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capitolo secondo la Liturgia e le sue leggi (a cura di R. Civil) introduzione: la Liturgia richiede delle leggi Ogni tentativo di definizione dell’idea di Liturgia implica di fatto au- tomaticamente, insieme al concetto di culto, le note, espresse o tacite, di ufficialita ed efficacia proprie di certi determinati segni. Gia lo stesso concetto di significanza, come anche quello di espressione ufficiale, ci introducono in pieno nel campo del fatto sociale, La Liturgia é il culto ufficiale della Chiesa. La Chiesa (2xxnola) & la comunita, l’assemblea degli uomini che accolgono la fede in Gesh Cristo ¢ formano il Popolo di Dio. In realt& « volendo il Signore santificare e salvare gli uomini non in- dividualmente ¢ isolati tra loro, ma costituiti come popolo che lo conosca in veritd e¢ lo serva in santita »* Pelemento comunitario o sociale 2 intrin- seco alla realt& stessa della Chiesa. La stessa cosa si deve dire della Liturgia. I fedeli, preparati dalla vocazione alla fede ¢ alla conversione, trovano nella Liturgia « il punto culminante verso il quale tende tutta l’azione della Chiesa e la fonte dalla quale emana tutta la sua forza » *, Le azioni liturgiche « non sono private, ma sono celebrazioni della Chiesa » *. Contemporaneamente alla realt& sociale nasce il diritto, come regola- zione normativa delle relazioni sociali. Ogni societa & necessariamente regolata da alcuni principi di compor- tamento, da determinate convenzioni, accettati incondizionatamente dai membri della societ& stessa. Il loro rifiuto implica una sanzione o addirittura Pesclusione dal gruppo sociale. Il diritto ha per oggetto il regolamento del buon andamento della so- ciet&, e ci si deve riferire ad esso per derimere eventuali conflitti. Al diritto, che ha la missione di vigilare alla salvaguardia degli interessi della societ, @ connaturale una certa staticita. Le esigenze comunitarie 1LG 9. 28G 9-10. O8G 26. 182 parte II - capitolo II possono, in casi determinati, essere in opposizione con i legittimi interessi degli individui, coartando cosi in qualche modo il loro impulso dinamico. Tuttavia, allo stesso modo che 'uomo si realizza come persona integrandosi alla societ&, cosi deve — proprio in vista della propria piena realizzazione —— liberamente sottomettersi a un diritto. Il diritto di per se stesso non é unicamente né principalmente rigidezza, fissismo o coartazione della vitalitd degli individui. Lorigine del diritto & provocata precisamente dall’ansia di vita e di amore che investe tutti i membri della societa. Lo stesso amore, che crea sempre nuove forme di comunita, é alla base del diritto. Il diritto positivo dev’essere frutto dello sforzo concreto e permanente volto a regolare indefinitamente le necessit& concrete degli uomini, al ritmo stesso dell’apparizione di nuove situazioni che richiedono soluzioni nuove*, La vera minaccia contro il di- namismo degli individui sorge quando il diritto non si evolve in funzione delle necessita della comunita ¢ quando il legislatore, infedele alla sua missione, trascurando le, richieste o le semplici proposte dei membri della comuniti si rinserra nel culto della istituzione. La Chiesa, la comunita ecclesiale ¢ una societ’ umana che ha coscienza di essere in comunione con Ia persona dell’Uomo-Dio, Gest Cristo, La sua dimensione umana la introduce nell’ambito del diritto naturale ¢ — per usare la terminologia tomista — dello « ius quod est natura ». In questo senso per- segue il bene comune ¢ richicde un’autorita ¢ determinati segni — isti- tuzionali, ufficiali — che assicurino la intercomunicazione tra i membri che la compongono, e che all’esterno la esprimano e le diano un’identita. Ed @ nella sua dimensione specifica, per la fede ¢ i sacramenti — per il culto ¢ la Liturgia, in definitiva — che questa societd resta vincolata alla persona di Gesii Cristo, formando cosi il Popolo di Dio. Il cristiano come tale é un soggetto cultuale, sottomesso alla « lex sacra- mentorum », allo « ius quod est ex gratia » *, \F sacramenti sono segni sensibili ed efficaci per i quali la Chiesa nasce ¢ si sviluppa, si afferma e si riconosce di fronte a se stessa, ¢ si esprime al- Lesterno. La Liturgia, che raccoglie tutti i sacramenti, per il fatto di essere espres- sione efficace — ufficiale, infallibile — della societa cristiana, postula ne- cessariamente un diritto, delle norme, delle rubriche che la regolino nelle realizzazioni concrete ¢ che la istituzionalizzino. II diritto liturgico non si confonde perd con la Liturgia stessa, e d’altra Parte questa non sta senza quello. La Chiesa, a motivo della sua natura dialettica, — essendo nel pitt in- timo del suo essere « contemporancamente assemblea visibile e comunita spirituale » * — soffre pit di ogni altra societ& storica della tensione tra Pelemento costituzionale ¢ l’elemento spirituale carismatico, tra il diritto ¢ T’elemento vitale ¢ dinamico. Nella Chiesa il diritto & sempre nel pericolo di costituire una grave minaccia contro lo spirituale, Ed 2 appunto compito gp: W: Pannenberg, Zur Thologie des Rechts, im Zeitschrift fir vongelische Elbit, Bielefeld, gennaio 1960, 45, Th, U-IL, q. 10, a, 10, Vedi M, Useros Carretero, « Statuta Ecclesiae » © « Sacramenta Bedleit gh la Bdesloia de St. Toms, Roma 1965, 189-190. 183 la Liturgia e le sue leggi della Chiesa tendere continuamente verso la sintesi mai pienamente raggiunta, sempre perfezionabile, tra V’istituzionale ¢ lo spirituale. La valutazione del diritto da parte della Chiesa ha incontrato attraverso la storia periodi molto diversi. In un primo tempo la Chiesa ha accentuato il suo carattere di Citta di Dio ¢ di esaltazione dello spirituale, che portd a scrivere a proposito dei cristiani che «la loro esistenza trascorre in terra, ma essi sono cittadini del ciclo» ¢, secondo la espressione di san Paolo «siamo cittadini del ciclo » (Fil 3, 20). I cristiani dei primi tempi si disinteressavano o addirittura rifiutavano il diritto. Percid furono giudicati ¢ perseguitati molte volte come nemici dell’Impero. Pit tardi perd, con ’aumentare dei fedeli, la stessa Chiesa dettd le sue norme di vita ¢ di coesistenza, stabili una propria gerarchia ogni volta pid complessa, fondd organismi legislativi, amministrativi, decretd sanzioni e cred un’infinita di istituzioni. Infatti gid nei primi secoli si abbozzarono le linee principali del diritto canonico, ispirandosi per questo molte volte allo stesso diritto romano. Col passar del tempo il diritto della societa cristiana non sfuggi allecces- sivo legalismo, particolarmente nell’ambito del diritto liturgico, Questo fatto & responsabile se spesso nella storia, ma pit frequentemente negli ul- timi tempi, si sono sentite espressioni di disprezzo contro le prescrizioni ca- noniche ¢ le rubriche con cui si pretendeva di precisare, fino all’ultimo par- ticolare, tutti ¢ singoli gli atti cultuali pubblici della Chiesa, cio® ogni atto liturgico. Si disapprovava la rigidezza e Panacronismo di tali norme, il loro carattere artificiale e stereotipato, Peccessivo formalismo ¢ lo sterile confor mismo a cui portavano, La Liturgia e il suo diritto hanno effettivamente risentito dell’eccessivo legalismo. Nella celebrazione dell’Eucaristia, per esempio, la preoccupa- zione delle rubriche ¢ Vansia delPuniformita hanno fatto ridurre a nulla Pinteresse per il fattore pitt importante, la partecipazione personale alla celebrazione comunitaria. Queste considerazioni, purtroppo oggettive, non furono certo estranee alla decisione presa dal Vaticano II di porre fine a un’epoca di indubbia decadenza liturgica, alla quale contribui di fatto in maniera evidente un giuridismo esagerato. Cosi, il Concilio, preceduto e preparato da un vasto movimento di sensibilizzazione biblica e liturgica, ha pubblicato la Costi- tuzione sulla Sacra Liturgia, nella quale si proponevano i principi che de- vono regolare il rinnovamento della Liturgia, e si dava Pavvio a un susse- guirsi-di pratiche riforme, che aprono un nuovo capitolo del diritto liturgico. Naturalmente anche se si tratta di un nuovo diritto liturgico, questo, per quanto riguarda la sua concreta attuazione, dovra far fronte alla sempre diffi- cile sintesi tra certi principi teologici ¢ spirituali, ¢ le esigenze radicate nella dimensione sociale della espressione liturgica da una parte, e dall’altra te- nendo presente Pidiosincrasia dell’uomo contemporaneo. Se la espressione rituale @ assolutamente necessaria, essa non deve in nessun caso essere a discapito della interiorizzazione e personalizzazione della preghiera dell’uomo concreto ¢ storico, poiché Punico culto reale é il culto in spirito ¢ verit ¥ Letlera a Diogneto, 5: PG 2, 1173. 184 parte II - capitolo II Se vogliamo valutare adeguatamente il risultato dello sforzo di rinno- vamento liturgico cui il Vaticano II ha dato impulso, non possiamo non considerare le principali vicissitudini della evoluzione della Liturgia e del suo diritto nel corso della storia. Infatti il passato ci da ragione della situa- zione attuale. I la legislazione liturgica attraverso la storia Non é mia intenzione presentare qui l’esposizione completa della storia della legislazione liturgica. Mi propongo unicamente di esaminare in breve Pevoluzione del senso e del carattere delle prescrizioni liturgiche, nel passato della storia, fermandomi innanzitutto sui motivi che indussero il legislatore a progressivamente coartare la liberta nelle espressioni cultuali, 1 Dai primi tempi al concilio di Trento Cristo aboli le prescrizioni cultuali dell’AT ¢ instaurd il nuovo culto in spirito ¢ veritd incentrato sull’Eucaristia. Nei vangeli si trovano soltanto alcune regole generali date con estrema semplicit ¢ sobriet&. Si riferiscono al Battesimo (Gv 3, 5; Mt 28, 19), alla Eucaristia (Le 22, 19s. e par.; Gv 6, 54)... Negli Atti ¢ nelle lettere degli apostoli si trovano particolari pid pre- cisi. Ci si dice che i primi fedeli « erano perseveranti nell’ascolto dell’inse- gnamento degli apostoli ¢ nell’unione, nella frazione del pane ¢ nella pre- ghiera » (Atti 2, 42). San Paolo nelle sue lettere da prescrizioni, consigli, proibizioni. Di fronte alle deviazioni sorte in seno alla Chiesa di Corinto nella celebrazione della Cena del Signore, PApostolo manifesta la sua disapprovazione e da aleuni avvertimenti (1 Cor 11,17). Raccomanda che i fedeli considerino bene Veccellenza del corpo di Cristo, di cui si nutrono, e li esorta a distin- guerlo chiaramente dagli altri alimenti (ibidem 29); elogia i fedeli per il ri- cordo che hanno di lui e perché conservano le « tradizioni » cosi come lui le ha loro trasmesse (ibidem 2); per giustificare quello che dice e quello che fa, si fonda su quanto ha « ricevuto » dal Signore, ¢ che ha « trasmesso » (ibidem 23). Lo stesso Apostolo, dopo aver dato ai Corinti una serie di pre- scrizioni, scrive loro: «Il resto, lo regolerd alla mia venuta» (ibidem 34). Analogamente Giacomo nella sua lettera ci ha lasciato alcune indica- zioni sulla preghiera ¢ ’unzione degli infermi da parte dei presbiteri (5, 13. ss.). E facile comprendere la ragione dell’intervento personale degli apostoli