Medicina nel periodo medievale

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La Medicina Medievale.

Nel Medioevo sicuramente non c’erano tante tecnologie mediche dei giorni nostri, non esisteva la vaccinazione, la chirurgia era ai primi passi, ma forse in alcuni campi, come quello dell’erboristeria erano avanzati, naturalmente in quel periodo il tutto era molto artigianale. Oggi la Comunità medica scientifica e lo Stato tramite il Ministero della Salute, ed altri enti pubblici, controlla lo sviluppo della Medicina e chi esercita questa professione, mentre nel Medioevo la situazione era molto più caotica. In quel periodo non esisteva più di una classe medica: c’era chi esercitava tale attività seguendo i testi greci e latini, chi curava con le erbe o le pietre, chi, come artigiani, facevano i cavadenti o le levatrici , come altri mestieri del genere, chi facevano i maghi, le streghe, le fattucchiere e guaritori, in ultimo chi nella propria casa, esercitava l’attività per curare la salute dei propri familiari. Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, erano pochissimi coloro che sapevano leggere i testi di medicina in latino e in greco, per la quasi totalità appartenevano al mondo religioso. La maggior parte dei nobili era analfabeta, spesso tali conoscenze mediche erano utilizzate dai religiosi. I conventi, che conservavano i libri di Ippocrate e Galeno e altri testi medici, furono inizialmente le sedi dove si insegnava l’arte medica, ma poi nell’Alto Medioevo venne fondata la Scuola Medica Salernitana. Sembra che sia nata intorno al IX o X secolo, grazie a questa importante Scuola la Medicina veniva insegnata fuori dai monasteri. Possiamo ipotizzare che i monaci dovevano avere avuto un ruolo importante in tutto ciò, visto che i conventi di Salerno e quello vicino di Badia di Cava, ricoprivano un ruolo importante tra quelli dell’ordine Benedettino. Questo ordine monastico, ha avuto un ruolo importante per curare i malati, anche nel territorio fabrianese e quello vicino. Come non pensare alle fonti termali solfuree di S. Vittore frazione di Genga, acque utilizzate nell’Antica Roma. Possiamo supporre che l’Abbazia di San Vittore alle Chiuse, Chiesa in stile romanico, e il grande Convento Benedettino di cui faceva parte, le cui notizie documentate della sua esistenza sono del 1007, sia sorto per sfruttare le fonti termali. Si può ipotizzare che i frati benedettini anche li, come in altre parti d’Italia e a Salerno, si dedicavano alla cura dei malati, utilizzando le conoscenze mediche degli antichi romani. Del resto non è un mistero che nell’Antica Roma le acque termali venivano utilizzate a scopi medici, si pensi ad esempio a quelle di Acquasanta Terme citate anche dallo storico Tito Livio e molto frequentate nell’antichità. Probabilmente, grazie alla fama medica e guaritrice dell’acqua termale, i Benedettini di San Vittore riuscirono ad espandersi, fino ad arrivare a esercitare il controllo su 42 chiese e numerosi territori e beni circostanti. Poi però, dopo un periodo di splendore, conoscono una costante e lunga decadenza alla fine del XIII. Probabilmente il declino inizia con la perdita del controllo dei religiosi sulla Medicina, come in altre parti d’Europa. La nascita delle grandi Università di Medicina coincide con la fine del XIII secolo, si pensi a quella di Bologna, Parigi, Padova, Montpellier, si formano nuove generazioni di medici laici soppiantando i religiosi che fino ad allora avevano avuto il monopolio della Medicina. Comunque le conoscenze mediche del Medioevo non sono tutte da sottovalutare, forse in alcune erbe rare che un tempo veninano usate in erboristeria ci sono dei principi attivi utli per la cura di alcune malattie. Bisognerebbe che la riceca medica si concentasse anche nel recupero di tali conoscenze per la creazione di nuovi farmaci e nuove cure. Il passato è una risorsa per il futuro.

Paolo Carnevali

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La fabbricazione della Carta a Fabriano e i Monasteri.

