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Erwin Panofsky
1 E. Panofsky, Il significato delle arti visive, Einaudi, Torino, 1962-99, pp. 77-90 (III cap.).
Il testo fu pubblicato nel 1921 con il titolo Die Entwicklung der Proportionslehre als Abbild
der Stilentwicklung, in “Monatshefte für Kunstwissenschaft”, XIV (1921), pp.188-219.
2 Nell’alto Medioevo anche le lumeggiature e le ombre tendevano a risolversi in elementi
puramente lineari.
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3 In sé questo è caratteristico del clima dei tempi. Dal punto di vista classico i valori metrici
del viso, del piede, del cubito, della mano, del dito avevano avuto un eguale interesse;
ora il viso, sede dell’espressione spirituale, viene preso come unità di misura “a causa
della sua importanza, bellezza e divisibilità” come doveva rilevare il Filarete alla metà del
secolo XV [...].
4 Das Handbuch der Malerei vom Berge Athos, ed. Godehard Schäfer, 1855, p. 82. Nel
magistrale commento dello Schlosser ai Commentari di Lorenzo Ghiberti (Lorenzo
Ghiberti’s Denkwürdigkeiten, Berlino, 1912, II, p. 35) si trova l’affermazione (che lo
stesso Schlosser accompagna con un interrogativo) che il canone del Monte Athos
prescrive “l’altezza del piede” uguale a un’unità intera. Si tratta di una lieve imprecisione
dovuta a confusione con la lunghezza del piede “dalla caviglia all’alluce”, lunghezza che,
esattamente come nel Cennini, ammonta a un’unità. L’altezza del piede, verosimilmente
anche in questo concordando col Cennini, è espressamente fissata eguale a una
lunghezza del naso, o a un terzo di un’unità e questo, aggiungendovi il collo e la sommità
della testa (ognuno di questi elementi è anch’esso eguale a un terzo di unità), viene a
formare quell’unità che completa la lunghezza totale del corpo, cioè nove facce.
Il valore documentario delle specificazioni contenute nel Manuale del Monte Athos non è
stato, a mio parere, adeguatamente apprezzato negli studi recenti. Anche se l’edizione
attraverso la quale ci è pervenuto è di data piuttosto recente e [...] rivela l’influsso di fonti
italiane, tuttavia molto del contenuto di fondo del documento sembra risalire alla pratica
dell’alto Medioevo. Che questo sia vero è dimostrato, per il capitolo delle proporzioni, dal
fatto che le dimensioni fissate nel canone del Monte Athos possono essere confermate con
opere bizantine e bizantineggianti eseguite nei secoli XII e XIII e perfino in epoca
anteriore (cfr. sotto). Questo vale anche per le prescrizioni che non possono farsi risalire
all’antichità classica, ad esempio per la divisione dell’intera figura in nove facce (per
Vitruvio la lunghezza è di dieci facce); vale per la prescrizione che la parte terminale della
testa sia eguale alla lunghezza del naso oppure a un ventisettesimo dell’altezza totale
(per Vitruvio un quarantesimo); e per il fatto che alla lunghezza del piede sia assegnato
solo un nono (in Vitruvio un sesto). Se le proporzioni di Cennino Cennini concordano in
tutti questi punti col canone del Monte Athos, non se ne deve tuttavia concludere che
questi dipenda da fonti italiane, ma piuttosto che la tradizione bizantina sopravvive nel
Cennini. D’altra parte non si nega che il Manuale del Monte Athos abbia incorporato molti
elementi recenti, occidentali. Ad esempio, nelle prescrizioni per illustrare il capito XII
dell’Apocalisse si ingiunge all’artista di rappresentare il Cristo “portato in cielo su un
panno da due angeli” (ed. Schäfer, p. 251) e questo, per quanto ne so, è un’innovazione
di Dürer, che appare per la prima volta nella sua xilografia B. 71. (Successivamente L.H.
Heydenreich, Der Apokalypsenzyklus im Athosgebiet und seine Beziehungen zur
deutschen Bibelillustration, in “Zeitschrift für Kunstgeschichte”, VIII (1939), pp. 1 sgg., è
stato in grado di dimostrare che l’Apocalisse di Dürer era divenuta familiare agli artisti
bizantini attraverso le xilografie del Nuovo Testamento di Holbein pubblicate a Basilea
(Wolff) nel 1523).