nella vita delle prime comunita: essi, i fondatori delle Chiese, precisando Je forme del culto, le cementavano in unit, mentre attraverso queste forme Je comunita stesse si esprimevano come cristiane. In seguito, le consuetudini ¢ le prescrizioni che si presentavano come di origine apostolica, godevano di uno speciale prestigio, anzi il marchio apo- stolico sara il criterio decisivo, che giustifichera la istituzionalizzazione e la 185 la Liturgia e le sue leggi progressiva valorizzazione assoluta di alcune forme concrete, spesso acciden- tali. Tertulliano (160-220) attesta questa credenza nella tradizione apostolica. Nel De corona precisa qual era nel suo tempo il concetto e la portata di tale tradizione, ¢ fa conoscere alcune delle forme cultuali che considerava tra- dizionali. Vicino alla triplice immersione battesimale ¢ alla celebrazione eucari- stica, cita la tradizione pasquale di cibarsi di latte e miele, e di segnarsi col segno della croce in diversi momenti della giornata. Testi analoghi li troviamo in Origene, in san Basilio ¢ in molti altri rap- presentanti della patristica *. Nelle diverse costituzioni pseudoapostoliche figurano una serie di prescri- zioni che pretendono di essere anch’esse di tradizione apostolica. Si prescrivono norme molto concrete; alcune di esse vengono imposte con autorita ¢ il contravvenirvi implica una sanzione; esistono norme tra- dizionali alle quali neppure il vescovo pud sottrarsi. Cosicché nell’epoca immediatamente posteriore a quella apostolica, le prescrizioni aumentano di numero, e di conseguenza si riduce notevolmente il margine lasciato alla libera scelta. . Il criterio in fanzione del quale si impongono o si rifiutano i diversi usi liturgici continua ad essere quello della « tradizione » apostolica. Cost in polemica contro i novatori del suo tempo, Ippolito (secolo mi) in difesa della « tradizione che s’é mantenuta fino al presente », scrive la sua Traditio apo- stolica*, A misura che ci si allontana dall’epoca apostolica e quando la Chiesa ottiene pubblico riconoscimento, e addirittura riceve una situazione privi- legiata nell’Impero, la legislazione liturgica va aumentando e Ia libertad di cui fruivano le prime comunitd passa ad essere monopolio di alcune de- terminate sedi episcopali. E Pepoca — dal riconoscimento dei cristiani da parte di Costantino (313) fino ai tempi di papa Gelasio (492-496) — in cui la evangelizzazione ¢ facilitata ¢ le conversioni sono sempre pitt numerose. Il moltiplicarsi dei fedeli ¢ il rapido consolidarsi dell’aspetto temporale nella Chiesa, esigono a poco a poco una organizzazione sempre pit stabile, con strutture pitt definite. II campo del diritto acquista via via di importanza. Listruzione romana civile molto spesso esercita una marcata influenza sopra la nuova legislazione liturgica, oltre che su quella canonica in generale. Contemporaneamente, e per ragioni ovvie, il fervore dei fedeli diminuisce. Questa situazione porta i vescovi riuniti in Concilio, ¢ lo stesso Papa, attraverso le lettere decretali, a imporre usi determinati, ¢ a insistere ite- ratamente sulla loro obbligatorieta « ne forte aliquid contra fidem vel per ignorantiam vel per minus studium sit compositum », come si pud leggere negli atti del concilio di Milevi del 416 *. Successivamente i Concili di Vannes 1 Gap. 33 CC 2, 1042-1043. . : [Link] Buona raccolta -—"ih,ordine ctonologico — di testi che dimosteano il passaggio della legislazione liturgica verso la centralizzazione, st pud vedere in D. Bouix,, Tractatus de iue liturgico, Parisi 18064, 18755, Cir. Ph, Oppenheim, Tracatus de ture liturgico (Insitutions. de S- Litrgi), ‘Torino 1939-19403 eft. C. Caliewaert, De S. Liturgia wniversin, Bruges 19444, 123-147; M. Righetti, Storig titurgica, I, 19648, 44°55 8 Canones’ Apostolorum, can. 3 4 Gap. 125 Mansi 4, 330. 186 parte II - capitolo II (461), Gerona (517), Braga (561), IV di Toledo (633), tra gli altri, prescri- vono la uniformita liturgica entro i limiti delle rispettive province ecclesia- stiche: le stesse forme liturgiche devono essere adottate da coloro che hanno una medesima fede nella Trinita; poiché la diversita potrebbe essere causa di scandalo oppure indurre i fedeli in errore*. Fino all’vm secolo i Papi sebbene operino per la propagazione della Li- turgia romana, che considerano come un modello da imitare, non intendono con questo imporla in forma strettamente obbligante. Cosi Papa Damaso (366-384), crede che ad una unica fede corrisponde un’unica tradizione, ¢ a questa una comune disciplina da osservarsi da tutte le Chiese*, Con la figura di Innocenzo I (401-417) il prestigio del papato aumenta. Il Papa pretende gia di imporre la pratica della Liturgia romana, ricevuta dai Principi degli apostoli, a tutte quelle chiese che avevano rice- vuto da Roma la fede: l’Italia, le Gallie, la Spagna, I’Africa, la Sicilia e le isole adiacenti. La ragione che muove il Papa é similmente il pericolo di scandalo e di errore a cui possono portare le divergenze di usi liturgici per coloro che non riconoscono le tradizioni apostoliche. Il Papa si riferisce evidentemente ad alcune forme di culto non essenziali, altrimenti non po- trebbe accondiscendere a forme diverse praticate fuori dal settore della in- fluenza romana*, Prospero di Aquitania (circa il 420-451) ¢ san Leone, tengono che l’uniformita delle forme liturgiche é esigita per la conservazione di unita nel dogma: delle tradizioni apostoliche si dice che « in toto mundo atque in omni ecclesia catholica uniformiter celebrantur; ut legem credendi lex statuat supplicandi » ¢, I desiderio del Papa Innocenzo non si realizza immediatamente. II monaco sant’Agostino inviato dal Papa Gregorio I in Inghilterra, — al dire di san Beda nella sua Historia Ecclesiastica Gentis Anglorum* scrisse a san Gregorio chiedendogli il perché della diversita di consuetudini che, secondo * Concilio di Vannes: « Rectum quoque dusimus, ut vel intra provinciam nostram sacrorum ordo et poral- fendi una sit consuetudo: et sicut unam cum Trinitatis confessions fidem tenens, wnam et offciorun regulam ereamus: ne variata observatione in aliquo devotio nostra discepare credatur », can. 15; Mansi 7, 955- . Concilio di Gerona: « De institutions missarum, ut quomodo in melropolitana ceclesia fiunt, ita in Dei nomine in omni Terraconense provincia tam ipsius’ missae ordo quam psallendi vel ministiandi consue- tudo servetur », can. 13 ed. J. Vives, Concilios Visigoticos e Hispano-romanos, Barcellona-Madrid 1963, 39. , Concilio di, Braga: «I. Placuit omnibus communi consensu ut unvs algue idem psallendi ordo in ma. tutnis vel vespertinis offeiis teneatur et non diverse az private neque ronasteriorun consieludines con ecclesia~ stica regula sint permixtae. TI. Item placuit, ut per sollemnium dierum vigilias vel missas omnes easdem et non diversas [Link] ecclesia legant... LILI. Hem placuit, ut eodem ordine missae celebrentur ab omnibus, quem Profuturus condam hbuins metropolitance ecclesiae cpiscopus ab ipsa apostolicae sedis auctoritate suscepit scriptum », ibidem, 71. Coneilio di "Toledo IV: « Post recta fidei confessionem, quae in sancta Dei ecclesia prasdicalur, plait, ut omnes sacerdotes qui catholicas fidei unitate complectinur, nihil ultra diversum aut dissonum in ecclesiastci sacramentis aganus, ne qualibet iostra diverstas apud ignalos seu carnales schismatis errorem videatur osten- dere, et multis exstat in seandalwn varetas ecclesiarum. Unus igiter ordo orandi alque peallendi a nobis per amnem Spaniam atque Galliam consercetur, unus modus in missarum sollennitatibus, unus in vespertinis malu- linisque ofctis, nec diversa sit ultra in nobis ecclesiastica consuetudo qui una fide continemur et regno;_ hoc enim et antigui canones deereverunt, ut wnaquaeque provincia et peallendi el ministrandi parem constetudinem teneat», ibider, 188. : * Vedi Decretale ad episcopos Galtize (attribuita frequentemente al Papa Siricio: Fp. 10: PL. 13 10) ‘ Aleune di, queste forme non cosccnal yo: / . «Pacem, igitur asseris ante confecta mysteria guosdam populis impertve...», UI. « Prius oblationes sunt cmmendanda, ac tn enum nonna. quan unt diendacs >. LIL '« Be, comignands: eer infantibu, ‘manifestun est non ab alio quam ab episcopo jeri licere». IV. « Sabbato vero ieiunandim esse, ratio evidentissima demonstrat », Ad Decentium Eugubinum Episcopum: PL. 56, 513-514. 4 Practeritorum Sulis Apostolicae episcoporum auctoritates de Gratia Dei et libero arbitrio, cap. 8, ed. Pie HH Ballrini, 8. Leonitafgra, Venetits 1756, vol, Uh, col. 256, SL. 1, cap. 27; ed. C. Plummer, Venerabilis Bedae opera historico, Oxford 1896 (1946), 49. 187 la Liturgia e le sue leggi quanto lui stesso aveva constatato, esisteva riguardo al modo di celebrare la messa a Roma ¢ nelle Gallic, dal momento che entrambi i popoli profes- savano Ia stessa fede. Il Papa, in risposta, suggerisce all’apostolo dell’In- ghilterra di sceglicre con sollecitudine tutto quanto di meglio vi ha nelle diverse Chiese, per raggiungere una prassi che si addica alla sua Chiesa ap- pena fondata. Col vit secolo si conclude il periodo della grande creazione di forme liturgiche +, Il secolo vit & un tempo critico; le invasioni, le rivoluzioni ¢ quindi i disordini si susseguono Pun Paltro. Il clero conosce un periodo di decadenza; numerosi sono i preti adulteri ¢ quelli che abusano dei beni delle Chiese dei monasteri, ed & frequente il caso di preti che ignorano perfino il modo corretto di celebrare la messa e di amministrare i sacramenti. Si era arrivati a perdere molte tradizioni, erano scomparsi alcuni libri liturgici, ¢ Porga- nizzazione metropolitana non era ancora sufficientemente consolidata da poter esercitare un’azione di controllo sulle Ghiese suffraganee *. Di fronte a tale deplorevole situazione san Bonifacio ¢ Pipino il Breve decisero di ri- correre al prestigio della Sede romana. Trovarono Roma ben disposta ad intervenire. Roma approfittd dell’occasione per diffondere la sua Liturgia nelle Gallic. Tale intromissione, tuttavia, rispondeva pid all’interesse delle stesse Chiese locali che erano assoggettate, che non ad una azione centra- lizzatrice intrapresa dal papato. Sono, in linea generale, dei privati — i pellegrini, per esempio —, che propagano i libri romani acquistati nella citta eterna, San Bonifacio pid volte sollecitd e ottenne da Roma chiarimenti sulle pratiche liturgiche, e dei chiarimenti richiesti molti gia riguardavano questioni di ben poca importanza. Un rinnovamento liturgico in senso romano, fu definitivamente consa- crato con Pimpulso che gli diede Carlomagno. Questi nei suoi editti capi- tolari, nel’ordinanza che dettd per Vistruzione del clero, ¢ nellesposizione della propria politica religiosa affermd la sua decisa volonta di seguire la Liturgia romana ®*. Sollecitd dal Papa Adriano il Sacramentario romano au- tentico, ¢ il Papa acconsenti, mosso dall’interesse di assicurare « ut non esset dispar ordo psallendi quibus compar erat ordo credendi» 4, Tuttavia la accoglicnza del Sacramentario romano non fu facile. A parte gli altri motivi, la sua divulgazione veniva ostacolata dalla difficolta che in quei tempi