti meccanici.

81
In alto, tre sculture fatte con
pezzi di macchine da scrive-
re (Jeremy Mayer). Qui so-
pra, robot (Mike Rivamon-
te), al centro un altro robot
(Guy Robot), a sinistra scor-
pioni da vecchi mouse (Ma-
rio Caicedo Langer), pesci-
robot (Ptolemy) e animali
meccanici (Ann Smith).

82
Si distinguono, in particolare, i robot-scultura di
Jeremy Mayer creati con parti di vecchie macchine
da scrivere e i giocattoli snodabili di Ann Smith che
costruisce vari animali con rotelle e meccanismi.
Realizzazioni analoghe sono quelle di Mario Caicedo
Langer, Guy Robot, Ptolemy, Lipson Robotics, Mike
Rivamonte e molti altri.

Di genere completamente diverso sono i giocattoli


di Tonino Milite fatti con i Tetrapak usati e opportu-
namente piegati, ritagliati e colorati. Da questo punto
di vista anche l’origami (l’arte di piegare la carta),
fatto con vecchi fogli di giornale, può essere consi-
derato un modo per creare dei giochi (senza colla né
forbici) con oggetti di scarto.
In alto, tre creazioni in Te-
trapak di Tonino Milite, le
sue istruzioni per creare un
elefante e, in alto a destra,
lo schema per realizzare un
aeroplano.
Accanto, animali creati con
la tecnica dell’origami uti-
lizzando carta di recupero.

83
Un discorso a parte meritano gli strumenti mu-
sicali realizzati con la spazzatura; è interessante,
in tal senso, la sperimentazione del gruppo italiano
“Capone e i Bungt Bangt”, nove musicisti che per-
seguono un’originale ricerca sulle possibilità sonore
e armoniche di oggetti di uso comune e di scarto in
alternativa agli strumenti musicali. Elastici di gomma
(a sostituire il contrabbasso), chiavi inglesi (come
uno xilofono), bastoni per le tende (che diventano
marimbe), un tubo di aspirapolvere (che suona come
un flauto traverso), una coppa d’ammortizzatore (che
sostituisce le campane tubolari) e poi mestoli, botti-
glie, lattine, coperchi di pentole, lamine di metallo e
così via, a comporre gli strumenti di sezioni di un’or- Sopra, i Bungt Bangt in con-
chestra molto particolare. certo, sotto, gli Stomp. Alla
pagina seguente, in alto, ar-
tista degli Stomp con un bi-
done-tamburo.

84
Dall’America vengono invece gli Stomp, ballerini,
acrobati e percussionisti che riciclano oggetti comuni
della realtà urbana e industriale come bidoni, coper-
chi, sacchetti di plastica e di carta, scope, cerchioni
di ruote, accendini, sturalavandini, lamiere, lavelli
di cucina e quant’altro, trasformandoli, a suon di
percussioni, in musica e coreografie dal ritmo tra-
Sotto, un badile ottenuto
volgente.
da un segnale stradale, uno Lo spirito ironico e dissacrante che anima i creato-
zerbino di tappi a corona e
ri di giocattoli e strumenti musicali si ritrova un po’ in
un’antenna per TV fatta con
le ruote di bicicletta (autori tutti coloro che riutilizzano oggetti poveri recuperati
anonimi dalla Russia). dalla spazzatura stravolgendone usi e consuetudini.
Che dire, infatti, degli oggetti di autore anonimo sco-
vati da Vladimir Arkhipov tra sperduti paesini russi,
figli di quel bisogno che aguzza l’ingegno?

Ma torniamo alle creazioni dei designer. Abbiamo


visto più volte come la lampada sia la destinazione
privilegiata dei materiali di recupero. Lampade di
bottiglie, di flaconi, di stoffa, di cartone, di carta,
ma anche di infiniti altri materiali, alcuni davvero
insospettabili!
La lampada realizzata con il cestello della lavatri-
ce è un oggetto molto frequente (un modello è già
stato presentato al termine del capitolo riguardante

85
modi e tecniche del riuso). I fori che lasciano filtrare Lampade fatte con cestelli
di lavatrice. Qui sotto 3 lam-
la luce creando una texture di macchie sulle pareti e pade di Imanol Ossa, sotto,
la forma cilindrica di medie dimensioni hanno sugge- lampada da terra (Max Mc-
Murdo), sospensione (Do-
rito quest’utilizzo a molti progettisti.
mingo Profita) e piantana.

