Il labirinto: da tracciato a metafora del mondo.

ottobre 16, 2002

«E ultreia / E sus eia / Deus aïa nos!». Ecco i versi di un canto che, come nota Oursel, serviva a scandire i passi stanchi del pellegrino, in marcia verso i luoghi santi[1]. A ben vedere, però, al di là della cadenza ritmica che senza dubbio aiuta psicologicamente a superare la fatica della marcia, l’idea di cammino che emerge da questi pochi versi, sembra essere quella di un percorso contorto, pieno di ostacoli che devono essere aggirati o superati con l’aiuto divino. Un’idea che forse sta alla base anche del «gran camin[e]», che un gruppo di pellegrine questuanti, in un canto del XVI secolo, attribuito a Guglielmo Giuggiola, dichiarano di aver fatto, per recarsi a Roma a lucrare le indulgenze. Infatti, nell’attraversamento della Toscana, «gran pericol à portate, / perché tutte suo paese [del Marchese di Toscana] / star di fango brodolate»[2]. Una meta precisa, Roma, che per essere raggiunta comporta però ostacoli e pericoli lungo il cammino, in questo caso le paludi toscane, che costringono il pellegrino ad un percorso tutt’altro che lineare e in funzione dell’aggiramento dell’ostacolo. Ospizi e santuari diventano dunque dei punti fermi e sicuri lungo un cammino pieno di incognite, di asperità e di pericoli[3]: l’intera Guida del pellegrino di Santiago (il Libro V del Codex Calixtinus) si offre come «filo di Arianna» al pellegrino che intende intraprendere il cammino verso Santiago, avvertendolo dei pericoli della strada, delle insidie che possono venire da popolazioni ancora barbare e selvagge, che si incontrano lungo il cammino, o da malintenzionati di ogni sorta. Il male, sia esso fisico che morale (per la religiosità popolare medievale la distinzione è pressoché insignificante), sembra essere in agguato lungo la strada stessa, rendendola continuamente incerta e tortuosa, ma nello stesso tempo facendone una sfida al maligno, che nella strada si nasconde e abita. Basti al riguardo citare il miracolo dell’impiccato[4], diffusissimo nel Medioevo e ampiamente raffigurato, o quello del pellegrino che «a un crocevia di strade» incontra il diavolo, sotto le mentite spoglie di san Giacomo, che lo induce al suicidio[5]. Del resto quello del diabolus in itinere è un topos diffuso nell’agiografia medievale, che spesso si compiace di narrare incontri del santo o di comuni fedeli con animali demoniaci o diavoli sotto mentite spoglie che gli sbarrano la strada o cercano di sviarli e danneggiarli[6]. Non stupisce pertanto che ancora Dante indulga a tale topos nel I canto dell’Inferno, dove la lonza, il leone e la lupa gli impediscono la salita diretta («sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso»[7]) al monte, sulla vetta del quale splendeva la luce del sole. Sarà Virgilio a dire a Dante: «A te convien tenere altro vïaggio […] / ché questa bestia, per la qual tu gride, / non lascia altrui passar per la sua via»[8]. Sarà invece una disposizione interiore, la «pigrizia», unitamente al fatto di essere «più fiacco», che porterà Petrarca a «girovagare» tra le valli e a perdersi in un dedalo di sentieri che, in alcun modo, lo avrebbero portato a guadagnare la cima del Monte Ventoso[9].

Sembra proprio che il viaggio, inteso come desiderio di raggiungere una meta, nell’ambito della mentalità simbolica medievale abbia assunto spesso e volentieri il significato metaforico di rigenerazione, rinascita o conquista iniziatica, che richiedono dure prove e lunghi e tortuosi iter, disseminati di esseri mostruosi e demoni che devono essere sconfitti, per essere raggiunte. Del resto questa immagine del viaggiare è fortemente fedele alla realtà del viaggio nel Medioevo: fatta di itinerari disseminati di mete precise, siano esse ospizi, città, mercati o santuari, tra le quali si snodano «aree di strada»[10], dedali di sentieri fluttuanti e tutt’altro che lineari, disseminati di guadi più o meno permanenti, di ponti precari, senza contare i cattivi incontri, sempre possibili. Insomma la realtà stessa e le condizioni del viaggio nel Medioevo diventano simbolo, segno di una realtà spirituale che la religiosità popolare medievale fatica a distinguere chiaramente e nettamente dal materiale. E’ significativo come anche le testimonianze più scarne ed essenziali dei viaggiatori medievali, spesso consistenti in semplici elenchi di località, indulgano a questa dimensione simbolica del viaggio: John de Bremble, un monaco inglese che varca il San Bernardo nel 1118, scrive al suo priore paragonando gli strapiombi delle vette alpine, che mettono continuamente la vita in pericolo, alle voragini dell’inferno, tanto che invoca Dio, «certo di essere esaudito in quanto più vicino al cielo» di farlo tornare dai suoi confratelli affinché possa sconsigliarli di «venire in questo luogo di tormenti»[11].

Si dirà che il viaggio, da Omero a Cesare Pavese, ha sempre assunto nell’immaginario letterario una valenza simbolica che allude, più o meno esplicitamente, ad una conquista dell’animo umano, ad un percorso che da materiale si fa spirituale o psicologico. Non è però tanto su questa ovvietà che qui si intende mettere l’accento, quanto piuttosto sul tipo di percorso specifico col quale il viaggio-metafora viene immaginato nel Medioevo e, in particolare, nell’ambito della devozione del pellegrinare. Ciò allo scopo di vedere se esistono analogie tra tale percorso e le strutture labirintiche che, per tutto il Medioevo, hanno illustrato pergamene e decorato pavimenti e pareti di chiese.

Se, come pare si possa dedurre dai pochi esempi richiamati sopra, fatte salve le debiti varianti, il Medioevo è solito immaginare il viaggio-metafora con precise caratteristiche: a) individuazione della meta come luogo radicalmente diverso dal quale si parte e pertanto diametralmente opposto ad esso (la contrapposizione tra basso e alto[12], il concetto di limen, della locuzione ad limina apostolorum, come «casa», ma anche «soglia», «demarcazione» tra un interno ed un esterno[13]); b) impedimento, intoppo o semplicemente difficoltà del cammino, che impone un iter non lineare, ma tortuoso e faticoso, fatto di ritorni e deviazioni continue, lungo le quali affrontare prove e nemici di vario genere; c) raggiungimento della meta prefissata con conseguente evento straordinario (visione di Dio, miracolo) che trasforma positivamente il viaggiatore[14], se ne evince che il percorso, la geometria del cammino che meglio esprime una simile concezione di viaggio è sostanzialmente composita, fatta cioè di elementi lineari che si combinano con altri sinuosi e contorti. Il punto di arrivo, la meta è diametralmente opposta al punto di partenza e si rapporta ad esso attraverso una linea retta, che ben esprime quella radicale opposizione evidenziata dal punto a) e c) del viaggio-metafora, di cui s’è detto sopra. Una linea retta che non può però essere il tracciato del percorso, in quanto appena imboccata rimanda subito (a causa di impedimenti e ostacoli di varia natura) ad un itinerario contorto, fatto di continui sviamenti e ritorni, che solo dopo lunghe giravolte condurrà alla meta desiderata.

Ora, a ben vedere, il tracciato classico del labirinto è appunto frutto di un insieme di elementi lineari il cui incrocio e intreccio dà vita ad un percorso meandrico e contorto, che solo dopo svariate involuzioni perverrà al centro. Il tracciato del labirinto cretese, infatti, si ricava unendo gli estremi di una croce e dei quattro angoli retti, tracciati con l’apice rivolto verso il centro di essa, tra loro e alternativamente con quattro punti scelti sulla bisettrice degli angoli da destra a sinistra e viceversa (vedi fig. 1). La figura che si ottiene – non importa se si congiungano i vari punti con una linea curva o con una spezzata ad angoli di novanta gradi (le monete greche riportano entrambe le tipologie di labirinto, vedi fig. 2) – è quella di un corridoio che ha l’entrata in prossimità del piede della croce e il punto di arrivo, che il corridoio raggiunge dopo svariate giravolte e inversioni di percorso, in corrispondenza dell’apice della croce, che equivale grossomodo al centro dell’intera figura. Dunque il percorso labirintico articola un tracciato che ha il punto di partenza e il punto di arrivo distribuiti sugli estremi di un segmento, l’asse centrale di una croce, che non è percorribile direttamente, in quanto interrotto dai bracci della croce, che impongono un tracciato ben più lungo, complesso e contorto, anche se inevitabilmente tendente al centro o punto di arrivo[15].

Sembra dunque che la grafica del labirinto classico ben si addica a quella che abbiamo definito essere la geometria del viaggio-metafora medievale, in quanto esprimerebbe le due componenti essenziali di essa: la linearità e la tortuosità o meandricità del cammino, intesi come elementi non escludentisi, bensì complementari e coessenziali all’aspetto metaforico del viaggio.

La «Navigatio Sancti Brendani»

Proviamo a verificare ciò relativamente a quello che è il percorso descritto dalla Navigatio Sancti Brendani, un testo redatto tra il IX e il X secolo, probabilmente nella Lotaringia, senza dubbio fortemente influenzato dal genere letterario degli Imram irlandesi, narrazioni di viaggi avventurosi per mare[16]. Si tratta di un’opera che ha avuto un enorme diffusione lungo tutto il Medioevo: la Grignani segnala circa 120 manoscritti latini tra il X e il XVII secolo, a cui vanno aggiunte versioni volgari già a partire dal XII secolo. Se si tiene conto poi del «suo carattere di epica cristianizzata fruibile a scopo edificante nelle prediche»[17], non si può non concordare sul fatto che il racconto del viaggio fantastico di san Brendano verso il paradiso terrestre fosse largamente diffuso, non solo in ambienti dotti, ma anche in ambienti popolari, sia pure ad un livello superficiale[18]. Del resto, secondo il Magnani: «tra i molti lettori delle avventure di Brandano ne va annoverato uno d’eccezione, Dante Alighieri, che dalla Navigazione trasse probabilmente motivo d’ispirazione per la Divina Commedia» e precisa anche che «Dante non attinse a un episodio in particolare, ma dovette ricavare spunti e suggestioni di carattere generale. Letta in chiave allegorica, anche la Navigazione rappresenta un viaggio verso la redenzione, simboleggiata dalla paradisiaca Isola dei Beati, includendo anche il passaggio attraverso le regioni infernali»[19]. L’ipotesi è interessante, perché viene a sottolineare il fatto che Dante sarebbe stato influenzato, non tanto da singoli particolari e situazioni narrate, che, vista la loro matrice prevalentemente celtica, erano ormai lontani dalla sensibilità del suo tempo e del suo ambiente, ma dall’iter «allegorico» della Navigatio, che comporta la discesa agli inferi per raggiungere la «redenzione». Se a ciò si aggiunge che la Navigatio non risente solo delle suggestioni degli Imram irlandesi, ma anche degli Itinera Hierosolymitana e di diversi scritti agiografici, è possibile considerare tale testo anche «vicino» e consono all’immaginario del pellegrino medievale e comunque un modello fondamentale per la comprensione del viaggio-metafora di cui s’è detto all’inizio[20].

Ora, riguardo alla narrazione che la Navigatio fa del viaggio di Brendano, Margherita Lecco, afferma che tale viaggio «si divide in una parte che si potrebbe definire fissa, le cui tappe si ripetono nel tempo, e in una mobile, dove compaiono luoghi toccati una sola volta»; pertanto «il viaggio non può essere diretto, né svolgersi lungo una linea retta». Il che porta la studiosa a concludere che: «in queste narrazioni, che propongono appunto trame di viaggi difficili, condotti per vie tortuose, si rispecchia il complesso mitico, e simbolico, del labirinto»[21]. Senza dubbio la studiosa, accennando al parallelo tra la Navigatio e il percorso labirintico, ha in mente principalmente la parte di narrazione più avventurosa, quella in cui la navigazione diviene casuale e fitta di scoperte ed incontri strabiglianti e meravigliosi. Ciò è senz’altro, come vedremo, vero e incontestabile, ma forse il parallelo tra il racconto della Navigatio e i percorsi labirintici può essere dimostrato anche a partire dalla struttura «fissa» e lineare, anzi dal suo compenetrarsi a quella meandrica ed avventurosa. Da quanto si è detto sopra, infatti, la geometria della grafica del labirinto classico risulterebbe proprio dalla combinazione di queste due componenti geometriche.

La Navigatio presenta infatti, in prima battuta, il viaggio nel Paradiso terrestre come iter lineare. La narrazione si apre con la visita a Brendano del nipote Barindo, il quale narra del suo viaggio nell’Aldilà in compagnia di Mernoc. Barindo e Mernoc navigano «verso occidente» sino all’isola chiamata «Terra Promessa dei Beati»; dopo aver attraversato un banco di nebbia, entrano in una zona di luce, nella quale avvistano «una vasta terra coperta di vegetazione e di frutti». Sbarcano e si inoltrano in essa a piedi, «percorrendola per quindici giorni», senza riuscire «a raggiungere l’estremità opposta», fino a che un fiume non sbarra loro la strada. Apprenderanno da «un uomo avvolto di luce» che in quel punto sono nel centro dell’isola e che non gli è permesso andare oltre. Ai viandanti non resterà che intraprendere la via del ritorno[22]. Tutto nella narrazione lascia intendere un iter lineare: l’attraversamento del banco di nebbia, talmente fitto che non permette ai naviganti di distinguere la poppa dalla prua della nave e che pertanto renderebbe inutile ogni cambiamento di rotta, il facile approdo sull’isola e il loro «inoltrarsi» in essa per quindici giorni, fino a raggiungerne il centro.

Più complesso ed articolato risulta invece il viaggio di Brendano, che pure ha la stessa meta di quello di Barindo e Mernoc. Brendano dovrà restare in mare per ben sette anni e solo al termine di tale periodo attraverserà la nube di nebbia che circonda a distanza la Terra Promessa dei Beati per approdare su essa. Prima di questo momento approderà ad intervalli regolari, in occasione dei vari momenti dell’anno liturgico, in quattro isole, sempre le stesse, per ogni anno di viaggio: l’Isola delle Pecore giganti, Giasconio, che in realtà è un enorme pesce che lascia emergere il suo dorso dalla superficie del mare, l’Isola del Paradiso degli Uccelli e l’Isola in cui vive la Comunità di Sant’Albeo. Ora, anche queste quattro isole sembrano, da alcuni riferimenti geografici forniti dal testo, essere allineate verso occidente, cioè verso la direzione originaria cui Brendano ha fatto vela. Nessun dubbio per l’Isola del Paradiso degli Uccelli in relazione a quella delle Pecore giganti. Quest’ultima si trova: «doppiato la sua [dell’Isola delle Pecore giganti] punta occidentale» «quasi congiunta» alla prima, «separata solo da un breve tratto di mare»[23]. Meno evidente sembra essere la posizione dell’Isola della Comunità di Sant’Albeo. Infatti essa si trova ben più distante dalle altre isole, a otto mesi di navigazione da esse[24]. Non solo, ma Brendano e i suoi monaci, partiti dall’Isola del Paradiso degli Uccelli per raggiungere l’Isola della Comunità di Sant’Albeo, vengono «sballottati qua e là per le distese dell’oceano»[25]. Qui l’autore della Navigatio inizia ad introdurre quella che sarà la rotta consueta della seconda parte della narrazione: un navigazione scarsamente controllata e fatta di continui cambiamenti di rotta. Tuttavia al momento di lasciare l’Isola della Comunità di Sant’Albeo, sempre seguendo una rotta imprecisa e dopo essersi riforniti d’acqua e di viveri all’isola dell’acqua soporifera, l’autore precisa che «fecero rotta nell’oceano in direzione nord»[26], scostandosi cioè di novanta gradi dall’asse della navigazione originaria. «Ma dopo tre giorni e tre notti il vento cadde e il mare pareva quasi essersi solidificato quanto era calmo». Brendano ordina ai suoi monaci di tirare i remi in barca e di issare la vela, in attesa che Dio mandi un vento che indirizzi la navigazione. E così fu: «Dio fece nuovamente alzare un vento favorevole, da ovest verso est», che soffiò fino a quando non raggiunsero nuovamente l’Isola delle Pecore giganti[27]. Nuovamente un’inversione di novanta gradi rispetto alla navigazione verso nord. Ciò significa che, rispetto alla rotta iniziale (verso occidente), Brendano, giunto alla fine del primo anno e trascorso il Natale nell’Isola della Comunità di Sant’Albeo, deve invertire la rotta per ritornare all’Isola delle Pecore giganti, prima delle quattro tappe del suo viaggio ciclico. Dunque anche l’Isola della Comunità di Sant’Albeo deve trovarsi ad occidente rispetto a quella del Paradiso degli Uccelli, che a sua volta si trova ad occidente di quella delle Pecore giganti. Conferma di ciò ci viene anche dall’incontro col mostro marino che Brendano e i suoi hanno avuto, dopo la Pasqua del secondo anno, lungo il tratto di mare che separa l’Isola del Paradiso degli Uccelli da quella della Comunità di Sant’Albeo. Anche questa volta il loro navigare è un vagare impreciso per quaranta giorni, ma subito dopo questa indicazione di rotta il testo della Navigatio introduce il racconto del mostro marino che minaccia l’imbarcazione di Brendano: «un giorno apparve dietro di loro in lontananza un mostro gigantesco, che soffiava bava dalle narici e solcava velocissimo le onde come se avesse intenzione di divorarli», ma Brendano invoca l’aiuto divino e «un enorme creatura proveniente da occidente, passò loro vicino andando ad affrontare l’altro mostro»[28]. Come risulta evidente la narrazione sottintende una navigazione di Brendano e dei suoi monaci ancora una volta verso occidente.

Meno semplice pare determinare la posizione di Giasconio, l’isola balena o pesce, e non per la sua natura di essere animato, bensì per una certa contraddittorietà delle indicazioni forniteci dal testo. Essa è localizzata «vicina» a quella delle Pecore giganti, tanto che da essa la si vede distintamente[29]. Dall’Isola delle Pecore giganti, o almeno dalla posizione in cui i monaci guidati da Brendano sono approdati, non si vede invece la terza isola che visiteranno ogni anno, quella del Paradiso degli Uccelli, che, come già detto, è «posta ad occidente non lontano da questa [delle Pecore giganti]». In effetti l’imbarcazione di Brendano, lasciata l’isola balena, naviga sotto costa dell’Isola delle Pecore giganti e «doppiata la sua punta occidentale, videro quasi congiunta un’altra isola»[30]. Fin qui nessun problema: l’isola balena potrebbe essere localizzata a sud o a nord o, meglio ancora, a sud-est o a nord-est rispetto all’Isola delle Pecore giganti, in modo tale che la forma e la dimensione di questa impedisca la vista dell’isola del Paradiso degli Uccelli, che si trova ad occidente dell’Isola delle Pecore giganti. Ma non è così: al settimo anno Brendano e i suoi ripartono, come di consueto, dall’Isola delle Pecore giganti per trascorrere la notte del Sabato santo su Giasconio, l’isola balena, che «trovarono […] al solito posto». Questa volta però, al mattino della Domenica di Pasqua, sarà Giasconio a trasportare, «nuotando dritta», i naviganti sull’isola del Paradiso degli Uccelli[31]. Anche Giasconio si trova ad occidente? Ma allora da essa dovrebbe vedersi l’isola del Paradiso degli Uccelli. Oppure il suo spostamento rettilineo dell’ultimo anno è da intendersi su un asse obliquo e non alla lettera. Il problema dell’allineamento di Giasconio può però non essere così fondamentale, in quanto l’isola balena, così vicina fisicamente e idealmente a quella delle Pecore giganti, sulla quale i naviganti si recano a celebrare la veglia del Sabato di Pasqua e il mattino della domenica di Resurrezione, potrebbe essere considerata quasi un’appendice della prima, sulla quale Brendano e i suoi monaci celebrano ogni anno le ricorrenze pasquali fino al Venerdì santo.

Ha ragione Magnani che sostiene che la Navigatio «non appartiene tanto alla geografia, ma piuttosto alle sconfinate regioni della fantasia, del mito e della letteratura»[32]. Il viaggio di Brendano sembra seguire più un’astratta geometria simbolica che una rigorosa e realista o verosimile spazialità geografica[33].

E’ nel contesto di tale geometria simbolica che le quattro tappe cicliche del viaggio di Brendano risultano allineate lungo un’ideale freccia del tempo che va dall’incarnazione alla morte e resurrezione di Cristo. Una freccia del tempo che l’uomo-monaco deve percorrere-celebrare ciclicamente durante la sua esistenza-navigazione terrena se vuole raggiungere l’isola-salvezza.

Insomma, anche nella Navigatio il percorso sembra contenere elementi di linearità che pongono la meta come diametralmente e radicalmente opposta al punto di partenza; elementi che abbiamo visto essere contenuti nel viaggio come metafora rigenerante e al tempo stesso quali parti strutturali della rappresentazione grafica del labirinto, unitamente a linee meandriche. Linee meandriche che, come abbiamo già anticipato considerando lo studio della Lecco, sarebbero ampiamente presenti anche nella Navigatio.

Una rotta contorta, dovuta ad una navigazione che si abbandona al mutare del vento, viene introdotta già dal primo anno, nel tratto di mare che separa l’isola del Paradiso degli Uccelli da quella del monastero di sant’Albeo. Si è già ricordata più sopra l’espressione «sballottati qua e là per le distese dell’oceano». Analogamente, al momento di ripartire dall’Isola di sant’Albeo, Brendano e i suoi compagni «vagarono per mare sino all’inizio della quaresima»[34]. Una rotta confusa e fatta di continue inversione diviene poi dominante nella seconda metà del testo della Navigatio, dove le avventure, i prodigi ed i pericoli si moltiplicano a complicare e rendere difficile il viaggio. La nave di Brendano perlopiù «vaga» ed asseconda i venti ed il loro mutare[35]. L’espressione che forse meglio esprime questo tipo di rotta, e che ricorre diverse volte anche nelle versioni volgari edite dalla Grignani[36], è che la nave era «sballottata in qua e in là»[37], che ben esprime la continua inversione di rotta che porta l’imbarcazione ad avvilupparsi e ad avvolgersi in un groviglio direzionale confuso e, pertanto, labirintico[38].

Parrebbe dunque che l’iter della Navigatio si componga, nelle mente del suo autore, a partire dalla grafica del labirinto classico o, comunque, dalla fusione di tratti rettilinei di percorrenza con tratti contorti e tutt’altro che lineari. Fusione che trova il suo punto di massima coesione nella natura ciclica del viaggio di Brendano, così come circolari nell’insieme erano la maggior parte delle rappresentazioni grafiche del labirinto classico e medioevale.

Interessante, a tale proposito, può essere ricordare i lavori, a carattere geometrico-matematico, condotti da Anthony Phillips, che ha classificato i labirinti di tipo cretese numerando da 0 a n i vari livelli circolari dalla circonferenza al centro per cui la sequenza di percorso associata ad un labirinto ad 8 livelli risulta essere 032147658; le sequenze numeriche 321 e 765 ben rappresentano il fenomeno di regressione nel percorso verso il punto d’entrata o di partenza[39]. Ciò richiama strutturalmente il viaggio di Brendano che, nonostante il suo procedere verso occidente, si ritrova all’inizio di ogni anno e per sette anni consecutivi, dopo una fase di navigazione tutt’altro che lineare, al punto di partenza.

Ma tra la Navigatio e l’iter labirintico non esistono solo analogie di tipo strutturale, bensì anche contenutistico. L’intera opera è infatti pervasa dal carattere di prova iniziatica, che, per raggiungere uno stato di radicale trasformazione (la dimensione paradisiaca, attestata dal profumo di cui sono impregnati gli abiti di Barindo[40]), deve affrontare ogni tipo di pericolo, non ultimo il confronto con le forze infernali (il Minotauro medievale che si annida e si nasconde nel mondano), cui Brendano tiene testa eroicamente con la forza della sua santità[41]. Ma, a parte il tono generale della narrazione, è forse possibile individuare nella Navigatio alcuni particolari contenutistici che rimandano in modo piuttosto puntuale sia alle realizzazioni grafiche medievali del labirinto sia al complesso mitologico cristianizzato che si collegava ad esse.

Vediamone almeno un paio. Abbiamo già detto che la direzione assunta all’inizio del viaggio sia da Barindo che da Brendano è l’ovest. Tuttavia, al momento di far rotta verso l’Isola dei Beati, Brendano navigherà «verso oriente», il punto in cui sorge il sole[42]. La cosa risulta spiegabile a partire dal fatto che i mappamondi medievali collocavano solitamente il Paradiso terrestre in alto, in corrispondeza dell’est[43]. Ma perché, come fanno i testi volgari pubblicati dalla Grignani rispetto al viaggio di Barindo di cui s’è detto, non far assumere sin dall’inizio la rotta verso est, visto che la meta del viaggio è il Paradiso terrestre? Certamente l’ovest, in quanto opposto all’est, luogo della luce, evocava le tenebre mondane, la lontananza da Dio. Tuttavia lo stesso significato simbolico avrebbe ugualmente retto considerando l’ovest quale punto di partenza, da cui ci si allontana verso la luce. Perché complicare la già poco chiara rotta di Brendano con una ulteriore inversione di direzione di centottanta gradi? Forse la cosa si spiega a partire dal fatto che quasi tutti i grandi labirinti delle cattedrali medievali sono collocati in corrispondenza del portale ovest, così come i labirinti tracciati sui manoscritti, che sono serviti a modello di quelli delle cattedrali, hanno, per la quasi totalità, l’entrata in basso, cioè, secondo la cartografia medievale, ad ovest[44]. Il navigare di Brandano verso ovest alluderebbe dunque all’ingresso nel labirinto, attraverso il quale è possibile, se si superano le prove[45], raggiungere la rigenerazione e la salvezza. Si va ad ovest per raggiungere l’est insomma, dove l’ovest e l’est hanno una valenza più simbolica che non reale e geografica, così come tutta la cartografia medievale[46]. Se l’autore della Navigatio non poteva conoscere i grandi labirinti delle cattedrali, poteva però senz’altro aver avuto sottomano manoscritti con rappresentazioni grafiche di labirinti.