com- portava la composizione e Pacquisto di un nuovo libro, ¢ dalla reticenza dei fedeli dell Impero a rinunciare alle loro tradizioni e a un complesso di riti ¢ simbolismi molto espressivi a cui crano attaccati. i In tutte le parti si professava una stessa fede e uno stesso battesimo, ma le diverse societa umane esprimevano questa unit diversamente, in funzione dei modelli culturali loro propri. Cosi, una era la forma di espressione sobria, logica ed astratta che caratterizzava i romani, e altra era la forma pitt esu- berante, a volte fino alPesagerazione, individualista ¢ rozza, propria dei 1B, Botte in A. G. Martimort, L’Bglise en pridrenn, 37 2 Hp, 0 di san Bonifacio; ed. MGH, Epist, merouing. ef Karol. azvi, 1, 1892 209. BME Bata yas Onions Roman de Hest Moencdge Th Towvain 1930, SNESXIL, Le autore presenta nellintroduzione alcuni testi che illustrano bene la realizzazione effettiva di questa volont del re franco. T pibrt Carolini, 1, G: PL, 98, 1020-1022, 188 parte II - capitolo II celti o dei germanici. Le molteplici vicissitudini che presenta la storia dei Sacramentari nel medioevo sono, in molti casi, manifestazioni della forte compenetrazione tra il popolo ¢ la Liturgia. Il Sacramentario non poté mantenere la sua forma originale. Lo stesso Carlomagno si vide costretto ad affidare al suo consigliere palatino Alcuino la missione di adattare i riti romani alle effettive possibilita delle diverse regioni. Il Sacramentario allora adottd la forma del messale. Fu cosi che a fianco dei Sacramentari apparvero gli Ordines Romani. Questi, provenienti 0 no da Roma, avevano la pretesa di riprodurre la disciplina osservata a Roma. La sottomissione alla tradizione romana poteva in quell’epoca rappre- sentare una soluzione vitale per superare il problema che comportava l’im- perante confusione. I diversi Ordines Romani ci mostrano la mescolanza di Opposte consuetudini e le modalita diverse, che uno stesso rito adottava per conformarsi ai condizionamenti imposti dalle Chiese locali. Gli Ordines Ro- mani si imponevano, almeno all’inizio, in foraa del prestigio che pesava sul- Pattributo di « romano ». In seguito, la semplice constatazione della presenza di un determinato uso in un Ordo sara motivo sufficiente per trasformarlo in oggetto di una rubrica, che la maggior parte delle volte assumera carat- tere strettamente obbligante. Con gli Ordines Romani si fa un passo avanti verso la riorganizzazione generale della Liturgia, sia modificandola in modo rilevante rispetto alla struttura antica del rito romano, sia generalizzando su a POccidente alcune tradizioni liturgiche di carattere locale e par- ticolare *. Nel secolo xr si verifica un fatto molto significative per quel che riguarda a ingerenza del Papa nel campo della Liturgia allo scopo di raggiungere una maggiore uniformita, Gregorio VII impone la Liturgia romana in Spagna, ¢ di conseguenza la Liturgia ispanica, deta anche visigotica o mozarabica venne [Link] soppressa. L’importanza ¢ il carattere insolito di questa in- gerenza del Papa é nel fatto di essere una imposizione. La Sede Apostolica va infatti pid in 14 di una semplice esortazione: lo esige, e purtroppo non é tanto Pinteresse delle. Chiese locali quanto Pimposizione della volonta del Papa il fattore decisivo della sostituzione di una Liturgia con Valtra in Spagna, anche se il Papa mostrava di ritenere che la primitiva Liturgia introdotta in Spagna dai sette vescovi che erano venuti da Roma come in- viati degli apostoli, fosse stata adulterata da apporti di origine priscillia- nista, dalla perfidia ¢ dagli errori degli ariani e dalle successive invasioni dei goti e dei saraceni. Di fatto egli chiese ai re della Spagna di sottomettersi alla Liturgia romana‘, Questa iniziativa del Papa rappresentava uno dei momenti della riforma della Chiesa, intrapresa in Occidente da Gregorio ‘VII; una volta di pid la centralizzazione liturgica fu strumento della re- staurazione della unitd ecclesiastica *, Da Gregorio VII fino al concilio di Trento, -non si verifica nessun fatto decisivo per Ja storia della legislazione liturgica. Non si pud tuttavia igno- rare l’importanza che ebbe Vinserimento di certe decretali nelle collezioni 11. H. Dalmais, Initiation d la litergie. Cahiers de la Pierre-qui-vire, 1958, 177. 2 Episolae wecter, lib, 1, ep. 64, €4. MGH, Berlino 1926, Wol. 12 2) sgh Pipekers, Pore le Meyenge ct iniforis les vite gig, i « Parise et Liturgie » 1, 1965, 28. 189 la Liturgia ¢ le sue leggi canoniche — e in particolar modo nel Decreto di Graziano —, attraverso le quali si imponeva alle Chiese locali Pobbligo di seguire gli usi vigenti a Roma? Nel secolo xin esiste un movimento di riforma liturgica, variamente promosso da Innocenzo III (1198-1216), da Guglielmo Durando, vescovo di Mende, e dai nuovi ordini religiosi mendicanti, movimento imperniato sul desiderio ¢ nel tentativo di riforma dei libri liturgici della Curia Romana. La cosa si fece soprattutto codificando antichi usi, ma il senso profondo di molti riti ¢ del loro simbolismo sfugge ad essi e cosi ci si incammina pro- gressivamente verso il fissismo degli stessi riti. I riti vengono in tal modo ad essere formalistici, forme stercotipate, ¢ facilmente ci si ferma al giuri- dismo; la vitalité che corrispondeva alla retta valutazione dell’autentico signi- ficato dei riti resta sostituita dall’allegoria o dalla riflessione pia o moraleg- giante*. In questo processo, ogni particolare rituale, per insignificante che sia, pud acquistare, senza alcun vero fondamento, ma solo per effetto di un impulso sentimentale, un valore assoluto. Tale arbitraria mistificazione finisce spesso per attribuire alle rubriche stesse un valore quasi-sacramentale, che certamente non hanno. A poco a poco i vescovi vengono costretti ad adottare Je usanze religiose di Roma e ad obbedire alla legislazione cultuale del Papa. L’ordine francescano, dall’origine intimamente legato alla Curia Romana, svolse in questo momento un ruolo decisivo verso la effettiva uni- ficazione liturgica. I suoi predicatori itineranti diffusero i libri liturgici ro- mani — gid molto pit accessibili dopo Pinvenzione della stampa — ¢ pre- pararono in tal modo opera liturgica di Trento. La fissazione di determinate forme canoniche da parte del Concilio, ¢ la uniformita liturgica che viene prescritta, non sono semplici frutti di una legislazione, ma rispondono ad una realt& effettiva nella maggior parte del popolo cristiano. 2 Da Trento alla legislazione liturgica del GIC Trento inaugura quel periodo della storia della Liturgia, che Teodoro Klauser qualifica come periodo di ristagno o delle rubriche*, ed & un pe- riodo che si é esteso fino ai nostri giorni. Trento intraprende con i suoi Decreta de reformatione la riforma generale della Chiesa, che @ minacciata all’interno dalla corruzione di molti dei suoi membri e alPesterno dalle possibili conseguenze che pud avere Patteggia- mento preso dai riformatori. Il Concilio prende misure severissime in tutti i campi della disciplina ecclesiastica. In materia liturgica, a parte il De- cretum de observandis et vitandis in celebratione missarum, non si hanno veri ¢ propri interventi, se non quelli in cui determinati riti sacramentali sono visti in funzione dottrinale. Sembra anzi di dover dire che Trento non mostrasse mire centralizzatrici in campo liturgico, perché se decise (Sess. XXV) di rimettere al giudizio del Papa il lavoro preparatorio di riforma del breviario e del messale, gia elaborato dalle apposite commissioni, una delle ragioni 1 Git, specialmente la deereale di Innocene 1 Vittore di Rouen; D tt, c, 11 (Friedberg 1; col. 26). Opssta decretale figurava anche nelle collezioni di Burcardo, Anselmo dedicata, Decreto de Ivo, Ii Hear ecc., il che manifesta la attualitd di questo testo nei secoli x-xt. ‘Vfr. 1H. Dalmais, Initiation... 185. en 8 Th. Klauser, La liturgia nella’ Chiesa occidentale. Sintesi storica ¢ riflessioni, Torino 1971, 161. 190 parte II - capitolo II fu anche quella di non voler decidere tra le due tendenze manifestatesi in seno alle commissioni stesse: alcuni infatti stavano per la pluralitd tradi- zionale, altri propugnavano invece Punita assoluta, La decisione non presa dal Concilio, fu presa dal Papa ¢ si sa in quale senso. Nel 1568 fu pubbli- cato il Breviarium romanum e nel 1570 il Missale romanum, ognuno con inserite le proprie rubriche, La promulgazione avvenne con Ie bolle papali di san Pio V Quod a nobis © Quo primum rispettivamente, Erano libri « romani », ma nei documenti che li accompagnavano la volonta del Papa appariva chiara € decisa ¢ le sue formule taglienti: i due libri sono imposti con forza obbli- gante a tutti e si proibisce assolutamente ¢ sotto minaccia di sanzioni qual- siasi ‘cambiamento del testo ufficiale. Si stabilisce una sola eccezione: la possibilith di prescrizione in favore di una consuetudine con pit di 200 anni di vita. Gli scopi che muovono il Papa ad imporre questa unificazione sono, oltre a quelli comuni a tutta Popera della Controriforma, gli stessi che si erano proposti i Papi per giustificare la progressiva centralizeazione della legislazione liturgica: convenienza del ritorno alle forme antiche, puri- ficazione dalle forme sopraggiunte ¢ di dubbia autenticita, restituzione al Primitivo stato delle forme che erano state altorate; il tutto visto come re- staurazione delle forme romane, togliendo le differenze che potevano gene- rare turbamento, nell’ intento che la comunione con Punico Dio avvenga in un medesimo ¢ unico modo#, Nel 1588 Sisto V fond6, in virti della costituzione Immensa, la Congre- gazione dei Riti che sari d’allora in poi la suprema autorit’ romana incari- cata di monopolizzare la legislazione liturgica latina. I documenti ponti- fici riaffermano continuamente questa decisione. I Papi.e la Congregazione dei Riti « districte» ed « in virtute sanctae obvedientiae praccipiunt », « auctori~ late apostolica decernunt », « sub indignatione aposiolicae poenae statuunt et ordinant », «iubent », « mandant»*, Fino alla promulgazione del Codice di diritto ca- nonico, nel 1917, si fa poco pit che ratificare l'atteggiamento deciso nel concilio di Trento *. Questo fatto si pud provare chiaramente consultando le fonti dei canoni relativi alla Liturgia, annotate dal card. Gasparri. I! canone 818 dice: « Reprobata quavis contraria consuetudine, sacerdos celebrans accurate ac devote servet rubricas suorum ritualium librorum, caveatque ne alias caere- ‘monias aut preces proprio arbitrio adiungat », Tra i testi postridentini che figurano come fonti di questo canone, troviamo ripetute volte espressioni come « nihil omnino mutaridum »‘, oppure «omnia in missali praescripta ad unguem servanda sunt» *. La Congregazione De propaganda Fide ricorda in una occasione che la ragion d’essere di queste prescrizioni @ legata al fatto che i fedeli possano rendere a Dio un culto pit degno e edifichino se stessi*. Be- nedetto XIV scrive a proposito delle rubriche che « ipsa communis sententia 1 Gir. la Bolla Quod a nobis. 