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Fabriano spesso è chiamata la Città della carta, ma come lo è diventata? Questa domanda è stata posta molte volte, si sono fatte molte ipotesi, ma sino ad ora, non è stata data una risposta definitiva a questa domanda. Per capire come la carta sia arrivata in questa città, e come in questo luogo, il suo processo di fabbricazione, sia stato cosi modificato, bisogna tornare indietro nel tempo. Nel medioevo, Fabriano, nel suo territorio, possedeva numerose strutture monastiche. In esse, non solo si pregava , ma i monaci, utilizzavano le loro conoscenze mediche per curare la popolazione. Inoltre, i loro Monasteri, anticamente, avevano bisogno di numerose quantità di pergamene, che utilizzavano per scrivere nuovi libri sacri o per copiare e salvare, dal logorio del tempo, gli antichi libri. Inoltre la pergamena veniva utilizzata per gli atti amministrativi. Probabilmente nel territorio fabrianese, gli artigiani, hanno iniziato a produrre della pergamena in loco, per soddisfare le esigenze dei conventi locali. Dopo tutto, la materia prima per produrre la pergamena, ossia la pelle di pecora, era abbondante nella zona. Basti pensare, che esiste addirittura una razza di pecora chiamata “fabrianese”. In seguito con la diffusione della carta, quest’ultimo prodotto a Fabriano, ha trovato un ambiente ideale per fare un salto produttivo. Dando vita ad un nuovo modello per produrre la carta in Occidente.

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Martes de carnaval

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Martes de carnaval
Hoy es martes de Carnaval, en todo el mundo estos días han celebrado el carnaval, todo termina este día. Aunque este es un festival que tiene lugar en países de tradición católica, tiene raíces que se hunden en los rituales pre-cristianos. Sus orígenes se remontan a tiempos prehistóricos. El nombre meat-vale, despedida o meat-sciala (carnesciale) reportado por el Prof. Oreste Marcoaldi en sus escritos, se refiere al último día del Carnaval en el que se podía comer carne, luego dijo “adiós”. De hecho, después del último día de Carnaval, el martes de Carnaval, llega el Miércoles de Ceniza y con ello comienza la Cuaresma con su período de abstinencia y ayuno, por lo que no hay carne. En Italia, el carnaval más antiguo en el que hay una documentación histórica segura que da testimonio de este evento es el de Venecia. De hecho, hay un acto con fecha de 1094 que habla de un “espectáculo público” que tuvo lugar antes de la Cuaresma en la ciudad. En 1296, el Dux de Venecia transformó este festival espontáneo de la gente en un evento institucional. Aunque este partido no es reciente, logra ser siempre actual, involucrando cíclicamente a las nuevas generaciones, como lo hizo en el pasado. En el Renacimiento, las festividades de carnaval, que tuvieron lugar en la ciudad de Florencia, recogieron el ritual, que tuvo lugar en la antigua Roma, del “triunfo”, o el honor más alto que se le otorgó a un general victorioso. Esta representación del carnaval se realizó, a través de un desfile de carrozas, con personas en trajes que cantaban y bailaban, siguiendo el tema de la música. Uno de los ritos más famosos del carnaval es disfrazarse, un ritual que recuerda las tradiciones antiguas, pero no es el único. Por ejemplo, en Fabriano, como prof. Oreste Marcoaldi tuvo lugar la caza de Tauro, los dos domingos de carnaval en la Villa, la iluminación de los muelles, el caldo de sobras. Sin embargo, el ritual más común es el del enmascaramiento, nadie como Marcoaldi puede describirlo tan perfectamente, en su libro “Costumbres y prejuicios del pueblo Fabriano” (Fabriano 1877) escribió: “El carnaval … en sus máscaras muy diferentes. .. para burlarse de disfraces e instituciones … es un período de alienación mental … transformar las ciudades en vastos y perfectos hospitales de los locos “. Podemos decir que estos ritos caóticos, incluso de acuerdo con lo que escribió el profesor, llevaban el Caos, destruyendo el orden previamente establecido. De hecho, estos rituales resumen los de culturas muy antiguas, que aunque sin saberlo nos han dado forma, pensamos, por ejemplo, en una gran civilización como la babilónica. En la antigua Babilonia hubo una ceremonia en la que los participantes representaron las fuerzas del Caos, que se opusieron a la creación del universo, reviviendo el evento de la muerte y resurrección del dios Salvador Marduk. Estos ritos, que tuvieron lugar después del equinoccio de primavera, se utilizaron para revivir la fundación del Cosmos a la gente, en la que el dios Marduk luchó y derrotó al dragón Tiamat. Incluso los festivales en honor a Isis, la diosa egipcia, tuvieron lugar con la presencia de grupos enmascarados, como testificó el gran escritor romano Lucio Apuleio. También en los ritos dionisíacos griegos, y en los saturnales romanos, aparecen los rituales típicos del carnaval descritos por Marcoaldi. En resumen, puedo concluir que no entendemos que muchas tradiciones, consideradas por nosotros que carecen de significado, tienen, en cambio, raíces que nos unen a nuestros antepasados. Si queremos entendernos, debemos entender de dónde venimos. Sin embargo para acabar buen carnaval