Analogamente, l’elemento acquatico entro il quale si svolge il viaggio di Brendano è senza dubbio da attribuire al fatto che il viaggio è pensato a partire dall’Irlanda, patria di Brendano, ed al fatto che in gran parte, come s’è detto, si ispira agli Imram. Tuttavia l’elemento marino e marinaro è parte essenziale nell’apparato mitologico legato al labirinto, anzi secondo Kern il collegamento tra abissi marini e labirinto sarebbe alquanto radicato e profondo nell’idea stessa di percorso labirintico inteso come percorso rigenerante. Afferma infatti lo studioso: «la via verso l’interno [del labirinto] simboleggia al tempo stesso anche la via verso il basso e l’uscita vittoriosa dal labirinto può essere paragonata al riemergere dalla superficie del mare»[47]. La cosa è senza dubbio confermata dalle Trojaburg nordiche, enormi labirinti di tipo cretese che sorgono all’aperto, perlopiù in prossimità delle spiagge o su isole, in area scandinava. Di esse non si sa molto; certamente risalgono ad epoca precristiana e dovevano essere spazi dedicati a riti o danze ritualistiche collegate alla propiziazione della pesca, della fertilità o a riti funebri[48]. Certo è che «ricorre dunque quasi sempre l’associazione del labirinto con il mare e i marinai: una coincidenza che forse è dovuta al caso e forse no»[49]. Ma non basta, la navigazione di Teseo è espressamente ricordata dai labirinti tardo antichi: il labirinto di tipo romano (200-250 d.C.), ormai quasi completamente perduto, di Susa, in Tunisia, rappresentava la nave di Teseo alle porte del labirinto; sempre la nave di Teseo è raffigurata anche nella cornice di un altro labirinto romano a mosaico (275-300 d. C.), ritrovato a Loig, presso Salisburgo, e oggi conservato a Vienna[50]. Del resto, ancora nel 1600, una xilografia dell’Hypnerotomachia Polophili di Francesco Colonna, opera composta nel 1467, rappresenta un labirinto d’acqua, con barche che percorrono i canali, descritto nel primo libro dell’opera quale simbolo della vita umana[51]. Interessante, per la sua ricchezza di elementi, risulta essere anche il labirinto musivo di San Michele Maggiore a Pavia, risalente alla prima metà del XII secolo, alla cui destra era raffigurato il mare con i suoi abissi che tanto stimolavano la fantasia dei medievali[52].

Ma il collegamento tra l’elemento acquatico della Navigatio ed il percorso labirintico può essere indagato in modo forse più approfondito e puntuale grazie al racconto, presente in essa, dell’Isola Balena o Giasconio. Già s’è detto dell’Isola Pesce o Isola Balena sulla quale i monaci e Brendano trascorrono il Sabato di Pasqua e parte della Domenica. Essa si presenta ai naviganti in modo tutt’altro che allettante: «sassosa, priva di erba. La vegetazione era in genere scarsa e mancava la sabbia sulla riva»; Brendano è il primo ad accorgersi del pericolo, infatti resta sulla barca, ma senza allertare gli altri per non «terrorizzarli». Tuttavia lo spavento non tarda a venire: il mattino della Domenica di Pasqua, dopo aver celebrato la messa, i monaci «mentre erano intenti ad alimentare il fuoco con la legna, e la pentola già bolliva, improvvisamente l’isola si mise a tremare», causando «una gran paura» ai fratelli di Brendano, che apprendono da lui che non di isola si tratta ma di «un pesce. […] la più grande di tutte le creature che vivono nell’oceano»[53]. Il racconto non è insolito nella mitologia nordica: nella Saga di Oddr della Freccia i compagni di viaggio del protagonista sbarcano su una di queste isole-mostro ed essa si immerge trascinandoli negli abissi[54]. In realtà, per la presenza del fuoco quale elemento scatenante l’irrequietezza dell’animale, l’isola pesce della Navigatio è piuttosto da accomunare a un topos narrativo, diffuso nel Medioevo e in età tardo antica: presente nell’ Pseudo-Callistene del III secolo e nelle versioni più antiche del Physiologus (VIII secolo), che Ferruccio Bertini, sulla scorta del materiale raccolto ad inizio secolo dalla Frobenius, considera una variante della tipologia di racconti che alludono alla balena o mostro marino inghiottitore, di enorme fortuna nella favolistica[55]. L’interessante per il nostro discorso è che Bertini nell’analizzare il Within piscator di Letaldo di Micy, un testo peraltro del X secolo, dunque grossomodo contemporaneo alla Navigatio, in cui si narra di un pescatore, di nome Within, inghiottito da un mostro marino che egli riuscirà a sconfiggere uscendo, quasi incolume dalle sue viscere, sottolinea che si tratta di «un importante documento delle complesse relazioni intercorrenti nel Medioevo fra la tradizione orale e la tradizione colta scritta»[56]. Contemporaneamente, nell’analizzare le componenti dotte del testo, riconosce che «la matrice della storia è orale e britannica, ma il racconto popolare, abbellito con il linguaggio dell’epica classica, è stato fuso con materiale tratto dai commenti al libro di Giona»[57]. Tale fusione non è soltanto perché l’autore del poemetto è un religioso, ma soprattutto perché l’origine del racconto di Giona e di quello di Wihit sono da ricercare nel fatto che «l’inghiottimento e l’eruttazione sono […] due momenti di un rito di iniziazione che conferiva facoltà magiche e poteri particolari all’iniziando […] non per nulla Giona, dopo aver dimorato nel ventre della balena, che simboleggia il regno della morte, dell’altro mondo, acquisisce il dono della profezia»[58]. Ma di rito di iniziazione, come si è già accennato, si parla anche a proposito del mito del Minotauro e del labirinto, anzi Santarcangeli, citando Kuhn, associa questo aspetto addirittura già ai labirinti di età preistorica[59]. La navigazione dunque, coi suoi pericoli reali e le angosce che essa scatenava nel Medioevo, come metafora dell’iter rigenerante, della prova iniziatica che rigenera e fa rinascere l’eroe. La figura di Giasconio risentirebbe dunque del topos del pesce-labirinto, che inghiotte o trascina negli abissi infernali, ma sul quale si celebra la Pasqua, momento della vittoria di Cristo sul peccato originale, che fa sì che l’uomo possa nuovamente raggiungere la salvezza: non si dimentichi che, come già detto, sarà Giasconio a portare durante l’ultimo anno di navigazione Brendano e i suoi monaci nell’isola del Paradiso degli Uccelli, rivelando cosi la sua duplice natura, negativa e positiva allo stesso tempo[60].

Insomma, alla base delle analogie tra percorso labirinto, Navigatio e idea del viaggio-metafora, espressa dai primi due, vi sarebbe un archetipo comune, fondato su riti iniziatici e legati all’idea di morte-rigenerazione fortemente radicato nell’immagianario umano, anche a livelli di cultura orale[61]. Non si vede come il pellegrino medievale, che, come s’è detto all’inizio, si trovava a vivere concretamente l’esperienza del viaggio e del faticoso e rischioso cammino verso i luoghi santi, potesse essere estraneo a tale archetipo. Ma andiamo per gradi, e vediamo se la presenza di tale archetipo possa essere suggerita anche dall’analisi delle rappresentazioni grafiche che il labirinto ha assunto durante il Medioevo.

I labirinti delle chiese medievali

Il Medioevo recepisce la figura del labirinto in un primo tempo nell’ambito delle miniature dei manoscritti[62]. Non sembra che la fonte dei primi labirinti tracciati su pergamena siano i mosaici romani: essi ricordano piuttosto il tipo cretese assunto probabilmente da monete, manoscritti o graffiti[63]. La tendenza degli amanuensi e dei miniatori medievali sembra però da subito quella di regolarizzare i meandri circolari del labirinto greco attorno al centro del disegno, tondeggiante o poligonale che sia. La cosa è già evidente nell’Evangelienharmonie di Otfid di Weissemburg, composto tra l’863 e l’871 o nel manoscritto miscellaneo, contenente tra l’altro il Martyrologium di Vandelberto di Prüm, redatto nell’850 a San Gallo[64].

Sembrerebbe che questo tipo di labirinti si ispiri non solo al modello cretese per il suo andamento meandrico, ma anche al genere dei cerchi concentrici con segni rettilinei che congiungono l’esterno del cerchio maggiore con il centro di quello minore di origine preistorica, o più genericamente con la spirale, pure diffusa nell’iconografia rupestre[65] (fig. 3). Santarcangeli ipotizza contatti della civiltà cretese con l’Europa centrale, ma non disdegna neppure l’ipotesi di una «stessa temperie emotiva» che conduce civiltà distanti e assolutamente diverse fra di loro ad associare figure meandriche e labirintiche a mostri cornuti[66]. Ipotesi interessante per il nostro discorso, in quanto sia l’una sia l’altra avvalorerebbe l’idea che alla base delle figure labirintiche, sia narrate dalla letteratura sia raffigurate dall’arte, vi sarebbero una serie di concetti e contenuti che si sono, per così dire, «ossificati», dei veri e propri «fossili culturali rimasti immutati da tempi antichissimi», su cui si sarebbero, col tempo, innestate aggiunte e varianti con precisi significati ideologici[67]. A parte gli esempi che Santarcangeli ricava da Kühn[68], si può citare al riguardo un interessante graffito della Valle di Fontanalba, presso il Monte Bego nel parco del Mercantour (tra le Alpi Marittime e le Alpi dell’Alta Provenza). La zona è ricca di incisioni rupestri risalenti perlopiù al periodo preistorico, ma il sito è stato sicuramente frequentato anche in età medievale e moderna[69], che per il 71% riproducono, in diverse circostanze e con varie associazioni di immagini, il bovide, con evidenti e marcate corna. Una di esse, al sito contrassegnato col numero XIX della Valle di Fontanalba, rappresenta un bovide, visto dall’alto, le cui corna si prolungano fino ad avvolgere l’animale e a chiuderlo in una forma circolare. Un terzo corno (il bove a tre corna o con un pugnale tra le corna non è insolito tra le incisioni del Monte Bego[70]), tracciato parallelamente agli altri due, si prolunga anche lui, fino ad avvolgere l’animale in un secondo motivo circolare. Il tutto è ancora richiuso da un marcato cerchio, dalla circonferenza del quale parte un segno lineare che si congiunge ai due primi cerchi. Un segno lineare è poi tracciato all’esterno dell’ultimo cerchio, verso una zona indefinita (vedi fig. 5). Il motivo richiama, sia per forma che per contenuto, il labirinto inteso come prigione-abitazione del mostro-divinità di forma taurina. Al riguardo Dufrenne non ha dubbi: «cette composition s’apparente à un labyrinthe simplifié dont le motif corniforme central rappelle l’image du Minotaure» e siccome «il parait peu probable que le mythe grec soit antérieur aux motifs protoistoriques figurant un labyrinthe. Il faut certainement considérer davantage une idée originelle commune au mythe et aux motifs protohistoriques»[71]. Almeno in questo caso, secondo Dufrenne, ci troviamo di fronte ad un evidente esempio di forma archetipa di labirinto, che ci dimostra quanto radicata e primitiva sia l’idea di percorso labirinto nell’immaginario umano. Purtroppo dalla semplice immagine graffita del Monte Bego non è possibile fare alcuna illazione circa le connotazioni ideologiche associate ad una simile figura, ma l’analogia grafica è veramente sorprendente. Del resto cervidi e bovidi associati a forme a cerchi concentrici sono, ad esempio, rintracciabili anche in area galiziana (fig. 6)[72]

Ma torniamo ai labirinti di epoca medievale. Oltre al motivo iconografico, le altre informazioni di cui il Medioevo disponeva circa il labirinto gli venivano dall’antichità classica attraverso la mediazione di Isidoro da Siviglia. Nelle Ethymologiae infatti Isidoro ricorda la natura bestiale del Minotauro (toro e uomo) e il fatto di essere rinchiuso nel labirinto. Parla della forma del labirinto e specifica che è impossibile uscire da esso senza l’aiuto di un filo, alludendo al mito di Teseo e Arianna[73]. Al Medioevo non restava che commentare e rileggere in chiave cristiana tali informazioni, già selezionate da Isidoro nel senso di una loro cristianizzazione. Il Minotauro, a volte raffigurato come avente corpo umano e testa taurina e a volte con corpo di bestia e tronco umano[74], viene demonizzato: rappresenta il male, il diabolico che è dentro di noi, nella nostra natura perversa o nel mondo, di cui il labirinto diventa l’immagine, come lo era già presso la tradizione romana[75]. Un codice miscellaneo, la cui copertina del X secolo raffigura appunto il labirinto con al centro il Minotauro, rappresenta il mostro cretese, assiso in trono, quale principe del mondo[76]. Ma anche quando il Minotauro è rappresentato col volto umano esso è spesso coronato da evidenti corna[77]. Anche Teseo non è dimenticato: spada in pugno e gomitolo di filo nell’altra mano, si accinge alla dura prova di affrontare il Minotauro[78]. Senza dubbio egli è il simbolo della lotta contro il male: l’uomo che deve vincere la bestia che è in sé per raggiungere la salvezza, o Cristo stesso che viene a liberare il mondo nel quale ha sprofondato Lucifero dopo la rivolta degli angeli. Curioso il fatto che in un codice del De rerum naturis di Rabano Mauro, copiato nel 1425, all’imbocco del labirinto il miniaturista abbia raffigurato un monaco con una verga sollevata in direzione di essa: anche la santità della vita monastica vince il male? Più interessante per il nostro contesto risulta invece la miniatura di un Libro degli esempi islandese, della prima metà del quattrocento, che all’imboccatura di un labirinto raffigura uno dei Re Magi recante la propria offerta. Kern non azzarda ipotesi sulla connessione delle due figure, ma si potrebbe forse almeno pensare che il labirinto sia in relazione al percorso fatto dai tre re orientali, guidati dalla stella-filo di Arianna, per adorare Cristo: dunque che in qualche modo, in questo caso specifico, il labirinto sia in connessione con l’idea di un percorso-prova di tipo devoto.

A partire dal X secolo poi la grafica del labirinto medievale assume il simbolo cristiano per eccellenza: la croce. Essa era già alla base della composizione del labirinto cretese, ma l’esigenza di regolarità, che abbiamo visto essere tipica del primo apparire della figura labirintica nel Medioevo, aveva fatto sì che essa fosse sacrificata in favore della regolarità geometrica del centro, che abbiamo visto derivare forse dalle primitive spirali o figure composte da cerchi concentrici. In ogni caso la croce ricompare già «nel X secolo con l’emergere del labirinto del tipo di Chartres, che con la sua struttura a croce annuncia in modo ancor più efficace il suo [della figura labirintica] legame col modo di pensare cristiano»[79]. Si pensa addirittura che il labirinto di un codice, che riproduce le Etymologiae di Isidoro da Siviglia composto nel 1072, sia servito come modello per quello musivo della cattedrale di Chartres[80](fig. 7). La cristianizzazione del percorso labirintico si può dire completata: la croce, simbolo di salvezza e rigenerazione, viene a sovrapporsi ai corridoi meandrici del labirinto in modo che il punto di incrocio dei bracci coincida con il centro; ciò che conferisce al labirinto medievale la sua originalità e specificità[81]. Originalità e specificità che pare scaturire da modelli antichi in qualche modo presenti ai miniatori medievali almeno quanto il modello classico greco del labirinto.

Da questo momento in poi, i pavimenti delle cattedrali, in particolare in area francese, adottarono spesso e volentieri decorazioni a labirinto. In area italiana il motivo non è assente, ma generalmente ha dimensioni ridotte[82]. Anzi il Medioevo rappresenta solo più il labirinto in luoghi sacri, al contrario dell’antichità romana che rappresenta labirinti esclusivamente sui pavimenti delle casi private; ciò a conferma del fatto che nell’immaginario medievale il labirinto assume un significato prettamente religioso[83]. Ora, se è vero, come afferma Gregorio Magno, che «gli ignoranti vedono nella pittura ciò che devono operare, in essa leggono coloro che non conoscono la lettura»[84], dal momento che i labirinti escono dalle pagine dei manoscritti (si ha una diffusione sistematica di labirinti musivi o parietali a partire dal XII secolo, anche se il primo esempio lo si trova fin dal 324 sul pavimento della basilica di Reparato a Orléansville) essi diventano fruibili alla moltitudine, che, come abbiamo già cercato di mostrare, poteva senza dubbio avere i prerequisiti per capirne, anche se vagamente, il messaggio. Del resto se qualcosa sfuggiva ai fedeli o aveva bisogno di essere richiamato alle loro menti, monaci e chierici erano al servizio delle chiese e dei luoghi di culto proprio per illustrare, per spiegare e, come s’è visto, per cristianizzare materiali e rappresentazioni che erano propri di un passato pagano, non estraneo a larghi strati della popolazione medievale. Ogni spiegazione costituiva dunque un arricchimento ed una rilettura di strutture che, su suggerimento di Donnà, abbiamo definito «ossificate», creando così nuovi apporti e nuovi materiali che, utilizzati in nuove raffigurazioni erano a loro volta destinate all’«ossificazione». Insomma ci sarebbe un intenso scambio, un’«osmosi» appunto, tra la cristianizzazione di un’immagine e la sua evoluzione formale.

Il labirinto e il pellegrino medievale

Ora, se ciò che s’è detto può avere un fondo di verità relativamente all’immaginario medievale in genere, tanto più sembra averlo per il pellegrino del Medioevo che non solo partecipa della mentalità del suo tempo ma sperimenta, come già ricordato, in modo diretto e concreto il viaggio, il cammino con tutti i suoi pericoli, le sue fatiche e le sue insidie[85]. Insomma, il pellegrino, forse più di tutti, di fronte alla figura enigmatica del labirinto, raffigurata sui muri o sui pavimenti delle chiese, era, anche grazie alla già accennata ancestralità di tale simbolo, nelle condizioni di poter più che mai capire, anche solo vagamente, il messaggio.

La cosa sembra essere data per scontata da più versanti, non solo la famigliarità del labirinto con gli ambienti e i contesti legati al mondo dei pellegrinaggi è riconosciuta da studiosi del settore, ma anche da ricercatori con diversi e disparati interessi. Se per Renato Stopani «i labirinti avevano la stessa funzione delle mappe itinerarie: surrogare l’esperienza del viaggio reale»[86], alla stessa conclusione perviene anche la studiosa di labirinti Maria Luisa Reviglio della Veneria quando afferma che «la rilettura cristiana del Medioevo trasforma il mito pagano del labirinto in un cammino penitenziale di salvezza dell’anima. Cammino che simula un pellegrinaggio a Gerusalemme quando lo si percorre in ginocchio seguendo le circonvoluzioni dei grandi labirinti pavimentali delle cattedrali di Chartres e di Amiens»[87]. A conclusioni analoghe pervengono anche gli studiosi di petroglifi Anna Gattiglia e Maurizio Rossi, nell’esaminare un complesso di incisioni storiche presso Monpantero (Torino) (fig. 8), in cui compare, fra le altre figure, un crocefisso con in mano una croce astile associato ad alcune forme labirintiche. Per i due studiosi si tratta, con buona probabilità, di opere eseguite da pellegrini che riproducevano a memoria i crocefissi su tavola che avevano potuto ammirare lungo il percorso (Spoleto, Lucca: il Volto Santo, ecc.), ma anche il labirinto su pietra del portale della cattedrale di Lucca. L’anonimo autore delle figure sarebbe stato intenzionato a dare forma non solo ad un «oggetto di culto (la croce da altare), ma anche di un itinerario cultuale (il pellegrinaggio compiuto per visitare una certa immagine sacra)»[88].

Tesi scontata, se si pensa alla diffusione dei labirinti presso chiese e centri distribuiti lungo vie di pellegrinaggio. Basta scorrere il catalogo dei labirinti da chiesa edito da Kern per rendersene conto. A parte i grandi labirinti di area francese fra cui diversi coincidono con centri di pellegrinaggio o di forte transito di pellegrini, come Chartres e Tolosa ad esempio, pare che il binomio via di pellegrinaggio e labirinto interessi anche in Italia un ampio tratto della Francigena: Pavia, Piacenza, Pontremoli, Lucca, e Roma, sono tutti centri di transito di pellegrini che possiedono o possedevano labirinti, anche se di dimensioni ridotte.

Ma c’è di più, pare che lo stesso desiderio, diffuso tra i pellegrini in genere, di lasciare segni della loro presenza presso chiese e luoghi santi che visitavano, attraverso incisioni sui muri o su rocce limitrofe ai luoghi di culto, si sia abbastanza di frequente concretizzato anche in tracciati meandrici che ricordano vagamente il labirinto. Secondo Fabio Gaggia e Giorgio Gagliardi infatti lo schema del gioco del filetto, diffuso tra le incisioni storiche e conosciuto in occidente solo in età alto medievale, in alcuni casi e durante i secoli che vanno dal mille al millecinquecento, avrebbe assunto un significato simbolico molto vicino a quello del labirinto. «Il labirinto entrò nella simbologia cristiana medievale – dicono i due studiosi – e la sua estrema semplificazione è appunto il nostro filetto, che viene ingenuamente graffito dal popolo sulle pareti delle chiese e delle montagne» (fig. 9)[89]. In effetti il gioco del filetto è una forma diffusissima nei graffiti di chiese di età storica, e se è pur vero che poteva essere l’opera di devoti poco attenti alle funzioni, ma più propensi all’attività ludica e a passatempi ameni, è anche vero che esso non poteva essere stato tracciato per servire da base di gioco quando lo si trova inciso su pareti verticali (portali, esterni di abside o pareti in generale). Non solo, ma non è insolito che esso sia corredato di croci al centro o coppelle o, come nel caso del filetto grafito sul muretto adiacente la chiesa di San Fabiano (presso Verbania Suna), dal monogramma di Cristo (fig. 10)[90]. A ben vedere, nonostante la sua forma perlopiù quadrata, il gioco del filetto riprende abbastanza puntualmente gli elementi compositivi del labirinto medievale: la croce concentrica e i diversi corridoi anch’essi concentrici.

Se tale ipotesi è fondata, allora è possibile veramente concludere che il labirinto con tutto il suo apparato simbolico, più o meno cristianizzato, era un dato acquisito dell’immaginario del pellegrino e del devoto medievale in genere, non solo un simbolo della cultura dotta e gestito quasi esclusivamente dal clero, bensì uno di quei prodotti culturali alla cui definizione hanno concorso entrambe i livelli di cultura attraverso un intricato e complesso rapporto combinatorio e dialettico che, come abbiamo già ricordato, Zumthor ritiene essere alla base di molto del materiale che il Medioevo ci ha tramandato.

Resta, forse, un’ultima considerazione su cui riflettere: chiarita a grandi linee la fruibilità a diversi livelli del labirinto, quale simbolo dell’iter di salvezza e di rigenerazione-iniziazione, che ben si inquadra in modo cosciente e consapevole nell’esperienza del pellegrino medievale, ci si può interrogare anche circa la sua fruibilità a livello ritualistico e pratico, cioè come «Cammino – così la Reviglio della Veneria – che simula un pellegrinaggio a Gerusalemme quando lo si percorre in ginocchio»[91]. Certamente l’ipotesi della Reviglio della Veneria trova conferma nei grandi labirinti delle chiese francesi e in quelli su prato dell’area inglese[92]. In altre parole, il pellegrino medievale non si sarebbe solo accontentato di vedere rappresentata la sua esperienza nel labirinto, ma l’avrebbe anche ripetuta ritualisticamente in esso, arrivando forse a fare del labirinto il sostituto del pellegrinaggio reale. La cosa risulta intrigante, in quanto si tratterebbe di un’anticipazione di quei pellegrinaggi spirituali che tanta fortuna ebbero in età moderna e con l’affermazione della società borghese e degli Stati nazionali, che tendevano a ridurre o a concentrare il pellegrinaggio, limitandolo al pellegrinaggio locale (da svolgersi in tempi brevi) o a surrogarlo attraverso processioni, Vie crucis e pellegrinaggi spirituali (da compiersi mentalmente, con un apparato gestuale minimo)[93].

Come detto, sicuramente le dimensioni notevoli dei labirinti delle chiese francesi suggeriscono un loro utilizzo ritualistico, oltre che una loro funzione decorativa; ancor più la cosa pare evidente se si considerano i labirinti su prato dell’area inglese, spesso ubicati accanto a chiese. Esemplare al riguardo è il caso del labirinto su prato di Sneiton (Nottinghamshire), presso una cappella dedicata a sant’Anna del 1409. Le sue dimensioni erano notevoli: 15,5 metri di diametro con uno sviluppo del percorso di circa 500 metri. Tale labirinto fu distrutto nel 1797 e un disegno di metà dell’ottocento lo ricostruisce attribuendogli un uso penitenziale da parte dei chierici della cappella di Sant’Anna: l’autore del disegno infatti lo rappresenta con due religiosi che percorrono in ginocchio i suoi meandri, mentre recitano il rosario[94]. Sempre a metà dell’ottocento Louis Paris ci informa che il labirinto della cattedrale di Reims veniva percorso recitando preghiere contenute in un opuscolo, privo di anno di edizione, dal titolo: Stations au Chemin de Jérusalem, qui se voit en l’église de Notre-Dame de Reims. Il capitolo dei canonici deciderà di smantellare il labirinto nel 1778 perché il divertimento che i fedeli provavano nel percorrerlo era di disturbo[95]. Come pure smantellato nel 1768 sarà, per analoghi motivi, quello della cattedrale di Sens[96]. Addirittura per il labirinto del duomo di Lucca, con un diametro di soli 50 centimetri, vi è la curiosa testimonianza di Durand, anch’essa di metà ottocento (Annales archéologiques, 1857), secondo la quale egli stesso avrebbe visto i lucchesi ripercorrere col dito i meandri del labirinto raffigurato sulla lastra; lo studioso ne deduce che tale comportamento sia così antico da aver provocato la cancellazione del Minotauro che si trovava al centro del disegno[97].

A ben vedere però le testimonianze di un uso ritualistico dei labirinti da chiesa o da prato sono, tutto sommato, tarde, così come l’esigenza di sopprimerli a causa del degenerare di riti ad essi collegati: tutto fa pensare che tale apparato ritualistico a cui si fa riferimento relativamente al labirinto si sia sviluppato in età moderna, degenerando poi sulla scorta dell’evoluzione che la figura del labirinto ha assunto a partire dal XVI secolo in avanti quale gioco, curiosità o passatempo[98]. Significativa al riguardo la testimonianza del Durand, che vede di persona, a metà del XIX secolo, i lucchesi, suoi contemporanei, percorrere col dito il labirinto del duomo della loro città e ne evince immediatamente essere una prassi antica, tanto da aver consumato la presunta immagine del Minotauro al centro della tavoletta; ma antica quanto? Anche il libretto di preghiere legato al Cammino di Gerusalemme di Reims, sia pur non datato, ha, sin dal titolo, l’impronta e lo stile tipico dei libri di devozione moderna, orientati verso una devozione interiore e spirituale, che l’alto e il pieno Medioevo non conosce, prediligendo piuttosto una devozione pubblica, collettiva ed esteriore. Una testimonianza che può a prima vista, forse, lasciare perplessi viene, ancora una volta, dal versante dei graffiti. Nella cattedrale di Poitiers, eretta nel 1162, un graffito anonimo eseguito sul muro interno della navata laterale nord rappresenta il filo di Arianna o percorso di un labirinto sul modello di quello di Chartres. Tuttavia, anche in questo caso non si ha una datazione precisa e, soprattutto, non vi è più traccia del labirinto e mancano notizie precise sia sulla sua forma che sulla sua esistenza (Kern usa prudentemente il condizionale nell’inserirlo nel suo catalogo)[99]. Anche in questo caso, dunque, vi è una chiara attestazione di uso ritualistico dei labirinti da chiesa, nel senso che venivano percorsi, ma non un riferimento cronologico preciso circa il periodo in cui tale uso si sia generalizzato: l’autore del graffito potrebbe essere un moderno e potrebbe aver eseguito il disegno per puro passatempo o semplicemente perché attratto dal disegno labirintico, come nel caso di diverse incisioni per mano di devoti e pellegrini che visitavano luoghi santi e di culto in genere[100].

