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ORAZIO

Il documento riassume la vita e le opere del poeta latino Orazio. Descrive la sua biografia, le sue principali opere tra cui le Satire e le Odi, e fornisce dettagli sui contenuti, lo stile e i messaggi trasmessi. Vengono inoltre analizzati i modelli e le influenze letterarie di Orazio.

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ORAZIO

Il documento riassume la vita e le opere del poeta latino Orazio. Descrive la sua biografia, le sue principali opere tra cui le Satire e le Odi, e fornisce dettagli sui contenuti, lo stile e i messaggi trasmessi. Vengono inoltre analizzati i modelli e le influenze letterarie di Orazio.

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ORAZIO

LA VITA
Le notizie biografiche di Orazio si ritrovano nelle sue opere e da un Vita contenuta nel De poetis di
Svetonio. Egli nacque a Venosa nel 65 a. C., figlio di un liberto, arrivato a Roma come esattore delle aste
pubbliche, professione che non godeva di grande stima, ma che era comunque rispettata. Nonostante le
sue origini fossero umili, la condizione economica familiare gli permise di studiare regolarmente a Roma,
poi Atene, dove frequentò le scuole filosofiche. Smise di studiare a causa della guerra civile tra Bruto e
Cassio contro Antonio e Ottaviano, qui Orazio si schierò con i cesaricidi e combattè a Filippi nel 42 a. C.
come tribuno militare.
Nel 38 a. C. venne presentato a Mecenate da Virgilio e Vario, quando era già poeta, e dopo 9 mesi riuscì a
entrare nel circolo. Qui si dedicò esclusivamente alle opere letterarie e al legame con gli amici, in
particolare Virgilio (entrambi restarono scapoli). Orazio ricevette da Mecenate una villa e un podere in
Sicilia, dove lo scrittore poteva rilassarsi, distante dai problemi urbani che tanto lo occupavano; il legame
con Mecenate si accentuò e quasi tutte le opere successive sono a lui dedicate. Similmente a Virgilio,
scrisse per la propaganda augustea, in particolare le odi romane spiccarono tra tutti i componimenti. Per i
Ludi saeculares del 17 a. C. fu incaricato da Augusto della composizione di un inno agli dei protettori di
Roma, il cosiddetto Carmen saeculare, cantato da ventisette ragazzi e ventisette ragazze sul Palatino e
Campidoglio; pochi anni dopo gli inviò un’epistola poetica sollecitato dal princeps.
Tra il 41 e il 30 a. C. furono scritte le Satire, chiamate Sermones, e pubblicate tra il 35 e il 33, e gli Epòdi,
chiamati Iambi, pubblicati nel 30 a. C.
Orazio si occupò della poesia lirica con i primi tre libri delle Odi, pubblicate nel 23 a. C. e scritte nei 7 anni
precedenti; in seguito, nel 13 a. C., pubblicò il quarto libro. Contemporaneamente si dedicò alle Epistole,
con il I libro scritto tra il 23 e il 20, publicato nell’ultimo anno, il II libro costituito da due grandi epistole di
argomento letterarie, composte tra il 19 e il 13 a. C. La sua opera più lunga, l’Ars poetica, un’epistola
dedicata ai Pisoni, non contiene una data sicura: alcuni storici affermano sia il 20 a. C., altri il 15 e
qualcuno il 13 a. C.
Negli ultimi anni di vita la sua produzione fu quasi nulla, fino ad arrivare alla sua morte nel novembre
dell’8 a. C., due mesi dopo quella di Mecenate, vicino al quale fu sepolto.

