Organizzazione LUIGI GUI
Organizzazione LUIGI GUI
Il servizio sociale, ha preso avvio in Europa e nel Nord America nel XIX sec. con l’insorgere sempre più
evidente della miseria e del degrado in ampie porzioni della popolazione, come effetto collaterale al
processo di modernizzazione legato alla rivoluzione industriale. Il processo di urbanizzazione, lo sviluppo di
un proletariato industriale in condizioni di grave sofferenza, il progressivo abbandono dei villaggi a
prevalente economia agricola venivano accompagnati dal processo di modernizzazione e razionalizzazione
delle società umane all’insegna del progresso. L’illuminismo aveva spazzato via ogni fiducia nelle capacità di
rispondere ai bisogni degli uomini moderni da parte delle fedi, per far strada alla scienza positiva (una
conoscenza a fondamento empirico). Anche l’aiuto alle persone sembrò richiedere un processo di
modernizzazione. Adottando la prospettiva sociologica di Durkheim, si potrebbe affermare che le azioni
organizzate di protezione, soccorso, aiuto nelle società evolute dovevano ristrutturarsi come una
specializzazione funzionale; cioè venir ricomposte in una funzione sociale specifica e necessaria
nell’equilibrio delle interdipendenze fra altre specializzazioni funzionali delle società moderne, quali le
istituzioni produttive (diffusione delle fabbriche e dei relativi processi di tecnologizzazione e di
capitalizzazione), le istituzioni regolative (affermazione degli stati moderni e dei loro apparati
amministrativi e di controllo), le istituzioni di cura (ospedali, ricoveri pubblici, case di riabilitazione e
lavoro), le istituzioni preposte all’educazione e all’istruzione. Gli addetti a ciascuna di queste articolazioni
funzionali avrebbero dovuto assumere mansioni e acquisire competenze analiticamente stabilite secondo
criteri di specializzazione, improntati a razionalità ed efficienza tecnica. La modernità di cui ‘il lavoro
sociale ‘ è un prodotto, ha professionalizzando l’aiuto portandone le pratiche dalla caratterizzazione
comunitaria, tradizionale alla caratterizzazione sociale, moderna. Tale differenziazione evolutiva
dell’assistenza può essere descritta nei termini proposti da Parsons, utilizzando il concetto di ‘variabili
strutturali’ laddove egli coglie nella società industriale il passaggio a nuovi requisiti funzionali:
Dall’interpretazione di ruoli effettivi, particolaristici, diffusi, attributivi, quali quelli interprestati nei
sistemi di relazioni primarie e secondarie (famiglie e comunità), propri delle relazioni di aiuto che
nel linguaggio odierno si direbbero informali
All’interpretazione di ruoli universalistici specifici, affettivamente neutrali, realizzativi, quali quelli
interpretati nei sistemi d’aiuto sociale (strutture, servizi, sistemi di
domanda\valutazione\prestazione standardizzati), propri delle modalità di rapporto che ora
usualmente si dicono ‘professionali’, tecnicamente piu competenti ed emotivamente piu
distaccate.
L’aiuto sociale, un aiuto, cioè, esteso e continuativo, va oltre i gesti occasionali, liberi e discrezionali
delle singole persone, per diventare un ‘lavoro’ moderno esercitato da una professione. Esso ha
dovuto darsi definizioni distintive e fondamenti che ne legittimassero lo status di disciplina tecnico-
scientifica, capace di integrarsi con le altre discipline e tecniche. La società moderna diviene,
utilizzando ancora le teorie durkeimiane, organicamente solidale. Questa organicità si compone di
una crescente differenziazione di funzioni complementari espresse, concretamente da forme
organizzate. Fra di esse sono riconoscibili le azioni e le organizzazioni di servizio sociale.
Nel suo affermarsi come disciplina, il s.s., ha subito fatto propria (e mantiene tuttora) la
particolarissima caratterizzazione di coniugare in modo immediato e compresente le relazioni
interpersonali e la dimensione [Link] quanto afferma Elisa Neve, tradizionalmente il
servizio sociale legge i problemi social in quanto generati e collocati nell’interazione tra persona e
ambiente. Questo approccio è presentato fin dalle origini con la citazione di una definizione del s.s.
di Mary Richmond del 1915 in cui si dice che la professione deve cooperare con le persone per
raggiungere il loro miglioramento insieme a quello delle società. Il carattere ‘sociale’ del social
work, fa si che la persona da ‘trattare’ nel servizio sociale non viene isolata dal suo contesto sociale,
né il suo contesto sociale puo essere trattato senza una sostanziale implicazione della persona
coautrice intenzionale di cambiamento. In tal modo, il servizio è ‘sociale’ non tanto xk serve la
società, è a lei funzionale nei processi di adattamento sistemico dei singoli soggetti (riadattamento,
reinserimento, riabilitazione). E’ sociale perché riconduce a dimensione sovraindividuale i problemi
e i bisogni delle singole persone, li ricolloca in un orizzonte di fronteggiamentocorresponsavile tra
individui, comunità e istituzioni sociali. Quindi anche all’interno dell’azione per il singolo, viene
sviluppato contestualmente un intervento sull’ambiente micro e macrosociale. Il lavoro
sull’ambiente viene realizzato dal soggetto stesso con il sostegno dell’operatore. Si tratta di un
lavoro tra personale e sociale, tra soggetto autodeterminato e vincoli\risorse istituzionali, tra
tensioni di autorealizzazione individuale e istanze sociali. Tale peculiarità disciplinare del social
work trova riflesso sin dai suoi albori, nella collocazione lavorativa di chi se ne è fatto
professionista. I social worker, infatti, non sono mai stati operatori solitari, liberi professionisti
disancorati da forme organizzative e istituzionali di servizi sociali. L’essere sociale di questo lavoro
ha sviluppato negli operatori la consapevolezza del valore della loro stessa appartenenza a precisi
contesti relazionali, sociali, istituzionali. Già a partire dalla metà dell’800, i pioneria.s. inglesi
prendevano le loro mosse dalle charity organisation societies o dal settlementmovement, cioè da
azioni collettive, condivise, organizzate. La loro evoluzione ha poi seguito le diverse forme e
articolazioni istituzionali che nelle diverse società moderna hanno attivato s.s., sino a oggi. In
ciascuna collocazione, comunque, il s.s. è sempre stato influenzato dalle politiche sociali che di
volta in volta e di uogo in luogo si sono espresse. Quindi è sociale la realtà di cui fanno esperienza,
pur soggettivamente, la persona o la famiglia che cercano risposte d’aiuto; è sociale la realtà dalla
quale l’operatore ‘professionista dell’aiuto’ esibisce le sue competenze e recita il suo ruolo; è soiale
l’effetto dell’intervento trasformativo che prende avvio dalla relazione che si instaura tra il social
worker e il suo utente. Dato che ciascuna delle relazioni di s.s. è permeata dalla dimensione sociale
(comunitaria, istituzionale, organizzativa).
Inoltre, la relazione di aiuto o di servizio che si sviluppa tra operatore e cittadino utente non nasce
in primo luogo come una relazione elettiva e fiduciaria tra il singolo professionista e il suo cliente,
ma si origina da un presupposto implicito, che precede l’incontro tra chi serve e chi è servito: la
credibilità dell’organizzazione dei servizi dalla quale e per la quale l’operatore sociale offre il
servizio; una credibilità che si trasferisce a chi opera, conferendo valore al suo esercizio di ruolo,
oppure al contrario, in caso di discredito dell’organizzazione, sottrendo prestigio a chi la
rappresenti nel suo lavore, foss’anche il migliore dei professionisti. Quando accade ai s.s., i singoli
cittadini vengono rassicurati dall’affidabilità degli individui specifici coinvolti che sono coinvolti. Essi
svolgono il ruolo di nodi d’accesso nel sistema dei servizi. Tale collocazione , simbolica e operativa,
attribuisce all’a.s. una funzione di raccordo tra il sistema istituzionale nel suo complesso e la
persona in carne e ossa che formula la richiesta specifica a un servizio. Si potrebbe muovere
l’osservazione che tale collocazione di nodo d’accesso al sistema delle prestazioni è riconoscibile
anche in altre discipline professionali d’aiuto. Ad es, il medico di medicina generale che nella sua
funzione di prima diagnosi e prescrizione terapeutica rappresenta il primo filtro d’accesso alle
prestazioni del sistema sanitario nazionale. Ma spesso in questo caso, non necessariamente quei
professionisti devono appartenere a precise organizzazioni, anzi, si tratta per lo + di liberi
profesionisti. Il loro compito prevalente è compiere un’efficace valutazione del particolare aspetto
problematico che ogni singola persona sottopone, per trattarlo specificatamente e
unilateralmente , cioè solamente dalla loro specifica angolatura disciplinare, fondendo
all’interessato le indicazioni operative o le prestazioni risolutive per il particolare aspetto trattato. Il
buon modo di operare di quei professionisti puo anche avere l’effetto + ampio di migliorare il
sistema delle prestazioni o approtare innovazioni positive nelle prassi d’aiuto, ma si tratta, se ciò
accade, di ‘effetti collaterali’ cioè che eccedono la funzione per cui l’azione è stata svolta. Assai
diversa, invece, è la posizione del s.s., il quale da una lato ha la funzione di cambiamento non solo
della condizione delle persone che pongono problemi da affrontare, ma dell’ntero contesto entro
cui tali problemi si generano; dall’altro lato sceglie un approccio ‘globale’ al benessere delle
persone, secondo il quale ogni singolo particolare aspetto problematico non puo essere
considerato separatamente dagli altri aspetti esistenziali, interni ed esterni al soggetto. Quindi
l’azione migliorativa deve investire al contempo piu campi di intervento, nell’esigenza di rispettare
sia l’unità dei soggetti sia la complessità dei problemi. Nella letteratura riferita al s.s., questa
catteristica si connota con riferimento alla multireferenzialità o alla trifocalità secondo cui il s.s.
sociale attenziona costantemente aperti 3 registri:
L’[Link] , nella sua azione professionale non assume solo la responsabilità nei confronti
della persona utente-cliente, ma anche competenza e responsabilità nei confronti
dell’ambiente sociale (relazionale e istituzionale) nel quale il suo interlocutore problematico fa
esperienza. Di quell’ambiente lo stesso a.s. fa parte, e dunque anche il suo assetto lavorativo e
di servizio rappresenta per lui al contempo uno strumento e un oggetto di lavoro. questa
doppia respnsabilità deve però spesso fare i conti con l’incontro problematico fra principi e i
valori propri di una comunità professionale e lemodalità contingenti in cui il servizio si
organizza.
Infine, possiamo osservare come la forte componente etica del lavoro sociale e
l’identificazione in un ruolo professionale tecnico specifico piu che in mansioni
amministrative portano molti a.s. ad avvertire un debole vincolo di appartenenza all’ente
per cui lavorano e alle sue istanze burocratiche, percepite quasi in competizione con i
problemi da risolvere, e a rivendicare constantemente maggiori risorse da impiegare e
maggiori gradi di autonomia. La variabilità delòesituazuoni da affrontare, l’emergenzialità
percepita, la difficile riconducibilità degli interventi entro prassi standardizzate mal si
conciliano con le esigenze di previsione e controllo proprie delle organizzazioni. Quindi si
tende ad una professionalità piu orizzontale (orientata verso la professione) che
verticalmente (verso la struttura gerarchica dell’organizzazione). Le occupazioni che
riescono maggiormente a conseguire questa struttura professionale orizzontale sono quelle
le cui attività sono caratterizzate dal piu alto grado di incertezza. L’esercizio dei cntrolli
gerarchici è difficile in queste circosta; i datori di lavoro che assicurano l’erogazone di
questi servizi devono affidarsi, devono dare molta autonomia ai professionisti. Bisogna però
notare che la percezione di impossibilità di controllo, rappresenta una minaccia alla
credibilità di questo lavoro sociale. In tal caso Collins suggerisce che, dovranno essere i
professionisti a impegnarsi collettivamente (istituzionalmente) a garantire il valore di
ciascuno di loro, cosicchè una sorta di organizzazione orizzontale intraprofessionale possa
esercitare il controllo e la funzione di legittimazione su ogni singolo professionista, che
altrimenti potrebbe essere messa in discussione da chiunque. Se questo non accade
adeguatamente, sostiene Collins, puo diffondersi una grande sfiducia nei confronti di questi
tecnici, sia tra i datori di lavoro sia tra i clienti che vi si affidano, impossibilitati a valutare la
bontà o meno dei loro esiti professionali. Anche la comunità professionale degli a.s.,
dunque, abbisogna a sua volta di una capacità organizzativa sovraordinata alle singole
organizzazioni dei servizi.
Lo scopo ultimo, l’outcome, è indicato dalla legge 328\2000, dalle leggi che le
Regioni hanno adottato successivamente nell’ambito della propria autonomia
prevista dalla Nuova Costituzione del 2001, dei vari Piani di zona dei comuni e da
piani di altri soggetti. In questi documenti si parla di qualità della vita, di pari
opportunità, di non discriminazione, di diritti di cittadinanza, di
prevenzione,eliminazione , riduzione delle condizioni di disabilità, bisogno, disagio
individuale e familiare derivanti da inadeguatezza di reddito, difficoltà sociali e
condizioni di non autonomia, di solidarietà soicale e di formazione professionale
degli operatori.
Lo studio delle organizzazioni comporta la rinuncia all’interpretazione della stessa unicamente come realtà
strutturale immodificabile e preesistente alle persone per assumere, invece, una prospettiva che ne
valorizzi l’aspetto processuale e l’effettiva influenza di coloro che quotidianamente ne interpretano le
norme, ne gestiscono le relazioni di potere costruendone il clima e la cultura organizzativa. Da un lato
dunque, la struttura organizzativa condiziona l’agire dei soggetti, dall’altro, i soggetti che interpretano
l’organizzazione quotidianamente la riproducono e la modificano. Dunque, in ogni organizzazione, anche
quella più burocratica , è presente un aspetto processuale che modella, con margine piu o meno ampio, la
forma.
- Hanno un livello di formalizzazione, “formali” perché l’aggregazione spontanea dei membri non è
una condizione sufficiente affinché sia socialmente riconosciuta ma. Richiesto un atto costitutivo
dotato di validità legale che ne stabilisca i fini istituzionali.
- Hanno una complessità della loro struttura: complessità intesa nel senso che la struttura delle
organizzazioni è complessa, costituita da diversi elementi che interagiscono tra loro, con
determinate regole e meccanismi di funzionamento dell’organizzazione
- Le organizzazioni mutano nel tempo perché sono sollecitate ad adattarsi alle novità dell’ambiente
circostante e perché la stessa crescita impone il passaggio a fasi successive.