Con questo non si vuole escludere l’uso dei grandi labirinti delle chiese e su prato da parte dei fedeli e pellegrini medioevali, ma semplicemente si vuole esprimere un ragionevole dubbio circa il fatto che tale uso sia da considerarsi, in età medievale, una sorta di mimesi del pellegrinaggio, se non in casi sporadici. Di fatto un uso medievale regolare dei grandi labirinti è attestato, ma non nel senso di una fruizione personale ed individuale di essi, bensì in un contesto collettivo ed a scadenze ben precise. Si tratta di un gioco della palla che veniva celebrato dal vescovo o dal capitolo la Domenica di Pasqua. Esso è attestato a Auxerre (dove esiste addirittura un regolamento di tale gioco o danza risalente al 1396) e a Sens, espressamente collegato al labirinto, ma anche, indipendente da esso in altre località, Inghilterra compresa[101]. Riportiamo per intero la descrizione che di tale rito fornisce Kern: «all’inizio della cerimonia [un] canonico appena eletto – che come tutti gli altri partecipanti si era infilato in testa il cappuccio (almutia) – consegnò la palla al decano; questi cominciò allora a cantare la sequenza pasquale Victimae paschali laudes… di Vipone di Borgogna (m. dopo il 1048), afferrò la palla con la sinistra (ossia tenne la palla sul palmo della mano, dal momento che essa era tanto grande da non poter essere tenuta con una sola mano), e poi ballò al ritmo del canto sacro in un solenne passo triplo. Allora gli altri si presero per mano ed eseguirono una danza in tondo attorno al labirinto (circa daedalum) […]. Frattanto il decano porgeva o lanciava la palla ai partecipanti alla danza in cerchio, cosa da cui si può concludere che egli si trovasse all’interno del cerchio, e che quindi si muovesse lungo il labirinto, avvicinandosi ad alcuni sino a poter loro porgere la palla, e allontanandosi da altri sino alla distanza di lancio, e variando inoltre anche la sua direzione». La palla gli era poi restituita all’imbocco del labirinto e la danza riprendeva. Dalla dettagliata descrizione del rito che Kern ricava dalla Ordinatio de pila facienda del 1396, si evince che «la palla può essere considerata sicuramente un’immagine del sole, un segno del rinascere della natura in primavera», dunque un rituale pagano che solo come significato aggiunto poteva assumere quello di «un sole pasquale vittorioso, un segno della risurrezione di Cristo»[102]. L’origine pagana di tale gioco-danza non era sconosciuta: già nel 1021, a Kölbigk, i Sassonia, un gruppo di cotadini , che, in occasione delle festività natalizie, danzava entro un cerchio tracciato sul terreno, viene condannato a danzare initerrottamente per un anno intero[103]; più tardi, nel 1165, Jean Beleth, rettore dell’università di Parigi, condanna espressamente tali giochi-danze nel suo Rationale officiorum divinorum, condanna che viene ripresa dal vescovo di Mende, Guglielmo Durando, nel suo Rationale, composto tra il 1285 e il 1291. Kern fornisce prove che il gioco era ancora in uso nel 1471, anche se il clero di base cominciava a fare ostruzione circa la sua celebrazione. Una condanna esplicita di tale rituale verrà, ad opera del Parlamento, solo nel 1538, ma ad Auxerre si continua a praticarlo almeno fino al 1690.

In tale rito, più che un’anticipazione della devozione moderna, è da vedersi il permanere di quegli elementi precristiani, più o meno cristianizzati, che ci siamo sforzati di mostrare essere una componente non trascurabile di quello che fu il significato simbolico del labirinto nel Medioevo e che resero tale simbolo famigliare alle masse ed al loro immaginario. Sullo stretto legame, sin dal primo nascere del mito, tra labirinto e danza o rito collettivo concordano sia Santarcangeli che Kern[104]. Nessuna anticipazione della devozione moderna dunque e neppure il labirinto come veicolo attraverso il quale essa si afferma gradualmente. Il Medioevo ha visto nel labirinto cristianizzato l’immagine, il simbolo di un percorso iniziatico e di salvezza che, senza dubbio, ha letto anche, e forse soprattutto, come immagine del pellegrinare e della devozione ad esso collegata. L’uso ritualistico che ne ha fatto rispecchia però piuttosto il patrimonio culturale e ritualistico che l’antichità aveva collegato ai percorsi labirntici in genere, che non il trasferimento dell’esperienza reale del pellegrinaggio nell’ambito di una dimensione spaziale ridotta, al punto da ridursi ad un iter interiore e spirituale. Patrimonio culturale e ritualistico antico e precristiano che il Medioevo aveva cercato di cristianizzare, senza sempre riuscirci a pieno. Questo a causa di una Chiesa che non è ancora, se non nelle intenzione dei dotti e dei letterati, repressiva nei confronti della cultura popolare paganizzante, ma che, nella sostanza, cerca di adattare tale cultura popolare al pensiero cristiano ed assorbirla in esso, anche a costo di concessioni e compromessi[105].

Concludiamo con Stopani dunque che, dopo aver sottolineato la vicinanza tra pellegrinaggio medievale e figura labirintica, afferma: «proprio per far fronte alla ‘peregrinazione impedita’ si disegneranno in seguito sui pavimenti delle cattedrali perché, percorrendone in ginocchio il tracciato si riproponesse simbolicamente il lungo e faticoso cammino»[106]. Non sarà il labirinto medievale a preparare ed anticipare quel fenomeno moderno che va sotto il nome di «pellegrinaggio spirituale», bensì, come già accennato, la critica umanistica e protestante poi, con il conseguente ripensamento della devozione del pellegrinare di stampo controriformista, che introdurrà una religiosità sempre più interiore e soggettiva e sempre più attenta alla distinzione tra materiale e spirituale, che si approprierà del labirinto, dei grandi labirinti da chiesa, con la loro connotazione ritualistica, facendone dei Chemin de Jerusalem, dei percorsi interiori e spirituali che sostituivano il pellegrinaggio reale, specie quello di lunga percorrenza, perché non più compatibile con gli impegni imposti dalla moderna società borghese, e che creava masse di vagabondi difficilmente controllabili dai poteri sempre più consolidati dei moderni Stati nazionali[107].

Ma a questo punto il labirinto subirà delle trasformazioni, sia nel contenuto sia nella forma. Esso accentuerà sempre più il suo significato di rappresentazione del mondo e dei pericoli in esso contenuti; la sua valenza positiva, di rigenerazione iniziatica sarà sempre più offuscata dal crescente dualismo tra materiale e spirituale: ora è l’uscita dal labirinto, l’abbandono del mondo, ad essere momento essenziale e fondamentale, la salvezza è fuori e al di sopra del labirinto, non nel labirinto stesso inteso come prova iniziatica. Il pellegrino stesso diventa un simbolo, il simbolo dell’anima che si trova irretita nel mondo e nel corpo che solo il filo di Arianna della parola di Dio può guidare fuori dal dedalo pieno di insidie. Al riguardo è significativa l’incisione in rame, forse la prima a leggere il labirinto in tale chiave, pubblicata da Kern, apparsa nel 1632 ad illustrare la sesta edizione dei Pia desideria di Hermann Hugo[108]. In essa un pellegrino, posto al centro di un labirinto vagamente del tipo di Chartres, simbolo dell’anima umana afferra il capo di una fune, tenuta dall’altro capo da un angelo posto su una torre sopra un’altura al di fuori del labirinto; sarà questo messo divino a guidarlo fuori dal labirinto mondano, camminando non più dentro alle mura che formano il dedalo, ma, particolare significativo, sopra di esse: il pericolo è quello di cadere al di sotto e sprofondare nel mondo, dal quale si deve uscire, ma lo si può solo con l’aiuto esterno, un aiuto ultramondano (fig. 11). Anche questi labirinti entrarono nelle chiese, ma non più in quelle romaniche o gotiche. Un labirinto analogo, anch’esso vagamente ispirato al tipo di Chartres, decora la cappella del castello di Stetten, nel Remstal, consacrata nel 1682. Il dipinto risale probabilmente al 1680 e raffigura una fanciulla, anch’essa simbolo dell’anima, inginocchiata al centro di un labirinto, in atto di ricevere da una mano che esce da una nube al di sopra di lei una spada o un bastone, simboleggiante la parola di Dio[109]. Tale tipo di immagine avrà una discreta fortuna anche nel secolo XVIII[110].

Questo genere di immagini non sono più labirintiche, nel senso in cui lo erano i labirinti medievali, sono semplicemente raffigurazioni del labirinto, quale simbolo del mondo. Il fatto che questi labirinti conservino ancora la forma e la struttura del labirinto classico del Medioevo (quello di Chartres) è secondario e scarsamente rilevante. Di fatto, in questo genere di raffigurazioni, il labirinto è un oggetto della rappresentazione figurativa inserito all’interno di un asse compositivo che è sostanzialmente verticale: l’angelo sulla montagna, in alto, che tiene il filo di Arianna della salvezza all’altro capo del quale, in basso appunto, sta il pellegrino-anima, che cammina in bilico sui muri del labirinto; oppure il labirinto come piedestallo dell’anima che riceve dall’alto, da una nuvola, il bastone sul quale reggersi nel cammino della vita mondana. Tutto ciò è radicalmente estraneo ai labirinti medievali: il simbolismo medievale del labirinto si appunta sul percorso di esso e non sul labirinto come oggetto. Conseguentemente a ciò la dimensione verticale è pressoché assente dai labirinti del Medioevo, che sono piatti e non tridimensionali come quelli di epoca moderna che riducono il labirinto ad oggetto inserito in una composizione figurativa il cui significato fa riferimento alla struttura geometrica di esso solo marginalmente ed allusivamente.

Di qui ai labirinti, stampati anche su fogli singoli, nei quali il filo di Arianna è rappresentato da un testo edificante (preghiera o esortazione al retto comportamento), il passo è breve e va ricondotto probabilmente all’uso, ricordato da Louis Paris relativamente al labirinto di Reims, di percorrere i labirinti da chiesa recitando orazioni. Questi, che Kern definisce espressamente «labirinti spirituali»[111], vanno ascritti al genere letterario, che si affermerà a partire dalla devotio moderna, del pellegrinaggio spirituale, orientato non più tanto alla ricerca ed all’incontro col sacro, bensì all’esortazione ed all’esempio morale ed alla santità raggiunta non più per contatto ma attraverso la disciplina del comportamento. In essi svanisce ben presto anche la tipica costruzione del labirinto medievale in favore di forme bizzarre che ricordano maggiormente il labirinto a mosaico di tipo romano o i contemporanei labirinto da giardino, che in età moderna si diffondono nei parchi a scopo ludico, decorativo o quali scenari per incontri galanti. Insomma quando il labirinto diviene a tutti gli effetti il surrogato del pellegrinaggio che viene svolto solo più nell’immaginario esso perde gran parte del significato che aveva assunto nell’immaginario medievale e della sua forma: non è il labirinto medievale a generare un novo modello di spiritualità e di devozione, bensì una mutata spiritualità e devozione ad appropriarsi dell’idea di labirinto e di quello che nel Medioevo era un suo specifico significato, operando così una ulteriore e radicale trasformazione di esso. Trasformazione che sostanzialmente avviene all’insegna dell’epurazione di tutti quei valori archetipi di matrice pagana e precristiana che, in qualche modo, il Medioevo aveva tollerato e conservato, sforzandosi di inserirli dialetticamente in una chiave di lettura cristiana. In tale prospettiva le danze pasquali nel labirinto non hanno più ragion d’essere (la condanna ufficiale di esse da parte del Parlamento francese è, come detto, del 1538) e vengono sostituite da composti percorsi in ginocchio accompagnati da preghiere o, sull’esempio dei manuali di peregrinazione spirituale, i labirinti stessi vengono contenuti in fogli a stampa, come già accennato, con preghiere e devozioni che si snodano lungo il filo di Arianna che percorre i meandri del labirinto: croce, circonvoluzioni non sono più essenziali e significanti, come lo erano per il Medioevo.

Ironia della sorte: il popolo deve essersi in qualche modo riappropriato di quello che era un simbolo ed un’immagine al quale non era estraneo e che aveva contribuito a far nascere, anche solo reintroducendovi l’aspetto ludico. Non si spiegano altrimenti le summenzionate decisioni di smantellare, durante il XVIII secolo, diversi labirinti da chiesa perché usati per gioco, anche se solo dai bambini, ma si può ragionevolmente dubitare anche della profonda devozione con cui i lucchesi, a detta di Durand, percorrevano col dito i meandri del labirinto del duomo della loro città o con cui l’anonimo incisore della cattedrale di Poitiers forniva, ai suoi contemporanei ed ai posteri, la soluzione del labirinto che probabilmente aveva sotto gli occhi. La cultura folklorica in età moderna, espulsa dallo spirito controriformista dal contesto religioso e dalla cultura ufficiale, reagisce bacthianamente mettendo in atto la contrapposizione tra «alto» e «basso» e il capovolgimento carnevalesco dei contenuti dotti, che nel corso dell’alto e del pieno Medioevo non aveva invece percepito, nonostante le censure ufficiali, come antagonisti[112]?


[1] R. OURSEL, Pèlerins du Moyen Age, Paris 1978, trad. it. a cura di Anna Monti, Pellegrini del Medioevo. Gli uomini, le strade, i santuari, Milano 1980II, p. 47.

[2] GUGLIELMO GIUGGIOLA (attribuito a), Canto delle Lanze pellegrine, Ms. B.R. 230, ff. 138v-139v, Biblioteca Nazionale di Firenze, trascrizione di F. Fusi, Del cantar a libro… o sulla viola. La musica del Rinascimento. Studi sulla musica vocale in Italia nei secoli XV e XVI.

[3] Significativa al riguardo la scritta incisa sulla campana dell’ospizio di Aubrac, in Francia, che recitava: «Deo jubila / Clero canta / Daemones fuga / Errantes revoca», o il nome con cui era nota la campana dell’ospizio toscano di Altopascio: «la smarrita», che durante i giorni nebbiosi e al calare del buio suonava incessantemente per indicare la strada a chi era in cammino e rischiava di perdersi.

[4] Il racconto compare già nella Veneranda dies (Libro I del Codex Calixtinus) ed è ripreso da Jacopo da Varazze nella Legenda aurea (cfr. JACOPO DA VARAZZE, Legenda aurea, a cura di A. e L. Vitale Brovarone, Torino 1995, pp. 538-539).

[5] Anche questo miracolo, la cui narrazione originaria il Codex Calixtinus fa risalire ad Anselmo di Canterbury, ha avuto una discreta diffusione. Il testo a cui qui si attinge è quello di Gonzalo de Berceo, Milagros de Nuestra Señora, del XIII secolo, versione italiana con testo a fronte a cura di Giuseppe Tavani, I miracoli di Nostra Signora, Alessandria 1999, p. 97; un’altra versione coeva dello stesso miracolo è quella di Gualtiero di Benevento (Migne, Patrologia Latina, 147, 1285); cfr. anche JACOPO DA VARAZZE, Op. cit., pp. 539-540.

[6] Senza alcuna pretesa di completezza, si può ricordare al riguardo: la Vita di Romualdo, la Vita di Zenno, la Vita di Maiolo, la Vita di Simeone, il De nugis curialium di Walter Map, la Legenda Maior VII, 5 e ,ancora, Gonzalo de Berceo, I miracoli di nostra Signora, miracolo n. 20 (il monaco ubriaco). Solo nella Legenda aurea, di Iacopo da Varazze, di incontri diabolici durante viaggi e spostamenti se ne contano più di venti, a proposito dei santi Andrea, Antonio, Patrizio, Ambrogio, Giacomo Maggiore, Cristoforo, Stefano, Domenico, la Madonna, Bernardo di Chiaravalle, Bartolomeo, Adriano, Cosma e Damiano, Francesco e Martino di Tour (cfr. IACOPO DA VARAZZE, Op. cit., pp. 18; 32; 128; 130; 260; 266-269; 315; 539-540; 541; 543-544; 584-585; 600; 641-643; 645-646; 667-668; 675; 743-744; 788; 819; 825; 909; 915; 916; ma anche le pp. 387; 392; 899 e 900).

E’ curioso che Cesario di Heisterbach annoveri tra le tentazioni demoniache il fatto che «i demoni dissuadano e ostacolino quanti vogliono compiere un pellegrinaggio in nome di Cristo» (CESARIO DI HEISTERBACH, De Daemonibus, trad it., Sui demoni, a cura di S. M. Barillari, Alessandria 1999, p. 147, ma anche p. 143), e che gli esempi che fornisce siano tutti del tipo del diabolus in itinere (cfr. Ivi, pp. 143-145; 149-151; 173-175, ma anche p. 39 dove il diavolo appare ad un bivio.

[7] DANTE ALIGHIERI, Divina Commedia, Inferno, canto I, v. 30.

[8] Ivi, vv. 91-95.

[9] FRANCESCO PETRARCA, Epistolario, lettera del 26 aprile 1336.

[10] Sul concetto di «area di strada», ormai ampiamente accettato dalla gran parte degli studiosi della viabilità medievale, si possono ricordare le riflessioni in merito di G. SERGI, Via Francigena, chiesa e poteri, in Atti del seminario La via Francigena, Torino 1994. Recentemente sulla questione è tornato R. STOPANI, Dal documento al territorio. Considerazioni sulla ricostruzione degli itinerari della via Francigena nel Vercellese, in «De strata Francigena», 2001, IX/1, pp. 9-19, che, al di là dei riferimenti allo specifico territorio considerato, ha tracciato una attenta metodologia di definizione dei percorsi medievali, alla luce appunto della loro «fluidità». Metodologia che l’autore aveva già usato nell’analizzare i percorsi della Francigena nell’area appenninica tra il Passo di Monte Penice e della Cisa in età longobarda (R. STOPANI, Le vie per Roma nella prima età longobarda, in Prima della Francigena. Itinerari romei nel «Regnum Longobardorum», Firenze 2000, pp. 5-28).

[11] Lettera di John de Bremble, da L. QUAGLIA, Les pèlerins au Grand-Saint Bernard, in Medioevo in cammino: l’Europa dei pellegrini, Atti del convegno internazionale di studi Orta San Giulio, 2-5 settembre 1987, Orta San Giulio 1989, p. 86 (il corsivo è mio).

Sul fatto che il viaggiatore medievale, avendo perso l’articolazione dello spazio di tipo romano, che ordiava e scandiva i percorsi attraverso misure ed itinerari precisi, che permettevano di prevedere le distaze e rappresentarle cartograficamente (i miliari erano scomparsi, scomparsi anche lunghi tratti di strade lastricate, la centuriazione non era più così evidente a chi osservava il paesaggio attraversato), non potesse far altro che ricorrere all’«esperienza della distanza» e pertanto vivesse il viaggio più che altro nella sua dimensione dimensione di vissuto emotivo, tanto che diviene fondamentale per lo studio del viaggio nel Medioevo parlare di «sensazioni dell’homo viator», ha, di recente, insistito Arnold Esch nel suo intervento alla L settimana di studio (dal 4-8 aprile 2002), organizzata dal Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo di Spoleto, dal titolo Uomo e spazio nell’Alto Medioevo (atti di prossima pubblicazione), dal titolo, Homo viator: l’esperienza di spazio e distanza.

[12] Sul binomio alto-basso nell’immaginario altomedievale ha insistito Tullio Gregory nel discorso inaugurale, Lo spazio come geografia del sacro, tenuto in occasione dell’apertura del convegno citato alla nota precedente.

[13] E’ ancora Tullio Gregory, nell’interveto appena ricordato, a rilevare che il binomio alto-basso, quale metafora di bene-male, felicità-dannazione, si riproduce anche negli spazi della geografia terrestre, in quanto la realtà modana si trova a partecipare e condividere entrambe gli estremi del binomio alto-basso (cfr. al riguardo anche P. CAMPORESI, La casa dell’Eterità. Un viaggio appassionante nell’Europa cristiana tra le rappresentazioni dell’inferno e i prodigi dell’ostia, Milano 1987, in particolare le pp. 15-17). Chi, ancora in occasione del convegno di Spoleto, ha però insistito in modo particolare sul valore simbolico della contrapposizione tra intero ed estero, leggendola come contrapposizione tra bene e male e ricollegandola all’esperienza del deserto ed alla devozione del pellegrinaggio è stato Alain Guerrau, nel suo intervento dal titolo Antropologia dello spazio (di prossima pubblicazione, testo in fracese). Mentre la soglia/porta, quale elemento di scambio tra positivo e negativo, è stata poi oggetto di attezione nelle discussione sulle lezioni Gregory, Delort, Guerrau e Gautier-Dalchè.

[14] Probabilmente ad una simile concezione che esprime una radicale alterità e diversità della meta rispetto al punto di partenza non sono estranee le affermazioni della fisica aristotelica, secondo cui «contrario secondo un luogo è ciò che dista di più in linea retta» pertanto «tutti i movimenti e i cangiamenti si attuano passando da opposti ad opposti» (ARISTOTELE, Fisica, trad. it di A. Russo, Roma-Bari 1973, pp. 124 e 222). Circa invece l’adeguatezza di tale schematizzazione al fenomeno del pellegrinaggio in genere e del pellegrinaggio medievale in particolare si veda, oltre alle riflessioni fondamentali di Mircea Eliade, L. ZANZI, Metamorfosi dei pellegrinaggi dall’età medievale all’età moderna, in Medioevo in cammino: l’Europa dei pellegrini, cit., in particolare le pp. 95-108.

[15] I labirinti con bivi e alternative di percorso che introducono in vicoli ciechi o sviano dal centro definitivamente sono un’invenzione moderna. Kern avverte che «la più antica formulazione figurativa di un labirinto in questo senso si trova solo attorno al 1550 d. C.», riferendosi ad un disegno di anonimo relativo ai giardini di Palazzo Te a Mantova, in cui compare un labirinto con bivi e vicoli ciechi mai realizzato (cfr. H. KERN, Labirinti. Forme e interpretazioni. 5000 anni di presenza di un archetipo. Manuale e filo conduttore, Milano 1981, pp. 11 e 258). Se fin dall’antichità la letteratura ha considerato il labirinto come luogo in cui ci si può smarrire o restare prigionieri fino a soccombere, ciò è da collegarsi più all’angoscia del percorso meandrico che non lascia mai intravedere né il punto di arrivo né quello d’uscita e, ancor più, al fatto che in esso si celasse un essere mostruoso da incontrare e sconfiggere, più che non ad una reale possibilità di smarrimento, che la rappresentazione grafica del labirinto antico e medievale non ha mai concretamente contemplato.

Sul labirinto in genere, oltre al sopracitato testo di Kern, che lo si può considerare un classico e al quale si rimanda anche per una più completa bibliografia, ci limitiamo qui a segnalare solo alcuni lavori usciti o ristampati dopo il 1981 o, comunque, non citati da Kern: K. KERÉNYI, Nel Labirinto, Torino 1983, P. ROSENSTIEHL, voce Labirinto, Enciclopedia Einaudi, vol VIII, Torino 1979: M. C. FANELLI, Labirinti, 1997; M. L. REVIGLIO DELLA VENERIA, Il labirinto, 1998; R. ARAGONA (a cura di ), Le vertigini del labirinto, Napoli 2000, pp.17-129; P. SANTARCANGELI, Il libro dei labirinti. Storia di un mito e di un simbolo, Milano 1967I 1984II, 2000III.

[16] Sulla questione della datazione e del luogo di composizione dell’opera si vedano: C. SELMER, Navigatio Sancti Brendani Abbatis, Indiana 1959; J. ORLANDI (a cura di), Navigatio Sancti Brendani, Varese 1968; I. SHORT – B. MERRILEES, Introduction, in The anglo-norman Voyage of St. Brendan par Benedeit, Manchester 1984, pp. 1-26; R. BARTOLI, La «Navigatio Sancti Brandani» e la sua fortuna nella cultura romanza dell’età di mezzo, Fasano di Brindisi 1993; M. A. GRIGNANI, Introduzione, in La Navigazione di San Brandano, trascrizione dei volgarizzamenti veneto e toscano, Milano 1997II, pp. 7-25; A. MAGNANI, Introduzione, in La navigazione di San Brandano, Palermo 1992, pp. 9-28.

[17] A. M. GRIGNANI, Op cit., p. 20.

[18] Sulla diffusione della Navigatio anche presso i «ceti borghesi e mercantili in ascesa» insiste anche il Magnani (A. MAGNANI, Op.cit., p. 26).

[19] Ivi, p. 26. Sulla presenza in Dante di «stereotipi» molto arcaici ed, in particolare, relativamente alla tematica del viaggio, è d’accordo anche D’A. S. AVALLE, L’ultimo viaggio di Ulisse, in D’A. S. AVALLE, Dal mito alla letteratura e ritorno, Milano 1990, pp. 209-233.

[20] Cfr. A. MAGNANI, Op.cit., pp. 19-20.

Sulla commistione tra devozione del pellegrinare e viaggi fantastici nell’aldilà e nel Paradiso terrestre è significativa anche la Istoria di quelli tre monaci che andaro al Paradiso Terrestre, che premette al viaggio dei tre monaci verso il Paradiso un pellegrinaggio in Terra Santa (cfr. G. RAVASCHIETTO, Il viaggio dei tre monaci al paradiso terrestre, Alessandria 1997).

[21] M. LECCO, Struttura e mito nella Navigatio Sancti Brendani, in Immagini dell’Aldilà, a cura di S. M. Barilli, Roma 1998, pp. 42, 46-47.

[22] Cfr. A. MAGNANI, Op.cit., pp. 36-38.

