Copto 062
Copto 062
@ Introduzione
1. Aziz S. ATIYA, The Coptic Encyclopedia, New York etc., Macmillan, 1991, vol. 8, (R.
Kasser, ed.) Linguistics, p. 1-227.
2. Sulla situazione linguistica dell’Egitto cristiano: Gustave BARDY, La question des
langues dans l’Église ancienne, Paris, 1948. Roger S. Bagnall, Egypt in Late Antiquity,
Princeton Univ. Press, 1993. Ewa Wipszycka, Le degré d’alphabetisation en Égypte
byzantine, REA 30 (1984) 279-296; La christianisation de l’Égypte aux IVe-VIe siècles.
Aspects sociaux et ethniques, Aegyptus 68 (1988) 117-166.
3. Tito Orlandi, Egyptian Monasticism and the Beginnings of the Coptic Literature, in: P.
Nagel (ed.), Carl-Schmidt-Kolloquium an der Martin-Luther-Universität 1988, p. 129-142,
Halle, Martin-Luther-Universität, 1990; id., Le traduzioni dal greco e lo sviluppo della
letteratura copta, in: P. Nagel (ed.) Graeco-Coptica, p. 181-203, Halle, Martin-Luther-
Univers., 1984 (Wiss. Beiträge 48). Louis Theophile Lefort, La littérature égyptienne aux
derniers siècles avant l’invasion arabe, CDE 6 (1931) 315-323; Georg Steindorff,
Bemerkungen uber die Anfänge der koptischen Sprache und Literatur, in: AA VV, Coptic
Studies in Honor of W. E. Crum, p. 189-214, Boston, Byzantine Institute, 1950; Carl Schmidt,
Die Urschrift der Pistis Sophia, «Zeitschrift für Neutestamentliche Wissenschaft» 24 (1925)
218-240.
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2 Patrologia Copta bozza 0
4. Grammatiche: Ludwig Stern, Koptische Grammatik, Leipzig 1880. Walter Till, Koptische
Grammatik, Leipzig 1966(3). Alexis Mallon, Grammaire copte [boairico], Beyrouth 1904.
Jozef Vergote, Grammaire copte, , Leuven, Peeters, T. Ia,b: 1973, T. IIa,b 1983 Thomas O.
Lambdin, Introduction to Sahidic Coptic&&, Mercer University Press, 1983, XVIII 377 p&&,
Hans Jacob Polotsky, Grundlagen des koptischen Satzbaus, Decatur GA, 2 vols., 1987, 1990.
Ariel Shisha-Halevy, Coptic Grammatical Chrestomathy. A Course for Academic and Private
Study, , Leuven, Peeters, 1988, XIX 277 p. Dizionari: Walter E. Crum, A Coptic Dictionary,
Oxford 1939 Richard Smith, A Concise Coptic-English Lexicon&&, Grand Rapids MI,
Eerdmans, 1983, xiv 81 p.&&, W. Westendorf, Koptisches Handwörterbuch, Heidelberg
1965sgg.
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bozza 0 Patrologia Copta 3
Apocalypsis Eliae. Edizione: Georg STEINDORFF, Die Apokalypse des Elias, Eine
unbekannte Apokalypse, und Bruchstucke der Sophonias-Apokalypse, TU 17.3A, Leipzig,
Hinrichs, 1899. A. PIETERSMA, S. T. COMSTOCK, H. W. ATTRIDGE, The Apocalypse of
Elijah, Based on P. Chester Beatty 2018, Text and Translations, 19, Chico Ca., Scholars Press,
1979. Bibliografia: Wolfgang SCHRAGE, Die Elia-Apokalypse, Judische Schriften aus
hell.-rom. Zeit, 5: Apokalypsen, p. 191-288, Gutersloh, Mohn, 1980. Carl SCHMIDT, Der
Kolophon des Ms. Orient. 7594 des Britischen Museums, Eine Untersuchung zur Elias-
Apokalypse, Sitzungsber. Akad. Berlin (1925) 312-321. Jean-Marc ROSENSTIEHL,
L’Apocalypse d’Elie, Le Museon 95 (1982) 269-284. G. ARANDA PÉREZ, F. GARCÍA
MARTÍNEZ, M. PÉREZ FERNÁNDEZ, Literatura judía intertestamentaria, Estella
(Navarra), Verbo Divino, 1996 (Introduccion al estudio de la Biblia, 9). Gonzalo ARANDA,
Ideas escatologicas judías en el Apocalipsis copto de Elias, Simposio Bíblico Español, N.
Fernandez Marcos - J.C. Trebolle Barrera et al. eds, 663-679, Madrid, Universidad
Complutense, 1984. David FRANKFURTER, Elijah in Upper Egypt. The Apocalypse of
Elijah and Early Egyptian Christianity, Minneapolis, Fortress Press, 1992.
La redazione ultima da cui è stata fatta la traduzione copta è certamente cristiana; si parla del
III e anche del IV secolo, ma ci si deve evidentemente restringere al III, e già sarebbe un caso
notevole di traduzione quasi immediata ed espansione assai vasta in copto, data l’antichità dei
manoscritti. I critici, guidati dall’analisi puramente interna, hanno messo in rilievo la parte che
l’Egitto gioca nella concezione del testo, e ne hanno tratto le relative deduzioni circa
l’ambiente in cui è stato composto; e ne hanno anche messo in rilievo, sia pure con sfumature
differenti, la derivazione da tradizioni prettamente giudaiche. Ci troviamo dunque in un
ambiente che riunisce influenze giudaiche, egiziane autoctone e monastiche cristiane.
Apocalypsis Sophoniae. Edizione: Georg STEINDORFF, Die Apokalypse des Elias, Eine
unbekannte Apokalypse, und Bruchstucke der Sophonias-Apokalypse, TU 17.3A, Leipzig,
Hinrichs, 1899.
Nel frammento rimasto, il profeta contempla il luogo dove dimorano i giusti. Forse l’opera
corrisponde a quella citata da Clemente (Strom. 5,11.22.2)
Acta Pauli. Edizione: Carl SCHMIDT, Acta Pauli, Heidelb. Pap. Veroff., 2, Leipzig,
Hinrichs, 1905(2). Bibliografia: Carl SCHMIDT, Acta Pauli, Forschungen und Fortschritte 12
(1936) 352-354. Rodolphe KASSER, Acta Pauli 1959, Revue d’Hist. et Philosophie Rel. 40
(1960) 45-57. Wilhelm SCHNEEMELCHER, Die Acta Pauli, Neue Funde und neue
Aufgaben, TLZ 89 (1964) 241-254. G. D. KILPATRICK, C. H. ROBERTS, The Acta Pauli, A
New Fragment, JTS 47 (1946) 196-199, &,
Il codice di Heidelberg è l’unico testimone dello stadio in cui gli Acta Pauli erano nella loro
forma completa, e, a quanto sembra, originale; mentre la tradizione più tardiva, in greco come
in copto, latino etc., separerà i diversi episodi principali, conservandone alcuni come testi a sè,
e facendone scomparire altri. La redazione originale sarebbe stata composta in Asia Minore
verso la fine del II secolo. Se teniamo conto del tempo necessario per l’accoglimento in
Egitto, anche in questo caso la traduzione in copto è stata assai tempestiva.
Epistula Apostolorum. Edizione: Carl SCHMIDT, (Pierre LACAU), Gesprache Jesu mit
seine Jungern nach der Auferstehung, Ein katholisch-apostolosches Sendschreiben des 2.
Jahrhunderts nach einem koptischen Papyrus, TU 43, Leipzig, Hinrichs, 1919. Bibliografia:
Manfred HORNSCHUH, Studien zur Epistula Apostolorum, Patristische Texte und Studien, 5,
Berlin, De Gruyter, 1965.
La redazione originale, in greco, è stata assegnata unanimemente al II secolo. Per il luogo di
provenienza, mentre lo Schmidt proponeva l’Asia Minore, Hornschuh ha proposto in un
primo tempo l’Egitto, ma in base a considerazioni che egli stesso ha poi dichiarato
insostenibili. Il contenuto è fortemente anti-gnostico, e sono nominati in particolare Simone e
Cerinto. Sono anche stati notati influssi di tipo giudeo-essenico.
Acta Petri. Edizione: Carl SCHMIDT, Die alten Petrusakten in Zusammenhang der
Apokryphen Apostelitteratur nebst einem neuentdeckten Fragment, TU 24.1, Leipzig,
Hinrichs, 1903. Walter Curt TILL (- H. M. SCHENKE), Die gnostische Schriften des
6 Patrologia Copta bozza 0
koptischen Papyrus Berolinensis 8502 [II ediz.], TU 60.2, Berlin, Akademie, 1972(2).
Bibliografia: Michel TARDIEU, Codex de Berlin, Paris, Cerf, 1984.
La struttura completa originaria degli Acta Petri non è conosciuta attraverso alcun testo
pervenuto. Il brano rimasto in copto si trova nel famoso papiro gnostico insieme con
l’Apocryphon Iohannis, la Sophia Iesu Christi, l’Evangelium Mariae. Esso dovrebbe
appartenere alla prima parte degli Acta, mentre la seconda parte (comprendente il martirio di
Pietro) sarebbe restituita dagli Acta latini del codice di Vercelli (VI-VII secolo). Ci si chiede
quale significato dare all’inclusione del brano copto in una raccolta cosí apertamente gnostica;
e come si concilii questo con la tendenza piuttosto anti-gnostica che si desumerebbe dagli
Acta latini, i quali pure recano tracce di influenze gnostiche. Il problema rimane per il
momento aperto.
testo può essere considerato il frammento di una teologia meno nota della
sua diretta concorrente (parlo della corrente asiatica e di quella
alessandrina8) salvato miracolosamente in un ambiente ostile, quello
egiziano, da cui non ci si sarebbe aspettato tanto amore per un tale testo.
Siamo dunque nel quadro delle controversie trinitarie fra II e III secolo,
che vede la contrapposizione della teologia cosiddetta «asiatica» e quella
«del Logos», a piú riprese delineato da Simonetti9. Gli elementi che
interessano qui sono soprattutto i seguenti: il tendenziale monarchianesimo e
materialismo divino degli asiatici; il subordinazionismo e spiritualismo
integrale degli alessandrini. Nota Simonetti che all’inizio del IV secolo «in
Egitto ha ormai prevalso, dopo accesi contrasti, la dottrina del Logos» (p.
533). È possibile invece che questa prevalenza sia da attribuire ad
Alessandria, e che nella valle del Nilo la situazione fosse meno definita.
Comunque sia, è certo straordinario il numero di testimonianze del De
Pascha, in Egitto, sia in greco che in copto. Soltanto fra III e V secolo
(stando alle attribuzioni paleografiche, che appaiono ragionevoli) si
registrano due manoscritti in greco (uno quasi completo e un frammento) e
tre in copto (uno quasi completo e due frammenti), senza contare le piú tarde
testimonianze ancora in copto (due manoscritti), in georgiano (un
frammento), e in latino (una epitome).
Si aggiunge il fatto che nel manoscritto copto principale l’omelia è
inclusa in una raccolta soprattutto di testi biblici, il che fa pensare ad una
utilizzazione liturgica, e quindi ad una grande autorevolezza data al testo.
Tutto ciò solleva il problema della collocazione dei lettori di Melitone:
non in Alessandria, dato il ben noto disprezzo che Origene mostra verso
questo autore. Si deve dunque pensare che in altri ambienti egiziani si
coltivassero simpatie per la posizione teologica o comunque spirituale di tipo
asiatico. Noi abbiamo trovato tracce di tali ambienti presso i monaci del
Medio Egitto10. Le fonti autorevoli (greche internazionali) hanno invece
cancellato ogni ricordo di quei monaci, e questo non sarà stato senza
ragione, ricordando le tendenze evagriane di Palladio e della Historia
monachorum.
L’identificazione di quell’ambiente porta l’attenzione su due altre omelie,
8. Dei tanti studi, o meglio brani di studi, dedicati a questi tema, ricorderemo il recente
Modelli culturali nella cristianità orientale del II-III secolo, in: Manlio Simonetti, Ortodossia
ed eresia tra I e II secolo, Messina, Rubbettino, 1994, p. 315-331, nel quale l’autore si
sofferma anche sul problema qui trattato del rapporto fra anima e corpo.
9. Importante in questo caso: «Persona» nel dibattito cristologico dal III al IV secolo,
«Studium» 5 (1995) 531-548.
9. Ed. James E. Goehring, The Crosby-Schøyen Codex Ms 193 in the Schøyen Collection,
Leuven, Peeters, 1990.
10. Mi riferisco ai personaggi, ricordati con molta evidenza nelle fonti copte, di Paolo di
Tamma, Apollo di Titkooh (detto modernamente anche di Bauit), e di Aphou di Ossirinco: cf.
sotto.
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8 Patrologia Copta bozza 0
11. Ed. Ernest Alfred Thompson Wallis Budge, Coptic Homilies in the Dialect of Upper
Egypt, London, British Museum, 1910. Cf. Wilhelm Schneemelcher, Der Sermo "De anima
et corpore". Ein Werk Alexanders von Alexandrien?, Misc. Dehn, 119-143, Neukirchen Kreis,
Moers, 1957. Tito Orlandi, La tradizione di Melitone in Egitto e l’omelia De anima et
corpore, Augustinianum 37 (1997) 37-50.
12. Pierre Nautin, Le dossier d’Hippolyte et de Meliton dans les florilèges dogmatiques et
chez les historiens modernes (Patristica, 1) Paris, Éditions du Cerf, 1953.
13. Cf. Ignazio Eph 19.1, 15.1-2, 6.1; Magn 8.2. Sulla questione cf. H. Schlier,
Religionsgeschichtliche Untersuchungen zu den Ignatiusbriefe, Giessen 1929, p. 38-9;
Camelot DS 7.2 col. 1255 e 1264; P. Miquel DS 14 col. 834-6; P. Prigent, Commentaire du
Nouveau Testament, IIe sér., XIV, L’Apocalypse de S. Jean, Gevève 1988(2), p. 130.
14. Cf. J. Daniélou, La typologie millenariste de la semaine dans le christianisme primitif,
«Vigiliae Christianae» 2 (1948) 1-16.
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bozza 0 Patrologia Copta 9
soprattutto la teologia del silenzio che lega questa omelia alla linea
«asiatica» che va da Ignazio a Marcello di Ancira, il quale fu addirittura un
forte oppositore della linea alessandrina.
@ Antonio
origini. Dopo tutto, l’origenismo che Evagrio doveva trovare nel deserto dei
Kellia non è nato per generazione spontanea». E si noti fra l’altro che l’opera
di Gerolamo che contrappone un Paolo di Tebe ad Antonio come primo
monaco si spiega forse con l’intento di diminuire l’importanza di una figura
«origenista».
Il libro di Rubenson sulle lettere di Antonio17 rappresenta una svolta nella
valutazione di questo corpus a lungo trascurato. Rubenson porta alle estreme
conseguenze una nuova considerazione dell’attività e della cultura di
Antonio. Egli rivendica la genuinità delle sette lettere a lui attribuite, e
attraverso il loro studio traccia un ritratto inedito della figura di Antonio.
Essa appare quella di un intelligente origenista (sia pure moderato),
perfettamente conscio dei dibattiti spirituali del suo tempo. Anche la cultura
«copta» di quel periodo è riconosciuta assai piú attiva e valida di quanto non
si ritenga normalmente. Anche se le opinioni di Rubenson vanno discusse e
talora ricondotte ad una piú equilibrata visione dei problemi, esse sono
portatrici di un rinnovamento assai benefico.
Dal punto di vista della letteratura copta, c’è la possibilità che Antonio
sia stato il primo autore di opere originali in lingua copta, se si aderisse
all’ipotesi, al momento poco probabile, che egli abbia redatto in copto le sue
lettere. Poiché l’analisi del Rubenson rende molto probabile che egli
conoscesse il greco, non c’è motivo di pensare che egli non le abbia redatte
in greco.
Un altro personaggio che viene indicato come possibile redattore di opere
originali in copto (Peterson ha addirittura pensato di attribuirgli alcuni
frammenti)18 è Ieraca, sulla scorta di una affermazione di Epifanio di cui
peraltro è difficile stabilire la valenza. In tutti i modi gli inizi della letteratura
copta originale sembrano essere collegati con la parte origenista della cultura
egiziana, ma piú probabilmente in ambiente pacomiano.
@ Pacomio e i pacomiani
17. Samuel Rubenson, The Letters of St. Antony: Origenist Theology, Monastic Tradition and
the Making of a Saint, Lund, Lund University Press, 1990.
18. Erik Peterson, Ein Fragment des Hierakas?, Le Museon 60 (1947) 257-260.
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bozza 0 Patrologia Copta 11
Pacomio, Lettere. Edizioni: Hans Quecke, Die Briefe Pachoms, Griechischer Text der
Handschrift W.145 der Chester Beatty Library. Anhang: die koptischen Fragmente und
Zitate, Textus Patristici et Liturgici 11, Regensburg 1975. Hans QUECKE, Ein neues
Fragment der Pachombriefe in koptischer Sprache, Orientalia 43 (1974) 66-82. Bibliografia:
Ilona Opelt, Die Diktion der lateinischen Pachomiusbriefe, G. J. M. Bartelink etc. (eds.),
Eulogia. Mélanges offerts à Anton A. R. Bastiaensen Steenbrugge - The Hague, St.
Pietersabd. - Nijhoff, 1991. I seri dubbi che circondavano il corpus delle lettere pacomiane,
conosciuto a suo tempo solo dalla traduzione latina di Gerolamo, stanno scomparendo di
fronte ai recenti ritrovamenti di buona parte del testo greco (ed. Hans QUECKE, Die Briefe
Pachoms, Griechischer Text der Handschrift W.145 der Chester Beatty Library. Anhang: die
koptischen Fragmente und Zitate, Textus Patristici et Liturgici 11, Regensburg 1975) e di
numerosi frammenti copti di quello che deve considerarsi il testo originale. Il contenuto di
queste lettere è conosciuto da tempo attraverso la traduzione latina (Boon cit.); vorremmo
tuttavia qui sottolineare: (a) il fatto che esso consiste per lo più di citazioni bibliche, e (b)
l’uso dei misteriosi segni alfabetici il cui significato non è tuttavia chiaro.