2 Ph. Oppenheim, 0. ¢ 75, Vedi anche il testo di una dichiararione di Benedetto XIII al conciio Romano del 1705: « Pastralis mstri muneris caram ad ge intndinus et ab omnibus ie tolunus et mandamus, ut in Sacramentorum videlicet administratione, in Missis et Divinis Offcits celebran non pro libitw incenti et irrationabiliter,inducli, sed recepti et approbati Ecclesiae Catholicae ritus, qui in minimis etiam, sine peccato negligi, omitti vel mutari haud possunt, peculiari studio ac diligentia. serventur >. 3 Cfr. i testi addotti in D, Bouix, 0, ¢, 218-219, 4 SRG Lisbon, 12 novembre 1605. P. Gasparri, CIC Fontes, n. 5217. 5SRC Urbis,’ 18 agosto 1651 ad 2. Gasparri, o. ¢ 1.'5465. E,anche nel SRC Dect. n. 1666 del 19 aprile 1681, si logge: « Servanda esse ad unguem praeseribta in Caeremoniali >. © haar. ad Vie. dp. Corchinchin, 30 guigno 1830. Caspatti 0. ¢4 210-219. 191 la Liturgia e le sue leggi tenet rubricas esse praeceptivas quae obligant sub mortali ex genere suo » 1. Lo stesso Papa permette agli orientali Puso dei loro propri riti, a condizione che siano in parte legati ai santi Padri « nec fidei catholicae adversantur néc periculum ge~ nerant animarum »*, Pio X insiste suila necessit di un’assoluta sottomissione alle prescrizioni liturgiche: la diversita, in questo punto, provocherebbe discordia, che si radicherebbe proprio nella celebrazione di quello che & il principio della unit cattolica *. Il canone 1257 che si rifi all’imposizione della prassi romana in vista della conservazione della purezza della fede, si esprime cosi: « Unius apostolicae sedis est tum sacram ordinare Liturgiam, tum liturgicos approbare libros » *. Sempre avendo di mira la salvaguardia della purezza della fede, la Sede Apostolica si propone di estirpare tutto quanto « periculosum est vel indecorum » *. Benedetto XIV, rivolgendosi ai vescovi, dice loro che per nulla al mondo tollererebbe che si_mutasse la « tuta ac laudabilis consuetudo »*. La Chiesa, dice ancora Papa Lambertini, ordina fino ai particolari minuti (minutissima) allo scopo di conseguire la « uniformitas ad splendorem officii Ecclesiae », poiché bisogna mantenersi fedeli al precetto apostolico: « Tutto si faccia con decoro e or- dine » (1 Cor 14, 40) ?. Leone XIII lo giustifica con Pinteresse a « vigilare... ut integritas fidei morumgue christianoram ne quid detrimentum capiat » *, Pitt volte le Congregazioni Romane dichiarano che i vescovi non godono neppure della facolta di giudicare sui dubbi che sorgessero nell’applicazione dei diversi riti ¢ cerimonie*. 3 La legislazione liturgica del CIC Tl codice di diritto canonico non pretende di essere una nuova legisla- zione, ma solo una codificazione di un diritto preesistente, il che non impe- disce che si siano introdotte nuove leggi ¢ se ne siano abrogate altre. Per quel che riguarda la legislazione liturgica, esso segue fondamental- mente lo spirito delle norme emanate nel periodo post-tridentino. Gia nel canone 2 il Codice precisa che, salvo eccezioni, la sua intenzione non é quella di legiferare in merito ai riti ¢ le cerimonie che i libri liturgici, approvati dalla Chiesa latina, prescrivono circa le azioni liturgiche: « quindi, tutte le leggi liturgiche conservano la loro forza, e non si da mai che una di esse venga espressamente corretta nel Codice ». La validita di queste stesse leggi viene confermata nel canone 6, paragrafo 6. Fino ad oggi non esiste, ne & mai esistita, una codificazione propriamente detta del diritto liturgico. Pertanto, per quanto riguarda questa materia, eccezion fatta delle prescri- 1 Benedetto XIV, De sacrfcio missae, ITT, 15, 3. 2 Bist pastoralis (26 maggio 1742), IX, "1. Gasparti, 0. 64, n.. 320. 3 Cle. Cost. Tradita ad antiquis (14 settembre 1912), 1, ibidem, n. G98. 4Gfr, Clemente VI, Ene, Super qubusdan, ihidem ne 42. 5 Benedetto XIV, Enc. Allatae sunt (26 luglio 1755), 27, ibidem, n. 434. # Ene. Inter omnigenas (2 febbraio 1744), 18, ibidem, n.” $39. 7 Ene. estas (11 ottobre 1757), VII-RIT, ibidem, n. 445. Un esempio preso a caso da wn de- sreto della Sacra Congregazione dei Riti, che ha per oggetto una questione di poco conto, lo, offre il n. 5989, ibidem: si tratta di questo: s¢ un sacerdote che celebra due messe in uno stesso giorno, ud 9, seri di due called Giri ms 2; allen, m6 st. Offcionum ac munerum (a5 gennaio 1897), n. 18, ibidem, n. 632. F Veal tra Paltro: SRC Visen (11-piugno 1605) ad 1, € $RC Bolan (16 gennaio 1607), ibiden, n 1510 © §228 rispettivamente. 192 parte II - capitolo II zioni canoniche, ci si deve attenere alle rubriche, che si trovano nei libri liturgici ufficiali. In realta perd le prescrizioni del Codice in materia liturgica sono nume- rose. I] numero pitt rilevante si concentra nel terzo libro: Degli oggetti: 1 Parte, Dei sacramenti (e sacramentali) (canoni dal 731 al 1153); II Parle, Dei luoghi e tempi sacri (canoni dal 1154 al 1254); IM Parte, Del culto divine (canoni dal 1255 al 1306). Riguardano ancora la legislazione liturgica: il canone 98, che regola Pappartenenza dei fedeli ai vari riti cattolici; i canoni 239, 240, 337, 349 © 435 relativi alle facolt e ai privilegi riconosciuti, in materia liturgica, ai cardinali, ai vescovi, ¢ ai capitoli e vicari capitolari di una sede impedita © vacante; il canone 1390 relativo alla pubblicazione dei libri liturgici; ¢ il cznone 2378 nel quale si minaccia di applicare sanzioni ai chierici « che nel sacro ministero trascurano gravemente i riti ¢ le cerimonie prescritte dalla Chiesa e, ammoniti, non si siano corretti». Per scoprire il carattere generale della legislazione liturgica del codice di diritto canonico, sono di capitale importanza oltre i canoni 2 e 6, para- grafo 6 — gia citati —, anche i canoni 818, 1256, 1257 ¢ 1261. I canoni 818 e 1257, citati gid precedentemente, prescrivono rispetti- vamente: il valore obbligante delle rubriche del messale, ¢ la competenza ssclusiva di Roma per tutto quel che riguarda Pordinamento liturgico. Pit cardi, Pio XII nella Mediator Dei riaffermera questa ultima clausola*, Il canone 1257 viene completato dal 1261, in virtt: del quale si assegna al ve- scovo ordinario del luogo la sola funzione di « vigilare perché siano fedel- mente osservate le prescrizioni dei sacri canoni relative al culto divino... ». Si concede loro inoltre la facolta di promulgare leggi in vista di ottenere Papplicazione di dette prescrizioni ¢ al fine di dare disposizioni in merito a particolari non determinati dalla legislazione generale della Chiesa. Il canone 1256 stabilisce che il culto pubblico della Chiesa implica che esso venga tributato «in nome della Chiesa, da persone legittimamente costituite per questo scopo, ¢ mediante atti istituiti dalla Chiesa ». Questo principio viene ribadito anche da Pio XII nella Mediator Dei ¢ nella Istru- zione dél 3 settembre 1958 * Riassumendo, la legislazione liturgica del codice di diritto canonico consacra il monopolio della Liturgia da parte della Sede Apostolica; sta- bilisce chiaramente i limiti di esercizio della Liturgia; decreta la uniformitd delle sue espressioni per quanto riguarda la Chiesa latina, ¢ prescrive la stretta obbligatorietd delle rubriche. II _riflessione sulla storia della legislazione liturgica L’evoluzione della legislazione liturgica, dai primi tempi fino all’epoca contemporanea, si traduce di fatto nella storia della progressiva fissazione delle formule rituali e nella uniformita che a poco a poco va imponendosi, a tutto vantaggio del centralismo romano che alla fine viene a detenerne il 1 Ene, Mediator Dei, in AAS 99, 1947, 543 5%. 2 Istrurione De Matin sara eP Littsetn, Ret, in AAS 50, 1958, 692 193 la Liturgia e le sue lege monopolio. Situando questo fenomeno nel quadro della dialettica, cui sopra abbiamo fatto allusione, presente nella Chiesa tra lo spirituale e il vitale da una parte, e elemento istituzionale e il formalismo di una espressione so- ciale dalaltra, constatiamo di fatto che a poco a poco nella Liturgia ro- mana quest’ultimo aspetto é andato guadagnando terreno, arrivando fino a soverchiare Paltro della autenticita personale ¢ spirituale, che pure & a- spetto pitt essenziale del culto. La storia ci mostra che nella legislazione liturgica spesso — per non dir la maggior parte delle volte — preoccupazioni ¢ interessi marginali hanno avuto maggior peso di quello che @ il fine intrinseco della Liturgia. Altre volte si sono promulgate leggi, che essendo in funzione di determinati momenti storici, in ragione di questi davano alle proprie prescrizioni un senso pie- namente giustificato; ma superate quelle situazioni, le norme rimasero in vi- gore e via via appesantirono senza ragione il patrimonio liturgico tradizionale. Il diritto liturgico, specialmente quello postetridentino, si é sviluppato troppo indipendentemente dalla teologia ¢ dalla pastorale, e mosso quasi solo dall’amore di conservare determinate forme tradizionali. Il timore di cedimenti all’errore, la paura di provocare scandalo o divisione tra i fedeli ma anche una certa ansia di conservare alto il prestigio del papato, iden ficato a tutti i livelli con Punita della Chiesa, hanno forse polarizzato V’at- tenzione del legislatore molto pit del necessario, almeno nel senso che non si sono attese a sufficienza altre preoccupazioni, sicuramente pitt fondate sulla tradizione teologica e senz’altro pil conformi alle effettive necessit della pastorale. In tal modo si sono mantenute in vigore certe forme rituali come aventi valore assoluto, ¢ si é contribuito cosi a far perdere ad esse il ruolo loro proprio, quello cio’ di essere strumenti ¢ mezzi in vista di una realta pid profonda. A una funzione occasionalmente attribuita alle forme rituali si é talvolta sacrificato quello che solo giustificava in fondo Ia loro stessa struttura. purtroppo si deve notare che la legislazione liturgica del codice di di- ritto canonico non ha minimamente migliorato la situazione, anzi ha fo- mentato ancor di pit la sottomissione servile alle rubriche. Gome si & po- tuto constatare pitt sopra, nel canone 1256 le rubriche romane sono consi- derate quasi come condizioni della preghiera liturgica, al punto che senza sottomissione alle rubriche non si pud neppure parlare di Liturgia. E ad attenuare Pimplacabilitt delle rubriche prescrittive non resta altro quindi che Vopera certamente efficace, ma lenta ¢ rischiosa, di creare una usanza «contra ius», di inveterata tradizione canonica, Molti autori, nondimeno, pongono in dubbio Ia legittimita di questa « consuetudo contra rubricas », c altri anzi la negano totalmente, ¢ in proposito il canone 818 sembra dar loro ragione, per quanto riguarda le rubriche del messale. Il canone 2, nonostante proclami Ia separazione della materia liturgica dall’ambito del Godice, il che equivarebbe alla distinzione tra Liturgia e 1 Per studiare questa questione si consulti M, Noirot, Litugique (Droit), in «Diet. de droit ca- nonique» 6, Paris 1957, 535-537 € 03-5913 Idem, in «Revue de Droit Canonique» 3, 1953, 99-100. C. Gallewaert, ¢. ¢,, 141-143. Ph; Oppenheim, o. ¢, 141-159. Dom Guéranger sostenne, una Teoria secondo cui non si Hconosceva alla conguctudine la facolia di far, prevalere un modo di procedere contrario alle rubtiche prescritte © ai decreti della S. Congregazione dei Riti. Dom Beau- duin condivise questa opinione, Cir. Normes pratiques pour les réformes lturetques, in LND 1, 1945, 9-15. 