Cos e Un Testo Letterario
Cos e Un Testo Letterario
1. Il testo
1.1 La comunicazione letteraria
1.1.1 La letterarietà.
Esiste un elemento intrinseco e oggettivo che fa si che un testo sia letterario? Jakobson sostiene che
l’oggetto della scienza della letteratura non è la letteratura, ma la letterarietà, cioè ciò che fa di una
data opera un’opera letteraria. Questo implica dunque che all’interno dei testi letterari esista qualcosa
che li rende tali, distinguendoli dalla comunicazione ordinaria.
- Formalismo russo: pone al centro del suo interesse l’analisi funzionale del testo letterario,
l’individuazione delle leggi e dei meccanismi strutturali che presiedono alla costruzione e al
funzionamento del testo. L’attenzione è posta in particolare sull’analisi dei meccanismi
linguistici della letteratura, ponendo in secondo piano l’attenzione per la storicità dei fenomeni
letterari, per i legami tra l’opera letteraria e il suo tempo. Esprimono per primi una
metodologia che sarà prevalente negli anni ‘60/’70 del Novecento, quella di ritenere che un
testo letterario vada considerato come un vero e proprio meccanismo significante da
analizzare nelle sue componenti specifiche.
- New Criticism: nasce nei paesi anglosassoni negli anni ’30, teorizzava una lettura ravvicinata
del testo letterario che tralasciasse gli aspetti storici relativi alla biografia dell’autore o al
contesto culturale dell’epoca, per mettere in rilievo gli aspetti formali del singolo testo e il suo
specifico sistema di simboli e metafore.
- Strutturalismo: si diffonde in Francia negli anni ’60, pone l’attenzione al testo come sistema
autosufficiente autonomo di cui mettere in rilievo i rapporti interni tra le sue componenti.
Ciò che accomuna tutti e tre è la centralità dell’opera e la collocazione in secondo piano sia dell’autore
che del lettore. Alla base di queste teorie e modalità d’approccio c’è l’idea che il senso dell’opera è
integralmente contenuto nell’opera stessa ed è compito della critica individuarlo attraverso un’attenta
e consapevole operazione di smontaggio delle componenti e un’analisi del funzionamenti dell’opera
stessa. Negli anni ’60-70 e 80 del Novecento altre tendenze critiche hanno insistito sul ruolo del
lettore come componente attivamente coinvolta nella costruzione del senso del testo. Se la linea
formalista-strutturalista ha un approccio linguistico, altre tendenze critiche letterarie più recenti
sottolineano la necessità di indagare i rapporti fra il testo e altre pratiche discorsivo-comunicative.
Oggi è entrata in crisi l’idea che la critica letteraria possa essere fondata su rigorosi criteri di
scientificità e che esistano leggi ricorrenti che regolano le forme specifiche della comunicazione
letteraria. Ne si parla maggiormente in questi anni a causa del venir meno di molte certezze solide di
metodo e di scientificità che avevano caratterizzato la stagione formalista-strutturalista e il decennio
d’oro tra i ’60 e i ’70.
1
1.1.2 Dal Testo al Lettore, dal Lettore al Testo
a) Modello A, idea che la comunicazione letteraria sia monodirezionale, sia cioè caratterizzata
dal passaggio Testo → Lettore. Il Testo rimane materialmente invariato ed è la sola voce che
parla. Il lettore è relativamente passivo. C’è chi ha paragonato la lettura all’attraversamento
di un territorio sconosciuto, del quale il geografo prende gradualmente possesso, mappandolo
e disegnandolo. Così il lettore/geografo compie un’operazione di progressiva scoperta del
mondo contenuto nella pagina, che quando comincia a leggere gli è completamente ignoto. Il
lettore compie operazioni di comprensione e interpretazione ma che sono applicato a un testo
determinato; questo non significa che ogni lettore interpreterà allo stesso modo il testo, ma
che i significati possibili sono tutti nel testo e iscritti nella sua concreta forma linguistica: la
capacità di decodificare il testo dipende dall’acutezza del lettore.
Ammettendo che esista una specificità della lingua letteraria sembra assai difficile individuarla.
Diversi studiosi hanno provato a collegarla alla prevalenza di valori connotativi: in letterature si
distingue tra valori denotativi (il concetto che essa designa) e connotativi (quella sorta di alone
emotivo che accompagna la parola nella percezione dell’ascoltatore). L’idea che in letteratura
prevalgano i valori connotativi su quelli denotativi assegna al linguaggio letterario una funzione
evocativa. Altri criteri sono stati quelli dell’ambiguità o opacità come caratteri distintivi dei testi
poetici. La poesia non si prefigge lo scopo di precisare, ma di suggerire associazioni, aperture verso
gli spazi dell’imprevisto, processi intuitivi.