Pacomio (ps.), Catechesi. Edizione: Budge cit.; Lefort Oeuvres de Pachôme, cit.
Bibliografia: Adalbert de Vogüé, Deux réminiscences du livre de Josué dans la première
catéchèse de saint Pachôme, Studia monastica 36 (1994) 7-11; Khalil SAMIR, Temoins
arabes de la catechese de Pachome "A propos d’un moine rancunier" (CPG 2354.1), OCP 42
(1976) 494-508. P. Tamburrino, Les saints de l’Ancien Testament dans la 1re catechese de
Saint Pachome, Melto 4 (1968) 33-44. Questa lunga esortazione ad un monaco (preso
evidentemente ad esempio per tutti) tocca un po’ tutti i temi della vita monastica e del
comportamento di un monaco. Il titolo che appare nell’unico manoscritto («ad un monaco che
aveva risentimento contro un altro, al tempo d’apa Eboneh che l’aveva condotto a Tabennesi»)
proprio per la sua specificità è quanto mai sospetto e presenta caratteristiche analoghe a quelle
di molti titoli concepiti nel corso della tradizione manoscritta, che si trovano finalmente nei
manoscritti del IX-XI sec. La forma letteraria è troppo conforme alle classiche catechesi del V
sec., greche o copte, per poter essere accettata come pacomiana; e lo stesso vale per il
contenuto e l’ampiezza della trattazione. Noi crediamo che proprio la mancanza di
testimonianze scritte dell’opera catechetica di Pacomio, il cui ricordo sopravviveva tuttavia
nelle vite, sia greche che copte, abbia dato luogo alla produzione di opere come questa,
attorno al VI sec., quando cominciò una certa sistemazione della letteratura monastica copta.
A questa situazione dobbiamo il fatto che un lungo brano di questa catechesi si trovi anche in
una lettera attribuita ad Atanasio (Lefort 110-120): è anzi da supporre che il testo
«pacomiano» sia appunto un centone di brani presi da testi preesistenti, come succedeva
anche per opere di altri autori. Concordiamo dunque con le conclusioni negative a proposito
della genuinità, del Van Molle 0424, p. 395-9.
Pacomio (ps.), Excerpta. Edizione: Lefort Oeuvres de Pachôme, cit.. Sono contenuti in
codici miscellanei tardivi, e dunque tanto più sospetti. In particolare troviamo una catechesi
completa sulla Pasqua, di contenuto del tutto generico; ed un altro brano, parte del quale si
ritrova anche negli apophthegmata (questione complessa letterariamente: v. Lefort Oeuvres de
Pachôme, cit. p. VIII-IX). Anche in questo caso escluderemmo l’autenticità.
Teodoro, Lettera per la riunione di Mesore. Edizione: Martin Krause, Der Erlassbrief
Theodors, D.W. Young (ed.), Studies Presented to H.J. Polotsky, p. 220-238, Beacon Hill MS,
Pirtle Polson, 1981 La venerabilità dei due manoscritti, lo stile ed il contenuto densi e
misteriosi ci inducono a non dubitare della sua autenticità.
14 Patrologia Copta bozza 0
Teodoro (ps.), Catechesi. Edizione: Lefort Oeuvres de Pachôme, cit. p. 40-60. Il manoscritto,
tardivo e mutilo, non ci dà l’inscriptio; ma concordiamo col Lefort sul fatto che l’opera fosse,
da parte del manoscritto e nella forma ivi attestata, attribuita a Teodoro. Il contenuto è, nella
parte morale, assai generico (cf. la Catechesi attribuita a Pacomio); vi sono però molti precisi
riferimenti alla situazione storica del primo periodo del monachesimo pacomiano. Ma
secondo noi l’autenticita è da rigettare proprio per l’eccessiva precisione di notizie «storiche»
fornite, oltre che per i consueti motivi di stile. C’e troppa concordanza con le Vite di
Pacomio, per non sospettare una costruzione a posteriori, senza contare che qualsiasi oratore
del IV sec. avrebbe evitato menzioni cosí esplicite di fatti inerenti alla comunit{ (e cf. per
questo il Liber Horsiesi).
Teodoro (ps.?) 2 Catechesi. Edizione: Lefort Oeuvres de Pachôme, cit.. Sono conservate in
un solo frammento per ciascuna, di poche parole. Questo non consente osservazioni utili sul
contenuto e sull’autenticità.
Horsiesi, Lettere 1 e 2 Edizione: il testo, in due papiri di Dublin, C. Beatty Library AC.1494 e
1495, è ancora inedito. Traduzione in Adalbert De Vogué, Epîtres inédites d’Horsièse et de
Théodore, Jean Gribomont (ed.), Commandements du Seigneur et libération évangélique, p.
244-257, Roma, Anselmiana, 1977,Studia Anselmiana 70; cf. Veilleux, Pachomian Koinonia,
cit., e Cremaschi, Opere di Pacomio, cit. Bibliografia: Adalbert De Vogué, Les nouvelles
lettres d’Horsiese et de Theodore. Analyse et commentaire, Studia Monastica 28 (1986) 7-50.
Tito Orlandi, Nuovi testi copti pacomiani, Jean Gribomont (ed.), Commandements du
Seigneur et libération évangélique, p. 241-243, Roma, Anselmiana, 1977. Dell’autenticità
non sembra si possa dubitare. Dal punto di vista letterario si nota soprattutto la sequenza di
citazioni bibliche con brevi frasi di raccordo, comune a parecchi dei testi qui elencati. Tuttavia
rispetto alle lettere di Pacomio e di Teodoro è possibile osservare un maggior intervento
personale dell’autore, che allarga i tratti di raccordo agendo in direzione di una forma
omiletica più distesa, quale è quella usata nella contemporanea letteratura ecclesiastica non
monastica. Qualcosa del genere si nota nel Liber.
Horsiesi, Lettere. Edizione: Lefort Oeuvres de Pachôme, cit. p. 63-66. Un unico lungo
frammento conserva la seconda parte di una lettera e, immediatamente dopo, la prima parte di
un’altra. Questa seconda lettera sarebbe indirizzata a Teodoro (cf. il titolo e l’inizio), e
risalirebbe dunque al periodo 350-368. Lo stile è certamente identico a quello delle lettere, e
inoltre la citazione finale della prima di queste lettere appare anche nel Liber Horsiesi come
conclusione (Eccl. 12.13-14). L’autore tende piuttosto a nascondersi dietro citazioni bibliche,
e tutto il suo lavoro consiste nell’intrecciare frasi bibliche unite a gruppi da un tenue filo
(talora una «parola chiave») che rappresenta l’argomento da trattare con il destinatario. Ma
questo argomento non è affatto reso esplicito, anzi quasi sembra volutamente celato, in modo
che solo chi sia già al corrente del dibattito o dei problemi possa intendere il significato del
messaggio. Questa caratterizzazione (Lefort Oeuvres de Pachôme, cit. p. XVIII parlava di
«veritables mosaïques de citations bibliques») porta a dar credito all’attribuzione di queste
lettere, anche perché non è affatto comune ad altre opere della letteratura copta più tardiva. In
esse infatti sono spesso presenti, com’è ovvio, le citazioni bibliche; ma quasi mai in numero,
disposizione ed esclusività tali da far diventare il testo un vero centone con poche frasi di
raccordo originali. Per quanto riguarda il contenuto ci sembra di riconoscere in quanto
rimane della prima lettera i temi: (a) la donna-sapienza (probabile metafora per la synagoge
monastica); (b) i pretesi ispirati (per l’obbedienza e il rispetto dei superiori); (c) il tempio di
Dio (ancora identificabile con la comuinità). – L’inizio, rimasto, della seconda lettera sembra
essere una lode di Teodoro, e dunque una conferma di fiducia per l’opera che questi svolgeva
come «sostituto» di Horsiesi (lodi del saggio; il buon pastore).
bozza 0 Patrologia Copta 15
Horsiesi (ps.), Logoi per il Sabato Santo. Edizione: Lefort Oeuvres de Pachôme, cit. Anche
questa serie di (almeno) cinque logoi, sulla quale non mette conto di soffermarsi, ha tutte le
caratteristiche di un falso tardivo. In generale sulle opere di questo tipo vorremmo anche
aggiungere che, se davvero Pacomio ed i suoi successori avessere esplicato un’attività
letteraria di tipo catechico per iscritto, ne dovremmo avere qualche notizia attraverso i normali
canali della tradizione patristica "internazionale".
Horsiesi, Regole Edizione: Lefort Oeuvres de Pachôme, cit. Sono il testo che, pur avendo
caratteri stilistici assai arcaici, più si avvicina al tipo di predicazione di Shenute.
L’attribuzione a Horsiesi è stata tentata da Lefort (p. XXVI sgg.), dopo che Amélineau e
Leipoldt avevano in effetti proposto Shenute. Noi riteniamo che l’analisi stilistica e storica del
Lefort sia tuttora valida, e che, data per certa l’attribuzione cronologica al periodo successivo
alla morte di Pacomio, possa tutt’al piu sussistere il dubbio fra Horsiesi e Teodoro. Horsiesi
rimane comunque il più probabile, e si può pensare all’apertura da parte sua di nuovi cammini
culturali, dopo la morte di Teodoro, forse per rendere più distesa la conduzione dei monasteri
(cf. Lefort p. XXIX). Anche la concezione del Liber, anch’esso posteriore alla morte di
Teodoro, potrebbe obbedire al medesimo intento. In effetti anche dal punto di vista dello stile
queste non sono «regole» secondo l’esempio pacomiano, ma raccomandazioni ed esortazioni
(Lefort: monita) raggruppate attorno ai temi della convivenza monastica.
Kjarur, Profezie. Edizione: Lefort Oeuvres de Pachôme, cit. Questo testo appariva allo stesso
Lefort particolarmente oscuro e misterioso; ed in effetti non è possibile dare un significato
esplicito alla serie di frasi di cui è composto (almeno nella prima parte). Ma, inquadrato nella
«normale» misteriosità della letteratura pacomiana, soprattutto delle lettere stesse di Pacomio,
non appare fuori posto. Lo si deve semplicemente considerare un’opera tardiva uscita da
quell’ambiente. Essa si compone, a nostro avviso, di due parti distinte (e forse in origine
staccate). La prima è una serie di frasi, seguita dalla loro «spiegazione»; la seconda parte
descrive un episodio che vede come protagonisti apa Besarion e apa Victor.
@ I testi gnostici
I tredici codici (alcuni non integri) trovati nel 1945 presso Nag Hammadi
hanno suscitato grande interesse perché per la prima volta consentivano di
accedere direttamente ad una quantità relativamente elevata di testi originali
letti in comunità cristiane a cui veniva dato (a torto o a ragione) l’appellativo
di gnostici. Per tale motivo la loro analisi è stata orientata soprattutto al fine
di ricavare da quei testi notizie relative alle teorie dello gnosticismo
"classico". A questi codici si aggiungono, per analogia sia cronologica che
di ambiente culturale, altri tre (Askew, Bruce, Berl. 8001) venuti alla luce in
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16 Patrologia Copta bozza 0
21. Clemens SCHOLTEN, Die Nag-Hammadi-Texte als Buchbesitz der Pachomianer, JAC 31
(1988) 144-172.
22. Cf. recentemente: Alexandr KHOSROYEV, Die Bibliothek von Nag Hammadi. Einige
Probleme des Christentums in Ägypten während der ersten Jahrhunderte, Altenberge, Oros
Verlag, 1995. Alberto CAMPLANI %%%%
22. John W. B. BARNS, et Alii, Greek and Coptic Papyri from the Cartonnage of the Covers,
Nag Hammadi Codices, The Coptic Gnostic Library, Nag Hammadi Studies 16&, Leiden,
Brill, 1981.
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bozza 0 Patrologia Copta 17
23. Frederik WISSE, Gnosticism and Early Monasticism in Egypt, B. ALAND (ed.) Gnosis,
Gottingen, Vandenhoek Ruprecht, 1978. Armand VEILLEUX, Monachisme et gnose.
Premiere partie: le cenobitisme pachomien et la bibliotheque copte de Nag Hammadi, Laval
Theol. et Philos. 40 (1984) 275-294.
24. James E. GOEHRING, Pachomius’ Vision of Heresy. The Development of a Pachomian
Tradition, Le Museon 95 (1982) 241-262.
25. Tito ORLANDI, Shenute, Contra Origenistas&, Roma, CIM, 1985. Tito ORLANDI, A
Catechesis against Apocryphal Texts by Shenute and the Gnostic Texts of Nag Hammadi, HTR
75 (1982) 85-95. Alois GRILLMEIER, Jesus der Christus im Glauben der Kirche. 2/1: Das
Konzil von Chalcedon (451). Rezeption und Widerspruch, Herder, Freiburg Basel Wien, 1986.
26. Arnold van Lantschoot, Fragments coptes d’une homelie de Jean de Paralos contre les
livres heretiques, Misc. Mercati, Studi e testi 121, p. 296-326, Citta del Vaticano, Bibl.
Vaticana, 1946.
Page 18 August 28, 19103
18 Patrologia Copta bozza 0
27. Frederik WISSE, The Nag Hammadi Library and the Heresiologists, VC 25 (1971)
205-223.
27. Bentley LAYTON (ed.), The Rediscovery of Gnosticism. I, The School of Valentinus.
Proceedings of the Conference... Yale, March 1978, Leiden, Brill, 1980.
27. Bentley LAYTON (ed.), The Rediscovery of Gnosticism. II, Sethian Gnosticism.
Proceedings of the Conference... Yale, March 1978, Leiden, Brill, 1981. Hans-Martin
SCHENKE, Das sethianische System nach Nag-Hammadi-Handschriften, P. NAGEL (ed.),
Studia Coptica, p. 165-174, Berlin, Akademie-Verlag, 1974.
bozza 0 Patrologia Copta 19
Hammadi Codices. Introduction, Leiden, Brill, 1984. James M. ROBINSON (ed.), The Nag
Hammadi Library in English, Leiden, Brill; San Francisco etc., Harper Row, 1977. Hans-
Martin SCHENKE, Gnosis: Zum Forschungsstand unter besonderer Berucksichtigung der
religionsgeschichtlichen Problematik, Verkundigung und Forschung 32 (1987) 2-21. Kurt
RUDOLPH, Die Gnosis, Wesen und Geschichte einer spätantiken Religion, Göttingen,
Vandenhoeck und Ruprecht, 1978. II ed.: Leipzig, Koehler Ameland, 1980. Werner
FOERSTER, Die Gnosis. II. Koptische und mandäische Quellen, Zurich Stuttgart, 1971 (=
Die Bibliothek zur Alten Welt, Reihe Antike und Christentum); eingeleitet, übersetzt und
erläutert von M. Krause und K. Rudolph. - Cf. la traduzione inglese, con revisione di H.
Kuhn: ed. by R. McL. Wilson, Oxford, Clarendon Press, 1974.
Collezioni: %%%% Facsimile Edition Nag Hammadi (& Manichaean Studies). BCNH.
Ricordare TLZ Berliner Arbeitskr.
TESTI VALENTINIANI.
Evangelium Veritatis Edizione: Harold ATTRIDGE, in: Nag Hammadi Codex I (the Jung
Codex), (Nag Hammadi Studies 22-23 = The Coptic Gnostic Library), Leiden, 1985, vol. I, p.
55-117; vol. II (commento), p. 39-135. Bibliografia: Tito ORLANDI, Rassegna di studi
sull’Evangelium Veritatis, Riv. di Storia e Lett. Relig. 7 (1971) 491-501. Jan HELDERMAN,
Das Evangelium Veritatis in der neueren Forschung (in: W. HAASE (ed.), Aufstieg und
Niedergang der römischen Welt, Teil II, 25.5, p. 4054-4106, Berlin-New York, 1988). Walter
C. TILL, Das Evangelium der Wahrheit. Neue Übersetzung des vollständigen Textes, Zeitschr.
für die neutest. Wissensch. 50 (1959) 165-185. Tito ORLANDI, Evangelium Veritatis, ,
Brescia, Paideia, 1992. Kenneth GROBEL, The Gospel of Truth. A Valentinian Meditation
on the Gospel, New York-London, 1960. Jacques-E. MENARD, L’Evangile de Verité, (Nag
Hammadi Studies 2), Leiden, 1972. Hans-Martin SCHENKE, Die Herkunft des sogenannten
Evangelium Veritatis, Berlin, 1958, Göttingen, 1959. Sasagu ARAI, Die Christologie des
Evangelium Veritatis. Eine religionsgeschichtliche Untersuchung, Leiden, 1964. Jan
HELDERMAN, Die Anapausis im Evangelium Veritatis, Leiden, 1984. Carsten COLPE,
Heidnische, judische und christliche Überlieferung in den Schriften aus Nag Hammadi, VII,
Jahrb. für Antike und Christentum 21 (1978) 125-146 (cf. p. 131-146).
Evangelium Philippi Edizione: Bentley LAYTON (ed.), Nag Hammadi Codex II,2-7, Leiden
etc., Brill, 1989. 2 vols. Walter C. TILL, Das Evangelium nach Philippos, Patristische Texte
und Studien 2, Berlin, Walter de Gruyter, 1963. Bibliografia: Menard 5821. Schenke 0798.
Sfameni 2318. Jacques E. MENARD, L’Evangile selon Philippe, Strasbourg, Paris, Letouzey
et ane, 1967, & Hans-Martin SCHENKE, Das Evangelium nach Philippus, W.
SCHNEEMELCHER (Hrsg.), Neutestamentliche Apokryphen in deutscer Ubersetzung, p.