Le Satire
Il genere satirico non era presente in Grecia, per cui Orazio fu in grado di dettare le “regole” del genere.
Nella quarta e decima satira del libro I e nella prima del libro II Orazio fornisce un pensiero per lo più
omogeneo sul genere trattato. Qui viene presentato Lucilio come inizio della letteratura latina satirica,
cercando di collegarla con la commedia greca, in particolare all’archaia, della quale cita i maggiori
esponenti: Eupoli, Cratìno e Aristofane.
Orazio sottolinea la differenza della metrica: egli usa l’esametro, mentre nella commedia non era
presente, ma trova l’abitudine ad attaccarsi sull’avversario direttamente un punto in comune; così viene
rappresentato Lucilio, costantemente pronto a deridere l’avversario. Un’altra caratteristica della satira è il
moralismo, ossia l’affronto di tematiche anche importanti e complesse con ironia e divertimento. Questi
tratti appartengono anche alla diàtriba, che influenzò infatti i componimenti di Orazio.
Con il moralismo la satira si distingue dalla commedia, poichè viene presentata l’impostazione soggettiva,
ovvero l’esposizione del giudizio dell’autore. Il precursore di questo è sempre Lucilio.
Orazio assume un atteggiamento molto umile nei confronti degli altri generi letterari, affermando la loro
superiorità e addirittura senza definirsi “poeta”.
In un suo verso Orazio accosta la satira al sermo, collegamento che rimanda alla commedia e che è
comune al pensiero di Lucilio, il quale aveva intitolato le sue opere sermones. La satira ripudia il linguaggio
eloquente, ma preferisce quello comune. Orazio si distacca da Lucilio con la scelta del labor limae,
presentando come lo stile che lo caratterizzava “scorresse fangoso”, fosse scarsamente curato e prolisso.
La produzione di Orazio risulta riservata ad una nicchia di persone, che consistono principalmente in
Mecenate, Virgilio, Vario, Asinio Pollione, Messalla Corvino e qualche altro letterato: si crea quindi una
poetica aristocratica prodotta solo per chi riesca a comprenderla.

I CARATTERI DELLE SATIRE ORAZIANE


Nelle Satire, l’impostazione personale non consiste solo nell’autobiografia, ma nella capacità del poeta di
esternare la sua personalità interiore per avere un campo di conclusioni maggiore. Il moralismo si
concentra sul comportamento, quindi l’attacco personale è indirizzato più ai vizi che al vizioso. Lo spirito è
apprezzato da Orazio e viene riconosciuto come elemento fondamentale sia per il moralsimo che per la
vista soggettiva, e serve fornire una rappresentazione ironica della realtà.
Le caratteristiche della sua satira sono quindi: intonazione personale, riflessione morale e gusto per
l’intrattenimento.
I contenuti dei suoi componimenti si dividono in due macrocategorie: satira “narrativa”, che consiste
nella descrizione a scopo intrattenitivo di un accaduto, e satira “discorsiva”, una sorta di meditationem
interiorem. Quest’ultima ha tratti comuni con la diatriba, come la tecnica della commistione di facezie e
argomenti seri, l’andamento da conversazione senza pretese, con interlocutore fittizio che fornisce l’inizio
alla battuta del poeta.

I CONTENUTI
Nel I libro sono presenti 10 satire, di cui 4 narrative e 6 discorsive; nelle 8 del II libro è presente un solo
monologo nella 6^ satira, tutte le altre sono sotto forma di dialogo, ma solo nella prima il poeta assume
un ruolo centrale, nelle altre si trova un soprassedimento di altri personaggi. Una maggiore vivacità nel
secondo libro è conferita dalla maggioranza di personaggi nei dialoghi.