2
L’ambiguità e la connotatività del linguaggio poetico mettono in evidenza una caratteristica
fondamentale della comunicazione letteraria: la possibilità di rileggere all’infinito i testi. Ogni singolo
lettore è chiamato ad un’interpretazione che conserva un tasso di arbitrarietà, in questo consiste la
validità dei testi letterari, il loro rivolgersi a un pubblico virtualmente infinito continuando a
comunicare. Come connotatori possono essere intesi tutti quegli elementi fonici, metrici o retorici
che accompagnano il discorso, aggiungendosi alla semplice somma dei significati delle singole parole
dei loro legami sintattici. Detto questo è sbagliato sostenere che la semplice presenza di connotatori
riassuma la peculiarità letteraria di un testo.
Jakobson parla di funzione poetica: anche il testo letterario è un atto comunicativo (emittente-
destinatario-messaggio-canale di comunicazione-codice di comunicazione-contesto), a cui J assegna
diverse funzioni: se il messaggio p concentrato sull’emittente si può parlare di funzione emotiva; se
esso è concentrato sul destinatario si può parlare di funzione conativa (modificare il comportamento
del ricevente); si parla di funzione referenziale o informativa quando la comunicazione è concentrata
sul contesto. Jakobson parla di funzione poetica quando l’atto comunicativo è concentrato sul
messaggio stesso. In questo caso sono proprio le parole che lo compongono ad acquistare la massima
significatività: è come se il messaggio si ponesse al centro dell’atto comunicativo per come lo si dice
→ la letterarietà andrebbe cercata nelle complesse operazioni di elaborazione che il messaggio
subisce. È estremamente difficile assegnare la letterarietà a qualcosa di intrinseco al testo. La
catalogazione di un testo come letterario non può prescindere da ciò che ogni epoca considera tale, il
chè non esclude necessariamente l’esistenza di una specificità del testo letterario, ma la identifica con
qualcosa di mutevole nel tempo, non presente una volta per tutte nel testo stesso, ma anche affidato
alla comunità dei lettori, che si accosterà ad esso in un certo modo.
1.1.4 L’ipersegno
Codice: insieme di segni che consentono la comunicazione; ogni codice deriva da una convenzione
sulla quale una comunità si accorda; l’importante è che una volta stabilito il codice funzioni, e
chiunque possa conoscerne le regole.
Il fatto che in letteratura le parole trasmettano informazioni anche attraverso un insieme complesso
di altri fattori ha fatto intendere la parola in letteratura come un ipersegno o un segno iconico. Le due
definizioni descrivono la caratteristica della lingua letteraria come segno investito di significato in
ogni suo aspetto o come segno che simula il proprio significato e in cui anche gli elementi non
semantici sono semantizzati. Il segno iconico è un segno che è nel contempo immagine, cioè le
particolari caratteristiche formali del segno non servono soltanto a denotare, ma valgono anche per
se stesse.
3
1.2 Convenzioni e istituzioni
1.2.1 Il letterario come sistema
Una qualsiasi comunicazione richiede l’incontro di due competenze, quella del mittente e quella del
destinatario. La comunicazione riesce se:
Come l’autore costruisce il messaggio utilizzando un codice, così il lettore è chiamato a possedere
delle competenze che gli consentano di cogliere il valore comunicativo di quel codice complesso, in
caso contrario non sta alle regole del gioco proposte dall’autore.
4
metriche; forme di ricezione da parte del pubblico. È impossibile parlare dei generi letterari senza
considerarli in un’ottica storica. Il sistema dei generi non costituisce infatti qualcosa di immobile e
assoluto, ma è soggetto all’evoluzione prodotta dall’apporto delle singole opere. Ogni periodo storico
ha un proprio sistema dei generi letterari, spesso gerarchicamente organizzato. Più il sistema dei
generi è in un epoca vitale più rigidi sono i legami tra aspetti tematici e formali dei singoli generi.
Dall’età romantica in poi il sistema dei generi della tradizione classica ha perso ogni rigido valore
normativo. Ai giorni nostri il genere non costituisce per gli scrittori un criterio di scelta significativo,
a cominciare dal fatto che il romanzo si è imposto in modo pressochè assoluto. I diversi sottogeneri
del romanzo continuano ad avere un forte indirizzo nell’ambito della paraletteratura: letteratura di
consumo e di intrattenimento → il lettore che acquista un romanzo poliziesco, un romanzo rosa o di
argomento giudiziario ha delle attese precise e tende ad esigere dall’autore non solo il rispetto delle
convenzioni generali, ma anche delle norme particolari che caratterizzano la precisa tipologia
narrativa preferita. Il concetto di paraletteratura voleva designare una produzione letteraria seriale, di
puro intrattenimento, e consolatoria: una produzione che tradiva la tradizionale funzione della grande
letteratura. In realtà ogni distinzione netta tra letteratura e paraletteratura sembra fuorviante. Il
dibattito che si sviluppa dagli anni ’50 del Novecento si basa sul concetto di postmoderno.