194 parte II - capitolo I diritto, di fatto praticamente attribuisce valore giuridico, convertendolo in legge canonica, ad ogni norma o legislazione liturgica. Se il legislatore si proponeva di distinguere chiaramente cid che rientra pid direttamente nel campo della giustizia — al quale corrisponde propriamente il diritto —, da cid che & innanzitutto dettato dalla virti di religione, praticamente, in virti del diritto canonico, si @ arrivati al risultato che quel che non era niente altro che una norma rubricale, nata il pit delle volte come semplice consta- tazione di una usanza, di un certo modo di procedere, come un consiglio artistico o una norma di urbanita, si presenta adesso con carattere di impo- sizione- canonica. E bisogna ammettere che veramente non sembra proporzionato che, elementi i quali di fatto sono in funzione della mobiliti e del progresso dello spitito nel suo rapporto con Dio — religione —, debbano prendersi, in via ordinaria, come legge canonica, Infatti queste norme rubricali_assumono valore di leggi giuridiche per via estrinseca, ossia in forza di una disposizione disciplinare, e “questo non avviene neppure attraverso una trasposizione recettiva o materiale nell’ordinamento canonico, ma per una incorporazione puramente formale al medcsimo ordinamento, in vir del sopraccitato canone 21, Il codice di diritto canonico é stato frutto di un’epoca liturgicamente povera. L’aspetto comunitario, quello ciot di una partecipazione personale alla comunione ecclesiale, era poco apprezzato, essendo al contrario diffusa Ja mentalita individualista che caratterizzd la spiritualita del secolo xix e del'inizio del xx. Un esempio, scelto a caso, ma che illustra quanto an- diamo dicendo, lo offre il canone 731, paragrafo 1, che serve da introduzione alla serie dei canoni relativi ai sacramenti. Leggiamo: « Tutti i sacramenti della Nuova Legge, che furono istituiti da Nostro Signore Gest Cristo, ¢s- sendo i principali mezzi di santificazione e di salvezza, si deve avere somma diligenza ¢ riverenza nel!’amministrarli, nel riceverli opportunamente e se- condo la debita forma ». Analogamente nel canone 737, paragrafo 1 si dice: «II Battesimo, porta ¢ fondamento dei sacramenti, ¢ la cui recezione, di fatto o almeno di desiderio, ¢ necessaria a tutti per salvarsi, si conferisce validamente soltanto mediante abluzione fatta con acqua pura e naturale, accompagnata dalla prescritta formula verbale ». In questi canoni & certa- mente presente l’aspetto fondamentale della salvezza ¢ l’interesse ad assi- curare la validita della amministrazione dei sacramenti, ma non é neppure insinuato aspetto, altrettanto essenziale, ¢ che dovrebbe animare tutta la legislazione liturgica, del carattere comunitario della salvezza. Eppure questo @ indubbiamente l’aspetto che maggiormente deve interessare il di- ritto, perché prospettiva necessariamente religiosa € soprannaturale, che giustifica la stessa esistenza del diritto canonico, precisamente quella della «salvezza dell’'uomo in seno alla comunita » Questo modo improprio di impostare la legislazione liturgica ha reso possibile la dannosa opposizione esistente tra questa e lo spirito della sacra Liturgia. La Liturgia ¢ venuta cosi a ridursi a fatto esteriore e spettacolare, 1 Vedi C, Figueres, La codificaciin del Derecho Litirgico, in « Rstudlios de Derecho » 8, 1961. 2G. Le Bras, Prolégomtnes, Paris 1955, 25: 195 la Liturgia e le sue leggi a un complesso formalistico, fino a identificarsi — nella mente di molti - con il diritto liturgico, o con il rubricismo. Cosi avvenne che V’interesse si appuntd pid sul mantenimento che sul compimento del rito, pid sul modo di compierlo che sulla stessa realta cultuale che lo giustificava, per cui non era difficile né raro che si arrivasse all’estremo di sacrificare la realta alla letteralita di una prescrizione. Pio XII dovette affrontare il pericolo di queste opinioni erronee: « Vanno completamente errati riguardo alla vera nozione ¢ natura della Liturgia — dice il Papa nella Mediator Dei — quelli che 1a considerano soltanto come una parte esterna e sensibile del culto divino 0 come un cerimoniale decorativo; né sono meno in errore quelli che la considerano come una pura somma di leggi ¢ precetti con cui la gerarchia ecclesiastica ordina la rea- lizzazione dei riti» . Purtroppo il Papa non pensava, cosi dicendo, al CIC! Per un certo tempo Pattivita legislativa in materia liturgica si ridusse quasi esclusivamente a precisazioni proposte dalla casuistica, o a decidere que- stioni tanto banali come la forma delle casule, a perdersi in bizantinismi musicali e in tante altre cose prive di qualunque interesse propriamente liturgico. Si era in un’epoca ricca pid di rubricisti che di liturgisti. In una situazione liturgicamente cosi mediocre, gli uomini solo con grande fatica potevano integrarsi pienamente nello spirito liturgico, perché nella Liturgia trovavano troppa artificialita. La legislazione liturgica vigente fino a poco tempo fa, poteva certamente assicurare, per esempio, la purezza del dogma. Ma era necessario ¢ utile conseguire questo risultato, ostacolando l'uomo nel suo pieno inserimento alla realta espressa dal dogma cosi difeso, impe- dendogli una Liturgia che fosse realizzazione della sua comunione ecclesiale? La riforma liturgica operata principalmente da Pio XII ¢ dal Vaticano II, corrispondeva ad aspirazioni gid molto estese nella Chiesa. III Popera di rinnovamento della legislazione liturgica nel Vaticano IT L’opera di rinnovamento liturgico del Concilio &, in rapporto al movi- mento precedentemente abbozzato, di ritorno, di purificazione ¢ di risco- perta dei principi evangelici ed ecclesiologici, tenendo ben conto della fisio- nomia propria dell'uomo contemporanco. 1 Gontesto dottrinale La Chiesa. I Concilio si é proposto di proclamare in tutta chiarezza ai credenti ¢ a tutto il mondo la natura ¢ Ja missione universale della Chiesa *. Essa si riconosce come «un popolo educato nell’uniti del Padre, del Figlio € dello Spirito Santo»*, E il Regno di Dio, il Popolo di Dio, costituito 1 Ene. Mediator Dei, in AAS 39, 1947, Gi, LG 1. eee +16 4. 196 parte II - capitolo II dagli uomini santificati ¢ salvati da Cristo, ordinato alla comunione di vita, di carita ¢ di verita, strumento di redenzione universale, inviato a tutto il mondo come luce del mondo ¢ sale della terra. Ha come segno distintivo la liberta dei figii di Dio, ha come sua legge il comandamento dell’amore come Cristo stesso Pha amata, ha come fine la diffusione universal. E la Chiesa di Cristo, perché lui Pha acquistata a prezzo del suo sangue, le ha donato il suo Spirito ¢ le ha dato i mezzi adatti per essere una unione visibile ¢ sociale +, La Chiesa @ dotata di organi gerarchici; ¢ d’altra parte in essa, come Corpo mistico di Cristo, lo Spirito ripartisce tra i credenti di ogni condizione grazie, anche straordinarie, per mezzo delle quale li dispone ¢ li prepara a realizzare una varicta di opere ¢ ministeri utili per il rimovamento e una sempre pit ampia edificazione della Chiesa stessa*, Questo Popolo di Dio, o Chiesa, si compone di tutti gli uomini della terra. Diffondendosi, la Chiesa non soltanto non sottrae a nessun popolo alcun bene temporale, ma anzi favorisce ed assume, in tutto cid che contengono di buono, le qualita, le ricchezze ¢ le tradizioni che rivelano Ia fisionomia di ciascun popolo®, L’uomo. 11 Concilio fissa parimenti la sua attenzione sull’uomo contem- poranco al quale oggi é rivolto il messaggio cristiano. La Chiesa deve scru- tare i segni del suo tempo e interpretarli alla luce dell’evangelo, per poter in tal modo rispondere alle inquictudini di questo uomo. La Chiesa trova Puomo in un periodo nuovo della sua storia: Puomo sperimenta oggi una crisi o trasformazione sociale e culturale con ripercussioni anche nell’ambito religioso ‘, L’umanita passa da una concezione dell’ordine della realta piut- tosto statica a una concezione pili evolutiva ¢ dinamica, il che viene a creare una problematica totalmente nuova ®. La Chiesa si rivolge al?’'uomo preso nella sua totalita, perché & cost che deve salvarlo e alla comuniti che deve rinnovare *, Oggi la maggioranza degli uomini é convinta che tutto cid che esiste sulla terra deve essere ordi- nato all’uomo come a suo centro ¢ culmine?. Assistiamo al nascere di un nuovo umanesimo, in cui Puomo si definisce anzitutto per le proprie respon- sabilita di fronte ai fratelli ¢ alla storia *, L’uomo reclama, oggi come non mai, il rispetto della sua coscienza*: é lui personalmente che, con piena liberta, deve orientarsi al bene®, L’uomo di oggi si sa responsabile dell’ ordinamento politico sociale ed economico del mondo, ¢ come tale in diritto di parteci- pare all’andamento degli affari pubblici ®. La Chiesa, secondo I'espressione dello stesso Concilio, si sente solidale con questa famiglia umana ™, Essa si propone pertanto di realizzare la diffi- 1 Of. LG 9. 2LG 12. 2G 13. 16S 4 iat 7G8 i SGS 55, 268 ib G8 g." 268 3 197 la Liturgia ¢ le sue leggi cile armonia tra cultura umana e civile ¢ formazione cristiana. In vista di questo, fa appello ai teologi perché cerchino costantemente il modo pitt adatto di proporre la sua dottrina ai contemporanei; sottolinea Popportunita di utilizzare, nella cura d’anime, le moderne acquisizioni delle scienze pro- fane, della psicologia ¢ della sociologia in modo particolare, per alimentare una purezza ¢ maturith maggiore nella vita di fede dei credenti; riconosce inoltre il valore, in vista del medesimo obiettivo, delle lettere e delle arti. In tal modo si manifesta meglio la conoscenza di Dio, la predicazione del- Pevangelo risulta pit intelligibile alla comprensione degli uomini ¢ appare nel suo rapporto con le concrete condizioni di vita. Un altro voto é che molti laici ricevano una adeguata formazione delle scienze sacre e anzi che molti di essi si dedichino a un approfondimento delle medesime scienze. Perché tutto cid possa avvenire & perd indispensabile che a tutti, chierici ¢ laici, sia riconosciuta la liberta di ricerca, di pensiero e di espressione *. La Chiesa deve dialogare con gli uomini, ascoltarli attentamente e in- terpretare Ie loro aspirazioni e i loro diversi linguaggi La Liturgia, Un merito del tutto particolare del Concilio, che s’era pro- posto di favorire l’incremento della vita cristiana tra i credenti alla luce delle nuove esigenze del tempo presente, fu quello di aver operato il rinnovamento e Pincremento della Liturgia. Tale preoccupazione si basa sul fatto che la Liturgia si impernia tutta attorno alla Eucaristia, per la quale «si attua Popera della nostra redenzione»*, e «viene rappresentata ed effettuata Punita dei fedeli, che costituiscono un solo corpo in Cristo » ¢, cioé la Chiesa. L’Eucaristia é in realta la pit piena espressione efficace della comunita cristiana. La partecipazione piena al sacrificio e sacramento della Eucaristia alla Liturgia — deve realizzare una sintesi dell’umano e del divino, del visi- bile e dell’invisibile, del sociale ¢ dello spirituale da cui ¢ contemporanea- mente costituita la Chiesa; e proprio in vista del congiungimento storico di tali realtd antitetiche, la Liturgia deve adottare successivamente una forma o un’altra. E questo il criterio fondamentale proclamato dal Concilio che deve tro- vare spazio nella Chiesa, deve animare in futuro lo spirito liturgico rinno- vato. Lorientamento da una parte individualista, e dall’altra legalista e for- malista, ma sempre volto allo spettacolare e all’esteriorita, e purtroppo prevalente, fino a poco tempo fa, nella mentaliti liturgica della maggior parte della Chiesa deve ora cedere il posto a una preoccupazione eminente- mente pastorale e teologica, rivolta a favorire la partecipazione cosciente, attiva e fruttuosa dei cristiani che, comunitariamente e ufficialmente, si dispongono a rendere a Dio il culto a lui dovuto®. . Il Concilio ripetutamente si mostra interessato a che si favorisca ¢ si assicuri innanzitutto la partecipazione di tutto il Popolo di Dio alle celebra- zioni liturgiche, soprattutto alla Eucaristia, dal momento che in questa Gs 62. LG iy 3, oft. anche SC 2; 6; 10; passim, Gir. SC 11. 