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Cennini5, il teorico dell’ultimo Trecento, le cui idee sono in gran parte ancora
solidamente legate alla concezione bizantina. Le sue prescrizioni concordano
con quelle del canone del Monte Athos nel fatto che la lunghezza del torso
(tre “facce”) è ulteriormente suddivisa da due punti particolari, la bocca
dello stomaco e l’ombelico, e ancora nel fatto che l’altezza della parte
superiore della testa non è espressamente determinata in un terzo di unità,
per cui, mancando questa parte, la lunghezza totale della figura risulta di
otto “visi” e due terzi. In seguito questo canone bizantino delle nove “facce”
penetrò nella teoria artistica delle epoche successive, dove ebbe una
funzione importante giù giù fino ai secoli XVII e XVIII 6; a volte senza subire
modificazioni di sorta, come nel caso di Pomponio Gaurico, altre volte con
leggeri ritocchi come nel caso del Ghiberti e del Filarete.
Sono pienamente convinto che l’origine di questo sistema, che realizza la
misurazione per così dire attraverso la numerazione, sia da ricercare in
oriente. È vero che una notizia quanto mai discutibile del tardo
Rinascimento (Filandro) attribuisce al romano Varrone7 un canone in cui la
lunghezza totale della figura viene divisa in nove “teste” e un terzo e che
sembra in stretta relazione con i sistemi discussi più sopra. Ma a parte il
fatto che la letteratura antica sull’arte non mostra tracce di questo canone8
e che le prescrizioni di Policleto e Vitruvio si fondano su un sistema del tutto
diverso (quello delle frazioni ordinarie), si può dimostrare che gli
antecedenti della tradizione rappresentata dal Manuale del Monte Athos e
dal trattato del Cennini esistevano in Arabia.
Nei testi dei Fratelli della Purezza, una confraternita di dotti arabi fiorita
nei secoli IX e X, troviamo un sistema di proporzioni che anticipa quelli di
cui stiamo parlando, in quanto esprime le dimensioni del corpo mediante
un’unità o modulo abbastanza grande9. E anche se questo modulo può
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derivare da fonti ancora più antiche10, non dovrebbe però risalire oltre il
tardo ellenismo, a un’epoca cioè in cui l’intera concezione del mondo si
trasformò, non senza influssi orientali, alla luce della mistica dei numeri, e
in cui, con un generale spostamento dal concreto all’astratto, la stessa
matematica antica, che culmina e si conclude con Diofante d’Alessandria,
subisce la sua aritmetizzazione11.
Il canone dei Fratelli della Purezza di per sé non ha nulla a che vedere
con la pratica artistica. Facendo parte di una cosmologia “armonistica”, non
si pensava che esso potesse fornire un metodo per la resa pittorica della
figura umana; suo scopo era invece d’introdurre a una vasta armonia
unificante tutte le parti del cosmo mediante corrispondenze numeriche e
musicali. Per cui i dati forniti da questa dottrina non si riferiscono all’adulto
ma al neonato, un essere cioè che ha un’importanza secondaria nelle arti
figurative, ma ha un ruolo fondamentale nel pensiero cosmologico e
astrologico12. Non è tuttavia casuale che la pratica d’officina dei bizantini
abbia indotto un sistema di misure elaborato per tutt’altro scopo e abbia
finito col dimenticarne completamente l’origine cosmologica. Per quanto
possa apparire paradossale, un sistema di misure algebrico o numerico, che
riduce le dimensioni della figura a un modulo unico, risulta (se questo
modulo non è troppo piccolo) molto più compatibile con la tendenza
medievale alla schematizzazione che non il sistema classico delle frazioni
ordinarie.
Il sistema “frazionario” facilitava la valutazione obiettiva delle proporzioni
umane, ma non la loro adeguata raffigurazione in un’opera d’arte: un
canone che indicava rapporti, anziché quantità effettive, forniva all’artista
un’idea vivida e simultanea dell’organismo tridimensionale, ma non un
metodo per costruire successivamente l’immagine bidimensionale di esso. Il
sistema algebrico, d’altro canto, compensava la perdita di elasticità e
animazione col fatto di essere immediatamente “costruibile”. Allorché,
attraverso la tradizione, l’artista sapeva che moltiplicando una certa unità
poteva ottenere tutte le dimensioni fondamentali del corpo, era anche in
grado, mediante l’uso successivo di “moduli” del genere, di montare, per
così dire, ogni figura sul piano del dipinto “con un’apertura di compasso
costante”: e questo con grandissima rapidità e quasi indipendentemente
dalla struttura organica del corpo13. Nell’arte bizantina questo modo di
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dal mento all’attaccatura dei capelli ma fino all’orlo del velo che copre la testa; per uno
stile fondamentalmente non naturalistico l’apparenza grafica è più importante dei dati
anatomici. Come il canone esige, questa lunghezza della “faccia” determina
automaticamente la lunghezza della mano.
