I viaggi e le irrequietudini giovanili
Vittorio Alfieri nacque ad Asti il 16 gennaio 1749, da una famiglia della ricca nobiltà terriera. Nella tipologia
dell'intellettuale del Settecento rappresenta dunque la figura dello scrittore che, grazie alle cospicue
rendite, può dedicare tutto il suo otium alla letteratura. Della nascita nobile infatti Alfieri si compiaceva,
perché, garantendogli l'indipendenza economica, gli consentiva di non essere subordinato a nessuno. Sin
dall’infanzia si rivelò in lui una tendenza alla malinconia e alla solitudine. Nel 1758, a nove anni, fu mandato
a compiere gli studi presso la Reale Accademia di Torino. Più tardi diede giudizi durissimi sulla formazione
che vi aveva ricevuta, definendola arida e pedantesca. Uscito dall'Accademia, seguendo un costume diffuso
tra i giovani aristocratici del tempo, quello del grand tour, compì numerosi viaggi per l'Italia e l'Europa, che
si protrassero per ben cinque anni, dal 1767 al 1772. Visitò prima le principali città italiane, poi si recò a
Parigi, in Inghilterra, in Olanda, infine, in un terzo viaggio, toccò l'Austria, la Prussia, la Danimarca, la Svezia,
la Russia, ancora l'Olanda e l'Inghilterra. L'uso dei viaggi, per la nobiltà europea, si inseriva nello spirito
cosmopolita e nell'ansia di conoscenza che erano propri dell'età dei Lumi. Ma i viaggi di Alfieri non
rientravano in questo spirito illuministico: il giovane non si spostava indotto dalla curiosità di vedere, di
conoscere luoghi, di accumulare esperienze, ma in lui vi era una smania di movimento, un’irrequietezza
continua, che non gli consentiva di fermarsi in alcun luogo, ed era sempre accompagnato da un senso di
noia e scontentezza. Questa scontentezza e inquietudine, non avevano delle cause precise: era come se
egli inseguisse qualcosa di ignoto e di inafferrabile che gli sfuggisse continuamente dinanzi. Per questo sin
dagli anni giovanili emerge il profilo di un animo tormentato.
L’esperienza dell’assolutismo
Anche se lo scrittore proclama nella Vita che questi viaggi non gli avevano permesso di acquisire vere
conoscenze, aveva in realtà potuto accumulare un’esperienza delle condizioni politiche e sociali
dell'Europa contemporanea. É l'Europa dell'assolutismo, e nel giovane la «tirannide» monarchica provoca
reazioni negative. Quasi nulla di ciò che vede gli piace, per lo più prova insofferenza, sdegno, repulsione. A
Parigi si irrita per il «contegno giovesco» del re; a Vienna si indigna a vedere Metastasio, poeta di corte,
fare la «genuflessioncella d'uso» alla sovrana, e rifiuta di conoscerlo. Però in lui suscitano una reazione
positiva i paesi dove vi sono maggiori libertà civili, come l’Inghilterra e l’Olanda. Cioè che lo affascina però
sono soprattutto i paesaggi desolati, orridi, selvaggi e maestosi.
A Torino: vita oziosa e inizio dell’attività letteraria.
Ritornato a Torino, conduce la vita oziosa di un «giovin signore», chiuso in una solitudine che ingigantisce
la sua scontentezza e la sua inquietudine. La depressione è ulteriormente accresciuta da un «tristo amore»,
una relazione con la marchesa Gabriella Turinetti di Prié, che dal giovane è sentita come un giogo
avvilente, da cui però egli non riesce a liberarsi. L'unica attività che gli si offre è quella letteraria. Dopo gli
anni di vuoto intellettuale dell'Accademia, già nel 1768 aveva cominciato a leggere, dedicandosi soprattutto
agli illuministi francesi quali Montesquieu, Voltaire, Rousseau, che costituiscono poi la base della sua
cultura. Un momento essenziale era stata anche la lettura di Plutarco. A Torino Alfieri fonda nel 1772, con
alcuni amici, una sorta di società letteraria per cui scrive alcune «cose facete miste di filosofia e di
impertinenza», come l'Esoui du jugement universel ("Schizzo del giudizio universale", 1773), una satira
stesa in francese (che è la lingua che Alfieri parla e in cui scrive abitualmente). Nel 1774 inizia, sempre in
francese, un Journal (“Diario", poi proseguito nel 1777 in italiano), dove si rispecchia il momento più acuto
e disperato della sua crisi.
La “conversione” letteraria.
Nel 1774, aveva abbozzato una tragedia, Antonio e Cleopatra, dimenticandola subito dopo. Dopo essergli
ritornato in mano il manoscritto per caso però, egli scopre la somiglianza tra la propria relazione con la
Turinetti e quella tra Antonio e Cleopatra, e si rende conto di come proiettare i propri sentimenti nella
poesia costituisca l'unico modo per trovare un superamento dei propri tormenti, una catarsi. La tragedia,
portata a termine, viene rappresentata al teatro Carignano di Torino nel giugno del 1775, ottenendo grande
successo. In questo episodio comincia a manifestarsi la sua vocazione di poeta tragico. Da quel momento
ritiene di aver trovato lo scopo capace di riempire la sua vita vuota e di darle un senso. Dello stesso anno è
la prima stesura di altre due tragedie, Filippo e Polinice, e di lì in avanti tutta la sua esistenza sarà dedicata
alla letteratura. Data l'insufficienza dei suoi primi studi, gli è però indispensabile munirsi dell'adeguato
bagaglio culturale: per questo motivo si immerge nella lettura dei classici latini e italiani, si applica allo
studio della lingua italiana per impadronirsi di un linguaggio adatto alle tragedie che intende scrivere, e
giura che non utilizzerà più il francese. Per far propria la lingua italiana tra il 1776 e il 1780 soggiorna a
lungo in Toscana, a Pisa, a Siena, e a Firenze, dove conosce Louise Stolberg, contessa di Albany, moglie di
Charles Edward Stuart, e trova in lei il «degno amore» che, insieme con la poesia, può dare equilibrio alla
sua vita. Nel 1783 inizia a Siena una prima edizione di tragedie, mentre una seconda sarà portata termine a
Parigi fra il 1787 e il 1789, presso la prestigiosa stamperia dei fratelli D dot. A Parigi infatti, con la contessa,
soggiorna a lungo tra il 1785 e il 1792. Lo scoppio della Rivoluzione eccita il suo spirito antitirannico e lo
induce a salutare con un'ode la presa della Bastiglia (Parigi sbastigliato). Ma presto gli sviluppi del processo
rivoluzionario suscitano in lui riprovazione e disgusto. Nel 1792, dopo l'assalto alle Tuileries, fugge da Parigi
con la Stolberg e va a stabilirsi a Firenze, dove vive i suoi ultimi anni in solitudine, animato un odio sempre
più forte contro i francesi. A Firenze muore l'8 ottobre 1803.