IL MESSAGGIO
Nelle sue opere si trovano facilmente tracce dell’epicureismo, ammesse dal poeta, ma le ispirazioni non
derivano da una fonte sola e precisa, ma da concetti generali e diffusi, appartenenti a molte filosofie,
ossia i principi nati con gli antichi: metriòtes e autàrkeia.
➔ metriòtes (giusto mezzo): sancisce che la virtù è equa e consiste nell’equilibrio tra gli opposti.
Questo si riflette nelle fondamenta delle prime due satire, nel detto “c’è una misura in ogni cosa”.
➔ autàrkeia (autosufficienza): limitazione dei desideri per eliminare i fattori condizionatori esterni
che non fanno raggiungere la libertà interiore. Nelle Satire questo diventa un’invito all’umiltà e
costituisce le fondamenta per l’autobiografia della sesta satira del libro I.
Questi due fattori sono dunque le basi della riflessione oraziana, diretta verso la morale pratica e la
serenità, ossia la felicità. Questi argomenti sono presentati tramite il poeta satirico, nel quale Orazio si
rispecchia non come maestro, ma come ricercatore della verità per migliorarsi interiormente.
Vengono trattati altri temi raggruppati in 3 momenti della vita di Orazio: la fanciullezza e l’adolescenza,
con il rapporto con il padre; la fase del circolo, caratterizzata da amicizia, rispetto e libertà; la tranquillità
della vita quotidiana, con le azioni di ogni giorno.
Nel libro II, però, viene evidenziata la crisi del poeta satirico, che si ritira sullo sfondo degli eventi, senza
prendere posizione come personaggio importante e diventando talvolta elemento di osservazione per gli
altri personaggi. Qui Orazio utilizza una sorta di autoironia, senza collocarsi tra i protagonisti, ma tra i
personaggi secondari, ironizzando sulle sue manie di protagonismo che erano state esposte nel libro I.
LO STILE
Il lessico risulta basso per la scelta di unire il sermo cotidianus al linguaggio satirico, tanto che i testi
risultano ricchi di espressioni familiari e colloquiali; vengono evitati completamente i grecismi e il sermo
vulgaris. Si origina quindi uno stile medio, curato e urbano che contiene conversazioni fini ed eleganti, con
inserimenti culturali e ironici. In alcune satire “comanda” la brevitas, ossia una forma che tramite
l’autocontrollo riduce ciò che è superfluo e concentra i mezzi espressivi. Rientrano quindi gli studi per la
disposizione delle parole nelle frasi e per l’associazione di termini per creare nuovi effetti.

Le Odi

Sono tre libri pubblicati nel 23 a. C., ma scritti attorno al 30, e un quarto libro pubblicato nel 13 come
raccolta di alcuni componimenti. Esse non appartengono propriamente alla poesia lirica, ma si collocano
piuttosto nella tradizione letteraria greca, della quale accettano tutte le regole.
Nel prologo, rivolgendosi a Mecenate, Orazio si proclama lyricus vates, pregando la musa Pòlimnia, che
“non smette di toccare la lira di Lesbo”: così Orazio afferma di voler cantare la poesia lirica, come da
tradizione, e di voler prendere come esempio la produzione derivante dall’isola di Lesbo, con a capo
Alceo. Nelle Odi, però, si può notare anche un’altra fonte di ispirazione, ossia Pindaro; egli è visto dal
poeta come un punto irraggiungibile, tanto che afferma che chi vuole imitare Pindaro, cadrà come Icaro.
Nei versi seguenti a questa affermazioni vengono presentate due pensieri contrari, ossia la concezione di
una poesia ispirata e prodotta grazie ad uno straordinario talento, e quella di una poesia costruita con il
“sudore” e con la precisione. Orazio riconosce i propri limiti e riprende i principi del labor limae
adoperandosi nella cura delle api.