198 parte II - capitolo IT partecipazione si realizza la « maggiore manifestazione della Chiesa » + La nuova legislazione liturgica dovra dunque garantire tale partecipazione, a cui il cristiano «ha diritto ¢ dovere in forza del Battesimo »*. 2 Criteri fondamentali della riforma liturgica del Vaticano IT Istruzione liturgica, Questa partecipazione, che costituisce Videale che il Concilio si propone di raggiungere, esige necessariamente un tempo di pre- parazione. E compito dei pastori, vescovi e clero in generale acquisire per sé la pre- parazione necessaria per saper alimentare lo spirito comunitario richiesto dalla celebrazione del mistero pasquale, dal momento che tutti insieme si mangia della Cena del Signore, non in veste di spettatori ma coscientemente, devotamente ¢ attivamente*. Si deve pertanto incrementare la formazione liturgica, servendosi di tutti gli strumenti pastorali e scientifici adeguati‘*. I professori di Liturgia devono essere competenti, formati in istituti specializzati’, per poter dare a loro volta una formazione autenticamente liturgica a tutti quelli che si preparano al ministero pastorale *, presentando la materia liturgica secondo ‘una esposizione completa dal punto di vista teologico, storico, spirituale, pastorale e giuridico. Gli incaricati delle altre discipline dovrebbero da parte loro, nel trattare del mistero di Cristo ¢ della storia della, salvezza, fare esplicito riferimento al rapporto esistente con la Liturgia?. Al medesimo scopo di favorire la iniziazione liturgica ¢ la attuazione pastorale della Liturgia, si istituiscano commissioni liturgiche diocesane © interdiocesane, composte da specialisti di Liturgia, musica, arte sacra, ¢ pastorale; potranno far parte di queste commissioni anche dei laici com- petenti *, Rinnovamento, Tuttavia, Vistruzione ¢ una solida formazione liturgica non sono sufficienti, per se stesse, a realizzare Pideale proposto dalla Costituzione conciliare per Ia Liturgia. E indispensabile un rinnovamento delle stesse forme liturgiche, che in parte possono e devono variare liberandosi di quegli clementi che son venuti via via introducendosi, ma che non corrispondono alla intima natura della Liturgia Questa revisione deve operarsi a partire dalle solide basi consacrate dalla tradizione, senza tuttavia che cid significhi rifiuto della innovazione e del progresso, quando Vatilita della Chicsa realmente e con tutta certezza lo richieda ”. Nel suo processo di rinnovamento, la Liturgia deve alimentarsi costante- mente attingendo alla Sacra Scrittura 4. 18 41. 280 14. 3 Gh. $C 48. 4Cfr. SC 23. 5 Qf. SC 15. * Chr. SC 17. gee ir. 44-45: * Cfr. SC a1. Gf. SC 23. Cf. SC 24. 199 la Liturgia ¢ le sue leggi Dal momento che la celebrazione liturgica ¢ in definitiva un atto del Corpo in tutte le sue membra, qual @ appunto la Chiesa, si deve porre par- ticolare cura nel rendere manifesto il carattere comunitario della Liturgia '. La celebrazione liturgica dovra dunque presentare tutte le caratteri- stiche adeguate ad una dignitosa esecuzione *. Dovra promuovere la parte- cipazione attiva dei fedeli, ¢ le stesse rubriche dovranno prevedere la fun- zione che spetta ad essi nella celebrazione*. I libri liturgici, i testi ¢ i riti prescritti devono essere riordinati, e addi- rittura cambiati quando ne sia il caso, perché possano esprimere con maggiore chiarezza la realt’ che devono significare, e il popolo cristiano possa pitt facilmente capire ‘, I riti dovrebbero essere semplici, brevi e facilmente ese- guibili, proporzionati alla capacita di comprensione dei fedeli 5. Adattamento, Ul rinnovamento delle forme liturgiche esige, a sua volta, un adattamento alle necessit’ di oggi*, ¢ alla mentalita e tradizioni dei diversi popoli ¢ nazioni’, soprattutto quando si tratta dei paesi di missione *. Questo stesso interesse porta a riconoscere pariti di diritti e di onore a tutti i riti legittimamente accettati, ¢ anzi a incoraggiare la revisione ¢ lo sviluppo*. Nell’ambito di questo intento di adattamento della Liturgia, l’innova- zione pit importante @ Pintroduzione della lingua parlata nella Liturgia *, Da questo stesso adattamento consegue necessariamente I’attenuazione dell’uniformita che, come abbiamo avuto modo di vedere, ha costituito una delle caratteristiche dominanti della legislazione liturgica romana, soprat- tutto nel periodo post-tridentino. E cosi, malgrado che poi in pratica, per la maggior parte dei casi, la Sede Apostolica continui ad aggiudicare a s¢ la regolamentazione della Liturgia, la Costituzione conciliare modificando Ia prescrizione del canone 1257, che consacrava V’esclusiva del Papa su tale legislazione, attribuisce potere effettivo « ad normam iuris » ai vescovi in modo particolare alle Conferenze episcopali . 3, Principali applicazioni legislative della Costituzione Alla Costituzione conciliare sulla Liturgia Sacrosanctum Concilium, appro- vata praticamente all’unanimitd nella sessione del 4 dicembre 1963 ¢ pro mulgata da Paolo VI, hanno fatto seguito alcuni importanti documenti riguardanti la legislazione liturgica. Un primo passo é rappresentato dalla Lettera apostolica Sacram Liturgiam, data motu proprio il 25 gennaio 1964, nella quale il Papa creava il « Cor silium ad exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia » e stabiliva quali 1G SG ay. 2 Cir. SG 28-29. 8 Gtr. SG 30-31. $ Gf. SG 21-25, Chr. SC 34. * Gtr. SC 82. 7 Gf. SG "Gtr. SC 200 parte II - capitolo II delle disposizioni conciliari liturgiche dovevano cominciare ad entrare in vigore a partire dal 16 febbraio dello stesso anno. I Consilium, costituito da vescovi ¢ da esperti in Liturgia, veniva ad es- sere un organo parallelo alla Sacra Congregazione dei Riti, con Pincarico dello studio e della preparazione dei testi e dei riti liturgici secondo i nuovi orientamenti conciliari. I] Consilium inizid rapidamente e con impegno il suo lavoro. Ma dopo che la riforma liturgica promossa dal Concilio si fu imposta nella Chiesa e fu condotta a termine nelle sue lince essenziali, il Consilium e Ja sezione liturgica dellantica Sacra Congregazione dei Riti si fusero, in virti della Costituzione apostolica Sacra Ritwum Congregatio dell’8 maggio 1969, dando luogo alla Sacra Congregazione del culto divino. A questo nuovo dicastero spetta attualmente la competenza in materia di diritto liturgico. Il 26 settembre 1964 fu pubblicata una Istruzione per la retta appli- cazione della Costituzione sulla sacra Liturgia, Inter Occumenici, preparata dal Consilium. L’Istruzione determina pitt concretamente le competenze delle Conferenze episcopali in materia liturgica}, spiega con. maggior chia- rezza alcuni principi gid espressi in termini generali nei documenti prece- denti, e determina alcune decisioni che potranno diventare effettive a par- tire dal 7 marzo del 1965 *. AlPinizio del 1965 usci il nuovo Ordo Missae ¢ il Ritus servandus in cele- bratione Missae e il De defectibus. 11 tono generale di questi codici rubricali sulla messa continua ad essere quello di un interesse a incrementare uno stile di celebrazione che faciliti la comprensione da parte dei fedeli. Con- formemente alle prescrizioni della Istruzione, vengono semplificate le ru- briche, e sono soppresse prescrizioni minuziose ¢ superflue *. Si accresce il numero delle rubriche puramente orientative e si tenta di dare un senso meno stereotipato ¢ pitt realistico ai riti e ai gesti, in modo che venga facilitata la partecipazione comunitaria, devota, cosciente e attiva dei fedeli alla celebrazione liturgica. In questa stessa epoca, il Consilium publica « La preghiera universale » © «oratio fidelium ». Tale opuscolo contiene in una prima parte le direttive pratiche che devono regolare questa preghiera introdotta nella messa; viene posta in risalto la sua importanza pastorale ¢ in una seconda parte si de- scrive brevemente la storia, di questa istituzione liturgica caduta in disuso Si presentano inoltre alcuni testi a titolo di esempio. L’opuscolo & destinato alle autoritd territoriali competenti, alle quali si propone di offtire uno strumento che faciliti Piniziativa di preparare for- mule adeguate ai rispettivi territori. Nello stesso anno 1965 appare un nuovo documento: il Ritus servandus in concelebratione missae e Ritus communionis sub utraque specie. Viene ripristinata la concelebrazione. Il suo rituale si caratterizza per il tono orientativo di parecchie rubriche e per le molte varianti che nella esccuzione di alcuni 1Gfr, Decreto Inier Oecumenici, 22. 2 ibidem, 3. . __* Un esempio di rubrica inutile soppressa: « Alba induitur, caput submittens, deinde ma- nicam dexteram brachio dextero, et sinistram sinistro imponens. Albam ipsam corpori adaptat, elevat ante, et a lateribus hinc et inde...», Ritus servandus in celebrations Missae, I, 3. 