≠ L’ISTITUZIONE, invece, si deve distinguere dall’organizzazione, anche se nel linguaggio comune vengono
utilizzate con lo stesso significato, ma non è così, non rappresentano uno stesso soggetto perché
l’istituzione è il risultato di una serie di norme FERME, che non mutano, che costitutiscono la “casa” delle
organizzazioni. Infatti è definita l’istituzione come una forma sociale di norme e regole socialmente
stabilite e riconosciute entro la quale si costituiscono le organizzazioni.
Anche il dibattito sul concetto di istituzione è estremamente ampio. Un’interessante proposta classificatoria
che racchiude i diversi approcci di studio alle istituzioni, li qualifica secondo 2 DIMENSIONI ANALITICHE: da
un lato l’assunzione di un punto di vista soggettivo oppure oggettivo dall’altro lato l’interpretazione
dell’istituzionalizzazione come proprietà oppure come processo. Dall’intersecarsi delle due dimensioni
considerate emergono 4 diverse concezioni dell’istituzione che trovano fondamento in diversi approcci
teorici:
Le istituzioni come vincoli all’azione: le istituzioni costituiscono le regole del gioco alle quali gli
attori devono attenersi nelle proprie interazioni sociali. Il limite evidenziato in questa concezione
riguarda, da un lato, il fatto che le istituzioni, pur vincolando l’azione, non la motivano,e, dall’altro,
la riflessione rispetto alla possibile diversità di intensità di vincolo posseduto da norme diverse
Le istituzioni come principi regolativi dell’azione: le istituzioni sono considerate in termini di
prescrizione e norma dei comportamenti attesi dai soggetti. I principi di condotta vengono definiti e
si cristallizzano in diverse ‘logiche istituzionali’ che sono presenti contemporaneamente nella
società e che permettono all’individuo di scegliere a quale tra esse conformarsi
Le istituzioni come modelli di comportamento validi e preesistenti: gli attori mettono in atto dei
comportamenti istituzionalizzati in quanto li ritengono validi per sé stessi, senza interrogarsi sulle
motivazioni che ne sono all’origine. questo approccio fa capo a Weber il quale appunto
sosteneva che una comunità aderisce a un determinato ordinamento e lo utilizza come guida
all’azione senza interrogarsi sul senso originario di quell’ordinamento
Le istituzioni come elementi costitutivi della realtà sociale: i soggetti agenti, secondo questa
prospettiva, pongono in atto i propri comportamenti orientandosi al rispetto di determinate regole
secondo un atto intenzionale, ovvero a seguito della scelta dell’individuo di auto vincolarsi ad una
determinata regola.
Questi diversi approcci teorici prendono in considerazione diverse dimensioni (strutturale,
cognitiva, giuridico-formale e prescrittiva) che possono essere compresenti e definiscono il
processo di istituzionalizzazione. L’intensità del processo di istituzionalizzazione è misurabile in
base all’accentuazione di ciascuna delle dimensioni individuate. QUINDI un’organizzazione è
fortemente istituzionalizzata quando è individuabile un alto livello di formalizzazione rispetto a
tutte le dimensioni considerate. Quindi quanto maggiore è il grado di istituzionalizzazione lungo
tutte e quattro le componenti, tanto più organizzazioni, procedure e modelli di comportamento e
relazioni sociali sono insensibili, impermeabili alle pressioni e ai mutamenti ambientali. Il livello di
istituzionalizzazione di un’organizzazione, dunque, ne influenza in particolar modo le possibilità
di permeabilità\impermeabilità alle pressioni e ai mutamenti ambientali.
Bisogna però sottolineare che le componenti dell’istituzionalizzazione analizzate sono indipendenti
le une dalle altre, infatti, all’alto livello di istituzionalizzazione di una di esse non automaticamente
corrisponde un altrettanto elevato livello delle altre.
PERMEABILITA’ ISTITUZIONALE:
- Logiche di azione sovrapponibili
- Bassa differenziazione dei comportamenti
- Basso grado di istituzionalizzazione lungo le quattro dimensioni
VS
IMPERMEABILITA’ ISTITUZIONALE
- Logiche di azione rigide
- Alto grado di istituzionalizzazione lungo le quattro dimensioni
METAFORA DI NORTH, studioso sociale che per definire i concetti di organizzazione e istituzione, trasse la
seguente metafora: disse che le istituzioni, considerando una partita sportiva, sono rappresentate dalle
regole del gioco; le organizzazioni, invece, sono i giocatori, che se vogliono vincere la partita, e quindi
percorre un processo di successo, devono utilizzare le regole del gioco (istituzione).
Es. l’università è un istituzione e un’organizzazione; l’istituzione università si identifica nelle nome e regole
che la disciplinano, disciplinano l suo funzionamento ≠ l’organizzazione all’interno dell’università è
riconoscibile nelle reciproche relazioni che intercorrono tra studenti, docenti, ecc. e quindi ciò muta,
cambia, si evolve, a differenze delle istituzioni che rimangono invariate e statiche.
Le organizzazioni si modellano e si strutturano in stretta relazione con i fattori ambientali che le circondano
e tendono all’isomorfismo (adeguamento) con essi, al fine di gestire tali relazioni. L’isomorfismo
istituzionale favorisce la sopravvivenza e il successo di un’organizzazione, infatti, la tendenza ad assorbire
norme ed elementi istituzionalizzati opera come elemento di protezione dell’organizzazione da possibili
attacchi esterni in quanto ne giustifica l’attività. QUINDI gli elementi che favoriscono il successo delle
organizzazioni sono fattori indipendenti dall’efficienza produttiva. Le organizzazioni che operano in
ambienti istituzionali molto elaborati e che riescono a diventare isomorfiche con questi ambienti (si
tratta cioè di organizzazioni che specchiano le caratteristiche ferme delle istituzioni) ottengono la
legittimità e le risorse per sopravvivere. L’entità dell’adesione a norme e regole proprie del contesto
istituzionale, che forniscono consenso e legittimazione sociale permettono sia l’accettazione di eventuali
insuccessi che il suo durare nel tempo.
Ci sono quindi diversi tipi di organizzazioni ed in particolare ne possiamo distinguere due: le organizzazioni
il cui successo dipende dalla gestione delle reti di relazione, e quelle invece, la cui riuscita dipende dalla
fiducia e dalla stabilità che sono in grado di ottenere dagli adattamenti isomorfici alle regole istituzionali.
Con riferimento al secondo tipo di organizzazioni,il rapporto tra organizzazione e istituzione e’ realmente
molto complesso. La forte istituzionalizzazione dell’organizzazione ne determina il suo perdurare nel
tempo, anche se manca efficienza ed efficacia; e questo causa forti incongruenze sia nei confronti dei
membri che dei fruitori di servizi ( degli utenti) che accedono ai servizi sociali.
Ambienti nei quali si manifesta una marcata presenza di elementi di tipo tecnico e strumentale
tendono ad alimentare la presenza di organizzazioni con sistemi di controllo piu complessi e
sviluppati.
Ambienti altamente istituzionalizzati favoriscono lo sviluppo di organizzazioni nelle quali è marcata
la separazione tra struttura formale e attività tecniche
Ambienti che richiedono un’alta istituzionalizzazione ma anche una forte presenza di elementi
tecnici alimentano, invece, il conflitto interno nelle organizzazioni: lo sviluppo di un complesso
sistema amministrativo fortemente aderente a norme e regole tende a scontrarsi con le esigenze
tecniche di efficacia ed efficienza.
Una forte presenza di elementi istituzionali in un ambiente può dunque favorire lo sviluppo di
diversi atteggiamenti da parte delle entità organizzative:
Tendenza a non controllare gli aspetti tecnici e conseguente orientamento a svincolarli
dalla propria struttura formale
Adattamento ai requisiti richiesti dagli agenti istituzionali (autorità pubbliche, esperti,
consulenti) che può riguardare le politiche scelte, il personale e la struttura organizzativa
adottata
Attuazione di percorsi valutativi che coinvolgono processi e procedure (cioe come
producono) piuttosto che i risultati raggiunti (cioè cosa producono).
IL POTERE
- Ha natura relazionale perche si esprime all’interno delle relazioni interpersonali. Esso sovverte i
comportamenti delle persone rispetto alle normali relazioni che, seguono invece lo schema
STIMOLO-REAZIONE. Mentre all’interno delle relazioni in cui vi è il potere, lo schema relazionale è
asimmetrico : SOGGETTO UP e SOGGETTO DOWN. , lo schema relazionale non è semplice e alla
pari, ma è uno schema in cui c’è l imposizione di una autorità e dall’altra c’è un obbedienza, una
soggezione a quella autorità. Il potere è quindi un elemento che corrode le relazioni tra le persone
determinando la fine ad es di stima, di amicizia, di vicinanza, di aiuto, affettivi. Quindi il potere
distrugge le relazioni umane quando viene esercitato in maniera continuativa e abusandone. Quindi
non è un singolo esercizio di potere in ambito relazionale che ne corrode il rapporto. Per aversi il
potere è necessario che venga utilizzato di continuo. E nonostante queste connotazioni molto forte,
il potere determina nei soggetti che lo subiscono, una SOGGEZIONE, OBBEDIENZA. Questo e’ quello
che ha culturalmente connotato l’esercizio del potere.
- Ha natura ambivalente: perché il potere è qualcosa di ambito da una parte ma dall’altra è qualcosa
anche di temuto;
Secondo Dahl, il potere è l’attività che mette in atto la persona A nei confronti della persona B che lo porta
a compiere una determinata azione, la quale non sarebbe stata messa in atto da B se non ci fosse stato
l’intervento di A. E infondo l’esercizio del potere è questo, ovvero in una relazione interpersonale fare in
modo che una persona B obbedisca ad un comando della persona A.
Weber offre una definizione del potere in termini di possibilità di specifici comandi di venire rispettati ( W si
esprime in termini di obbedienza) e ne distingue 3 tipi puri che si distinguono tra loro perché vedono il
potere come originato da 3 diversi fattori che lo legittimano:
- POTERE LEGALE: il potere legittimo deriva dalla ragione dalla razionalità (essere convinti che quella
persona è depositaria del potere legittimo e quindi si obbedisce a quel potere);
- POTERE TRADIZIONALE: quando poggia sulla credenza nel carattere sacro delle tradizioni valide da
sempre, e nella legittimità di coloro che sono chiamati a rivestire un’autorità;
- POTERE CARISMATICO: quando poggia sulla dedizione straordinaria al carattere sacro o alla forza
eroica o al valore esemplare di una persona, e degli orientamenti rivelati o creati da essa.
Chiaramente queste tripartizioni sono scolastiche, non bisogna pensarle come tripartizioni pure. Spesso
infatti, il potere non deriva mai da una sola di queste tripartizioni. L’esito del processo di legittimazione del
potere, indipendemente da quale sia la fonte da cui si origina, comporta in ogni caso la tendenza dei
soggetti a sospendere il proprio giudizio critico e a predisporsi all’obbedienza. La legittimazione del potere
in quanto forma di approvazione sociale sembra fornire una motivazione per i soggetti ad obbedire, sia che
questa legittimazione derivi dalla convinzione che norme e regole vadano rispettate in quanto si ha fiducia
che costituiscano il metodo corretto per governare il sistema sociale (autorità del tipo legale-razionale)
oppure perche tradizionalmente si è sempre fatto così (autorità tradizionale) o, ancora, perché la persona
dalla quale le norme provengono esercita un tale fascino e carisma che superano le convinzioni tradizionali
e suscitano l’obbedienza degli individui (autorità di tipo carismatico).
All’interno delle organizzazioni il potere è importantissimo perché chi ha l’autorità dell’esercizio legittimo
del potere deve utilizzarlo per dare la rotta all’organismo in cui è inserito. Il problema è che manifestazioni
di potere possono verificarsi anche senza la presenza di un’autorità legittima. problema del RUOLO . Ciò
accade soprattutto quando ci troviamo di fronte ad una valenza carismatica, il potere non è coincidente con
i ruoli: spesso in alcune circostante succede che vi sono altri, anche se non legittimati, ad avere più potere
di colui che riveste legittimamente un potere superiore. Ad es, chi ha grande competenza e preparazione,
viene spesso interpellato e ne viene riconosciuto un potere maggiore perché con competenza maggiore di
altri. Per cui l’esercizio del potere non è sempre connaturale al ruolo che ricopre il soggetto. Quindi si ha
un’autorità reale, e un’autorità percepita potremmo dire. (Perché ad es se all’interno di un ufficio di
servizio sociale, mi rivolgo all’apicale ma non ottengo nessuna risposta x la risoluzione del mio problema, è
ovvio che la volt successiva ci si rivolga ad altri colleghi che si ritiene abbiano una formazione e
preparazione tale da poter dare la risposta desiderata).
Infine, Barnard già nel 1938 evidenziò come ai fini del buon funzionamento dell’organizzazione sia
necessario soddisfare:
Micheal Crozier vede il potere come scambio di risorse\informazioni e, partendo da questa concezione, egli
attenziona la gestione di quello che egli definisce ‘margine di incertezza’. Egli sostiene che nelle relazioni
intraorganizzative, la parte che ha il controllo su risorse molto importanti per risolvere “l’incertezza” si
trova in una posizione di vantaggio, ha un grande potere rispetto all’altra parte. In particolare, emergono la
presenza e lo sviluppo di rapporti di potere paralleli nel contesto delle zone di incertezza che sono presenti
nelle organizzazioni burocratiche. Crozier a tal proposito scrive: ‘ gli individui o i gruppi che controllano una
fonte permanente di incertezza , dispongono di un certo potere su coloro la cui situazione potrebbe essere
pregiudicata da questa incertezza. La loro situazione strategica sarà inoltre tanto migliore e il potere che ne
deriva tanto più grande , quanto numerose saranno le fonti di incertezza. Quindi, in un sistema burocratico
in cui la gerarchia è chiara e la definizione dei compiti precisa, i poteri paralleli avranno l’importanza
maggiore’.
Per quanto riguarda l’efficacia del potere, Amitai Etzioni interpreta la disposzione all’obbedienza come una
variabile strategica per lo studio delle organizzazioni e distingue, nell’ambito delle relazioni di potere:
coloro che ne sono oggetto (o lo subiscono). Questi possono mettere in atto diversi atteggiamenti:
- alienativo: subiscono il potere contro la propria volontà, si manifesta nelle organizzazioni coercitive
(es. detenuti)
- calcolativo:rapporto fondato su rapporti economici, tipico di organizzazioni remunerative come le
imprese (es. dipendenti)
- impegnato: soggetti che condividono gli scopi e i valori espressi dall’organizzazione come le
organizzazioni culturali
coloro che detengono il potere
Il potere è un fenomeno che pervade tutti i livelli organizzativi ed è fortemente intrecciato con i
processi decisionali che quotidianamente vengono posti in atto. Che cosa si intende quando si parla
di dicesione e di processo decisionale? La decisione è il preludio all’azione, l’atto finale (a cui
potenzialmente possono partecipare diversi individui) di quel meccanismo di interazione che è
appunto il processo decisionale. Bisogna sottolineare che, i processi decisionali NON sono una
prerogativa delle alte sfere dirigenziali, infatti, avvengono con un maggiore o minore margine di
discrezionalità, a tutti ilivelli dell’organizzazione. I teorici dell’organizzazione che si sono
particolarmente interessati ai processi decisionali ( Crozier, Friedberg, Coeh) pongono in luce che
l’occuparsi di tale tematica significa guardare al grado di libertà che l’attore sociale possiede entro
una determinata organizzazione.