IL RAPPORTO CON I MODELLI


I modelli sono apputno Alceo e Saffo, punti di riferimento anche per la metrica, tanto che anche i carmi
più eloquenti sono scritti con strofe saffiche. Nonostante vengano dichiarati come modelli ufficiali solo
quelli arcaici, l’ispirazione ai testi ellenistici è impossibile da non vedere e anche documentato, poichè essi
fecero parte del gusto e dell’istruzione del poeta.
Attraverso i modelli arcaici l’intento di Orazio è quello di riportare in auge l’antico con una poesia antica
come prima via per il raggiungimento del nuovo.
Orazio scrive dei componimenti “allocutivi”, ovvero quasi mai essi sono monologhi interiori, ma sono
piuttosto indirizzati a destinatari che rendono lo scorrere dell’opera più agevole. Questa impostazione è
topica dei carmi, che si ritrovano in uno schema tradizionale, ossia ogni celebrazione o descrizione si
ritrova dentro uno schema già esistente.
Questo non significa che Orazio copiò elementi del passato, ma che lui volle intraprendere una carriera in
un panorama dove si poteva avere libvertà di scelta per un nuovo stile che rientrasse però nella
tradizione.
Tramite le tecniche dell’arte allusiva inserisce citazioni rielaborate di Alceo e Saffo, come nell’inizio
dell’Ode sulla vittoria di Ottaviano su Cleopatra, che ricorda un frammento di un carme scritto da Alceo
per la morte del suo nemico, il tiranno Mìrsilo, ma l’ode oraziana procede diversamente, riconoscendo la
grandezza di Cleopatra.

I CONTENUTI
Nonostante il grande numero di componimenti, si possono distinguere comunque dei filoni.
Il primo di questi è il filone erotico, comprendente molti carmi. Qui i carmi non formano una storia lunga,
ma sono distaccati l’uno dall’altro, dove la situazione prene il sopravvento sui personaggi. In questi
componimenti i personaggi femminili vivono al momento. Orazio si differenzia da Catullo poichè
quest’ultimo esaltava ogni sentimeno, mentre Orazio, sempre tramite l’ironia, si distacca dalle situazioni.
Il secondo filone è quello conviviale, o simposiaco, ovvero incentrato sulla cena romana, dove i temi sono
i preparativi del banchetto e i suoi accessori, ogni tanto con degli spunti erotici, gnomici e moraleggianti.
Il centro delle Odi diventa appunto la vena gnomico-simposiaca; tutti i carmi gnomici girano attorno alla
coscienza sull’incertezza del futuro e sulla brevità della vita. Lo svolgimento in positivo porta l’invito alla
sopportazione delle avversità, mentre lo svolgimento in negativo invita a godersi ogni attimo, consapevoli
dell’ineluttabilità della morte. Questo si riassume nel carpe diem, ossia la ricerca della felicità in ogni
tempo, con autocontrollo e moderazione.
Autarkeia e metriotes vengono ripresi anche nelle Odi, dove la metriotes diventa aurea mediocritas.
Il terzo filone è quello religioso, che era già presente nella tradizione lirica, e si adatta al poeta vates;
Orazio è consapevole che non può restare indifferente alla religione, per questo la tratta in ambito
poetico. Qui si notano inni e preghiere verso oggetti non comuni, come la lira o un’anfora di vino.
Fa eccezione il Carmen saeculare, un inno con destinazione ufficiale. Esso è scritto in strofe saffiche e fu
scritto per essere cantato da 27 fanciulle e 27 ragazzi l’ultimo giorno dei Ludi saeculares del 17 a. C.;
questo carme riporta in auge l’antico dove le virtù romane vengono onorate; si mescolano infatti temi
civili con temi religiosi, come la celebrazione di Roma e le invocazioni ad Apollo e Diana.
L’ultimo filone è quello della poesia civile, già presentato in Alceo, ma Orazio si differenzia perchè si
presenta come un osservatore della vita pubblica a Roma. Grazie al ruolo di vates egli assume una
posizione superiore rispetto ai cittadini, dando vita ad una lirica che spazia dal disprezzo per le guerre alla
celebrazione di Roma e del principe.
Questa lirica era apprezzata da Mecenate e Augusto, ma non era solamente autocelebrazione, ma anche
ammirazione verso il principe e le istituzioni vigenti. La tematica civile si concentra in particolare nei primi
6 carmi del libro III, le odi romane, dove si incontrano la glorificazione di Roma e Augusto, la condanna dei
vizi e l’esaltazione delle virtù. Queste esaltazioni si accentuano nel libro IV, in particolare per l’imperatore
e i generali; qui si nota l’influenza pindarica, facendo sfociare Orazio nell’enfasi.