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Carnival Tuesday

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Carnival Tuesday
Today is Shrove Tuesday, all over the world these days have celebrated the carnival, everything ends this day. Although this is a festival that takes place in countries of Catholic tradition, it has roots that sink into pre-Christian rituals. Its origins date back to prehistoric times. The name meat-vale, farewell or meat-sciala (carnesciale) reported by Prof. Oreste Marcoaldi in his writings, refers to the last day of the Carnival in which you could eat meat, then he said “goodbye”. In fact, after the last day of Carnival, Shrove Tuesday, Ash Wednesday comes and with it begins Lent with its period of abstinence and fasting, so no meat. In Italy the oldest carnival in which there is a sure historical documentation that bears witness to this event is that of Venice. In fact, there is an act dated 1094 which speaks of a “public show” that took place before the Lent in the city. In 1296 the Doge of Venice transformed this spontaneous festival of the people into an institutional event. Although this party is not recent, it manages to be always current, cyclically involving the new generations, as it did in the past. In the Renaissance, the carnival festivities, which took place in the city of Florence, picked up the ritual, which took place in ancient Rome, of the “triumph”, or the highest honor that was paid to a victorious general. This carnival representation, took place, through a parade of floats, with people in costumes who sang and danced, following the theme music. One of the most famous rites of the carnival is to disguise oneself, a ritual that recalls ancient traditions, but it is not the only one. For example, in Fabriano, as prof. Oreste Marcoaldi took place the Taurus hunt, the two carnival Sundays in the Villa, the lighting of the wharves, the leftover broth. However, the most common ritual is that of masking, no one like Marcoaldi can describe it so perfectly, in his book “Customs and prejudices of the Fabriano people” (Fabriano 1877) wrote: “the carnival .. in its mattly very different masks .. to mock costumes and institutions … it is a period of mental alienation … transforming cities into vast and perfect hospitals of the madmen “. We can say that these chaotic rites, even according to what the professor wrote, wore Chaos, destroying the order previously established. In fact, these rituals resume those of very ancient cultures, which although unknowingly have shaped us, we think for example of a great civilization such as the Babylonian. In ancient Babylon there was a ceremony, in which the participants represented the forces of Chaos, which opposed the creation of the universe, reliving the event of the death and resurrection of the god Savior Marduk. These rites, which took place after the spring equinox, were used to revive the foundation of the Cosmos to the people, in which the god Marduk fought and defeated the dragon Tiamat. Even the festivals in honor of Isis, the Egyptian goddess, took place with the presence of masked groups, as the great Roman writer Lucio Apuleio testified. Also in the Greek Dionysian rites, and Roman saturnali the typical Carnival rituals described by Marcoaldi appear. In summary I can conclude we do not understand that many traditions, considered by us lacking in meaning, have instead roots that bind us to our ancestors. If we want to understand ourselves we must, understand where we come from. However to end good Carnival.

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Martedì Grasso e il Carnevale