148-173, Tubingen, Mohr, 1987. X 442 p. Giulia SFAMENI GASPARRO, Il ’Vangelo
secondo Filippo’: rassegna degli studi e proposte di interpretazione, W. HAASE (ed.),
Aufstieg und Niedergang der romischen Welt, Teil II, 25.5, p. 4107-4166, Berlin New York,
De Gruyter, 1988 Wilson 5838. Robert McL. WILSON, The Gospel of Philip, London,
20 Patrologia Copta bozza 0
È una raccolta di brani di lunghezza molto diseguale, che può andare da quella di un logion
fino a quella di un piccolo trattato, tenuta anche conto che spesso è difficile trovare il punto
oggettivo di separazione dei brani. Sembra anche che essi non siano aggregati secondo un
disegno preciso, ma in modo piuttosto casuale (salvo eventuali approfondimenti della
questione). In tale situazione non è possibile dare un riassunto del contenuto. Ci limiteremo a
dire che l’argomento principale è costituito da speculazioni cristologiche (di tipo valentiniano)
e che sono largamente presenti i temi sacramentali del battesimo e della "camera nuziale".
Tractatus Tripartitus. Edizione: AA VV, Nag Hammadi Codex I (The Jung Codex), Nag
Hammadi Studies 22-23, The Coptic Gnostic Library&, Leiden, Brill, 1985, 2 vols. Rodolphe
KASSER, Michel MALININE, Henri Ch. Puech, Gilles QUISPEL et Alii, Tractatus
Tripartitus, Pars 1 De Supernis, Bern, Franke, 1973. Pars 2, De Creatione Hominis, Pars 3,
De Generibus Tribus, Bern, Franke, 1975. Einar THOMASSEN, Louis PAINCHAUD, Le
traité tripartite. Texte établi, introduit et commenté... traduit..., Québec, Les Presses de l’Univ.
Laval, 1989. Bibliografia: Hans M. SCHENKE, Zum sogenannten Tractatus Tripartitus des
Codex Jung, ZAS 105 (1978) 133-141.
Il titolo, convenzionale, dato dagli studiosi, si riferisce a suddivisioni che appaiono nel
manoscritto. In effetti il trattato si presenta diviso in tre parti organicamente concepite, che
vertono sul mondo superiore, sulla creazione del mondo e dell’uomo, sulla storia dell’uomo e
della sua salvazione. E’ una vera summa teologica gnostica: vi appaiono le più importanti
teorie valentiniane, come la caduta dell’ultimo eone all’origine del mondo materiale, la
tripartizione degli uomini in pneumatici, psichici, materiali, etc. Ma non è nominata Sophia
(la caduta è attribuita direttamente al Logos) e non è fatto cenno al complicato mito descritto
da Ireneo. Nella terza parte si trova una valutazione molto puntuale delle vicende del popolo
di Israele, e alla fine una descrizione del modo della salvazione. La prima parte è peculiare per
un taglio nettamente filosofico dell’esposizione.
De resurrectione Edizione: AA VV, Nag Hammadi Codex I (The Jung Codex), Nag Hammadi
Studies 22-23, The Coptic Gnostic Library&, Leiden, Brill, 1985, 2 vols. Bentley LAYTON,
The Gnostic Treatise On Resurrection from Nag Hammadi, Harvard Diss. in Religion 12,
Missoula-Montana, Scholars Press, 1979. Michel MALININE, Henri Ch. PUECH, De
Resurrectione (Epistula ad Rheginum, Codex Jung f.22-25 (p.43-50), Zurich-Stuttgart,
Rascher, 1963. Jacques-E. MENARD, Le Traite sur la Resurrection (NH I.4), &, Quebec,
Univ. Laval, 1983, BCNH, Textes 12. Bibliografia: Malcolm L. PEEL, The Epistle to
Rheginos, A Valentinian Letter on the Resurrection, Introduction, Translation, Analysis and
Exposition, The New Testament Library, London, Philadelphia, Westminster, 1969.
È un trattato in forma epistolare per un Rheginos, nel quale si difende la realtà e la necessità
della resurrezione dopo la morte. Il fondamento della dottrina risiede nella morte e
resurrezione di Cristo; noi risorgiamo con la nostra carne. Del resto un certo tipo di
resurrezione l’abbiamo già avuto con il riconoscere la verità, in questo mondo: dunque
dobbiamo comportarci come già risorti, non secondo il mondo carnale ma secondo il mondo
spirituale.
TESTI SETHIANI.
Apocryphon Iohannis Edizione: Soren GIVERSEN, Apocryphon Johannis, The Coptic Text of
the Apocryphon Johannis in the Nag Hammadi Codex 2, Acta Theologica Danica 5,
Copenhagen, Munksgaard, 1963. Martin KRAUSE, Pahor LABIB, Die drei Versionen des
Apokryphon des Johannes im Koptischen Museum zu Alt-Kairo, ADAIK, Koptische Reihe,
bozza 0 Patrologia Copta 21
Tramanda una rivelazione fatta da Gesù a Giovanni, al quale appare presso il tempio di
Gerusalemme. Essa è divisa in due parti: la prima è un ampio resoconto della creazione del
mondo e dell’uomo, nel quale appaiono le tipiche figure mitologiche dell’ambiente sethiano;
la seconda un dialogo a domande e risposte su questioni più particolari. Doveva essere
un’opera molto importante, dal momento che il testo, in due versioni, è tramandato da quattro
codici.
Evagelium Aegyptiorum Edizione: Alexander BOHLIG, Frederik WISSE, The Gospel of the
Egyptians, NHS 4, Leiden, E.J. BRILL, 1975. Bibliografia: Carsten COLPE, Heidnische
Judische und Christliche Uberlieferung in den Schriften aus Nag Hammadi 5, JAC 19 (1976)
120-138. Jean DORESSE, Le Livre Sacre du Grand Esprit Invisible ou l’Evangile des
Egyptiens, JA 254 (1966) 317-435, 256 (1968) 289-386. Hans-Martin SCHENKE, Das
Aegypter-Evangelium aus Nag-Hammadi-Codex 3, NTS 16 (1969-1970) 196-208. Yvonne
JANSSENS, Évangiles gnostiques dans le corpus de Berlin et dans la bibliothèque copte de
Nag Hammadi. Traduction française, commentaire et notes, Louvain-la-Neuve, Centre
d’Histoire des Religions, 1991.
È un trattato composto di tre sezioni principali. La prima tratta della creazione del mondo
superiore, secondo lo schema mitologico sethiano; la seconda della razza eletta di Seth, della
sua origine e della sua salvazione mediante la gnosti; la terza è un inno al Padre supremo. Due
brani conclusivi riguardano l’attribuzione dell’opera allo stesso Seth, e una storia sintetica di
essa.
Stelae Seth Edizione: Paul CLAUDE, Les trois Steles de Seth, hymne gnostique a la Triade
(NH VII.5), &, Quebec, Univ. Laval, 1983, BCNH, textes 8. Bibliografia: Michael Allen
WILLIAMS, The Immovable Race. A Gnostic Designation and the Theme of Stability in Late
Antiquity, NHS 29, Leiden, Brill, 1985.
Sono tre inni, scritti anch’essi da Seth in persona ed incisi su stele di pietra, rinvenute, lette,
interpretate e tramandate da Dositeo (il mitico maestro di Simone il mago). I tre inni sono ad
Adamas, a Barbelo, al Padre supremo.
Il personaggio della Protennoia, che rappresenta il pensiero del Padre supremo, si presenta in
prima persona nelle sue tre forme, che ne fanno il principio della rivelazione gnostica. La
prima è il pensiero trascendente; la seconda il suono, voce ancora indistinta che si è fatta cosí
conoscere al Tutto senza che questo la potesse comprendere; la terza è la parola (logos), che si
rivela in modo comprensibile, ma solo agli gnostici. Le tre sezioni sono ben distinte, anche
graficamente, ed iniziano in modo analogo con una presentazione nella formula aretalogica
"io sono...", molto ripetuta. Quindi proseguono con trattazioni narrative.
22 Patrologia Copta bozza 0
Hypostasis Archonton Edizione: Roger A. BULLARD, The Hypostasis of the Archons, The
Coptic Text with Translation and Commentary, Patristische Texte und Studien, Band 10,
Berlin, Walter de Gruyter, 1970. B. BARC, M. ROBERGE, L’hypostase des Archontes,
Norea, Bibliotheque Copte de Nag Hammadi, 5, Leuven, Peeters, 1980. Bentley LAYTON
(ed.), Nag Hammadi Codex II,2-7, Leiden etc., Brill, 1989. 2 vols. Peter NAGEL, Das Wesen
der Archonten aus Codex 2 der gnostischen Bibliothek von Nag Hammadi, Wissenschaftliche
Beitrage der Martin-Luther-Universitat Halle-Wittenberg 6, Halle, (Saale), 1970.
Bibliografia: Francis T. FALLON, The Enthronement of Sabaoth, Jewish elements in Gnostic
Creation Myths, NHS 10, Leiden, E.J. Brill, 1978. Ingvild Saelid GILHUS, The Nature of the
Archons. A Study in the Soteriology of a Gnostic Treatise from Nag Hammadi (CG II,4),
Studies in Oriental Religions 12&, Wiesbaden, Harrassowitz, 1985. Hans-Martin SCHENKE,
Vom Ursprung der Welt, Eine titellose gnostische Abhandlung aus dem Funde von Nag-
Hammadi, TLZ 84 (1959) 243-256.
È un trattato diviso in due parti. Nella prima, prendendo spunto da un passo di S. Paolo
(Ephes. 6.12) si parla di Ialdabaoth, il demiurgo malvagio creatore del mondo materiale, e
della creazione. Nella seconda un dialogo fra Norea (moglie di Noè, personaggio tipicamente
sethiano) ed Eleleth (altro personaggio sethiano del mondo superiore) verte sui rapporti fra
mondo superiore ed inferiore, e sul ruolo dei personaggi mitologici ad esso relativi (Sophia,
Arconti, Zoe, etc.)
Sine titulo (de origine mundi) Edizione: Charles W. HEDRICK (volume editor), Nag
Hammadi Codices XI, XII, XIII, Leiden etc., Brill, 1990. Bentley LAYTON (ed.), Nag
Hammadi Codex II,2-7, Leiden etc., Brill, 1989. 2 vols., XV 336 p., XIV 281. Christian
OEYEN, Fragmente einer subachmimischen Version der gnostischen "Schrift ohne Titel", M.
KRAUSE (ed.), Essays on the Nag Hammadi Texts in Honour of Pahor Labib, p. 125-144,
Leiden, Brill, 1975. Bibliografia: Louis PAINCHAUD, The Redaction of the Writing Without
Title (CG II 5), The Second Century 8 (1991) 217-234. Louis PAINCHAUD, "Something is
rotten in the Kingdom of Sabaoth". Allégorie et polémique en NH II 103,32-106,19, David W.
JOHNSON (ed.), Acts of the Fifth International Congress of Coptic Studies, Washington,
12-15 August 1992. Vol. 2, Part 1-2, Papers from the Sections, p. 339-353, Roma, CIM, 1993.
Michel TARDIEU, Trois mythes gnostiques, Adam Eros et les animaux d’Egypte dans un ecrit
de Nag Hammadi (2. 5), Paris, Etudes Augustiniennes, 1974.
È un trattato molto ampio, consistente in una interpretazione o riscrittura del libro della
Genesi, secondo gli schemi della mitologia gnostica sethiana. Si parla dunque della creazione
del mondo inferiore, mentre quello superiore è dato per conosciuto. La creazione di ciascuna
delle componenti del mondo inferiore, e dell’uomo, è trattata particolareggiatamente, con
excursus su personaggi della mitologia classica, come la Fenice ed Eros.
Apocalypsis Adam Edizione: Francoise MORARD, L’Apocalypse d’Adam (NH V.5), BCNH
Sect. Textes 15, Quebec, Les Presses de l’Univ. Laval, 1985. Alexander BOHLIG, Pahor
LABIB, Koptisch-Gnostische Apokalypsen aus Codex 5 von Nag Hammadi im Koptischen
Museum zu Alt-Kairo, Halle-Wittenberg, Martin Luther-Universitat, 1963. Douglas M.
PARROTT (ed.), Nag Hammadi Codices V, 2-5 and VI with Papyrus Berolinensi 8502, 1 and
4, Leiden, Brill, 1979. Bibliografia: Per-Arne Roland LINDER, The Apocalypse of Adam,
Nag Hammadi Codex V, 5, Considered from Its Egyptian Background, , Loberod (Sweden),
Plus Ultra, 1991.
Adamo informa suo figlio Seth di quanto accadde nel momento in cui essi incorsero nell’ira
del Dio inferiore, cioè del demiurgo. Quindi lo mette al corrente della rivelazione avuta da tre
personaggi celesti circa la conservazione della stirpe di Seth, degli eletti, e della venuta del
Salvatore. Il trattato si conclude con una parte molto interessante dedicata appunto al
bozza 0 Patrologia Copta 23
Salvatore.
Tractatus Magni Seth Edizione: Martin KRAUSE, Der zweite Logos des Grossen Seth, F.
Altheim, R. Stiehl (edd.) Christentum am Roten Meer, Zweiter Band. p. 106-151, Berlin-New
York, Walter de Gruyter, 1973. Louis PAINCHAUD, Le Deuxieme Traite du Grand Seth (NH
VII.2), Quebec, Univ. Laval, 1982, Bibliotheque Copte de Nag Hammadi, 6.
Gesù rivela in prima persona i misteri della salvazione. La situazione presupposta è quella
tipica della mitologia sethiana, ma l’argomento riguarda solo l’episodio della salvazione, cioè
della vicenda di Gesù, dei fatti ad essa collegati e del loro significato spirituale. Il testo appare
frutto di rimaneggiamenti. Il nucleo originale parlava probabilmente solo della salvazione
avvenuta nella sfera superiore degli eoni, mentre in un secondo tempo sono state aggiunte
allusioni alla vicenda concreta di Gesù, e anche l’identificazione dell’autore con Gesù sembra
secondaria.
Probabilmente un excerptum, descrive l’ingresso di Norea (nota figura sethiana, figlia di Eva)
nel mondo celeste.
TESTI IRANICI
Zostrianos Edizione: John H. SIEBER (ed.), Nag Hammadi Codex VIII, Leiden, Brill, 1991.
Bibliografia: LUISE ABRAMOWSKI, Nag Hammadi 8.1, "Zostrianus", das Anonymum
Brucianum, Plotin Enn. 2.9(33), H.D. BLUME, F. MANN, Platonismus und Christentum, p.
1-10, Munster, Aschendorffsche Verl., 1983, (JAC Erganz. 10).
Il più lungo dei trattati da Nag Hammadi, riporta, come dice lo stesso inizio: "le parole di
verità eterna dette a me, Zostriano". La subscriptio è altrettanto esplicita: "Parole di verità di
24 Patrologia Copta bozza 0
Zostriano, Dio di verità. Parole di Zoroastro". Zostriano riceve una rivelazione tramite il
"messaggero della conoscenza" che lo guida in un viaggio celeste, non prima che la scintilla
gnostica divina che era in lui lo avesse condotto a dubitare della conoscenza mondana
offertagli dalla sapienza derivata dal Dio del mondo materiale. Il contenuto della rivelazione
non è dissimile dalla mitologia sethiana, tuttavia filtrata attraverso una meditazione in qualche
modo filosofica circa il valore spirituale attribuibile a personaggi e avvenimenti.
Allogenes Edizione: Charles W. HEDRICK (volume editor), Nag Hammadi Codices XI, XII,
XIII, Leiden etc., Brill, 1990. Bibliografia: Hans-Martin SCHENKE, Bemerkungen zur
Apokalypse des Allogenes (NHC XI,3), W. GODLEWSKI (ed.), Coptic Studies. Acts of the
Third Int. Congr. of Coptic Studies, Warsaw, 20-25 Aug. 1984, p. 417-424, Warszawa, PWN
- Panstwowe Wydawnictwo Naukowe, 1990.
Allogenes è un altro personaggio che riceve una rivelazione e la trasmette al figlio Messos. Il
rivelatore è Youel, la luce superiore, che porta Allogene in una specie di viaggio spirituale.
Anche in questo caso il contenuto si avvicina alla mitologia sethiana, arricchito di meditazioni
sul valore spirituale di fatti e personaggi.
TESTI ASIATICI
Evangelium Thomae Edizione: Johannes LEIPOLDT, Das Evangelium nach Thomas, koptisch
und deutsch, TU 101, Berlin, Akademie-Verlag, 1967. Bentley LAYTON (ed.), Nag Hammadi
Codex II,2-7, Leiden etc., Brill, 1989. 2 vols. Jean DORESSE, L’Évangile selon Thomas. Les
Paroles Secrètes de Jesus, Monaco, Le Rocher (II ed.), 1988. Antoine GUILLAUMONT etc.,
Evangelium nach Thomas. Koptischer Text herausgegeben und übersetzt, Leiden, Brill, 1959.
Bibliografia: Michael FIEGER, Das Thomasevangelium. Einleitung, Kommentar und
Systematik, Münster, Aschendorff, 1991. Jacques E. MENARD, L’Evangile selon Thomas,
NHS 5, Leiden, E.J. Brill, 1975. Stevan L. DAVIES, The Gospel of Thomas and Christian
Wisdom, New York, Seaburg, 1983. Robert M. GRANT, Daniel N. FREEDMAN, The Secret
Sayings of Jesus According to the Gospel of Thomas, Glasgow, Collins, 1960. Yvonne
JANSSENS, Évangiles gnostiques dans le corpus de Berlin et dans la bibliothèque copte de
Nag Hammadi. Traduction française, commentaire et notes, Louvain-la-Neuve, Centre
d’Histoire des Religions, 1991. Margaretha LELYVELD, Les logia de la vie dans l’Evangile
selon Thomas, NHS 34&, Leiden, Brill, 1987. Marvin MEYER, Harold BLOOM, The Gospel
of Thomas: The Hidden Sayings of Jesus, San Francisco, Harper, 1992. Archie Lee
NATIONS, A Critical Study of the Coptic Gospel According to Thomas, Ann Arbor,
University Microfilm International, 1960. Gilles QUISPEL, Makarius, das
Thomasevangelium und das Lied von der Perle, Suppl. NT 15, Leiden, E.J. Brill, 1967. Hugh
McGregor ROSS, The Gospel of Thomas, York, Ebor Press, 1987. R. SUMMERS, The Secret
Sayings of the Living Jesus. Studies in the Coptic Gospel According to Thomas, Waco, Texas,
Word, 1968. Robert McL. WILSON, Studies in the Gospel of Thomas, London, A.R.