[23] Ivi, p. 55.

[24] Cfr. Ivi, p. 61.

[25] Cfr. Ivi, p. 62.

[26] Cfr. Ivi, p. 72.

[27] Cfr. Ivi, p. 73.

[28] Ivi, pp. 78-79. Il corsivo è mio.

[29] Cfr. Ivi, pp. 51 e 53.

[30] Ivi, pp. 52 e 55.

[31] Ivi, pp. 109-110.

[32] Ivi, p. 28.

[33] Le imprecisioni e le confusione geografiche non sono poche nella narrazione della Navigatio, basti pensare al già ricordato breve resoconto del viaggio nell’Isola dei Beati di Barindo rigorosamente in direzione ovest, fino a quando «trovano» un fiume, che presumibilmente sbarra loro la strada se «decidono di guadarlo», che «scorreva da oriente in direzione del tramonto» (ivi, p. 37). Le indicazioni topografiche sono qui particolarmente confuse e contraddittorie: se il percorso di Barindo e Mernoc, sia quello per mare che quello per terra, è sempre stato rettilineo in direzione ovest, il fiume avrebbero dovuto averlo a fianco da tempo; il testo sembra piuttosto suggerire, come detto, che il fiume sbarri loro la strada improvvisamente, oppure la decisione di guadarlo è conseguente alla decisione di un cambio di direzione dei viandanti, che il testo non si preoccupa di evidenziare. Un’altra soluzione possibile potrebbe essere quella di un approdo non facile, come in diversi casi sperimenterà anche Brendano (cfr. ad esempio, ivi, pp. 44-45), per cui l’imbarcazione abbia dovuto navigare per un certo tratto attorno all’isola e l’approdo avvenire ad esempio sulla costa sud: la direzione di marcia sarebbe stata pertanto sud-nord. Ancora: l’esplorazione dell’isola non è stata secondo un percorso lineare, ma attraverso un girovagare. Tutte ipotesi che il testo della Navigatio non si preoccupa minimamente di avvalorare o smentire. Anzi l’ultima ipotesi pare quella meno consona al testo che, volendo sottolineare la vastità dell’isola, è più probabile che intenda un cammino rettilineo da parte dei due esploratori. Di fatto il redattore del testo sembra più preoccupato del significato simbolico del fiume, che sorgendo ad est si pone quale valico-confine del mondo ultraterreno: ecco infatti comparire l’angelo-guardiano, che sconsiglia il guado e riaccompagna i viaggiatori alla loro imbarcazione (Il fiume, o l’acqua in generale, quale elemento separatore tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti, tra la terra ed il paradiso, tra l’umano e il divino, tra il reale e l’irreale è un punto fermo dell’immaginario medievale. Cfr al riguardo: L. HARF-LANCNER, Les fées au Moyen Age. Morgane et Mélusine. La naissance des fées, Pris 1984, trad it., Morgana e Melusina. La nascita della fate nel Medioevo, Torino 1989; P. DINZELBACHER, Il ponte come luogo sacro nella realtà e nell’immaginario, in Luoghi sacri e spazi della santità, a cura di S. Besch Gajano e L. Scaraffia, Torino 1990, pp. 51-60; T. SZABO’, I ponti tra antichità e medioevo. La ridefinizione di una struttura organizzativa, in «De Strata Francigena», 1998, VI/2, in particolare le pp. 17-18. Del resto il problema di una coerenza geografica del viaggio di Brendano sembra più una preoccupazione dei lettori moderni della Navigatio, che sono giunti ad identificare l’Isola dei Beati con l’America (cfr. A. MAGNANI, Op.cit., pp.27-28), che non un problema dei lettori medievali di essa. Lo conferma il fatto che i due volgarizzamenti pubblicati dalla Grignani invertono tranquillamente la rotta del viaggio di Barindo di centottanta gradi senza battere ciglio (cfr. A. M. GRIGNANI, Op. cit., pp. 36-37).

[34] Cfr. . A. MAGNANI, Op.cit, p. 71.

[35] Cfr. Ivi, pp. 78, 87 e 106.

[36] Cfr. A. M. GRIGNANI, Op. cit., pp. 88-89, 118-119 e 144-145.

[37] A. MAGNANI, Op.cit., p. 109.

[38] E’ ancora il testo volgare toscano a questo riguardo ad essere significativo, usando l’espressione: «avolgendosi per mare non sappiendo là ove andassono» (A. M. GRIGNANI, Op. cit., p. 105).

[39] Cfr. M. EMMER, Meandri e labirinti, in R. ARAGONA (a cura di), Op. cit., p. 52, che cita i lavori di Phillips al riguardo, vale a dire: Topologia dei labirinti, in M. EMMER (a cura di), L’occhio di Horus: Itinerari nell’immaginario matematico, Roma 1989, pp. 57-67 e The topology of Roman Mosaic Mazes, in M. EMMER, Visual Mathematics, numero speciale di «Leonardo» 1992.

Si noti, per inciso, che tale sistema matematico di classificazione ben individua le due componenti geometriche che abbiamo cercato di evidenziare nella forma labirintica: l’aspetto lineare (espresso dalla numerazione progressiva dei livelli concentrici) e quella meandrica, costituita da continue inversioni di percorso, che porta a transitare nei vari livelli senza rispettarne l’ordine sequenziale progressivo.

[40] Cfr. A. MAGNANI, Op.cit., p. 39.

[41] Cfr. Ivi, pp. 94-102.

[42] Ivi, p. 110.

[43] Cfr. C. PALAGINO – A. ASOLE – G. ARENA, Cartografia e territorio nei secoli, Roma 1984, pp. 48-52.

[44] Cfr. H. KERN, Labirinti. Forme e interpretazioni, cit., p. 128.

[45] Prima ancora di approdare per la prima volta nell’Isola delle Pecore giganti uno dei tre monaci che avevano voluto aggiungersi al gruppo di confratelli prescelti da Brendano (cfr. A. MAGNANI, Op.cit., p. 43), resosi colpevole di furto mentre erano sull’Isola dalle alte Scogliere, muore dopo aver ricevuto il perdono e l’Eucarestia dal santo abate (cfr. Ivi, pp. 47-49); un secondo monaco resta presso l’Isola degli Uomini Forti (cfr. ivi, pp. 84-85), mentre l’ultimo dei tre viene catturato dai demoni e trattenuto presso di loro (cfr. Ivi, pp. 96-97)

[46] Affermano infatti Palagino, Asole e Arena che l’intera cartografia medievale ha un «senso etico-culturale» e per tutto il Medioevo essa «non si configura come una tecnica scientifica di rappresentazione del territorio, ma piuttosto come compendio universale di rappresentazione del territorio» (C. PALAGINO – A. ASOLE – G. ARENA, Op. cit., p. 53).

[47] H. KERN, Labirinti. Forme e interpretazioni, cit., p. 49.

[48] Cfr. Ivi, pp. 347-369.

[49] P. SANTARCANGELI, Op. cit., 2000III, p. 102.

[50] Cfr. H. KERN, Labirinti. Forme e interpretazioni, cit., pp. 120-121 e 124.

[51] Cfr. ivi, pp. 244-245. Significativo anche l’accostamento tra un labirinto, probabilmente di tipo cretese, e una caravella, presente tra le tracce di affreschi della chiesa di östra Karup, costruita fra il 1470 e il 1520, nel sud della Svezia (cfr. ivi, p. 368).

[52] Cfr, Ivi, pp. 209-210.

[53] A. MAGNANI, Op.cit., pp. 53-54.

[54] Cfr. al riguardo G. CHIESA ISNARDI, I miti nordici, Milano 1997II., p. 352.

[55] F. BERTINI, Lateinische Kultur Fahrhundert, in «Akten des I Internationalen Mittellateinkongresses» (Heidelberg 12-15 novembre 1988), Stuttgart 1991, ora, in versione italiana, in F. BERTINI, Interpreti medievali di Fedro, Napoli 1998, p. 95.

[56] Ivi, p. 94. Di fatto Bertini fa sue le conclusioni a cui a metà degli anni ottanta era giunto J. ZIOLKOWSKI, Folklore and Learned Lore in Letaldus’s Whale Poem, in «Viator» 15 (1984), pp. 107-118.

[57] F. BERTINI, Op. cit., p. 94.

[58] Ivi, p. 98.

[59] P. SANTARCANGELI, Op. cit., 2000III, p. 96. Ma anche Kern è esplicito a questo riguardo. «nel labirinto vedo una materializzazione pressoché perfetta del processo di iniziazione» (H. KERN, Labirinti. Forme e interpretazioni, cit., pp. 21-ss).

Sula significato simbolico dell’acqua come «mort-renaissance» si veda anche E. MORIN, L’homme et la mort, Paris 1970, pp. 141-143.

[60] Sulla natura positiva e negativa dei pesci e sul posto che essi occupano nell’immaginario medievale, anche a partire dalla scarsa familiarità che i medievali avevano con l’ambiente marino in genere, si veda: H. ZUG TUCCI, Il mondo medioevale dei pesci, in L’uomo di fronte al mondo animale nell’Alto Medioevo, Atti della settimana di studi del Centro italiano di Studi sull’Alto Medioevo (7-13 aprile 1983), Spoleto 1985, pp. 291-360. Mentre sull’ambiguità in genere del simbolismo medievale si possono vedere: M. THOUMIEU, Dictionnaire d’iconographie ramane, 1996, trad. it di C. Formis, Dizionario d’iconografia romanica, Milano 1997, che avverte che nell’arte del Medioevo «le immagini […] possono avere un duplice significato e dar luogo ad interpretazioni a volte opposte» (p. 16), e F. GARNIER, Le langage de l’image au Moyen Age, Vol. II, Grammaire des gestes, Tours 1989, il quale fin dall’introduzione insiste sul fatto di leggere sempre il simbolo nel contesto in cui si trova inserito quale unica condizione per afferrarne il significato.

[61] L’idea che in molta parte della produzione culturale del Medioevo si trovino ampie tracce di cultura popolare, con la quale la cultura dotta non disdegnava di confrontarsi ed arricchirsi (cfr. al riguardo P. CAMPORESI, Cultura popolare e cultura di élite fra Medioevo ed età moderna, in Storia d’Italia, annali 4, Intellettuali e potere, Torino 1981, pp. 81-157), spesso per lungo tempo tramandata oralmente, trova oggi sempre più credito presso diversi studiosi. In uno dei suoi ultimi scritti Zumthor, dopo aver riconosciuto che «larghi settori del mondo contadino medievale, la cui vecchia cultura, tradizionale, oppressa, deve aver comportato una poesia di oralità primaria, di cui forse rimangono alcune briciole, raccolte, a partire dal sec. XIII, da autori del pittoresco, poeti, romanzieri o perfino predicatori» (P. ZUMTHOR, Una cultura della voce, in Lo spazio letterario del Medioevo. 2 Il Medioevo volgare, volume I, Tomo I, Roma 1999, p. 119), considera l’osmosi tra la così detta cultura «colta» e quella «popolare» tutt’altro che marginale ed episodica; anzi la distinzione stessa non sarebbe che frutto di un’«ossessione ereditata dal romanticismo», in se priva di senso (Ivi, p. 130). Dello stesso parere è anche Gurevic, secondo il quale: in diversi generi «della letteratura latina possono trovare espressione, accanto a idee e credenze ufficialmente approvate, anche orientamenti e concezioni popolari» (A. J.GUREVIC, Problemy srednevekovoj narodnoj kul’tury, Moskva 1981, trad. it., Contadini e santi. Problemi della cultura popolare nel Medioevo, Torino 1986, pp. 9-10. Lo studioso, infatti, condivide l’idea di Le Goff secondo la quale «la cultura dominante si rivela incapace di reprimere completamente l’elemento folklorico e in parte lo assimila. Tale interazione tra le due culture era favorita dal fatto che caratteristica comune a entrambe era la mescolanza tra il piano terreno e quello spirituale, tra materiale e spirituale» (Ivi, p. XI). Dell’idea che la «marginalizzazione della cultura orale» sia «un fenomeno posteriore al medioevo» e che il modello rigido di Bachtin della contrapposizione tra cultura popolare e dotta vada rivisto alla luce di una «intensa osmosi fra la tradizione folklorica e quella letteraria» è anche C. DONNA’, Tradizioni etniche e testo letterario, in Lo spazio letterario del Medioevo. 2 Il Medioevo volgare, Volume I, Tomo I, cit., p. 319 e 317. Una critica analoga all’impostazione bachtiniana la si trova anche in N.PASERO, Dialettica e cultura popolare. Sul modello culturale di Michail Bachtin, in «Intersezioni», V 1985, pp. 445-466 e Livelli di cultura e sistema letterario, in Lo spazio letterario nel Medioevo. 2 Il Medioevo volgare, vol. I, tomo I, cit., pp. 57-82.

[62] Relativamente ai labirinti su manoscritti medievali di epoca carolingia e posteriori si possono vedere i lavori, oltre che di Kern, di W. BATSCHELET-MASSINI, Labyrinthzeichnungen in Handschriften, in «Codices manuscripti», vol. 4 (1978), fasc. 2, pp. 33-65 (fascicolo speciale); di H. BIRKHAN, Laborintus – Labor intus. Zum Symbolwert des Labyrinths im Mittelalter, in Festschrift fü Richard Pittioni zum 70 Geburstag, Wien 1976, pp. 423-454 e, sempre dello stesso autore, la voce «Labyrint», in Lexikon der christlicher Ikonographie, vol. III, Roma-Freiburg-Basel-Wien 1971, coll. 2-4; di W. HAUBRICHS, Error inestricabilis. For und Funktion der Labyrinthabbildung in mittelalterlichen Handschriften, in Test und Bild. Aspekte des Zusammenwirkens zweier Künste in Mittelalter und früher Neuzeit, Wiesbaden 1980 e, dello stesso autore, Ordo als Form. Strukturstudien zur Zahlenkomposition bei Otfrid von Weissenburg und in karolingiscer Literatur, Tübingen 1969 (Hermea, vol. 27).

[63] Cfr. H. KERN, Labirinti. Forme e interpretazioni, cit., p. 125. Il labirinto romano è molto più regolare di quello cretese. Esso ricorda la pianta di una città, diviso da una croce in quattro settori regolari, che non comunicano tra loro se non attraverso i bracci della croce. Le analogie con il cardo e il decumano che scandivano lo spazio destinato alla costruzione sono evidenti, visto che nella cultura romana il labirinto, spesso rappresentato con una cerchia di mura e torri quale perimetro, era collegato principalmente alla fondazione delle città, intese come spazio inviolabile umanizzato, dunque anche come metafora del mondo (cfr. Ivi, pp. 97-101).

[64] Cfr. H. KERN, Labirinti. Forme e interpretazioni, cit., pp. 134-135. Ma anche quelli catalogati da Kern ai numeri 164 e 165 presentano caratteristiche analoghe (cfr. Ivi, pp. 144-145).

[65] I rapporti tra la spirale, i cerchi concentrici e la forma labirintica greca sono riconosciuti da: D. SILVESTRI, Il «labirinto» prima del labirinto, in R. ARAGONA (a cura di) Op. cit., p. 26 e G. SISSA, Il labirinto greco: un mito e un destino, anch’esso in R. ARAGONA (a cura di) Op. cit., p. 36.

Un iteressante documetno relativo alla parentela tra figure spiraliforme, cerchi concetrici e labiriti è la Pedra do labirinto, in Galizia, nei pressi di Pontevedra, su cui, in età preistorica, sarebbero stati incisi cerchi concentrici a cui, in epoca posteriore, sarebbe stato sovrapposto un labirinto di tipo greco (fig. 4, cfr. A. DE LA PEÑA SATOS e J. M. VAZQUEZ VARELA, Los petroglifos gallegos. Grabados rupestres prehistoricos al aire libre e Galicia, La Coruña 1992II, pp. 32-36).

Sull’importanza della spirale in epoca carolingia, relativamente ai rapporti commerciali ed amministrativi, si è ivece soffermato Jean-Pierre Devroey, nel suo intervento dal titolo L’espace des échanges économiques. Réseaux d’échanges et systèmes de comunications dans le monde franc au IXe siècle, tenuto in occasione della già citata L settimana di studi di Spoleto, dal titolo Uomo e spazio nell’Alto Medioevo (atti in corso di pubblicazione). Lo studioso, sulla scorta dei lavori di C.-E. Perrin e di C. Higounet, sottolinea, a proposito dell’abbazia di Prüm, che nelle descrizioni delle pertienze e priorati «les descripteurs ot adopté une demarche en spirale irrégulière». La conclusione è che «pour mieux saisir l’espace des échanges, il nous accepter d’entrecroiser trois constituants de l’image du monde carolingien: le cercle du terroir et des territoires, de l’espace vécu et de l’espace sacré, la ligne des itinéraires et de systèmes de parenté et la spirale, pour organiser et dénombrer» (J.-P. DEVROEY, Résumé, p. 4).

[66] P. SANTARCANGELI, Op. cit., pp. 89-100.

[67] C. DONNA’, Op. cit., p. 320 e al riguardo lo studioso cita ad esempio «(rotelle, chevron, ecc.) di origine neolitica che ritroviamo tanto nella decorazione delle chiese romaniche che nell’arte popolare».

[68] H. KUHN, Die Felsbilder Europas, Stoccarda 1952.

[69] Le incisioni di periodo storico, che per l’Alto Medioevo sono a sgraffio e riproducono alberi, linee a zigzag, gioco del filetto, uccelli, figure antropomorfe, ecc., sono state, di recente, pubblicate da H. D. LUMLEY, Le grandiose et le sacré. Gravures rupestres prothistoriques et historiques de la region du Mont Bego, Aix-en-Provence 1995.

[70] R. DUFRENNE, La Vallée des Merveilles et les mythologies indo-européennes, Nice 1997, tavola di p. 93 e pp. 103-105.

[71] Ivi, pp. 110-111.

[72] Cfr. . A. DE LA PEÑA SATOS e J. M. VAZQUEZ VARELA, Op. cit., pp. 104-106)

[73] Cfr. ISIDORI HISPALENSIS EPISCOPI, Ethymologiarum sive originum, Oxford 1911, Libro XI e XV.

[74] Cfr. Ivi, Libro XI

[75] Cfr. nota n. 61.

[76] Cfr. H. KERN, Labirinti. Forme e interpretazioni, cit., p. 136.

[77] Cfr. i manoscritti riprodotti da Kern alle pp. 142-144.

[78] Così è raffigurato in un codice che riproduce il De rerum naturis di Rabano Mauro: cfr. KERN, Labirinti. Forme e interpretazioni, cit., p. 141.

[79] Ivi. p. 127.

[80] Cfr. Ivi, p. 138.

[81] Come s’è detto all’inizio, nel labirinto di tipo greco il centro dell’avvolgersi del percorso coincide con l’apice della croce, che pure concorre alla sua costruzione, e non con il punto di intersezione dei due segmenti che la compongono.

[82] Per gli esempi rimandiamo al catalogo di Kern, pp. 196-218. A cui si dovrebbe aggiungere la lastra di Pontremoli, conservata nella chiesa di San Pietro.

[83] Cfr. Ivi, p. 183.

[84] GREGORIO MAGNO, Lettera di S. Gregorio Magno circa il culto delle sacre immagini, in «Arte e Fede. Rivista internazionale di Arte sacra», n. 10-11, ottobre – novembre, anno V, 1957, p. 360.

[85] Sullo stretto legame tra viaggio reale e viaggio immaginario e simbolico insiste anche Eleonora Vincenti, relativamente alla già menzionata Istoria di quelli tre monaci che andaro al Paradiso Terrestre, quando dice: «è comunque interessante che si sia potuto credere alla realtà di un viaggio che a me pare chiaramente simbolico: si dimostra cioè che la parabola del viaggio poteva avere veramente la duplice valenza di avvenimento reale e di figura (o simbolo) di un’avventura spirituale» (E. VINCENTI, Introduzione a G. RAVASCHIETTO, Op. cit., p. VII).

[86] R. STOPANI, La via Francigena. Storia di una strada medievale, Firenze 1998, p. 112.

[87] M. L. REVIGLIO DELLA VENERIA, La paura del minotauro e i simboli del labirinto, in R. ARAGONA (a cura di), Op. cit., p. 42. Ma un legame tra labirinto e religiosità del pellegrinaggio è implicitamente ammesso già da Santarcangeli e da Kern: P. SANTARCANGELI, Op. cit., pp. 104-106; H. KERN, Labirinti. Forme e interpretazioni, cit., pp. 183-187, che riconosce espressamente che i grandi labirinti da chiesa dell’area francese «sarebbero stati usati come vie penitenziali, come sostituti di pellegrinaggi in Terrasanta e per danze».

[88] A. GATTIGLIA e M. ROSSI, Giotto, la mimesi e i petroglifi, Torino 1999, p. 58.

[89] F. GAGGIA e G. GAGLIARDI, Il filetto: gioco e simbolo, in Benaco ‘85. La cultura figurativa rupestre dalla protostoria ai nostri giorni: archeologia e storia di un mezzo espressivo tradizionale, Atti del I convegno internazionale di arte rupestre, Torri del Benaco 1985, Torino 1986, p. 109. Sul valore simbolico del gioco del filetto e figure affini si può vedere anche L. VASCHETTI, Graffiti su chiese romaniche dell’Astigiano, in Benaco ‘85, cit., in particolare le pp. 192-194 , mentre, relativamente all’uso dei pellegrini di lasciare segni della loro presenza nei luoghi di culto che frequentavano, si può vedere G. MASSOLA, La strada, il sacro, la pietra nell’esperienza del pellegrino alle porte della Lomellina. Ipotesi di lettura dei graffiti di Sant’Andrea e di San Paolo di Vercelli, in «De Strata Francigena», VII/2 1999, pp. 165-189.

[90] Cfr. C. e L. GAVAZZI, Giocare sulla pietra i giochi nelle incisioni rupestri e nei graffiti di Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria, Ivrea 1997, p. 48; testo interessante, nel presente contesto, per l’apparato iconografico.

[91] M. L. REVIGLIO DELLA VENERIA, La paura del minotauro e i simboli del labirinto, in R. ARAGONA (a cura di) Op. cit., p. 42.

[92] Cfr. H. KERN, Labirinti. Forme e interpretazioni, cit., pp. 183-230.

[93] Cfr. J. SUMPTION, Monaci santuari pellegrini. La religione nel Medioevo, cit., pp. 371-379; F. RAPP, Mutations et difficultés du pèlerinages à la fin du Moyen Age (XIVe – XVe siècle) e R. SAUZET, Contestation et renouveau du pèlerinage au dèbut du temps modernes (XVIe et dèbut du XVIIe siècles), entrambe in J. CHÉLINI e H. BRANTHOMME, Les chemins de Dieu. Histoire des pèlerinages chrétiens, des origines à nos jour, Paris 1982, pp. 209-234 e 235-258; G. MASSOLA, La devozione del pellegrinare lungo le rive del Po tra Medioevo e Controriforma, in «Tridinum», n. 2, 1998, pp. 63-85.

[94] Cfr. H. KERN, Labirinti. Forme e interpretazioni, cit., p. 228.

[95] Ivi, pp. 213-214. Analoga testimonianza si ha per il labirinto di Arras, anch’essa fornita da uno storico dell’arte di metà ottocento, E. WALLET, Description d’une crypte et d’un pavé mosaïque de l’ancienne église St. Bertin, à Saint-Omer, découverts lors des fouilles faites en 1831, St.-Omer-Douai 1843 (cfr. ancora H. KERN, Labirinti. Forme e interpretazioni, cit., p. 198).

[96] Cfr. ivi, pp. 217-218.

[97] Cfr. ivi, pp. 206-207; A. GATTIGLIA e M. ROSSI, Op. cit., p. 57.

[98] Cfr. H. KERN, Labirinti. Forme e interpretazioni, cit., pp. 313-ss; P. SANTARCANGELI, Op. cit., pp. 213-ss.

[99] Cfr. H. KERN, Labirinti. Forme e interpretazioni, cit., p. 211.

[100] Cfr. A. GATTIGLIA e M. ROSSI, Op. cit., p. 53-ss e G. MASSOLA, La strada, il sacro, la pietra nell’esperienza del pellegrino alle porte della Lomellina. Ipotesi di lettura dei graffiti di Sant’Andrea e di San Paolo di Vercelli, cit., pp. 174-177.

[101] Cfr. H. KERN, Labirinti. Forme e interpretazioni, cit., pp. 191-192.

[102] Ivi, p. 191.

[103] Cfr. G. M. CANTARELLA, Medioevo. Un filo di parole, Milano 2002, p 142.

[104] Per Kern l’elemento danza starebbe addirittura alla base dell’idea di labirinto stesso: «moltissimi elementi fanno propendere per l’ipotesi che quest’idea [di labirinto] si sia manifestata per la prima volta come una danza di gruppo» (ivi, p. 16). Analogamente, secondo Santarcangeli, «i documenti letterari e archeologici sulla connessione tra labirinto e danza sono frequenti e importanti al punto da dover essere rilevati con cura» e lo studioso sottolinea inoltre che «il labirinto oltre che danza è anche gioco» (P. SANTARCANGELI, Op. cit., pp. 151 e 158-159). Forse è proprio questo aspetto ludico archetipo che ha permesso, nell’ambito della mentalità popolare, di accomunare il gioco del filetto, di cui s’è brevemente discusso sopra, con la figura ed il simbolismo del labirinto.

[105] Cfr. a tale proposito il già segnalato P. CAMPORESI, Cultura popolare e cultura di élite fra Medioevo ed età moderna, cit. pp. 79-157.

[106] R. STOPANI, La via Francigena. Storia di una strada medievale, cit., p. 112 (il corsivo è mio).

[107] Cfr. al riguardo, oltre ai testi già citati alla nota 90, anche R. STOPANI, A Roma per il Giubileo del 1575: lungo la Francigena con la Confraternita della Santissima Trinità, Firenze 1999, unitamente alle acute riflessioni che su tale testo fa F. VANNI, Pilgerfahrt gegen Wallfhart. Pellegrinaggio medioevale e controriformato alla luce dell’ultimo lavoro di Renato Stopani, in «De Strata Francigena», VIII/1, 2000, pp. 45-53.

[108] Cfr. H. KERN, Labirinti. Forme e interpretazioni, cit., p.273.

[109] Ivi, p. 274.

[110] Ivi, pp. 276-277.

[111] Ivi, pp. 278-290.

[112] Cfr. i testi segnalati alla nota n. 59.

Contributo al volume GIORGIO MASSOLA e FABRIZIO VANNI, Il Labirinto di Pontremoli. Storia e interpretazione di un simbolo del pellegrinaggio, Editoriale Gli Arcipressi, Poggibonsi 2002, pp. 11-54.