Sotto, lampada di mollette


da bucato (David Ol-
schewski) e lampada fatta
con vecchi dischi di vinile.

Volendo continuare sul tema della lampada rea-


lizzata con oggetti che presentano forature, o as-
semblati in modo da crearne, troviamo cassette della
frutta usate come lampadari, poi dischi musicali,
mollette da bucato e tappi di sughero utilizzati come
moduli per lampade traforate. Infine non si possono
non citare le poverissime ma originali lampade di
Anke Weiss fatte con i Tetrapak bucati con un punte-
ruolo lungo i disegni già stampati sulla superficie.

86
Passando al tema della trasparenza troviamo
un’enorme numero di lampade che sfruttano questa
proprietà. Anche in questo caso spesso non è una
In alto, lampada di tappi di
sughero. Sopra, grande so- caratteristica ovvia dei prodotti riutilizzati ma il
spensione composta da cas- designer riesce a scovarla lo stesso. Qualcuno l’ha
sette della frutta. In alto a
destra, lampada di Tetrapak
trovata in vecchio casco da parrucchiere, qualcuno
di Anke Weiss. altro in un bracciolo da nuoto o nelle tazze da tè e
Sotto, lampade con casco qualcuno persino nelle radiografie!
per parrucchiera, bracciolo
da nuoto, radiografia (Sture Ma ci sono anche lampade di penne BIC, di pel-
Pallarp) e tazze da tè. licole cinematografiche e diapositive, di posate di
plastica, di sturalavandini, di CD, di custodie per CD,
di grucce, di musicassette, di frullatori, di lenti per
fari di automobile etc. etc. In base alle dimensioni e al
materiale degli oggetti la realizzazione della lampada
avviene per uso diretto, per accostamento radiale o
continuo dei pezzi, per fusione o per incastro.

87
Dall’alto a sinistra tre lampade create con l’uso diretto di un og-
getto dismesso: lampada ricavata da un frullatore, da una lanterna
semaforica (Andrea Damiani) e da uno sturalavandino.
Sotto, sospensioni-cappello (Jake Phipps), lampadari dall’immagi-
ne medievale fatti con ruote di bicicletta, doppia sospensione rea-
lizzata con vecchie pentole smaltate (Gilles Eichenbaum) e lampada
da tavolo ottenuta da un parafango di bici (Imanol Ossa).

88
In questa pagina lampade
formate per accostamento
radiale di vari oggetti:
lampade di lattine (PO!), di
coltelli di plastica (Corey
Daniels), stecchini per
mescolare il caffè (Claudio
Cardoso e Telma Verissi-
mo), palline da ping pong
(Studio Kleefstra), penne
BIC trasparenti o colorate
(Studio Empieza), CD (Inna
Alesina), contenitori per CD
(Josh Owen), grucce metal-
liche (101 Design Studio) e
grucce di plastica.

89
In questa pagina lampade
formate per accostamento
radiale o lineare di vari
oggetti: CD, accendini di
plastica trovati sulla spiag-
gia (Ann Wizer), lampadine
fulminate, vecchi giocattoli
colorati, posate metalliche,
ombrelli (questi ultimi due
di Ali Siahvoshi) e oggetti
trasparenti di vario genere.
Il risultato è spesso elegan-
te e delicato ed i singoli og-
getti ritrovano una nuova
anima “nobile” e preziosa.

90
Dall’alto, sospensione di
diapositive, di pellicole
cinematografiche, di CD
impilati, di lenti colorate
provenienti da fari di auto-
mobili (Stuart Haygarth), di
musicassette (Transparent
House), di posate di plasti-
ca incastrate (Luis Luna),
di cucchiaini per il gelato
colorati e fusi, di posate
di plastica trasparente
parzialmente fuse (Russ
Hagan).

91
Dopo la lampada abbiamo già visto che la seduta
è un’altra tipica destinazione del processo di riuso.
Dopo le sedute, già esaminate, fatte con sedili di
auto, fusti di benzina, plastiche varie, stracci, carta
e cartone possiamo osservare un’infinita varietà di
oggetti trasformati in sedute più o meno comode.