LO STILE
La diversità dei filoni implica anche una differenza di stile, che parte da uno leggero per il filone erotico e
finisce con uno severo per quello politico. Tuttavia, il centro dello stilo oraziano è la disposizione delle
parole, in modo da valorizzarle il più possibile; segno distintivo sono le iuncturae, ossia le associazioni di
vocaboli. L’altra caratteristica, già presente nelle Satire, è la concentrazione degli argomenti, senza
descrizioni superflue o eccessive.

Le Epistole

Dieci anni dopo la pubblicazione del libro I delle Satire viene pubblicato il libro I delle Epistole e qualche
anno più tardi il II. Riprende l’utilizzo dell’esametro, ma introduce una nuova forma, l’epistola in versi.
L’epistola era già stata usata, ma la produzione di una silloge di lettere in versi era una novità.
Il fatto che ci sia un destinatario implica una selezione dei contenuti; la vena moralistica e soggettiva
rimane insieme alla tematica letteraria, ma con variazioni significative. Dal punto di vista della forma,
l’epistola obbliga l’uso dell’impostazione monologica sul dialogo e la riflessione etica si trasforma in un
immagine della lingua parlata. L’uso di favole e aneddoti viene mantenuto dalle Satire, ma la comicità
diventa più umorismo fine e leggero, con toni più alti e talvolta dela sottile malinconia. A causa dell’età,
come afferma Orazio stesso, egli non può più permettersi di scrivere odi di piacere e questo si riflette
nello stile che diventa più cauto e meno energico.
I CONTENUTI E IL MESSAGGIO
La produzione epistolare comprende lettere improvvise, come inviti a cena, richieste d’aiuto ad amici…
Sono frequenti i temi morali, sempre da un punto di vista soggettivo; il centro della riflessione è sempre la
“divina sapienza” che è posta come obiettivo per ogni uomo per un miglioramento interiore.
Nel libro I Orazio attraversa un cambiamento di vita, intraprende un autocritica e scrive di non essere
soddisfatto di se stesso; da questa delusione parte per la ricerca della “divina sapienza”.
Nell’affermazione che Orazio definisce nel libro I si può notare l’epicureismo alla base, infatti Orazio si
definisce un “maiale del branco di Epicuro”, riferendosi alla filosofia epicurea in senso edonistico; si
trovano difatti teorie epicuree, come il làthe biòsas.
Ci sono anche spunti stoici, ma il centro rimane la divisione tra autarkeia e metriotes, insieme alla
consapevolezza della morte e il carpe diem, tipico delle Odi.
Si trova una nota di inquietudine nel libro I che si ritrova nelle caratteristiche del poeta, tanto che egli
vorrebbe qualche volta restare solo. Orazio scrive di avere momenti in cui assume il tipico atteggiamento
epicureo, e momenti in cui riconosce di vivere in modo macabro e non sufficiente, che gli impedisce di
raggiungere il bene.
Nell’ambiente sociale ha il dominio la metriotes, che lo invita a sfruttare le occasioni e aggraziarsi i
potenti, mentre nel personale domina l’autarkeia, che lo porta a vivere secondo l’autosufficienza, che gli
causa uno stimolo di indipendenza.
Queste opposizioni creano un’insofferenza nella vita di Orazio, tanto da affrontare direttamente
Mecenate nell’ I, 7 che gli chiedeva di avere la sua compagnia. Questa malinconia viene proiettata sulla
società di Roma, insoddisfata e delusa.
Per riassumere, quindi, nel libro I si ha un campo molto ampio dove la riflessione è attaccata a continue
oscillazioni e insofferenze.
Nel libro II, di 2 epistole, domina la tematica letteraria letteraria, già presenta nell’epistola 19, I, dove
viene difesa l’opera dalle polemiche presenti sulle Odi.
Nella prima epistola Orazio si rivolge ad Augusto, domandandosi che fosse superiore tra poeti moderni o
antichi, sostenendo la poesia antica come primordiale e troppo simile a quella greca, quindi, vengono
proclamati i moderni come migliori perchè eccelsi e raffinati.
Nel libro II è dedicata a Giulio Floro, dove Orazio si scusa con l’amico per essere stato pigro, deludente per
la sua vena poetica e noioso per la riflessione filosofica; tuttavia, la parte centrale della lettera si propone
di esporre le idee sulla scelta delle parole.

