1 PrimaEtnoM
1 PrimaEtnoM
e Poesia Popolare
della
Campania.
Ballo
G. DF. S. A. Villanelle 1
Premessa.
Estate 1975.
Sono già quindici anni che non vivo a Torre del Greco. Per il mio
lavoro sono passato da Milano a Cagliari e poi a Bologna. Ambienti di
lavoro diversi, amicizie e conversazioni lontane dalla cultura del mio paese,
della mia regione.
Mi telefona un amico architetto romano per incontrarci a Modena, in
un cantiere di ristrutturazione che seguo come direttore dei lavori su suo
progetto. Mi parla di uno spettacolo bellissimo di un gruppo napoletano che
ha visto a Roma e vorrebbe rivederlo a Modena con me. E così giovedì, 17
luglio 1975 si apre per me un mondo nuovo. La Napoletanità Classica.
Quel pomeriggio, in Piazza Grande a Modena, la Nuova Compagnia
di Canto Popolare, la NCCP, mi porta nel vivo della napoletanità, quella
arcaica che forse non avevo mai conosciuto e che mi esalta all’istante come
se fosse parte della mia infanzia. Fausta Vetere, Peppe Barra, Giovanni
Mauriello, Eugenio Bennato, gli artefici di quel miracolo artistico che è
stata la ricerca etnomusicologica, sotto la guida del maestro Roberto De
Simone.
Per anni seguii la produzione del gruppo, e mi rendevo conto che
l’amore per la napoletanità cresceva, a mano a mano che penetravo nella
classicità del passato. La mia passione per la musica si arricchiva di un
altro capitolo: la musica popolare, quella consistente nella riproposta di
testi e forme musicali della tradizione orale.
Gatta Cenerentola
G. DF. S. A. Villanelle 2
Estate 2005.
Sono passati trent’anni da quella meravigliosa scoperta. Ho desiderio
di rivivere quella esperienza e così metto mano ad una raccolta di brani di
musica etnica vesuviana. Sarà l’occasione per risentire quei 33 giri
consumati e che non ho più riascoltato dopo l’avvento del lettore CD.
Non ho intenzione di realizare una raccolta sistematica e scientifica, di
quelle curate dagli esperti di letteratura e etnomusica ma proporre un
insieme di sensazioni, rivissute cumme vene vene.
Musica
G. DF. S. A. Villanelle 3
La traduzione nella grafia del dialetto torrese.
G. DF. S. A. Villanelle 4
In definitiva non si è trattato di una operazione di manomissione di
testi napoletani o campani ma di una traduzione nella forma grafica, nella
pronuncia e nella grammatica del dialetto torrese. Con tali premesse mi
sento autorizzato anche ad eliminare incongruenze e libertà grafiche dei
testi esaminati, spesso dovute a vaghezze grammaticali o a licenze degli
autori (raddoppio consonantico ignorato, uso indiscriminato di segni
diacritici, confusione tra articoli e preposizioni articolate ecc.).
Il dialetto torrese è ricco di una ottava vocale che non troviamo né in
italiano e neppure nella lingua napoletana. Si tratta della – á – chiusa, dal
suono tendente alla – ò – aperta, avente funzione grammaticale ben precisa.
Nei testi tradotti in torrese ho riportato questa vocale, quando è tonica, con
l’accento acuto - á -. nun te fá chiù suspirá.
Musica
G. DF. S. A. Villanelle 5
Alle origini del canto popolare.
Questo è il documento più antico che ci sia pervenuto di canto
popolare della Campania. L’originale si fa risalire al 1200 e, secondo
Ferdinando Galiani, (1728-1787) l’antesignano degli studiosi della
letteratura e della lingua napoletana, sarebbe opera di Federico II, re di
Sicilia e di Germania e Imperatore del Sacro Romano Impero. (1194-1250).
Iésci sole
Iésci sole12
nun te fá chiù suspirá3
siénti mai4
ca li ffigliole
hanno tanto ra priá.
1
Nun perdite tiempo. Saltate pure queste note che sono servite a me per chiarire alcune
differenze di grafia tra il napoletano e il torrese. L’edizione originale napoletana
del primo verso è: Jesce sole. Imperativo, dall’indicativo Io esco, Tu jesci, Isso
esce. La presenza della – j – (da intendersi come vocale /i/; più corretta sarebbe la
grafia iesci) alla seconda persona è conseguenza di una trasformazione
metafonetica (come da père, piede singolare a piéri, piedi plurale). La pronuncia
napoletana con la - è - aperta non ricorda questa trasformazione che invece è
presente nel torrese dove la - é - ha suono chiuso. Ma la trasformazione
metafonetica può essere stata provocata solo dalla presenza della desinenza – i -
finale. Pertanto ritengo giusto adottare la forma imperativa “Jesci”.
2
Da Jesci a Iesci: Nella grafia napoletana spesso il dittongo “ie” è scritto “je”. Questa è
una scelta di alcuni autori che non trova giustificazione semantica. Preferisco
seguire l’esempio di illustri napoletanisti (D’Ascoli, Iandolo) e limitare l’uso della
semiconsonante “J” ai casi in cui una consonante si perda. (A jatta per gatta. A
jastemma per bestemmia. U jennero per genero). E così da Jesce a Iésci.
3
Nun te fá chiù suspirá: Per chiù ho adottato la forma senza raddoppio iniziale per
l’inequivocabile pronuncia. Da riservare il raddoppio ad espressioni tipo a cchiù
bella, u cchiù scemo, quando ha valore comparativo. Per gli infiniti Fare e
suspirare ho preferito la forma accentata a quella apostrofata. Ciò mi permette di
evidenziare la pronuncia torrese con la – á - chiusa, accento acuto, quella
pronuncia particolare che in passaato avevo riportato con la grafia – ä -.
4
Siénti: Come detto alla nota 1, la pronuncia della – é – chiusa (diversamente dal
napoletano siènte, con – è – aperta), per la nota trasformazione metafonetica
dovuta alla desinenza imperativa - i -.
G. DF. S. A. Villanelle 6
La Corte di Federico
Iésci sole
scagliénto mperatore1
scanniéllo mio r’argiénto
ca vale quattuciento
ciento cinquanta tutta a notte canta
canta viola lu másto r’a scola
1
Mperatore: Imperatore. La grafia napoletana porta il segno di aferesi, ’mperatore, che
nella grafia torrese è stato eliminato perché ritenuto superfluo. Questo criterio è
stato generalizzato per una semplificazione della scrittura, a scapito di inutili
ridondanze, giustificate nel napoletano solo dalla tradizione.
2
Mastu Ttiéste: La variazione da masto Tieste a mastu Ttiéste produce il
raddoppiamento consonantico.
G. DF. S. A. Villanelle 7
la vunnèlla de scarlato
si nun sona te rompo la capa.
Nun chiòvere
nun chiòvere
ca aggio ’a ire a mmòvere1
a mmòvere lu ggráno2
’i másto Giuliáno.3
Másto Giuliáno
mánname na lanza
ca aggio ’a ire in Franza
da Franza a Lumbardia4
addó stá maràma Lucia56
nun chiòvere
nun chiòvere
iésci iésci sole.
(Scagliento: Riscaldante. Scanniéllo: Sgabello. Vunnèlla: gonna.
Lanza: Lancia, barca).
1
Aggio ’a ire: Letteralmente: ho da andare. Questa locuzione ha il valore di: devo
andare.
2
Lu ggráno: Da segnalare il raddoppio consonantico iniziale presente per i vocaboli che
indicano sostanze, materiali ecc.
3
Giuliáno: Come per ggráno del verso precedente la pronuncia della – á – è chiusa. La
/á/ tonica chiusa si presenta in quasi tutte le parole terminanti con la vocale /o/, dal
latino /um/.
4
Lumbardia: L’uso della – u – al posto della – o – è molto comune nel linguaggio
torrese. Probabilmente lo era anche nel napoletano prima della italianizzazione del
parlato e dello scritto, iniziata nel 1300, sulla scorta della già affermata lingua di
Dante, Petrarca e Boccaccio. Quello stesso fenomeno che produsse l’articolo – lo
– , divenuto poi – ’o - , dall’antica forma – lu –.