“Miracula sancri Bononii”: un osservatorio sul sociale.

aprile 16, 2001

Le presenti riflessioni e ipotesi intendono leggere i Miracula sancti Bononii[1] (un breve elenco di miracoli operati prima e dopo la morte da Bononio, abate di San Michele di Lucedio presso Crescentino, in provincia di Vercelli, località attualmente denominata San Genuario)[2], nel contesto della più ampia discussione sui pellegrinaggi e sulle vie di pellegrinaggio medioevali, cercando di portare qualche lume relativamente a ciò che si può definire l’immaginario collettivo del pellegrino e del devoto di reliquie.

Che cosa si aspetta il pellegrino dal suo viaggio, lungo o breve che sia? Che cosa lo spinge a muoversi e a rischiare addirittura la propria vita, considerando le difficoltà che i viaggi hanno comportato per gran parte del Medioevo? Certamente egli è pervaso da un sentimento religioso, è spinto alla ricerca di quell’elemento divino che, in forme e modi specifici e vari, emerge lungo tutta la storia dell’umanità. Ma, proprio perché onnipresenti all’interno della storia dell’uomo, il sentimento religioso e la ricerca del divino non sono dimensioni umane avulse dalle condizioni del momento storico in cui si manifestano: l’uomo cerca il divino perché ne sente il bisogno, perché manca di qualcosa, perché la sua esistenza è problematica. Nella ricerca del divino l’uomo dunque proietta ed esprime la sua condizione esistenziale e materiale: tale punto di vista può essere utile per tentare di penetrare la devozione medioevale per le reliquie e la pratica del pellegrinaggio – aspetti macroscopici del modo in cui la società di quel periodo va alla ricerca del divino – e può costituire un «osservatorio sul sociale», un modo per ricostruire la mentalità e le condizioni di vita dell’uomo medioevale.

Del resto, la produzione dotta – agiografia, iconografia, liturgia – legata al culto delle reliquie e alla devozione del pellegrinare, pur non rinunciando all’intento catechistico e pastorale, non disdegna affatto di appropriarsi delle aspettative e della forma mentale popolare per propagandare un santo o il suo santuario. In ciò, come osserva Camporesi, si ha una «chiesa medioevale profondamente folklorizzata»[3], che non considera avvilente andare incontro al popolo, avendo ben presente, come raccomandava Gregorio Magno a Sereno circa il culto delle immagini, che «gli ignoranti vedono nella pittura ciò che devono operare, in essa leggono coloro che non conoscono la lettura […] – e continua ammonendo il vescovo marsigliese e dicendogli che – Ciò doveva stare bene a cuore a te, che abiti in mezzo ai pagani, perché mentre ti lasci accendere incautamente da un giusto zelo, non deve recarsi scandalo ai fieri animi»[4].

Gli scrittori medio-latini che praticano generi letterari come l’agiografia, i penitenziali, i racconti di viaggi o visioni dell’oltretomba tengono ben presente la raccomandazione di essere particolarmente attenti alla sensibilità e alla mentalità pagana-popolare; inoltre, gran parte di tali autori avrebbe faticato non poco a sollevarsi al di sopra del livello dell’immaginario popolare. Il risultato è, per dirla con Gurevic, che «in tali generi della letteratura latina possono trovare espressione, accanto a idee e credenze ufficialmente approvate, anche orientamenti e concezioni popolari»[5].

Alla luce delle suddette convinzioni, l’analisi del testo agiografico ha portato a consistenti risultati nell’ambito della ricerca storica attenta non solo ai grandi eventi, ma anche alla vita quotidiana e alle tradizioni popolari[6]. Uno dei risultati più appariscenti in quest’ambito di ricerca è stato forse quello che ha permesso la scoperta di uno stretto legame tra i vari modelli di santità proposti dall’agiografia e i rapporti di potere all’interno della società. Anzi, secondo Peter Brown, la stessa nascita del culto dei santi nel mondo tardo antico ha avuto quale impulso di fondo proprio l’esigenza di proiettare su uno schermo ideale quei rapporti di potere di cui si sperimentava la crisi nella realtà quotidiana. «Non fu senza intenzione – scrive Brown – che gli scrittori cristiani crearono nel cielo uno specchio che rifletteva a rosee tinte la dura realtà del patrocinio e della prepotenza che essi erano arrivati a dare per scontati sulla terra della tarda romanità»[7] . Il santo deve presentarsi come figura di grande autorità e potere, capace di aggregare ai suoi piedi ampie folle da esso dipendenti, in un rapporto di sudditanza sotto molti aspetti simile a quello dei clientes della società romana. Ecco allora che una delle manifestazioni di maggiore devozione diviene proprio il pellegrinaggio, il recarsi presso il santo che si ritiene degno di meritare stima e sottomissione (il rapporto di clientela non può attuarsi a distanza). «La potentia del santo nel proprio sepolcro presupponeva un modello “verticale” di dipendenza. Tale potere manteneva l’individuo in uno stretto vincolo di obbligazione personale, che poteva cominciare, fin dai giorni di un difficile viaggio, con il bisogno di andare a trovare la presentia del santo nell’unico posto dove poteva essere trovata»[8]. Ciò è alla base dell’uso iconografico di rappresentare il santo vivo, insieme ai simboli della sua potenza, mentre accoglie pellegrini e devoti che entrano nella sua chiesa oppure mentre compie miracoli: si pensi al san Giacomo del Portale della gloria a Compostela, o al san Giacomo-matamoro, ricorrente soprattutto in area spagnola, nell’atto di massacrare i mori[9]. Simili connotazioni concorrono a fare di san Giacomo «il barone per cui là giù si visita Galizia» come Dante lo definisce[10]. Ma la potentia del santo doveva essere propagandata, avvalorata, in qualche modo dimostrata: spessissimo, accanto all’iconografia, è proprio il testo agiografico che si incarica di ciò.

Non sembra fare eccezione in tal senso la narrazione dei miracoli dell’ abate Bononio, anche se la scarsità del materiale ci permetterà soltanto di rintracciare spunti che andrebbero ben più riccamente documentati. Fin da uno dei sui primi miracoli[11] Bononio compie addirittura un prodigio ad imitazione di Cristo, placando le acque durante una furiosa tempesta. Infatti, mentre viaggia in compagnia di mercanti su una nave diretta ad Alessandria, scoppia un tremendo temporale; i mercanti chiedono aiuto a Bononio dicendo «se lo [Dio] pregherai, egli ti libererà e noi con te, e una volta salvi facciamo voto di ricevere subito il sacramento del battesimo». Dopo che Dio ebbe, per intercessione di Bononio, condotto felicemente la nave in porto, l’agiografo continua dicendo: «usciti dalla nave, scampati per divina potenza a quel mortale pericolo, l’uomo di Dio amministrò loro il sacramento del battesimo». Anche se è evidente la preoccupazione di attribuire alla potenza divina l’evento straordinario[12], non manca però l’intenzione di esaltare l’autorevole opera mediatrice del santo e il suo duplice ruolo di intermediario verso Dio e interlocutore diretto del popolo (è lui che invocano i mercanti durante la tempesta ed è lui che amministra loro il battesimo). Del resto l’effetto immediato del miracolo è che «per tutta Alessandria si diffuse la sua fama beata»[13].

Una certa enfasi sulla popolarità delle opere miracolose che accadono per intercessione di Bononio è, com’è ovvio, una costante nella narrazione dettagliata dei miracoli. Espressioni come: «da tanta parte del mondo molti si recavano alla tomba del suo sacro corpo»[14], oppure: «diffusasi per ogni dove la fama di tanti miracoli»[15], sono puramente celebrative: il culto di Bononio, in ambito piemontese, non è mai uscito dai confini dei territori controllati da San Michele di Lucedio, come sembrano attestare le dedicazioni e il silenzio dell’autore circa il luogo di origine dei miracolati[16], anche se si precisa che i miracolati Eli e Adamo, restano presso il convento, servendo in segno di riconoscenza il loro benefattore[17].

Inoltre, in almeno altri due casi, Bononio compie prodigi con una stretta connotazione «politica». Il primo miracolo che si ricorda dopo la morte del santo è la liberazione di un carcerato. Il meschino «stretto da catene di ferro e custodito in prigione con la massima sorveglianza» prega Cristo di essere liberato «per i suoi [di Bononio] meriti e la sua intercessione». Ultimata la preghiera, si trova libero dai ceppi e corre alla tomba del santo portandogli in dono le sue catene, che vengono appese a testimonianza della potenza del santo[18]. Non si tratta tanto di un pellegrinaggio penitenziale[19], anche se l’andare presso la tomba del santo viene sentito come un obbligo da parte del beneficiato, quanto di una manifestazione della potenza del santo nei confronti della giustizia umana. Si noti che l’agiografo non ritiene importante precisare il motivo per cui l’infelice si trovava in carcere: in tempi in cui la giustizia si confonde con la forza è, in ogni caso, un atto di giustizia avere una maggiore forza, tanto più apprezzabile se poi essa è messa al servizio dei disagiati. Il racconto non è insolito nell’ambito della letteratura agiografica e della miracolistica medioevale: san Didier di Cahor, per esempio, è rappresentato nell’atto di aprire le carceri e liberare i prigionieri, senza nessuna distinzione tra colpevoli e innocenti. Diversi sono poi i santi che hanno come prerogativa essenziale quella di liberare prigionieri dalle catene: Cesario di Arles, Germano di Parigi, Leonardo di Noblat. Anche santi con altre «specializzazioni» non disdegnano di assolvere a questo tipo di funzione: sul portale di Santa Fede di Conques sono rappresentati ceppi appesi in segno di grazia ricevuta, così come nella chiesa di Santo Domingo de la Calzada. Le precarie condizioni in cui la giustizia versa nel Medioevo spingono a proiettare sul santo una funzione giudiziaria benevola e rassicurante, una sorta di protezione feudale di cui si sente fortemente il bisogno. Si noti che l’unica prova che l’agiografo adduce a conferma dell’evento miracoloso è che «queste cose […] ce le raccontò in tutti i particolari»[20] il miracolato stesso. Viene in mente il caso di Boemondo di Antiochia che, liberato dal carcere turco nel 1103 grazie al riscatto di 100.000 besanti pagati dagli amici, farà, qualche anno dopo un pellegrinaggio di ringraziamento a San Leonardo di Noblat al quale, a parer suo, doveva la sua scarcerazione[21]. E’ evidente che qui è primario il desiderio di avere garanzie forti nei confronti di una giustizia che è tanto precaria da non meritare più questo nome[22].

Il secondo miracolo operato da Bononio è a carattere locale ed è meno generico anche se, purtroppo, il testo, nell’edizione dell’Hofmeister, è frammentario. Esso racconta di «un uomo molto crudele, fattore di un certo marchese» che aveva deciso (probabilmente) di impiantare un allevamento di maiali dalle parti del convento di San Michele. «Quando gli uomini che abitavano da quelle parti seppero che stava per arrivare quell’individuo, abbandonate le proprie case si recarono alla chiesa ricordata [di San Michele?]». I maiali, probabilmente lasciati pascolare liberamente, giunsero a profanare il cimitero della chiesa, toccandone i muri; colpiti da un male ai reni morirono tutti tranne una scrofa, che versava però in cattive condizioni. Il perfido fattore allora fa voto a Bononio «che se la bestia fosse guarita, uno dei primi nati che sarebbero venuti, l’avrebbe dato come compenso in servizio alla chiesa». La scrofa guarisce e tutto ritorna alla normalità. La morale che ne trae l’agiografo è ampiamente significativa: «da questo si capisce chiaramente quanta grazia e benevolenza abbia il beato Bononio presso il Signore onnipotente, che lo custodì da ogni malvagità umana, che non permise che i sacri luoghi venissero sporcati dai porci, che venissero alleviate le ferite degli uomini e che quelli che vivevano sotto la sua protezione godessero di maggior sicurezza e protezione»[23]. Come si vede, gli ingredienti riguardanti il rapporto di protezione feudale ci sono tutti: Bononio si mostra ampiamente in grado di difendere e proteggere la propria dimora e le popolazioni che vivono presso di essa da ogni atto di arroganza o prepotenza, anche se questo viene dal «fattore di un certo marchese», suo malgrado costretto a riconoscere la sua sudditanza al più potente signore san Bononio, versando una decima alla sua chiesa.

E’ fuori dubbio che Bononio, come la quasi totalità dei santi medioevali, viene presentato come il patrono benevolo e dispensatore di giustizia che ha la forza, datagli da Dio, di proteggere coloro che gli si raccolgono attorno e a lui fanno riferimento, anche solo dal punto di vista devozionale. Se si considera che, in generale, l’Italia tra il IX e i primi dell’XI secolo versa in quella che Capitani chiama giustamente una «crisi di autorità»[24] (crisi che nel Vercellese è concretizzata nelle lotte fra Arduino e il vescovo di Vercelli, le quali creano fazioni e tensioni persino all’interno del monastero di San Michele dipendente dal vescovo vercellese)[25], si comprende come la santità di Bononio possa essere vista quale progetto, proiettato nell’universo religioso, di ricompattamento del potere, nei termini in cui ne parla Brown.

Nell’immagine di Bononio che è fornita dalla Vita, probabilmente voluta dal vescovo Arderico, viene proiettato un desiderio di supremazia e di stabilità che probabilmente era già nella mente di Pietro, e di Leone poi, nel momento in cui aveva chiamato Bononio a dirigere il cenobio lucediese[26]: il progetto di dare a San Michele un abate osservante della regola e abile nell’amministrare si prolunga nell’immagine della santità di Bononio, una santità prestigiosa ed influente che avrebbe avuto un effetto di ricaduta sul monastero che lo aveva visto abate e che gestiva la sua santità[27].

Ma, perché il più o meno cosciente progetto di esaltazione della santità di Bononio si realizzi, non è sufficiente connotare il santo di generici attributi di giustizia e potenza che ricordano l’istituto del patronato, ormai lontano nel tempo. Occorre che quei «fieri animi» popolani, come li definisce Gregorio Magno, scorgano nell’immagine del santo qualcosa di più concreto, qualche vantaggio più immediato. Già il miracolo dei porci, citato sopra, rappresenta un tentativo di calare la potenza del santo in un ambito concreto e ben circoscritto, un ambito in cui la prepotenza dei signori spesso si ripercuoteva sul popolo. Purtroppo, però, la gamma delle sofferenze a cui il popolo è sottoposto è ben più vasta delle angherie che esso può subire da qualche signore: malattia, fame, garanzia del lavoro sono fonti di continua preoccupazione e non sempre sono addebitabili unicamente alle angherie dei potenti.

Su undici miracoli compiuti da Bononio prima e dopo la morte, tre riguardano persone fortemente impedite nella deambulazione: «un certo adolescente di nome Adamo […] infermo fin dalla nascita» a causa di una probabile malformazione che lo costringeva a tenere «i calcagni uniti alle natiche» e che si spostava facendo forza «con il palmo della mano»[28]; un malato di nome Eli, «avanti negli anni», colpito dalla «crudele peste» (forse lebbra) che, «non potendo usare entrambe i piedi», camminava «inginocchiandosi per terra e aiutandosi coi palmi delle mani»[29]; in ultimo «un pover’uomo che portava sulle spalle il figlio, che aveva il piede e la mano sinistra colpiti da paralisi»[30]. Tutti riacquistano la salute e la possibilità di camminare eppure, a ben vedere, non si tratta solo di miracoli che alleviano le sofferenze di poveri infermi, il che peraltro non sarebbe già cosa di poco conto; i miracolati riacquistano, con la salute, anche la capacità di reinserirsi socialmente, di rendersi in qualche modo indipendenti e utili agli altri, mentre prima vivevano da emarginati: l’adolescente Adamo resta a rendere grazie «al suo guaritore e a Dio»[31] presso il monastero (probabilmente si fa monaco), così come il vecchio Eli che, «devotamente, per quanto può, aiuta gli addetti al servizio della chiesa»[32]. La cosa risulta maggiormente evidente nei confronti del mendicante con il figlio paralizzato, probabilmente costretto a mendicare proprio perché doveva assistere il figliolo. Nel commentare il miracolo l’autore, parafrasando Atti 3,2 ss, dice:«a colui che si negava l’elemosina mentre era seduto, zoppo, alla porta del tempio, viene donata, più cara dell’oro e dell’argento, la salute delle membra»[33]. Il miracolo ha reinserito il giovane nella società, lo ha reso nuovamente abile al lavoro, permettendogli di non essere più in balia della elemosina altrui[34].

Probabilmente anche il miracolo della donna sterile che, «vedendo che non nascevano né figli né figlie, si trovava, in compagnia del marito, piena di noia e di tristezza» e che, «dopo essersi sottoposta a molte pratiche illecite» (residui di pratiche magiche pagane erano ampiamente presenti nelle campagne e tra il popolo[35]), si reca a San Michele, beve l’acqua piovana che cade in questo luogo santo e «per i meriti del beato Bononio, da allora rimase feconda di bambini e bambine»[36], nasconde una, sia pur vaga, esigenza di sicurezza economica, legata all’efficienza lavorativa. L’accento sulla quantità della prole fa pensare che non si tratti solo di una questione di desiderio di procreare, ma anche, e soprattutto in una realtà popolare e contadina, di avere un numero elevato di figli, forti braccia che sapranno provvedere a genitori in futuro deboli e vecchi[37].

Anche il miracolo del pane lievitato senza bisogno di lievito si inserisce, in qualche modo, tra quei miracoli che beneficiano direttamente le classi più disagiate: il pane, non certo fatto con farina di grano, stava diventando sempre più l’alimento base di larga parte della popolazione[38]. Il semplice fatto che la santità di Bononio non disdegni di impegnarsi anche nei confronti di questo alimento, doveva senza dubbio essere un messaggio positivo per gran parte della popolazione del basso vercellese. Il miracolo in questione avviene mentre Bononio «si trovava in viaggio, con il suo seguito, nell’interesse del monastero» e viene ospitato in una casa contadina la quale però, «per la piccolezza», non può offrire a tutti riparo per la notte. Si predispongono i letti all’aperto, ma la pioggia obbliga tutti a rientrare ed a sistemarsi alla meglio; «Bononio diede riposo alle sue sante membra dove si era soliti fare il pane. […] Quindi, tutte le volte che qui si preparava come al solito il pane sotto la cenere, per opera della divina clemenza il più delle volte lo si trovava già fermentato senza lievito»[39]. Come si vede ci troviamo di fronte ad una casa contadina povera: un monolocale probabilmente col fuoco al centro, un tavolo, alcune panche (sulle quali si stendevano pagliericci per la notte)[40] e un vasculum (qualcosa tra il mobile e la suppellettile, forse a superficie concava, che serviva per l’impasto del pane. Anche il sistema di cottura del pane è estremamente primitivo: l’espressione «cuocere il pane sotto la cenere» è spesso usata per indicare rinuncia e penitenza, una penitenza che i contadini praticavano regolarmente[41]. In un simile contesto, un santo che abbia a cuore il pane risulta tutt’altro che disprezzabile.

L’immagine della santità di Bononio ha bisogno di essere propagandata anche all’interno del monastero di San Michele. Si è già accennato nella nota 22 al rifiuto di Guglielmo da Volpiano di sottomettersi al vescovo Leone ed alla sua dipartita dalla comunità monastica lucediense per la ben più potente Cluny. A San Michele, però, l’ostilità nei confronti del vescovo vercellese non doveva limitarsi al solo Guglielmo se l’agiografo, narrando della dipartita di Bononio dal cenobio lucediense in seguito all’uccisione di Pietro, afferma che «l’antico nemico, che ha la prerogativa di opporsi totalmente alle buone opere, scatenò una guerra contro il santo pastore e scosse il monastero con la violenza di una tempesta»[42]. E’ difficile leggere chiaramente ciò che sta dietro la metafora della «guerra» e della «tempesta che scosse il monastero», ma si ha l’impressione che l’opposizione all’uomo del vescovo Pietro nascesse dall’interno del cenobio. Impressione avvalorata anche dal fatto che l’autore sembra qui scegliere deliberatamente di non menzionare direttamente la fazione arduinica e i fatti legati agli eventi reali di quegli anni, forse per evitare di riaccendere polemiche non del tutto assopite nel momento in cui scrive. Senza dubbio si tratta di una scelta ben consapevole: non si può infatti pensare che l’agiografo sia all’oscuro degli eventi, visto che con molta probabilità era originario della zona[43], o che propenda per lo sfumare nella metafora questioni diplomatiche e contrasti reali, che in altri momenti del suo racconto espone invece con una certa precisione e aderenza al reale[44]. Analogo atteggiamento si riscontra anche relativamente alla manifesta antipatia che l’autore dimostra nei confronti di Waza, moglie di Guglielmo I di Monferrato, che, «non toccata per niente dalla pietà», scaccia in malo modo il padre del bambino paralitico che le chiede soccorso[45]. Anche in questo caso, la cosa si spiega a partire dalle alleanze politiche, in particolare per il fatto che Guglielmo I era avverso ad Enrico II, alleato invece del vescovo di Vercelli[46]. L’analogo silenzio circa i reali motivi dell’antipatia nei confronti di Waza confermerebbe dunque l’esistenza di fazioni all’interno del cenobio di San Michele; fazioni che l’autore mirava a non inasprire, anche se la sua posizione a favore del vescovo di Vercelli risulta evidente dall’insieme della narrazione.

I tre miracoli di Bononio che coinvolgono monaci del cenobio lucediense potrebbero pertanto allinearsi con questa probabile volontà dell’autore di superare i contrasti interni al monastero, dipingendo Bononio come patrono dei suoi monaci, per i quali avrebbe un occhio di riguardo. E’ lui che riceve «con gentilezza e benignità» la madre dell’agiografo stesso, tormentata da «brividi che le davano molta sofferenza», liberandola dalla «febbre» (probabilmente malarica se si tiene conto dell’esistenza di ampie paludi formate dal corso del Po)[47]; che guarisce un monaco, al quale aveva di persona «imposto l’abito della santa regola», dal mal di denti, apparendogli in sogno mentre il poveretto era riuscito a prendere «un po’ di sonno ponendo il capo in grembo all’infermiere»[48] e che, probabilmente (il racconto infatti si interrompe bruscamente e manca la conclusione), intercede presso il Signore per invocare il perdono nei confronti di un confratello «di nome Liutfredo, molto stimato e di età avanzata» che, per aver rubato una candela dal candelabro della chiesa, «meritò di essere colpito dall’angelo…»[49].

Chiudiamo il discorso con la guarigione dell’indemoniata[50]. Siamo nuovamente di fronte ad un caso di cristomimesi, tutt’altro che insolito negli elenchi di miracoli. La frequenza di questo tipo di miracolo ha indotto Brown a considerarlo una sorta di psicodramma «che la comunità cristiana trovava particolarmente consono alle proprie preoccupazioni relative al potere e alla giustizia». Scopo dell’esorcismo «era la reintegrazione nella comunità di singoli esseri umani tramite la presa di posizione contro il demoniaco», che la potenza del santo metteva in atto[51]. Non è insolito infatti che le connotazioni tipiche dell’ossesso siano comportamenti e forme di sofferenza che ricordano lo stato animale, cioè di esseri al di fuori da quel consorzio umano in cui solo la potenza del santo può reinserirli[52]. A questo proposito sarebbe forse maggiormente significativo citare l’esorcismo, ad opera del beato Oglerio, morto nel 1214 e abate della cistercense Santa Maria di Lucedio[53] (poco distante da San Michele), di una intera comunità ligure, che aveva aperto le porte al demonio a causa della brutta abitudine alla bestemmia.

Queste poche e frammentarie considerazioni sui miracoli operati da un santo che ha diretto un monastero che si trovava lungo una delle vie di pellegrinaggio verso Roma del basso vercellese, costituiscono forse un esempio sia delle aspettative che il pellegrino medioevale nutre al momento di mettersi in viaggio, sia dei modelli di autorità che la classe dominante offre al popolo ai fini di educarlo a rispettare la gerarchia sociale e a mantenere un atteggiamento di stabile dipendenza, in momenti in cui l’autorità era più che mai instabile e precaria. Il pellegrino, in quanto «straniero», «altro», «diverso» nel senso di colui che non ha legami col luogo in cui si trova, vive al massimo grado una simile situazione di instabilità e dunque maggiormente sente l’esigenza di protezione e giustizia[54]. Il modo in cui la santità viene presentata è senz’altro consono a questa sua esigenza e a lui non resta che l’imbarazzo della scelta di farsi clientes di questo o di quell’altro santo. La santificazione di Bononio non è estranea a quella che può chiamarsi una «competizione nel campo dell’autorevolezza» anche perché, come se è visto, esistevano problemi di aggregazione anche sul territorio e nell’ambito stesso della comunità monastica lucediense. E’ difficile dire fino a che punto la fama di Bononio, abate e santo, abbia potuto sortire effetti positivi tali da divenire un punto di riferimento religioso e sociale assieme: certo, limitatamente nel tempo e relativamente al contesto locale, deve aver sortito qualche effetto.


[1]Il testo dei Miracula di Bononio è qui citato seguendo l’edizione critica dei Monumenta Germaniae Historica-Scriptores, XXX, tomo 2, Lipsiae 1934. pp. 1026-1033, curata da Schwartz G. e Hofmeister A. (che si fonda sui manoscritti di Vercelli, Roma e Bologna e che, come avverte TABACCO G., La vita di san Bononio di Rotberto monaco e l’abate Guido Grandi, Torino 1954, p. 5, nota 1, andrebbe integrata con il manoscritto di Padova, ritrovato solo nel 1948), nella traduzione italiana a cura di F. e G. Massola apparsa sui «Quaderni del Gruppo archeologico casalese L. Canina» nn. 4 e 5, 1996, col titolo Vita e miracoli di Bononio abate di Lucedio.

Si tratta di un elenco di undici miracoli, di cui otto avvenuti dopo la morte di Bononio, che possono essere raggruppati come segue: tre riguardano guarigioni di malattie che compromettono la deambulazione, uno consiste nella liberazione di un detenuto dal carcere, uno la punizione di un fattore che lasciava pascolare liberamente i suoi maiali, uno è legato alla preparazione del pane, uno riguarda la guarigione dalla sterilità da cui una donna era affetta, tre riguardano monaci del convento di San Michele (guarisce un monaco dal mal di denti, intercede, forse (il testo è mutilo), per un monaco che era stato punito per il furto di una candela e guarisce la madre del suo agiografo da febbri malariche) e uno riguarda un’indemoniata. A questi si deve aggiungere la narrazione di un miracolo avvenuto nel mare di Alessandria d’Egitto (riferito durante la narrazione della vita), in cui Bononio placa una tempesta, salvando un gruppo di mercanti coi quali viaggiava.