Dall’alto, pouff da cestelli di


lavatrice e copertoni, sga-
belli realizzati con vecchie
valigie chiuse, poltroncina
realizzata con una valigia
aperta ed imbottita (Maybe
Design). Accanto, sgabelli
realizzati con le molle delle
sospensioni dei camion e
una seduta minimale rea-
lizzata con il sellino di una
bicicletta come la “Sella” dei
fratelli Castiglioni del 1957.
Sotto, cassette della frutta
(Lool82).

Anche in questo caso i processi di riuso sono di


vario genere: sia va dall’uso dell’oggetto con la sem-
plice aggiunta di qualche accessorio per rendere più
confortevole la seduta (come nel caso del cestello

92
di lavatrice, delle molle dei camion, degli pneuma-
tici con il cuscino, delle valigie rialzate con piedini
o del sellino assemblato con altre parti di bicicletta)
all‘assemblaggio di numerosi elementi uguali utiliz-
zati come moduli (palline da tennis, barattolini di
vetro, CD) sino al taglio di alcune parti (pneumatici,
bidoni della spazzatura, carcasse di lavatrici, vasche
da bagno, carrelli della spesa etc. etc.) per finire con
la totale compattazione di elementi come lattine e
plastiche quasi non più riconoscibili.

In alto, ancora sedute rea-


lizzate con elementi interi,
assemblati e parzialmente
manipolati: ruote di bi-
cicletta (Andrew Gregg),
ruote di automobile (Zak),
un unico copertone (Carl
Menary) e un cassetto
(Osian Batyka-Williams) .
Accanto, sedute ottenute
con l’utilizzo di piccoli
elementi ripetuti in ma-
niera modulare: barattolini
di vetro (Johnny Swing),
palline da tennis (Tony Mi-
chiels), CD (Belen Hermosa)
e vecchi sci.

93
In questa pagina sedute
“modulari” fatte di: sellini
(Scarabike), sacchetti (Ryan
Frank), skateboard (due
chaise-longue di Skate Stu-
dy House), tappi di sughero
(Gabriel Wiese) tubi idrauli-
ci (Rick Ivey), vecchie posa-
te e scarti di tubi metallici
(queste ultime due di Osian
Batyka-Williams) e, sotto,
scarpe maschili e femminili.

94
In questa pagina sedu-
te ottenute per taglio
e/o piegatura di materiali
metallici: la rete per recin-
zioni, il carrello della spesa
(Reestore), la carcassa di
lavatrice, i termosifoni, la
vasca da bagno (Reddish
Studio la poltroncina a
sinistra, David Olschewski
la seduta in tre elementi e
Reestore il divano).

95
In questa pagina sedute
ottenute per taglio e pie-
gatura di materiali con vari
livelli di flessibilità: lettino
di strisce di pneumatico
(Manolo Benvenuti), pouff
realizzato in maniera
simile (Roberto Strippoli),
poltroncina realizzata
da un bidone della spaz-
zatura (Ami Drach e Dov
Ganchrow), sedute fatte
con materassi di lattice
ripiegati (Frank Willems),
con tappetini in gomma ar-
rotolati (Rsa), con scarti di
legno o di pellami (entram-
be di Humberto e Fernando
Campana).

96
In questa pagina sedute
ottenute per frammenta-
zione degli scarti: sopra, tre
sedute di lattine pressate
(Amir Zinaburg), dall’alto a
destra, quattro immagini di
poltrone ottenute con scar-
ti di lattice, pneumatici e
altre materie plastiche (Ri-
crea), sotto chaise-longue
di frammenti di sughero
(Daniel Michalik) e altre
due di frammenti plastici
(Ann Wizer).

97
Per finire possiamo concludere con tutti quegli In questa pagina attac-
capanni di vario genere
infiniti complementi d’arredo e oggetti per la casa realizzati con forconi e pale
partoriti dalla mente fervida di giovani designer di (David Olschewski), con
rotelle per pattini (Skate
tutto il mondo: appendiabiti, tavolini, portariviste,
Study House), con scarpe
tappeti, ciotole etc. etc. femminili con tacco alto,
con barre del calcio balilla
(Runa Kock), con vecchi
sci (Andrea Magnani), con
forchette infilzate in un ta-
gliere (Alice Leonardi) e con
un imbuto dal beccuccio
lievemente piegato.