5
Marama: Il rotacismo della consonante – d – che diventa - r - è una presenza costante
nel dialetto torrese. Questa variante fonetica si trova spesso anche nel dialetto
parlato napoletano, nonostante la sussistenza grafica della .- d -.
6
Lucia: La madama Lucia sarebbe stata identificata con una Lucia, figlia di Bernabò
Visconti, fidanzata con Luigi I d’Angiò.
G. DF. S. A. Villanelle 8
a mmòvere lu ggráno
G. DF. S. A. Villanelle 9
o mastro mastro
mannancenne priesto,
ca scenne mastro Tiesto
co lanze co spate,
co l’aucielle accompagnate.
Mastro Giuliano
prestame la lanza,
ca voglio ire ’n Franza,
da Franza a Lommardia
dove sta madamma Lucia!
Tiorba
G. DF. S. A. Villanelle 10
Al Trecento risale un Canto d’amore, divenuto in seguito canto
popolare e di protesta contro tutte le dominazioni. Il fazzoletto,
“muccaturo”, assume il significato di terra, di podere da coltivare. Nu
muccaturo ’i turreno, un fazzoletto di terra, quanto basta per sopravvivere.
In questo brano il canto è del tipo “a distesa”, secondo la tradizione di
origine siciliana.
Lavandaie
1
Prummiso: Per queste trascrizioni in torrese saranno adottate le desinenze giuste delle
parole, diversamente dalla grafia napoletana (prummise) che riporta - e -
indifferentemente per maschile, femminile, singolare e plurale, quando il suono
vocalico è indistinto.
2
Vuó: Contrazione di vuoi. La grafia alternativa è vuo’ ma quest’ultima non evidenzia
la pronuncia chiusa della – ó -, caratteristica del dittongo – uó – napoletano.
Buòno italiano con la – ò – aperta e buóno napoletano con la – ó - chiusa. Lo
stesso vale per puoi, puó, puo’.
3
A tte: Da rilevare il raddoppio consonantico dopo la preposizione – a -, dal latino – ad
-. Quasi sempre le dentali producono raddoppio consonantico.
G. DF. S. A. Villanelle 11
Beata chella crapa
Il riferimento storico risale alla seconda metà del trecento, ad un
contrasto tra il conte di Manoppello e un certo Arcucci di Capri, camerario1
della regina. Il contrasto fu risolto dalla regina Giovanna I d’Angiò (1326-
1382), che impose al conte il saluto rispettoso al suo camerario.
La Regina Giovanna I
Maschio Angioino
1
Camerario: Membro della Magna Curia. Soprintendente della amministrazione
finanziaria della corte e addetto alla persona e alla camera reale, cioè della regina.
G. DF. S. A. Villanelle 12
AnticoTesto del 1400
Strambotti e canti popolari del Quattrocento. Molti di questi testi
popolari furono raccolti nel “Canzoniere Italiano” da Pier Paolo Pasolini.
Gli stessi ed altri sono riportati in versione originale napoletana, nella
“Letteratura Dialettale Napoletana” di Francesco D’Ascoli.
1
Cca: Avverbio di luogo. Dal latino ecce hac. La grafia adottata è senza l’accento che
risulta affatto pleonastico, come per l’italiano qua. La pronuncia torrese è con la -
á – chiusa, che può essere sentita nella forma accá. Nelle frazioni di campagna,
ncoppaddanuie, si giunge perfino alla pronuncia di accò. La stessa pronuncia si
trova nella poesia in dialetto di Cappella (Monte di Procida) di Michele Sovente.
2
Sî: Sei. L’accento tonico sulla “ì” non giustificherebbe la contrazione interna, cosa che
viene evidenziata col simbolo atonico circonflesso.
3
Tu vuoi nnanze: Il raddoppio consonantico iniziale ci riporta alla voce “innanze”, più
moderno dell’arcaico “inanze”, dal latino “in àntea”. Il segno di aferesi (richiama
l’origine della parola ma è perfettamente inutile sia in lettura che in scrittura. Una
inutile complicazione grafica che produce inesattezze nella organizzazione
alfabetica automatica dei vocaboli. In altre edizioni (F. D’Ascoli) il verso è
riportato con: vutte nnanze la gonnella.
G. DF. S. A. Villanelle 13
Nullo è chiù ’i malumore
Un omaggio alla Regina, una delle tante.
Nullo è chiù ’i malumore
nullo è chiù nigro e pezzente:
cca se sente
a r’u monte a la marina:
viva viva la Riggina.
(Nigro: misero, triste.)
Muorto è lu purpo
L’episodio della morte di Giovanni, Ser Gianni (Sergianni) Caracciolo
(1432), amante di Giovanna II (1371-1435) e figlio del poeta Francesco, è
ricordato nel canto popolare. Il purpo non è altro che il sole, l’emblema dei
Caracciolo e la preta allude al nome dell’assassino, Pietro Palegano.
Mausoleo di Sergianni
Muorto è lu purpo e sta sotto la preta:
muorto è ser Janni, figlio re poeta.
Napoli Aragonese
G. DF. S. A. Villanelle 14
Nun me chiammáte chiù ronna Sabella
Canto politico del 1400. Il testo si riferisce alla sventurata Isabella di
Lorena, moglie di Renato D’Angiò che lasciò Napoli assediata da Alfonso
d’Aragona nel 1440. Napoli cadde dopo un altro assedio, nel giugno del
1442. Inizia il Regno di Alfonso d’Aragona (1393-1458).
Nun me chiammáte chiù ronna Sabbella
chiammáteme Sabbella sventurata.
Alfonso d’Aragona
1
Castella: Plurale alla maniera del neutro latino. Acchiara, muccatora.
2
Mbarcáie: La desinenza verbale è la – i – che produce per metafonia la lettura chiusa
della – á -. La – e – produce il dittongo di allungamento fonetico, con il suono
indistinto finale. Lo stesso al verso successivo per “truváie”.
G. DF. S. A. Villanelle 15
A la rota
Filastrocca e canto popolare con riferimenti a fatti e personaggi
storici: Margherita di Durazzo, moglie di Carlo VIII (1470-1498), che nel
1495 entrò a Napoli da conquistatore ma vi rimase per pochi mesi.
A la rota, a la rota,
mast’Angelo nce joca:
nce joca la zita
e marama Margarita.
Tammorra
1
Ssu: Chisso, cotesto. Da chisso ponte a chissu ponte per legazione e poi a ssu ponte.
Analogamente da chisto a sto.
G. DF. S. A. Villanelle 16
Fatti molla e nun chiù dura
Strambotto di Pietro Jacopo de Jennaro. Nacque a Napoli nel 1436. Fu
al servizio di Ferrante d’Aragona, (1431-1494) da cui ebbe vari incarichi di
carattere politico e diplomatico. Piuttosto che alla tradizione di poesia
popolaresca indigena, il de Jennaro si ispira alla tradizione poetica toscana e
a Petrarca, in primo luogo. Morì nel 1508.
Fatti molla e nun chiù dura
poi che sî furmosa e bella,
ca ogni fica vulumbrella
a cchistu tiempo s’ammatura.1
(Vulumbrella: fico acerbo, non venuto a maturazione, non adugliato.)
1
A cchistu tiempo: Il fenomeno di pronuncia legata di due parole è definito dai linguisti
Legazione Vocalica. Gli aggettivi dimostrativi chisto, chillo, quelli indefiniti
quanto, tanto e quelli qualificativi bello, brutto, mutano la vocale finale in “u”,
quando precedono un sostantivo. Chistu_tiempo, chillu_tiempo, quantu_bbene,
tantu_bbene, bellu_tiempo, bruttu_tiempo.
2
Ficucèlla: Spesso ho posto l’accento tonico su parole piane. Premesso che nella grafia
corrente l’accento sulle parole piane è superfluo, ho ritenuto accentare quei
vocaboli poco noti anche per indicare una pronuncia aperta o chiusa della vocale.
3
Stáie: Aggiunta alla desinenza - i – una /e/ dal suono indistinto per la riproduzione del
dittongo finale. Da notare la pronuncia chiusa della –á – di stáie in conseguenza
della metafonia indotta dalla desinenza - i -.
G. DF. S. A. Villanelle 17
La Villanella
Nel 1442 Alfonso d’Aragona entra a Napoli, divenuta già capitale e
promuove il napoletano a lingua ufficiale del regno.