Le origini delle teorie decisionali nell’ambito delle organizzazioni risalgono al pensiero di Simon. Egli
si contrappone al pensiero economico classico (k riteneva che il soggetto decidesse in modo
razionale e fosse a conoscenza delle conseguenze delle proprie conseguenze) ritenendo invece che
il soggetto agisce secondo una razionalità limitata, tale per cui, non è possibile che l’attore sia a
conoscenza a priori di tutte le possibili alternative e delle relative conseguenze, e dunque le scelte
che esso compie non possono essere completamente razionali. L’individuo secondo Simon è
impossibilitato a prevedere tutte le conseguenze del suo agire ed è inoltre condizionato dalle
proprie convinzioni e credenze culturali, infatti, le scelte che esso compie non sempre perseguono il
criterio di massima efficienza quanto piuttosto quello di sufficienza.
Nell’ambito degli studi organizzativi, sono stati evidenziati diversi modelli di processo decisionale:
modello razionale nel caso in cui tra i soggetti decisori si manifesti un accordo nella
definizione di quale sia il problema da fronteggiare e sugli obiettivi che si perseguono, così
come sulle modalità per il fronteggiamento dei problemi e del raggiungimento degli
obiettivi. Si tratta di situazioni nelle quali fenomeni come ambiguità e incertezza sono
estremamente ridotti e che consentono l’attuazione di un processo decisionale
tendenzialmente lineare. Nel modello decisionale razionale abbiamo quindi: definizione del
problema—individuazione e valutazione delle alternative—scelta—attuazione
dell’alternativa scelta—verifica dei risultati;
modello per tentativi ed errori: è una tipologia di processo decisionale che ha luogo nel
momento in cui i soggetti decisori condividono gli obiettivi o la tipologia del problema da
risolvere ma non sono in accordo sulle modalità di raggiungimento di tali obiettivi o sulle
modalità di risoluzione del problema in esame. In tali situazioni, i soggetti decisori
procedono per tentativi, mediante decisioni, seppure di breve portata, che consentano loro
di individuare, tramite un continuo processo di prove ed errori, quale possa essere il
percorso piu adeguato;
modello della coalizione. E’ applicabile qualora gli obiettivi dell’organizzazione siano
molteplici o in contrasto tra loro. I soggetti decisori tendono, allora, a raggrupparsi entro
coalizioni di interesse che possano sostenere l’assunzione di decisioni piu favorevoli ai
componenti del gruppo. Dunque, gli scopi dell’organizzazione sono considerati il risultato di
processi di negoziazione frutto di compromessi. Decisioni immediate possono venire prese
solo tralasciando le aree di disaccordo. La ricerca dei decisori riguarderà soluzioni che
risultino valide nel conciliare i vari interessi in gioco piuttosto che una concreta risoluzione
dei problemi organizzativi. E’ l’unico modo per compiere azioni razionali in condizioni di
incertezza, infatti, non si tratta di un processo risolutivo dell’incertezza quanto piuttosto del
suo differimento nel tempo. Le decisioni seguono quindi criteri di quasi risoluzione.
Modello del garbage can ovvero del cestino d rifiuti. Questo modello è stato formulato da
Cohen, March, Olsen. Si tratta di un processo decisionale che può verificarsi in situazioni
nelle quali non si ha né accordo sugli obiettivi da raggiungere ne sui mezzi per raggiungerli.
Viene allora posto in atto un processo decisionale di tipo casuale, diametralmente opposto
ai principi del modello razionale in quanto gli obiettivi possono non essere definiti in
maniera precisa e le varie alternative nono conosciute a priori. Il processo decisionale ha
luogo mediante il confronto diretto e la libera espressione dei diversi soggetti dei propri
conflitti e preferenze. Gli indicatori utilizzabili per valutare le prestazioni del processo
decisionale secondo questo modello, sono stati riassunti da March:
- L’attività: ovvero la quantità di tempo nel quale si versa nel processo decisionale senza raggiungere
alcuna soluzione. E’ correlata al potenziale di conflittualità espresso di un’organizzazione in quanto
evidenzia la misura dell’insolubilità dei problemi
- La latenza: che consiste nel tempo che intercorre tra il riconoscimento dei problemi e la scelta
decisionale. Il periodo di latenza indica, in via approssimativa, la capacità di risposta del sistema e ,
a livello soggettivo, la misura entro la quale i soggetti sentono che i loro problemi vengono o meno
ignorati dall’organizzazione
- I tempi di decisione: costituiti dal periodo trascorso prima che le scelte vengano compiute. Sono
una misura dell’efficienza apparente del sistema nell’affrontare le questioni decisionali alle quali è
sottoposto.
Una struttura organizzativa ‘buona’ è quella che consente ai problemi di manifestarsi e di essere
risolti mediante una presa di decisioni veloce che riduce i tempi di latenza e conseguentemente di
esistenza dei problemi. Nel modello del cestino dei rifiuti, come ha sostenuto lo stesso March , non
è possibile ottenere miglioramenti simultanei nelle tre dimensioni.
Sappiamo che i processi decisionali sono strettamente connessi alla continua ricerca di modalità di
controllo e al perseguimento della massima razionalità possibile nelle situazioni di ambiguità e incertezza in
cui si trovano, in misura minore o maggiore, le organizzazioni.
L’incertezza si riferisce al dubbio e all’indecisione correlate alle info che si hanno. Quindi l’incertezza può
essere risolta con un aumento della qualità e\o quantità delle informazioni.
L’incertezza nelle organizzazioni può avere origine esterna o interna: si ha incertezza ambientale quando è
connesso alle relazioni dell’organizzazione con l’esterno e, incertezza operativa che riguarda invece la
quotidianità delle attività svolte all’interno dell’organizzazione.
Qualunque siano gli strumenti messi in atto per governare l’incertezza, un determinato livello della stessa
continuerà comunque ad essere presente. La risoluzione di un’area d’incertezza infatti, non comporta che
non ci si trovi in situazioni incerte, che si continueranno a verificare in quanto legate alla natura stessa
della realtà organizzativa e sociale.
Milliken definisce l’incertezza come l’incapacità percepita di un individuo a prevedere con esattezza
qualcosa. Egli ritiene che siano individuabili 3 tipi di incertezza, per affrontare ciascuno dei quali è
opportuno mettere in gioco abilità e competenze diversificate:
Incertezza di stato: nel caso in cui i soggetti sappiano in che modo cambiano le componenti
dell’ambiente
Incertezza di effetto: riguarda la non conoscenza dell’influenza nei confronti dell’organizzazione dei
mutamenti ambientali
Incertezza nella risposta: quando non sono conosciute le diverse possibilità di risposta
Si ha ambiguità in presenza di una pluralità di significati attribuiti allo stesso concetto, oggetto o direttiva.
Si tratta dunque di una situazione nella quale è possibile almeno una duplice interpretazione. Si riferisce
alla mancanza di chiarezza o di coerenza.
La risoluzione di situazioni ambigue all’interno delle organizzazione è molto complessa dato che l’aggiunta
di informazioni rischia solo di confondere ancor di più la situazione.
McCakey nel 1982 raccolse le principali situazioni ambigue presenti nelle organizzazioni. Si può avere:
Ambiguità nella natura del problema dato che spesso ogni problema si intreccia con degli altri. Ciò
comporta che raccogliere e categorizzare l’informazione diventa un problema. I dati possono essere
incompleti o di affidabilità dubbia. Inoltre, di conseguenza non avendo un’univoca definizione del
problema, ciò determina ambiguità nelle modalità di fronteggiare il problema.
Ambiguità data dall’assenza all’interno dell’organizzazione di criteri oggettivi. Cio comporta che i
professionisti si basino maggiormente su valori personali o\e professionali per dar senso alla
situazione. Questo puo provocare scontro fra i diversi valori.
Ambiguità data dal fatto che all’interno dell’organizzazione gli obiettivi possono essere confusi e
correlati a orientamenti valoriali contrastanti tra loro.
Ambiguità data dalla scarsa definizione dei ruoli che sono vaghi e che quindi comportano delle
responsabilità confuse.
2.3.1. credenze
La distinzione tra incertezza e ambiguità può essere paragonata alla differenza che intercorre tra ignoranza
e confusione. Spesso nelle organizzazioni si affrontano situazioni di ambiguità o di incertezza non
distinguendole chiaramente e quindi mettendo in atto strumenti non appropriati: maggiori informazioni in
situazioni ambigue che accentuano l’ambiguità, mentre i tentativi di ridurre l’incertezza (ignoranza)
mediante mezzi troppo ricchi che impediscono la costruzione di significati in quanto originano nuovi
interrogativi e quindi ulteriore dubbio e incertezza. Dunque prima di tutto, bisogna sapere distinguere le
situazioni ambigue da quelle incerte per poter porre in essere azioni appropriate al tipo di condizione nella
quale l’organizzazione si trova.
Un grande errore che spesso i soggetti decisori commettono nei processi decisionali organizzativi è quello
di attuare interpretazioni fondate su inferenze, non verificate empiricamente, che traggono dalle proprie
storie e dalle proprie esperienze. In tal modo si creano, si solidificano e si trasmettono ‘false credenze’.
- Consolidamento delle credenze: i soggetti decisori sono inclini a decodificare le nuove esperienze o
informazioni rendendole coerenti con le interpretazioni e le credenze precedentemente costituite;
- La certezza dell’evento: vengono accentuate le probabilità dell’evento che è realmente accaduto e,
contestualmente, si sottovalutano gli altri esiti possibili. La conseguenza è la costruzione di teorie
che trascurano una serie di opzioni derivanti dagli esiti possibili
- L’antropocentrismo: la costruzione di teorie interpretative da parte dei decisori attribuisce la storia
e gli eventi alla volontà e alle intenzioni dell’uomo.
Si ha ancora piu consapevolezza del fatto che l’incertezza sia un elemento costitutivo intrinseco al contesto
organizzativo se consideriamo l’organizzazione come insieme di soggetti, ciascuno con il proprio vissuto e
con le proprie modalità di interpretazione delle situazioni, delle relazioni, dell’autorità e del potere. Questo
comporta infatti l’impossibilità di definire in maniera univoca le questioni organizzative e, di conseguenza,
l’accettazione del fatto che all’interno delle organizzazioni l’incertezza c’è sempre. Questo però non
significa che l’organizzazione è un insieme di soggetti ognuno dei quali agisce secondo criteri propri non
collegati con l’agire degli altri, quanto piuttosto che bisogna interpretare l’ambiente intraorganizzativo
come un insieme unico e irripetibile di relazioni.
le organizzazioni, siano esse pubbliche o private, sembrano quindi sfuggire ad analisi rigorosamente
oggettive che possono essere incanalate entro criteri descrittivi e classificatori rigidi. Infatti, ogni proposta
classificatoria è connotata da una valenza idealtipica e che varie caratteristiche possono essere riscontrate
simultaneamente all’interno della stessa organizzazione.
Storicamente gli approcci teorici cosiddetti ‘morbidi’ alle organizzazioni nascono tra i ricercatori nella metà
degli anni 70. In questi anni tra gli studiosi si diffonde una generale sensazione di insoddisfazione per gli
approcci hard che ponevano molta enfasi su controlli numerici e su quantificazioni oggettive senza arrivare
a conoscenze particolarmente significative. Da queste considerazioni nasce un nuovo paradigma
organizzativo che prende spunto dagli studi compiuti nell’ambito dell’antropologia culturale e delle ricerche
etnografiche. Il nuovo filone di pensiero, incentrato sull’etnografia, sulla cultura organizzativa e sui processi
riflessivi all’interno delle organizzazioni, privilegia alle misurazioni e ai metodi quantitativi un approccio di
tipo qualitativo e utilizza metodi tipicamente etnografici come l’osservazione partecipante. L’affermarsi di
questa nuova visione è stata influenzata anche dalla generale tendenza delle imprese al passaggio da un
approccio rigido, di tipo burocratico-disciplinare, che prevedeva molte misure di controllo del personale,
all’utilizzo di strumenti normativi piu raffinati fondati sull’interiorizzazione di valori e scopi dell’impresa da
parte dei dipendenti. Come sostengono alcuni autori tra cui Battistelli, Bonazzi,Gagliardi,Morgan, la
concentrazione dell’attenzione sugli aspetti soft della realtà organizzativa è stata dovuta anche al
superamento dell’industria americana ad opera di quella giapponese. Quest’ultima notò come il successo
dell’industria non dipendeva da elementi organizzativi di tipo hard (superiorità tecnologica o strumentale)
quanto piuttosto a elementi di natura difficilmente misurabile, di matrice culturale e valoriale, incentrati
sullo sviluppo di riflessività e rappresentazioni sociali condivise da parte dei dipendenti. Nell’ambito degli
studi organizzativi qualificati come morbidi, si individuano approcci che interpretano la cultura
organizzativa come principale fonte di spiegazione e di decodifica dei fenomeni dell’organizzazione e
approcci che si concentrano sulla costruzione e il conferimento di senso da parte dei soggetti.
La cultura è stata considerata nell’ambito degli studi organizzativi secondo diverse prospettive. Morgan
individua nelle dimensioni valoriali, nelle credenze e nel senso comune le modalità di definizione di una
cultura. La cultura consiste quindi in un processo di costruzione della realtà che permette ai soggetti
l’interpretazione di azioni, oggetti, espressioni e situazioni secondo modalità particolari.
Il concetto di cultura è concepito negli studi sociologici come un concetto multidimensionale che coinvolge
gli aspetti soggetti (i modi di pensare dell’individuo, la sua personalità e i comportamenti manifesti),
oggettivi (la cultura che esiste oltre l’individuo in quanto modo d’essere collettivo ed eredità sociale),
funzioni di riduzione della complessità (in quanto fornisce gli strumenti per attribuire significati al contesto)
dimensioni cognitive e prescrittive (la cultura è uno strumento di regolazione dei rapporti tra i membri di
una collettività).