201 la Liturgia e le suc leggi riti sono lasciate alla scelta del celebrante. Si estende inoltre la pratica della comunione sotto le due specie, Tutto cid risponde alla preoccupazione peda- gogica 0 pastorale di inculeare ¢ tradurre con pitt chiarezza certe verith della teologia encaristica. La riforma della messa continua. La seconda Istruzione per la retta appli- cazione della Costituzione liturgica introduce, nel maggio 1967, una serie di modifiche nel’ordinario della messa, ¢ si introduce Puso della lingua pailata nel canone della messa, recitato a voce alta; si accrescono inoltre le occasioni nelle quali @ permessa la comunione sotto le due specie. Pochi mesi dopo il Sinodo decide sull’uso facoltativo di te nuovi canoni, in aggiunta al canone romano tradizionale. Una serie di documenti emanati dalla Sacra Congregazione dei Riti ¢ dal Consilium dovevano preparare la promulgazione della nuova edizione del messale romano, che avviene con decreto della Sacra Congregazione del culto divino del 26 marzo 1970. I] nuovo messale & preceduto dalla Institutio gene- ralis, di grande portata formativa e pastorale, nella quale si cerca di evitare il rubricismo del Ritus servand:s del precedente messale romano di san Pio V. Si spiega che la eleborazione della nuova edizione risponde al triplice inte- resse di dare testimonianza della fede costante della Chiesa, di manifestare una tradizione ininterrotta, e di adattare i riti alle condizioni del presente. I testi esprimono meglio la dottrina, le rubriche sono pid semplici ¢ chiare. La terza Istruzione del 5 settembre 1970 dichiara cessato il periodo degli «esperimenti » liturgici © vuol porre un freno a una eccessiva « liberta », che si va manifestando, nell’applicazione del nuovo rito della messa. Simul- taneamente si & proceduto alla revisione e al rinnovamento del pontificale romano (Costituzione apostolica Pontifcalis Romani del 18 giugno 1968); del rituale del Battesimo dei Bambini, della Cresima (Costituzione aposto- lica Divinae consortium naturae del 15 agosto 1970), del Matrimonio, dei funerali. Ul calendario ¢ Yano liturgico sono stati inoltre revisionati ¢ adattati se- condo le direttive conciliari: sono scomparsi i nomi di molti santi che non. reggono alla critica storica, ¢ si é dato rilievo alle feste che celebrano i prin- cipali misteri della salvezza (Motu proprio Mysterii Paschalis del 14 febbraio 1969). Hanno ricevuto particolare attenzione da parte del’opera di legi- slazione postconciliare anche la Liturgia delle Ore (ex « Breviario romano » (Costituzione apostolica Laudis canticum del 1° novembre 1970) ¢ a musica sacra (Istruzione della Sacra Congregazione dei Riti Musicam Sacram del 5 marzo 1967). Nel momento di scrivere queste pagine, meriterebbe, mi pare, attenzione particolare il nuovo Ordo initiationis christianae adultorum, non soltanto per essere il documento liturgico importante di pid recente comparsa, ma anche per il metodo seguito nella sua claborazione e per le innovazioni ¢ pro- spettive che apre. Il documento in questione illustra molto bene qual & lo stile che ispira attualmente il legislatore liturgico. Il decreto della Sacra Congregazione del culto divino che lo promulga, porta la data del 6 gen- naio 1972 1L’Ordo initiationis christianae adultorum fa presentato ai giornalisti nella Sala Stampa della Santa Sede, il'17 febbraio del 1972. Cit. Pu Osservatore Romano » del 19 febbraio 1972. 202 parte II - capitolo IT Gia nel settembre 1964 Consilium affidd a una commissione speciale la restaurazione del catecumenato degli adulti e la revisione dei rituali del Battesimo, auspicati dalla Costituzione liturgica !. I principi che guidarono Ia elaborazione del tito, approvati dai vescovi membri del Consilium furono i seguenti: — Esprimere con maggiore chiarezza cid che i riti devono significare al fine di permettere la partecipazione pitt attiva dei fedeli ai misteri della salvezza. — Studiare gli clementi tradizionali utilizzati nella Liturgia del cate- cumenato ed assicurare la continuita tra le forme antiche e le nuove. ~~ Manifestare Pintimo rapporto tra Pazione di Dio significata dai riti € il cammino percorso dal catecumeno nel suo itinerario verso il Battesimo. Giascun rito deve esprimere nello stesso tempo sia il primato della chiamata della grazia, che la risposta dell’'uomo disposto a collaborare. Si presup- pone costantemente il processo di evangelizzazione in seno a una Chiesa in stato di missione, ¢ a una comunita viva, — Eliminare dai riti tradizionali ogni elemento che non corrisponde alla mentalita o alle circostanze di oggi. — Dare il massimo di possibilita alle Conferenze episcopali in ordine alPadattamento dei riti alla mentalita locale, specialmente nei paesi di mis- sione. Non si deve trattare unicamente di tradurre il nuovo rituale nella lingua di altri pacsi, ma soprattutto di adattarlo alle tradizioni, al genio alle situazioni peculiari di ogni popolo; si ammette percid 1a possibilita di creare riti, di comporre nuove preghiere, di cercare gesti ¢ musiche ori- ginali, sempre che si integrino nella struttura fondamentale del rituale romano. Del resto, il nuovo rituale presenta un’ampia varieta di testi, lasciandone la scelta alla Conferenza episcopale, al vescovo del Iuogo o allo stesso sacer- dote che amministra il sacramento. Per realizzare tale compito, la commissione incaricata della elaborazione del nuovo rituale cercd Ja collaborazione di esperti competenti dai quali furono esaminate diligentemente le diverse fonti liturgiche: la Liturgia ro- mana, cosi come le altre Liturgie occidentali ¢ le orientali. Furono inoltre esaminati i rituali analoghi in uso presso le confessioni non cattoliche. La commissione per altro lavoré in stretta collaborazione con un certo numero di centri di catecumenato in Asia, Africa ed Europa. II risultato dei lavori realizzati diede origine, in un primo momento, a un rituale approvato « ad experimentum » dal Consilium; il Papa ne autorizzd lapplicazione in una cinquantina di centri di catecumenato sparsi in tutto il mondo. Le risposte ¢ le reazioni di questi centri furono prese in considerazione a partire dal mese di ottobre 1968. Il Consilium redasse il rituale definitivo nel novembre del 1969; finalmente il Papa lo approvd il 6 gennaio 1972. 1 Gf, SC 64-70. 203 la Liturgia e le sue leggi IV problematica attuale e prospettive della legislazione liturgica L’azione del concilio Vaticano II ha impresso un cambiamento radicale nelPindirizzo seguito dalla legislazione liturgica nel corso dei secoli passati. La fisionomia della legislazione @ stata profondamente trasformata, soprat- tutto per la scomparsa del monolitismo liturgico romano. Si @ in realta ri- nunciato ad esso, a vantaggio di quel che & Pessenziale nella Liturgia: la partecipazione piena ¢ cosciente del popolo cristiano alla celebrazione cul- tuale, Il monopolio legislative romano scompare, in certo qual modo, a partire dal momento in cui si riconosce, in materia liturgica, una certa fa- colta legislativa ordinaria — per quanto limitata — alle Conferenze epi- scopali, e perfino ai singoli vescovi. Il culturalismo latino-romano, in vigore fino alla vigilia del Concilio, & stato irreversibilmente sostituito dal plura- lismo a livello locale della Liturgia, non solo per quel che riguarda Puso della lingua viva, ma anche, spesso, nella scelta ¢ composizione degli stessi riti. Si & riconosciuto, per cosi dire, ufficialmente diritto di cittadinanza nella Chiesa alla Liturgia locale: la Liturgia romana, a partire dal Vaticano II, & chiamata a rappresentare come un nucleo considerato essenziale, che dovra perd essere integrato con forme adattate alle comunita locali, oppure come uno schema-modello suscettibile in alcuni casi di venire modificato. La Liturgia, dopo il Concilio, é divenuta pitt sobria e pitt breve, guada- gnando con cid in espressivita. E inoltre evidente il carattere pastorale della stessa legislazione liturgica. Le prime norme decretate secondo lo spirito della Costituzione sulla sacra Liturgia furono — e lo sono tuttora in alcuni casi — provvisorie, appunto perché perseguivano lo scopo di una formazione allo spitito liturgico, di cui la maggior parte dei fedeli ¢ ancora sprowvista. La riforma liturgica propugnata dal Vaticano IL, in un primo momento, fa una scossa che risveglié ampi settori del popolo cristiano e manifestd a tutto il mondo il nuovo clima di rinnovamento che animava la Chiesa Ro- mana. Le innovazioni furono accolte con generale soddisfazione; per molti il nuovo spirito rappresentd un motivo di grande speranza. Ma Ventusiasmo non doveva durare molto. Gia alle prime manifesta- zioni della riforma, alcuni — relativamente pochi — « tradizionalisti », manifestarono la propria inquietudine e preoccupazione. Si mostrarono restii alle innovazioni, contestarono in particolare la decisione, presa per motivazioni evidentemente di carattere pastorale, dalla grande maggioranza dei Padri conciliari, di rinunciare a insistere sulla conservazione di certi valori di natura estetica: l'uso del latino ¢ del canto gregoriano. Tuttavia la riforma dava luogo a un fenomeno insperato. La maggiore partecipazione, cosciente ¢ attiva, alla celebrazione, auspicata da molti e di cui i competenti organismi postconciliari dovevano creare le condizioni (condizioni d’altronde che erano richieste dalla stessa nuova situazione socio-culturale del presente), portd i cristiani a scoprire il carattere per certi aspetti ancora un po’ superficiale della riforma finora intrapresa, La maggiore preparazione liturgica ¢ la partecipazione attiva ¢ responsabile mostrarono che il rinnovamento e ’adattamento proposti erano meno radicali di quanto sembrasse a prima vista: i problemi di fondo si rivelano ora con pid chiarezza. 204 parte II - capitolo II Di qui la disillusione ¢ il disinteresse che sembrano diffondersi oggi in molti ambienti cristiani riguardo alla riforma liturgica. Il fatto & che i problemi di fondo oltrepassano il campo liturgico. Senza un esame critico iealizzato a fondo, e senza una chiara visione di questi stessi problemi, la riforma liturgica non pud dare di per sé molto pitt che paludamenti moderni per ricoprire una struttura mentale ancora anacro- nistica, sfasata rispetto alla cultura contemporanea. La Chiesa e il popolo cristiano, oggigiorno, come in generale tutta la civilt& occidentale, vivono un’epoca di crisi culturale, politica e sociale. Questo implica profondi mutamenti di categorie ¢ di valori, e forse perfino la morte di determinate istituzioni. Per quel che riguarda la Liturgia — per esempio — non si vede come nella civilizzazione occidentale contemporanea, decisamente orientata verso strutture urbane e verso la tecnica del programmatore elettronico, il linguaggio ¢ la mentalita « rurali» che hanno alimentato la Liturgia ¢ la stessa presen- tazione della vita cristiana dagli inizi, possano oggi continuare a parlare a quelli che credono in Gest Cristo. Le rappresentazioni teologiche tradi- zionali trovavano la loro piena giustificazione in un contesto di sacralizza- zione, di soggezione alle forze della natura, di riferimento al passato, di pas- sivita e di dipendenza, di riconoscimento di una gerarchia ¢ di accettazione del potere che emana da essa, di una determinata valutazione della ses- sualita, ecc. Tutto cid contrasta con l’uomo secolarizzato di oggi. La scienza e la tecnica attuali si propongono come obiettivo precisamente la trasfor- mazione ¢ la conquista del dominio sulle forze della natura. La fonte di valori per ’'uomo contemporaneo si colloca pid nel futuro che deve creare, che nel passato. Pid che nella contemplazione, l'uomo tende a realizzarsi con pid pienezza nell’azione ¢ nella lotta per la giustizia e il benessere di tutti. La giustizia, la solidarieta, la liberta, Puguaglianza, la democrazia sono alla base stessa del comportamento dell’uomo contemporanco. II suo atteggiamento di fronte alla sessualita ¢ demistificante. Se, attualmente, Puomo vuol trovare giustamente la spiegazione di se stesso e del mondo, prestera ascolto non gia alle spiegazioni mitiche ¢ teologiche, ma piuttosto alle scoperte scientifiche. Alla base della crisi cristiana del presente, lo sfasamento di mentalita colpisce il cuore stesso del messaggio cristiano: il rapporto uomo-Dio e, di conseguenza, il rapporto Chiesa-mondo. La Chiesa entra percid in una specie di