Nel 1500 si ha l’affermazione della Villotta, un madrigale popolare
che trae origine dai balli campestri. In Italia si diffonde ben presto, in
concorrenza con la Cancion spagnola, come villotta alla padovana, o alla
bergamasca e alla napoletana. A Napoli fu detta Villanella o canzone alla
napoletana. Il metro prevalente ma non esclusivo era costituito dal distico
di endecasillabi a rima baciata o dal tristico di endecasillabi di cui i primi
due a rima baciata e il terzo libero o viceversa. I componimenti erano
prevalentemente brevi, quattro strofe, dodici versi.
Nel 1537 è pubblicata a Napoli una raccolta di Villanelle, col titolo di
“Canzoni villanesche alla napoletana”. In quell’epoca - “frottole, matinate
e billanelle” - erano notissime e la loro natura popolare ci risulta dai titoli:
Parzonarella mia, parzonarella, - Se vai all’acqua, chiammame, commara,
- Tu si de Nola et io de Marigliano, - Guarda de chi me iette a
nnammorare, - Sciósceme ’ncanno lo napulitano, - Oh bella, bella,
mename nu milo, - O quanta sciore o quanta campanelle, - Russo melillo
mio.
Ballo
G. DF. S. A. Villanelle 18
Negli anni 70 del secolo scorso la NCCP, con la consulenza del
maestro ed etnomusicologo Roberto De Simone, riporta all’attualità la
Villanella con un notevole “interesse per forme estinte di canto popolare
quale ad esempio la villanella napoletana del ’500, giunta a noi attraverso
la cultura scritta, è determinata da vari motivi, che non partendo da
presupposti di inutile ricostruzione archeologica, intendono riproporne la
primitiva linfa, che a nostro avviso presenta caratteri di validità attuale,
riscontrabili nei testi e nelle musiche. E qui ci riferiamo alla primitiva
villanella di origine campagnola che, in una fase ascendente della musica
popolare, influenzò anche la musica colta 500esca e che oltretutto come
forma è ancora presente in certe zone contadine del napoletano e del
salernitano”.
A Napoli, tra ’500 e ’600, cioè nei due secoli di dominazione spagnola
“il consumo musicale - scrive Roberto De Simone - era talmente alto che
esistevano circa 32 congregazioni di musici artigiani, i quali erano
costantemente in attività per coprire i bisogni di feste private (matrimoni,
banchetti, serenate, musiche da osteria) e di feste pubbliche quali il
Carnevale, le feste rituali e le varie feste occasionali che erano
frequentissime, come la nascita di un principe, l’elezione di un nuovo
viceré, la vittoria in una guerra ecc.”.
Tammorra
La Villanella, come espressione poetica, nasce dapprima
accompagnata dal suono strepetuso dei soli tamburelli e delle nacchere e
verrà definita tammurriata, poi si trasforma in espressione melodica,
accompagnata dal calascione, dal liuto, dalle mandòle e dalle tiorbe.
G. DF. S. A. Villanelle 19
Ne “Lo cunto de li cunti” Basile riferisce degli strumenti adoperati per
un trattenimento a base di villanelle.
E subeto na mano de serveture, che se delettavano, vennero leste co
colasciune, tammorrielle, cétole, arpe, chiùchiere, vottafuoche, crocrò,
cacapenziere e zuche-zuche.
Calascione
G. DF. S. A. Villanelle 20
Crocrò. Da La meza de seje.
Liuto
G. DF. S. A. Villanelle 21
Sia maledetta l’acqua
Villanella del 1500. Una delle tante composizioni popolari con testo a
doppio senso. Se ancora nello scorso secolo la verginità femminile aveva
grande valore, la sua perdita nel 1500 assumeva toni di vera catastrofe per
la disperata puverella.
Massimo Mila, illustre musicologo, scrive: “Una musica popolare, a
fianco di quella d'arte, è sempre esistita. Togliamoci dalla testa che la
gente nel Cinquecento fischiettasse madrigali. Cantavano canzoni,
canzonette, canzonacce, canzoncine”.
Sia maleretta l’acqua stammatina
che m’ha risfà risfatto ohimé so’ puverella.
Me s’è rotta sta langella
marammé che pozzo fare?
vicini miei sapitela sanare.
1
Vô: Vuole. L’accento circonflesso segnala la contrazione interna. Forma errata è vo’
per la diversa indicazione dell’apostrofo.
2
Hî: Contrazione di hai. - Hai da - sta per – devi -. Nel dialetto napoletano è più
comune - hê – per – hai -.
3
Po e pô: Po sta per poi, senza possibilità di equivoco e l’apostrofo sarebbe pleonastico.
Pô sta per può, dove l’accento circonflesso ricorda la contrazione interna.
G. DF. S. A. Villanelle 22
(Langella: brocca di terracotta; traslato per vulva. Marammé: povera me.
Cicinnatella: vezzeggiativo della vulva. Pignata: pentola, ancora un traslato
per vulva).
Liuto
1
Velardiniello. (1500). Fu un purificatore della poesia dialettale napoletana e riuscì ad
introdurre le sue villanelle nella canzone. Si potrebbe dire che fu il primo artefice
della canzone napoletana. Ai sui tempi era stimato museco nfra li buone e nfra li
maste; e lanciò la ciaccona ed il torniello, danze divenute classiche.
2
Chiss’uorto: Cotesto orto. Da notare l’uso di cotesto, poco comune nell’italiano ma
ancora nell’uso napoletano. Chisto, chisso e chillo.
3
Ssi: Contrazione di chessi, coteste.
G. DF. S. A. Villanelle 23
S’io t’ággio sola int’a chiss’uorto
nce resto muorto
si tutte ssi cerase nun te furo.
Tu sai ca a curnacchia
Ancora di Velardiniello questa villanella.
Tu sai ca a curnacchia ha chesta ausanza,
tu sai ca a curnacchia ha chesta ausanza.
Ca quanno canta sempe rice crai:
1
Auzá: sta per auzare. La grafia corretta sarebbe auza’ ma si preferisce spesso sostituire
l’apostrofo con l’accento e ciò per snellezza nella scrittura. Da rilevare l’accento
acuto per indicare la pronuncia chiusa della – a -.
G. DF. S. A. Villanelle 24
Sai cumme ricette Pinta a Cramosina.
Meglio hoggi l'uovo ca crai a jallina:
Tant’anni arreto.
G. DF. S. A. Villanelle 25
Molti dubbi sussistono sulla paternità di questa “Storia...”. Ferdinando
Russo la attribuisce ad un ignoto autore del seicento. Probabilmente
Velardiniello fu, nel cinquecento, autore di un testo iniziale, ampliato e
rimaneggiato in epoca successiva.
Il testo che segue è stato desunto dal confronto di tre differenti
versioni e poi tradotto (con qualche licenza) nella grafia del dialetto torrese.
Perdonami Maestro, chiunque tu sia!.
Le strofe sono di otto versi endecasillabi, con rima ABABABCC. Da
notare alcune strofe (11 e 12) con dodecasillabi sdruccioli, riconducibili
all’endecasillabo.
1
Cient’anni arreto, quann’era viva vava,
nnanze ca fosse Vartummeo Cuglione,
m’è stato ritto ca l’auciéllo arava
A ttiempo che sguigliaie u Sciatamone
nc’era nu rre Maruocco ca s’armava
panzera, lanza longa e taracone1;
po jéva a raffruntá i mammalucchi
cu valestre, libbarde e cu trabbucchi.2
2
Chesto èva3 ntiémpo ca Berta filava,
cu chillu ddoce vivere all’antica;
vrache purtavi e nisciuno te cuffiava;
- Quatto ova a Cola, - te riceva a pica.
Si p’a via na femmina passava
lle ricevano - Dio te benerica -.
Mo, cumme parli, chella se curruzza.
Chi piénzi ca tu sî? Ronna Maruzza.4
1
Le indicazioni di vocabolario, per questo testo, sono riportate nelle note numerate.
2
Vava: nonna. Taracone: scudo. Trabbucco: marchingegno militare.
3
Èva: variante di era, imp. del verbo essere. Da non confondere con éva (accento acuto)
contrazione di aveva, imp. verbo avere.
4
Cuffiava: prendeva in giro. Pica: gazza.