L’ARS POETICA
L’Epistula ad Pisones fu molto osservata nei tempi successivi, in particolare nella poesia classicistica del
‘700. Qui sono esposti argomenti di poetica ai figli di Pisone, parlando prima della differenza tra
contenuti ed elaborazione formale e poi con la definizione del poeta perfetto. Orazio si lega alla tragedia
grazie alla tradizione aristotelica secondo la quale l’arte è imitazione, per cui i generi teatrali sono i
migliori della poesia, come pensava il principe del teatro. Così si uniscono il bisogno della perfezione
formale e della elaborazione caratteristiche dell’estetica callimachea, comuni anche alla poetica oraziana,
come nei versi in cui teorizza la callida iunctura, secondo la quale un’espressione sarà corretta se
“un’accorta associazione avrà reso nuova la parola usuale”. Vengono enunciati dal poeta anche due
principi estetici molto importanti: la poesia è frutto dell’ingenium e dell’ars e il poeta è migliore se si rifà
al motto: miscere utile dulci, ossia dilettando e insieme ammaestrando il lettore.
TESTI

ODE 1,1: A ciascuno il suo sogno


Questo carmen è il proemiale e contiene la scelta di Orazio di una vita dedicata interamente alla poesia.
Presenta la contrapposizione tra la propria scelta e quella di altri generi di vita, schematizzati in
corrispondenza agli obiettivi: gloria, onori, piacere e ricchezza; però il poeta non condanna né esclude
scelte esistenziali diverse dalla sua. Si inserisce in una diatriba fra filosofi e poeti: secondo i filosofi il
problema era affrontato nell’ottica della vita migliore da dover realizzare, mentre per i poeti bisognava
ricerca la cosa più bella.
L’intento di Orazio è di unire questi due aspetti e proporre una poesia dotta, al contrario dei neoteroi che
parlavano di nugae. Orazio scrive che la poesia deve essere il premio fatto di edera delle fronti dotte, deve
essere perfetta sotto il profilo artistico, con lo scopo di dare spazio a ciò che è sommamente bello e
buono. Quest’ode è strutturata secondo il lucidus ordo, ossia uno schema geometrico perfetto.
https://doc.studenti.it/appunti/latino/orazio-ode-libro.html

ODE 1, 9: Paesaggio invernale


In questo carme all’interno delle sue Odi Orazio tratteggia inizialmente un paesaggio invernale di
campagna, immobile per il gelo, cui poi contrappone, nella seconda strofe, lo spazio chiuso del simposio,
reso vivo dal calore del focolare e del vino, nonché dai movimenti di Taliarco, destinatario dal “nome
parlante” che indica il re del banchetto (dal greco talìa, “festa” e àrcho, “guidare”). Nelle strofe successive
il poeta si sposta dal piano concreto del simposio a quello astratto, riflette sul significato simbolico
dell’inverno - emblema della tristezza e della vecchiaia - e fa proprio l’insegnamento epicureo a non
rimandare a un domani incerto i piaceri della giovinezza. Non a caso nell’ultima strofe il lettore è
accompagnato di nuovo all’aperto, tra le piazza e i portici della città, dove gli innamorati si danno
appuntamento.
https://library.weschool.com/lezione/quinto-orazio-flacco-odi-vides-ut-alta-traduzione-metrica-quid-sit-fu
turum-cras-fuge-quaerere-15056.html