Mowbray, 1960. Rodolphe KASSER, L’Evangile selon Thomas, Presentation et commentaire
theologique, Neuchatel, Delachaux et Nestle, 1961. K. O. SCHMIDT, Die geheimen Herren-
Worte des Thomas-Evangeliums, Wegweisungen Christi zur Selbstvollendung, Pfullingen-
Wurtt, Baum-Verlag, 1966. W. SCHRAGE, Das Verhaltnis des Thomas-Evangeliums zur
Synoptischen Tradition und zu den koptischen Evangelien-Ubersetzungen, Zugleich ein
Beitrag zur Gnostischen Synoptikerdeutung, Beihefte ZNW 29, Berlin, Alfred Topelmann,
1964. H. E. W. TURNER, H. MONTEFIORE, Thomas and the Evangelists, Studies in
Biblical Theology 35, London, SCM Press, 1962. E. HAENCHEN, Die Botschaft des
Thomas-Evangeliums, Theologische Bibliothek Topelmann 6, Berlin, Alfred Topelmann,
1961. B. E. GÄRTNER, The Theology fo the Gospel of Thomas, London, Collins + New
York, Harper, 1961.
bozza 0 Patrologia Copta 25
Nonostante il titolo, non si tratta di un Vangelo in senso canonico. Non contiene "azioni" di
Gesù ma solo detti (logia). In effetti si tratta di una grossa collezione di logia, sul modello di
quelle che probabilmente hanno originato i Vangeli canonici. I logia sono talora in forma di
massime o proverbi; talaltra in forma di parabole; altre volte sono la risposta a problemi posti
dai discepoli, e dunque in forma piuttosto colloquiale. Di conseguenza anche la loro
estensione varia notevolmente, ed alcuni sono piuttosto lunghi. Secondo la suddivisione di
Cullmann (Das Thomasevangelium und die Frage nach dem Alter der in ihm enthaltenen
Tradition, TLZ 85 (1960) 321-334) essi si possono distinguere in questo modo: 1. Detti
identici (parola per parola) ai detti canonici. 2. Parafrasi di detti canonici. 3. Detti che non
appaiono nei Vangeli canonici, ma che sono tramandati in testi patristici. 4. Detti del tutto
sconosciuti, prima.
Questo è stato il testo, fra quelli trovati a Nag Hammadi, che più ha suscitato scalpore per
un possibile rinnovamento dei problemi relativi alla redazione dei Vangeli e ai detti di Gesù
non raccolti dai Vangeli canonici. Dopo una sterminata bibliografia, non riteniamo si sia
giunti ad una concordia di massima sull’ambiente di origine e sui rapporti coi sinottici e con
lo gnosticismo.
Liber Thomae Athletae Edizione: Raymond KUNTZMANN, Le livre de Thomas (NH II,7),
BCNH Sect. Textes 16, Quebec, Univ. Laval, 1986. Bentley LAYTON (ed.), Nag Hammadi
Codex II,2-7, Leiden etc., Brill, 1989. 2 vols. John D. TURNER, The Book of Thomas the
Contender from Codex 2 of the Cairo Gnostic Library from Nag Hammadi (CG 2, 7), SBL
Dissertation Series 23, Missoula, Scholars Press, 1975.
L’apostolo Mattia riferisce un dialogo fra Gesù e Tommaso. Dopo un’esortazione alla
conoscenza di sè e conseguentemente delle cose superiori, gli argomenti trattati sono: le cose
invisibili rispetto a quelle fisiche, visibili; come fuggire il fuoco della passione e mantenersi
puri; come fare accogliere dal mondo gli insegnamenti del Salvatore. L’opera si conclude con
una serie di "guai" e "beatitudini" pronunciata da Gesù.
Acta Petri et XII apostolorum Edizione: Martin KRAUSE, Pahor LABIB, Gnostische und
Hermetische Schriften aus Codex 2 und Codex 6, ADAI, Koptische Reihe, Band 2,
Gluckstadt, J.J. Augustin, 1972. Douglas M. PARROTT (ed.), Nag Hammadi Codices V, 2-5
and VI with Papyrus Berolinensi 8502, 1 and 4, Leiden, Brill, 1979.
Gli apostoli (narra Pietro, che però parla in I plurale, anche a nome degli altri) decidono di
andare a spargere la predicazione nel mondo. Prendono una nave e giungono in una città su
un’isola. Incontrano un uomo con un libro in mano, che vende perla, e, dopo averle negate a
ricchi mercanti, invita i poveri a seguirlo alla sua città per avere le perle. Qui, dopo alcune
avventure, Lithargoel (cosí viene ora chiamato) riappare in forma di medico, e si fa
riconoscere come Gesù. Dopo un ultimo dialogo con Giovanni su come avere i doni dello
spirito, l’opera si chiude.
Epistula Iacobi Edizione: AA VV, Nag Hammadi Codex I (The Jung Codex), Nag Hammadi
Studies 22-23, The Coptic Gnostic Library&, Leiden, Brill, 1985, 2 vols. Donald ROULEAU,
L’epitre apocryphe de Jacques (NH I,2), Quebec, Presses Univ. Laval, 1987, p. I-XIV 1-161.
Bibliografia: Dankwart KIRCHNER, Epistula Jacobi Apocrypha. Die zweite Schrift aus Nag-
Hammadi-Codex I, Berlin, Akademie, 1989.
La numerazione che distingue le due apocalissi è moderna; nel manoscritto esse non hanno
distinzione di titolo. È in realtà un dialogo fra Giacomo e Gesù. Esso comincia come una
relazione fatta da Giacomo in I persona, ma presegue in III persona. I dialoghi in realtà sono
due, con due successive apparizioni di Gesù, la prima senza specificazioni di luogo, la
seconda sul monte Gaugelaan. Il problema trattato è sempre lo stesso: il valore delle
sofferenze cui sono sottoposti gli eletti (e di quelle, però solo apparenti, di Gesù) e come non
temerle. Si incontrano molte dottrine vicine alla tradizione valentiniana (fra l’altro un
interessante brano su come comportarsi con le potenze malvage dopo la morte: cf. Ireneo I
25.5, Marcosiani) Alla fine era forse narrato il martirio di Giacomo.
Evangelium Mariae Edizione: Douglas M. PARROTT (ed.), Nag Hammadi Codices V, 2-5
and VI with Papyrus Berolinensi 8502, 1 and 4, Leiden, Brill, 1979. Walter C. TILL, Die
gnostischen Schriften des koptischen Papyrus Berolinensis 8502, Berlin, Akademie-Verlag,
(TU 60), 1955. Bibliografia: Yvonne JANSSENS, Évangiles gnostiques dans le corpus de
Berlin et dans la bibliothèque copte de Nag Hammadi. Traduction française, commentaire et
notes, Louvain-la-Neuve, Centre d’Histoire des Religions, 1991. Dieter LUHRMANN, Die
griechischen Fragmente des Mariaevangeliums, NT 30 (1988) 321-338. Michel TARDIEU,
Codex de Berlin, Paris, Cerf, 1984.
È mutilo dell’inizio e di una parte centrale. Inizia mentre si conclude un’apparizione di Gesù
risorto ai discepoli. Essi sono spaventati e titubanti, ma Maria li conforta con alcune
rivelazioni fatte a lei da Gesù. I discepoli non le credono, e sono ammoniti da Levi.
Apocalypsis Pauli Edizione: Douglas M. PARROTT (ed.), Nag Hammadi Codices V, 2-5 and
VI with Papyrus Berolinensi 8502, 1 and 4, Leiden, Brill, 1979. Alexander BOHLIG, Pahor
LABIB, Koptisch-Gnostische Apokalypsen aus Codex 5 von Nag Hammadi im Koptischen
Museum zu Alt-Kairo, Halle-Wittenberg, Martin Luther-Universitat, 1963. Bibliografia:
Hans-Josef KLAUCK, Die Himmelfahrt des Paulus (2 Kor 12.2-4) in der koptischen
Paulusapokalypse aus Nag Hammadi (NHC V/2), Studien zum NT und seiner Umwelt A 10,
bozza 0 Patrologia Copta 27
Dopo un’introduzione narrativa che riporta l’incontro di Paolo con un fanciullo (simbolo di
Gesù risorto) sulla montagna di Gerico, Paolo narra in prima persona la sua esperienza mistica
del viaggio nei dieci (forse otto) cieli.
Apocalypsis Petri Edizione: Douglas M. PARROTT (ed.), Nag Hammadi Codices V, 2-5 and
VI with Papyrus Berolinensi 8502, 1 and 4, Leiden, Brill, 1979. Bibliografia: Klaus
KOSCHORKE, Die Polemik der Gnostiker gegen das kirchliche Christentum: Unter
besonderer Berucksichtigung der Nag-Hammadi-Traktate ’Apokalypse des Petrus’ (NHC 7. 3)
und ’Testimonium Veritatis’ (NHC 9. 3), (NHS 12) , Leiden, E.J. Brill, 1978.
Gesù risorto predice a Pietro i rapporti tempestosi fra le autorità ecclesiastiche e i veri
credenti.
Pietro prega Filippo di venire da lui per concordare un programma di annuncio comune della
buona novella, secondo le istruzioni di Gesù. Ambedue si recano sul monte degli Ulivi, dove
appare Gesù che risponde a domande sulla deficienza degli Eoni, sul Pleroma, sugli Arconti.
Pietro, tornato a Gerusalemme, tiene un sermone agli apostoli sulla Passione (secondo teorie
blandamente docetistiche). Il trattato si conclude con una nuova apparizione di Gesù.
Dialogus Salvatoris Edizione: Stephen EMMEL (ed.), Nag Hammadi Codex III.5. The
Dialogue of the Savior, NHS 26, Leiden, Brill, 1984.
Dopo alcuni insegnamenti iniziali impartiti dal Salvatore, evidentemente in un incontro cogli
apostoli dopo la Resurrezione, iniziano le domande degli apostoli alle quali il Salvatore
risponde in modo sibillino. Gli apostoli menzionati come autori delle domande sono Matteo,
Giuda(-Tommaso), Maria, a turno. Solo ad un certo punto il gruppo completo degli apostoli
entra come interlocutore. Le asserzioni iniziali di Gesù riguardano soprattutto il fatto che la
pienezza dei tempi è già arrivata, ma allude anche ad una "dissoluzione finale" che non deve
essere temuta. Le domande degli apostoli riguardano sia quel tema, sia una quantità di altri
temi, cari alla letteratura gnostica.
TESTI ERMETICI
Il nucleo fondamentale sembra essere quello dedicato prima all’apocalisse egiziana (mali che
verranno sull’Egitto alla fine dei tempi) e poi all’escatologia individuale, con la restaurazione
delle anime dei pii. Questo nucleo è preceduto da una sezione che tratta dell’esperienza
mistica confrontata a quella sessuale, e da un’altra che tratta della differenza fra il pio e
28 Patrologia Copta bozza 0
l’empio, data soprattutto dalla corretta gnosi. Queste due sezioni sembrano essere state
conservate come semplice premessa alla parte che si intendeva realmente estrarre dal più
ampio trattato.
Si tratta in certo modo della traduzione del brano di Platone; come tale sarebbe piena di
fraintendimenti e di errori più o meno banali. Ma il testo è piuttosto il frutto dell’intervento di
un redattore, che ha inteso trasformare il brano in un piccolo trattato sul problema della
giustizia. L’uomo, costituito di tre parti, deve obbedire nel comportamento morale a quella
spirituale.
TESTI MORALI
Versione della raccolta di sentenze, nota anche in greco, latino, siriaco, armeno e georgiano.
Sylvanus Edizione: NHS %%%% Yvonne JANSSENS, Les lecons de Silvanos (NH VII.4),
BCNH Sect. Textes 13, Quebec, Univ. Laval, 1983. Bibliografia: Jan ZANDEE, The
Teachings of Sylvanus (Nag Hammadi Codex VII,4), Leiden, Nederl. Inst. voor het Nabije
Oosten, 1991. Jan ZANDEE, The Teachings of Silvanus and Clement of Alexandria: A New
Document of Alexandrian Theology, Leiden, Ex Oriente Lux, 1977.
Authentikos Logos Edizione: NHS %%%% Jacques E. MENARD, L’Authentikos Logos: Texte
etabli et presente (Bibliotheque Copte de Nag Hammadi, Section ’Textes’ 2), Quebec, Presses
Universite Laval, 1977. Bibliografia: Roel van den BROEK, The Authentikos Logos: A New
Document of Christian Platonism, VC 33 (1979) 260-286.
bozza 0 Patrologia Copta 29
Il Logos di cui si tratta è l’entità celeste, vero sposo dell’anima, unito con lei nel mondo
superiore, e poi suo salvatore e redentore dalle disgraziate esperienze da essa incontrate nel
mondo materiale. Il trattato si dilunga nella descrizione dello stato perverso delle anime
prigioniere del mondo materiale e sottolinea la necessità della salvazione tramite il logos, e
non semplicemente con un comportamento moralmente corretto, di cui sono capaci anche i
"pagani".
Noema Magnae Potentiae Edizione: Pierre CHERIX, Le concept de Notre Grande Puissance
(CG VI.4), Gottingen, Vandenhoeck Ruprecht, 1982, Orbis Biblicus et Orientalis 47. Martin
KRAUSE, Pahor LABIB, Gnostische und Hermetische Schriften aus Codex 2 und Codex 6,
ADAI, Koptische Reihe, Band 2, Gluckstadt, J.J. Augustin, 1972. Douglas M. PARROTT
(ed.), Nag Hammadi Codices V, 2-5 and VI with Papyrus Berolinensi 8502, 1 and 4, Leiden,
Brill, 1979.
Il trattato è singolare, tardivo nella sua redazione (IV sec.?) e non riconducibile a nuclei
dottrinari comuni ad altri. Parla in prima persona - sembra - il Principio supremo, che enuncia
un’interpretazione della storia del mondo, quale si trova nell’Antico Testamento, tutta
incentrata sulla difesa dell’elemento acquatico in contrapposto all’elemento fuoco. Cosí gli
episodi della creazione (spirito dalle acque), di Noè (salvato per mezzo del diluvio), di Cristo
(allattato), sono messi soprattutto in rilievo. Il Noema del titolo sembra essere la diretta
emanazione del Principio, che concede la retta conoscenza agli illuminati.
Bronte Edizione: Martin KRAUSE, Pahor LABIB, Gnostische und Hermetische Schriften aus
Codex 2 und Codex 6, ADAI, Koptische Reihe, Band 2, Gluckstadt, J.J. Augustin, 1972.
Douglas M. PARROTT (ed.), Nag Hammadi Codices V, 2-5 and VI with Papyrus Berolinensi
8502, 1 and 4, Leiden, Brill, 1979. Bibliografia: Bentley LAYTON, The Riddle of the
Thunder (NHC VI,2): The Function of Paradox in a Gnostic Text from Nag Hammadi, AA
VV, Nag Hammadi, Gnosticism, and Early Christianity, p. 37-54, Peabody MA, Hendrickson,
1986.
Il trattato è in prima persona. Parla l’entità gnostica nominata nel titolo, che, dopo un breve
esordio sulla propria provenienza, prosegue con un’autodescrizione formulata nello stile
aretalogico con continui "io sono...", brevi antitesi paradossali, e raccomandazioni ai fedeli,
intervallate. Come dottrina non vi sono affermazioni particolarmente significative.
Exegesis de anima Edizione: Krause %%%%? Bentley LAYTON (ed.), Nag Hammadi Codex
II,2-7, Leiden etc., Brill, 1989. 2 vols. Maddalena SCOPELLO, L’Exegese de l’Ame. Nag
Hammadi Codex II.6, NHS 25, Leiden, Brill, 1985. Jean-Marc SEVRIN, L’exegese de l’ame
(NH II.6), BCNH, Textes 9, Quebec, Univ. Laval, 1983.
È un racconto della caduta e della salvazione dell’anima, intesa di volta in volta come l’unica
anima universale e come le singole anime, che tuttavia sono unite in una comune sostanza e in
una comune storia. Il racconto è costellato di citazioni dalla Bibbia e da Omero.
È un trattato di carattere soprattutto polemico, rivolto contro quei cristiani che non erano
sufficientemente spirituali nella loro interpretazione della teoria del Salvatore della salvazione.
30 Patrologia Copta bozza 0
L’autore si oppone anche ad alcune correnti "gnostiche". All’inizio è posta la netta distinzione
fra coloro che si sentono ancora sotto il dominio della legge, e coloro che comprendono che
Cristo è venuto da un Padre al di sopra della legge appunto per liberare gli uomini da essa.
Quindi l’autore spiega l’opera di salvezza che comprende in sè una resurrezione, e polemizza
contro chi attende la resurrezione finale e non comprende che la salvezza attuale è già una
resurrezione. Viene poi la polemica contro Valentino, Isidoro, Basilide, e contro il battesimo.
Epistula Eugnosti e Sophia Iesu Christi Edizione: Douglas M. PARROTT, Nag Hammadi
Codices III, 3-4 and V, 1 with Papyrus Berolinensis 8502,3 and Oxyrhynchus Papyrus 1081:
Eugnostos and the Sophia of Jesus Christ, Leiden, Brill, 1991. Catherine BARRY, La Sagesse
de Jésus-Christ (BG, 3; NH III, 4). Texte établi, traduit et commenté, Québec, Presses Univ.
Laval, 1993. Bibliografia: Demetrios TRAKATELLIS, The Transcendent God of Eugnostos.
An Exegetical Contribution to the Study of the Gnostic Texts of Nag Hammadi, Brookline,
MA, Holy Cross Orthodox, 1991. Michel TARDIEU, Codex de Berlin, Paris, Cerf, 1984.
Michael Allen WILLIAMS, The Immovable Race. A Gnostic Designation and the Theme of
Stability in Late Antiquity, NHS 29, Leiden, Brill, 1985.