G. DF. S. A. Villanelle 26
3
O bella ausanza, cumme sî squagliata!
Pecchè nun tuorni, roce tiempo antico?
Pigliavi cu nu visco a na chiammata
ciento aucelluzzi a nu trunco re fico.
I ffemmine addurose re culata,
ndubbretto s’aunavano a nu vico,
ballanno tutte nchietta, ’i qua’ manère!
a chiaranzana e po a spuntapère.1
4
Di’ ca la truovi mo chella lianza!
U zito accussì caro c’a mugliera,
ca tutti nzieme intravano a na danza
cu cchelli cciaramelle tant’allere.
Verìvi a cchioppa a cchioppa na paranza
cu cchelli vvecchie e semprici manère.
U viecchio a cchillu tiempo èva zitiéllo
purtava i vvrache a strenghe e juppariéllo.2
5
Chillo nunn eva tiempo ammagagnáto,
i ffemmine assettate mmiezo a chiazza;
e nun c’era ommo ca avesse cuntáto
ca verniava ngaióla na caiazza.
Chill’ommo ca nchill’anno era nzuráto
èva tenuto buono uallo ’i razza;
l’una cu ll’auta l’ammustava a ddito:
- Chillo ca passa mo, chillo è lu zito -.3
1
- Culata: bucato. Ndubbretto: con vestiti di dubbretto, panno di lino e bambagia.
Nchietta: a coppia. Chiaranzana: Chiarantana, ballo contadino in tondo.
Spuntapere: Spuntapiede, ballo.
2
Paranza: comitiva. Juppariello: giubbotto.
3
Ammagagnato: con magagne, difetti nascosti, imbrogli. Cuntare: raccontare. Verniare:
fare vernia, chiasso. Ngaiola: in gaiola, in gabbia. Caiazza: Gazza. Nzurarse:
prendere moglie. Zito: sposo.
G. DF. S. A. Villanelle 27
6
Mo tutte i bbone ausanze so’ passate,
i rrose mo diventano papágni.
I vicinati nchiètta, in libertate,
a cchillu tiempo iévano a lli vágni,
cu la guarnaccia e cu nnuce cunciate,
nunn c’erano sti ffraude e sti magágni;
po ievano abbrazzate a otto a dieci,
chiù ghianche e rosse ca li mmele-rieci.1
Vunnella re scarlata
7
Chella cu la vunnella re scarlata
purtava perne grosse cumme antrita;
a faccia senza cuonci, angelicata,
ca te tirava cumm’a calamita.
Vecchia o zita o femmina mmaritata,
parea ca fosse ronna Margarita.
Mo vanno quatto a rráno cumm’a ll’ova
e nnanze a festa mo n’hê fatta a prova.2
8
1
Papagni: papaveri. Nchietta: insieme. Vagni: bagni. Guarnaccia: Vernaccia. Magagni:
lo stesso che magagne, difetti. I mmele-rieci: varietà di mela rossa.
2
Perne: perle. Antrita: mandorle. Cuoncio: trucco, belletto. Vanno: sta per còstano.
Rano: grano, un centesimo di ducato.
G. DF. S. A. Villanelle 28
Li juochi ca faceano a Cumpagnáno
a scàrrica-varrile, e a scariglia
a stira-mia-curtina, a mano-a-mano.
A secùtame-chisso, a para-piglia.
E po, cagnanno juoco, oh tiempo umano!
Mo ca nge penzo l’arma s’assuttiglia.
A ppreta-nzino e quanno a ccuvallèra,
tutto u juorno i ffemmine, nfino â sera.1
9
Chelli vote ca ghievano a Furmiello
li ggente, te parevano furmiche.
Tutte nforma, cu ccoppole e cappiello,
a ccavallo a lli chirchi, e cu vessiche.
Se révano cu ttiempo a lu scartiello
cu chillo fruscio r’i stivali antichi;
po cu zampogne e cu lli cciaramelle
ballavano li bbecchie, e li zzitelle.2
10
Quanno ce penzo a cchilli antichi sfuorgi,
riro cu ll’uocchi e chiagno po c’u core.
Ivi a lli ffeste cu lli passaguorgi,
cu cauze a vvrache nfin’a ncoppa a panza.
Pareva l'ommo cumme a nu San Giorgio
ca stéva tutta a notte sempe ndanza!
Passàro chelli nnotte e cchilli cianci;
mo iammo arreto cumme vanno i ranci.3
1
Arma: anima. Scariglia: lite, contesa. Secutare: Inseguire. A ccuvallera: a nascondino.
2
Chirchio: cerchio. Vessiche: vesciche. Con cerchio e vesciche si allude alla moda del
guardinfante, cioè l’uso di cerchi di legno posti sotto le gonne per gonfiarle a
campana. Scartiello: gobba, schiena. Frùscio: sfarzo, ostentazione.
3
- Sfuorgio: sfarzo, lusso. Passaguorgio: collare. Strutto. Distrutto, stanco. Ciancio:
vezzo, leziosità. Ranci: granchi.
G. DF. S. A. Villanelle 29
11
Io penzo a chell'aitata, e ben cumprénnula
quann'era tantu bbene, e tant'accùmmulo,
cu chillu bellu juoco a saglia-pènnula,
opuro û fussotiéllo po c’u strùmmulo.
Oh vita nzuccarata cumme ammènnula!
U tortano chiù gruosso era ’i nu tùmmulo!
U lupo era cumparo c’a zi’ pècura,
e l'áscio zi’ carnale era c’a lècura.1
Musica.
12
Ra viecchi antichi aggio sentuto rìcere
ca steva treccalle na chiricòccola;
Avivi pe sei rana, e nun t'affrìcere,
tririci pullicini cu na vòccola.
Va’ accattá meza quatra mo, ’i cìceri
a sti pputeche, e biri si se scòccola.
U vino, ch'era fatto a pparmentiéllo,
Valea nu ncurunato a vvarriciéllo.2
1
Strùmmulo: trottola di legno. Ammènnula: mandorla. Tummulo: tomolo, unità di
misura. Ascio: uccello rapace. Lècura: lucherino, uccello.
2
Stéva: costava. Treccalle: moneta equivalente a mezzo tornese. Chiricoccola: testina
di agnello. Rana: plurale di rano, grano, un centesimo di ducato. Vòccola:
chioccia. Quatra: Unità di peso, un quarto di tomolo. Scoccolare: sbucciare.
Parmentiello: diminutivo di parmiento, palmento, tinozza per pigiare l’uva.
G. DF. S. A. Villanelle 30
13
A pizza te pareva rota ’i cárro,
quanto a nu piécoro era nu capone!
Avivi quanto vuó senza capárro!
Va piglia mo ncrerènza nu premmone!
A malappena puó accattá mo fárro,
Ca nun t'assoccia ncuollo lu jeppone!
Cuofani tanno ’i látteri arbanisi
cumme a nnucelle re lli calavrisi.1
Tann’era
14
Tann'era, abbasciammare, Jacuvella,
ca î cuorvi ammezzava lu pparlá.
Pe cinco rana avivi a pecurella,
tre fecatielli quatto rana cca.
E mo a carne ’i vacca e r’a vitella
te volle ncanna, e nunn a puó ccattá!
E ttanno puro a na taverna n'accio
cu nu turnese avivi, e sanguinaccio.2
15
Filavano nt’i cchianche ll'uossi másti,
cu nnatiche e lacierti re vitiéllo.
Ncurunato: moneta della zecca di Parma sulla quale c’era l’effige della Madonna
Incoronata. Varriciello: diminutivo di varrile, barile.
1
Ncrerenza: a credito. Premmone: polmone. Assucciare: rifilare. Jeppone: giubbotto.
Tanno: allora. Latteri: datteri. Arbanisi: albanesi. Calavrisi: calabresi.
2
Abbasciammare: giù alla marina. Ammezzare: insegnare. Accio: sedano. Turnese:
moneta equivalente a dieci centesimi di ducato, dieci rani.
G. DF. S. A. Villanelle 31
Na pennulata avivi ‘e pullásti
ma cchiù ’i sette, pe nu carriniéllo.
Pe saturà manipuli ’i cchiù másti
cu nu renaro avivi nu criviéllo
’i veróle ammunnate càure all’uoglio
senza magagne e senza brutto mbruoglio.1
Ciefaro
16
U ciéfaro zumpava frisco frisco
r’a tielluccia quanno lu frijvi.