Postmoderno si contrappone all’età moderna, che avrebbe elaborato grandi ideologie sulle quali sono
state erette le grandi costruzioni politiche e i valori economici, sociali e giuridici che hanno
caratterizzato la nascita e lo sviluppo dello Stato moderno. Moderno viene così ad indicare un
pensiero sociale e politico retto su idee forti → fiducia del progresso, concezione solida e rigorosa
della scienza. La cultura postmoderna è pervasa da logiche commerciali e consumistiche, la
sistematica contaminazione tra linguaggi e culture assurge così a tratto caratteristico della cultura
contemporanea. Allo stile individuale si sostituisce il pastiche, il mescolamento di tutti i linguaggi.
All’interno del genere letterario il romanzo occupa una posizione particolare: nato solo nel mondo
moderno è stato oggetto di attenzioni particolari dai critici che hanno visto in esso l’espressione
profonda dell’età moderna e della rivoluzione che essa ha comportato nell’ambito del mondo
occidentale in quanto a mentalità, visioni del mondo, sistemi produttivi e rapporti sociali.
Hegel: parla del romanzo come di grande epopea della borghesia, il romanzo avrebbe dato voce
all’individualismo moderno e a una vita concepita come ricerca razionale di senso e di valori.
Lukacs: nella contrapposizione tra epos e romanzo vedeva non solo un contrasto di generi letterari,
ma due opposte condizioni antropologiche: l’epos è la poesia di un mondo chiuso, mentre il romanzo
esprime la problematicità, la disarmonia. Se l’epos è la voce poetica di un mondo arcaico con le sue
solide e pacificanti certezze, il romanzo da voce alle incertezze e alle disarmonie dell’uomo moderno
privato delle certezze sull’immobilità e sulla naturalità.
Bachtin: ha individuato l’origine del romanzo nelle antiche forme della satira e della parodia e nelle
manifestazioni folkloristiche del carnevale, quando ogni ordine viene sovvertito. All’origine del
romanzo colloca l’idea della duplicità e del rovesciamento delle verità monolitiche: la satira, la
parodia e il carnevale sono l’espressione di verità alternative e desublimano certezze consolidate.
5
La peculiarità del romanzo è stata interpretata come un tentativo dell’uomo occidentale di dare un
senso razionale a un mondo soggetto a cambiamenti rapidi e traumatici senza precedenti. Ai grandi
sconvolgimenti a cavallo tra Sette e Ottocento l’uomo europeo rispose con una narrazione che
produceva un ordine fatto di rapporti visibili tra causa ed effetto. Il sistema dei generi letterari non
può esaurire il problema ella mappatura dello spazio letterario, che si pone al centro di molteplici
intersezioni. Per questo accanto al genere letterario va sempre considerato il ruolo de cosiddetti
“modi”: il modo indica un atteggiamento mentale e dell’immaginario molto generale e astratto, che
si lega a generi letterari determinati, ma non coincide con essi. Un modo è ad esempio quello fiabesco
o del meraviglioso, è un modo che rimanda a vari generi senza coincidere con nessuno di essi, si pensi
al modo fantastico caratterizzato dall’irrompere nel quotidiano di eventi inspiegabili. È “modo” anche
il tragico-epico, incentrato sulla figura di un eroe che incarna l’deale di un umanità superiore e ideale.
1.2.5 Intertestualità
L’opera letteraria non parla solo delle cose del mondo, ma instaura un dialogo con altre opere: un
libro può parlare delle cose del mondo, ma può anche parlare di altri libri. Parodia: opera che riprende
gli aspetti formali di un’altra opera letteraria e che funziona nella misura in cui il lettore conosca bene
l’opera di partenza. Costituisce un caso estremo ed appariscente di ipertestualità, evidenziando come
la letteratura costituisca un universo di segni che dialogano tra loro. L’intertestualità costituisce un
aspetto rilevante del carattere di sistema proprio della letteratura. Ogni opera letteraria si innesta su
una tradizione, costituita dall’insieme dei testi letterari che l’hanno preceduta. Intertestualità è un
termine che può indicare realtà diverse:
a) Richiamo ad un preciso testo d’autore può avere fini diversissimi: pura imitazione, indicare
la continuità rispetto a un modello o a una linea, creare un effetto di contrasto. Il richiamo intertestuale
fa sic he il messaggio si carichi della presenza dell’opera cui si allude: il senso acquista così
imprecisione e ambiguità, ma anche una maggior forza evocativa e suggestiva.
b) Affiorare di elementi che appartengono alla tradizione letteraria si tratti di parole, sintagmi,
strutture ritmiche, temi, situazioni tipiche, fattori ideologici o visioni del mondo.