Gli studi organizzativi a orientamento culturalista hanno trovato rilievo nel pensiero di Edgar Schein. Egli
ritiene che lo studio di un’organizzazione può avvenire solo mediante l’analisi della cultura che la
caratterizza. La cultura viene considerata da Schein come chiave di lettura privilegiata di tutte le dinamiche
che avvengono nei contesti organizzativi. La cultura organizzativa deve essere analizzata considerando
diversi livelli di profondità:
1) Artefatti: insieme di elementi osservabili, maggiormente visibili e individuabili (l’architettura, gli uffici, il
gergo, l’abbigliamento)
3) Assunti taciti condivisi: convinzioni inconsce e date per scontate, percezioni, pensieri di base, sentimenti
(estrema fonte di valori e azioni). Essi costituiscono il nucleo della cultura organizzativa, il livello
fondamentale per cogliere l’essenza e comprendere l’anima dell’organizzazione e le profonde motivazioni
che guidano le azioni e le disposizioni dei soggetti. Se gli assunti di base non vengono individuati e
compresi, non si riusciranno a spiegare le ragioni sottese alle incongruenze che spesso si riscontrano tra
artefatti, valori dichiarati e comportamenti manifesti che si possono osservare nelle organizzazioni.
L’insieme di assunti taciti condivisi rende la vita prevedibile e contribuisce attivamente alla costruzione di
significati condivisi dal gruppo, su cui poggia il forte attaccamento ai propri schemi culturali di riferimento e
che puo originare atteggiamenti di resistenza e refrattarietà ai mutamenti.
Tutte le organizzazioni creano,sviluppano e mantengono nel tempo sistemi di culture che orientano e
guidano l’atteggiamento e le azioni dei membri che le compongono. Bisogna riuscire a decodificare questi
schemi cosi da comprendere la cultura su cui poggia l’organizzazione. Gli schemi culturali non seguono uno
sviluppo lineare che consentirebbe una loro chiara e precisa individuazione e misurazione (e
conseguentemente la possibilità di un maggiore controllo) mediante l’applicazione di indicatori numerici o
categorie nelle quali catalogare le culture, bensì presentano caratteristiche peculiari che ne costituiscono
l’unicità e che li differenziano da altri schemi sviluppati in organizzazioni diverse.
Una caratteristica importante della cultura riguarda l’aspetto intersoggettivo e relazionale: la cultura esiste
grazie all’interazione dei membri di un determinato gruppo per fronteggiare una serie di esigenze e di
problematiche originate sia all’interno sia all’esterno di una specifica organizzazione. Elemento
discriminante per considerare se un comportamento o un atteggiamento sia fondato su schemi culturali è
dunque la condivisione, altrimenti si avranno solo comportamenti o atteggiamenti dovuti ad abitudini
individuali. Nonostante ciò, le espressioni organizzative che si fondano su schemi culturali possono essere
interpretate individualmente e poste in atto secondo variazioni soggettive. Un’altra caratteristica degli
schemi culturali è la loro natura prevalentemente inconscia , si tratta infatti di un insieme di modelli
mentali che i membri dell’organizzazione considerano ovvi e scontati. Tali schemi inconsci hanno
un’importante funzione in quanto garantiscono un determinato livello di certezza.
L’organizzazione puo anche presentarsi come un insieme di subculture. Si puo assistere nella vita
dell’organizzazione a momenti nei quali si ha l’incontro di culture diverse, ad es. è ciò che avviene nel caso
della fusione tra 2 imprese. In tali situazioni possono instaurarsi dinamiche culturali con esiti riconducibili a
3 tipologie:
2) dominazione: una delle due culture prevale sull’altra e di conseguenza i membri della cultura dominata
devono orientarsi ad acquisire le caratteristiche della cultura del gruppo dominante
3) commistione: si ha l’integrazione tra le due culture. Sembra essere la situazione piu complessa da
realizzare, in quanto si rischia di giungere a modelli di integrazione puramente formali. L’organizzazione
‘nuova’, composta dal complesso risultante dall’unione di due organizzazioni, non ha una storia condivisa e
puo accadere che una delle due sottounità ponga in atto strumenti di difesa dovuti a sensazioni di
inferiorità o di frustrazione. Questo crea insoddisfazione generale, in grado di originare conseguenze anche
gravi per il funzionamento dell’impresa. Per evitare ciò non bisogna cadere in quelle che Schein definisce
trappole organizzative come: la presunzione di comprendere la cultura degli altri che comporta ad
esagerare il livello di comprensione reciproca; il convincimento che si svolga il proprio lavoro nel modo
giusto, che sono gli altri a sbagliare, con la conseguente produzione e sedimentazione di stereotipi
reciproci.
Il principale strumento che è possibile mettere in campo nel momento in cui due culture organizzative
devono unirsi entro la stessa organizzazione riguarda la creazione di spazi dialogici costruttivi così da
preparare un terreno fertile per un concreto incontro tra le due culture, per una comprensione culturale in
grado di superare gli aspetti superficiali e l’illusione della comprensione reciproca e trovare chiavi di lettura
per una decodifica culturale piu precisa e puntuale.
Una delle più evidenti manifestazioni di una cultura in un’organizzazione è il linguaggio comune che si
concretizza nella presenza di comuni modi di pensare e interpretare gli eventi. I nuovi dipendenti, che non
conoscono inizialmente tali modalità di pensiero né la quotidianità organizzativa del contesto entro il quale
si trovano, devono apprendere una quantità notevole di informazioni dalla cultura organizzativa di quel
determinato ambiente lavorativo: dai modi di vestire alle modalità appropriate di rivolgersi ai superiori fino
agli acronimi e al gergo utilizzati dai colleghi. L’apprendimento della cultura da parte dei nuovi dipendenti
avviene secondo il modello per tentativi ed errori. L’ingresso in una nuova organizzazione è un momento
particolarmente delicato infatti, un avvio insoddisfacente puo essere causa di scontentezza nella vita
lavorativa e originare uno scarso senso di appartenenza all’organizzazione.
L’assunzione di una prospettiva storica nella lettura di determinati atteggiamenti sedimentati all’interno
di un’organizzazione è molto interessante perché ha dei risvolti e determina degli approfondimenti. Questa
prospettiva è assumibile da due diverse angolature: quella collettiva, ovvero la storia dell’organizzazione e
degli eventi che ne hanno segnato la configurazione attuale, e la storia individuale, cioè il percorso
lavorativo del soggetto entro quel determinato contesto.
Dai primi momenti di operatività dell’organizzazione prende forma un ‘modello originario’, che scaturisce
dall’intreccio tra clima, struttura, cultura, potere e relazioni di scambio, che determina non solamente i
ruoli, ovvero ‘chi fa che cosa’, ma anche come vengono fatte le cose e perhè. Si definisce, nei momenti di
origine dell’organizzazione, una sorta di imprinting che tende a mantenersi nel tempo in quanto fulcro di un
sistema di coerenze entro le quali si compone l’agire organizzativo.
Atteggiamenti e comportamenti manifesti, così come il clima e gli elementi impalpabili possono essere colti,
sviluppando capacità di interpretazione storica e di metalettura che consentano di osservare
l’organizzazione da una posizione di profondità. Tutto ciò può consentire il superamento di interpretazioni
semplicistiche, utili a cogliere solo una piccola parte della complessità dei significati sottesi alle azioni e ai
comportamenti che si concretizzano nell’immediatezza del loro manifestarsi ‘qui e ora’ , a favore i una
rinnovata attenzione al percorso che ha portato alla costruzione di quella determinata realtà piuttosto che
alla realtà cosi come si presenta, ovvero all’esito di tale percorso. Rifacendosi al pensiero di Diamond, Gian
Pietro Quaglino ricorda come l’esame degli aspetti storici, e in particolare dei momenti critici della vita di
un’organizzazione, possa contribuire a comprendere le ‘strutture inconsce’ della vita organizzativa, in
analogia a quanto sostenuto dalle teorie psicoanalitiche per gli aspetti soggettivi.
A livello individuale, la propria storia entro l’organizzazione svolge un ruolo importante nella definizione
degli atteggiamenti e dei comportamenti che il soggetto assume nel presente. Quaglino concentra
l’attenzione sulle componenti soggettive coinvolte nell’ambito della pratica professionale, con riguardo
alla relazione tra bisogni individuali e gli obiettivi organizzativi. Le esperienze del soggetto, avvenute sia
all’interno sia all’esterno dell’organizzazione, favoriscono oppure ostacolano il raggiungimento degli
obiettivi organizzativi in quanto predispongono la persona a un determinato atteggiamento o
comportamento. In contesti organizzativi strutturati, in organizzazioni ‘anziane’, esperienze positive o
negative che l’individuo può avere sperimentato all’interno dell’ambiente lavorativo spesso vengono
trasmesse come vissuti, della stessa tonalità emotiva, sui quali si costruiscono vere e proprie leggende
metropolitane, tradizioni e modalità operative che rispecchiano un determinato atteggiamento verso
l’attività lavorativa, ma anche verso l’organizzazione. Le tradizioni trasmesse di generazione in generazione
contribuiscono attivamente alla costruzione della cultura organizzativa: la comprensione degli eventi storici
e la scoperta delle tradizioni su cui poggiano determinati sistemi di azione organizzativa possono quindi
favorire una piu completa e ampia interpretazione e comprensione dell’organizzazione e delle dinamiche
che la caratterizzano.
Weick sottolinea che qualsiasi tipo di immagine o di comportamento puo essere trasmesso come una
tradizione e che l’azione, può venire trasmessa se acquisisce un valore simbolico. Secondo l’autore, nella
costruzione di significati entro contesti organizzativi, le storie hanno diverse funzioni:
Sono un sostegno alla comprensione in quanto coniugano ciò che è conosciuto rispetto a un evento
con ciò che è ancora un livello ipotetico
Indicano nessi causali tra eventi
Contribuiscono alla costruzione di significati in quanto consentono il collegamento tra oggetti
assenti e presenti
Consentono la ricostruzione di eventi precedenti (funzione mnemotecnica)
Sono la base su cui viene costruito un database di esperienze che consente di trarre indicazioni su
come vanno e potrebbero andare le diverse situazioni
Sono strettamente connesse con le routine, nel senso che guidano l’azione prima che le routine
comportamentali si siano formate o, in presenza di routine consolidate, ne arricchiscono il valore
- Sociali : Facilità nelle interazioni con i colleghi. Luoghi di socializzazione. Riunioni e incontri
- Sicurezza : Assistenza sociale e sanitaria. Sicurezza del posto di lavoro. Possibilità di carriera
Nel contesto degli studi organizzativi, la teorizzazione di Maslow ha fornito spunto per alcune
riflessioni riferite in particolare alle organizzazioni burocratiche. Queste ultime, infatti, sono per
loro natura orientate a soddisfare i bisogni soggettivi prevalentemente tramite la renumerazione
monetaria o la garanzia della sicurezza del posto di lavoro, mantenendo però, in tal modo, il
soddisfacimento dei bisogni al livello piu basso nella scala dei bisogni (SONO QUELLI PRIMARI). Gli
studiosi organizzativi hanno acquisito la consapevolezza della necessità di ricercare condizioni in
grado di favorire la crescita personale e, contemporaneamente, lo sviluppo dell’organizzazione, e si
sono orientati alla ricerca di possibili modelli di integrazione dei bisogni dell’organizzazione con
quelli individuali.
Le teorie sui bisogni umani hanno posto attenzione anche sul fattore tempo: tendenzialmente i bisogni
dell’individuo mutano con il mutare dell’età e delle esperienze, in connessione a fattori temporali. Anche
nelle organizzazioni è così, infatti, il bisogno individuale dei membri dell’organizzazione puo dimanicamente
modificarsi nel corso della permanenza della persona entro l’organizzazione stessa. Uno dei principali
esponenti della scuola motivazionalista è Argyris che sottolinea il profondo divario tra le esigenze
dell’individuo e quelle delle organizzazioni formali. Questo divario può causare frustrazione individuale,
conflitto interno all’organizzazione oppure mediante atteggiamenti di evasione e fuga da parte del
soggetto. Uno strumento per affrontali tali rischi consiste nell’attuare una ridefinizione dei compiti
lavorativi non per via gerarchica quanto piuttosto mediante la costituzione di gruppi informali nell’ambito
di spazi interni autogestiti che contribuiscano ad aumentare il livello di soddisfazione individuale e,
conseguentemente, la qualità delle prestazioni lavorative dei membri dell’organizzazione.
La partecipazione attiva dei soggetti è l’elemento cardine per la costruzione di un’organizzazione efficiente
e competitiva. Tale partecipazione si fonda su ragioni motivazionali che possono spingere l’attore ad
assumere atteggiamenti e comportamenti verso una direzione piuttosto che verso l’altra. Con motivazione
si intende: tensione al risultato, propositività, determinazione, ambizione, mobilitazione intellettuale ed
emotiva, disponibilità a dare, farsi carico della fatica e a confrontarsi con situazioni di incertezza. Le
principali aree di sostegno alla motivazione riguardano la gestione (insieme composto da retribuzione,
rapporto tra tempo lavoro e tempo libero, grado di sicurezza del lavoro ecc) lo sviluppo (possibilità per il
soggetto di progredire nel corso della sua vita lavorativa), il ruolo (inerente ai contenuti dell’attività svolta)
e l’area delle relazioni (in particolare riguardante gli aspetti comunicativi e le relazioni con i colleghi e con i
superiori). La motivazione si configura, dunque, come elemento che puo essere costruito e definito
mediante una costante attenzione agli aspetti soggettivi e alle condizioni organizzative.
Nel suo lavoro sullo sviluppo motivazionale nelle organizzazioni, Quaglino distingue la motivazione al
lavoro, intesa come investimento nella realizzazione di specifiche prestazioni, dalla motivazione in
organizzazione ovvero l’investimento nella relazione tra persona e organizzazione. I due aspetti
coniugano i bisogni personali con gli scopi dell’organizzazione, esigenza che è imprescindibile per
qualunque organizzazione.
Vi sono però 2 dimensioni dei processi motivazionali in grado di complessificare tale operazione:
La complessità degli aspetti soggettivi nei contesti organizzativi è connessa con la percezione che il soggetto
ha dell’ambiente organizzativo. L’origine dell’attenzione agli aspetti dello ‘stare’ dell’individuo entro le
organizzazioni risale agli studi di Mayo e alla scuola delle Relazioni umane che valorizza l’importanza del
fattore umano e degli aspetti informali nell’organizzazione produttiva di matrice tayloristica.
Successivamente a tale scuola si sviluppò un approccio al lavoratore positivo, come soggetto attivo, per
giungere all’attenzione data oggi al benessere nelle organizzazioni. E’ difficile dare un’interpretazione
univoca dei fattori che conducono al benessere o malessere del soggetto nell’organizzazione. Nonostante
ciò sappiamo che entrambi i concetti hanno origine negli stessi elementi, infatti, si tratta di fattori che
potenzialmente sono in grado di condurre a situazioni di benessere organizzativo , ma, se non realizzati
positivamente, possono creare condizioni di malessere.
Avallone e Bonaretti hanno proposto la seguente definizione di benessere organizzativo: ‘l’insieme dei
nuclei culturali, dei processi e delle pratiche organizzative che animano la dinamica della convivenza nei
contesti di lavoro promuovendo, mantenendo e migliorando la qualità della vita e il grado di benessere
fisico, psicologico e sociale delle comunità lavorative’. Tale definizione di benessere organizzativo è stata
esplicitata durante una proposta operativa di individuare alcuni indicatori di benessere e di malessere
organizzativo nelle PA, tenendo però sempre bene a mente dell’unicità di ciascuna realtà organizzativa.