’I natta e ’i ricotta e ccaso frisco
nc'era na grascia e cchiù nun ne vulivi.
U cuzzicáro te chiammava a ssisco
pe t’ammustá patelle vive vive.
Va nfino â Preta mo, si nun te ncresce!
Allucca î cciaule, avé nun puó nu pesce!2
17
Aró stanno i ccurréje chî murdanti
ch'erano tutto argiento martelláto,
tutte guarnute a pponta ’i diamanti,
1
Filare: essere in fila. Chianca: macelleria. Ossa maste: ossa principali. Lacierto:
muscolo della coscia. Pennulata: da pennuliare, pendolare. Carriniello:
diminutivo di carrino, carlino, moneta fatta coniare da Carlo I d’Angiò. Saturare:
saziare. Veróla: caldarrosta. Munnare: sbucciare. All’uoglio: alla perfezione.
Magagna: difetto nascosto.
2
Tielluccia: diminutivo di tiella, tegame, padella. Natta: panna. Grascia: grassa,
abbondanza. Sisco: fischio. Ammustare: mostrare, presentare. Ciaula: Gazza.
G. DF. S. A. Villanelle 32
chî curnicielli tutti appisi a lláto?
I bbanche cu muntuni r'oro nnanze,
ca mo scitto nce truóvi nu rucáto!
Tu nun puó ghì mo pe nfino û Muólo,
ca nunn asci p’a via nu mariuólo.1
18
Aró sta u tiempo r’i Baccanàli,
cui scìscioli, frisilli e chî mmagnose,
i musici a cantá p’i Carnevàli
cu ccetule accurdate e chi vvavose?
Cu ll'autre chelle, tutti chî stivàli,
cu cchilli mazzi ’i fronne fresche e rrose.
Fatta ca aveano po na matinata,
Facevano na bella preteiata.2
19
Aró n’è ghiuta a festa mo r’a Scèuza,
i casatielli d'Isca chî ppastiere,
tanto abballà, ca te scuppava a mèuza,
cuntienti nfino a ll'ogne re li pieri?
Mo che nge truovi? Sulamente cèuza,
e marva, cu ppurchiacche, e vasapieri!
Po jévano a fá rutti a Murguglino
cu cciavarelle e puorchi e meglio vino.3
1
Aró: dove. Curreja: Cintura. Murdanti: borchie in doppia fila. Muntone: mucchio.
Scitto: schitto, soltanto, a malapena. Rucato: ducato. Asci: trovi.
2
Sciscioli: fregi, ornamenti. Frisilli: trine. Magnosa: fazzoletto ripiegato da portare in
testa. Cetula: cetra. Vavosa: bavaglino.
3
Sceuza: Festa dell’Ascensione. Casatiello: Pane condito della tradizione pasquale.
Isca: Ischia. Pastiera: torta dolce di spaghetti e uova. Meuza: milza. Ceuza, e
marva, e purchiacchi, e vasapieri: Gelsa, malva, erba porcellana e erba pungente
baciapiedi. Nel significato traslato: persona accidiosa, indifferente, fesso,
leccaculo. Ciavarella: Capretta. Traslato per atto di infedeltà della sposa.
G. DF. S. A. Villanelle 33
Abbasciammare
20
I ffemmine, a sera ’i San Giuánni,
iévano tutte nchiètta abbasciammare.
Allere llà scennenno e senza panni,
cantanno sempe e maie a rumanzina.
Mo, figliu mio, so trapassati l'anni
quanno accussì nfurnavase a farina!
Oggi è cumparzo u tiempo ’i ggente latre,
ca nu nne puó accattà roie meze quatre!1
21
Po te ne jvi pe la rua Francesca,
’a chelli pparte llà r’i Ccantatrice,
Tann'era vivo Francisco Maresca!
Cu tanta suoni... Che tiémpo felice!
E cu cchelli ffuntane r'acqua fresca,
cu cchelli ggente, guappe cantatrice,
tuzzulianno nfesta cu tanta gioia,
u cánto se sentéva a Sant'Aloja.2
1
Nchietta: in coppia.
2
Rua: Strada. Guappe: brave. Tuzzuliare: bussare. Traslato per fare l’amore.
G. DF. S. A. Villanelle 34
22
Tant'èva magna chella vecchia aitate
ca maie mancaro tuortani a ll'ancino!
Ivi cu ll'oro mmano mmiezo î strate
e nun truvavi sbirro o marranchino.
Chelli ssemmente so’ tutte ammancate,
cu cchilli primmillanni e Sammartino!
Arregna mo sta gente, a ssenzo mio,
Che n'hanno fede a lloro e manco a Ddio!1
23
E mo, Napuli mia, bella e gentile,
sî ghiuta mmano a tanta ausurári!
Quanto ivi bella e sî turnata vile,
e spiérta vaie cercanno sanzári.
Io mo ’a r’a varva me scicco i pili,
ca te veo ’a sti lupi laniáre.
Pejo sî oggi, ca nun fusti aiéri
mmano a sti pisciavinnuli e chianchiéri!2
24
Nun verarraggio máie riturnáto
u tiempo ch’ivi, Napuli, felice!
Cumme Furtuna va cagnanno státo!
So' ssecche chelli nnobbile radice!
Io stupafatto resto, anzi ncantáto,
ca Cajazza sî fatta, ra Fenice!
Saie quanno fusti, Napuli, curona?
Quanno rignava Casa d'Aragona.3
1
Magna: nobile, altera. Ancino: uncino. I tortani si conservavano appesi. Marranchino:
ladro. Primmillanno: capodanno. Senzo: impressione, parere.
2
Ausurari: usurai. Spierta: raminga, sperduta. Sciccare: strappare. Laniare: dilaniare.
Chianchiere: Macellaio.
3
Casa d’Aragona: Riferimento al regno di Alfonso d’Aragona, di Ferrante e successori,
(1442-1504).
G. DF. S. A. Villanelle 35
Ciaula
1
Isce: Rafforzativo come anche vi’ che, contrazione di viri che, vedi che.
2
A vvranca: La preposizione semplice – a – (dal latino ad) che nella grafia torrese non è
diversa dall’articolo – a – richiede spesso il raddoppio consonantico della parola
che segue. A mme, a tte. Confronta a vranca con a vvranca dove la – a – passa da
articolo a preposizione semplice. Non c’è raddoppio consonantico nel caso di
preposizione articolata che, d’altra parte, presenta grafia diversa.- La notte, a
notte. Di notte, a nnotte. Alla notte, durante la notte, â notte. A notte è bella
quanno t’arritiri a nnotte fatta e puo’ rurmì mpace â notte.
3
Crisommole: Nella grafia torrese si è fatto riferimento alla discendenza etimologica
delle parole. Per la pronuncia indistinta delle vocali, che nel napoletano è quasi
sempre riportata con la – e - , si è cercato di risalire alla forma originaria della
stessa. Così le cresommole diventano crisommole, da crysos.
G. DF. S. A. Villanelle 36
Il metro di questa villanella attribuita a Sbruffapappa è uno dei tanti
classici di queste composizioni, cioè un tristico di endecasillabi di cui il
primo verso libero e gli altri due a rima baciata.
Vurria ca fossi ciàula e ca vulàssi1
a ssa fenesta a ddirti na parola2
ma nun ca me mettissi a na gaiola
1
Vulàssi: La pronuncia della – a – è aperta. Così per chiammàssi, truvàssi, turnàssi dei
versi successivi. Ciò in apparente contrasto con la metafonia attesa per la
desinenza - i -. Infatti la desinenza di riferimento per la metafonia è quella verbale
etimologica, probabilmente dal piùccheperfetto –issem.
2
A ddirti na parola: Questa nota nun ce azzecca ma mi piace ricordare Totò che detta la
famosa lettera e dicendo “veniamo a voi a dirvi che”, suggerisce a Peppino la
grafia corretta, di a dirvi, “addirvi”, “una parola”.
G. DF. S. A. Villanelle 37
(Ienimma: stirpe, discendenza. Spanta: merviglia. ’Ngorfuto:
trangugiato).