I due trattati rappresentano diverse redazioni di un testo originale, che del resto appare già
rimaneggiato nella redazione più antica, quella dell’Epistula Eugnosti. Essa comincia con una
polemica filosofica sull’origine dell’universo, ma nell’esposizione successiva fa ricorso a
consueti elementi del mito "gnostico", che si possono accostare di volta in volta alle
speculazioni sethiane e a quelle valentiniane. Nella Sophia Iesu Christi il trattato è
ricomposto nella struttura di un dialogo. A parte ciò, altre differenze redazionali
rappresentano rapporti con la tradizione del testo, piuttosto che rapporti diretti fra i due testi.
DIVERSI:
Paraphrasis Sem Edizione: NHS %%%% Martin KRAUSE, Die Paraphrase des Seem, F.
Altheim, R. Stiehl (edd.) Christentum am Roten Meer, Zweiter Band, p. 2-105, Berlin/New
York, Walter de Gruyter, 1973.
Il trattato (il titolo, aggiunto posteriormente, sembra derivato da una erronea interpretazione di
una frase del testo) è legato ai trattati sethiani dall’importanza data ai nomi e alle funzioni
specifiche dei personaggi del mito e dal fatto che il mito non sembra avere un valore
speculativo, ma essere preso tal quale come veicolo di conoscenza salvifica. Il mito stesso è
però del tutto differente da quello sethiano, ed anzi il personaggio di Sem (a cui è fatta la
rivelazione) e la sua stirpe (quella degli eletti che sono salvi) sembrano essere concepiti in
concorrenza e in polemica con la stirpe (e la setta) dei sethiani. Derdekeas, il redentore,
descrive a Sem l’origine del cosmo attraverso un mito sessuale, nel quale l’immagine della
vagina ha larga parte. Quindi si dilunga nella descrizione dei vari momenti della sua lotta con
la Natura, intesa come prodotto del principio malvagio e quindi malvagia, per portare la
salvazione alla stirpe eletta. Finalmente tratta della salvazione, del modo con cui è operata, e
al contrario di coloro che non possono essere salvati. Il mito dell’origine del cosmo deriva da
una concezione nettamente dualistica, contrapposta a quella più unitaria dei sethiani.
Un altro trattato vicino alla tradizione sethiana, ma che esitiamo a classificare sethiano per il
maggiore impegno dato alla speculazione filosofica, è l’apocalissi intitolata a Marsane, figura
nota anche attraverso Porfirio ed Epifanio, che appunto gli attribuiscono una rivelazione.
Marsane è protagonista di un viaggio nei cieli. Purtroppo il testo è assai lacunoso: sembra che
il racconto della rivelazione fosse preceduto dall’esposizione di riflessioni sulla gnosi fatte
bozza 0 Patrologia Copta 31
dallo stesso Marsane, e seguito da una complessa esposizione sul valore delle lettere
dell’alfabeto.
1. Codice dei Salmi (manichei), di circa 500 pagine, oggi conservato a Dublino, pubblicato in
parte da C.R.C. Alberry, A Manichaean Psalm-Book, Stuttgart, Kohlhammer, 1938 (=
Manichäische Handschriften der Sammlung A. Chester Beatty, 2). I Salmi erano inni
liturgici, riuniti in gruppi, come attesta l’accurato indice posto alla fine del codice. of which
there is a complete index of incipits at the end of the volume (cf. Martin Krause, Zum Aufbau
des koptisch-manichäischen Psalmenbuches, in: A. Van Tongerloo & S. Giversen (eds.),
Manichaica Selecta, p. 177-190, Leuven-Lund, 1991): Gruppo 1, 25 salmi, titolo perduto;
gruppo 2, ps. 26-33, intitolato «di Herakleides»; gruppo 3, ps. 34-82 (not certain), intitolato
«Synaxis»; gruppo 4, ps. 83-105, «dell’anima»; gruppo 5, ps. 106-118, titolo perduto; gruppo
6, ps. 119-130, «per la domenica»; gruppo 7, ps. 131-135, «del padre Herakles»; gruppo 8, ps.
136-149, titolo perduto; gruppo 9, ps. 150-154, «della Pasqua»; gruppo 10, ps. 155-162,
«Vari»; gruppo 11, ps. 163-164, titolo perduto; gruppo 12, ps. 165-170, titolo perduto; gruppo
13, ps. 171, «del signore Syrus»; gruppo 14, ps. 172-199, «vari»; gruppo 15, ps. 200-205,
«della notte»; gruppo 16, ps. 206-217, «di Heracl[es o -ides]»; gruppo 17, ps. 218-241, «del
Bema»; gruppo 18, ps. 242-276, titolo perduto (chiamato «di Gesù», dal contenuto); gruppo
19, ps. 277-286, «di Herakleides»; gruppo 20, ps. 287-289, «vari»; gruppo 21, ps. 290-297,
titolo perduto; gruppo 22, ps. 298-333, «Sarakoton»; gruppo 23, ps. 334-340, «di
Herakleides»; gruppo 24, ps. 341-360, «di Tommaso»; ultimo salmo non raggruppato.
2. Due grossi tomi contengono i famosi Kephalaia, o parti di essi, testi che riferiscono i
discorsi di Manicheo (questa fu la forma del nome Mani usata in Egitto) ai suoi discepoli, ma
bozza 0 Patrologia Copta 33
che non furono scritti da Manicheo stesso. Uno dei tomi è ora a Berlino (un foglio a Vienna),
ed è stato pubblicato per gran parte ([Hans J. Polotsky, Alexander Böhlig], Manichäische
Handschriften der Staatlichen Museen Berlin: vol. 1, Kephalaia, Stuttgart, Kohlhammer,
1935; vol. 2, Lieferungen 11/12, Stuttgart, 1966); l’altro tomo è ora a Dublino, ed è inedito,
onde l’informazione sul suo contenuto non è accurata. I kephalaia sono delle specie di
aneddoti di varia lunghezza che riferiscono discorsi di Manicheo ai suoi discepoli. Il carattere
ed il contenuto sono di varia natura. Vi sono narrazioni storiche, come in Keph. 1, sulla venuta
degli apostoli celesti dall’inizio fino a Gesù e a Manicheo; Keph. 17, sulle tre età del mondo,
il primo uomo, la sua venuta, la distruzione degli idoli; Keph. 18, sulle cinque guerre del bene
contro il male; Keph. 76, sulla missione di Manicheo; Keph. 77, sui quattro regni.
Descrizione dei personaggi celesti della mitologia manichea: Keph.7, sui dinque Padri;
Keph. 10, sui 14 eoni; Keph. 11, sui Padri della luce; Keph. 16, sulle cinque grandezze; Keph.
20, sul nome del Padre; Keph. 21, sul Padre della grandezza; Keph. 26, sul primo uomo e
l’inviato; Keph. 28, sui 12 cavalieri del Padre; Keph. 38, sul nous-luce; Keph. 46 e 66,
sull’inviato; Keph. 50, sul nome di Dio, il ricco e l’angelo; Keph. 51 e 53, sul primo uomo;
Keph. 55 e 57 e 64 su Adamo; Keph. 56, su Saklas; Keph. 60 sui quattro padri; Keph. 67
sull’illuminatore.
Commenti sul comportamento religioso: Keph. 79 e 81, sul digiuno; Keph. 81, sul
giudizio; Keph. 87 e 93, sulla carità; Keph. 88 e 91, sui catecumeni.
Spiegazioni dell’immaginario manicheo: Keph. 2, sulla similitudine dell’albero; Keph. 4,
sui quattro grandi giorni e le grandi notti; Keph. 5 sui cinque cacciatori della luce e i quattro
delle tenebre; Keph. 6, sui 5 tesori; Keph. 8, sui 14 carri; Keph. 29, sui 18 troni del padre;
Keph. 30, sui tre vestiti; Keph. 36 e 49, sulla ruota del re dell’onore; Keph. 61, sul vestito
dell’acqua; Keph. 62, sulle tre pietre; Keph. 72, sui vestiti; Keph. 85, sulla croce di luce;
Keph. 90, sulle 14 strade; Keph. 95, sulla nuvola.
Spiegazione di concetti: Keph. 3, sulla felicità, la saggezza, e la forza; Keph. 9, sul bacio
di pace; Keph. 14, sul silenzio e il digiuno, la pace, il giorno, e la tranquillità; Keph. 19, sulle
cinque partenze; Keph. 31, sulla chiamata; Keph. 34, sulle dieci opere; Keph. 35, sulle quattro
opere; Keph. 39, sui tre giorni e le due morti; Keph. 41, sulle tre battaglie; Keph. 47, sulle
quattro grandi cose; Keph. 63, sull’amore; Keph. 78, sulle quattro opere; Keph. 80, sulla
ragione; Keph. 84, sulla saggezza.
Spiegazioni sugli elementi naturali: Keph. 37, sulle tre zone; Keph. 44, sulle maree;
Keph. 59, sugli elementi di che piansero; Keph. 65, sul sole; Keph. 68, sul fuoco; Keph. 69,
sullo zodiaco e le stelle; Keph. 71, sugli elementi; Keph. 73, sull’invidia della materia; Keph.
74, sul fuoco vivente; Keph. 94, sulla purificazione dei quattro elementi.
3. Un altro codice fu diviso fra Dublino (circa cinquanta fogli, pubblicati da Hans J. Polotsky,
Manichäische Homilien, Stuttgart, Kohlhammer, 1934 [= Manichäische Handschriften der
Sammlung A. Chester Beatty, 1]) e Berlino (blocco non restaurato, ora probabilmente
perduto). Esso conteneva un interessante collezione di quattro testi che trattavano delle
vicissitudini di Manicheo e dei suoi discepoli, nel passato storico e nel futuro apocalittico.
Essi furono pubblicati da Polotksy con il titolo Manichäische Homilien, sebbene esse non
siano omelie nel senso comune della parola. (1) Il «logos» della preghiera, cioè una
lamentazione in forma di preghiera per la morte di Manicheo, scritta probabilmente dal suo
discepolo Salmaios. (2) Il «logos» della grande guerra, una narrazione apocalittica delle
persecuzioni dei manichei, quindi del loro trionfo col ristabilimento della Chiesa manichea, e
finalmente la venuta di Gesù e il giudizio finale, il ritorno di Gesù al regno della luce, e la
distruzione del mondo materiale. Il testo è stato scritto forse dal discepolo Custaios. (3) La
narrazione della persecuzione di Manicheo da parte di Bahram I e II, e la sua crocifissione. (4)
Un’apoteosi di Manicheo, della quale rimangono solo poche pagine, molto danneggiate.
Tutti gli altri testi sono inediti, e la maggior parte è stata perduta intorno al
1945, cosí che abbiamo solo un resoconto preliminare fatto prima della
Page 34 August 28, 19103
34 Patrologia Copta bozza 0
Bibliografia
Sui codici di Medinet Madi: Carl Schmidt - H.J. Polotsky, Ein Mani-Fund in
Ägypten. Originalscriften des Mani und seiner Schüler, Sitzungsber. Berl.
Akad., 1933, p. 4-90. James M. Robinson, The Fate of the Manichaean
Codices of Medinet Madi, 1929-1989, in: G. Wiessner, H.-J. Klimkeit (eds.),
Studia Manichaica, II. Intern. Kongr. zum Manichäismus, Wiesbaden,
Harrassowitz, 1992, p. 19-62.
Essa comprende tre parti con una loro individualità precisa, ricavate probabilmente da testi
preesistenti, con eventuali interventi redazionali. (1) La prima parte (par. 1-15) è costituita da
una lettera di Teofilo vescovo di Alessandria (m. 412) a Horsiesi archimandrita di pBau (m.
390 ca.), affinché questi venga ad Alessandria per risolvere un grave problema che potremmo
definire liturgico. (2) La seconda parte (par. 16-131) è costituita dal racconto del viaggio dei
36 Patrologia Copta bozza 0
Contra Anthropomorphitas (Fides Agathonici). Dubbi che l’autore ha dovuto superare prima
di decidersi a scrivere, in quanto l’ispirazione poteva venirgli da un demone piuttosto che da
Dio. Problema dell’antropomorfismo di Dio, risolto negativamente. La soluzione del problema
è data come aiuto al corretto modo di pregare. Alcuni redattori sono intervenuti sul testo in un
secondo tempo, trasformando mediante tagli ed aggiunte l’opera in senso antropomorfita,
snaturandola completamente, per evidenti motivi di mutamenti teologici intervenuti in un
ambiente che pure voleva conservare il corpus di Agatonico.
Contra Iustinum Samaritanum. Diatriba fra Agatonico e Giustino samaritano, che non crede
alla resurrezione inizialmente, ma viene convinto dalle argomentazioni proposte da
Agatonico, tutte basate sull’Antico Testamento. Egli alla fine chiede anche di essere
battezzato.
31. Ed. W. Erichsen, Faijumische Fragmente der Reden des Agathonicus Bischofs von Tarsus, Kobenhavn, Host, 1932.
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38 Patrologia Copta bozza 0
Il fondo della narrazione è probabilmente storico. Di Aphu sono conservati alcuni apoftegmi
ed egli è menzionato anche nella Vita di Paolo di Tamma. Di molte esagerazioni si dovrà far
carico agli intenti del redattore e alle consuetudini del genere letterario. Sembra ragionevole
supporre un testo greco originale, non più conservato, passato presto in copto. La figura di
Aphu è senza dubbio una delle più interessanti che ci fornisca la documentazione copta. Egli
sarebbe stato un asceta dedito ad un tipo di ascesi straordinario, che consisteva nel vivere
mescolato ad una mandria di bufali, nei pressi della città di Ossirinco, scendendo solo una
volta all’anno in città per le celebrazioni pasquali. Appunto in occasione di una Pasqua (penso
si alluda a quella fatidica del 399) ascoltò la lettura della lettera pasquale in cui Teofilo si
esprimeva (secondo il testo della Vita) in questo senso: «Quasi per innalzare la gloria di Dio,
egli rammentava l’inferiorità degli uomini, e quello che parlava (in realtà si tratta della lettura
della Lettera Festale, come si comprende poi) diceva: Non è l’immagine di Dio quella che noi
uomini portiamo.» Aphu si reca direttamente ad Alessandria da Teofilo per contestare queste
idee: «... udii una frase in essa (= nella lettera) che non concorda con le scritture ispirate da
Dio». Segue un dibattito esegetico, alla fine del quale Teofilo si convince e invia una rettifica
(allusione alla lettera del 401?) in senso anti-origenista. L’impressione dell’arcivescovo fu
tale che, morto il vescovo di Ossirinco, volle, contro l’orientamento stesso dei cittadini, che
Aphu fosse consacrato come nuovo vescovo. In tale qualità egli passò il resto della sua vita,
rimanendo però nel deserto e visitando la città raramente.
32. T. Orlandi, A. Campagnano, Vite di monaci copti, Roma, Città Nuova, 1984, (Collana di
Testi Patristici).
33. Edizione: Francesco Rossi, Trascrizione di tre manoscritti copti del Museo Egizio di
Torino, «Mem. Acc. Scienze Torino», II.37 (1885). Traduzione italiana in: T. Orlandi, A.
Campagnano, Vite di monaci copti, Roma, Citta Nuova, 1984, 298 p. (Collana di Testi
Patristici, 41), p. 55-65; cf. Id.,La cristologia nei testi catechetici copti, in: Sergio Felici (ed.),
Cristologia e catechesi patristica, 1, p. 213-229, Roma, LAS, 1980. 264 p. (Biblioteca di
Scienze Religiose 31).
bozza 0 Patrologia Copta 39
Due codici copti (pervenuti frammentari) contenevano un testo sulla vita di Paolo, o
comunque che ne narrava alcuni episodi.34 Piú tardi nel Sinassario copto-arabo fu incluso un
riassunto del testo disponibile al tempo della compilazione (XII secolo). Noi riteniamo che
all’origine siano esistiti due testi diversi ed indipendenti. Mentre quello testimoniato dal
sinassario è scarsamente interessante, quello dei due manoscritti copti ci mostra l’opera di un
ambiente interessato a raccogliere le memorie relative ad un certo numero di monaci,
mettendoli in stretta relazione l’uno con l’altro, magari forzando la realtà storica. Questi
monaci furono comunque dimenticati dalla tradizione greco-latina.
34. I frammenti piú estesi provengono da un codice del Monastero Bianco (sigla CMCL = MONB.FI), in gran parte
pubblicato da Amélineau 1888, p. 759-769 e 835-836 (= p. 67-68 e 83-96 del ms.). Due fogli dalla Michigan University
Library, 158.44, sono inediti (p. 59-62 del ms.).
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40 Patrologia Copta bozza 0
Paolo di Tamma è l’unico dei personaggi sopra menzionati di cui ci siano pervenute delle
opere, e non solo resoconti della vita. E’ possibile pensare che fosse considerato l’ispiratore o
la punta avanzata culturale del gruppo che abbiamo identificato. L’edizione di quanto è
pervenuto si trova in Tito Orlandi, Paolo di Tamma, Opere, Roma, CIM, 1988.
Epistula. Breve testo tramandato completo, comprendente raccomandazioni per gli anacoreti.
De cella. Questo lungo testo esortatorio appare in due redazioni differenti. La prima,
sostanzialmente completa (vi sono brevi lacune interne dovute allo stato di conservazione del
manoscritto), è quella di MU0166; la seconda è mutila all’inizio (il testo comincia in
corrispondenza del par. 49 dell’altra redazione), prosegue parallela all’altra redazione fino al
par. 98 (che rappresenta quasi la fine dell’altra redazione), quindi presenta un lungo brano che
nell’altra manca (par. 99-125).
Il testo (ed. Ed. T. Orlandi - A. Campagnano, Vite dei monaci Phif e Longino, Milano,
Cisalpino Goliardica, 1975. Cf. Rene-Georges Coquin, Apollon de Titkoo ou/et Apollon de
Bawit?, Orientalia 46 (1977) 435-446) presenta un «doppio inizio», che tradisce una prima
redazione in forma di vera e propria vita di Apollo, ed una seconda redazione in forma di
encomio di Phib. È tuttavia da notare che anche nella prima redazione l’episodio principale
era quello dell’istituzione del rito della metanoia, che gravitava intorno a Phib (già deceduto).