ODE 1, 37: La morte di clopatra


Giunta a Roma la notizia della morte di Cleopatra (30 a.C), Orazio compose quest'ode per manifestare la
propria esultanza e celebrare la definitiva vittoria sulla regina dell'Oriente che, insieme ad Antonio, aveva
osato minacciare la recente stabilità raggiunta dall'impero. All'inizio il poeta incita alla gioia per la lieta
notizia; fa seguire quindi l'esaltazione per le gesta di Ottaviano, che sconfigge la nemica e fulmineamente
la insegue. Poi però tributa un omaggio pensoso alla regina vinta ma non doma: Cleopatra, infatti,
preferisce darsi la morte di propria mano, piuttosto che cadere nelle mani del vincitore.
https://inostritempisupplementari.files.wordpress.com/2016/10/orazio-odi-i-37.pdf

ODE 1, 30: Orgoglio di poeta


Il nucleo centrale dell’ode è naturalmente l’orgogliosa rivendicazione di aver introdotto per primo a Roma
i modi tipici della lirica greca. Questa affermazione, pur amplificata dal tema del primus ego, molto caro
agli antichi, è tuttavia condivisibile: è vero, infatti, che già Catullo compie degli esperimenti in tal senso,
ma è sicuramente Orazio ad aprirsi a una pluralità di metri mai adoperati prima in latino e a recuperare
ampiamente come modelli tanto i lirici arcaici (gli eolici Saffo e Alceo, ma anche Anacreonte e Pindaro)
quanto la lirica ellenistica, elaborando insomma un nuovo genere letterario.
https://library.weschool.com/lezione/orazio-exegi-monumentum-odi-traduzione-libro-III-ode-30-11291.ht
ml
ODE 1, 20: Mecenate a cena da Orazio
Raffinato esemplare di invito conviviale, motivo assai frequente in Alceo, tanto che gli alessandrini
avevano intitolato “simposiaci” una intera raccolta di carmi di quest’ultimo, ma mentre in Alceo
l’argomento centrale era quasi sempre ripreso dal mito eroico o da aspetti della vita della polis, in Orazio il
carme è un semplice invito ad un amico. Nell'invito a Mecenate sono presenti i temi tipici della poesia
oraziana: l'elogio della semplicità, sottolineato dal vile, modicis, e dal nec... neque che seguono, e quello
dell'amicizia.
http://www.forumlive.net/proposte/vinoOrazio/orazio_la_gioia_del_banchetto_e_dellamicizia.html

SATIRA II, 6: Il topo di campagna e il topo di città


Un giorno il topo di città andò a trovare il cugino di campagna.
Questo cugino era di modi semplici e rozzi, ma amava molto l'amico di città e gli diede un cordiale
benvenuto. Lardo e fagioli, pane e formaggio erano tutto ciò che poteva offrirgli, ma li offrì volentieri.
Il topo di città torse il lungo naso e disse:
- Non riesco a capire, caro cugino, come tu possa tirare avanti con un cibo così misero. Vieni con me, ed io
ti farò vedere come si vive. Quando avrai trascorso una settimana in città, ti meraviglierai di aver potuto
sopportare la vita in campagna!
Detto fatto, i due topi si misero in cammino e arrivarono all'abitazione del topo di città a notte tarda.
- Desideri un rinfresco, dopo un viaggio così lungo? - domandò con cortesia il topo di città; e condusse
l'amico nella grande sala da pranzo.
Qui trovarono i resti di un ricco banchetto e si misero subito a divorare dolci, marmellata e tutto quello
che c'era di buono.
Ad un tratto udirono dei latrati.
- Che cos'è questo? - chiese il topo di campagna.
- Oh, sono soltanto i cani di casa - rispose l'altro.
- Soltanto! - esclamò il topo di campagna. - Non amo questa musica, durante i pasti. -
In quell'istante si spalancò la porta ed entrarono due enormi mastini: i due topi ebbero appena il tempo di
saltar giù e di correre fuori.
- Addio, cugino - disse il topo di campagna.
- Come! Te ne vai così presto? - chiese l'altro.
- Si - replicò il topo di campagna:
"Meglio lardo e fagioli in pace che dolci e marmellata nell'angoscia."