Napoli 1500
1
S’io fussi ciuálo: Questa traduzione in torrese modifica sensibilmente il testo di
Orlando Di Lasso, dalla grafia più vicina alla lingua italiana che a quella
napoletana. Da notare la trasformazione metafonetica del maschile ciáulo, con la
– á - chiusa, dal femminile ciàola, con la –à –aperta.
2
Campanáro: La pronuncia torrese di cámpánáro è con tutte le – á – chiuse, non solo
quella tonica. Ciò avviene ogni volta che per metafonia la tonica diventa chiusa. A
mazzarèlla, con tutte le vocali aperte; u mazzariéllo con tutte le vocali chiuse.
3
Juorno: come detto alla nota 1) si preferisce la – j – alla – i – per la variante di
ghiuorno.
G. DF. S. A. Villanelle 38
e spisso spisso a te vasá
e spisso spisso a te vasá.
Tutto nu juorno,
tutto nu juorno po vurria cantá!
E sempe mai sartá
e spisso spisso a te vasá,
e spisso spisso a te vasá.
E po â sera nt’u pertuso intrá,
e po â sera nt’u pertuso intrá.
(Campanaro: campanile Ciáulo: gazza, cornacchia grigia).
Maronna ciàula mia
Ecco che la ciàula ritorna nella villanella di Giandomenico del Giovane,
detto da Nola, (1515?-1592). Fu maestro di cappella all’Annunziata e con i
numerosi allievi dell’Istituto a disposizione, gli “esposti”, “i figli r’a
Maronna”, diede impulso allo sviluppo della polifonia.
Maronna ciàula mia,
maronna ciàula mia r’u campanáro.
Maronna ciàula mia,
maronna ciàula mia r’u campanáro.
Quanno te sesco e tu rispunni a ll’uóglio,1
e tu rispunni a ll’uóglio.
Nun tengo, nun tengo st’arrevuóglio.
Nun tengo, nun tengo st’arrevuóglio.
1
Te sesco: Il testo presenta diverse parole a me ignote. Non posso garantire
l’attendibilità della fonte.
G. DF. S. A. Villanelle 39
Nn’è bona sta navetta,
nn’è bona sta navetta p’u teláro.
Chiavo sta capa ’i piétto a nu scuóglio,
e ’i pietto a nu scuóglio.
Nun tengo, nun tengo st’arrevuóglio,
nun tengo, nun tengo st’arrevuóglio.
Ballo2
Vurria addiventare
Villanella di Gian Leonardo dell’Arpa il cui vero nome è Mollica.
L’autore vorrebbe divenire ora scarpa, ora pianta, ora specchio, per
rimanere il più possibile accanto alla sua amata, e si lamenta di non essere
amato.
Nel 1553 Gian Leonardo è già celebre quale sommo arpeggiatore,
tant’è che ha scelto da tempo un nome d’arte che rispecchia questa sua
maestrìa: si fa chiamare Gian Leonardo dell’Arpa. Giulio Cesare Cortese lo
ricorda nel suo “Viaggio di Parnaso”:
G. DF. S. A. Villanelle 40
a Sirena ’i Napuli cantava1
’i cuntràuto na brava villanella;
nu cierto Giallunardo le sunava
l’arpa, ch’isso accacciaie2 famosa e bella;
e pe fá cuncierto assaie chiù tunno
sunaie u calascione Cumpà Junno.3
Vurria addiventá
chianellètte e po stá
sotto a ssi piéri,
ma si u ssapissi4
pe straziarme tu currenno issi.
Vurria addiventá
cetrangolo pe stá
a ssa fenesta,
ma si u ssapissi
pe darme morte seccare me farrissi.
Vurria addiventá
specchio pe te mirá
accussì bella
ma si u ssapissi
a quacca vecchia brutta me darrissi.
Vurria addiventá
ghiaccio pe nun bruciá
accussì forte,
ma si u ssapissi
cu st’uocchi ardenti tu me squagliarrissi.
1
Sirena ‘i Napuli: La cantante Giovannella Sancia.
2
Accacciaie: inventò, creò.
3
Cumpà Junno: cantante e autore di strada e taverne, un posteggiatore ante litteram
vissuto nel ‘500.
4
Lu: Nei casi in cui lu è pronome dimostrativo si ha il radoppio consonantico iniziale
della locuzione verbale che segue.
G. DF. S. A. Villanelle 41
(Chianellette: Pianella, pantofola. Cetrangolo: arancia amara).
La stessa villanella è riportata da Basile nella versione seguente:
Vorria, crudel, tornare
chianelletto e po stare
sotto a sso pede;
ma, si lo sapisse,
pe straziarme sempre corrarisse.
Rurmènno me sunnavo
Villanella di Gian Leonardo dell’Arpa in una versione in dialetto torrese.
Qui è adottato un altro schema metrico della villanella: il distico a rima
baciata.
Rurmènno me sunnavo,
ch’evo turnato mosca e ca vulavo;
ncoppa â tua vesta,
mo cca mo llà cu gran piacere e festa.
E cu riso e cu juoco
scennevo a ss’uocchi ca so’ sciamma ’i fuoco;
addò llà m’abbrusciavo
i scelle e nterra aroppo nce carevo.
E tu ca me verivi
llà nterra chî pieri m’accirivi!
Sentennote alluccá
accussì more chi cerca vulá
accussì more chi cerca vulá.
G. DF. S. A. Villanelle 42
(Scelle: ali. Alluccare: gridare).
Musica2
Io pastináie i frutti
(Tommaso di Maio – 1498-1563)
Io pastináie,
io pastinaie i frutti e auto coglie.
Auto vennegna e io, e io,
ed io fatico nvano.
G. DF. S. A. Villanelle 43
Vurria addiventare suricillo
Vurria esprime il desiderio dell’innamorato e con vurria iniziano
diverse villanelle: Vurria ca fossi ciàola, Vurria addiventare pesce r’oro,
Vurria tené na casa alla marina. In questa villanella il metro è quello del
doppio distico a rima alternata
Vurria addiventare suricillo
pe mettere paura â zi’ Annella.
Vurria rá nu muorzo a stu perillo
e le stracciá a pudéa r’a vunnella.
E bá e bá
E sti vvrécce ca puorti mpiétto
tu li ppuorti pe me ciaccá
e pe me nun ce sta na muglierella.
E bá e bá
E sti vvrécce ca puorti mpiétto
tu li ppuorti pe me ciaccá
e pe me nun ce sta na muglierella.
E bá e bá
E sti vvrécce ca puorti mpietto
e pe me nun ce sta na muglierella.
(Perillo: piedino. Pudéa: orlo interno terminale di vesti femminili.
Vreccia: sasso. Ciaccá: Ferire con un colpo. Abbuscarse: procurarsi.
Nzurare: Prendere moglie.
G. DF. S. A. Villanelle 44
Vurria addiventare pesce r’oro
Vurria addiventare pesce r’oro,
e rint’u mare me iéssi a mmená.
mmiezo û mare vurria ghi’ a nnatá.1
Pitloo.1
1
Ghì a nnatá: Il verbo andare in torrese / ì /, senza /j/ o altro data la derivazione
etimologica da “ire” latino. Per questa ragione ho preferito sempre la forma
iammo, iesse ecc. e non jammo, jesse ecc. In questo caso la /gh/ ha funzione
eufonica.
G. DF. S. A. Villanelle 45
Vurria tené na casa a la marina
Vurria casa tené bbascio â marina,
Nu fenestiéllo a ll’onna re lu mare:
Musica
1
Mammà: Il verso originale è “Mamma no grosso police…”, con grafia più vicina
all’italiano che al napoletano. Così pure il resto della villanella che ho preferito
riportare al dialetto, modificando alcuni dettagli.
G. DF. S. A. Villanelle 46
si u lascio anná, o si u lascio anná.
Mo sî ndurata e io
Mo sî ndurata e io so’ fátto scoglio
so’ fátto scoglio e cumme a vuó tu
e cumme a vuó tu accussì a voglio
io nun so’ fátto scoglio fátto scoglio
tu circhi a n’áto e io mánco te voglio. 3
( Mutto: detto, proverbio. Maramma vava: signora nonna).
1
A cchella: Raddoppio consonantico dopo la preposizione – a -. Confronta la nota su A
vvranca.
2
Sî: sei. La contrazione interna di vocali o consonanti è rappresentata dall’accento
circonflesso. Vedi anche hê per hai, pô per può, vô per vuole.