L’intertestualità esprime una modalità tipica della scrittura letteraria, che si fonda sul continuo
impiego e sulla riorganizzazione del materiale di riuso. La comunicazione letteraria attinge alla
molteplice varietà prodotta, nel corso del tempo, dai tanti apporti dei singoli scrittore e dei loro stili.
Kristeva (semiologa russa) definisce l’intertestualità come una procedura non già caratteristica di
scelte poetiche determinate, ma come fattore costitutivo e fondativo della comunicazione letteraria.
La teoria della ricezione afferma l’idea della letteratura come sistema storicamente variabile, ma
descrivibile come struttura coerente nelle sue singole fasi; è ispirata al pensiero ermeneutico di
Gadamer, secondo cui le interpretazioni date di un’opera non costituiscono semplicemente una
successione di fatti. Secondo la tradizione filosofica dell’ermeneutica, ogni atto comunicativo
presuppone l’incontro inestricabile tra due intenzioni: quella dell’emittente e del ricevente, il senso
della comunicazione è il prodotto dei due mondi. L’idea centrale della teoria della ricezione è quella
di “orizzonte di attesa”: i lettori orientano la loro lettura secondo certe attese, basate sulla conoscenza
del sistema proprio della loro epoca.
6
Compito di uno studioso è di ricostruire l’orizzonte di attesa di una certa epoca. La teoria della
ricezione è un interessante tentativo di salvaguardare la storicità della letteratura coniugandola con i
fattori specifici della comunicazione letteraria.
1.2.7 Decostruire
Il modello decostruzionista ha avuto maggior fortuna negli USA ispirandosi al filosofo francese
Derrida: le sue idee partono dal presupposto che compito del critico non sia quello di ricostruire le
intenzioni strutturanti dell’autore, ma quello di individuare gli interstizi, gli elementi di non tenuta
del testo, che possono rilevare un fondo di significato inconsapevole. Nel testo conta il non detto e il
rimosso. Se il testo fosse un oggetto compatto si offrirebbe allo sguardo del lettore ma non
interagirebbe con esso, facendo cioè della sua lettura il luogo in cui si elaborano stati emotivi, si
misurano visioni del mondo o alternative ideologiche. Il decostruzionismo teorizza l’idea che
l’operazione della lettura in quanto individuazione del rimosso che esce dal disegno progettuale
consapevole dell’autore, presuppone la non monoliticità del testo, l’idea che ogni intenzione d’autore
sia necessariamente incompleta e manchevole. Dietro il decostruzionismo c’è una concezione estetica
orientata sul lettore. Senza la lettura un testo è una successione di segni neri sulla carta, nella
comunicazione letteraria entrano in gioco fattori storici, ma anche il codice impegnato che è retto da
una forte componente di convenzioni e sistemi soggetti ad un costante mutamento storico.
Una linea rilevante della Teoria Letteraria del Novecento si è occupata della specificità del testo
letterario, individuandola nell’uso di un codice fondato sull’ipersegno, cioè un sistema linguistico-
comunicativo assai complesso in cui ogni elemento concorre alla formazione del significato. Se è
impossibile pensare all’universo letterario come a qualcosa di autonomo e autoreferenziale, tuttavia
allo studioso di letteratura interessa come i più diversi fattori trovino espressione nel testo attraverso
gli strumenti propri della comunicazione letteraria. Le strutture culturali più o meno profonde di una
società si incontrano con le convenzioni del sistema letterario. L’idea della centralità del testo
letterario e della sua specificità ha costituito la linea predominante della teoria letteraria del
Novecento, vale anche come netto richiamo contro ogni tendenza a interpretare il fenomeno letterario
come prodotto derivato dai fattori esterni → come se fosse possibile individuare grandi processi di
trasformazione sociale come cause dirette di un movimento letterario o di una singola opera →
determinismo: da precise condizioni storico-sociali e individuali necessariamente derivano alcune
forme letterarie e non altre.
Sociologia della letteratura: si occupa della destinazione sociale della letteratura: quale concreto
destinatario l’opera ipotizza, in quali ambiti sociali si impone, quali percorsi ne segnano la fortuna
contemporanea o successiva.