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Oggi è Martedì Grasso, in tutto il mondo in questi giorni si è festeggiato il carnevale, tutto finisce questo dì. Nonostante questa è una festa che si svolge nei Paesi di tradizione cattolica, essa ha radici che affondano in riti precristiani. Le sue origini risalgono sino alla preistoria. Il nome carne-vale, addio o carne-sciala (carnesciale) riportato dal Prof. Oreste Marcoaldi nei suoi scritti, fa riferimento all’ultimo giorno del Carnevale in cui si poteva mangiare la carne, quindi gli si diceva “addio”. Infatti, dopo l’ultimo giorno di carnevale, martedì grasso, viene il mercoledì delle ceneri e con esso inizia la Quaresima con il suo periodo di astinenza e digiuno, quindi niente carne. In Italia il Carnevale più antico in cui si ha una sicura documentazione storica che testimonia tale evento è quello di Venezia. Infatti esiste un atto datato 1094 in cui si parla di un “pubblico spettacolo” che si svolgeva prima della quaresima all’interno della città. Nel 1296 il Doge di Venezia trasformò questa festa spontanea del popolo in un evento istituzionale. Nonostante questa festa non sia recente, riesce ad essere sempre attuale, coinvolgendo ciclicamente le nuove generazioni, come lo faceva nel passato. Nel Rinascimento, i festeggiamenti carnevaleschi, che si svolgevano nella città di Firenze, riprendevano in chiave goliardica il rito, che si svolgeva nell’antica Roma, del “Il trionfo” , ovvero il massimo onore che veniva tributato ad un generale vittorioso. Questa rappresentazione carnevalesca, si svolgeva, mediante una sfilata di carri addobbati, con gente in costume che cantava e ballava, seguendo delle musiche a tema. Uno dei più famosi riti del carnevale è quello di mascherarsi, un rito che riprende tradizioni antichissime, ma non è il solo. Per esempio a Fabriano come scriveva il prof. Oreste Marcoaldi si svolgeva la caccia del Toro, le due domeniche di carnevale in Villa, l’accensione dei moccoli, la broda d’avanzo. Comunque il rito più comune è quello di mascherarsi, nessuno come il Marcoaldi può descriverlo così perfettamente, nel suo libro “Usanze e pregiudizi del Popolo Fabrianese” (Fabriano 1877) scriveva: “il carnevale .. nelle sue mattamente svariatissime maschere ..per dileggiare costumi e istituzioni..è un periodo di mentale alienazione…trasformando le città in vasti e perfetti ospedali de’ pazzi”.Possiamo dire che questi riti così caotici, anche secondo quanto scriveva il professore, portavano il Caos, distruggendo l’ordine precostituito. In effetti questi riti riprendono quelli di culture molto antiche, che anche se inconsapevolmente ci hanno plasmato, pensiamo ad esempio ad una grande civiltà come quella babilonese. Nell’antica Babilonia si svolgeva una cerimonia, nella quale i partecipanti rappresentavano le forze del Caos, che si opponevano alla creazione dell’universo, si riviveva l’evento della morte e della resurrezione del dio salvatore Marduk. Questi riti che si svolgevano dopo l’equinozio di primavera, servivano per far rivivere al popolo la fondazione del Cosmo, in cui il dio Marduk lottava e sconfiggeva il drago Tiamat. Anche le feste in onore di Iside, dea egizia, si svolgeva con la presenza di gruppi mascherati, come attestava il grande scrittore romano Lucio Apuleio. Anche nei riti dionisiaci greci, e saturnali romani compaiono i tipici rituali del Carnevale descritti dal Marcoaldi. In sintesi posso concludere noi non comprendiamo che molte tradizioni, ritenute da noi prive in parte di significato, hanno invece delle radici che ci legano ai nostri avi. Se vogliamo capire noi stessi dobbiamo, comprendere da dove veniamo. Comunque per concludere buon Carnevale.

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Medioevo fabrianese, i Conventi e i Carmina Burana

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Spesso chi vive in una piccola città come Fabriano, non ha la consapevolezza dell’importanza che il luogo aveva in passato. L’oblio della memoria. Il tempo erode le montagne e le memorie. Sia i turisti, sia gli attuali abitanti della città, spesso ignorano il ruolo che questo luogo ebbe in passato. Fabriano era anche un luogo di cultura, grazie ai numerosi complessi monastici, sorti già prima dell’anno mille, nel suo territorio. Queste istituzioni, come già detto, furono non solo luoghi di preghiera, ma anche di cultura. Possiamo immaginare, come in ogni monastero benedettino, nel territorio fabrianese, ci fossero alcuni monaci amanuensi, che avevano il compito si salvaguardare antichi testi religiosi, e non solo, dall’erosione del tempo. Questi religiosi hanno anche ispirato Umberto Eco, quando scrisse Il Nome della Rosa, nella sua opera, egli descrive anche i monaci amanuensi, e i luoghi da loro usati per esercitare tale arte. Il monastero descritto nel Libro é imponente, ma del resto anche Fabriano ebbe grandi strutture religiose. Una di esse, era un importante e maestosa struttura monastica, che fù eretta nel secolo XIII e fu ricostruita tra il XVI e il XVII secolo. Attualmente del Monastero notiamo solo la Chiesa di San Benedetto, anche se ancor oggi, è facile delineare parte dei confini di quella che un tempo era un enorme e imponente struttura religiosa. Inoltre bisogna ricordare che i Conventi Benedettini per diversi secoli, non erano dei luoghi isolati, ma si comportavano come le Università moderne, queste istituzioni dialogavano tra di loro, non esistevano barriere nazionali. A dimostrazione di ciò citerò il Carmina Burana. Esso è un importante manoscritto miniato il Codex Buranus (Codex latinus monacensis 4660). Il Codex latinus monacensis 4660 è composto da 112 fogli di pergamena dove sono riportati ben 315 testi poetici proveniente dal convento Benedettino di Benediktbeuern (un tempo chiamata Bura Sancti Benedicti), nei pressi di Bad Tölz in Baviera. Erroneamente, solo per il fatto che il manoscritto ,che raccoglie tutte queste opere ,è stato ritrovato in un monastero tedesco gli vene attribuita una matrice germanica. Ma un attenta visione dell’opera ha indicato la presenza di versi in francese ed italiano. Frutto, di uno scambio continuo, tra diversi monasteri di vari paesi europei. Ci sono dei brani che forse sono stati creati in Italia o quanto meno sono passati nel nostro paese, e poi hanno circolato in Gemania diventando parte integrante della raccolta. Forse c’è la probabilità che alcuni di essi siano nati nel fabrianese. Naturalmente si tratta solo di supposizioni, ma che potrebbero portare a scoperte interessanti se si confrontassero il Carmina Burana con alcuni scritti in volgare del fabrianese dello stesso periodo medievale. Dall’analisi dei brani 94, 95 e 118 dell’edizione Hilka-Schumann 1941, possiamo capire che essi, dopo essere stati creati o quanto meno esser transitati in Italia, sono entrati nella raccolta, infatti ciò lo si rileva anche da alcuni elementi linguistici già notati da Giulio Bertoni, per esempio nel brano 118 si notano elementi tipici dell’area lombardo-friulana.(Bertoni, Giulio, 1912 Intorno ai «Carmina Burana», in «Zeitschrift für romanische Philologie», 36, 1912, pp. 42-46.
Hilka, Alfons – Schumann, Otto 1941 Carmina Burana, mit Benutzung der Vorarbeiten Wilhelm Meyers, kritisch herausgegeben von Alfons Hilka und Otto Schumann, I: Text, 2. Die Liebeslieder, herausgegeben von Otto Schumann, Heidelberg, Winter, 1941.) In ultimo possiamo ricordare che i brani presenti nel Carmina Burana erano stati scritti per essere musicati, ed alcuni artisti hanno creato della musica per tali testi. Qui sotto riporto un link a youtube di un video eseguito da alcuni artisti sul Carmina Burana.