3
Tu circhi a n’ato: Da sottolineare la costruzione del complemento oggetto con la
preposizione – a -.
G. DF. S. A. Villanelle 48
I ffiglióle.
Villanella a ballo detta anche “rionna” e “turniello”: ballo in tondo,
rondò, di Giulio Cesare Cortese1 (1575-1627), dottore in legge, autore di
romanzi (Li travagliuse ammure de Ciullo e Perna), favole teatrali (La
Rosa) e poemi (Viaggio di Parnaso, Lo Cerriglio ’ncantato e La
Vaiasseide, Conziglio dato da lo Chiaiese 2 ). Con Basile e Sgruttendio,
Cortese completa la grande triade della letteratura napoletana.
Da Li travagliuse ammure di Ciullo e Perna è tratta questa villanella,
dedicata alle figliole, cioè alle ragazze. Questa villanella è una di tante altre
qui riportate che potete apprezzare nella rielaborazione di Roberto De
Simone e nella interpretazione della NCCP.
1
Giulio Cesare Cortese. (1570 – 1627/40). Cortese come Basile fu letterato e
intellettuale di fine intelligenza e di grande creatività linguistica, per la
commistione alto/basso, lingua popolare/cultura accademica (nel senso che ebbero
nel Seicento) e per l’efficace innesto di un nuovo lessico nella lingua letteraria. E,
tuttavia, c’è chi ritiene che in Cortese ci sia maggiore attenzione (e competenza)
per la cultura e per il linguaggio popolari. La Vaiasseide. Micco Passaro.
2
Conziglio dato da lo Chiaiese: vedi Tammurriate.
3
Nn: Contrazione di nun, non.
4
Bbene: Raddoppio consonantico per i vocaboli che esprimono astrazioni, u mmale, u
bbene.
G. DF. S. A. Villanelle 49
Zitellucce belle e ciancióse
mo gustate ca tiempo avite
mo che tènnere e fresche site
tiempo ’i cogliere mo sti rrose
zitellucce belle e cianciose.
Giambattista Basile
G. DF. S. A. Villanelle 50
Da “Lo Cunto de li Cunti” di Giambattista Basile (1575-1632) è tratta
questa villanella.
E, auzatase Zoza se iette a ’ngenocchiare ’nante la prencepessa, la
quale l’ordinaie pe penitenzia che cantasse na villanella napoletana; la
quale, fattose venire no tammorriello, mentre che lo cocchiere de lo
prencepe sonava na cetola, cantaie sta canzona:
1
Chiù: Basile riporta la forma chiù. Altri autori riportano la forma cchiù, con raddoppio
consonantico iniziale. Penso che la univoca pronuncia di chiù possa farci evitare il
pleonastico raddoppio consonantico.
G. DF. S. A. Villanelle 51
Micco.
1
Pompeo Sarnelli. (1649 – 1724). Il vescovo di Bisceglie Pompeo Sarnelli, nato e
morto in Puglia. Come editor Sarnelli curò la riedizione, tipograficamente e
filologicamente pregevole, de Lo Cunto de li cunti di Giambattista Basile (1674),
a cui dette il fortunato titolo boccacciano di Pentamerone.
2
Pigliaie: I verbi della prima coniugazione hanno al passato remoto, prima persona
singolare, per desinenza la /i/. La “i” è fonica mentre la /e/ ha solo valore eufonico
e produce il suono indistinto “e”. La desinenza /i/ produce la variazione
metafonetica della “a” che diventa “á” chiusa, pigliáie. Ciò non avviene alla terza
persona con il dittongo desinenza “ie”, dove la “a” è aperta., pigliàie.
3
E benne: Al fenomeno di trasformazione della “b” in “v”, da barca a varca, si associa
l’inverso da “v” a “b”, venne in benne e vire in bire.
G. DF. S. A. Villanelle 52
I ffiglie le rattàvano lu ccáso.
A jatta arrepezzàva li llenzóla,
I súrici scupàvano la casa.
Micco Mercato
1
Vace: La forma vace per va è ancora comune in alcuni paesi dell’area vesuviana
(Sarno). A vace si accompagnano stace, face.
G. DF. S. A. Villanelle 53
Cantaturiéllo mio, cantaturiéllo
Cantaturiéllo mio, cantaturiéllo,
Cu mico te vuó mettere a ccantàre?
Villanesche
1
Chî: Con i. Contrazione di cu i.
G. DF. S. A. Villanelle 54
Oi Ricciulina
Una villanella del ’600 nella rielaborazione di Roberto De Simone. La
rabbia dell’innamorato tradito, fino al punto di dire: fai la li la, fai la
puttana.
Oi Ricciulina
oi marranchina
oi signurina
fai la li la
Tu m’hê traruto1
e m’hê feruto
l’ággio saputo
fai la li la
Tu me vuó muórto
ma io me ne accuórto
ma hai gran tuórto
fai la li la
Stella riana
sî ruffiana
fai la puttana
fai la li la
(Marranchina: ladruncola. Stella riana: stella mattutina Venere, detta
anche Lucifero.)
A morte re marìteto
Famosa villanella dove il protagonista aspetta invano la morte del marito
della sua amata.
1
M’hê: Contrazione di mi hai.
G. DF. S. A. Villanelle 55
deh ca la vurria truvare
ma nunn a pozzo asciare
accussì bella cumme a tte.
G. DF. S. A. Villanelle 56
I sarracini.2
I sarracini.3
1
Ed io a tte sola invoco: Il pronome personale “te” è scritto con raddoppio consonantico
quando è preceduto dalla preposizione – a -, in conformità della pronuncia. In
questa frase è da notare la costruzione del complemento oggetto con la
preposizione dativa –a -..
G. DF. S. A. Villanelle 57
Tutti li schiávi cercano fuggire
e vurriano spezzá li ccatene
e io invece chiù me schiavo a ttene.
Fenesta vascia.
Canto popolare del '500, ripreso e ampliato nell’800 da G. Cottreau.
1
Ì: contrazione di ire, andare. L’accento ha solo valore distintivo per differenziare il
termine da /i/, articolo plurale. Sarebbe stato più evidente la forma /i’/, con
apostrofo ma ho preferito la forma accentata, in analogia ai verbi della terza come
partì, rurmì.
G. DF. S. A. Villanelle 58
libera da vincoli di interdipendenza con strofe di intermezzo e altri gruppi
di distici.
G. DF. S. A. Villanelle 59
e sáccio cu cchi ll’hai
ture lure lu
ca sáccio chi sî tu.
Tu pure te pienzi ’i me fare Antuono
io sáccio addó te premme lu garrese.
Io t’aggio canosciuto ra lu tuono
ma tu non me venì cu st’intrammese.
Io canosco lu lámpo ra lu tuono
e lu lumbardo ancor ’a l’albanese.
Va’ figlia mia ca marzo te n’ha raso
’i vénnere cetróle pe cerase.
G. DF. S. A. Villanelle 61
Tramonto della Villanella.
Napoli 1600
1
Giambattista Basile: Nato a Napoli nel 1575, morto nel 1632. Basile
innalzò il vernacolo napoletano a dignità insieme all’altro grande
esponente, suo amico, Giulio Cesare Cortese. Ebbe una movimentata
giovinezza militare che lo portò da Venezia alla Grecia. Il suo capolavoro
resta quel libro di favole " Lo cunto de li cunti ", che con il successivo
titolo "boccacciano" di " Pentamerone " ebbe, dal 1634, un grosso successo
e donò all’autore fama imperitura ed il meritato titolo di padre della
letteratura napoletana.
G. DF. S. A. Villanelle 62
Oh cuncietti a ddoi sòle,
Oh musica re truono –
Mo tu nun sienti mai cosa ’i buono!
Il rimpianto si allarga alla scomparsa di quei modesti strumenti
popolari che accompagnavano le villanelle, quando queste erano spontanee
espressioni canore popolari
Tammurriello.
G. DF. S. A. Villanelle 63
Strumenti popolari sostituiti dai sofisticati moderni, diventati “arci”
nella rincorsa di una nuova potenza sonora.