[2] Bononio, di origine bolognese, oblato presso il monastero di Santo Stefano, lascerà la sua città per condurre vita eremitica in oriente. In Egitto, presso Babilon dove Bononio si trovava, incontra il vescovo Pietro di Vercelli (fatto prigioniero in seguito alla battaglia di Capo Colonne del 982). Bononio intercederà per lui presso il califfo al’Azi’z ottenendo la liberazione di tutti i prigionieri, che accompagnerà nel viaggio di ritorno fino a Castantinopoli. Qui i due si separano: Pietro rientra nella sua sede vescovile e Bononio si reca nel Sinai a riprendere la sua vocazione eremitica. Pietro però non dimenticherà il suo salvatore, non solo per riconoscenza ma anche per le sue doti religiose e diplomatiche, e, in una data imprecisata (tra il 990 e il 997), lo chiamerà a dirigere il cenobio di San Michele di Lucedio. In seguito alla morte di Pietro per mano di Arduino Bononio, forse accompagnato da un gruppo di monaci lucediesi, si rifugia in Toscana, presso il monastero di Marturi, che rifonda per volontà del marchese Ugo. Nel 1001 il successore di Pietro, Leone, richiama Bononio a dirigere San Michele e qui Bononio resterà fino alla morte, avvenuta nel 1026. Alla sua morte il vescovo Arderico col consenso popolare, dispone l’erezione di un altare sulla sua tomba e chiede al papa, Giovanni XIX, di approvare la canonizzazione di Bononio (Cfr. TABACCO G., voce Bononio, in Dizionario bibliografico degli Italiani, Roma 1979, pp. 358-360 e MASSOLA G., Bononio: «Abbas Monacorum Peregrinorum», in «De Strata Francigena», VII/I, 1999, pp. 9-28).

In questo contesto viene redatta una Vita del santo, per mano di un anonimo monaco di Lucedio, che si chiude con un elenco di miracoli compiuti sia prima che dopo la morte (di cui s’è detto nel dettaglio alla nota 1) e che è la parte qui presa in considerazione. Sul testo della Vita e sulle intricate vicende legate ad esso (cfr. MASSOLA G., Bononio: «Abbas Monacorum Peregrinorum», cit., pp. 23-24, nota 4), in particolare per quel che concerne il falso edito dal De Grandi nel 1740 il giudizio definitivo (anche se non sempre ascoltato) è stato dato da TABACCO G., La vita di san Bononio di Rotberto monaco e l’abate Guido Grandi, cit.

[3] CAMPORESI P., Cultura popolare e cultura d’élite fra Medioevo ed età moderna, in Storia d’Italia, Annali vol. 4, Torino 1981, p. 111.

[4] GREGORIO MAGNO, Lettera di S. Gregorio Magno circa il culto delle sacre immagini, in «Arte e Fede. Rivista internazionale di Arte sacra», n. 10-11, ottobre – novembre, anno V, 1957, p. 360.

[5] GUREVIC A. J., Problemy srednevekovoj narodnoj kul’tury, Moskva 1981, trad. it., Contadini e santi. Problemi della cultura popolare nel Medioevo, Torino 1986, pp. 9-10. Lo studioso fin dall’introduzione condivide l’idea di Le Goff secondo la quale «la cultura dominante si rivela incapace di reprimere completamente l’elemento folklorico e in parte lo assimila. Tale interazione tra le due culture era favorita dal fatto che caratteristica comune a entrambe era la mescolanza tra il piano terreno e quello spirituale, tra materiale e spirituale» (Ivi, p. XI).

[6] Arduo sarebbe individuare in modo completo ed esauriente i principali contributi che tale filone di ricerca ha prodotto. Ci limitiamo qui a segnalare AA VV, Lo spazio letterario del Medioevo. 1 Il medioevo latino, Roma 1998, vol., V pp. 336-337, che fornisce ampie ed aggiornate indicazioni bibliografiche e, limitatamente all’area italiana, BOESCH GAJANO S., Introduzione, in Agiografia altomedioevale, Bologna 1976, idem, Il culto dei santi: filologia, antropologia e storia, in «Studi storici», 1982, pp. 119-136, GOLINELLI P., Agiografia e storia in studi recenti: appunti per una discussione, in «Società e storia», n. 19, 1983, pp. 109-120 (ora anche in idem, Città e culto dei santi nel Medioevo italiano, Bologna 1991, pp. 175-185), LEONARDI C., Agiografia, in Lo spazio letterario nel Medioevo. 1 Il Medioevo latino, cit., vol. I, tomo II, in particolare le pp. 421-430, che riflettono su questioni di carattere metodologico relative all’indagine agiografica.

[7] BROWN P., The cult of the saints, Chicago 1981, Trad. it., Il culto dei santi. L’origine e la diffusione di una nuova religiosità, Torino 1983, p. 88.

[8] BROWN P., Op. cit., p. 162.

[9] Di recente Humbert ha presentato una raccolta di raffigurazioni di san Giacomo in area francese insistendo proprio sul desiderio, fortemente radicato nel pellegrino, che da esse traspare di avere un incontro personale col santo protettore, potente e benevolo, che garantisce al suo protetto la salvezza quasi identificandosi con lui nel vestire gli abiti del pellegrino che spesso san Giacomo vistosamente indossa (HUMBERT J., Pellegrini verso Compostela, in Spagna, in Pellegrinaggio ieri e oggi, VIII Convegno Internazionale Sacrense, 3-5 settembre 1999, di prossima pubblicazione).

[10] DANTE ALIGHIERI, Divina Commedia, Paradiso, XXV, 17-18.

[11] L’agiografo di Bononio, già nella narrazione della vita del santo, accenna a «molti miracoli» (cfr. Vita e miracoli di Bononio abate di Lucedio, cit., n. 4, p. 6) che egli avrebbe compiuto nel periodo di eremitaggio presso Babilon, ma solo uno viene narrato in modo dettagliato.

[12] Intenzione che è costante nell’agiografo: cfr. ad esempio Ivi, cit., n. 5, pp. 22, 23 e 25.

[13] Ivi, n. 5, p.7.

[14] Ivi, p. 25.

[15] Ivi, p. 26.

[16] Cfr. MASSOLA G., Bononio: «Abbas Monacorum Peregrinorum», cit., pp. 21-22. Quello di Bononio sembra uno di quei culti che interessa un’area di pellegrinaggio «a rete», sostanzialmente a carattere locale, che non troverà mai la forza di espandersi lungo il tracciato di pellegrinaggio «in linea» che pure interessava l’area di strada su cui era situato San Michele di Lucedio (cfr., SERGI G., Appunti metodologici sulle tappe dei pellegrinaggi medievali, in Il faro di San Michele tra angeli e pellegrini, Stresa 1999, pp. 41-47).

[17] Cfr. Vita e miracoli di Bononio abate di Lucedio, cit., n. 5, pp. 26-27.

[18] Ivi, pp. 23-24.

[19] Cfr. SUMPTION J., Pilgrimage. An image of mediaeval religion, 1975, trad. it., Monaci, santuari, pellegrini. La religione nel Medioevo, Roma 1981, pp. 126-145.

[20] Vita e miracoli di Bononio abate di Lucedio, cit., n. 5, p. 24. E’ da notare che l’autore, per avallare la sua tesi di un Bononio protettore degli oppressi, avrebbe potuto far leva sul fatto che realmente il santo aveva liberato dei prigionieri, anche se con mezzi meno strabilianti e che maggiormente indulgevano alla diplomazia. Preferisce invece usare il topos della liberazione improvvisa dalle catene, forse perché più sensazionalistico e di maggior effetto ai fini della esaltazione della potenza del santo.

[21] Cfr. Miracula S. Leonardi, II, 2, in Acta Sanctorum, novembre vol III, pp. 160-168.

[22] Più tardi – nella seconda metà del XIII secolo, in tempi in cui la giustizia era forse amministrata con maggiore equità anche grazie alle ormai consolidate istituzioni cittadine – la Legenda maior, composta da Bonaventura da Bagnoregio tra il 1260 e 1263, nel riportare ben sei miracoli relativi alla liberazione di carcerati (cfr. Vita di san Francesco d’Assisi, Assisi 1974, pp. 242-247 e 257-259), per quattro casi non dimentica di precisare che si trattava di errori giudiziari e nel caso di Pietro di Alife, accusato di eresia, si precisa che «con sincera fede, aveva abiurato ogni eresia». Tuttavia, resta ancora esemplare per il nostro discorso il caso del «poverello [che] doveva una certa somma ad un militare», il quale lo fece incarcerare ed incatenare senza pietà. San Francesco lo libererà, dando l’esempio di una giustizia più umana e pietosa, che indurrà anche il «superbo» militare a diventare «un uomo mite» (cfr. Ivi, pp. 243-244).

[23] Vita e miracoli di Bononio abate di Lucedio, cit., n. 5, p. 26. Corsivo mio.

[24]Cfr. CAPITANI O., Storia dell’Italia medioevale 410 – 1216, Roma-Bari 1988, in particolare le pp. 187-222.

[25] La cosa si evince dalla Vita domni Willelmi abbatis di Rodolfo il Glabro (nella traduzione italiana di D. Tuniz apparsa in RODOLFO IL GLABRO, Storie dell’anno mille, a cura di G. Andenna e D. Tuniz, Milano 1981, pp. 176-177) da cui risulta che Guglielmo da Volpiano, membro di una famiglia legata alla fazione arduinica, rifiuta di prendere il diaconato e di giurare fedeltà al vescovo di Vercelli e per questo viene fatto oggetto di attacchi all’interno del monastero di Lucedio. Monastero che ben presto lascerà legandosi a Cluny e fondando più tardi il monastero di Fruttuaria, dove sarà sepolto Arduino (la cui tomba sarà per un certo periodo di tempo oggetto di pellegrinaggi), conservando però una profonda avversione, peraltro contraccambiata, verso Leone, vescovo di Vercelli, che chiamerà «crudelissimo Leone» (ivi, p. 188).

[26] Cfr. MASSOLA G., Bononio: «Abbas Monacorum Peregrinorum», cit.

[27] E’ in questo senso che Brown considera incisiva sul reale l’immagine di patronus di cui la santità fin dal suo nascere si riveste: «il martire – così egli – assume un volto tipico della tarda romanità. Egli diviene il patronus, il corrispettivo invisibile e celeste del patronato esercitato tangibilmente in terra dal vescovo» (BROWN P., Op. cit., p. 53).

[28] Vita e miracoli di Bononio abate di Lucedio, cit., n. 5, p. 26.

[29] Ivi, p. 27.

[30] Ivi, p. 27.

[31] Ivi, p. 27.

[32] Ivi, p. 27.

[33] Ivi, p. 28.

[34] Sul significato sociale delle guarigioni miracolose cfr. REDON O. – GELIS J, Pour un étude du corp dans les récits de miracles, in Culto dei santi, istituzioni e classi sociali in età preindustriale, a cura di Boesch Gajano S. e Sebastiani L., L’Aquila 1984, pp. 563-572.

L’aspetto sociale ed in funzione dell’attività lavorativa dei miracoli in particolare legati a paralisi emerge, quale connotazione primaria, anche in un miracolo di un altro santo vercellese, che ha operato nel sud dell’Italia: Guglielmo da Vercelli, prima pellegrino in Galizia e poi eremita nel meridione e fondatore della congregazione benedettina di Montevergine. Nella seconda parte della sua Vita, dove si dichiara di riferire eventi narrati da Giovanni da Nusco, si narra infatti di un certo Gualtiero, probabilmente un vagabondo costretto al vagabondaggio a causa di una sorta di paralisi ad un braccio, che mentre si sta costruendo la chiesa di Montevergine «cominciò a gettare qua e là delle occhiate come per ispezionare». Guglielmo nel vederlo così attento lo invita a prendere parte ai lavori, ma Gualtiero risponde «o Padre mio, volesse il cielo che io potessi!… Potendolo, sarei più pronto io a mettermi all’opera che la vostra santità a comandarmelo. Io sono ligure, e non solo m’intendo di architettura, ma ne sono molto pratico; e adesso, in castigo de’miei peccati, non sono buono né a questo né ad altro, perché nell’attendere alla costruzione di una torre ne’miei paesi, disgraziatamente caddi dall’alto e avvenne che nella medesima caduta che ho sofferto, ho perduto tutto il braccio senza alcun rimedio, e da quel giorno lo porto arido ed inutile con tristezza». Inutile dire che il santo provvide immediatamente: «nel nome del nostro Signore Gesù Cristo prendi quella pietra e, ricevuta la primitiva sanità, alacremente adattala all’edificio». Gualtiero diverrà l’architetto della congregazione (Vita di S. Guglielmo da Vercelli, a cura di Mercuro B.C., Roma 1907, pp. 56-57).

[35] Nel suo penitenziario, composto tra il 1008-1012, Burcardo di Worms mette in guardia contro queste pratiche popolane per garantirsi la procreazione (cfr. BURCARDO DI WORMS, Decretum, trad it., A pane e acqua, a cura di Picasso G., Piana G. e Motta G., Novara 1986, p. 82).

[36] Vita e miracoli di Bononio abate di Lucedio, cit., n. 5, p. 25.

[37] Cfr. LE ROY LADURIE, Montaillou, village occitan de 1294 à 1324, Paris 1975, trad. it., Storia di un paese: Montaillou, Milano 1977/1991, pp. 221-232.

[38] Cfr. i lavori di Montanari, in particolare: MONTANARI M., Campagne medioevali. Strutture produttive, rapporti di lavoro, sistemi alimentari, 1984 e IDEM, Alimentazione e cultura nel Medioevo, 1988.

[39] Vita e miracoli di Bononio abate di Lucedio, cit., n. 5, p. 22.

[40] Cfr. ROSENER W., Bauern im Mittelalter, München 1985, trad. it., I contadini nel Medioevo, Bari 1989, pp. 99-ss.

[41] Guglielmo da Vercelli, di cui s’è già detto, «si cibava solo di fave, di castagne, che egli stesso raccoglieva, e di pane d’orzo, cotto per di più sotto la cenere» (Vita di S. Guglielmo da Vercelli, cit., p. 29). Analogamente uno dei miracoli che si vuole avvenuti sul cammino per San Giacomo narra di una donna che, negato il pane ad un pellegrino, si trovò pietre sotto la cenere. Non pare dunque che l’espressione sia da ritenersi una reminiscenza biblica (il pane sotto la cenere di cui parla la Vulgata: 1 Re 19, 6; Ezechiele 4, 12 e Osea 7, 8) e se anche il termine subcineritius fosse mutuato dalla Bibbia doveva però indicare una prassi reale e diffusa tra i poveri.

[42] Vita e miracoli di Bononio abate di Lucedio, cit., n. 4, p. 10.

[43] Una fra le miracolate di Bononio è appunto la madre dell’autore, di cui avremo modo di parlare anche in seguito (cfr. Ivi, n., 5, p. 23).

[44] Cfr. ad esempio il racconto della liberazione del vescovo Pietro e degli altri prigionieri dal carcere egiziano, nel quale emergono chiaramente i giochi di forza reali: pagamento del riscatto, influenza di Bononio presso al’Azi’z per tramite della moglie cristiana, ecc. o quello relativo alla cattura dei prigionieri liberati da parte del potere imperiale di Costantinopoli, presso il quale intercede poi in loro favore il clero locale (Ivi, n. 4, pp. 8-9).

[45] Cfr. Ivi, n. 5, pp. 27-28.

[46] Di fatto era l’intero ramo degli Aleramo discendenti da Oddone, di cui Guglielmo I è appunto il primogenito, ad essere avverso ad Enrico, mentre i figli di Anselmo di Aleramo, unitamente al vescovo vercellese, lo appoggiavano (cfr. MERLONE R., Gli Aleramici fra il X e l’XI secolo; prospettive di una recente indagine prosopografica, in «Studi Piemontesi», 1982, vol. IX, fasc. 1 p. 67).

[47] Vita e miracoli di Bononio abate di Lucedio, cit., n. 5, p. 23.

[48] Ivi, n.5, p. 24. Sul fatto che anche la carie dentaria possa essere ascritta tra le malattie tipiche della nostra zona, resa umida dalle paludi formate dal Po, cfr. FARRINGTON B., Lavoro intellettuale e lavoro manuale nell’antica Grecia, Milano 1970, p. 55.

[49] Vita e miracoli di Bononio abate di Lucedio, cit., n. 5, pp. 21-22. L’ipotesi di una intercessione di Bononio in favore del monaco ladro la si può formulare a partire da narrazioni analoghe. Nella Vita di Benedetto II abate di San Michele della Chiusa (in val di Susa), scritta dal monaco Guglielmo verso la fine del XI secolo, si narra appunto un fatto analogo: il figlio di un pellegrino viene punito dall’angelo perché sottrae parte del cero pasquale dalla chiesa. Solo le preghiere e l’intercessione del santo abate restituiranno al ragazzo l’uso della mano, gonfia e dolorante, con la quale aveva commesso il furto (cfr., WILLHELMI, Vita Benedicti abbatis Clusensis, edita da Bethmann L. in Monumenta Germaniae Historica-Scriptores, XII, Hannover 1856, cap., 17, pp. 205-206).

[50]Vita e miracoli di Bononio abate di Lucedio, n. 5, p. 25. Anche in questo caso purtroppo il testo manca della narrazione dettagliata del miracolo interrompendosi dopo l’esordio che inquadra il miracolo «nel giorno della nascita del santo Bononio».

[51] BROWN P., Op. cit., p. 154.

[52] Cfr. ad esempio la descrizione che di un presunto indemoniato fa Guglielmo di Saint-Thierry: l’infelice «quel giorno stesso già si era avventato contro la mamma e per poco non l’aveva ammazzata. Era diventato sordomuto e cieco, non ci vedeva neanche con gli occhi aperti, aveva tutti i sensi ottenebrati e dava fuori di testa» (GUGLIELMO DI SAINT-THIERRY, Vita sancti Bernardi, trad it. a cura di Spinelli M., Vitadi san Bernardo, Roma 1997, p. 133).

[53] Cfr., TRINCHERO C., Vita del beato Oglerio da Trino, Trino 1964, p. 61 e 92.

[54] Sull’etimologia del termine pellegrino cfr., per esempio NATALINI T., Il pellegrinaggio cammino spirituale. Gerusalemme, Roma, Santiago di Compostela, Casale Monferrato 1999, p. 171 o TANGHERONI M., Radici umane e spirituali del pellegrinaggio, in Pellegrinaggio ieri e oggi, cit., in corso di stampa.

Apparso su “De Strata Francigena”, a cura del Centro Studi Romei, Firenze 2001, IX/1, pp. 65-77. Ora anche in “per le vie dei pellegrini nell’Europa del XXI secolo”, a cura di Alessandra Cesare, Crescentino 2006, pp. 7-16.


Pellegrini nel Medioevo. Lungo il cammino del pellegrino. Pellegrini lungo le nostre strade.

dicembre 17, 2000

Sottotitolo:

Guglielmo da Volpiano pellegrino alla Sacra di San Michele. Guglielmo da Vercelli pellegrino in Galizia e poi verso la Terra Santa. San Bovo, morto a Voghera, durante uno dei suoi annuali pellegrinaggi a Roma. Molti i pellegrini illustri che hanno calcato le nostre strade nel Medioevo, ma va ricordata anche la folla anonima di camminatori per devozione che ha lasciato «segni di presenza» sulle pietre delle nostre chiese.

Articolo:

Chiudiamo questa rassegna su pellegrini e pellegrinaggi nel Medioevo ricordando alcuni pellegrini della nostra zona o che hanno attraversato la nostra zona. Le fonti scritte, anche se molto avare ed approssimative per quel che concerne i particolari, ne ricordano diversi.

Guglielmo da Volpiano e Maiolo, abate di Cluny

Tenuto a battesimo dall’imperatore Ottone I nel 962, fu monaco a Cluny e poi abate di spicco, fondatore di svariate comunità monastiche, fra cui Fruttuaria (attuale San Benigno Canavese). I genitori, Roberto, di stirpe sveva, e Perinzia, nobildonna longobarda, lo «consacrarono a Cristo» – così il suo biografo, Rodolfo il Glabro – all’età di sette anni, nel cenobio di San Michele di Lucedio (presso Crescentino, località San Genuario). In tale monastero Guglielmo crebbe e studiò, prima a Vercelli e poi a Pavia.

Da San Michele di Lucedio Guglielmo, immediatamente prima del 986 (anno in cui conobbe Maiolo, abate di Cluny, anche lui, come già ricordato, frequentatore assiduo della nostra zona durante i suoi ripetuti viaggi verso Roma e Pavia, dove fondò e riformò diversi monasteri), intraprese un pellegrinaggio a San Michele della Chiusa, in Val di Susa. Il pellegrinaggio fu contrassegnato anche da uno dei primi miracoli di Guglielmo: mentre saliva l’impervio sentiero che porta alla sommità del monte Pirchiriano, «il cavallo che si trascinava dietro […] scivolò con uno zoccolo e finì fuori dallo stretto sentiero» precipitando in un burrone. Guglielmo, sia pur con «animo atterrito» per l’accaduto, si recò in chiesa a pregare «come se nessuna disgrazia gli fosse accaduta». In seguito un servo, mandato sul luogo della disgrazia a controllare, «trovò il cavallo che se ne stava in piedi incolume».

Guglielmo da Vercelli

Potremmo definirlo un pellegrino di «lungo corso». Nacque anche lui – come ci dice il suo anonimo biografo – da nobile famiglia vercellese, intorno al 1085. Rimasto orfano molto presto, si fece monaco, forse nel monastero di Santo Stefano, l’unico cenobio benedettino presente al tempo a Vercelli. Anche Guglielmo da Vercelli fu fondatore di comunità monastiche che nacquero all’insegna del rigore ascetico e di una rigida osservanza della Regola e della povertà: fu lui il fondatore della congregazione di Montevergine, in Irpinia, presso Avellino.

Prima però di diventare fondatore di comunità monastiche, Guglielmo fu pellegrino. Giovanissimo lasciò Vercelli pervaso dal «desiderio di visitare le sacre Reliquie» di San Giacomo, in Galizia, «con solo un mantello, e a piedi nudi», dormendo «sulla nuda terra», tanto che suscitò l’ammirazione di un pietoso fabbro che aveva costruito un ospizio per pellegrini e che gli offrì di restare con lui, per accudire alla chiesa che aveva intenzione di costruire in un suo podere. All’offerta Guglielmo rispose: «fin da piccolo ho desiderato di pellegrinare, visitando Santuari, e non voglio, perdonami, mutare tal proposito». In ultimo, per accontentare il fabbro che voleva a tutti i costi rendergli omaggio facendo qualcosa per lui, gli chiese di costruirgli un cilicio in ferro che portò per lungo tempo.

Tornato da Compostela, Guglielmo decise di partire alla volta della Terra Santa. Lo vediamo dunque in viaggio verso il sud dell’Italia, diretto a qualche porto di imbarco (Bari o Taranto). Nonostante Guglielmo fosse «tutto ardore e brame di portarsi a Gerusalemme», questo secondo viaggio andò a rilento: presso un certo Ruggero, a Melfi, iniziò lo studio della sacra scrittura con notevole profitto; soggiornò per due anni presso un soldato di nome Pietro e deviò dal suo percorso per conoscere Giovanni da Matera, eremita e fondatore di una congregazione monastica. Decisosi a riprendere il viaggio, nonostante il consiglio contrario di Giovanni, «giunto presso Oria fu preso e crudelmente bastonato da alcuni ladroni». Era il segno che Dio lo chiamava ad altro, da allora Guglielmo da Vercelli smise di pellegrinare per darsi alla vita eremitica.

San Bovo

Valoroso soldato provenzale, impegnato nel combattere contro i saraceni: forse ha partecipato alla spedizione contro la banda saracena che teneva la piazzaforte di Frassineto, località dei Monti Mauri, in Provenza appunto, nel 972. Ma il suo agiografo, che scrive tra il X e l’XI secolo, ce lo descrive come desideroso di condurre una vita di preghiera e di ascesi. Sconfitti i Saraceni Bovo poté finalmente realizzare il suo desiderio: abbandonò le armi e condusse vita eremitica, facendo voto di compiere un pellegrinaggio a Roma tutti gli anni. Egli, durante i suoi viaggi devoti, era solito portarsi dietro un mulo, segno della sua rinuncia all’uso del cavallo (simbolo della cavalleria e dell’arte della guerra), che però montava raramente, utilizzandolo piuttosto per farci salire malati e storpi, che non mancava anche di rifocillare. Sarà proprio durante uno di questi pellegrinaggi, intorno al 985, che Bovo morirà presso Voghera, divenendo oggetto di vivissima devozione.

I senza nome

Questi, alcuni dei pellegrini illustri che la nostra area ha visto transitare; ma quanti furono coloro che attraversarono la nostra terra nel lontano Medioevo, per recarsi a Roma, in Terra Santa o in qualche santuario particolare? Difficile quantificare. Certo è che la presenza sulle nostre strade e nei nostri borghi e città di questi vagabondi devoti senza nome doveva avere una qualche consistenza: San Simeone, come già ricordato, guarì il cavallo di un vecchio pellegrino nei pressi di Vercelli, azzoppatosi nell’attraversare un ponte sul Ticino ed è un’ipotesi che il Vercelli book sia arrivato a Vercelli nella bisaccia di un pellegrino anglosassone. Costoro non hanno lasciato diari o itinerari, come i Sigeric e i Nikulas di Munkathvera, e di loro le fonti parlano pochissimo e solo indirettamente. Forse però alcune incisioni (croci semplici e complesse, sagome di piedi o altro), praticate con occasionali oggetti appuntiti a lato dei portali e sui muri delle chiese, come se ne trovano a Sant’Andrea di Vercelli o sul sarcofago di San Paolo (ora al Museo Leone), possono essere lette come segni della loro presenza, al pari di quelli rinvenuti a San Michele del Gargano e nelle catacombe romane.

Writers medioevali, illetterati, ma euforici per aver raggiunto il luogo santo o per essere in cammino verso di esso e, pertanto, desiderosi di attestare in qualche modo la loro devota impresa. Quasi sicuramente è un pellegrino, probabilmente proveniente dalla Toscana o che, comunque, è stato favorevolmente impressionato da crocefissi su tavola, l’autore del simpatico Cristo, che pare sorridere, inciso all’esterno dell’abside di Santa Maria di Cornareto, presso Castelnuovo don Bosco, con ai lati del capo il sole e (forse) la luna.

Apparso su “La Vita Casalese”, Speciale Giubileo, 17 Dicembre, 2000, p. 6.