Il rapporto fra i due manoscritti che tramandano il testo (del secondo sono pervenuti pochi
frammenti della parte iniziale) è ancora da studiare. È possibile che il manoscritto
frammentario contenesse la primitiva redazione della vita di Apollo, prima che diventasse
encomio.
Il testo appare antico e sostanzialmente degno di fede, anche se fu oggetto di una
rielaborazione formale per renderlo adatto alla commemorazione di Phib (compagno di
Apollo). Apollo fu al principio un anacoreta del tipo solitario, che dopo un periodo di
«noviziato» presso un certo apa Petra si stabilí a Titkooh (presso Shmun) con un compagno,
Phib, e poi con Papohe, che ne scriverà la vita. Dopo qualche tempo i tre ripresero una vita
itinerante, raccogliendo però attorno a sè di volta in volta gruppi di fedeli nelle diverse località
in cui si fermavano per breve tempo. Alla fine noi possiamo contare tre monasteri che si
richiamavano ad Apollo: uno in località Tahrug, uno detto di apa Pamin, ed uno in località
Titkooh, dove morí Phib e dove era la sede dell’indulgenza della metanoia. Ad essi occorre
aggiungere Bauit (salvo che non coincida con Titkooh), noto da scavi, e forse anche altri. Il
testo ci presenta insomma il passaggio graduale dall’anacoretismo «selvaggio» a quello
organizzato, anche se – probabilmente – senza regola.
Le Historiae monachorum
35. Cf. Historia monachorum, ed. Festugière, Bruxelles 1971,2 (Subs. 191) p. 205-224;
Historia lausiaca, ed. Butler, Cambridge 1898-1904 (Texts and Studies VI); cf. anche la
Historia monachorum sinaitarum, ed. Combéfis, Illustrium martyrum lecti triumphi, Paris
1660, p. 88-132.
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42 Patrologia Copta bozza 0
Il narratore della Historia monachorum apud Syenas,36 o anche Vita Aronis, che narra in
prima persona, è un Papnute monaco che viaggia nella «regione del Sud» alla ricerca di
anacoreti di cui riportare la vita. Tutta la prima parte del testo è dedicata a storie e problemi
vari di vita anacoretica (il centro geografico principale del racconto è Syene). Nella seconda
parte Papnute è condotto dall’anacoreta pSeleusio da Isaac, discepolo di Aron, che abita in un
isolotto della (prima) cataratta – dunque un po’ a Sud di File –, che gli racconta prima la
storia della conversione di File e dei suoi primi vescovi, quindi la vita di Aron, con molteplici
episodi miracolosi. Nel contesto di tutta questa seconda parte sono, fra l’altro, ripetutamente
nominati i Nubiani. Per quanto riguarda gli intendimenti originali di chi a suo tempo redasse
il testo, si può notare prima di tutto che esso, a dispetto della varietà dei temi trattati e dei
personaggi presentati, e nonostante sia invero alquanto complicato, si presenta con una
costruzione molto unitaria, e non sembra essere stato costituito tramite l’unione di testi
preesistenti. Il testo presenta un carattere spiccatamente monastico; i problemi che tratta sono
essenzialmente quelli tipici del monachesimo egiziano antico: scelta della vita anacoretica o
comunitaria, rapporti fra anziani e discepoli, scelta della residenza, pratica della penitenza
continua, etc. Anche quando diventano vescovi, Macedonio, Marco, Isaia, pSulusia, restano
soprattutto (ed il testo lo sottolinea) dei monaci, non vivono nella città, sembrano
disinteressarsi della vita del clero cittadino. La conversione di File è un episodio inserito ad
abundantiam, non è quello che ha determinato la decisione di scrivere l’opera; tanto maggiore
è perciò la probabilità che non sia stato inventato, ma derivi da una tradizione diciamo cosí
sincera. In esso oltretutto troviamo un riferimento storico importante, perché si parla di un
Marco, testimoniato come vescovo di File negli scritti di Atanasio.
Un altro testo dello stesso genere è rappresentato dalla Historia monachorum. o anche Vita
Onophrii.37 Pur non essendoci riferimenti storici precisi, il quadro ambientale è quello della
seconda metà del IV secolo. La descrizione della vita degli anacoreti è preziosa per
completare la nostra documentazione sui vari tipi di ascetismo egiziano di quel periodo. Il
testo originale è quello greco, di cui sembra però pervenuta solo la parte che poteva servire in
particolare per la festa di Onofrio. Essa divenne particolarmente famosa (coll’espandersi del
culto del santo) e fu tradotta anche in latino. La traduzione copta deve essere molto antica, e ci
restituisce il testo completo nella sua vera forma di «Historia monachorum» e non di bios. Il
contenuto comprende un viaggio di Papnute, che incontra Timoteo, che ha preferito la vita
solitaria a quella cenobitica. Incontra poi Onofrio, di cui narra la vita e la morte, a cui assiste.
Incontra poi quattro anacoreti anonimi di cui anche racconta la storia, cosí come di altri
quattro anacoreti di Pemje.
Questi due testi sono stati riuniti nella tradizione copta con le raccolte dei
36. Ed. Budge, Miscellaneous Coptic Texts in the Dialect of Upper Egypt, London, British Museum, 1915, p. 432-502.
37. Ed. Ernest A. T. Wallis Budge, Coptic Martyrdoms etc. in the Dialect of Upper Egypt, Edited with English
Translations, London, British Museum, 1914, p. 205-224.
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canoni dei concilii, come appartenenti al Concilio di Nicea,38 per motivi che
non è facile comprendere appieno. Il loro carattere li colloca piuttosto
nell’ambito della tradizione monastica. Del primo, se (come è probabile) fu
redatto in greco, e poi tradotto in copto, non è pervenuta alcuna parte del
(supposto) testo greco originale39. In fondo ad uno dei manoscritti (papiro di
Torino) c’è l’attribuzione: <ko>aqanasiou logou, della quale si deve tuttavia
diffidare. Tratta del libero arbitrio (prohairesis), della frequentazione della
Chiesa; le donne e il trucco; gli uomini e l’eleganza; le vergini;
comportamento di Maria; la castità negli uomini; il prossimo;
raccomandazioni varie.
Il secondo testo, Didascalia Patrum Nicaenorum, o Syntagma doctrinae40
ha una tradizione molto complessa in molte lingue, a partire dal greco.41 È
attribuito ad Atanasio, Epifanio, Basilio, Evagrio Pontico. Contiene
raccomandazioni di comportamento morale e dottrinale.
@ Shenute
Vita
38. Cf. Felix Artur Julius Haase, Die Koptischen Quellen zum Konzil von Nicaa, Stud. Gesch.
Altertums, 10.4, Paderborn, Schoningh, 1920. Giuseppe L. Dossetti, Il Simbolo di Nicea e di
Costantinopoli. Edizione critica, Roma, 1967.
39. Ed. Francesco Rossi, Trascrizione di alcuni testi copti tratti dai papiri del Museo Egizio di
Torino, Mem. Accad. Scienze Torino, II.36 (1884). Cf. Joseph Lammeyer, Die Sogenannten
Gnomen des Concils von Nicaea, Inaugural Dissertation Freiburg, Beyrouth, 1912. Charles
Lenormant, Memoire sur les fragments du premier concile de Nicee conserves dans la
versione copte, Mem. Acad. Inscr. 19.2 (1853) 202-265.
40. Ed. Francesco Rossi, Trascrizione di alcuni testi copti tratti dai papiri del Museo Egizio di
Torino, Mem. Accad. Scienze Torino, II.36 (1884).
41. Ed. Arnold 1685 = Montfaucon, Migne 28,836-845; Pierre Batiffol (ed.), Didascalia 318
Patrum pseudepigrapha, Paris, 1887. Batiffol 1890; Pitra Spic. Sol. iV 1858 p. 456; Munitiz
CC.G 5, 1979,91.
44 Patrologia Copta bozza 0
42. J. F. Bethune-Baker, The Date of the Death of Nestorius: Schenute, Zacharias, Evagrius,
JTS 9 (1908) 601-605. Cf. ora le correzioni di Emmel, cit.
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bozza 0 Patrologia Copta 45
Carattere letterario
Ladeuze e prima da Amélineau. Noi crediamo che una lettura calma delle
opere maggiori nel loro complesso (e non solo in frammenti) rovescerà quel
tipo di giudizi.
Purtroppo una piena comprensione dell’opera letteraria di Shenoute è
tutt’oggi impedita dallo stato insoddisfacente del lavoro di pubblicazione
delle sue opere. Una tappa fondamentale è tuttavia stata segnata di recente
dallo studio di Stephen Emmel. In esso si dimostra che presso il Monastero
Bianco erano state costituite due grandi raccolte che comprendevano tutte le
opere ritenute importanti. Anche se non è ben chiara la distinzione fra i tipi
di testo scelti a comporre ciascuna delle raccolte, è possibile, allo stato degli
studi, notare che la prima, quella dei cosiddetti «canoni», era caratterizzata
da opere che si occupavano soprattutto della vita della comunità monastica;
mentre la seconda, quella dei cosiddetti «logoi», da opere di più vario
interesse.
Teologia.
Sulla teologia di Shenute è stata prodotta, prima dal Lefort, e poi da Orlandi,
una documentazione che ci mostra uno Shenoute sicuramente speculativo.
Opera molto importante è la «Catechesi cristologica», o De natura Christi (Ed. Lefort, cf.
trad. ital. T. Orlandi, La cristologia nei testi catechetici copti, in: Sergio Felici (ed.),
Cristologia e catechesi patristica, 1, p. 213-229, Roma, LAS, 1980.) In essa si parla
dell’esistenza di Cristo prima della nascita da Maria; si discutono alcune obiezioni, ed in
particolare dei Giudei, per i quali Cristo affermò di esistere prima di Abramo. Si trattano poi i
seguenti argomenti: il Verbo e la creazione del mondo; la preesistenza del Cristo;
l’incarnazione; di nuovo la creazione e il Cristo; il significato di Theotokos contro Nestorio; la
realtà dell’eucaristia; la fede. Tutti i problemi sono risolti sulla base della «vera»
interpretazione di passi della Scrittura, e in sostanza invocando il principio che Dio può fare
qualsiasi cosa, e occorre solo prenderne atto, ascoltando appunto le Scritture. È da notare che
Shenoute afferma di aver trattato questi temi molte altre volte, e di riprenderli in questa
occasione su invito di alcuni interlocutori.
Ancora più ampia è la problematica affrontata nel trattato Contro gli origenisti, scritto in
occasione di una specie di crociata anti-eretica indetta dal patriarca Dioscoro in Alto Egitto
intorno al 445: l’uso dei libri «apocrifi» presso gli eretici, gnostici e origenisti; la teoria della
pluralità dei mondi (che viene combattuta); il significato della sofferenza dell’uomo, che non
contraddice alla bontà di Dio; teorie eretiche sulla Pasqua; la coesistenza eterna di Padre e
Figlio; la preesistenza delle anime (che viene combattuta); e di nuovo l’incarnazione e il
mistero eucaristico.
A questi due trattati si possono aggiungere altri due, uno contro i meliziani: contro coloro che
prendono l’eucaristia nei cimiteri e molte volte al giorno, e confondono l’eucaristia coi pasti
carnali. Sono i meliziani. L’eucaristia come mezzo per cancellare i peccati, anche molte volte
al giorno. Vi sono alcuni «falsi fratelli» che sostengono che non bisogna fare la comunione la
domenica. Argomenti contro tali affermazioni. – L’altro trattato è contro i manichei
(Amélineau I 5), e commenta Mt. 11.13 e Lc. 17.16, contro l’interpretazione manichea:
bozza 0 Patrologia Copta 47
validità anche dell’AT. Esegesi del versetto sul vino nuovo etc.; esso difende l’ispirazione
divina dell’Antico Testamento, accanto al Nuovo.
De Actis Archelai, (edizione Leipoldt n. 36): sarebbe opportuno parlare di una questione posta
da un presbitero di Side, ma l’ha già trattata (cf. sopra), e anche Archelao di Mesopotamia ha
contrastato i manichei. Si tratta di Mc 2.21-22, cf. Acta Archelai 21. «Ma dirò un
complemento a ciò»: cioè il significato del brano degli otri vecchi etc. (sono gli ebrei).
Morale.
43. Su tutto ciò cf. ora il fondamentale contributo di Alois Grillmeier, Jesus der Christus im
Glauben der Kirche. 2/4: Die Kirche von Alexandrien mit Nubien und Äthiopien nach 451,
Freiburg etc., 1990.
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48 Patrologia Copta bozza 0
(les noms et les verbes), Cahiers de la Revue Biblique, 18, Paris, Gabalda, 1979). Elogio del
governatore Flaviano. Tema principale: la giustizia e la carità, che devono essere le qualità di
un magistrato. Il caso di Shenute–Paganos. Rapporti fra monaci e laici. Altri temi: digiuno e
preghiera. Shenute ricorda altri discorsi tenuti a magistrati. Sono nominati Dioscoride,
Heraklammon, Teodoto, Aeliano, Andrea conte. Contro gli idolatri.
De officiis magistratuum coram Heraclammone. De modestia clericorum et magistratuum.
(Edizione: Chassinat; Leipoldt n. 15). Resoconto di quanto ha detto ad Heraklammon
(evidentemente in greco!). Poi altri argomenti: Beato chi resta nelle vie della giustizia.
Aspiriamo alle grandi cariche ma trascuriamo i doveri che esse comportano. Shenute spiega
perché non ha voluto diventare vescovo. Ricorda di quando è andato ad Efeso. Contro certe
abitudini dei ricchi, come trattano i servi. Che differenza c’è fra un dux che prega e un dux
che sta sul bema a giudicare? Attenzione a giudicare rettamente! Valore del comando.
Esempio di Erode e Giovanni Battista. Excursus su Giovanni Battista. Dio è dappertutto.
Contro peccatori e pagani. Contro gli ebrei. Sulla Chiesa. Ancora contro gli ebrei.
De officiis. Exhortationes. Edizione Amélineau II 2 (= 17 della numerazione errata)
prima parte. Occasione nella quale è stato scritto il trattato: bisogna essere degni della propria
posizione. Esempio (al contrario) di Giuda. Adamo ed Eva. Se i clerici fanno male, che sarà
dei laici? I peccatori sono come Giuda. La collera di Dio. Amare il prossimo. Alcuni
stimati in terra sono maledetti in cielo. Raccomandazioni.
De officiis communibus. Sermo hortatorius. Edizione Ameélineau II 2 (= 17 della
numerazione errata), seconda parte. Raccomandazioni varie.
@ Traduzioni omiletiche
La parte della letteratura copta che consiste di testi attribuiti (nei titoli che
si trovano nei manoscritti) a Padri della Chiesa del IV e V secolo, oppure di
testi agiografici che sono comunque dati per composti in quel periodo, e che
dunque dovrebbero essere tutti traduzioni da originali greci, è sempre stata la
più imbarazzante da trattare da parte degli studiosi. Da un lato, essa sembra
essere la quasi totalità del materiale letterario in lingua copta; ed una
letteratura fatta di traduzioni scoraggia a priori ogni studio storico ed
esegetico che non rimandi agli originali. D’altra parte, le attribuzioni
d’autore fornite nei titoli dei manoscritti appaiono in gran parte non
attendibili, per cui al carattere di traduzione si aggiunge quello di
pseudepigrafo.
Ma occorre tener conto di un fatto fondamentale perché il quadro, pur
non migliorando qualitativamente dal punto di vista del patrologo, riacquisti
una sua «normalità» sotto il profilo della storia letteraria. I testi pseudepigrafi
non sono traduzioni, e sono stati scritti da autori copti che operavano in
clandestinità durante il periodo della dominazione araba, fra VII e IX secolo.
Questo li elimina dal nostro orizzonte, e nello stesso tempo sposta il
baricentro della letteratura originale in lingua copta verso un’epoca più tarda
(Shenute in questa prospettiva non rappresenta più l’epoca aurea, ma un
precursore); ma recupera la letteratura copta come frutto di una attività
originale, come che se ne voglia giudicare significato e valore.
Quello che il patrologo deve comunque aver presente è che i titoli che
appaiono nei manoscritti devono essere mantenuti distinti dai testi ai quali
sono riferiti, e attribuzione e genuinità vanno studiati di volta in volta come
problema a sé. Da un punto di vista metodologico, quei titoli non possono
essere invocati, non dico come prova, ma nemmeno come base di ipotesi per
l’attribuzione di un testo. L’eventuale coincidenza fra l’autore reale di un
testo e quello a cui il testo è attribuito nel manoscritto o nei manoscritti è di
solito puramente casuale. Quello dunque che occorre valutare è la situazione
di fatto che i testi stessi, a prescindere dalle loro titolature, presentano,
rispetto a quanto sappiamo della letteratura patristica greca. In questo
capitolo tratteremo di quei testi che:
(a) corrispondono ad un originale patristico greco del IV-VI secolo a noi
noto; ovvero
(b) appaiono essere stati tradotti dal greco in questa stessa epoca (IV-V
secolo), anche se non se ne conosce l’originale.
Nell’uno e nell’altro caso l’autore a cui sono attribuiti nella tradizione
copta può essere o non essere quello autentico. In molti casi, peraltro, noto o
meno che sia l’originale greco, molti testi sono destinati a rimanere
irrimediabilmente anonimi: in modo particolare quelli agiografici (vite e
passioni).
Un’osservazione va fatta anche riguardo ad eventuali brani, anche lunghi,
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bozza 0 Patrologia Copta 51
"originali" (cioè risalenti a testi greci del IV-V secolo), che possono essere
contenuti nei falsi costruiti nel VII-VIII secolo. Non è possibile, allo stato
attuale degli studi, indicarli qui perchè non sono sufficientemente certi.
Il lavoro di traduzione compiuto in copto è stato svolto secondo criteri, ed
in condizioni tali, che lo rendono assai diverso da quello compiuto per le
analoghe letterature dell’Oriente cristiano: siriaca, armena e georgiana.