14 Ancora, le pupille degli occhi di solito cadono a mezzo della distanza tra la radice del naso
e il primo cerchio, e la bocca divide lo spazio tra il primo e il secondo cerchio in due
segmenti che stanno in rapporto tra di loro come 1:1 oppure 1:2 (nel canone del Monte
Athos).
15 Nella pittura bizantina anche la consuetudine di determinare il contorno della testa col
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Fig. 2 – “Schema dei tre cerchi” Fig. 3 – Testa di Cristo, inizio Fig. 4 – Testa di San Floriano,
dell’arte bizantina e secolo XIII secolo XII
bizantineggiante
compasso si è mantenuta fino ai tempi moderni; cfr. Didron, [Link]. ,p. 83 nota.
16 Numerose applicazioni, ad esempio, in P. Clement, Die romanische Wandmalerei in der
Rheinlanden, Düsseldorf 1916, passim.
17 Cfr., ad esempio, P. Buberl, Die romanischen Wandmalerei im Kloster Nonnberg,
“Kunstgeschichtliches Jahrbuch der K. K. Zentral-Kommission...”, III (1909), pp. 25 sgg.,
figg. 61 e 63. per migliori illustrazioni cfr. H. Tietze, Die Denkmale des Stiftes Nonnberg in
Salzburg, “Osterreichische Kunsttopographie”, VII, Vienna 1911. Per quel che ne so, il
Buberl fu il primo a rilevare l’esistenza di un sistema di costruzione delle figure in epoca
pregotica [...].
18 Cfr., ad esempio, Album de Villard de Honnecourt, edizione autorizzata della Bibliothèque
Nationale, tav. XXXII (fortemente bizantineggiante anche nello stile).
19 Cfr., ad esempio, la testa di Santa Cecilia in Trastevere di Pietro Cavallini, ben riprodotta
in F. Hermanin, Le gallerie nazionali d’Italia, V, Roma 1902, in particolare la tav. II.
20 In questa sono da includere anche le vetrate; cfr., ad esempio, le vetrate degli Apostoli nel
coro occidentale della cattedrale di Naumburg.
21 Cfr. ad, esempio, lo smalto riprodotto in O. Wulff, Altchristliche und byzantinische Kunst,
Berlino-Neubabelsberg 1914, II, p. 602 e numerosi avori.
22 Cfr. specialmente A. Haseloff, Eine thüringisch-sächsische Malerschule des 13.
Jahrhunderts, Strasburgo 1897, in particolare le figg. 18, 44, 66, 93, 94.
23 Questo schema, che ricorre anche in una forma abbreviata (cioè solo i contorni della testa
sono determinati col compasso, non il tracciato del viso), fu in certi casi modificato in
modo da evitare l’elevazione “innaturale” del cranio: il rapporto dei raggi dei tre cerchi era
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Fig. 5 – Santa Noemisia, secolo XII Fig. 6 – Jacopino di Francesco (?), Madonna con
Bambino
supposto non 1 : 2 : 3, ma 1 : 11/2 : 21/2. Così l’altezza del cranio è ridotta a un’unità e
la bocca non cade nell’intervallo tra il primo e il secondo cerchio, ma sullo stesso secondo
cerchio. È il caso delle pitture murali nella chiesa del convento di Nonnberg a Salisburgo
(cfr, la nota 15 e la Fig. 4) e di molti altri dipinti, ad esempio – e in questo caso in modo
particolarmente chiaro a causa delle cattive condizioni del dipinto – nei busti di Apostoli,
di epoca tardoromanica, nella iconostasi meridionale del coro occidentale (di san Pietro)
nella cattedrale di Bamberga.
24 Ciò si nota, ad esempio, nella testa della Madonna Rucellai in Santa Maria Novella, ma
non in quella della Madonna dell’Accademia di Giotto.
25 Le teste delle Madonne erano quasi sempre inclinate verso destra (di chi guarda).
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26 Si può mostrare che questo schema, in una forma alquanto rudimentale fu impiegato in
una testa romanica in Santa Maria in Campidoglio a Colonia (Clement, op. cit., tav. XVII);
il circolo che definisce il contorno della testa si può vedere con chiarezza anche se l’artista
non lo ha seguito rigidamente nell’esecuzione.