Il tema del miglioramento nelle organizzazioni molte volte prevede l'Impiego di strumenti e metodiche a cui
vengono riconosciute potenzialità di sviluppo Non provate nei confronti della cui applicazione si nutrono
aspettative di frequente deluse. La ricerca della miglioramento Infatti si ispira spesso a un'immagine di
organizzazione messa in discussione dalle più recenti teorie dell'organizzazione sicuramente inadeguata
rispetto alla natura di servizi alla persona.
Affrontare il tema del miglioramento, della qualità e dell'Innovazione delle organizzazioni comporta
invece affrontare il tema più generale dell'apprendimento. E’ questo infatti l'elemento fondamentale per
lo sviluppo di processi di miglioramento, giacchè migliorare implica la capacità di cambiare e di
apprendere. Non si può parlare di miglioramento organizzativo pazzesco se i cambiamenti introdotti e
nell'organizzazione, Sebbene positivi, non sono stati riconosciuti, non hanno sviluppato processi di
riflessione non si sono interiorizzati. Se non vanno cioè a sostituire assunti profondi ormai obsoleti con altri
nuovi è più coerenti. Interpretati come occasioni di scienze marketing, ossia come occasione di riflessione
su prassi e procedure che altrimenti verrebbero date per scontate. Ma non è solo l'introduzione Dì qualcosa
di nuovo a poter produrre cambiamenti. Molte potenzialità di cambiamento si annidano in quegli spazi di
incertezze di ambiguità, in quelle connessioni lasche che in precedenza si è visto caratterizzarlo in modo
consistente. I tentativi di negare o ridurre le ambiguità e il lasco delle organizzazioni però rischiano di dirle e
di inibire le loro possibilità di sperimentare di apprendere il lasco Infatti non deve essere eliminato ma
gestito come fonte di apprendimento il lasco è una risorsa per l'apprendimento consente di vedere
l'esperienza contraria e Lascia spazio per poter fare un passo indietro rispetto agli schemi dati per scontati
che definiscono i problemi e le soluzioni. Le organizzazioni di servizi alla persona per la complessità e
immaterialità dell'oggetto di lavoro, per l'indeterminazione delle tecnologie, per l'eterogeneità delle
competenze professionali impiegate sono organizzazioni caratterizzate da connessioni molto la schie.
L'azione organizzativa si sottrae alla logica unitaria è univoca per svilupparsi secondo logiche relativamente
incoerenti e indipendenti che connettono in modo lasco, con relazioni larghe irregolari tra mezzi e fini, tra
problemi e soluzioni, tra attori organizzativi.
Queste connessioni lasche, però, non provocano necessariamente disintegrazione, ma piuttosto una
coesione limitata che in quanto tale, Può risultare più flessibile è aperta al cambiamento.
Il primo passo da fare per introdurre processi di consiste quindi nell'accettare questo carattere di ambiguità
e di debolezza delle organizzazioni, in particolare di quelle di servizi alla persona. Quindi, la potenzialità di
cambiamento, è connaturata nell'organizzazione. Eppure, Nonostante questa sua connaturalità
all'organizzazione, il cambiamento risulta alquanto difficoltoso per le organizzazioni che manifestano una
forte tendenza all'inerzia. Diverse Sono le ragioni di questa inerzia:
- per una sorta di imprinting: l'organizzazione tende a riprodurre nel tempo gli assetti strutturali e culturali
che si è data nelle fasi di avvio perché garantiscono a tutte le dimensioni più rilevanti dell'agire
organizzativo una coerenza che è difficile mettere in discussione senza generare squilibri e conflittualità
interne;
- i processi di istituzionalizzazione tanto interni che esterni tendono a rafforzare lo status quo.
Nel capitolo 3, presentando il pensiero di Schein, si è visto che la cultura organizzativa rappresenta un'arma
a doppio taglio, in quanto costituisce un sistema di risposte cognitive vincolante che da un lato favorisce la
messa in atto di soluzioni efficaci ma dall'altro ostacola l'individuazione di risposte nuove, più coerenti ed
efficaci rispetto a condizioni che risultano alquanto mutate.
Secondo Minelli l'inerzia è qualcosa di molto diverso da una patologia ed esprime invece la naturale e
fisiologica ambivalenza di ogni organizzazione. Modo di essere necessario per qualsiasi organizzazione, che
utilizza proprio la rigidità e ripetitività del funzionamento come essenziale fattore di economia di risorse
nel Raggiungere uno scopo dato. Quindi è necessario avere consapevolezza di questa amiguita se si vuole
affrontare in modo realistico la prospettiva del cambiamento.
Il tema del cambiamento organizzativo è quindi alquanto complesso e richiede di essere affrontato senza
cadere in semplificazioni eccessivamente riduttiva e senza adottare approcci di tipo meccanicistico. Esiste
infatti un problema di gestione del cambiamento, e, prova ne é che l'elevato tasso di fallimento dei
progetti di innovazione e cambiamento nelle organizzazioni è dovuto non tanto alle caratteristiche delle
spinte esterne al cambiamento quanto a condizioni interne alle organizzazioni quali la difficoltà di integrare
i diversi apporti, la prevalenza di approcci settoriali, la confusione dei linguaggi e delle culture professionali
coinvolte, le incertezze nel comportamento dei leader. Spesso, infatti, le spinte al cambiamento avvengono
Sulla scorta di moda e indicazioni generiche, presentate come soluzioni efficaci e immediatamente
applicabili mentre in realtà sono estremamente distanti dalle reali e specifiche situazioni problematiche che
le organizzazioni si trovano ad affrontare.
Il cambiamento organizzativo invece è il processo che determina e monitora la trasformazione del "sistema
operativo" di un'organizzazione, ossia l'incontro di progetti e prescrizioni manageriali le pratiche effettive,
cioè i modelli di comportamento, dei membri dell'organizzazione. So, da un lato, esprime la progettazione
l'intenzione manageriale istituzionale così come sono tracciate nella struttura formale di un organizzazione
e, dall'altro, riflette l'uso che i membri dell'organizzazione hanno fatto di quella progettazione nelle loro
relazioni quotidiane, ossia i modelli di comportamento che i membri hanno adottato al fine di gestire e
affrontare concretamente creativamente le interdipendenze.
È un sistema operativo che comprende realmente la struttura formale e informale dell'organizzazione. In tal
senso rappresenta, quindi, sempre e simultaneamente una risorsa e un vincolo per la progettazione e
l'implementazione del cambiamento il cui successo Dipenderà sempre dalla capacità di incidere su tale
sistema, promuovendo l'apprendimento di nuove competenze capacità tanto cognitive quanto e relazionali
utili ed affrontare i compiti organizzativi in modo più efficace e soddisfacente.
Secondo Friedberg, il sistema operativo non è mai trasformato direttamente dalla progettazione contenuta
in un piano di cambiamento. Qualsiasi sia il suo contenuto, un progetto di cambiamento apre nuove
possibilità di azione, solo se, i membri dell'organizzazione accetteranno di adottare i cambiamenti proposti,
solo se essi avranno senso per loro.
Il successo di un processo di cambiamento dipenderà quindi dalla sua adeguatezza rispetto al sistema
operativo di un'organizzazione, dalla sua capacità di riconoscerne gli aspetti funzionali all'esito da
conseguire e di utilizzarli come risorsa. Tale successo però, essi avranno adeguate competenze politiche di
progettazione. Infatti, la progettazione e ancor più l'implementazione del cambiamento sono processi
altamente politici che necessitano di una buona comprensione del campo di forze, in vista di una
riconfigurazione.
La prospettiva assunta da Gui, invece, considera l'apprendimento organizzativo come una metafora che
consente di rappresentare l'organizzazione come un sistema apprendente, cioè che crea conoscenza, la
tratta, La trasforma e la istituzionalizza. Secondo questo approccio, quindi, bisogna mettere a fuoco i
processi sociali di interpretazione e costruzione della realtà che avvengono all'interno dell'organizzazione.
L'organizzare ha quindi carattere processuale e sociale; bisogna perciò abbandonare una rappresentazione
dell'apprendimento organizzativo come apprendimento o adattamento dell' organizzazione a condizioni
ambientali modificate, ma, deve assumere una concezione dinamica e sociale.
È quanto indica l'espressione learning in organizing che, respingendo ogni riferimento a un soggetto
collettivo che apprende in analogia a quanto fanno gli individui e misura l'apprendimento sulla base del
risultato che esso produce, sostiene, invece, che organizzare coincide con apprendere e che
nell'apprendere è implicato l'organizzare.
Tale espressione quindi supera le distinzioni tra conoscenza e azione e consolida l'idea che la conoscenza
scaturisca principalmente dall'azione e non dalla diffusione di informazioni o dall'insegnamento.
Pertanto, come afferma Nicolini, si ha una visione dell'apprendimento in una prospettiva sociale e non
cognitiva che, ci porta a considerare l'apprendimento come processo organizzativo, attività non disgiunta
dal lavorare e dall' innovare.
L'attenzione quindi viene posta non sulla conoscenza ma sul conoscere che si identifica con il saper usare
una conoscenza come uno strumento. È quanto sottolinea la visione dell' apprendimento basato sulla
pratica che, mantenendo una visione processuale dell'organizzazione, supera la distinzione tra soggetti che
apprendono nelle organizzazioni e apprendimento delle organizzazioni e, considera la conoscenza come
connessione in azione.
Articolo 5 costituzione: La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua
nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i
metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.
→ questo perchè si reputa che gli enti locali quali il comune siano i più vicini per rispondere ai bisogni dei
cittadini.
Percorso normativo:
ANNI '70: fase costituente regionale con l'emanazione di varie norme tra le quali la legge delega n
382/75 (legge che delega alcune funzioni statali alle regioni). Tra i decreti attuativi di questa legge
importantissimo è il DPR n 616/77: decentramento di funzioni regionali agli enti locali minori. Con questo
DPR i servizi sociali diventano di competenza del comune, così come le materie di assistenza e beneficenza
pubblica.
Legge regionale n 1/79 Sicilia: attribuzione ai comuni di funzioni amministrative regionali. Valorizzazione
del ruolo degli enti locali ai fini della programmazione, organizzazione e gestione dei servizi sociali e
sanitari.
ART 114: La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e
dallo Stato.
I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e
funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione. (…)
ART 117: vengono sancite le materie sulle quali lo Stato ha legislazione esclusiva (immigrazione, rapporti tra
Repubblica e confessioni religiose, difesa e forze armate ecc) e quelle di legislazione concorrente (rapporti
internazionali e con l'Unione europea delle Regioni; commercio con l'estero; tutela e sicurezza del lavoro;
istruzione, salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione
professionale; professioni; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all'innovazione per i settori
produttivi; tutela della salute ecc).
Al comma 5 si dice che: la potestà regolamentare spetta allo Stato nelle materie di legislazione esclusiva,
salva delega alle Regioni. La potestà regolamentare spetta alle Regioni in ogni altra materia. I Comuni, le
Province e le Città metropolitane hanno potestà regolamentare in ordine alla disciplina dell'organizzazione
e dello svolgimento delle funzioni loro attribuite.
ART 118: Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l'esercizio
unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi
di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza.
I Comuni, le Province e le Città metropolitane sono titolari di funzioni amministrative proprie e di quelle
conferite con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze. (...)
Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini,
singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di
sussidiarietà.
ART 119: I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata
e di spesa. I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno risorse autonome. Stabiliscono e
applicano tributi ed entrate propri, in armonia con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento
della finanza pubblica e del sistema tributario. Dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali
riferibile al loro territorio.
La legge dello Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore
capacità fiscale per abitante.
Conseguenze sostanziali delle norme sul decentramento: finalmente hanno sostituito la legge Crispi di fine
'800 che fino ad allora regolamentava l'assistenza. Si era resa infatti necessaria una riforma, di cui si parlava
già dagli anni '50. Visto che lo stato non provvedeva a riformare con una legge quadro il sistema
dell'assistenza molte regioni iniziarono a provvedere da sole.
In Sicilia questo fu fatto con la Legge n 22/86 “riordino dei servizi e delle attività socio-assistenziali in
Sicilia”. Mette al ribalto il comune come l'ente principale erogatore di prestazioni in risposta ai bisogni.
Inoltre, con l'art 5 di questa legge si istituisce il servizio sociale comunale.
Art 5 “Istituzione del servizio sociale”: I comuni, entro sei mesi dall'entrata in vigore della presente legge,
sono tenuti ad istituire nell'ambito della propria struttura organizzativa apposito ufficio per il servizio
sociale. Il suddetto ufficio, dotato di adeguati operatori, è preposto alla programmazione,
all'organizzazione, alla gestione ed al controllo degli interventi e servizi di carattere socioassistenziale di
competenza comunale. Predispone altresì un piano triennale, da adottarsi da parte del consiglio comunale.
Il servizio sociale svolge inoltre attività di informazione, di indagini e documentazione, dei problemi sociali e
dei servizi presenti nel territorio, anche per i collegamenti con le altre strutture o servizi comunali e con i
presìdi socio-sanitari esistenti nel territorio. I comuni con popolazione non superiore ai 10.000 abitanti
devono disporre, nei propri ruoli, di almeno un assistente sociale ogni 5.000 abitanti.
Vanno ora presi in considerazione gli enti locali dove l'attività degli a.s. è maggiormente rilevata. Ai sensi
dell'art 2 TUEL (testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali; del 2000) sono “enti locali i
comuni, le province, le città metropolitane, le comunità montane, le comunità isolane e le unioni di
comuni”.
Le province operano sostanzialmente per dare supporto alle funzioni programmatorie intermedie attribuite
a questi enti.
Il comune “ente locale che rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi e ne promuove lo
sviluppo” (art 3 TUEL), appare come il soggetto pubblico più importante.
Essi infatti sono titolari delle funzioni amministrative concernenti gli interventi sociali svolti a livello locale.
In tale ambito erogano servizi e prestazioni economiche e provvedono a programmare, progettare e
realizzare il sistema locale dei servizi sociali a rete, attraverso la concertazione delle risorse umane e
finanziarie locali, con il coinvolgimento di tutti gli altri soggetti pubblici e il Terzo settore.
Altre attività di competenza dei comuni sono l'autorizzazione, l'accreditamento e la vigilanza dei servizi
sociali e delle strutture a ciclo residenziale e semiresidenziale a gestione pubblica o privata. I comuni,
inoltre, concorrono alla programmazione regionale in materia di servizio sociale.