[araba ed etiopica non possono essere paragonate perchè formatesi in
condizioni storiche diverse, e spesso derivate dal greco solo
secondariamente]. Infatti mentre in siriaco, armeno e georgiano, insieme a
traduzioni di singole omelie (di solito ad uso liturgico) si trovano traduzioni
sistematiche dei corpora degli autori più importanti, e spesso conosciamo le
personalità che hanno fatto le traduzioni o le hanno ispirate e suggerite, in
copto nessun testo ci parla di tali personalità (che pure devono esserci state, e
forse sono fra quelle a noi note, ma non sotto questo aspetto) e la scelta dei
testi obbedisce a criteri che dal nostro punto di vista è assai deludente.
Invano si cercherebbero opere fondamentali come la traduzione armena di
Ireneo o quella siriaca di Atanasio; per tacere del fatto che tutta la
produzione piú bella o anche quella che si può definire la piú "normale" dei
Padri cappadoci, di Cirillo o di qualunque altro grande Padre, che è presente
in siriaco, armeno e georgiano, è quasi del tutto assente in copto.
Questa constatazione non deve però suggerire una svalutazione della
qualità della cultura dei copti, per il motivo molto semplice che i copti in
questo periodo partecipavano indifferentemente sia della cultura in lingua
greca sia di quella in lingua copta. Come per le traduzioni bibliche, noi non
crediamo che il fine unico delle traduzioni fosse quello di portare alcuni testi
greci a livello di persone che non conoscevano il greco (anche se questo in
qualche caso può essere stato uno dei fini). Noi crediamo che il fine piú
qualificante fosse quello di costruire un settore della letteratura spirituale in
una lingua che gli egiziani potessero sentire personalmente ed intimamente
propria, anche se essa rimaneva pur sempre alquanto artificiale, e anche se,
ove necessario, gli stessi lettori dei testi in copto potevano anche leggere testi
in greco.
Le traduzioni furono eseguite per lo più negli scriptoria monastici; ed
anzi è molto probabile che la maggior parte di esse venga dal monastero di
Shenute, per suo impulso. I monaci copti non si preoccupavano se non
eccezionalmente di questioni strettamente teologiche anche se, dal momento
che la loro tradizione, formatasi intorno alle controversie cristologiche del
IV e V secolo, considerava come eretici degli uomini (piuttosto che delle
teorie), essi potevano avere interesse a conoscere e ritenere gli anatemi
teologici contenuti in omelie, di contenuto peraltro morale, e anche qualche
allusione polemica alle loro dottrine. Sarebbe vano tuttavia cercare, nei
manoscritti che essi avevano a disposizione, opere il cui scopo fondamentale
sia quello di discutere teologicamente tali dottrine. Tutt’al più, in pochissimi
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52 Patrologia Copta bozza 0
Fra i grandi nomi della Patristica greca, di Atanasio noi abbiamo in lingua copta la traduzione
della Vita Antonii e del commento ai Salmi [Vita Antonii, ed. G. Garitte, CSCO 117/8,
Louvain 1949; Expositio in Psalmos, ed. David, ROC 24 (1924) 3-57]; ma le grandi apologie
contro gli ariani, e le opere autobiografiche, polemiche e storiche mancano completamente. Al
loro posto abbiamo una lista di omelie abbastanza lunga, che tuttavia non corrisponde in nulla
alla raccolta greca [in PG 28,905-1100], già fortemente sospetta. Citiamo per esempio
un’omelia detta Sull’anima e sul corpo [ed. Budge Homilies, pp. 115-132] che si trova in altre
lingue sotto il nome di Melitone di Sardi, Giovanni Crisostomo e Alessandro di Alessandria
[cf. O. Perler in «Rev. de Sciences Rel.» 51 (1963) 407-421; De Aldama Repertorium no
263]. Vi è anche una serie di omelie di diverso soggetto, che contengono dei passaggi
autobiografici leggendari (cf. sotto); ed alcune omelie che commentano passaggi biblici, senza
altra caratteristica che alcune digressioni moralizzanti sui vizi e le virtù, e di cui una, per
esempio, è tramandata in greco sotto il nome di Basilio [sull’Epist. ad Romanos I 28, ed.
Budge Homilies pp.58-65; cf. PG 31,1705-14. Cf. poi su Matteo XX 1-16, ed. Budge
Homilies pp. 80-89; su Giovanni XI, ed. Bernardin «Am. Journ. of Sem. Lang.» 57 (1940)
262-90; sulla Passione, ed. Bernardin JTS 38 (1937) 113-129]. Noi abbiamo, è vero, la
traduzione delle Lettere Festali [ed. Lefort, CSCO 150/1, Louvain 1955; cf. Alberto
Camplani, Le Lettere Festali di Atanasio di Alessandria. Studio storico-critico, Roma, CIM,
1989, (Corpus dei Manoscritti Copti Letterari)]; ma altre lettere tramandate sotto il suo nome,
generalmente indirizzate ai monaci, contengono dei dati assai poco interessanti, e sono
ignorate dalla tradizione greca. Vi è anche una Preghiera di Atanasio prima di morire [ed.
Budge Miscellaneous pp._503-511; Husselman in Studies Crum («Bull. of the Byz. Inst.» 2
[1950]), pp. 319-337], composta di raccomandazioni pie, senza alcun riferimento
autobiografico.
Di Cirillo di Alessandria sono naturalmente ignorati tutti i commentari biblici; ma sono anche
ignorate quasi tutte le opere di controversia nestoriana (salvo una sola delle Confutationes
duodecim capitulorum) [un codice inedito, già del Monastero Bianco: Cairo 9721; Ryland’s
64; Parigi 131 (3) 42], il Contra Iulianum e le Lettere [cf. tuttavia un frammento di lettera
festale, ed. Till, Oesterbrief und Predigt..., Leipzig 1931]. In compenso, gli si attribuisce un
Encomio di Atanasio, pieno di narrazioni che si potrebbero definire perfino stravaganti [ed.
bozza 0 Patrologia Copta 53
Orlandi, Testi copti, Milano 1968; cf. Elanskaia Cd’E 45 (1970) 208-214]; un’omelia sulla
Vergine, condensato di lodi senza alcuna originalità [ed. Budge Miscellaneous, pp. 139-146];
un’omelia sull’ora della morte, contenente passaggi autobiografici inverosimili [ed.
Amelineau MMAFC 4 (1888) 165-195].
Basilio di Cesarea (330 ca. - 379) è ben noto presso i copti, sia sotto l’aspetto della vita che
dell’attività letteraria. Alcune delle sue opere si trovano in traduzione copta, talora anche
attribuite ad altri autori (a causa di un meccanismo non infrequente in questa tradizione); altre
poi sono a lui attribuite, ma con tutta probabilità non sono autentiche. Qui elencheremo quei
testi, che hanno un originale greco sicuramente basiliano. Fra le omelie, abbiamo il testo
quasi completo della prima De ieiunio (PG 31, 160-184) in un codice boairico della Vaticana,
Copt. 58, 12 (foll. I78-194) del IX-X secolo [A. Hebbelynck - A. van Lantschoot, Codices
coptici Vaticani, Città del Vaticano 1937 (Bibliothecae Apost. Vaticanae codices manu scripti
recensiti) p. 398-9]. Il copto tralascia la parte iniziale, e comincia in corrispondenza della col.
164 del greco, seguendolo fedelmente o quasi fino alla col. 173, lin. 6; quindi se ne allontana
parzialmente, conservando per lo più gli stessi concetti, ma spesso in ordine diverso. Ci
troviamo dunque in presenza di una diversa «redazione» dell’omelia, esistente già forse in
greco. Che in copto questa redazione risalga abbastanza indietro nel tempo è provato da tre
frammenti saidici provenienti dal Monastero Bianco [Paris, Bibl. Nat., Copte 131 (2) 117 e
119; British Museum, Cat. CRUM n 174. Cf. L. Th LEFORT, Homélie inédite du Pape Libère
sur le jeune, «Le Muséon» 12 (1911) 1-22, p. 3] che concordano con il relativo testo boairico
anche dove questo discorda dal greco (per es. f. 192-194); essi sono pure del X secolo circa,
ma di solito i codici saidici testimoniano uno stato di fatto risalente a due o tre secoli indietro.
È interessante notare, sulla scorta del Crum [W. E. CRUM, The Monastery of Epiphanius at
54 Patrologia Copta bozza 0
Thebes, New York 1926, vol. II p. 162 n. 21], che un brano di questa redazione (f. 191),
riguardante l’ubriachezza, si trova uguale in un’omelia copta attribuita ad Atanasio di
Alessandria [Ora edita da L. Th. LEFORT, (< Le Muséon >) 71 (1958) 45-50; cf. pp. 42-43].
Anche dell’omelia Quod Deus non sit auctor malorum (PG 31, 32-353) esiste la traduzione
quasi completa in un codice della Vaticana, Copt. 57, 11 (foll. 74-89) del secolo IX [cf. il
catalogo Hebbelynck-van Lantschoot, cit., p. 372]. Anche in questo caso è tralasciata la parte
iniziale, e la corrispondenza col greco va dalla col. 332 lin. 20 alla fine. L’omelia è attribuita,
secondo l’inscriptio, a Giovanni Crisostomo; ma questo si spiega facilmente con il fatto che il
codice che la tramanda è per il resto dedicato completamente ad una antologia di omelie di
Crisostomo, nella quale sarà stata inserita a suo tempo questa di Basilio, destinata perciò in
breve a diventare pseudepigrafa. Del resto anche nella tradizione greca il nome di Crisostomo
ha spesso sostituito altri meno conosciuti ma autentici autori di omelie. Più interessante è che
a questa omelia si fa forse allusione in un catalogo di opere di Atanasio, incluso nella Storia
dei Patriarchi di Alessandria (in arabo: X secolo) di Severo di Ashmunein [ed. B. EVETTS,
Patrologia Orientalw, I, 4 (Paris 1907) p. 422. Cf. T. ORLANDI, Studi cogiti, Milano 1968,
p. 68]: Trattato sul male, in cui prova che esso viene dal diavolo, e non c’è male in Dio.
Questo significherebbe che in quel periodo, e certo anche un po’ prima, il testo circolava
(anche) sotto il nome di Atanasio, e testimonierebbe una intersezione nella tradizione
letteraria dei due autori.
L’omelia greca chiamata generalmente De misericordia et iudicio (PG 31, 1705-1714) e
che in realtà contiene il commento ad un passo dell’Epistula ad Romanos (I, 28 sgg.), è di
autenticità incerta, sebbene in effetti essa sia compresa in un buon numero di manoscritti
[soprattutto della famiglia «M» di S. Y. RUDBERG, Étude sur la tradition manuscrite de s.
Basile, Uppsala 1953. Sull’omelia, cf. p. 117] l’attribuzione a Basilio è per lo meno molto
antica. Un codice saidico del VII secolo ne comprende la traduzione integrale, ma sotto il
nome di Atanasio [cod. British Muscum Or. 5001; cf. W. E. CRUM, Catalogue of the Coptic
Manuscripts in the B. M., London 1905, n. 171 pp. 60-64. Ed. E. A. W. BUDGE, Coptic
Homilies, London 1910, pp. 58 65]; anche sotto il nome di Atanasio essa è menzionata (come
crediamo) nel catalogo di opere compreso nella già menzionata Storia della Chiesa [ed. cit.
alla nota 4 di p. 50, pp. 52-53]: «scripsit etiam de misericordia et iudicio». La traduzione
dell’omelia, al di là degli errori della trasmissione manoscritta, denota la volontà di volgere
con precisione i concetti e le sfumature linguistiche greche in un copto ancora non
perfettamente adattato a queste esigenze. Del grosso corpus degli Ascetica i copti
conoscevano il cosiddetto Prooemium in regulas fusius tractatas (PG 31, 890), conservato in
saidico in un palinsesto proveniente dal Monastero Bianco [J. RyIand’s Library, Manchester;
cf. cataI. Crum, n. 62, fol. 3a]. Il testo ivi offerto è abbreviato, rispetto al greco. Inoltre le
cosiddette Constitutiones asceticae (PG 3X, 1326-1428), il cui codice saidico, per quel che ne
rimane, è stato ricostituito dal Lefort [L. Th. Lefort, Les Constitutions ascétiques de s. Basile,
Le Muséon 69 (1956) 5-10]. L’ordine del testo è assai diverso da quello presentato dai
manoscritti greci: all’inizio è posto come prologo un brano che in greco risulta extravagante
(PG 31. 1509 D); seguono nell’ordine (salvo le lacune fra un frammento e l’altro) i capp. 24,
4, 8, 29, 30, 33, 34, 19, 2, 17. Non siamo in grado di dire se quest’ordine corrisponde a quello
di qualche famiglia minore della tradizione greca; la traduzione appare fedele, e condotta su
un testo greco quale ci è offerto dal l’edizione benedettina. Lo stesso codice, anch’esso
proveniente dal Monastero Bianco, conteneva subito dopo le Constitutiones il secondo libro
del cosiddetto De baptismo (PG 31, 1580-1628), opera in realtà che tratta anch’essa di
problemi monastici, in forma di domande e risposte. L’autenticità è dubbia, ma per parere
concorde di Bardenhewer e Gribomont non del tutto improbabile [O. Bardenhewer,
Geschichte der altchristlichen Literatur, Freiburg 1913-32, vol. III p. 144; J. Gribomont,
Histoire du Texte des Ascétiques de s. Basile, Louvain 1953, pp. 306-308]. Dei Canones
Basilii [W. RIEDEL, Leipzig 1900] (l’eventuale testo greco non è pervenuto), esistono in
copto frammenti estesi da due manoscritti saidici: il primo è un codice papiraceo conservato a
bozza 0 Patrologia Copta 55
Torino [Cf. le notizie aggiornate sul codice in T. ORLANDI, Le Muséon 87 (1974) 115-127;
cf. W. E. Crum, Proc. of the Soc. of Bibl. Archaeol. 26 (1904) 57-62]; il secondo un codice
pergamenaceo proveniente forse dal Monastero Bianco, conservato a Dublino presso la C.
Beatty Library. [Cf. anche P. E. KAHLE, Bala’iza, London 1954, n. 31; J. DRESCHER,
Annales Serv. Ant. Égypte 51 (1951) 247-256.]
@ Calcedonia e le pleroforie
Introduzione
44. Ed. Tito Orlandi, Storia della Chiesa di Alessandria, Testi e docum. per lo studio
dell’antichità 17 31, Milano, Cisalpino, 1968 1970. Altri frammenti: David W. Johnson,
Further Fragments of a Coptic History of the Church: Cambridge OR.1699R, Enchoria 6
(1976) 7-18; Tito Orlandi, Nuovi frammenti della Historia Ecclesiastica copta, AA VV Studi
in onore di Edda Bresciani, p. 363-384, Pisa, Giardini, 1985. Cf. Theofried Baumeister,
Koptische Kirchengeschichte. Zum Stand der Forschung, in: M. Rassart-Debergh et J. Ries
(eds.), Actes du IVe Congrès Copte, vol. 2, p. 115-124, Louvain-la-Neuve, Institut
Orientaliste, 1992. Johannes Den Heijer, Mawhub Ibn Mansur et l’historiographie copto-
arabe. Louvain, Peeters, 1989.
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bozza 0 Patrologia Copta 59
Un altro testo che caratterizza bene il clima storico e culturale di questi anni
è Dioscoro di Alessandria, In Macarium ep. Tkou.45 Il testo, quale lo
abbiamo oggi, è il risultato della manipolazione di testi anteriori di varia
provenienza, per costruire un’omelia del genere encomiastico su Macario.
Questa manipolazione non deve tuttavia essere molto tardiva:
l’attribuiremmo al VI secolo. I testi da cui il redattore ha attinto erano:
(a) un resoconto del viaggio del vescovo-monaco Macario con Dioscoro a
Costantinopoli per partecipare al concilio, e quindi dei fatti accaduti a
Costantinopoli prima del ritorno di Macario in Egitto conseguente allo
spostamento del concilio a Calcedonia. Questo resoconto si finge fatto dallo
stesso Dioscoro, che parla in I persona. Esso è interrotto in maniera
meccanica dalla parte (b), e non sembra aver compreso in origine anche la
parte (c).
(b) Il resoconto dei disordini avvenuti al momento del ritorno a
Gerusalemme di Giovenale, dopo Calcedonia. L’episodio di Longino. La
storia di Andragate. Questa fonte sembra essere stata una tipica raccolta di
pleroforie, tramandate anche singolarmente. Infatti l’episodio di Longino si
trova anche nella Vita di Shenute di Besa e tramandato a sé in etiopico). La
storia di Andragate si riferisce poi piuttosto alla crisi nestoriana, e dunque al
45. Ed. David W. Johnson, A Panegyric on Macarius Bishop of Tkow Attributed to Dioscorus
of Alexandria, Louvain, Secretariat du CorpusSCO, 1980. Trad. it. Tito Orlandi, Omelie
copte, Torino, SEI, 1981.
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60 Patrologia Copta bozza 0
46. Ed. Tito ORLANDI, Testi Copti. 1. Encomio di Atanasio, 2. Vita di Atanasio, Milano,
Cisalpino, 1968.
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47. Ed. Orlandi, Testi Copti, cit.; cf. Orlandi, Omelie copte, cit.
48. Le fonti principali sulla vita e la dottrina sono: Liberato Breviarium, PL 68, col. 1036-7;
Zaccaria Retore Historia ecclesiastica, IX 19-26; Giovanni di Nikiu (trad. Charles, Londra
1916) 92, 1-10, Michele siriano ed. Chabot, II p. 211-19; Leone di Bisanzio De sectis, V 4
(PG 86, 1232-3), Storia dei Patriarchi araba, ed. Evetts («Patr. Orient.» vol. I) cap. XIII. Cf.
gli studi di J. Maspero Histoire des Patriarches d’Alexandrie, Paris 1923, pp. 111-34; E.
Amann, in: «Dict. de Théol. Cath.» XV, coll. 325-8. Cf. anche Pietro Mongo. In Theodosium
ep. Alexandriae. L’attribuzione a Pietro Mongo è puramente congetturale, e derivata da
osservazioni interne al testo. Il problema è tutto da approfondire.