Qualsiasi oggetto che presenti una o tante punte


più o meno arrotondate si presta a diventare un at-
taccapanni sia nella versione da parete che da terra.
Troviamo così le creazioni di David Olschewski fatte
con attrezzi agricoli, altre con scarpe femminili, sci e
persino forchette, imbuti e rotelle dei pattini.

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Per quanto riguarda i tavolini (o anche i portarivi-
ste) le operazioni di riuso sono sempre le stesse: uti-
lizzo di pezzi unici (come la ghiera di un grande oro-
logio o il cerchione di una bicicletta), assemblaggio di
piccoli pezzi (frammenti di legno, posate, pile di libri)
per finire con il taglio e la deformazione dell’elemento
(come per lo skateboard che funge da sostegno).

In questa pagina tavolini


e portariviste: sopra, una
pila di libri di Bruno Vespa
(sic!) legati ad un piano di
legno di recupero (Giulio
Iacchetti), tavolino di
posate assemblate (Tony
Grilo), un rosone di orologio
(Kramer Design Studio),
ruote di bicicletta (Andrew
Gregg), ciocchi di legno
legati (Uhuru) e skateboard
tagliato e piegato (Skate
Study House). Accanto por-
tariviste di tubi metallici, di
feltro ripiegato (54Dean),
da vecchio copertone e da
gruccia metallica.

99
Vasto è anche il tema della ciotola: ogni oggetto
con una forma bombata si presta a diventarlo (l’oblò
di vetro della lavatrice, ad esempio) ma anche ogni
oggetto circolare che può essere deformato (come
i vecchi dischi di vinile), tutto ciò che può diventare
modulo di una rotazione attorno ad un asse centrale
(come i cucchiai) o tutto ciò che può essere avvolto a
spirale (come le vecchie catene delle biciclette).

In questa pagina ciotole


realizzate da vari materiali:
l’oblò di vetro della lavatri-
ce, acidato per aumentarne
Altri porta-oggetti sono stati realizzati con i il distacco dall’immagine
originale (Charles Kaisin),
materiali più disparati: dal porta-batuffoli fatto con il disco di vinile a forma di
una frusta per le uova all’armadietto ottenuto con i ciotola regolare o con bordi
casuali (anonimo russo) fino
cestelli della lavatrice impilati, dai porta-cards creati
a modelli con andamenti
con le forchette a quelli realizzati con una coppia di geometrici (Luka Vucic). Ac-
vecchi dischi. Anche ciò che sembra proprio da but- canto una ciotola realizzata
con cucchiai (Tony Grilo),
tare via o al massimo da raccogliere per il riciclaggio, una con un segnale stra-
può diventare utile: un tetrapack vuoto (oltre ai gio- dale (Boris Bally), con una
catena da bici (Resource
cattoli di Tonino Milite già visti) può trasformarsi in Revival) e con una striscia di
un portapenne con tanto di cerniera. moquette (Tanja Meyle).

100
Alcuni porta-oggetti: un
porta-batuffoli creato con
un frustino, porta-biglietti
con forchette; sotto, porta-
biglietti con pagine gialle
arrotolate, porta-CD con i
dischi in vinile (Aki Kotkas),
ancora un porta-biglietti
con i dischi, armadietto con
i cestelli della lavatrice e un
portapenne ottenuto con un
tetrapak (Bom design).

Per restare in tema di porta-oggetti non resta che


affacciarsi sull’universo delle borse da donna realiz-
zate con materiali riciclati. D’altra parte è insito nella
natura della borsa il suo essere un oggetto ricavato
casualmente da altri materiali. La borsa, infatti, risale
addirittura alla preistoria quando l’uomo non sapeva
né filare né tessere e doveva adoperare le pelli degli
animali per confezionarsi gli abiti e i relativi acces-
sori. La parola “borsa” nel suo significato originario
voleva dire appunto pelle di animale scuoiato proprio
perché l’uomo preistorico notò che, accartocciando
una “pelle” se ne otteneva una “borsa”. Comodissima
per trasportare le pietre scheggiate, cioè le armi e gli
utensili. Un’idea ottima questa della borsa, che durò
per sempre, anche quando fu inventato il denaro che
dispensò dall’obbligo di trasportare pietre.