I codici letterari sono mutevoli nel tempo, ma il testo letterario va analizzato nel suo incrociarsi con
altri codici culturali. Dentro la letteratura entrano degli stereotipi culturali che lo studioso ha il
compito di individuare e analizzare per giungere a una comprensione profonda del testo. Ci sono
diversi approcci possibili per l’analisi del significato di un’opera.
7
L’antropologia per esempio è uno di questi, il dato antropologico sarà individuabile nelle forme
letterarie in maniera che lo studioso dovrà di volta in volta verificare. Di carattere antropologico è
l’analisi di come certe forme appartenenti al patrimonio culturale primitivo si siano conservate anche
in culture complesse (es. rito di iniziazione). Ci troviamo di fronte ad archetipi, simboli e immagini
ricorrenti che appartengono ad una sorta di patrimonio generico collettivo dell’umanità.
Un’attenzione particolare meritano i grandi simboli collettivi nei quali un gruppo o una società
proietta i propri sogni, le speranze o le paure che costituiscono l’immaginario collettivo o
l’immaginario sociale, cioè un universo strutturato di segni che intrattiene con la letteratura un
rapporto strettissimo.
Si sviluppa nei primi anni Ottanta in California. È un’interpretazione della storia che tende a
selezionare i singoli fenomeni per collegarli ad una visione complessiva e fortemente coerente di una
certa epoca, e che legge il corso della storia come un processo evolutivo e coerente. È “new” perché
rovescia il modello tradizionale, ad un approccio della storia fatto di sintesi interpretative organiche
e coerenti si sostituisce uno sguardo attento ai fenomeni marginali e dimenticati; “Storicismo” perché
si afferma l’importanza delle circostanze storiche in quanto fattori imprescindibili della produzione
del testo.
8
1.4. La filologia
1.4.1 L’edizione critica di un testo
Grande importanza della filologia, disciplina che in primo luogo si preoccupa che il testo venga
offerto ai lettori in maniera corretta, cioè nella forma più possibile vicina a quella uscita dalla penna
dello scrittore. L’edizione di un testo che risponde a questo prende il nome id edizione critica ed
editore è chiamato lo studioso che allestisce un’edizione critica. L’opera nella sua forma definitiva
costituisce “l’originale”, cosa diversa dall’ultima volontà dell’autore che potrebbe aver avuto
intenzione di riscrivere integralmente l’opera senza poi poterlo fare per varie ragioni. Il testo è
l’insieme delle parole di cui l’opera è costituita, in filologia prende il nome di “testimone”, che può
essere un esemplare unico o uno di tanti o pochi esemplari. Quando un testimone è stato curato e
redatto personalmente dall’autore si parla di autografo, preziosissimo ma non necessariamente
l’originale. Produrre un’edizione critica significa epurare il testo dagli errori che si sono accumulati
durante la sua trasmissione. Nel suo lavoro l’editore opera raccogliendo dei testimoni dell’opera, che
vengono poi accorpati a seconda degli eventuali rapporti che intercorrono tra loro. Se un testimone
B è stato copiato da A sarà poco utile all’edizione critica perché riprodurrà gli errori di A (codex
descriptus). Dopo aver eliminato i codici descripti l’editore può proseguire con l’allestimento del
testo critico, la cui edizione sarà accompagnata da un’introduzione nella quale egli spiega come ha
lavorato. L’edizione critica è fornita da un apparato critico nel quale sono indicate le forme attestate
dai vari testimoni che lo studioso ha deciso di scartare nel ricostruire il testo dell’opera. Quando si
parla di errori ci si riferisce a forme diverse tra le quali è spesso difficile scegliere. Tra due varianti
lo studioso sceglie sulla base di due criteri essenziali:
a) Lectio difficiolior → tra due varianti è ritenuta corretta la forma meno ovvia
b) Usus scribendi → il filologo sceglie sempre quella più vicina allo stile o al lessico
caratteristico dell’autore.
Sono le moifiche apportate dallo scrittore. Uno dei meriti della filologia italiana è stato di averne
intuito l’importanza metodologica. Il loro studio consente di penetrare nei meccanismi di costruzione
dell’opera. Rispetto alla filologia tradizionale, una critica fondata sulle varianti d’autore si preoccupa
di distinguere le varie fasi di elaborazione dell’opera.
Per quanto riguarda i codici più antichi è essenziale l’apporto fornito da altre discipline:
9
2. Forme di approccio all’analisi testuale
2.1 La specificità del linguaggio letterario
I livelli in cui si struttura un testo letterario si possono esaminare in senso orizzontale (caratteristiche
del livello metrico di una poesia), oppure verticale (rapporto tra livello metrico e semantico). Occorre
utilizzare una visuale prospettica in cui lo sguardo si concentra sugli elementi di un livello o di un
altro ma non dimentichi mai gli altri presenti sullo sfondo. Nell’analisi pluriprospettica possono
presentarsi il livello fonologico, il livello morfologico, il livello lessicale e il livello sintattico.