Detto questo bisogna tenere in considerazione che molti comuni differiscono tra loro enormemente per
territorio di competenza e per numero di abitanti di pertinenza. Di fronte a una tale varietà di situazione,
per sostenere e finanziare apparati amministrativi e organici di professionisti che siano quantitativamente e
qualitativamente adeguati ai bisogni della popolazione, soprattutto i piccoli comuni si affidano all'esercizio
associato delle funzioni sociali in ambiti territoriali, che, salvo eccezioni, coincidono con i distretti sanitari
già operanti per le prestazioni sanitari. A tal proposito il TUEL prevede alcune forme associative tra enti
locali quali convenzioni, consorzi, unioni di comuni e accordi di programma:
-Convenzione: forma di contratto mediante il quale due o piu enti gestiscono in maniera associata alcuni
servizi usando le strutture messe a disposizione da ciascuno di loro (degli enti partecipanti). Si definiscono
nel dettaglio le condizioni operative, gli obblighi dei contraenti, gli impegni finanziari, le risorse umane e
materiali messe in campo. Non è un nuovo soggetto politico.
-Unione di comuni: enti costituiti da due o più comuni, con territorio confinante, per la gestione congiunta
di varie funzioni di loro competenze (no singola funzione). Es. il distretto socio-sanitario. (La legge 328
incentiva i Comuni ad associarsi o consorziarsi per gestire i servizi sociali in ambiti territoriali adeguati).
-Consorzio: forma di contratto mediante il quale 2 o più enti provvedono alla gestione associata di uno o più
servizi. Ha un identità giuridica distinta da quella degli enti che lo costituiscono, ha un proprio bilancio e
propri organi.
In forma non associata invece i Comuni e le Province possono gestire i servizi pubblici nelle seguenti forme:
in economia; in concessione a terzi; tramite un'azienda speciale; a mezzo di istituzione; tramite titoli per
l’acquisto di servizi sociali da parte degli utenti; tramite una fondazione di partecipazione; tramite una
società per azioni (ne parla nell'altro libro).
A seconda delle dimensioni delle amministrazioni comunali (o delle loro forme associate) è possibile infine
trovare ulteriori distinzioni organizzative:
servizi decentrati “di primo livello” (ad es servizi sociali territoriali, servizi di base, distretto sociale
ecc.)
servizi “di secondo livello o specialistici” (servizi per anziani, minori, minori stranieri non
accompagnati ecc)
Il comparto pubblico della sanità è rappresentato dal Servizio sanitario nazionale istituito con la legge 833
del 1978, composto da enti e organi di diverso livello istituzionale che contribuiscono al raggiungimento
degli obbiettivi di tutela della salute della popolazione. Organi territoriali che fanno parte del SSN,
organizzato su un livello centrale e un livello regionale, sono le Aziende sanitarie locali (ASL o ASP) e le
Aziende ospedaliere.
Le specificità di ogni reparto ospedaliero vanno poi gestite con particolare attenzione anche con
riferimento agli aspetti organizzativi e interprofessionali.
Ogni ASL è un ente pubblico locale, precisamente un ente strumentale della regione, al quale
compete l'organizzazione finanziaria e gestionale delle prestazioni sanitarie.
Le prestazioni sociosanitarie (che anche gli a.s. erogano) sono attività atte a soddisfare, mediante
percorsi assistenziali integrati, bisogni di salute della persona che richiedono unitariamente
prestazioni sanitarie e azioni di protezione sociale in grado di garantire, anche nel lungo periodo, la
continuità tra le azioni di cura e quelle di riabilitazione. Tali prestazioni comprendono:
-Prestazioni sanitarie a rilevanza sociale, cioè le attività finalizzate alla promozione della salute, alla
prevenzione, individuazione, rimozione e contenimento di esiti degenerativi o invalidanti di
patologie;
-Prestazioni sociali a rilevanza sanitaria, cioè tutte le attività del sistema sociale che hanno
l'obbiettivo di supportare la persona in stato di bisogno, con problemi di disabilità o di
emarginazione condizionanti lo stato di salute.
Per concludere questa rassegna sulle principali forme organizzative pubbliche entro le quali lavora l'a.s.
rimangono da trattare le IPAB (istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza) e le aziende pubbliche di
servizi alla persona (APSP).
Le IPAB furono istituite nel 1890 dalla legge Crispi come “opere pie e ogni altro ente morale che abbia in
tutto o in parte per fine: a) di prestare assistenza ai poveri; b)di procurarne l'educazione, istruzione
avviamento al lavoro, o in qualsiasi altro modo il miglioramento morale ed economico.” Inizialmente di
natura privata, assunsero sempre più connotazioni di natura pubblica e spesso vi lavoravano anche
operatori sanitari e sociali quali a.s.
Ad oggi, anche su impulso del [Link]. 207 del 2001 Riordino del sistema delle istituzioni pubbliche di
assistenza e beneficienza le Regioni hanno imposto sostanzialmente alle IPAB la scelta tra 2 opzioni: la
depubblicizzazione (cioè la collocazione nell'ambito delle associazioni o delle fondazioni di diritto privato)
oppure la trasformazione in aziende pubbliche di servizi alla persona.
Essa, secondo il [Link] del 2001 “non ha fini di lucro, ha personalità giuridica di diritto pubblico, autonomia
statuaria, patrimoniale, contabile, gestionale e tecnica e opera con criteri imprenditoriali.
Le APSP non solo si stanno inserendo nel SISS con la partecipazione alla programmazione e alla gestione dei
servizi, concorrendo ad es alla definizione dei piani di zona, ma possono addirittura ad es essere delegati
dai comuni nella gestione associata di funzioni e servizi di pertinenza del settore sociale.
All'interno di queste istituzioni, gli a.s. si possono collocare variamente nei diversi ruoli di programmazione,
progettazione dei servizi, ma anche di rapporto diretto con l'utenza o di azione promozionale nei confronti
della popolazione.
5.6 Il terzo settore
Ora ci troviamo ad analizzare la sfera delle persone giuridiche private in cui lavorano gli a.s.
-associazioni riconosciute come persone giuridiche= il riconoscimento si ottiene con decreto del P.
della Rep o del P. della Regione di competenza o con decreto prefettizio. Il riconoscimento
attribuisce all'organizzazione collettiva la qualità di persona giuridica, ovvero di soggetto di diritti a
tutti gli effetti, distinto dalle persone che lo compongo. Le associazioni riconosciute sono soggette
alla registrazione in un apposito registro. L'atto costitutivo e lo statuto sono documenti che
regolano l'attività dell'associazione.
La fondazione invece “può essere definita come un'organizzazione di uomini e mezzi costituita per
atto di autonomia privata, destinata e vincolata al perseguimento di uno scopo altruistico o
superindividuale prestabilito dal fondatore”. Il riconoscimento non è un elemento costitutivo (non
fondamentale) della fondazione, ma necessario per l'attrivuzione alla fondazione di alcune
specifiche prerogative. Il procedimento per ottenere il riconoscimento è lo stesso delle associazioni.
Associazioni e fondazioni sono categorie giuridiche di riferimento per i soggetti rientranti nel Terzo settore
→ così denominato in quanto settore a sé distinto dal mercato e dallo stato.
Si può affermare che l'elemento caratterizzante del terzo settore è quello di essere composto da
organizzazioni a natura privatistica (non devono far parte del settore pubblico), senza scopo di lucro e il
cui statuto o atto costitutivo preveda espressamente lo svolgimento di un attività rivolta a uno scopo
pubblico.
Dentro il terzo settore possono essere presenti anche dipendenti retribuiti per particolari necessità, come
quando servono degli apporti specialistici.
Il sistema di welfare italiano si configura sempre più come un mix di componenti pubbliche e private nel
quale il terzo settore sta assumendo un'importanza crescente, anche grazie al sempre maggiore impiego al
suo interno di professionalità qualificate, tra le quali quelle dell'a.s. Il riconoscimento del nuovo ruolo del
Terzo settore è riconosciuto anche dalla legge 328 del 2000, in cui all'art 1 comma 4 si legge: “Gli enti locali,
le regioni e lo Stato, nell’ambito delle rispettive competenze, riconoscono e agevolano il ruolo degli
organismi non lucrativi di utilità sociale, degli organismi della cooperazione, delle associazioni e degli enti di
promozione sociale, delle fondazioni e degli enti di patronato, delle organizzazioni di volontariato, degli enti
riconosciuti delle confessioni religiose con le quali lo Stato ha stipulato patti, accordi o intese (sono tutti
organismi del terzo settore) operanti nel settore nella programmazione, nella organizzazione e nella
gestione del sistema integrato di interventi e servizi sociali.”
E al comma 5: “Alla gestione ed all’offerta dei servizi provvedono soggetti pubblici nonché, in qualità di
soggetti attivi nella progettazione e nella realizzazione concertata degli interventi, organismi del terzo
settore (tutta la pappardella sopra elencata) e soggetti privati. Il sistema integrato di interventi e servizi
sociali ha tra gli scopi anche la promozione della solidarietà sociale, con la valorizzazione delle iniziative
delle persone, dei nuclei familiari, delle forme di auto-aiuto e di reciprocità e della solidarietà organizzata.”
- le cooperative di tipo A si occupano della gestione dei servizi socio-sanitari ed educativi e che
possono comprendere soci volontari (raggruppando sostanzialmente le prime 2 tipologie sopra
indicate);
L'iscrizione all'albo regionale delle cooperative sociali rappresenta la condizione necessaria per la
stipula di convenzioni con enti pubblici.
Organismi non lucrativi di utilità sociale (ONLUS): associazioni, fondazioni e comitati operanti nel
non profit, cooperative ed altri enti a carattere privato, con o senza personalità giuridica, possono
assumere, ai fini fiscali, per diritto o per scelta, la qualifica di ONLUS, solo se sono in possesso dei
requisiti previsti dalla normativa e se svolgono esclusivamente con finalità di solidarietà sociale le
attività tassativamente indicate dall'art 10 [Link] 460 del 1997, ossia: a) lo svolgimento di attivita' in
uno o piu' dei seguenti settori: 1) assistenza sociale e socio-sanitaria; 2) assistenza sanitaria; 3)
beneficenza; 4) istruzione; 5) formazione; 6) sport dilettantistico; 7) tutela, promozione e
valorizzazione delle cose d'interesse artistico e storico 8) tutela e valorizzazione della natura e
dell'ambiente, con esclusione dell'attivita', esercitata abitualmente, di raccolta e riciclaggio dei
rifiuti urbani; 9) promozione della cultura e dell'arte; 10) tutela dei diritti civili; 11) ricerca scientifica
di particolare interesse sociale.
Nella gran parte dei casi, agli a.s. viene attribuita sia una funzione consulenziale e di supervisione
dei volontari, sia una funzione di strutturazione organizzativa e di formalizzazione operativa che
consenta di rapportarsi efficacemente alle istituzioni pubbliche, con il territorio e con le altre figure
professionali che trattano l'utenza e di raccordo con le famiglie.
(questo paragrafo si ferma a prima della riforma 2016 quindi vedi appunti lezione del 15 gen)
6.1. La burocrazia
La p.a. può essere considerata come l'organizzazione che ha pienamente incarnato, nel corso del tempo,
l'agire amministrativo come esercizio del potere legale che trova nell'apparato tecnico della burocrazia la
forma di espressione più adeguata.
Per avviare la riflessione sulla complessità della questione burocratica possiamo partire da Weber. Egli
distingue innanzitutto il concetto di potere, inteso come possibilità di trovare una disposizione a obbedire a
un determinato comando, dal concetto di potenza che indica invece la situazione di una relazione sociale
entro la quale si può far valere, anche in presenza di opposizione, la propria volontà.
Come si è già visto al cap 2 Weber individua 3 tipi di potere: legale, tradizionale e carismatico.
La burocrazia costituisce per Weber l'apparato amministrativo ideale che incarna la forma di potere legale-
raziononale.
Prima di procedere con la descrizione di tale apparato è opportuno sottolineare che tale forma ha natura
idealtipica. Il tipo ideale non potrà mai essere rintracciato in tutto empiricamente nella realtà, ma permette
di individuare delle costanti che agevolano l'interpretazionedella realtà.
Weber individua tre diverse specie di tipi ideali:
-la prima riguarda le individualità storiche, ovvero che si presentano una volta sola nella storia, come ad es.
il capitalismo;
-la seconda è costituita dai tipi ideale intermedi, riferiti a realtà storiche che si possono riscontrare più volte
ma non sempre, dei quali fanno parte i tipi di potere (legale razionale, tradizionale e carismatico);
-infine si individuano i tipi ideali universali, che riguardano l'agire umano in senso universale.
L'idealtipo della burocrazia è dunque un tipo di ideale intermedio, fondato su alcuni principi che ne
delineano i tratti salienti:
la competenza di autorità definite, che si traduce nella stabile suddivisione dei poteri e dei doveri di
ufficio e nell'espletamento dei compiti così suddivisi;
la gerarchia degli uffici: il sistema di sovra e subordinazione che governa l'esercizio delle diverse
funzioni è chiaramente individuato, così come l'attribuzione di funzioni di controllo e sorveglianza;
conservazione degli atti e dei documenti di ufficio;
la specializzazione e la competenza che caratterizza i funzionari;
l'esercizio dell'attività a tempo pieno da parte di chi vi è impiegato.
L'ufficio è una professione in quanto prevede un corso di studi determinato, l'assunzione mediante prove di
qualificazione e il rispetto del dovere di fedeltà d'ufficio in cambio di un lavoro a tempo pieno (“di un
esistenza assicurata”). In una burocrazia così delineata, vige ilprincipio dell'osservanza della regola: l'azione
amministrativa si fonda sul rispetto di regole e norme codificate e scritte, che si fondano su fonti di natura
giuridica o tecnica.
Si può dunque intere la burocrazia come una forma organizzata delle attività amministrative secondo
criteri orientati alla razionalità e all'efficienza funzionale.
Un'importante caratteristica della burocrazia è la forte resistenza nel tempo: “la sua impersonalità
comporta il fatto che l'apparato già esistente si trovi facilmente disposto a lavorare per chiunque abbia
saputo impadronirsi del potere nei suoi confronti. Un sistema di funzionari ordinati razionalmente continua,
quando il nemico occupa il territorio, a funzionare in modo inappuntabile nelle sue mani con il semplice
mutamento degli organi supremi”.
Clegg aggiunge al costrutto di Weber alcune variabili presenti in misura maggiore o minore nelle realtà
organizzative:
tendenza alla specializzazione, caratterizzata da specificità delle mansioni e dalla presenza di
personale formato per eseguirle;
tendenza all'autorizzazione dell'azione organizzativa (il personale è autorizzato ad agire con
autorità nell'ambito dei propri doveri);
tendenza alla gerarchizzazione;
tendenza alla contrattualizzazione delle relazioni organizzative;
tendenza alla credenzializzazione, che implica il possesso di credenziali formali che specificano le
capacità organizzative;
tendenza alla carrierizzazione, per diventare più “grandi” di altri;
tendenza alla stratificazione, che indica il processo di differenziazione negli status a seguito della
diversità di remunerazione e di ricompense attribuite alle diverse posizioni nella gerarchia;
tendenza a una specifica configurazione dell'autorità;
tendenza alla formalizzazione delle regole nelle organizzazioni;
tendenza alla standardizzazione (tramite ad es la conservazione degli archivi e la previsione di
modalità di accesso agli stessi mediante azioni standard);
tendenza alla centralizzazione;
tendenza alla legittimazione dell'azione organizzativa;
tendenza all'ufficializzazione dell'azione organizzativa;
tendenza alla spersonalizzazione.