Alla fine del cinquecento la musica abbandona le antiche modalità fisse,
peculiari della musica sacra. La teorizzazione matematica di Zarlino1 (1517-
1590) consente l’affermazione delle tonalità, minore e maggiore, e la spinta
ad una più complessa struttura del brano musicale. Da ciò l’evoluzione
verso tipologie complesse di strumenti musicali.
E peggio r’i strumienti
r’i mùsici mudiérni!
L’arcileiuto, l’arcisurdellina,
l’arcitiorba e l’arciburdelletto,
l’arcichitarra e l’arpa a tre riggistri,
ca malannaggia tanta mmenziuni!
Triccabballacche
Segue un rincorrere del poeta nella memoria del passato, nel ricordo
delle villanelle.
1
Zarlino: Zarlino, Gioseffo (Chioggia 1517- Venezia 1590), teorico musicale e
compositore italiano. Maestro di cappella in San Marco, musicista dottissimo. La
sua dottrina musicale è esposta nei tre trattati intitolati Istituzioni harmoniche,
Dimostrazioni harmoniche e Sopplimenti musicali. La novità teorica più
importante è la divisione dell'intervallo di quinta, (3/2) che all'epoca era
considerato quello fondamentale, in due intervalli disuguali: la terza maggiore
(5/4) e la terza minore (6/5). La scala musicale zarliniana (che sostituì la scala
pitagorica, sopravvissuta per oltre duemila anni) era detta pure Scala Naturale. La
vita della Scala Naturale sarà breve, poco più di cent’anni, sostituita dalla Scala
Temperata, teorizzata da Andreas Werckmeister (1691).
G. DF. S. A. Villanelle 64
TITTA - Sentite, e spantecáte
Tu sî a causa ’i r’a morte mia,
e sáccialo lu cielo, cu la terra,
canazza perra, nata Mbarvaria
MICCO - De sfuorgio!
TITTA - Sienti st’autra
Chi vô na verolélla, e chi na zita,
e chi na zitelluccia e chi a patrona
a mme l’una e l’autra me songo bona.1
CIULLO - Bravo!
TITTA - Zitto, e siénti
Appi n’ammante, quanno fui zitiéllo,
a chiù bella ca fosse a stu casale,
et era figlia re lu principale
MICCO - Chesta è ‘i spánto!
TITTA - All’autra:
Io, si fossi signore a cchesta terra,
nu bánno vurrìa fá,
che mánti nun s’avessero ’a ppurtá.
CIULLO - O bene!
TITTA – A iósa, appriésso!
E si i femmine purtasseno i spate,
tristo chill’ommo, ca vulesse bene
a ffemmina, che u cor crudele tene.
MICCO - Re truono, affé!
TITTA - Ca mo vene u mmeglio.
Si te crerissi dàreme martiéllo,
cu tanta ville valle, e tanta squase,
va’ figlia mia, ca márzo te ne rase.
CIULLO - Bella ciérto!
TITTA - Ca ancora n’è scumputo:
Mo s’è cacciata na cosa nuvella
a cchesta terra, ch’ogni ommo a sa,
sai cumme rice, bona sera sa.
MICCO - Re Seviglia!
1
E a mme l’una e l’autra me songo bona: Come per il pronome “te” il pronome
personale “me” è scritto con raddoppio consonantico quando è preceduto dalla
preposizione – a -, in conformità della pronuncia.
G. DF. S. A. Villanelle 65
TITTA - A u riésto.
Deh quanta me ne fa stu cacatiéllo,
náto cumme Dio vole all’annascuso,
stu záccaro r’Ammore presentuso!
CIULLO - Io sturdisco, io stupisco!
TITTA - Audi e strasècola.
Bene mio, so’ cca arriváto
p’avere a tte dunáto
tutto u core, e l’arma mia.
Vaso a máno ’i vossignuria!
MICCO - Gustosa, ciérto!
TITTA - E chesta cagnatélla:
Affé ca me l’hai fatta tutta nova,
cu darmi sti ppastocchie e sti rundágli!
Fa bello, pe tua fé, ca nun c’è táglio!
CIULLO - Chesta va ciénto scuti!
TITTA - E chesta mille:
O Dio, che fossi ciàola, e ca vulassi!
CIULLO - Chest’utema è a meglio:
dilla, si nun te ncresce.
TITTA - Cumme, senza strumiénto?
MICCO - Va, ca rinto sti ffrasche è nu liùto,
che tengo pe spassàreme u tiempo,
CIULLO - Pìglialo, Micco, nun te sia ncummánno.
TITTA - Me sa male, ca stongo
abbrucáto ’i voce.
CIULLO - Spurga, rasca!
MICCO - Eccolo, e sta accurdáto.
CIULLO - Zitto, nun pipitare.
MICCO - Io nun me frìcceco!
TITTA -
“O Dio, che fossi ciaola, e ca vulàssi
a ssa fenesta a ddirti na parola,
ma nun ca me mettissi a na gaiola!
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E io venéssi, e ommo riturnàssi,
cumm’era primma, e te truvàssi sola,
ma nun ca me mettissi a na gaiola!
...venette
Masto Ruggiero cu li sunaturi
e na musica bella se facette.
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Cecca, pecché l’aruta te mettisti
Da “La Tiorba a Taccone” di Filippo Sgruttendio de Scafati 1 ,
pseudonimo di un anonimo autore vissuto nella prima metà del seicento.
Con Basile e Cortese, Sgruttendio è il massimo autore in lingua napoletana.
Manomettere un testo d’autore col proposito di correggere anche un
solo accento (pecchè in pecché) è presunzione massima. Per questa ragione
ho preferito un modesto esercizio sperimentale, cioè volgere in dialetto
torrese (ma era turrese Sgruttendio? C’è ancora chi lo crede!) questo testo,
come ho fatto per gli altri. Così non mi sentirò in colpa di eretica
presunzione.
Cecca, pecché l’aruta te mettisti
ncopp’a ssa trezza jónna pe natura,2
e nfra trìnguli e smìnguli la isti
a mmettere a ssa rossa ligatura?
1
Sgruttendio. (1600). La Tiorba a Taccone. Molto si è scritto su Sgruttendio: di lui si
sono occupati anche letterati di grande rinomanza come Benedetto Croce,
Ferdinando Russo, Fausto Nicolini e, recentemente, Enrico Malato. Il tema è reso
più affascinante dall’identità controversa dell’autore e i documenti ritrovati, che
dovrebbero chiarire la questione, non sono serviti a eliminare tutti i dubbi che
ancora sussistono in proposito. La triade della letteratura italiana fa perno su
Dante, Petrarca e Boccacio; quella napoletana su Giovan Battista Basile, Giulio
Cesare Cortese e Filippo Sgruttendio.
2
Ssa: pronome dimostrativo, questa o cotesta.
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Villanella di Cenerentola
Nell’estate del 1976 Roberto De Simone1 presenta al Festival dei Due
Mondi di Spoleto la fantastica opera “La Gatta Cenerentola”. Uno stupendo
e dotto ripercorrere i luoghi della poesia e delle forme musicali della
tradizione popolare del sud.
I riferimenti sono al sesto cunto della prima giornata del Pentamerone
di G. B. Basile intrecciati, però, a richiami della tradizione popolare, in una
commistione di storie.
In questa villanella Cenerentola lamenta la sua sfortunata condizione
per non essere nata con la camicia né con la caiulella d’argento o d’oro. Ma
non c’è rassegnazione nella condizione sfortunata perché te n’adduone lu
juorno ca m’appicciarraggio bbuono.
1
Roberto De Simone. Nato a Napoli il 25 agosto 1933, ha studiato pianoforte e
composizione con Tita Parisi e Renato Parodi, iniziando una brillante carriera
pianistica, ma dedicandosi, successivamente, maggiormente all’attività di
compositore, musicologo, drammaturgo, regista ed etnomusicologo. È stato
Direttore Artistico del Teatro di S. Carlo di Napoli, nonché Direttore, per Chiara
Fama, del Conservatorio Satale di Musica "S. Pietro a Maiella" di Napoli. Nel
1998 è stato nominato Accademico di Santa Cecilia. Precedentemente ha ricevuto
l’onore di Cavaliere delle Arti e delle Scienze dalla Repubblica Francese.
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(Caiulella: gabbietta. Ncappá’: acchiappare. Palummo: piccione.
Ncunia: incudine. Ncasa: preme. Niro gravone: nero come il carbone).
Zampugnella
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