E’ meglio vivere in santa pace una vita modesta, che vivere nel lusso sempre fra i batticuori.

SATIRA I, 9: Il seccatore
La nona satira di Orazio tratta del garrulus, o seccatore, ovvero una persona che chiacchiera sempre di
cose talvolta anche inopportune. è scritta in esametri, ha una forma dialogica e sembra quasi una
commedia, poiché Orazio si prende gioco di questo personaggio. La dinamica della satira è molto simile
alla quinta (che tratta del tema del viaggio) e fa importanti riferimenti al circolo di Mecenate.
Mentre Orazio sta camminando lungo la via Sacra a Roma, per andare a visitare un amico malato, che
abita negli orti di Cesare (appezzamento di terra che Cesare lasciò nel testamento al popolo romano)viene
raggiunto dal garrulus. Inizialmente il seccatore chiede ad Orazio com'è Mecenate, in quanto lui ne ha
solo un'immagine superficiale che corrisponde a ciò che si dice a Roma di lui; inoltre domanda com'è
l'ambiente all'interno del circolo. Orazio con tono pacato risponde "Est Lucus unicuique suus", ossia
ognuno ha il suo posto e nessuno cerca di prevalere sull'altro. Questo significa che non solo sono tutti
amici nel circolo, ma che non c'è alcuna concorrenza fra loro, in quanto nelle loro opere trattano di temi
diversi (per esempio mentre Virgilio celebra la grandezza di Roma nell'Eneide e il tema del lavoro nelle
Georgiche, Orazio si dedica alla sfera privata dell'uomo).Il seccatore si vanta anche delle sue doti
poetiche, che tuttavia non corrispondono alla Brevitas, al Labor limae e all' eleganza formale, presenti
invece nella poesia oraziana, e che sono riprese dal poeta greco Callimaco. Orazio, senza mai perdere la
calma, fa dell'ironia sulle parole del garrulus, illudendolo di poter entrare nel circolo; Il garrulus quindi
conclude il suo discorso dicendo:" Nil sine magno vita labore edit mortalibus", ossia: "la vita senza una
grande fatica non concede niente ai mortali".
Con ciò promette di impegnarsi e di fare di tutto per poter entrare nel circolo. Dopo questo giro di parole
arriva al motivo per il quale ha fermato Orazio, chiedendogli di intercedere e mettere una buona parola
per lui presso Mecenate. Nonostante Orazio sia stato interrotto nel cammino da questo personaggio
insistente, non perde mai la calma, anzi ne parla in modo rassegnato e ironico, mostrando al lettore un
esempio di vita che sarebbe meglio non seguire e mettendola a confronto con la sua reazione mite
all'insistenza del seccatore. Infine rimane sempre dentro il limite del Modus, ovvero la misura, il limite,
che egli stesso si è dato.

Gli Epòdi
Prodotti parallelamente alla Satire, pubblicati nel 30 a. C., stesso anno del II libro delle satire.
Nel sesto epodo Orazio identifica Archiloco e Ipponatte come ispirazioni ed è orgoglioso di essere stato il
precursore della diffusione dei giambi di Archiloco.
La caratteristica è la metrica; Orazio è il primo ad usare l’epodo a Roma, già usato da Archiloco: nell’epodo
un verso lungo è accostato da uno corto, per questo la raccolta, intitolata Iambi, viene chiamata Epodi
dagli storici.
La seconda grande caratteristica, come nelle Satire, è la varietà: gli Epodi spaziano dalla veemenza delle
invettiva all’espressionismo della poesia magica, dai carmi politici a quelli gnomici…

I CONTENUTI
Epodi 4, 6 e 10: filone dell’invettiva; il 10 diretto verso Mevio, a cui viene augurato il naufragio, mentre gli
altri due contengono violenza letteraria, senza una direzione precisa.

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