Pur concordando con la necessità di non attingere acriticamente al modello weberiano, tenendo presente
che lo stesso è influenzato dallo storicismo tedesco, tale modello delinea comunque l'insieme di elementi
sui quali, storicamente, si sono fondate le imprese pubbliche, molti dei quali sembrano ancora essere
attuali (es la tendenza alla conservazione e l'enfatizzazione alla razionalità).
Negli anni la burocrazia è diventata sinonimo di inefficienza, di lentezza e di pesantezza amministrativa. Le
ambivalenze della burocrazia sono state oggetto, tra il 1940 e il 1960, di un'ulteriore serie di
studi. Merton si sofferma sul concetto di “incapacità addestrata”:
essa si riferisce a quelle azioni basate sull'addestramento e l'abilità tecnica, che anche se in passato
avevano dato esito positivo, possono risultare risposte inappropriate sotto mutate condizioni (incapacità di
adattarsi a nuove situazioni a causa di poca duttilità nell'agire).
Il processo che conduce all'incapacità addestrata prevede diversi passaggi: dal momenti che una burocrazia
efficiente comporta un “comportamento responsabile e stretta aderenza ai regolamenti”, è proprio questa
devozione ai regolamenti che implica la loro trasformazione in assoluti; così, “proprio le condizioni che
normalmente portano all'efficienza, in situazioni particolari e specifiche producono inefficienza”.
L'incapacità addestrata si origina dunque in fonti strutturali ossia dal fatto che la burocrazia necessita di
comportamenti rigidamente rispettosi delle norme che si traducono nell'assunzione degli stessi come
assoluti. Ne consegue incapacità di adattamento a situazioni non previste nelle norme generali, con un
risultato opposto a quello desiderato: l'inefficienza.
Spesso nella quotidianità amministrativa ciò si concretizza nel credere che un'azione che nel passato abbia
dato risultati positivi possa essere ripetuta in analoghe condizioni sostenendo lo stesso effetto positivo. Il
problema è che questa presunta correlazione non viene mai adeguatamente valutata/verificata. Da qui si
presentano nella quotidianità amministrativa risposte inefficaci, dovute appunto all'eccessiva applicazione
di schemi noti a situazioni mutate. → “incapacità addestrata” di adattarsi al mutamento.
6.2 Disciplina e competenza
Gli studi di Alvin Gouldner invece si soffermano in particolar modo sull'esigenza di distinguere, nell'ambito
delle burocrazie, traprincipio di disciplina e principio di competenza.
Le realtà organizzative fondate sulla disciplina pongono il soggetto innanzi al conflitto tra la propria
competenza e la necessità del rispetto dell'ordine gerarchico: in tali situazioni l'individuo tenderà
ad agire secondo il margine di autonomia che ha in base alle sue competenze specifiche e che però
può essere in conflitto con prescrizioni che derivano da posizioni gerarchiche superiori.
Ci sono poi realtà organizzative nelle quali la competenza può venire riconosciuta come
istituzionalmente superiore al principio di disciplina. Si tratta di situazioni nelle quali è presente e
necessaria una forte professionalità. Un es è la professione medica esercitata all'interno di una
struttura burocratica come quella ospedaliera.
L'autore propone dunque propone un modello di burocrazia almeno duplice: situazioni nelle quali vi siano
bassi contenuti professionali possono reggersi sul principio di disciplina; mentre realtà con contenuti
professionali più corposi dovrebbero reggersi su un principio di competenza.
I confini tra queste situazioni però sono labili, ad es l'a.s. è un professionista che esercita la propria attività
entro un contesto burocratico pubblico che non sempre può beneficiare dello stesso privilegio della
professione medica in ambito ospedaliero. Così lo spazio riservato all'autonomia risulta limitato alla
necessità di dover rispondere al principio di disciplina.
Gouldner individua allora 3 modelli normativi di burocrazia:
1. Burocrazia apparente: caratterizzata da un atteggiamento di indifferenza verso alcune norme che,
sebbene imposte, rimangono disattese da parte della generalità del personale, dirigenza inclusa;
2. Burocrazia rappresentativa: si costituisce laddove dirigenza e personale concordano sull'utilità di
aderire alle norme;
3. Burocrazia impositiva: vede l'imposizione delle norme dai vertici sui livelli inferiori,
indipendentemente dalla manifestazione della loro volontà.
Gouldner rilevò che questi tre modelli possono talvolta essere compresenti all'interno dello stesso contesto
organizzativo.
Crozier e Mintzberg mettono in discussione il presupposto di Weber che le organizzazioni orientate a uno
scopo assumano necessariamente una forma burocratica. Crozier lo fa attraverso l'analisi delle strategie dei
soggetti; Mintzberg tramite la pluralità di configurazioni verso le quali tendono le forme organizzative.
L'analisi di Crozier indirizza l'attenzione sugli aspetti soggettivi che si manifestano nell'ambito delle
burocrazie formali. Egli connota la burocrazia di valenze negative, indicando le organizzazioni burocratiche
come soggetti non in grado di correggere i propri errori che assimilano gli elementi disfunzionali fino a farli
diventare parti essenziali del proprio equilibrio.
4 sono gli aspetti della burocrazia osservati e analizzati da Crozier:
[Link] sviluppo delle norme impersonali;
[Link] centralizzazione delle decisioni;
3.l'isolamento di ciascuna categoria gerarchica;
[Link] sviluppo di rapporti di potere paralleli, nell'ambito di quelle che l'autore definisce “zone di incertezza”
(=aree di competenza esclusiva).
La caratteristica distintiva del sistema organizzativo burocratico è che i cattivi risultati derivanti dalla stessa
esistenza di questi quattro aspetti non fanno che rafforzare un intreccio di circoli viziosi di natura stabile.
Tale intrinseca stabilità rende i sistemi burocratici refrattari ai mutamenti: la rigidità (caratteristica della
burocrazia) rende impossibile l'adattamento alle trasformazioni e al contrario la reazione è una tendenziale
resistenza che, paradossalmente, acuisce la rigidità.
L'impossibilità del cambiamento è dunque una caratteristica intrinseca e strutturale del sistema,
diversamente dall'incapacità addestrata che viene indicata come una conseguenza inattesa nelle
organizzazioni burocratiche.
Nel contesto così delineato, il ruolo giocato dal personale che compone l'organizzazione assume notevole
rilevanza: le strategie messe in atto dai singoli per mantenere delle aree di competenza esclusiva (definite
come margini di incertezza) contribuiscono a creare la cultura dell'organizzazione. I membri possono
mettere in atto comportamenti ambigui e ambivalenti e presentare un andamento altalenante tra spinte
partecipative e tendenze difensive (in quanto è più facile restarsene zitti quando si parla di qualcosa a cui
non si è direttamente interessati/ di cui “non si è di competenza”, meno quando questa interessa
direttamente e riguarda la propria area di competenza).
6.3 Burocrazia e professione
Non si farà una trattazione completa delle configurazioni ma ci si soffermerà su quelle che sembrano meglio
descrivere la situazione organizzativa della professione di a.s. esercitata entro un contesto di p.a. In
quest'ottica sono interessanti le configurazioni denominate “burocrazia professionale” e “adhocrazia”.
La burocrazia professionale coniuga esigenze di stantardizzazione con necessità di decentramento
mediante il meccanismo di coordinamento definito come “standardizzazione delle capacità”.
Questa forma di burocrazia, tipica delle università, degli ospedali, negli enti di assistenza sociale ecc. è
basata sulle “capacità e sulle conoscenze dei professionisti del nucleo operativo e tutti producono beni o
servizi standard”.
Il nucleo operativo è l'elemento cardine attorno al quale ruota l'organizzazione ed è composto da
professionisti adeguatamente formati che presentano alti livelli di controllo sul proprio lavoro,
ossia agiscono in modo indipendente gli uni dagli altri e in stretto contatto con i clienti.
La standardizzazione riguarda soprattutto l'area delle capacità e delle conoscenze che, per quanto possano
essere standardizzate, sono comunque soggette a variabili personali. Infatti, la formazione di base è uguale
per tutti (università, tirocinio, esame di stato...), ma il professionista segue poi autonomamente un
processo di formazione continua e sviluppa nuove conoscenze e capacità.
In ogni caso l'organizzazione è burocratica perchè implica un coordinamento raggiungibile mediante
standard che predeterminano quanto deve essere fatto.
La differenza principale tra burocrazia meccanica e burocrazia professionale consiste proprio nel fatto che
tali standard vengono, per la prima, stabiliti dalla tecnostruttura, organismo interno all'organizzazione che
si occupa di determinare nel dettaglio quanto il nucleo operativo deve o dovrebbe fare, mentre, per la
seconda, vengono costruiti mediante processi formativi esterni all'organizzazione. Questo fa sì che venga
istituito un sistema basato sul potere della competenza: mentre la burocrazia meccanica si fonda
sull'autorità di natura gerarchica -il potere della posizione. la burocrazia professionale pone l'accento
sull'autorità di natura professionale -il potere della competenza-.
In sintesi, in questo tipo di configurazione non è possibile ricorrere a formalizzazioni in maniera elevata o a
rigidi sistemi di pianificazione e controllo.
Oltre al nucleo operativo vi è il nucleo amministrativo, ossia lo staff di supporto che si occupa del lavoro di
routine liberando i professionisti dell'occuparsi di incombenze formali in modo da utilizzare al meglio le loro
competenze.
La burocrazia professionale dunque descrive un'organizzazione molto decentrata sia nella dimensione
orizzontale sia in quella verticale. Il potere è detenuto in ampia misura dal gruppo dei professionisti,
ognuno dei quali tratta direttamente col cliente → per cui il controllo sull'operato viene effettuato
prevalentemente ad opera dei colleghi. Tale potere di cui gode il professionista deriva principalmente da:
la complessità dell'attività esercitata, che implica l'impossibilità di supervisione da parte dei
manager o di standardizzazione da parte di analisti;
l'elevata domanda dei servizi, che comporta una forte autonomia del professionista e la possibilità
per lo stesso di muoversi da un contesto lavorativo all'altro qualora sia necessario.
Inoltre, i professionisti entrano a fare parte di tali tipologie burocratiche a seguito di diverse motivazioni:
-la possibilità di condividere risorse;
-l'opportunità di apprendimento reciproco derivante dalla contemporanea presenza di più professionisti;
-l'eventualità di costruire equipe che possano fornire in maniera globale i servizi richiesti;
-la possibilità del passaggio di clienti da un professionista all'altro qualora ve ne fosse l'esigenza.
La struttura direzionale è di tipo democratico, dato il potere diffuso di cui godono i professionisti. Per il
personale amministrativo invece, il controllo da parte del vertice è o dovrebbe essere più marcato, per cui è
come se ci trovassimo di fronte ad una burocrazia meccanica entro una burocrazia professionale le quali
hanno diverse gerarchie direzionali.
Il professionista manager (coordinatore): svolge un ruolo importante ai confini dell'organizzazione,
gestendo la relazione tra i professionisti interni e i soggetti esterni (altre amministrazioni, associazioni ecc);
si occupa delle varianze interne all'organizzazione, ovvero della soluzione di questioni interne e conflitti di
competenza che possono originarsi nella gestione quotidiana; riveste un ruolo non ambito dagli altri
professionisti.
La difficoltà nella misurazione degli output rende difficile il raggiungimento del consenso sugli obbiettivi: x
tale ragione la strategia a livello ampio perde il suo significato a favore di altre tipologie strategiche. In
particolare, non si tratta di pianificazioni autonome da parte dei professionisti, quanto piuttosto del ruolo
giocato dalle associazioni di professionisti e dagli istituti esterni di formazione nell'indirizzare le strategie
dei singoli. (Cioè x mettersi d'accordo si ricorre a qualcuno che decide per tutti).
L'ambiente entro il quale si possono collocare le organizzazioni con configurazione di burocrazia
professionale sono caratterizzati contemporaneamente da complessità e stabilità.
Alcuni nodi critici individuati da Mintzberg in questo tipo di burocrazia, caratterizzata da un ambiente con
caratteri opposti sia di complessità che di stabilità:
problemi di coordinamento: il meccanismo di coordinamento individuato nella standardizzazione
delle capacità non pare in grado di fronteggiare le necessità che possono comparire in questo tipo
di burocrazia. Il coordinamento deve essere infatti realizzato a più livelli: tra i professionisti e lo
staff di supporto, tra professionisti stessi, tra professionisti e livelli direttivi;
problemi di discrezionalità: l'incertezza insita nelle mansioni dei singoli professionisti e la
discrezionalità loro attribuita comporta la difficoltà dei problemi dovuti a “incompetenza” (quando
professionisti non vogliono aggiornarsi) o scarsa coscienziosità dei singoli (quando sono poco
attenti alle esigenze dei clienti);
problemi di innovazione: la rigidità dell'organizzazione la rende poco adatta a produrre nuovi
standard.
Spesso i percorsi ideati per fronteggiare le criticità elencate possono rivelarsi altrettanto disfunzionali. Ad
es, il controllo esterno può portare ad una burocrazia meccanica e si può verificare una sorta di
deresponsabilizzazione dei professionisti a favore della struttura direzionale, situazione che non presenta
aspetti positivi per il cliente.
La configurazione che parallelamente alla burocrazia professionale può descrivere alcuni tratti organizzativi
del servizio sociale nella p.a. è quella dell'adhocrazia, che risponde alla necessità di innovazione e di
adattamento continuo conseguenti a mutate esigenze di contesto.
L'adhocrazia si presenta come una configurazione organizzativa strutturata e organica ma parallelamente
scarsamente formalizzata nel comportamento, con un'alta specializzazione delle mansioni e la presenza di
specialisti generalmente raggruppati in unità funzionali che operano in piccoli gruppi a progetto, non
standardizzata e flessibile.
Gli spetti comuni con la burocrazia professionale riguardano l'alta formazione degli specialisti, le cui attività
però non si fondano su modalità standardizzate ma flessibili, che consentano l'innovazione e l'utilizzo
sinergico e combinato delle diverse conoscenze a disposizione. Ne consegue che tutti devono collaborare.
Come per la burocrazia professionale, la configurazione dell'adhocrazia è decentrata ma i professionisti
sono presenti in TUTTA l'organizzazione e non prevalentemente nel nucleo operativo; ne consegue che
il potere è diffuso in modo più uniforme all'interno dell'organizzazione.
La strategia, più che venire formulata in modo preventivo ed esplicito, si costruisce per progetti, ossia si
costruisce durante il percorso decisionale che prende forma nelle situazioni concrete (no pianificazione
dell'azione).