Pellegrini nel Medioevo. Lungo il cammino del pellegrino. Canti, rituali e abitudini.

novembre 12, 2000

Sottotitolo:

Diverse motivazioni spingevano il pellegrino medioevale a cantare lungo il cammino: mantenere il ritmo del passo, scacciare la monotonia e la fatica, celebrare degnamente l’arrivo nei luoghi sacri oppure attirare l’attenzione per ottenere ospitalità ed elemosina. La conquista del titolo di «re del pellegrinaggio», la pratica del refrigerium e dell’incubatio, il contribuire di persona alla fabbrica dei santuari visitati, erano poi momenti fondamentali del suo modo di vivere l’esperienza del pellegrinaggio.

Articolo:

«E oltre / E sopra / Dio ci aiuta!». Queste le parole di uno dei tanti canti con i quali il pellegrino medioevale, come ricorda Raymond Oursel, era solito accompagnare il proprio cammino. Nulla di straordinario. Da sempre le azioni ripetitive (il lavoro dei campi, della tessitura o il camminare) hanno riprodotto la loro cadenza in canti o cantilene, utili anche ad alleviare la fatica e la monotonia.

I canti dei pellegrini

Ma il pellegrino medioevale non cantava solo per ritmare il passo. Il canto era anche un modo per esprimere la sua religiosità e la sua devozione nei confronti dei luoghi santi che visitava. Un canto tipico dei pellegrini romei, eseguito al momento di entrare in Roma, era quello che viene oggi ricordato col titolo Ad limina apostolorum. La prima strofa era un saluto alla «nobile Roma», «arrossata dal vermiglio sangue dei martiri / e bianca del candore dei gigli delle vergini»; seguivano altre due strofe dedicate rispettivamente a Pietro e Paolo, ai quali si chiedeva aiuto e intercessione presso Dio. Non importava se la melodia sulla quale le devote e pie espressioni di lode ai santi martiri romani venivano cantate era la stessa di un canto di ben diversa natura, nel quale un innamorato esaltava la bellezza e le grazie della propria amata, rimettendo tali «virtù» alla protezione divina («protegga le tue curve / colui che fece il cielo e le stelle, / e creò i mari e la terra»), ed esprimeva il suo desiderio di stare accanto all’amata, tanto che la «fuga» di lei lo faceva bramire «come un cervo quando scappa il piccolo».

Più tardi, nel XIV secolo, anche i pellegrini di Monserrat (Spagna) esprimeranno la loro devozione per la Madonna, vista come la madre di tutti, senza distinzione di ceto o di censo: infatti «ricchi e poveri, grandi e piccoli. / Ognuno si mette in cammino / per vedere con i propri occhi / e poi fa ritorno ricolmo di grazia».

Ma il canto per il pellegrino medioevale poteva anche essere finalizzato ad ottenere altri benefici oltre a quelli spirituali. In due canti del XVI secolo, povere pellegrine «di fangho brodolate» chiedevano «Caritate, amore Dei / […] / che da Roma siam tornate / dalli sancti giubilei». Altre, che invece a Roma erano dirette allo scopo di lucrare il «perdon sancto e divino», imploravano la «gente cortese» di fare «ben» nei loro confronti, in quanto «del ben che vui haremo, / ce farem tra via le spese».

Antichi rituali

Parallelamente al canto, il pellegrino medioevale, fin dall’epoca tardo antica, era solito praticare il refrigerium e l’incubatio. Si trattava di pratiche molto antiche e, senza dubbio, di origine pagana, consistenti rispettivamente nel consumare banchetti funebri presso le tombe e dormire nelle vicinanze di esse. «Per Pietro e Paolo Adgy[torius] ha fatto il refrigerium promesso», incideva sulla pietra lungo la via Appia un pellegrino dei primi secoli. Coppe da vino, con l’effigie di santi sul fondo, furono fabbricate a Roma durante tutto il medioevo. Anche l’incubatio è una pratica attestata non solo da Gregorio di Tour (VI secolo), ma anche da svariate vite di santi composte in epoca posteriore. Era facile dimenticare il senso mistico e religioso, di desiderio di vicinanza e familiarità col santo, di tali pratiche e trasformarle in momenti di gozzoviglia e baldoria. Forse è anche a queste degenerazioni che Abelardo pensava quando, nella sua Teologia cristiana, arrivava a dire che «il diavolo ritiene ancora insufficiente quello che viene fatto all’esterno dei luoghi sacri e introduce la turpitudine della scena nella stessa Chiesa». A nulla erano valsi i divieti, più volte ripresi e riproposti, di papa Damaso nella seconda metà del IV secolo, che proibivano i banchetti funebri e istituivano veglie disciplinate dal clero. Anche tali veglie erano spesso occasione per bisbocce e baldorie di vario genere, che non di rado erano alimentate dalla stessa euforia di aver raggiunto il luogo sacro tanto devotamente desiderato. Del resto, chi doveva gestire grandi masse di pellegrini con uno scarso, se non inesistente, senso della distinzione tra materiale e spirituale, era molto meno intransigente di papa Damaso: il capitolo di Conques (Francia) era molto meno severo nei confronti dei «canti sconnessi», che considerava espressione di una pietà popolare.

Consuetudini particolari

Altre abitudini e comportamenti particolari si erano sviluppati in relazione a pellegrinaggi specifici.

I componenti dei gruppi di pellegrini che si recavano a Compostela facevano a gara, nell’ultimo tratto di strada, a chi per primo raggiungeva la sommità del «Monte del Gozzo» dal quale si vedeva la città del santo. Chi per primo l’avvistava era proclamato «re del pellegrinaggio». Un uso analogo è attestato anche presso i pellegrini romei, solo che in questo caso l’altura ambita era Monte Mario.

Legati invece in modo particolare al pellegrinaggio a San Giacomo erano, come ricorda la Guida del pellegrino di Santiago, l’uso di piantare una croce sul passo di Cize pregando genuflessi in direzione della meta (uso che la Guida fa risalire a Carlo Magno) e quello di trasportare a spalle da Tricastela (località ricca di pietre da calce) a Santa Maria de Castañeda una pietra utile alla fabbrica della chiesa del santo (a Castañeda vi erano forni per la calce): un contributo alla costruzione ed alla manutenzione di chiese e strutture assistenziali, offerto con animo devoto dal pellegrino insomma. Forse anche il Raimondinus vilis del portale laterale destro del Duomo di Fidenza con bordone da pellegrino e gerla da carico e il pellegrino romeo (?), anche lui con gerla e secchia, della pieve di Fornovo potrebbero alludere a usanze analoghe, a partire dalle quali i pellegrini erano in qualche modo coinvolti nei lavori di manutenzione delle strutture legate ai luoghi di pellegrinaggio.

Un ultimo rituale va ancora collegato al pellegrinaggio a San Giacomo: l’uso «per amore dell’Apostolo» (così ancora la Guida) di lavarsi, in un fiume a due miglia da Compostela, «mentulas suas», cioè le parti intime, ed ogni sporcizia del corpo. Norma igienica, indispensabile prima di entrare in una città che era solita accogliere grandi masse di devoti itineranti, o abluzione purificatoria, come sembra volerla presentare la Guida? Con molta probabilità, ancora una volta, si ha un esempio in cui l’elemento materiale si fonde in modo indissolubile con il senso spirituale. Certo è che la pratica doveva avere una diffusione reale consistente, se il corso d’acqua di cui parla la Guida era al tempo denominato «Lavamentula».

Apparso su “La Vita Casalese”, Speciale Giubileo, 12 Novembre 2000, p. 14.


Pellegrini nel Medioevo. Camminare per devozione. A tavola coi pellegrini.

settembre 30, 2000

Sottotitolo:

Non esistevano norme alimentari legate alla devozione dei pellegrinaggi. Il cibo abituale del pellegrino medioevale era pane e vino, alimenti base dell’alimentazione del pieno Medioevo. Nelle locande si poteva mangiare di meglio, ma vino annacquato e cibi riscaldati erano le astuzie degli albergatori del tempo.

Articolo:

Guglielmo da Vercelli, in cammino per Santiago de Compostela tra l’XI e il XII secolo, si nutriva, «come aveva stabilito fin dal primo giorno del suo pellegrinaggio», soltanto di pane ed acqua. Si trattava di una scelta personale, fatta per devozione, al pari di quella di dormire «sulla nuda terra» e di portare un cilicio (Vita di S. Guglielmo da Vercelli). Di fatto, però, il pane è spesso menzionato dai documenti, accanto al vino, quale alimento del pellegrino. La Guida del pellegrino (libro V del Codex Calixtinus), della metà del XII secolo, ricorda «pane di frumento», «pane di segala» e i vini, ancora senza denominazione precisa, delle varie zone che si attraversavano. Tuttavia si menzionano anche «carne», «pesce», «sidro» e quant’altro si poteva trovare percorrendo il Camino. Non sembra pertanto che si possa parlare di prescrizioni alimentari precise, legate alla devozione del pellegrinaggio, ciò anche per il fatto che il pellegrino attraversava zone che spesso differivano alquanto per prodotti e usi alimentari.

Pane e vino

La ricorrente menzione del pane, al punto che lo troviamo anche nelle narrazioni di miracoli relativi a pellegrini (sul Camino per Santiago una donna, che negò il pane a pellegrini, trovò pietre sotto la cenere in cui veniva cotto il pane), dipende dal fatto che, come ci segnala Montanari, a partire dal Mille si attuò una vera e propria rivoluzione alimentare: da un regime, instauratosi con l’avvento dei regni barbarici, basato essenzialmente sul consumo di carne, si passò, con la ripresa dell’agricoltura cerealicola, ad un regime che aveva il pane quale alimento base.

Analogamente, secondo diversi storici dell’alimentazione, pare che nel Medioevo il consumo di vino fosse particolarmente elevato e diffuso: Abelardo non proibiva di «bere a sazietà» neppure alle monache di Eloisa (Lettere). Del resto l’ubriachezza non era vista come un peccato grave, ma come una mancanza lieve: ne I miracoli di Nostra Signora (opera di Gonzalo de Berceo composta nella prima metà del XIII secolo) si narra di un monaco che aveva alzato troppo il gomito e che, nonostante fosse «scivolato nel vizio del bere», meritò ugualmente di essere aiutato dalla Madonna, che lo salvò dagli attacchi del demonio e «lo prese per mano, lo condusse al suo letto, / lo coprì col mantello e con il copriletto, / gli aggiustò sotto il capo il guanciale diritto», affinché il poveretto, con una bella dormita, smaltisse la sbornia.

Ma bere vino per il pellegrino poteva anche essere considerato come una prevenzione igienica: l’acqua poteva essere inquinata e provocare danni alla salute: il vino, per scadente che fosse, conteneva un minimo di alcol che lo rendeva asettico.

Ospizi ed abbazie

Pane e vino erano dunque quasi sempre offerti al pellegrino al momento della cena presso gli ospedali cittadini e le foresterie delle abbazie.

Non esisteva però un trattamento standard: in alcuni ospizi si riceveva solo il pane, al companatico ed al vino si doveva provvedere da sé; nel Roman de Renard, invece, viene detto che all’ospizio il pasto era a base di uova, formaggio, pane e carne salata. Certo, almeno presso gli ospizi lontani dai centri abitati e le foresterie dei conventi, doveva esistere un minimo di cucina atta a fornire almeno un piatto caldo: Boccaccio, nel Decamerone (novella decima della sesta giornata: Fra Cipolla), ricorda espressamente il «calderon d’Altopascio» (ospizio toscano), quale capiente pentola per cucinare per un numero elevato di persone. Con molta probabilità si trattava di brodi di carne salata e sminuzzata o di verdura, conditi in vario modo, nei quali si inzuppava il pane. La carne fresca, che era possibile arrostire, era un cibo da ricchi e, al massimo, era presente alla mensa degli abati, a cui accedevano solo i pellegrini di ceto sociale elevato.

I pasti nelle osterie

Col diffondersi dell’ospitalità a pagamento, presso le osterie il vitto dovette migliorare ed arricchirsi per varietà. Ma la cosa riguardava solo chi poteva permetterselo, chi viaggiava ben rifornito di moneta. Del resto la logica del profitto, come già ricordato a proposito dell’ospitalità, spingeva spesso gli albergatori ad usare furberie ed astuzie ai danni degli avventori. La Veneranda dies (I libro del Codex Calixtinus) avvertiva il pellegrino medioevale sulle principali furberie degli osti e delle ostesse: allungavano il vino con acqua, usavano botti dal doppio fondo (contenenti vino buono, per l’assaggio, e scadente, da servire su ordinazione) e pesi e misure truccate. Così Erasmo descriveva nel 1522 una cena in una locanda tedesca: «un vino che dovevano bere i sofisti, tanto è leggero ed aspro […] la minestra che è gettata come un’offa allo stomaco arrabbiato, poi, con gran pompa, arrivano gli altri piatti. Di solito il primo consiste in bocconi di pane intrisi di sugo di carne o, se è giorno di magro, di passato di verdura. Quindi un altro intingolo, poi un pasticcio di carne stracotta o di pesce riscaldato; di nuovo un passato seguito da un cibo più sostanzioso, finché, quando lo stomaco è domato, portano in tavola l’arrosto e il pesce lesso, che non sarebbero da disprezzarsi: ma te ne danno poco e te li tolgono subito dinanzi. […] Poi portano ancora del vino, ma più generoso: infatti a loro [i locandieri tedeschi] piace che si beva molto, e d’altronde a riempirsi come un otre o ad assaggiarne appena, si paga lo stesso» (Colloqui, Locande).

Apparso su “La Vita Casalese”, Speciale Giubileo, 30 Settembre 2000, p. 10.


Pellegrini nel Medievo. Camminare per devozione. Medagliette, stemmi, brandea e altro.

giugno 25, 2000

Sottotitolo:

Conchiglie, vere o di piombo, rami di palma, medagliette riproducenti santi, Cristo o la Madonna erano prova inconfutabile dell’avvenuto pellegrinaggio. Il valore affettivo di questi oggetti era tale per il pellegrino medioevale che spesso essi si trasformavano in brandea, cioè vere e proprie reliquie, con proprietà taumaturgiche. Un modo di vivere e pensare il pellegrinare che ha lasciato tracce persistenti nella religiosità popolare.

Articolo:

Se, come abbiamo visto il mese scorso, era l’abito che faceva il pellegrino, nel senso che il pellegrino medioevale si distingueva attraverso un look ben preciso, è anche vero che vi erano diversi tipi di pellegrini. Dante, nella Vita nuova, ci ricorda che le «genti che vanno al servigio de l’Altissimo», cioè i pellegrini, «chiamansi palmieri in quanto vanno oltremare, […] chiamansi peregrini in quanto vanno a la casa di Galizia […] chiamansi romei in quanto vanno a Roma». La distinzione non era solo verbale, il pellegrino medioevale era solito manifestarla anche esteriormente, attraverso tutta una serie di contrassegni che personalizzavano il suo abbigliamento. Si trattava di medagliette, souvenirs e oggetti vari che venivano raccolti o acquistati nei luoghi visitati e che il pellegrino si appendeva al cappello o al colletto della schiavina (o, più genericamente, portava con sé) a riprova dell’avvenuto pellegrinaggio. Oggetti che, nell’ottica di una stretta commistione – tipicamente medioevale – tra il sacro e il profano avevano una forte valenza religiosa e affettiva.

Medagliette, effigi e stemmi

Il più noto di questi oggetti era, senza dubbio, la conchiglia, che il pellegrino giacobeo era solito raccogliere a Finisterre, a pochi chilometri da San Giacomo di Compostela, luogo estremo della latinità che, al tempo, si affacciava su un mare infinito, quasi un al di là. L’iconografia è ricca di raffigurazioni di pellegrini che ostentano conchiglie nel loro abbigliamento. Si trattava del Pecten maximus, un tipo di conchiglia particolare che si trova solo sulla costa atlantica. Già nel XII secolo si faceva commercio di conchiglie sui banchi dei mercati di Compostela e, sul finire del secolo, si iniziò la produzione di conchiglie in piombo sotto il controllo monopolistico del vescovo della città. Il business era talmente allettante che il vescovo di Lugo, città a poca distanza da Santiago, nel XIII secolo produsse clandestinamente conchiglie da immettere sui mercati lungo il Camino.

Anche a Gerusalemme, nello stesso periodo, nella Via delle erbe si vendevano rami di palma, simbolo, da tempi immemorabili, del pellegrinaggio gerosolimitano. Famoso, al riguardo, è l’affresco di San Nikolaus in Tavant, che rappresenta un pellegrino di ritorno dalla Terra Santa con bordone, bisaccia e ramo di palma.

Il pellegrino romeo non pare invece avere avuto contrassegni così esclusivi. Forse le chiavi che il probabile pellegrino-lavoratore della pieve di Fornovo porta appese alla cinta alludono ad un’insegna del pellegrinaggio romano, ma la documentazione in tal senso è scarsa. Senza dubbio tra i romei dovettero avere una certa popolarità le riproduzioni, su placche di metallo, stoffa o carta, del sudario della Veronica, ma medagliette con santi locali erano diffuse un po’ in tutti i luoghi santi.

Si trattava di oggetti che, oltre a rappresentare un comprensibile vanto per il pellegrino che tornava dall’impresa devota, partecipavano della santità dei luoghi in cui erano raccolti e dei santi che rappresentavano: nel 1120 pare infatti – si racconta nei Miracoli di Nostra Signora di Rocamandour – che una conchiglia di san Giacomo guarì un malato di difterite.

Oggi, in una società che distingue rigidamente tra spirituale e materiale, le madonnine fluorescenti e i Padre Pio di plastica hanno perso questo potere taumaturgico, anche se hanno mantenuto il carattere di business commerciale, che sovente non rispetta neppure le più elementari regole del buon gusto.

I brandea

Nell’ottica del desiderio di possedere un segno tangibile del proprio pellegrinaggio, un «pezzo» di quel luogo santo che con tanta fatica si era raggiunto e nel quale ci si era immersi fisicamente, sono da considerare anche i brandea, a tutti gli effetti vere e proprie reliquie. Gregorio di Tours (538 circa – 594) ci ha trasmesso la ricetta per ottenere brandea fai da te: «se si desidera portar via dalla tomba una reliquia, deve [il pellegrino] soppesare con cura un pezzo di stoffa e appenderlo all’interno della tomba. Poi pregare ardentemente e se la sua fede è abbastanza forte, la stoffa, una volta rimossa dalla tomba, si troverà ad essere così piena di grazia di Dio che sarà molto più pesante di prima».

Candele e olio delle lampade che ardevano presso la tomba del santo godevano della stessa considerazione di oggetti santi, tanto che nelle agiografie il furto di una candela dalla chiesa, narrato allo scopo di ammonire e scoraggiare tali atti (evidentemente assai diffusi), è un vero e proprio motivo ricorrente. Cera e olio erano addirittura ingeriti dai pellegrini, che speravano in tal modo di ottenere la guarigione dai loro malanni: san Francesco guarì Morico con «pillole» di briciole di pane impastate con l’olio della lampada che ardeva sull’altare della Vergine (Legenda maior). Anche la terra di Gerusalemme, calpestata da Cristo, veniva raccolta in sacchetti, magari da appendersi al collo.

Si trattava di comportamenti a rischio, che potevano degenerare: già alla fine del IV secolo la Croce di Cristo era sorvegliata a vista da sovrintendenti che avevano il compito di impedire ai pellegrini di baciarla, per evitare che coi denti ne staccassero dei frammenti, come nell’XI secolo farà Folco III, conte di Angiò.

La convinzione, tipica dell’immaginario del pellegrino medioevale, che il possesso o il contatto con oggetti provenienti dai luoghi santi producesse benefici materiali e spirituali insieme in qualche modo si è fissata ed è rimasta, quasi fossilizzata, tra le pieghe della moderna religiosità popolare. Non si spiegano altrimenti l’uso di appoggiare la mano (tanto da provocare una profonda impronta) sulla colonna cristologica del Portale della Gloria della cattedrale di Compostela o il piede consunto della statua di san Pietro a Roma. Non solo: esistono anche testimonianze precise, peraltro riguardanti la nostra area, che la fede nei brandea era, sul finire del XIX secolo, tutt’altro che estranea alla mentalità popolare: don Vittorino Barale, sacerdote della Diocesi di Vercelli, ricorda che da bambino, durante le sere trascorse nelle stalle, sentiva spesso narrare di una popolana di Pezzana che aveva fatto il giro delle chiese romane indossando contemporaneamente sette abiti, avuti da amiche che, non potendo partecipare di persona al pellegrinaggio, avevano pensato di far prendere un po’ d’aria santa al loro guardaroba.

Apparso su “La Vita Casalese”, Speciale Giubileo, 25 Giugno 2000, p. 9.


Pellegrini nel Medioevo. Camminare per devozione. Look del pellegrino: bisaccia e bordone.

Maggio 28, 2000

Sottotitolo:

Bordone e bisaccia erano compagni di viaggio e insegne del pellegrino medioevale. Bastoni di diversa foggia e grandezza erano d’aiuto nel cammino e utili come strumenti da difesa. La schiavina si affermò solo a partire dal XII secolo e, subito dopo, si diffuse l’uso del cappello a larghe tese, che riparava dal sole anche le spalle.

Articolo:

Il Medioevo fu particolarmente attento all’abbigliamento inteso come forma di espressione esteriore di identità e di ruolo sociale, tanto che era previsto, fin dal X secolo (Pontificale di Mayence, 950-962), al pari dei riti per la vestizione di religiosi e cavalieri, un rituale con cui il sacerdote consegnava al pellegrino le insegne caratteristiche del pellegrinaggio (bastone e bisaccia),.

Anche a partire dalle fonti iconografiche, sia pure assunte con cautela a causa della loro tendenza ad idealizzare la realtà, sembrerebbe che connotazioni essenziali del pellegrino fossero, originariamente, il bordone (bastone da cammino) e la bisaccia.

Il bordone

«Prendi questo bastone nel tuo viaggio nel nome del nostro Signore» recita la Messa votiva pro peregrinantibus del Missale Romanum tridentino. Abbiamo già visto come il bastone potesse servire anche come arma impropria per difendersi dai pericoli del viaggio, ma certo la sua funzione primaria era quella di sostegno e aiuto nel cammino, quasi un «compagno di viaggio», al pari dell’angelo di Tobia (Messa votiva pro peregrinantibus). La sua forma e le sue dimensioni erano in funzione di questo uso e in relazione al viaggiatore: stando alla famiglia di pellegrini poveri raffigurata sulla facciata del duomo di Fidenza sembrerebbe che le donne usassero bastoni che arrivavano all’anca, mentre quelli più alti (alla spalla o più), atti anche alla difesa, erano spesso in mano a uomini. Tuttavia tale ipotesi trova scarso fondamento, visto l’esiguo numero di pellegrine che l’iconografia riporta. Del resto, anche il sant’Antonio di San Petronio a Bologna e il forse Guglielmo da Volpiano dell’ambone della Basilica di Orta San Giulio hanno con sé bastoni di piccola taglia. Pierre-André Sigal considera queste diverse dimensioni come frutto di un’evoluzione della foggia del bordone: solo nel tardo Medioevo esso si sarebbe allungato, superando addirittura l’altezza di chi lo portava. Non mancano però esempi di bordoni di grandi e medie dimensioni anche nell’iconografia del pieno Medioevo.

Per quel che concerne la foggia, a parte la punta ferrata (che serviva per far presa sul terreno e per la difesa), si deve rilevare una certa ricorrenza della forma a tau (T). Alcuni studiosi ritengono che essa fosse il segno della dignità abbaziale, visto che questo tipo di bastone si trova quasi regolarmente fra le mani di sant’Antonio abate. La forma a tau non è però un’esclusiva connotazione iconografica di sant’Antonio abate e, specie nei bastoni che arrivavano alla spalla, doveva essere una foggia estremamente pratica, sia come appoggio in salita, sia con funzione di stampella.

I lunghi bordoni avevano poi, sempre secondo l’iconografia, una serie di optional miranti a rendere il viaggio confortevole. La parte alta serviva da appendioggetti, al punto che dal tardo Medioevo i bordoni vennero dotati di ganci, come mostra una miniatura della Cronica di G. Sercambi, che raffigura pellegrini a Roma durante il Giubileo del 1300. Questo tipo di bordone era quello al quale veniva appesa la zucca, con vino o acqua, che siamo abituati a vedere nelle raffigurazioni di san Rocco. Nel Cinquecento pare che al bordone si appendesse anche un drappo o fazzoletto per asciugarsi il sudore durante la marcia.

La bisaccia

La Veneranda dies, una parte del Codex Calixtinus, fornisce un’interpretazione simbolica della bisaccia che doveva essere: di piccole dimensioni in quanto il pellegrino doveva confidare in Dio e non nelle proprie risorse, fatta con pelle di animale per ricordare all’uomo che si doveva mortificare la carne, priva di chiusura perché il pellegrino doveva in ogni momento essere pronto a ricevere e a dare.

In effetti l’iconografia non rappresenta mai bisacce di grandi dimensioni e voluminose. Probabilmente la bisaccia non era l’equivalente del nostro zaino, ma piuttosto un porta documenti, per lasciapassare, lettere attestanti l’avvenuto pellegrinaggio nel caso di pellegrini penitenziali – che compivano il pellegrinaggio come punizione per qualche reato – o altro. Al massimo, essa poteva contenere un tozzo di pane, da consumare durante il viaggio, e il cucchiaio – la forchetta non esisteva ancora – per consumare i pasti negli ospizi. Tuttavia, il pellegrino raffigurato nella sala del pellegrinaio di Santa Maria della Scala a Siena attesta l’uso, quanto mai originale, di portare il cucchiaio appeso al cappello.

La schiavina e il cappello

In alcuni testi liturgici ricorrono anche formule di benedizione dell’abito del pellegrino che, in origine, doveva essere non dissimile dalle tuniche di uso corrente: al di sopra del ginocchio, fermata alla vita da una cintura e dotata di cappuccio. Una certa differenza di abbigliamento era senza dubbio dettata dal ceto sociale al quale il pellegrino apparteneva: molto sontuoso risulta essere l’abbigliamento della famiglia di pellegrini ricchi raffigurati a sinistra del portale del Duomo di Fidenza; se ad intraprendere un pellegrinaggio era un monaco, egli doveva indossare anche i calzoni, che restituiva lavati al suo ritorno (Regola, LV, 13).

La schiavina vera e propria sembra che si affermi solo a partire dal XII secolo. Consisteva in un indumento lungo sino ai piedi, ma aperto sul davanti per non impedire il passo. Verso il XIII secolo la schiavina perse il cappuccio, mantenendo solo un ampio colletto, e fece la sua comparsa il cappello a larghe tese (quello che vediamo spesso in testa a san Giacomo Maggiore).