La poesia. Canto V Divina Commedia (Paolo e Francesca). Uso dell’allitterazione (ripetizione dei
medesimi suoni all’inizio o all’interno di due o più parole contigue o vicine) di consonanti lievi e
delicate, la m-n-l, e di limpide vocali chiare, a-e. Nel gioco fonico la complicità dei segni e dei suoni
allude sempre a quella dei sensi e dei significati e vi sono poeti in cui il significante diventa a tal
punto prevalente da suggerire esso stesso il significato, ossia il segno si fa simbolo del senso come
accade nel fonosimbolismo di Pascoli. Talvolta il potere evocativo ed allusivo dei suoni da forma
come accade con l’onomatopea. La mia sera (Pascoli) → atmosfera affidata ad una varietà di
molteplici giochi fonici, come l’allitterazione, la paranomasia (accostamento di due parole con
analoga sonorità), il climax (scala di elementi posti in successione graduata di intensità ascendente o
discendente).
La prosa. Le potenzialità fonico-simboliche della parola trovano dunque la loro massima espressione
nel linguaggio poetico grazie all’ausilio delle forme metriche, delle rime, delle assonanze, ecc. anche
la prosa può tuttavia svelare il ricorso non causale al valore iconico e simbolico del significante. I
giochi fonici combinatori e analogici del significante appartengono alla cultura folklorica e popolare
die proverbi e delle massime, destinati a rimanere nella memoria. Altre volte, tra le righe della prosa,
possiamo trovare il colore delle vocali e la sonorità consonantica per creare un particolare clima o
atmosfera.
10
2.3 Il livello metrico-ritmico
La poesia. Il linguaggio poetico è sempre ambiguo, sfuggente ad ogni definizione unitaria e
monolitica. È potenziato da sovrassensi o valori aggiuntivi conferiti al significante dagli elementi
fonosimbolici e da elementi metrico-ritmici.
Metro e ritmo. Tra tutti gli elementi convenzionali noti al lettore la convenzione metrica è senza
dubbio la prima da prendere in considerazione. Ogni testo richiede un’esecuzione che si attua nel
tempo, sia quello acustico della lettura recitata, sia quello virtuale della lettura mentale. Tale lettura
dipenderà dalla presenza di segni di interpunzione, dalla diversa disposizione nel verso di sillabe
atone e toniche. Tutti questi fenomeni concorrono alla determinazione del ritmo. Il metro è la norma
entro la quale il ritmo si realizza, l’insieme di ciò che è obbligatorio al momento della scrittura del
testo. Metro e ritmo sono imprescindibili.
Metro e sintassi. Nella poesia sintassi e intonazione interagiscono costantemente con il livello
metrico. La differenza tra metro e sintassi e la possibilità delle efficaci soluzioni espressive che
nascono dal loro rapporto trovano l’esempio più rilevante nell’enjambement. Questa forma di
sconfinamento spezza il parallelismo fra sintassi e metro e può avere molteplici finalità stilistiche ed
espressive. L’enjambement è una figura di ritmo che non riguarda né solo il senso né solo il ritmo e
apporta modifiche sul piano del metro ma anche del significato; contribuisce in maniera determinante
ad una frantumazione del verso e ad un andamento rotto della sintassi che pone in luce laterale
l’importanza della rima. Un particolare e frequente ricorso all’enjambement finisce per creare
continui movimenti che spesso tolgono efficacia alla rima, un poeta che usa particolarmente questa
modalità è Pascoli.
Forme metriche e generi letterari. La forma metrica è strettamente legata al genere letterario a cui
appartiene l’opera composta. L’opera viene concepita fin dalla sua ideazione in quella e non in
un’altra forma metrica. La forma metrica non è un involucro creato a posteriori. La grande esperienza
poetica del verso libero è propria del nostro secolo, nasce da una profonda conoscenza e rimeditazione
delle forme metriche tradizionali. Forme metriche più diffuse:
- Canzone: strutturata in strofe dette “stanze”, tra loro uguali per numeri di versi e per rime
- Sonetto: composta da 14 endecasillabi suddivisi in due quartine (rima alternata) e due terzine
- Ottava: otto versi endecasillabi di cui i primi sei a rima alternata e gli ultimi due a rima baciata
- Madrigale: due o tre strofe di versi endecasillabi, cui seguono 1-2 coppie di versi a rima baciata
Prosa e ritmo. Gli elementi della musicalità e del ritmo appartengono anche alla prosa e
presuppongono un “ritmo mentale” del lettore che percorre la pagina. La punteggiatura conferisce
alla prosa una funzione ritmica e particolari andamenti melodici. Il ritmo della prosa è dato dalle
pause logiche e naturali e ha un piccolo margine di soggettività lasciato all’arbitrio della percorrenza
individuale del singolo lettore e ai suoi criteri interiori di suddivisione dei membri e del periodo. I
ritmi della prosa, come quelli del linguaggio poetico, si intrecciano di continuo con l’organizzazione
complessiva del periodo, ovvero con il livello sintattico e retorico del testo.