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49. Ed. Marius Chaine, Sermon de Théodose Patriarche d’Alexandrie sur la Dormition et
l’Assomption de la Vierge, ROC 29 (1933-4) 276-314.
50. Ed. K. H. Kuhn, A Panegyric on John the Baptist, attributed to Theodosius archbishop of
Alexandria, Louvain 1966 (CSCO, nn. 268-9).
51. Ed. Budge, Miscellaneous Coptic Texts in the Dialect of Upper Egypt, London, British
Museum, 1915.
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bozza 0 Patrologia Copta 63
52. Jean Rufus évêque de Maiouma, Plerophorie. Version syriaque et traduction française
éditées par F. Nau: Patrologia Orientalis, VII, Paris 1912 (rist. Tournhout 1971).
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all’epoca di Marciano, si trova sia nella vita di Longino (cf. sotto), sia
nell’encomio di Macario di Tkou attribuito a Dioscoro di Alessandria, e si
trova indipendentemente in etiopico sotto il nome di «preghiera di Longino».
53. Cf. sulle vite di monaci, che elenchiamo qui di seguito, i fondamentali contributi di A.
Campagnano, Monaci egiziani fra 5o e 6o secolo, Vetera Christianorum 15 (1978) 223-246; e
James E. Goehring, Chalcedonian Power Politics and the Demise of Pachomian Monasticism,
Claremont CA, Inst. for Antiquity and Christ., 1989.
54. Ed. T. Orlandi-A. Campagnano, Vite dei monaci Phif e Longino, Milano, Cisalpino
Goliardica, 1975.
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bozza 0 Patrologia Copta 65
55. La servante de Dieu Poemenia d’après Pallade, la tradition copte et Jean Rufus, AB 87
(1969) 189-208; Fragments coptes de l’Historia Monachorum (vie de S. Jean de Lycopolis
BHO 515), AB 87 (1969) 417-440; Feuillets coptes nouveaux et anciens concernant S. Jean
de Siout, AB 88 (1970) 153-187; Saint Jean de Lycopolis et l’empereur Marcien. A propos de
Chalcedoine, AB 94 (1976) 303-316; Jean de Lycopolis revisité. Nouveaux feuillets du
«Codex B», AB 106 (1988) 183-200.
56. Ed. Guidi in: Léon Clugnet, (F. Nau, I. Guidi), Vie (et récits) de l’Abbé Daniel le Scétiote
(VIe siècle), Paris, Picard, 1901; cf. Garitte DHGE 14, col. 70-72; Van Cauwenbergh, Étude
sur les moines d’Égypte, Paris, 1914, p. 10-29 e 84-5).
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66 Patrologia Copta bozza 0
57. Ed. James Drescher, Three Coptic Legends. Hilaria, Archellites, The Seven Sleepers. Text
Translation and Commentary, Le Caire, 1947.
58. Allocution de Timothée d’Alexandrie prononcée à l’occasion de la dédicace de l’église de
Pachôme à Pboou, Le Muséon 47 (1934) 13-56.
59. Cf. Guidi RAL ser. V, 26 (1917) p. 381-469, e 30 (1922) p. 217-37 e 274-315; e Conti
Rossini RAL ser. V, 21 (1922-3) p. 150-9 e 271-302.
60. Le dossier hagiographique de S. Jacques l’Intercis. I, La Passion grecque inédite, AB 71
(1953) 157-210.
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bozza 0 Patrologia Copta 67
siriaca; da questa sarebbe derivata una delle quattro redazioni greche (le altre
tre ne sarebbero le rielaborazioni); e attraverso il greco, direttamente o
indirettamente, le altre versioni orientali. In copto abbiamo frammenti della
Passione in saidico; in boairico abbiamo il testo completo (ed. Balestri-
Hyvernat Acta Martyrum, Paris, Imprimerie Nationale, Texte: vol. I, 1907,
251 p.; vol. II, 1924, 383 p.) e frammenti da un altro codice. Sembra che
questi testi coincidano abbastanza bene. La festa era celebrata il giorno 27
Athor. In appendice alla Passione tramandata nel ms. completo è stato
aggiunto un lungo brano relativo alla traslazione, per opera di Pietro Ibero,
delle reliquie di Giacomo da Gerusalemme ad una località presso Ossirinco.
Questo brano è storicamente interessante, ed è attribuibile alla fine del V
secolo. Un altro testo nel quale con ogni probabilità si allude a questi
avvenimenti è l’omelia attribuita a Bacheo, Sui tre giovani di Babilonia.
Nella prima metà del VI secolo la Chiesa copta aveva conosciuto una
lunga e profonda crisi dovuta non solo alle pretese imperiali di imporre
patriarchi aderenti alla confessione calcedonense che la Chiesa copta
rifiutava, e conseguentemente alle persecuzioni e vessazioni di vario genere
che questo comportava, e che ne avevano quasi prodotto la dissoluzione. Si
erano aggiunte dispute interne di vario tipo e dispute con la consorella (di
confessione) Chiesa siriana. La crisi gaianita e poi quella triteita erano state
assai gravi, e lasceranno il segno per parecchio tempo.
Tuttavia questo tormentato periodo ebbe fine, in sostanza, con l’avvento
del patriarca Damiano, che pur essendo di provenienza siriana, riuscí in una
meritoria opera di ricostruzione della gerarchia e e di rinnovamento pratico e
morale della vita interna della Chiesa copta, e nel complesso ebbe ragione
delle varie correnti minoritarie del «monofisismo» egiziano. Egli inoltre
ristabilí una buona intesa con la Chiesa siriana. Anche se vessazioni da parte
bizantina verranno ripetute, esse saranno ormai contrastate e sostenute dalla
Chiesa copta con concorde consapevolezza della propria entità e con fiducia
nella propria forza storica.
Tutto questo ebbe naturalmente i suoi riflessi nella cultura copta. E’
probabile del resto che del rinnovamento propugnato da Damiano e dai suoi
collaboratori egiziani facesse parte anche un programma culturale, la cui
riuscita fortunatamente possiamo constatare nelle non poche opere che ci
rimangono, prodotte in questo periodo. La consapevolezza che i copti
avevano avuto di questa rinascita culturale è testimoniata da una importante
osservazione contenuta nel capitolo della Storia dei Patriarchi araba (il testo
storico «autorevole» dall’XI sec. fino ad oggi) dedicato alla vita di Damiano:
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68 Patrologia Copta bozza 0
«Vi furono al suo tempo dei vescovi che lo riempirono di ammirazione per la
loro purezza e perfezione, e fra essi Giovanni di Paralos, Giovanni suo
discepolo, Costantino il vescovo e Giovanni il beato recluso». Di tutti
costoro, e di alcuni altri collocabili con maggiore o minore precisione in
questo periodo, sono state conservate alcune opere, non molte per la verità,
ma sufficienti a farci apprezzare lo sforzo letterario che essi produssero.
I due centri culturali fondamentali sono: al Sud, Tebe (la Tebe dei
monasteri cristiani, con le vicine città di Keft, Siout, etc.). Il Monastero
Bianco sembra rimanere un importante bacino di raccolta di manoscritti più
che centro irradiatore di opere originali. Al Nord, Alessandria, con il gruppo
di monasteri di Sceti che crescono sempre più di importanza, e città
«satelliti» come Paralos e Pshati (Nikius). I due centri dovettero comunque
essere in stretta comunicazione, dato che il tipo e la qualità dei prodotti
letterari sono simili, e comune è ancora la lingua, il «saidico», che solo
nell’avanzato VIII secolo verrà soppiantato, prima al Nord poi nel resto
dell’Egitto, dal boairico.
Il Sud tuttavia espresse quello che meglio potremmo definire un «circolo
letterario». Infatti un gruppo di opere di Pisenzio di Keft, Costantino di
Siout, Giovanni di Shmun, Rufus di Shotep, dimostra un’identica
preoccupazione per certi problemi formali, oltre che di contenuto, che
scaturiscono da una comunione di studi e di propositi retorici. Si trattava, in
sostanza, di mantere in traduzione copta quanto della patristica greca
«antica» era ancora consono al gusto, sia letterario sia dogmatico, del
pubblico a cui ci si rivolgeva; e di produrre quanto di nuovo era necessario
allo svolgimento della vita liturgica della Chiesa copta, che si era conquistata
uno spazio proprio a dispetto della volontà degli imperatori bizantini.
Damiano di Alessandria fu vescovo dal 578 al 605. Di origine siriana, fu eletto al termine di
un periodo di grave crisi organizzativa della chiesa egiziana anti-calcedonense, seguita ai
provvedimenti di Giustiniano e dei suoi successori per riportare l’unità nella chiesa
dell’impero. Damiano riuscí brillantemente a ricostituire il clero egiziano nella sua gerarchia,
con un’opera duratura; meno fortunato fu nell’altro grave problema, costituito dai rapporti con
l’altra importante chiesa anti-calcedonense, quella di Siria, creando un conflitto teologico e
personale, che si risolse solo al tempo del suo successore Anastasio. Cf. Jean Maspero (A.
Fortescue, G. Wiet), Histoire des Patriarches d’Alexandrie, depuis la mort de l’empereur
Anastase jusqu’a la reconciliation des eglises jacobites (518-616), Paris, 1923, p. 278-317.
De Nativitate, ed. Walter Ewing Crum, Theological Texts from Coptic Papyri, Oxford,
1913. Prologo: la festa della Vergine. Annunciazione di Gabriele. Visita di Maria a
Elisabetta. Nascita nella stalla. Contro gli eretici: Platonites; Difisiti. Il terremoto.
Conclusione.
Synodicon. Il testo copto è tramandato solo da una iscrizione molto rovinata nel
monastero di Epifanio (Crum, Epiphanius II, p. 331); il testo siriaco in Chabot, Chron. de
Michel, II, p. 325.
Costantino di Siout, vive sotto Damiano (578-605) e Andronico (616-622), nel periodo in cui
la chiesa egiziana di confessione anti-calcedonense godette di relativa libertà e poté
bozza 0 Patrologia Copta 69
riorganizzare la propria vita spirituale e gerarchica. Si fece monaco a Sceti, s. Macario sotto
l’egumeno Daniele (485-575); viaggiò anche in Terra Santa. Fu quindi consacrato vescovo
dell’importante centro di Siout (Lykopolis; Assiut) nel Medio Egitto. Combatté contro i
meliziani.
In Athanasium 1. ed. Tito Orlandi, Constantini Episcopi urbis Siout Encomia in
Athanasium duo, Louvain, Secret. CSCO, 1974. Prologo: sull’imitazione delle virtù degli
antichi Padri; esempio di Mosé. Miracolo del maremoto. Salvazione miracolosa di Atanasio.
Miracolo dell’Eucaristia. Sul concilio di Nicea. Conclusione: giustificazione letteraria. In
Athanasium 2. Prologo: sui sacerdoti indegni. Episodi atanasiani: la donna mentitrice; la fuga
dalla chiesa; Arsenio. Insegnamenti morali: perdonare ai nemici; i commercianti fraudolenti.
Conclusione: contro gli eretici.
In Claudium 1. ed. Gérard GODRON, Textes coptes relatifs à Saint Claude d’Antioche,
Patrologia Orientalis, 35.4 [= 166], Tournhout, Brepols, 1970. Editto di Diocleziano.
Genealogia degli imperatori: Decio persecutore; Caro e Carino. Vittore, amico di Claudio, è
figlio di Romano. Dopo la morte di Numeriano (ucciso) regna Diocleziano. Guerra coi
Mazici. Educazione e ritratto di Claudio. Guerra degli armeni contro Diocleziano (menzione
delle località Ariforos e Ammotion. Claudio salva Diocleziano. Diverbio fra Claudio e
Diocleziano. Claudio e Vittore tentati dal diavolo; incontrano Psote. Dialogo fra Claudio e
Diocleziano, che condanna Claudio all’esilio. Martirio di Frumenzio. Dialogo con la madre di
Vittore. Claudio in Egitto; Ariano. Morte di Claudio in Egitto. Conversione di Ariano ad
Antiochia. Lamentazione della sorella di Claudio, Teognosta. Fine della persecuzione. Serie
di miracoli: l’economo del santuario di Claudio. L’agente del fisco dell’imperatore Anastasio.
Il posseduto dal demonio. Epilogo. Manca il tema Agrippida-Diocleziano (cf. però p. 120.18
dell’ed. Godron), e inoltre Basilide e i Teodori. Vi sono riferimenti a Psote e a Tracia -
Ariforos. Paralleli: Eudossia (Diocleziano); Panine e Paneu (Psote). In Claudium 2. Lettera
di Giovanni ad Anasatasio. Vani tentativi di Melizio. Diocleziano in guerra vuole richiamare
Claudio, ma il corpo di Claudio non può essere esumato. Violento dolore di Teognosta.
Anastasio porta via il sangue del suo maestro. Miracoli postumi di Claudio: Dionisio pagano;
Daniele prete meliziano; i tre ladri di pManhabin; Antonio di Shotep il mago. Esortazioni
finali.
Giovanni vescovo di Shmun fu scrittore in lingua copta dell’epoca del patriarca Damiano,
come attesta il passo dello storico Severo di Ashmunein, ed una frase dello stesso Giovanni
nell’Encomio di Antonio: "Chi è il più grande dei sacerdoti...? Tu dirai con me che è
Damiano". Della sua figura non vi sono però altre attestazioni nella tradizione letteraria copta.
Di lui ci sono pervenute in copto due opere. Ambedue dimostrano una eccellente capacità
costruttiva e di organizzazione del contenuto. Lo stile retorico è ridondante, e spesso
complicato, secondo il gusto dell’epoca, derivato alla lontana da quello della «seconda
sofistica». La caratteristica più rilevante di Giovanni, che si deduce dalle sue opere, è un
acceso nazionalismo, che evidentemente è anche alla base della scelta dell’oggetto delle due
omelie pervenute. In effetti all’epoca di Damiano la chiesa copta tendeva a rinchiudersi in se
stessa e a considerare l’Egitto regione in certo senso privilegiata, che poteva conservare da
sola l’ortodossia contro quasi tutto il resto del mondo cristiano. Dal punto di vista letterario,
si nota la sua partecipazione alla disputa sulla liceità di ritornare su argomenti già trattati dai
grandi Padri greci antichi. Siamo infatti nel periodo in cui il copto tende ad affermarsi come
lingua per ogni uso (dal popolare al dotto) all’interno della chiesa, contemporaneamente al
fatto che dei testi in lingua greca non ci si poteva più fidare dal punto di vista teologico.
In Antonium. ed. Gérard Garitte, Panégyrique de Saint Antoine par Jean évêque
d’Hermopolis, OCP 9 (1943) 100-134, 330-365. Prologo: liceità di tornare su argomenti già
trattati dai grandi Padri antichi, ma in greco. Lodi di Antonio e lodi dell’Egitto. Vocazione
giovanile. Costumi ascetici. Altezza spirituale. Paragone fra Antonio e le schiere angeliche.
Altre lodi. Antonio e gli autori ecclesiastici. Preghiera ad Antonio affinché impetri la
70 Patrologia Copta bozza 0
protezione dei fedeli presso Dio. Si nota che l’autore evita di tracciare una vera e propia
biografia del santo encomiato, come diventerà indispensabile in epoca successiva.
In Marcum Evangelistam. ed. Tito Orlandi, Studi Copti. 1. Un encomio di Marco
Evangelista, Milano, Cisalpino, 1968. Prologo, che lodava i grandi personaggi del
Cristianesimo egiziano; parafrasi degli episodi relativi a Paolo, Barnaba e Marco, dagli Atti
degli Apostoli; rapporti leggendari fra Marco e Pietro; atti di Marco ad Alessandria, secondo
la narrazione apocrifa; conclusione esortatoria.
Pisenzio di Keft (Cf. Crum ROC 20, 38-42; Mon. Epiphanius I 223-231). È il personaggio
più conosciuto del periodo di Damiano, sia perché gran parte del suo archivio vescovile è
stato ritrovato (cf. Revillout Rev.Eg. 9 (1900) 133sgg; ZAS 17 (1879) 36-39; Crum Epiph. I
223-231; etc.), sia per la sua biografia, pervenuta in almeno tre redazione (copto, v. Giovanni
presbitero, Mosé di Keft; arabo, ed. O’Leary PO 22, 313-488). Nato nel 568, monaco nel
monastero di Febammone (Tebe), vescovo di Keft consacrato da Damiano ca. 598-601, morto
nel 631-2. Oltre all’encomio di Onofrio, gli è attribuita una Epistula prophetica pervenuta in
arabo (ed. Périer ROC 19; cf. notizie di Griveau, ibid. e cf. ora Martinez).
Rufus di Shotep. Uno dei vescovi, protagonisti della fioritura letteraria in lingua copta
dell’epoca di Damiano (cf. Coptic Literature). Della sua vita non si conosce quasi nulla. Egli è
nominato nel famoso passo in cui Severo di Ashmunein parla di quei vescovi; ed è nominato
nella notizia del Sinassario dedicata a Costantino di Siout (q.v.), da cui si apprende che vestí
l’abito monacale (ca. 570?) insieme con Costantino. Lo stesso Costantino, in un suo Encomio
di Claudio, parla di un suo viaggio a Gerusalemme con Rufo. Le sue opere sono conservate
soltanto frammentariamente. I frammenti sono pubblicati da Mark Sheridan, Rufus of Shotep:
Homilies on the Gospels of Matthew and Luke, Roma CIM 1998. Si tratta di due
commentari, ai Vangeli di Matteo e di Luca. Secondo quanto si può desumere da Garitte, lo
stile è quello usuale delle opere di quest’epoca (retorica complicata e pesante, stile "seconda
sofistica" asiana); l’esegesiè di tipo allegorico, ma anche le esigenze filologiche del testo sono
tenute in considerazione. Teologicamente sono interessanti una esposizione dell’economia
della salute; un parallelo tra Eva e Maria; l’insistenza sull’armonia dei due Testamenti; alcune
polemiche contro gli eretici, ma sopattutto l’ispirazione origeniana che pervade tutta l’opera.
Essa rappresenta dunque l’ultimo tardivo esempio dell’esegesi alessandrina.