101
Nel settore del riuso si trovano borse realizzate con
ogni materiale che presenti flessibilità e robustezza:
strisce di sacchetti di plastica, di camere d’aria di bi-
cicletta, di cinture di sicurezza, di giornali, di dischi in
vinile e persino di rete arancione da cantiere.

In alto a sinistra: borsa di


vinile, di cordoni di giornale
e juta (Ecoist), di strisce
di plastica (Urthbags), di
Sacchetti di plastica e camere d’aria si ritrovano
strisce di riviste (Ecoist), di
anche per la realizzazione di spessi e resistenti tap- pagine di giornali (Urthba-
peti utilizzabili sia in interni che in esterni. gs), di cinture di sicurezza
(959), di camere d’aria
(Krejci), di rete da cantiere
(Davidshockdesign).

102
Vogliamo concludere con dei piccoli oggetti a rea-
zione poetica, di forte impatto emozionale, costituiti
da tutti quei vasi per i fiori ricavati dai contenitori più
imprevedibili: dalle lampadine alla lampada da dise-
gno snodabile, fino alla penna Bic “soffiata”.
Questi minuscoli accessori per la casa lasciano
intendere quanto ancora ci sia da esplorare nel-
l’universo del riuso, quanto il connubio tra un’at-
teggiamento dadaista e irriverente combinato con
la sapiente manualità delle nonne e con il senso di
responsabilità verso tutti gli abitanti della Terra e
verso le generazioni future sia forse il vero futuro del
design, purtroppo ancorato ancora ad atteggiamenti
autoreferenziali di restyling e di questioni puramente
semantiche.
Quest’esplorazione potrebbe andare avanti al-
l’infinito ma, non volendo essere una mera catalo-
gazione, crediamo che gli esempi forniti siano più
che sufficienti per comprendere tutti gli approcci
possibili verso i materiali di riuso e tutte le tecniche
Alla pagina precedente, in d’intervento perciò... buon riuso a tutti!
basso, tappeto di sacchetti
(Carlos Aguilera, M. Ignacia
Caceres, Kelly Cardenas e
Fabrizio Rossi) e tappeto di
vecchi pneumatici di bici
(Nani Marquina).
In alto due esempi di lampa-
dine trasformate in vasi da
fiori, una lampada a braccio
utilizzata come porta-
piante mobile (Marc Ligos)
e una penna Bic soffiata
per creare il contrappeso e
il contenitore per l’acqua
necessaria ad un fiore (Jim
Termeer e Jess Giffin).

103
104
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Il riuso è una forma di design attuale e interessante per svariati motivi:
è una pratica che tutti possono mettere in atto; è un atteggiamento
che mette in moto la creatività; è un’azione che responsabilizza nei
confronti dell’uso delle risorse del nostro pianeta e della dismissione dei
rifuti; è un’estetica basata su semplicità ed economia; è un’etica che
recupera valori come il rispetto e la cura per le cose che ci circondano;
è un’occasione per andare verso uno sviluppo sostenibile.
Questo libro vuole così stimolare, attraverso alcune centinaia di esem-
pi di riuso, lo sviluppo della capacità di vedere una nuova dimensione
funzionale ed estetica negli oggetti che hanno concluso la loro funzione
“ufficiale”, quella per la quale sono nati ma, probabilmente, non la sola
che siano in grado di ricoprire.

Emanuela Pulvirenti, architetto, si è laureata a Palermo nel 1998 con una tesi sul design dei siste-
mi di illuminazione per i centri storici.
Nel 1999 frequenta un Master in Light Design presso l’Accademia di Brera a Milano e nel 2001
fonda a Palermo lo Studio Triskeles Associato in cui si occupa di illuminotecnica e design di appa-
recchi di illuminazione. Nel 2004 consegue il Dottorato di Ricerca in Fisica Tecnica Ambientale.
Ha pubblicato numerosi articoli sulle riviste di illuminotecnica Luce e Design, Flare e Luce e ha
tenuto lezioni in ambito universitario, al Master in Light Design della Sapienza a Roma e presso
la Lighting Academy di Firenze. Dal 2004 al 2006 è stata docente di Light Design presso l’Istituto
Europeo di Design di Milano; dal 2007 al 2008 ha insegnato Illuminotecnica presso l’Accademia di
Belle Arti di Catania. Attualmente vive e lavora a Caltanissetta.

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