11
2.4 Il livello sintattico e retorico
La sintassi nasconde nei meccanismi stessi sottesi alla sua creazione precise volontà estetiche
dell’autore. Nella classicità venivano distinti la paratassi (coordinazione fra due proporzioni in un
enunciato) e ipotassi (rapporto di subordinazione tra le varie proposizioni di un enunciato).
L’organizzazione sintattica della poesia interagisce di continuo con gli elementi metrico-ritmici, con
l’uso degli enjambement, con la sostanza fonicosimbolica dei versi, mentre l’interazione fra il livello
sintattico e quello retorico riguarda l’organizzazione tanto del discorso lirico quanto di quello in
prosa.
Sintassi e retorica. L’interazione fra il livello sintattico e quello retorico riguarda l’organizzazione
tanto del discorso lirico quanto di quello in prosa. Le figure retoriche di suono o di senso o di
disposizione di parole conferiscono alla sintassi accelerazioni, rallentamenti, inversioni, spezzature,
sospensioni, caricando di sensi aggiunti la struttura del periodo.
12
3. La narrazione
3.1 Il bisogno di storie
Mito e tradizione. Ai poemi omerici è stata affidata la funzione di deposito della cultura collettiva:
essi costituivano il luogo di raccolta di saper non necessariamente reperibili altrove, si raccoglievano
valori etici e sociali dominanti e anche saperi tecnici. Forse i poemi omerici costituiscono un caso
estremo di trasmissione della cultura, ma il ricorso alla narrazione per tramandare un deposito
tradizionale di esperienze, valori e credenze costituisce un fattore essenziale in tutte le culture
arcaiche. Miti, leggende, fiabe e narrazioni di cantastorie costituiscono in questi contesti gli strumenti
essenziali per soddisfare l’esigenza umana di sentire storie e per conservare e trasmettere un
patrimonio di memorie costituito come tradizione culturale di un popolo. Il legame tra tradizione e
racconto è evidente nel mito.
Narrare per conoscersi. Il racconto tradizionale si colloca a metà tra la narrativa letteraria e quella
naturale della nostra esperienza quotidiana. Narrare è un processo primario nella strutturazione della
mente umana: è trasformando in narrazione che il bambino si appropria del mondo. Raccontare è
mettere ordine, individuare nessi.
14
Il lettore è portato a costruirsi una certa immagine dell’autore anche semplicemente sulla base delle
scelte da lui compiute in fatto di argomento, personaggi, ambiente, stile dell’opera. La narrazione è
una forma di comunicazione, che ha quindi un emittente e un destinatario. Emittente è naturalmente
l’autore reale, al quale corrisponde, nel ruolo di destinatario, il lettore reale (chi legge l’opera). Per
lettore implicito si intende l’idea di pubblico che l’autore ha nel momento della scrittura dell’opera.
Una lettura competente del testo consiste nell’assunzione, da parte del lettore reale, degli strumenti
interpretativi che l’autore riteneva disponibili al lettore implicito. Il Narratario invece è un
destinatario della narrazione, presente come personaggio all’interno del racconto, la funzione
(facoltativa) consente all’autore di moltiplicare il gioco delle interpretazioni possibili del racconto, di
metterne in rilievo le sottili ambiguità.