La più antica raffigurazione di pellegrino col cappello è quella del calvario di Estaing, in Francia. Essa rappresenta un devoto ai piedi della croce con il cappello penzoloni sulle scapole, trattenuto da un cordone, che doveva servire anche per fermarlo al capo nelle giornate di vento. Il cappello a larghe tese era un efficiente riparo dal sole e copriva anche le spalle. L’uso di sollevare la tesa, sul davanti o ai lati (stile cow-boy), è ampiamente attestato dall’iconografia, come è pure attestato l’uso congiunto di cappuccio e cappello (affreschi di Santa Maria del Parto, Sutri). Forse anche l’ampio colletto della schiavina veniva alzato ed infilato sotto il cappello in giornate particolarmente brutte o durante l’attraversamento dei passi alpini. Del resto, anche le nostre mondine erano solite indossare il fazzoletto sotto il cappello di paglia.

Apparso su “La Vita Casalese”, Speciale Giubileo, 28 Maggio 2000, p. 13.


Pellegrini nel Medioevo. Camminare per devozione. I pericoli della strada.

aprile 28, 2000

Sottotitolo:

Il pellegrino è spesso vittima dei conflitti e dei disordini che scuotono la società medioevale. A ciò si aggiunge anche il costante pericolo rappresentato da furfanti e bande di ladroni di strada e il fatto che spesso locandieri, traghettatori e gabellieri perpetrano nei suoi confronti pesanti angherie. Come difendersi da tutto ciò? Viaggiando in gruppo e portando con sé un robusto bastone.

Articolo:

Per il viaggiatore medioevale i pericoli non erano rappresentati soltanto dalle impervie zone che era costretto a percorrere, ma anche – e soprattutto – da ladri, furfanti e predoni in cui egli poteva imbattersi.

Zone a rischio

Nel 1065, un gruppo di settemila pellegrini tedeschi, guidati dal vescovo Gunter e diretto a Gerusalemme, venne assalito e decimato da una banda di arabi presso Cesarea. Il «pericolo mussulmano» non era presente solo sulle strade d’Oriente: L’abate di Cluny Maiolo, nel 972, mentre scende dal Gran San Bernardo per raggiungere la sua abbazia, è assalito e catturato da «una schiera di perfidi saraceni» che, al pari dei sequestratori odierni, gli impongono una dura prigionia in catene. Si trattava di una banda saracena che aveva la sua roccaforte a Frassineto e che da lì controllava i principali passi alpini. Per il riscatto dell’abate sarà pagata «una immensa quantità di denaro» (SIRIO, Vita di San Maiolo abate di Cluny). Sempre nel X secolo gli Ungari, che nel 924 distrussero Pavia (punto di confluenza degli itinerari provenienti dalle Alpi occidentali verso Roma), non resero certo agevoli le strade della Pianura Padana.

A volte però il pericolo è rappresentato dalle stesse popolazioni locali. La Guida del pellegrino di Santiago (V libro del Codex Calixtinus) non usa mezzi termini per descrivere gli «empi navarri e baschi» che, prima della loro tardiva conversione al cristianesimo, «erano soliti non solo derubare i pellegrini che si dirigevano a Santiago, ma anche cavalcarli come asini e ucciderli». Come si vede i pellegrini rischiavano addirittura di essere ridotti in schiavitù, al rango di animali da soma.

Ladri e malfattori

Bande di malintenzionati erano diffuse ovunque e spesso gravitavano attorno alle antiche strade romane che il pellegrino medioevale era solito riutilizzare. Guglielmo da Vercelli, mentre era diretto a Brindisi per imbarcarsi per la Terra Santa, «fu preso e crudelmente bastonato da alcuni ladroni» presso Oria. In seguito a questa brutta esperienza, il nostro santo pellegrino «riconobbe manifesto che non poteva mandare ad effetto il suo disegno» e, interpretatala quale segno divino, rinunciò al suo pellegrinaggio e si votò alla vita eremitica (Legenda de vita et obitu S. Gulielmi confessore). Spesso è l’«occasione a fare l’uomo ladro»: secondo il Villani (Istorie I) pare che, durante il giubileo del 1350, la metà dei pellegrini diretti a Roma venga aggredita da banditi di strada. Spesso si tratta di bande improvvisate, ma esistono anche bande «specializzate», come i famosi Coquillards, falsari e taglieggiatori internazionali con quartier generale a Digione. Questi Coquillards prendevano sovente di mira i pellegrini (specie quelli ricchi), tanto che scelsero come vessillo proprio la conchiglia, simbolo del pellegrino giacobeo.

Il pellegrino medioevale, non deve guardarsi soltanto dai banditi di strada e dagli stranieri che incontra lungo il cammino, ma dove essere altrettanto attento nei confronti dei compagni di viaggio e di coloro che avrebbero dovuto rendergli più agevole il viaggio, come traghettatori, osti e guardie addette alla riscossioni dei dazi. I falsi pellegrini sono una realtà abbastanza diffusa: si presentano come compagni di viaggio e poi, al momento opportuno e lontano dai centri abitati, diventano aggressivi. Nei Miracula Sancti Eutropii si narra di un pellegrino cieco che viene derubato dai compagni di viaggio, che lo privano del cavallo, dei soldi e del bagaglio e lo abbandonano sul ciglio della strada. Ben più nota (ne esistono diverse versioni) è invece l’avventura capitata ad un giovane, che è in viaggio per Compostela con la sua famiglia. Preso alloggio in una locanda, il ragazzo ha la malaugurata idea di respingere le avances della giovane locandiera o figlia dell’oste. Fuori di sé dalla rabbia per essere stata respinta, la ragazza gli nasconde nel bagaglio, a sua insaputa, una coppa di notevole valore e lo denuncia alle autorità. In seguito al ritrovamento della coppa, il giovane verrà impiccato, ma, grazie all’intervento miracoloso di san Giacomo, scamperà alla morte. Non mancano neppure i pericoli stile Psyco. Ci riferisce Rodolfo il Glabro (Storie dell’anno Mille) che, nella foresta di Châtenet, presso Mâcon (Francia), un tale era solito dare ospitalità ai viandanti per «preparare con le loro carni abominevoli banchetti». Un sopralluogo delle autorità rinverrà nella sua abitazione ben «quarantotto teste di uomini che aveva sgozzato e le cui carni aveva divorato con la sua bocca bestiale».

Angherie

Come abbiamo detto, anche le autorità a volte «taglieggiavano» i pellegrini. É sempre la Guida del pellegrino di Santiago a mettere in guardia contro «malvagi gabellieri», che a Ostabat, presso il passo di Cize – dove tre dei percorsi francesi per San Giacomo si riuniscono per varcare i Pirenei – pretendono un «ingiusto tributo», nonostante i pellegrini siano esentasse. Se qualcuno si rifiuta di pagare «lo colpiscono con dardi e gli strappano il tributo, insultandolo e perquisendolo fin dentro i calzoni». Un altro avvertimento riguarda «barcaioli» che esigono alti pedaggi, «perfino con la forza», e che, dopo aver stracaricato la barca, se questa si capovolge «si rallegrano malignamente […] per le spoglie dei morti di cui si impadroniscono».

I rimedi

Quali sono i possibili rimedi a tutto ciò? Viaggiare in gruppo, magari armati, con persone fidate e conosciute. La tradizione vuole che l’altorilievo del lato destro del Duomo di Fidenza rappresenti appunto un gruppo di pellegrini, unitamente a soldati a cavallo con spada sguainata, in marcia. Il pellegrino di bassa estrazione sociale invece, oltre che sulla compagnia dei suoi pari, non poteva che contare sul suo bastone da viaggio. Pare infatti che la punta ferrata del bordone da pellegrino non fosse solo utile per penetrare il terreno e rendere così più saldo l’appoggio, ma anche come arma impropria, tanto che alla fine del cinquecento Thomas Platter, uno studente di medicina di Basilea, avrà noie alla frontiera spagnola perché in Spagna «no se pue traer baston con hierro» (non si può portare bastone ferrato).

apparso su “La Vita Casalese”, Speciale Giubileo, 28 Maggio 2000, p. 12.


Cenni alle principali vie di pellegrinaggio nella “Legenda” di Guglioemo da Vercelli

aprile 16, 2000

Guglielmo da Vercelli, fondatore della congregazione di Montevergine, che fa capo al complesso abbaziale ed al santuario situati nel massiccio montuoso del Partenio nella Valle dell’Irpinia (nei pressi di Avellino), fu, in gioventù, per diverso tempo pellegrino.

Nato a Vercelli da nobile famiglia[1], intorno al 1085 egli intraprese in giovanissima età il pellegrinaggio a San Giacomo di Compostela, durante il quale diede inizio anche a pratiche ascetiche che non abbandonerà più per tutta la sua vita. Al ritorno da Compostela, progetta di raggiungere la Terra Santa. Questo nuovo viaggio è interrotto da una pausa di studio delle sacre scritture[2] e da una breve esperienza di vita semieremitica presso il monte «Solicolo» (monte Serico di Atella, presso Melfi). Poco prima di imbarcarsi per Gerusalemme, Guglielmo si reca a Ginoso, presso Otranto, per incontrare Giovanni da Matera, anche lui eremita e fondatore della congregazione monastica di Polsano. Questo incontro sarà determinante per Guglielmo: in seguito ad esso sposerà definitivamente il modello di vita eremitica, abbandonando la pratica del pellegrinaggio. Il rapporto con Giovanni da Matera avrà un seguito, anche se le comunità monastiche fondate dai due santi saranno organizzazioni autonome e distinte.

Leggendo la vita di Guglielmo da Vercelli, si può avere l’impressione che l’iter spirituale che lo ha portato alla santità abbia preso le mosse proprio dalla devozione del pellegrinare, cioè da una religiosità diffusa e popolare, che concepiva il rapporto col divino in modo immediato e in termini molto vicini ad una visione materialistica di esso: solo le pratiche ascetiche, la mortificazione della carne, la meditazione della sacra scrittura e la vicinanza di maestri dell’ascesi (quali appunto Giovanni da Matera) avrebbero spinto Guglielmo a forme di devozione meno immediate e più raffinate. A ben vedere, però, l’originaria esperienza di pellegrino non verrà rinnegata o, in qualche modo, sminuita. Nel momento in cui Guglielmo decide di rinunciare al suo pellegrinaggio in Terra Santa, il suo biografo si limita a dire che «riconobbe manifesto che non poteva mandare ad effetto il suo disegno», perché, come gli aveva predetto Giovanni, «la tua dimora qui è più utile per la salvezza dei fedeli»[3]. Si tratta, dunque, di vocazioni diverse e, nella pratica, inconciliabili e non di gradi crescenti nell’innalzamento verso la santità[4].

Nonostante ciò, la Legenda è piuttosto povera circa i particolari. dei viaggi per devozione fatti dal giovane Guglielmo, in special modo per quel che concerne gli itinerari scelti per il pellegrinaggio a San Giacomo. La cosa non stupisce se si considera che l’agiografo, redattore dei capitoli 1-16, era un monaco del Goleto, la seconda fondazione di Guglielmo dopo quella di Montevergine, che, come afferma Mongelli, non aveva troppa dimestichezza neppure con i luoghi nei dintorni di Montevergine[5], figurarsi nei confronti delle strade per Santiago.

Del pellegrinaggio in Galizia, l’agiografo ci dice solo che Guglielmo, «con solo un mantello, e a piedi nudi», «si pose in cammino» pervaso dal «desiderio di visitare le sacre Reliquie»[6]. Nessuna indicazione circa le reliquie venerate durante il cammino e tantomeno vengono menzionati i luoghi attraversati. Neppure quando si narra del suo incontro con un fabbro caritatevole, che dava accoglienza e ristoro ai pellegrini, ci è dato sapere il nome del luogo[7].

Visto il periodo, tra la fine del XI secolo e gli inizi del XII, e considerato il fatto che il più antico collegamento tra Vercelli e la Francia passava per il Gran San Bernardo, come attesta l’Itinerario di Sigeric del 990, si potrebbe pensare che Guglielmo abbia varcato le Alpi proprio al Gran San Bernardo. Ciò anche in considerazione del fatto che il Moncenisio, sia pure mai caduto in disuso[8], non vedrà intensificarsi il flusso di viandanti se non a partire dalla fine del XII secolo[9], periodo in cui è attestato anche il collegamento tra Vercelli e questo passo alpino[10]. Si tratta però di congetture[11] che, anche se fossero confermate, non farebbero luce sul resto dell’itinerario percorso da Guglielmo sul quale il suo agiografo, come si è detto, tace. Certo doveva essere una strada molto battuta dai pellegrini se il fabbro, di cui s’è detto prima, aveva deciso di allestire un vero e proprio ospizio per i viandanti, il quale elargiva pasti e disponeva di letti «ben apparecchiati», e progettava anche l’edificazione di una chiesa[12]. Pare anche che l’ospitalità del brav’uomo fosse tale che all’arrivo dei pellegrini lui stesso praticasse loro la lavanda dei piedi, secondo quanto prescritto dalla Regola benedettina[13].

La Legenda ci fornisce maggiori indicazioni riguardo al secondo pellegrinaggio di Guglielmo – quello mai portato a termine – in Terra Santa, ma anche in questo caso non bisogna aspettarsi ampie e dettagliate informazioni: mancano completamente indicazioni relative al tratto da Vercelli al centro Italia. É probabile che Guglielmo sia sceso verso sud percorrendo la via che da Vercelli porta a Pavia, Piacenza, il passo della Cisa, Lucca, Siena e poi abbia voluto visitare la tomba degli apostoli Pietro e Paolo e il sudario della Veronica a Roma, ma possiamo solo supporlo. L’agiografo dimostra, al pari degli itinerari per San Giacomo, di ignorare questi tracciati. Rientrato dal pellegrinaggio Jacobeo, ci viene detto sbrigativamente che «si diresse a Melfi nella Puglia per la salute di molti»[14]. Da Melfi, dopo la pausa di studio e l’esperienza di isolamento eremitico, si reca, facendo una deviazione dal cammino, a Ginoso, Presso Otranto, dove Giovanni da Matera era a capo di un monastero da lui fondato[15]. Quando Guglielmo riprende il cammino si dirige verso Oria. Giunto nei pressi di questa località, «fu preso e crudelmente bastonato da alcuni ladroni»[16]. Evento, questo, non insolito per un pellegrino medioevale e infatti l’agiografo non si sofferma più di tanto sui particolari, limitandosi a fare una riflessione sul fatto che la Puglia non era ancora governata da Ruggero II, che avrebbe ripulito la zona dai briganti e riportato la pace. «Guglielmo in quell’avvenimento riconobbe manifesto che non poteva mandare ad effetto il suo disegno, conforme [a quanto] gli aveva detto il servo di Dio» Giovanni[17]. Torna dunque da Giovanni da Matera ed interrompe il suo pellegrinaggio. Cessano così le indicazioni viarie della nostra fonte[18].

Poche e scarse indicazioni anche in questo caso: Melfi, Oria e, quale deviazione dal percorso prefissato, Ginoso. Tuttavia indicazioni sufficienti a farci capire che Guglielmo sta percorrendo grossomodo la Via Appia, o quello che ne restava nella prima metà del XII secolo, diretto al porto di Brindisi, da dove, con molta probabilità, intendeva imbarcarsi per Gerusalemme[19].


[1] Il Mercuro, che ha curato un’edizione della Legenda (Una leggenda medioevale di San Guglielmo da Vercelli, in «Rivista Storica Benedettina», I-II, 1906-1907) e una sua traduzione italiana, quasi integrale (MERCURO C., Vita di S. Guglielmo da Vercelli, fondatore della Badia e della Congregazione di Montevergine, Roma 1907), azzarda, a partire da «un’antica e comune tradizione» (già menzionata da GIORDANO G. G., Croniche di Monte Vergine, Napoli 1649, p. 267), anche il nome della famiglia di Guglielmo: Volpi, estintasi intorno alla metà del cinquecento (cfr. MERCURO C., Vita di S. Guglielmo da Vercelli, cit., p. 11, nota 1).

Sul nome della famiglia vedi anche il più recente lavoro di Mongelli, curatore dell’edizione critica della Legenda (Legenda de vita et obitu S, Gulielmi confessore, a cura di Mongelli G., in «Samnium»), MONGELLI G., San Guglielmo da Vercelli, Montevergine 1960, pp. 30-31.

[2] Sulla questione della tardiva preparazione culturale di Guglielmo (la Legenda lo definisce «licteralis scientie prius ignarus») cfr. MONGELLI G., San Guglielmo da Vercelli, cit., pp. 33-37 e 57-58.

[3] MERCURO C., Vita di S. Guglielmo da Vercelli, cit., pp. 24-25.

[4] Cfr., MONGELLI G., San Guglielmo da Vercelli, cit., pp. 25 e 46.

[5] Cfr. Ivi, pp. 11-12 e anche MONGELLI G., La prima biografia di S. Guglielmo da Vercelli fondatore di Montevergine e del Goleto, Lioni 1979

[6] MERCURO C., Vita di S. Guglielmo da Vercelli, cit., p.16.

[7] Viene detto semplicemente che «secondo l’uso dei pellegrini, sul far della notte si recò ad una città per esservi ospitato» (Ivi, p. 16).

[8] Anselmo d’Aosta, nonostante la sua origine, nei suoi vari spostamenti al di qua e al di là delle Alpi, avvenuti perlopiù nel corso dell’XI secolo, sembra preferire il Moncenisio e il Monginevro (Cfr Atlante anselmiano, a cura di Marabelli C., in Anselmo d’Aosta arcivescovo di Canterbury. Lettere, a cura di Biffi I. e Marabelli C, Milano 1988, vol. 2, pp. 523 ss)

[9] Cfr. STOPANI R., Le grandi vie di pellegrinaggio nel Medioevo. Le strade per Roma, Firenze 1986, p. 50 e 81 e SERGI G., Potere e territorio sulla strada di Francia, Napoli 1981, cap. I.

[10] Come attestato ad esempio dall’Itinerario di Filippo Augusto di ritorno dalla terza crociata del 1191.

[11] Mongelli ipotizza, a partire da «fonti generali», ben altro percorso (MONGELLI G., San Guglielmo da Vercelli, cit., pp. 48-49), che però comprende anche la visita a «San Massimino», a venerare le reliquie della Maddalena. Nel XII secolo però si era ancora convinti che le reliquie della Maddalena fossero a Vezelay: solo nel 1279 i monaci di Saint-Maximin proclamarono il rinvenimento di nuove e veritiere reliquie della santa.

[12] MERCURO C., Vita di S. Guglielmo da Vercelli, cit., p. 19

[13] Ivi, p. 17.

[14] Ivi, p. 20.

[15] Ivi, pp. 23-24.

[16] Ivi, p. 24.

[17] Ivi, p. 25.

[18] In realtà il testo della Legenda menziona ancora altre località (Salerno, il castello detto di Mercogliano, Avellino ecc.), ma gli spostamenti di Guglielmo nell’ambito di esse non sono più a scopo devozionale e hanno una portata sostanzialmente locale.

[19] Cfr., MONGELLI G., San Guglielmo da Vercelli, cit., p. 56.

Sulla frequentazione medioevale dell’Appia e dell’Appia Traiana, nonché sui porti di imbarco pugliesi per la Terra Santa, si veda STOPANI R., La via Francigena del Sud. L’Appia Traiana nel Medioevo, Firenze 1992.

Apparso su “De Strata Francigena”, a cura del Centro Studi Romei, VIII/1, Firenze 2000, pp. 99-102.


Pellegrini nel Medioevo, Camminare per devozione. Luoghi di sosta e strutture assistenziali.

marzo 26, 2000

Sottotitolo:

Xenodochia e monasteri furono le prime forme di assistenza a pellegrini e viandanti. Dopo il Mille gli ospizi videro un forte incremento, sia nelle città che nei punti più inospitali dei percorsi. Si trattava di strutture semplici e perlopiù con scarso arredo, ma che offrivano ospitalità gratuita al pellegrino. Solo al termine del Medioevo fu potenziato anche l’ospitalità a pagamento in locande e osterie, ma la qualità del servizio non migliorerà di molto.

Articolo:

Gli xenodochia, cioè luoghi di rifugio lungo le principali vie di comunicazione dove si poteva trovare ricovero e vitto gratuito, sono attestati fin dal IV secolo: si trattava di strutture della nascente società cristiana, tendenti a sostituire le mansiones e le mutationes romane ormai in decadenza. Ma, in area europea, i primi a praticare sistematicamente l’ospitalità nei confronti dei viandanti furono i monasteri, spesso costruiti di proposito lungo le principali vie di comunicazione.

I Monasteri

L’ospitalità, unitamente all’idea che nel viandante si dovesse vedere Cristo stesso, era un dovere preciso, imposto alle comunità monastiche dalla Regola (cap. LIII). L’ospite del monastero veniva accolto dall’abate, gli si lavavano mani e piedi e si pregava e si leggeva la parola di Dio con lui. All’ora del pasto egli sedeva alla mensa dell’abate, e dopo poteva ritirarsi in locali appositi, adibiti a foresteria, tenuti in ordine da un monaco preposto a tale compito, che dormiva presso la porta del convento, pronto a ricevere viandanti ad ogni ora.

Il capitolo LIII della Regola avverte però la comunità monastica di non esagerare nei rapporti con gli ospiti: essi sono pur sempre portatori di un modello di vita laica e mondana, che può distrarre il monaco dalla sua ricerca di Dio, che prevede l’allontanamento dal mondo. Ecco perché il monaco addetto alla portineria deve essere «timorato di Dio» e solo lui può avere rapporti con gli ospiti; agli altri monaci è permesso solo salutarli, chiedere la loro benedizione, ma in alcun caso è permesso «fermarsi a parlare» (cap. LIII, 24). Questo rischio di distrazione dovette accentuarsi con il diffondersi della pratica del pellegrinaggio ed il conseguente aumento dei pellegrini lungo le strade. Il «pellegrino di professione», pur non esente da motivazione religiosa, viveva a carico degli ospizi, nei quali portava una consistente ventata di mondanità. Diverse Consuetudines impongono al monaco portinaio al mattino di aprire le porte della foresteria solo dopo aver controllato che non manchi nulla; in altre si trova il consiglio di servire vino acido agli ospiti che tardano a riprendere la strada.

Gli ospizi

É anche per questi inconvenienti che le strutture ospitaliere tendono a diventare complessi autonomi. La rinascita dei centri urbani del resto imporrà anche ai vescovi il dovere dell’ospitalità e, più tardi, questo servizio caritatevole sarà fornito anche dalle confraternite laiche, che in questo modo rivendicano un loro ruolo autonomo e attivo sul piano della pratica della carità. Saranno questi ospizi a trasformarsi gradatamente in ospedali per malati o centri assistenziali per orfani. Significativo, al riguardo, è il caso di Santa Maria della Scala a Siena che nacque come ospizio per viandanti, ma che ben presto funzionò anche come ricovero per malati e per i «gittatelli» (bambini d’ambo i sessi abbandonati).

Questo accadeva nelle città, mentre nei punti impervi degli itinerari di pellegrinaggio, come i passi montani, l’ospizio va sempre più specializzandosi nell’assistenza al viandante, considerato povero in quanto non porta nulla con sè. L’ospizio del Gran San Bernardo, sorto verso la metà del XII secolo, è definito «una delle tre colonne erette da Dio in questa terra per il sostegno dei poveri» dalla Guida del pellegrino (libro V del Codex Calixtinus); ad Altopascio invece una campana, la «Smarrita», suonava per diverse ore dal calar del sole, per permettere ai pellegrini, in ritardo sulla tabella di marcia, di orientarsi al buio e tra le nebbie del luogo, e raggiungere ugualmente il rifugio.

Strutture materiali

É difficile ricostruire le strutture materiali di questi luoghi di sosta, o perché trattandosi di un’architettura esclusivamente funzionale ad un servizio non seguiva canoni architettonici precisi, o perché la loro natura prettamente funzionale li ha resi oggetto di continue trasformazioni nel tempo. Come giustamente sostiene Oursel, è improbabile che essi avessero quale modello architettonico la struttura a cavalcavia – sul tipo dei nostri moderni autogrill -, anche se un bell’esempio di questa tipologia si ha a Pons (in Francia). Perlopiù si trattava di vasti ambienti a pianta rettangolare (sul tipo della sala del Pellegrinaio dell’Ospedale di Santa Maria della Scala, a Siena), dove si mangiava e si dormiva. In alcuni casi il dormitorio era al piano superiore, mentre il piano terra era destinato a refettorio, come a Staffarda. In Italia pare che, al di fuori dei centri urbani, fosse abbastanza diffusa la struttura a corte chiusa: cortile attorniato da portici, per il riparo degli animali, e ambienti chiusi. Questi complessi si sono spesso trasformati in cascine: nella nostra zona è un esempio Cascine Strà, immediatamente fuori Vercelli. Tuttavia anche un semplice porticato poteva funzionare quale ricovero per pellegrini: a Eunate, sul Camino spagnolo per Compostela, una chiesa templare è contornata appunto da un portico che fungeva da riparo quando gli ospedali della vicina Puente la Reina erano al completo.

Poco si sa anche sull’arredo. Secondo la Regola, la foresteria era fornita di letti, lenzuola e suppellettili da cucina, ma pare che in alcuni casi addirittura il tavolo fosse un optional: un canto del XIV secolo recita infatti: «non usan [i pellegrin] tavolo per mangiare, ma siedon sulla nuda terra». Probabilmente anche i letti non erano un arredo fisso, ma erano sostituiti da paglia, al massimo insaccata. Del resto quest’uso era comune, come avverte Rösener, presso la maggior parte delle case contadine.

Osterie e locande

Verso la fine del Medioevo si diffonde sempre più l’ospitalità a pagamento ed aumentano osterie e locande. Senza dubbio qui il trattamento doveva essere migliore, anche se la logica del profitto poteva riservare sorprese. Denis Passot (pellegrino a Gerusalemme nei primi anno del cinquecento), avverte che al «Casale della Tavernetta», prima di arrivare all’ospizio della Novalesa, vi erano «taverne per riposarsi e alloggiare, e del buon vino», mentre Erasmo da Rotterdam afferma che le taverne tedesche (Colloqui, Locande) avevano tovaglie che sembravano di «canapa strappata dall’albero di qualche nave», le lenzuola andavano «al bucato una volta ogni sei mesi» e il trattamento dei cavalli era identico a quello degli uomini.

apparso su “La Vita Casalese”, Speciale Giubileo, 26 Marzo 2000, p. 6.


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