fase di silenzio: quando parla é male interpretata e non é ascoltata, a volte & semplicemente ignorata. Di fronte a una tale situazione, in vista di cid che interessa la Liturgia, si devono formulare chiaramente alcuni interrogativi: Come pud interessare un linguaggio — quello della celebrazione — che’ fa continuo uso del sim- bolismo naturale, rurale, e che non dice ormai pit nulla ai contemporanei? E come trovare simboli adeguati? Che valore ha in realta il riferimento in- sistente alla tradizione di forme liturgiche del passato? Quali vie si do- vranno seguire per scoprire o inventare un linguaggio adeguato? Che valore si puéd attribuire alla assemblea liturgica, quando in essa stanno a gomito a gomito persone che si ignorano mutuamente, ¢ che anzi forse 205 la Liturgia e le sue leggi sono separate da interessi economici 0 politici contrari? Qual é dunque il significato reale, umano, che prendono termini come unita, comunita, 0 comu- nione? Alla lunga, tutto cid svanisce, naturalmente, in verbalismo e mi- stificazione, inganno o artificio, Come creare in un contesto simile il clima di celebrazione, di « festa » proprio della assemblea liturgica? In tali condizioni non pud destare meraviglia che il disinteresse per la Liturgia vada crescendo. Attualmente, V’atteggiamento che i cristiani presentano nei confronti della Liturgia @ vario. Ci sono quelli che accettano docilmente le stratture attuali, sia per senso atavico o perché non si aspettano nulla da esse, oppure ne sono. effettivamente soddisfatti. A fianco di questi stanno aumentando di giorno in giorno quelli che «contestano» le recenti innovazioni. Da una parte stanno i « conservatori», che vedono scomparire con esse la pro- pria «sicurezza », oppure le considerano come un indice di degradazione del cattolicesimo. Dallaltra parte stanno coloro che, scontenti dalla man- canza di radicalita della riforma, prendono decisioni proprie, si emarginano e danno campo libero alla propria immaginazione e crcativita. Davanti a questo confuso panorama, come pud sperare la Chiesa di rag- giungere un linguaggio suscettibile di essere compreso da tutti ¢ di creare Punita di tutti? Un tale linguaggio facilmente pud arrivare ad essere il linguaggio di nessuno. Questa realtd critica interessa in modo speciale il legislatore. Ma anche il canonista non puéd ignorarla, se veramente crede che la missione del di- ritto é di assicurare una istituzione che favorisca lo sviluppo della vita di fede tra i cristiani concreti di un’epoca ben precisa. Se @ lecito avanzare proposte relative all’itinerario da seguire per la legislazione liturgica, sulla linea di quello spirito liturgico propugnato dal Concilio, ci sembra che, tenuto conto della situazione di crisi descritta, Vobiettivo cui ora si deve tendere é il riconoscimento del pluralismo liturgico inteso non come semplice avvicinamento a livello di popolo di una Liturgia gid fatta, ma come atto di fiducia nella coscienza ¢ nel senso di responsabiliti dei diversi gruppi cristiani, un atto di fiducia nella loro immaginazione € creativita ¢ soprattutto nel loro carattere profetico. Sard indubbiamente necessario che nella legislazione cultuale Paspetto istituzionale — cio’ il mantenimento di alcune forme istituzionali con tutto quello che comportano di riferimento alla tradizione storica — ¢ Vaspelto astratto, non concretamente legato alla comunita, tendano a diminuire, salvaguardando il nucleo molto ridotto gia contenuto nel NT. Dovranno avere la preminenza le preoccupazioni pit specificamente liturgiche, pit umane cd evangeliche, di garantire le condizioni necessarie a che la cele- brazione possa realizzarsi per tutti con il massimo di sincerita, di verita ¢ di vita. La Chiesa, come V’istituzione liturgica — e le forme in cui si & sto- ricamente espressa — non sono dei fini a se stesse, ma stanno a servizio di tutti gli uomini. Non tener conto di questo ci condurrebbe a un nuovo, sterile istituzionalismo, E vero che tanto la uniformita ¢ la fissazione di certe forme cultuali Gf. il discorso pronunciato da Paolo VI all’apertura della IV. Setsione del Concilio Vati- cano IT (14 settembre 1965), in Enchiridion Vaticonum, Bologna 197® [193-215]. 206 parte IL - capitolo I quanto il costante ricorso alla tradizione hanno reso possibile, in certi: mo- menti della storia, salvare dal pericolo dell’errore determinate comunita cristiane che altrimenti vi avrebbero ceduto, vittime degli eccessi della spon- taneita. E vero anche che il fatto di aver dato alle azioni liturgiche una forma stercotipata, ha conferito alle stesse un’aura di. mistero. Ma tutto questo non é forse troppo spesso avvenuto a scapito della comprensione del vero mistero di Cristo? Per assicurare alla Liturgia l'assenza da errori ¢ la purezaa dottrinale, la Chiesa oggi non si vede pit costretta a imporre una lingua e usi pluri- secolari: ha infatti a sua disposizione dei mezzi pih accessibili ¢ convincenti per ’'uomo contemporaneo, mezzi che l’attuale civili ione ci facilita at- traverso la sociologia delle comunicazioni. La comunité & Pambiente favorevole allo sviluppo della vita cristiana, il luogo di promozione della persona alla vita della grazia, come anche alla vita naturale, Potremo parlare con ragionc di Liturgia solo nella misura in cui alle comunita cristiane si diano possibiliti di autentica espressione. Se si realizza questo, ne verra come inevitabile conseguenza la varieta delle forme liturgiche. In tal caso, al di sopra delle diversificazioni secondarie, scopri- remo non gii una uniformita imposta — segno di debolezza e di superficia- lita —, ma Punita sostanziale della fede e dei riti fondamentali, liberamente ac- cettati secondo la pitt profonda e imperitura tradizione dei discepoli di Cristo. Attribuire troppo importanza a qualsiasi altro tipo di unit, tradizione, © comuniti, potrebbe venire a danno della visione pitt profonda della vera vita di fede in Gest Cristo. Inoltre, occorre sottolineare che la decentralizzazione della legislazione cultuale o il pluralismo radicale auspicato, non debbono essere intesi come diminuzione della devozione ¢ del rispetto dovuti all’autorita evangelica della Chiesa, al primato del Papa e alla funzione episcopale; si potrebbe applicare forse a questo proposito la espressione di sant’Ambrogio: « Desi- dero seguire in tutto la Chiesa romana; tuttavia anche noi abbiamo l’umano discernimento; ed & per questo che come altrove giustamente si osserva una cosa, altrettanto giustamente noi osserviamo la nostra » 1. T?unit& organica della societa che raccoglie gli uomini cristiani non deve essere considerata come qualche cosa di statico ¢ raggiunta una volta per sempre, ma come una realté in continuo divenire. Essa si consegue non con Timporre una apparente unit di espressione — che 2 poi artificiale —, ma piuttosto cercando il modo di attivare le diverse forme di reale solidarieta, conosciute ¢ valorizzate dai vari gruppi che costituiscono la societa. La Li- turgia é una creazione che viene allo stesso tempo, dalla Chiesa, dal popolo ¢ dalle persone concrete. Seguendo la linea tracciata dal Concilio, si dovra arrivare al giorno in cui anche agli « emarginati » di oggi venga riconosciuto il diritto di dar libera espressione alla propria immaginazione ¢ creativita, affinché, umilmente ¢ con lucidité critica, — e senza necessariamente di- struggere le attuali strutture — ricerchino ¢ inventino nuovi segni e nuovi riti, Non si deve mai dimenticare che é proprio in corrispondenza del modo di essere dell’uomo che si adottano segni ¢ parole nel culto, ¢ non gid in "De Sacramentis, TH, 1, 5, ed. O. Faller, in L 40, 1955+ 207 la Liturgia ¢ le sue leggi corrispondenza al modo di essere di Dio. Infatti se noi ci serviamo di parole nel culto, non é tanto per manifestare a Dio quel che c’é dentro di noi, « ma per indurre noi stessi ¢ quelli che ci ascoltano all’adorazione di Dio » '. Bi- sogna stare attenti a non pretendere di claborare una riforma del diritto litur- gico a partire — contro Pinsegnamento dello stesso Concilio — da una con- cezione troppo giuridica della Chiesa. La Chiesa non consiste principalmente nella gerarchia, nei sacramenti ¢ nelle altre istituzioni; tutti questi non sono in realta che strumenti a servizio della progressiva conversione degli uomnini all'evangelo. Troppo spesso i laici continuano ad essere considerati come semplici beneficiari dell’azione della Chiesa, invece che nella loro qualita di membri costitutivi di questa Chiesa che é il popolo di Dio. Se non si rico- nosce ad ogni cristiano una reale responsabilita, personale ed attiva, come ci si potra aspettare da lui una partecipazione autentica alla celebrazione liturgica? La futura legislazione liturgica, fatta alla luce degli orientamenti del concilio Vaticano II, dovrebbe certamente presentare un sistema normativo, atto a determinare le lince generali essenziali della Liturgia cristiana — su- perando di poco quello che gia compare nel NT — in modo che il modello elaborato dalla riforma conciliare acquisterebbe il carattere di punto di rife- rimento per tutto il mondo cristiano. A questo scopo gli si dovrebbe garan- tire la possibilita di essere adottato in luoghi di culto frequentati da un pub- blico variabile; potrebbe nello stesso tempo applicarsi in quei Iuoghi nei quali permane una struttura di tipo parrocchiale tradizionale, regolando il culto in quelle comunita non parrocchiali che se ne mostrassero soddi- sfatte, come in quelle che o non sentono la necessita di un cambiamento 0 non saprebbero inventarne un altro migliore. Finalmente si riconoscerebbe il diritto di ogni gruppo o comunit di celebrare il culto, secondo quel modo che umilmente sembrerebbe loro piii adatto alla loro situazione e identita. Cosi, senza perdere il pregio di una « norma comune» per cid che é fondamentale, si otterrebbe la effettiva possibilita di rendere a Dio un culto pitt umanizzato e, in ultima analisi, pitt evangelico, con pitt spirito ¢ verita. L’ordinamento canonico da parte sua guadagnerebbe una maggiore coerenza, ¢ il diritto canonico si conformerebbe pid strettamente al senso che gli viene imposto dall’antropologia ¢ dall’evangelo. Si realizzerebbe in tal modo Ja nozione — nel suo significato pith profondo, pitt essenziale ¢ pitt reale, anche se meno spettacolare — di tradizione e di comunita. Un tale orientamento implica l’accettazione del rischio di rafforzare i muri di separazione ¢ divisione tra due o pit Chiese. Ma la fede — spe- ranza o certezza di raggiungere la salvezza fondata sulla fiducia che ispira Gest Cristo — non comporta gid per se stessa la situazione di spirito che spinge ad assumersi questo rischio? Ne potrebbe forse risultare la scoperta di nuove forme di espressione adeguate alla comunita che riunisce tutti coloro che si sono convertiti alla fede in Gest Cristo. Resta da dire che quanto si @ qui suggerito non pud non essere seguito da un interrogativo: il prudente interrogativo che sempre si accompagna a ogni misura presa in un tempo di crisi, di trasformazione, di incertezza. 'S, Tommaso, Summa theol.. Hel, qs 91 at

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