Narratore interno e narratore esterno. Se nella narrazione c’è una persona che dice “io” e che racconta
un’esperienza alla quale ha preso direttamente parte si parla di narrazione opaca, cioè l’atto della
narrazione non è reso invisibile dallo scrittore, ma è chiaramente mostrato: nel lettore non si produce
l’illusione di assistere in presa diretta ad avvenimenti reali, ma lo si rende perfettamente consapevole
che c’è qualcuno che sta raccontando. Una narrazione opaca non implica necessariamente un
narratore omodiegetico (Ulisse), ma può caratterizzare anche un racconto con narratore
eterodiegetico, del tutto estraneo alla vicenda raccontata. Opaca è la narrazione in cui il narratore
compie intrusioni nel racconto, fa interventi metanarrativi. La narrazione trasparente tende a celare
la storia come prodotto di un atto di narrazione, per farla sentire come qualcosa di reale. In una
narrazione in prima persona l’opacità tocca il massimo, ma può succedere anche con il narratore
esterno. Il narratore può inserire nel racconto anche un secondo narratore (narratore di secondo grado)
Due modi di esporre una storia, in forma narrativa (diegesi) e in forma drammatica (mimesi), la
principale differenza tra le due modalità consiste nel fatto che nella forma narrativa esiste un
mediatore (distanza) delle informazioni, mentre nella forma drammatica è assente. Tra la storia e il
lettore si pone una distanza che sarà tanto maggiore quanto maggiore risulterà il ruolo di
intermediazione svolto dal narratore. Egli potrà quindi tendere a divenire trasparente, a rendere
invisibile la sua presenza, oppure intervenire massicciamente nel racconto. In nessuna forma di
narrazione la distanza può essere completamente annullata, il caso in cui si avvicina di più è quello
del racconto di parole. Il racconto di parole tende ad annullare la distanza, costituisce un fenomeno
sostanzialmente marginale alla narrativa. Normalmente un racconto alterna il resoconto di
avvenimenti e la descrizione di esistenti con il riportare parole e pensieri dei personaggi. In
quest’ultimo caso al Narratore sono disponibili diverse modalità, che comportano livelli diversi di
distanza:
15
1) il discorso narrativizzato o riferito (il narratore riassume con proprie parole quanto un personaggio
ha detto)
2) il discorso diretto o riferito (il narratore riporta integralmente le parole pronunciate). Una forma
particolare di discorso diretto è costituita dal pensiero diretto libero e dal flusso di coscienza, una
forma di rappresentazione del pensiero del personaggio meglio capace di esprimere l’accumularsi
imprevedibile e spesso caotico di pensieri e impressioni che caratterizzano la vita psichica
dell’individuo. Si parla di flusso di coscienza quando la rappresentazione del pensiero del
personaggio appare nella forma di trascrizione immediata del libero fluire del pensiero;
3) il discorso indiretto, che consiste nel riportare le parole del personaggio inserendole all’interno del
discorso condotto dal Narratore, a livello di distanza si colloca a metà tra il discorso diretto e quello
narrativizzato;
4) il discorso indiretto libero, consiste nel riportare le parole o i pensieri di un personaggio senza
introdurli con verbi, ma adottandone la mentalità, modi espressivi come a riprodurre le esatte parole
e i pensieri dei personaggi quali effettivamente furono formulati.
La focalizzazione interna. Il narratore adotta il punto di vista di uno dei personaggi: vede attraverso
i suoi occhi; sa soltanto quello che il personaggio scelto sa; importante non confondere con la voce
narrante. La focalizzazione interna si divide in:
La focalizzazione esterna. Il punto di vista adottato è quello di una sorta di osservatore che si limita
a descrivere ciò che fanno o dicono i personaggi; non sa nulla di quanto passa loro per la mente. La
narrazione acquista un carattere oggettivo: il narratore non interviene in alcun modo a orientare il
lettore, che si trova come collocato di fronte a una situazione reale.
16
Il racconto non focalizzato. Il narratore ha a disposizione più informazioni di quante ne possieda
qualunque personaggio della storia, può entrare liberamente nella coscienza dei personaggi, può
anticipare eventi, ha la libertà del narratore onnisciente. Il narratore non osserva la scena da un punto
determinato, ma mobile e simultaneo, inoltre entra contemporaneamente nella mente dei suoi
personaggi, infine presenta anticipazioni di eventi che non si sono ancora verificati.
Ogni storia ha un inizio e una fine definibili in termini cronologici, c’è una cronologia interna (giorni,
mesi, anni), considerata il tempo della storia che misura l’effettiva durata delle vicende narrate. Si
aggiunge però anche il tempo del racconto, che è quanto risulta dagli interventi operati dal narratore
sulla cronologia degli eventi. Al tempo reale e oggettivo della storia si contrappone il tempo fittizio
e soggettivo del racconto.
La durata
Rapporto ipotetico che intercorre tra la durata dell’evento raccontato e quella della lettura che ce lo
comunica. Genette ha individuato 5 possibili rapporti di durata tra tempo e storia e tra tempo e
racconto:
1) scena dialogata, tra tempo della storia e tempo del racconto sostanziale identità;
2) sommario, il narratore sintetizza in poche parole eventi protrattasi nel corso del tempo, il tempo
del racconto è di durata minore rispetto al tempo della storia;
3) ellissi, il narratore salta completamente una porzione di tempo nella cronologia interna della storia,
il tempo del racconto equivale a zero;
5) estensione, il ritmo narrativo subisce un evidente rallentamento per effetto della maggiore durata
del tempo del racconto rispetto al tempo della storia.
17