L'ambiente entro il quale si possono collocare le organizzazioni con configurazione di adhocrazia presenta
contemporaneamente caratteristiche di dinamicità e complessità.
I nodi critici della configurazione analizzata riguardano anzitutto la tolleranza delle persone rispetto alla
fluidità, alla confusione e all'ambiguità che la caratterizzano e che possono portare a conflitti tra i membri.
Inoltre, dice Mintzberg che non si è in presenza di un'organizzazione efficiente: adatta per la realizzazione di
progetti singoli, ma inadeguata per l'attuazione di attività ordinarie. Tale inefficienza è dovuta agli alti costi
della comunicazione (tutti i soggetti devono interagire ed è difficile, quindi costoso xk richiede tempo,
trovare un punto comune) e allo scarso bilanciamento nei carichi di lavoro.
La configurazione adhocratica è soggetta a forti pressione che la spingono verso una burocratizzazione; il
confine tra le due configurazioni quindi non sembra essere delineato in modo netto → infatti, nelle
organizzazioni si manifestano esigenze profondamente diverse che possono richiedere la contemporanea
presenza di attività routinarie predeterminate e di elementi connotati da alti contenuti innovativi e creativi.
APPUNTI PROF SUL COORDINAMENTO:
Mintzberg individua 5 modalità di coordinamento, ciascuna delle quali presenta delle risorse e dei limiti:
spetta agli operatori e a chi gestisce il servizio riconoscere le situazioni in cui conviene adottare un sistema
piuttosto che un altro.
Adattamento reciproco (adhocrazia): si può usare sia nelle organizzazioni semplici che in quelle
complesse. Permette una notevole flessibilità all'organismo in quanto tutti sono indotti a cercare un
accordo con gli altri, adattandosi alle necessità mediante un processo di aggiustamento continuo.
Tuttavia, può funzionare solo quando la strategia non è in discussione, quando c'è accordo, fiducia,
chiarezza, divisione equa del lavoro → altrimenti il sistema salta. Questa forma di coordinamento è
poco costosa (in termini di tempo e discussioni) e da luogo ad un modello organizzativo diverso per
ogni nuovo problema che viene affrontato (modello ad hoc); per questo, le organizzazioni che
fanno un uso spiccato dell'adattamento reciproco sono anche chiamate “adhocratiche”. Non
appena però il gruppo non procede più all'unisono, bisogna passare ad altre modalità di
coordinamento (modello fragile).
Standardizzazione delle competenze (burocrazia professionale): questa forma di coordinamento si
realizza attivando un percorso che porta ogni operatore a interiorizzare lo stesso quadro
concettuale di riferimento, a pensare le cose nello stesso modo e ad impiegare le stesse metodiche
operative. In altre parole, gli operatori acquisiscono un unico stile professionale e in questo modo
garantiscono uno standard qualitativo omogeneo. Ciò permette loro di coordinarsi nel lavoro
perchè, raggiunto un certo livello di maturità, è facile intendersi sul modo ti procedere. La
formazione di base è lo strumento privilegiato per standardizzare le conoscenze degli operatori che
appartengono alla stessa professione, la formazione che si svolge durante il lavoro serve invece a
sviluppare competenze operative omogenee tra professioni diverse (formazione on the job, ossia
tramite l'operatività).
Nell'equipe non c' è competizione e si espande così un senso di facilità, di naturalità, ma anche un
può di noia. Come tutti gli strumenti interiorizzati, anche questo rischia di diventare meccanico e
scontato, nonché di togliere il piacere di crescere. Tuttavia questo potrebbe risolversi pensando ai
tanti stimoli che vi sono in un servizio, i quali possono affinare le conoscenze. I limiti altrimenti
potrebbero essere che se qualcosa non rientra nelle conoscenze-competenze acquisite le si deve
cercare fuori e che se non si ci adatta alla novità il servizio subisce una stagnazione.
P.S. : la professionalità sociale si è differenziata in questi anni seguendo 8 piste: l'età dell'utente
(giovani o anziani), il problema (disabilità, violenza subita ecc), il metodo (approccio sistemico,
comunitario ecc), il luogo o setting, la durata, l'intensità, il rapporto con le leggi (adozioni,
carcerazione ecc), il processo di lavoro (le varie fasi).
Standardizzazione del processo: gli operatori si mettono d'accordo su una sequenza da seguire e
cercano di adottare tutti le stesse procedure (seguono tutti una stessa sequenza procedurale).
Eventualmente, elaborano un protocollo di lavoro scritto come impegno reciproco, come memoria
da trasmettere ai nuovi operatori, come strumento di registrazione e verifica delle attività. Questa
forma è utile quando vari operatori ruotano all'interno della stessa funzione e si vuole garantire il
rispetto di un processo di lavoro / percorso standard (dove appunto per ogni attività è previsto cosa
fare e come farlo). I protocolli di lavoro codificano delle intese, non solo tra operatori, ma anche tra
altri servizi (es. protocolli per favorire un'intesa tra operatori psichiatrici e forze dell'ordine sui
criteri con cui intervenire nelle situazioni in cui una crisi mentale può evolvere in senso; o per
mettere d'accordo insegnanti e operatori dell'handicap sul modo di guidare l'inserimento scolastico
dei bambini disabili ecc). In questo modo non si litiga. I protocolli non sono stati imposti
dall'esterno, ma costruiti dagli operatori stessi mediante un lungo lavoro di confronto tecnico e di
merito sui problemi. I limiti sono che non è sempre possibile usare percorsi standard (es nei casi di
urgenza non pianificati); la repetivitità delle cose da fare non crea crescita professionale e può
annoiare; infine se c'è un errore nel processo salta tutto.
Supervisione diretta: è quella forma di coordinamento in cui c'è un coordinatore che dice di volta
in volta a ciascuno cosa fare e ne controlla personalmente l'esecuzione. Si usa di solito per lavori
che richiedano rapidità e destrezza ed è richiesto dagli stessi operatori quando si trovano ad
affrontare un problema nuovo, rischioso o che comporta responsabilità superiori a quelle affidate
in base all'inquadramento professionale formale. Più in generale, offre una copertura alle ansie più
o meno motivate, alle difficoltà e al rifiuto di operare in condizioni anomale.
In condizioni normali questo modo di procedere è rigido, occupa molto tempo e tende a instaurare
un clima burocratico e deprimente per l'autonomia professionale (proprio perchè c'è sempre uno
che dice cosa fare); priva gli operatori della capacità di crescita e li deresponsabilizza.
Standardizzazione dei risultati: gli operatori si mettono d'accordo su un risultato da raggiungere e
poi ciascuno è autonomo nella scelta del modo, del percorso e dei mezzi per ottenerlo. Nelle
politiche sociali questa idea del coordinamento è rappresentata in numerosi programmi e
interventi legislativi che si concentrano sulla definizione minuzionsa dei risultati auspicati (gli
obiettivi affidati all'intervento), mentre danno pochissime indicazioni sul modo per raggiungerli
(modalità organizzative, ripartizione delle risorse, metodi operativi). Un es ne è la legge 104 del
1992 (riforma per l'handicap): il dettato legislativo prescrive 47 diritti o servizi che devono essere
garantiti al disabile, demandando alle Regioni il compito di fare il resto. In questo modo lo Stato si
limita a esercitare un ruolo di indirizzo, indicando solo “cosa” va offerto ai cittadini, ma non il
“come”, lasciandolo decidere alle regioni.
In generale, tale forma di coordinamento funziona quando i soggetti a cui è chiesto il compito
hanno tutte le conoscenze e le risorse per svolgerlo, ma spesso non è così. Un aspetto positivo è
che se queste capacità sussistono, l'ente pubblico ottiene così un risparmio organizzativo: valuta
solo la qualità dei servizi resi, sfruttando le capacità gestionali del fornitore nell'ottimizzare le
risorse al proprio interno. Tuttavia questo costituisce anche un rischio dato che non sempre le
capacità gestionali ci sono. Infine, un secondo limite è che in generale risulta quasi ridicolo il
tentativo di coordinare, mediante la standardizzazione dei risultati, tutti quei cambiamenti nei quali
i protagonisti in campo non sono tutti ugualmente convinti della bontà del traguardo prefissato. In
questo stile di coordinamento non si prevede che possa esserci discordanza, nonostante questa si
una cosa che spesso si verifica.
NON è possibile usare sempre e solo un unico metodo di coordinamento.
(fine appunti sul coordinamento/configurazioni di Mintzberg)
Fra i vari mutamenti che stanno attraversando la nostra società, l’associazionismo si trova oggi a vivere una
sorta di piccola rivoluzione che agisce a livello sia di strutture e funzioni sia di singoli attori che
quotidianamente vivono questa realtà.
L’entrata in vigore della L 328\00, dando al Terzo settore la possibilità di divenire partner delle istituzioni
nella progettazione del welfare state, e l’introduzione del principio di sussidiarietà del nostro ordinamento,
nella sua doppia accezione verticale e orizzontale, hanno chiamato il mondo dell’associazionismo a
un’assunzione di responsabilità nella costruzione delle politiche sociali, assegnando loro il compito di
tradurre in proposte concrete le idee provenienti dalla società civile. Se prima, il Terzo settore, agiva
strettamente sul piano operativo, attraverso interventi basati sull’assistenza informale e la beneficienza,
ora si trovano nella posizione di dover esercitare funzioni di rappresentanza. Strumenti quali le convenzioni,
l’accreditamento, il lavoro per progetti e i Piani di zona, da un lato costituicono straordinarie opportunità
operative per intraprendere percorsi partecipati, dall’altro impongono al Terzo settore di farsi
rappresentate di una sfera di interessi che riguardano il benessere della collettività. A mutare quindi, è il
ruolo del terzo settore. Nonostante ciò vi sono dei rischi :
1) ESTERNALIZZAZIONI: quei processi in cui l’ente pubblico trova una via di maggior efficacia e minor
costo nella gestione dei propri servizi appaltando le prestazioni al privato sociale. Appare evidente
che le esternalizzazioni, al di là della logica del massimo ribasso de costi che sottende tali pratiche,
nulla hanno a che fare co9n la partecipazione civile, linfa vitare di un Terzo settore che possa
definirsi efficace ed efficiente. Svolgendo la funzione di mero erogatore di servizi, in supplenza o in
sostituzione dell’ente pubblico, il privato sociale rischia di perdere autonomia, di agire in via
subordinata rispetto al sistema delle prestazioni pubbliche. Per legittimarsi e non perdere di
credibilità, il Terzo settore deve evitare di ricalcare la medesima funzione dell’ente pubblico. Il
Terzo settoe ha il compito di enfatizzare i percorsi esistenziali di coloro che manifestano un
bisogno, di portare quel contributo di motivazione e creatività che solitamente la standardizzazione
dei servizi inibisce.
2) Un’altra problematica che va sottolineata è l’ECCESSIVA PROLIFERAZIONE DELLE REALTA’ DEL
TERZO SETTORE. Il moltiplicarsi delle realtà associative, sicuramente, testimonia un rinnovato
desiderio di partecipazione delle persone e va nella direzione indicata dall’introduzione della nostra
carta costituzionale del principio di sussidiarietà. Va detto, però, che tale pluralizzazione del non
profit può creare un senso di disorientamento presso il cittadino che vuole rivolgersi al mondo
associativo e può creare un’atomizzazione della funzione di rappresentanza del Terzo settore, con il
conseguente rischio che a essere rappresentati non siano gli interessi collettivi ma quelli settoriali.
Inoltre, un’eccessiva proliferazione dei soggetti può condurre alla supermarketizzazione di cui
parlavamo all’inizio, che altro non farebbe che riprodurre le dinamiche del profit.
Nessuno intende riproporre lo schema del neocorporativismo, quel sistema di welfare state
sperimentato nei paesi del Nord Europa in cui si assegnava a un numero limitato di grandi
associazioni il compito di rappresentare gli interessi collettivi. Ciò che si intende contrastare è
solamente che un’eccessiva frammentazione del Terzo settore può avere ome conseguenza la
dissipazione di quel patrimonio fatto di partecipazione, motivazione e cretività che rappresenta una
grande opportunità nella progettazione di uno stato sociale sostenibile, meno standardizzato e più
sensibile verso la persona.
Inoltre, come già detto inizialmente, i mutamenti in corso non stanno interessando solo le funzioni
e le strutture organizzative del Terzo settore, ma anche il ruolo dei singoli attori. L’introduzione nel
nostro ordinamento giuridico del principio di sussidiarietà, soprattutto in senso orizzontale , offre la
possibilità al singolo individuo-cittadino di partecipare autonomamente o in libera associazione con
altri individui-cittadini alla costruzione delle proprie sfere esistenziali. L’art. 118 Cost, affermando
nella sua parte finale che “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono
l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse
generale, sulla base del principio di sussidiarietà”, apre la strada verso nuovi spazi e nuove
dimensioni dell’essere individuo-cittadino.
Tradizionalmente la cittadinanza viene intesa come uno status,un insieme di diritti e doveri
derivanti dall’appartenere a una comunità, una sorta di patrimonio dell’individuo che muta la sua
configurazione in base all’attribuzione di nuovi diritti o all’imposizione di nuovi doveri. Ciò a cui si
sta assistendo oggi, invece, è uno spostamento del concetto di cittadinanza verso significati che
orientano sempre più in senso relazionale l’essere cittadino. Il principio di sussidiarietà ci fa
intravedere all’orizzonte la figura di un individuo che, oltre ad essere detentore di una serie di diritti
e doveri, può agire attivamente per modificare il suo status sulla base di un interesse generale. La
sfera dei diritti e dei doveri può venir modificata, ampliata, limitata o piu semplicemente attivata,
partendo dal basso, da quella rete di relazioni capace di esprimere bisogni, desideri, aspirazioni,
ansie e paure della comunità.
A tale proposito si usano spesso espressioni come ‘cittadinanza attiva’, Gui, ritiene che facendo un
eccessivo uso di queste espressioni si corra il rischio di evocare l’immagine di un ‘supercittadino’ , di
un cittadino di serie A che si differenzia da chi, decide di non partecipare a determinati processi. Nel
tentativo di evitare questo rischio, sembra più opportuno parlare di attivazione dei diritti di
cittadinanza, ponendo così l’accento sul rapporto fra individuo e diritti e il loro esercizio, sulle
modalità attraverso cui tale rapporto e tale esercizio possano perseguire un’idea di benessere che
veda emergere l’individuo nelle sue dimensioni di soggetto appartenente a una comunità e di
persona dall’intrinseco valore relazionale.
In conclusione, solo promuovendo una riflessione sulla persona e sul ruolo che essa deve avere
nella pluralità dei sistemi che compongono l’universo sociale si potranno affrontare le sfide della
seconda modernità, facendo emergere quei bisogni che oggi appaiono come un insieme confuso di
malesseri esistenziali ai quali da soli non si riesce a dare risposte.