27 Nel primo caso D (punto medio del segmento AC) coincide con l’angolo interno dell’occhio
sinistro, nel secondo invece con la pupilla dello stesso occhio; J (punto medio del
segmento AD) coincide, nel primo caso, con la pupilla dell’occhio destro, nel secondo, con
il suo angolo interno. Così in entrambi i casi viene suggerito un effetto di “scorcio”
facendo in modo che grandezze tecnicamente eguali “significhino” un valore maggiore sul
lato lontano dall’osservatore e uno minore sul lato rivolto verso di esso.
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28 Si crea così una falsa impressione quando, riferendosi a queste figure di Villard, B.
Haendcke, Dürers Selbstbildnissse und konstruierte Figuren, “Monatshefte für
Kunstwissenschaft”, V (1912), pp. 185 sggg. (p. 188), parla di una “costruzione
proporzionale dell’intera figura di otto ‘facce’.”
29 Il significato magico del pentagono non ha certamente maggior importanza nella
pourtraicture di Villard di quanto ne abbia il significato mistico o cosmologico delle misure
numeriche nel canone di proporzioni bizantino.
30 Analoghi “sussidi disegnativi” sopravvivono qua e là nella pratica degli studi fino ai tempi
moderni; cfr., ad esempio, J. Meder, Die Handzeichnung, Vienna 1919, p. 254, dove
queste consuetudini sono giustamente qualificate come “medievali”. Esse possono
ritrovarsi perfino in Michelangelo: cfr. il disegno riprodotto in K. Frey, Die Handzeichungen
Michelagniolos Buonarroti, Berlino 1909-11, n. 290. In modo completo la pourtraicture di
Villard de Honnecourt sopravvive in un manoscritto francese della metà del Cinquecento
(ora a Washington, D.C., alla Biblioteca del Congresso, Department of Arts, ms. 1) in cui
animali e figure umane di tutte le specie sono schematizzati in modi che ripetono
fedelmente quelli di Villard, salvo nel fatto che, in accordo coi tempi, il metodo
planimetrico del secolo XIII viene in certi casi combinato con l’impostazione stereometrica
dei teorici del Rinascimento. [...]
31 Anche le figure umane, se rappresentate sedute o in altre posizioni meno correnti, sono in
certi casi ottenute combinando triangoli, ecc.; cfr., ad esempio, Villard, tav. XLII.
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il lato di un “naso” come nel canone del Monte Athos)32, un quadrato messo
per ritto, costituito di diagonali e inserito sul quadrato grande (come nel
tipico piano di fondo delle chiavi di volta gotiche), immediatamente
introduce un principio planimetrico, schematizzante, che determina la forma
anziché le proporzioni. Proprio questa testa, tra l’altro, ci convince che tutte
queste cose non sono, come si sarebbe tentati di supporre, pura fantasia
(per quanto frequentemente sembrino confinare con questa): una testa di
una vetrata di Reims (Fig. 9) corrisponde esattamente alla costruzione di
Villard non solo per quanto riguarda le dimensioni33, ma anche per il fatto
che i tratti del viso sono chiaramente determinati in base all’idea di un
quadrato messo per ritto.
Fig. 7 – Costruzione della figura vista di fronte Fig. 8 – Villard de Honnecourt, Costruzione di testa
secondo Villard de Honnecourt
32 Colpisce in modo particolare l’elevazione del cranio cui, come nel canone del Monte Athos,
è assegnata la misura di un “naso”. Che anche uno dei ventisei tipi di Dürer mostri un
cranio rialzato in modo da raggiungere l’altezza di un “naso” non dovrebbe interpretarsi
(come fa V. Mortet, La mesure de la figure humaine et le canon des proportions d’après
les dessins de Villard de Honnecourt, d’Albert Dürer et de Léonard de Vinci, in Mélanges
offerts à M. Emile Chatelain, Parigi, 1910, pp. 367 sgg.) come prova di un’effettiva
dipendenza.
33 L’unica differenza consiste nella relativa dilatazione dei bulbi oculari.
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Fig. 9 – Testa di Cristo, ca. 1235 Fig. 10 – Villard de Honnecourt, Fig. 11 – Costruzione
Foglio di disegni della figura vista di tre
quarti secondo Villard de
Honnecourt
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