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Ipotesi sulle origini della Carta di Fabriano

La domanda che molti si pongono; fu un caso che lo sviluppo delle prime cartiere si ebbe a Fabriano?

La Storia sembra dimostrarci che questo non fu un caso. In primo luogo, la zona del fabrianese era abitata fin dalla preistoria, si pensi ai ritrovamenti archeologici scoperti in diverse zone di questo territorio, o li vicino. Come ad esempio ad Attiggio o vicino Genga. Nel periodo preromano era abitata da umbri, piceni e Galli ovvero celti. Durante il dominio romano Attidium, l’odierna Attiggio siede i natali ad un senatore romano. Nella vicina Tuficum risiedeva un legionario romano, in seguito, per meriti sul campo di battaglia, era stato promosso , fino a diventare comandante dei Pretoriani. Sotto la dominazione longobarda, questo territorio ebbe un notevole sviluppo economico e godette di una certa autonomia. In seguito l’Imperatore Carlo Magno, stabilì che questo territorio doveva mantenere l’autonomia economica e politica che aveva durante il periodo longobardo. Intorno all’anno mille si ebbe un notevole sviluppo di strutture monastiche benedettine. I monaci si erano diffusi nel periodo longobardo, utilizzando le conoscenze dei romani, questo era continuato anche sotto la protezione dell’ Impero. Un grande e ricco centro monastico si trovava a San Vittore, un altro a San Cassiano, dove probabilmente un tempo si trovavano le antiche fortezze che proteggevano il territorio longobardo dalle incursioni dei bizantini. Inoltre Ancona aveva sviluppato importanti vie commerciali che andavano dall’Africa all’Asia. Probabilmente, quando qualcuno importo le tecniche per lavorare la carta a Fabriano, questa città aveva già tutte le conoscenze più avanzate per far fare un salto di qualità alla lavorazione cartaria. I fabrianese utilizzarono le conoscenze tecnologiche che già possedevano, dalla lavorazione dell’uva probabilmente avevano preso l’idea per utizzare macchinari per pressare la carta, come l’utilizzo della gelatina animale è venuta da chi nella città si occupava della lavorazione della carne. Inoltre si può ipotizzare che nel territorio, vista l’importante presenza di strutture monastiche, c’era la necessità di avere una produzione di pergamena, fatta con pelli di animali. In quel periodo i monasteri, avevano bisogno di pergamene per trascrivere non solo i libri sacri, ma anche quelli di carattere culturale. La popolazione era analfabeta, tranne pochi nobili e la maggior parte dei religiosi. Naturalmente queste sono solo ipotesi, che andranno dimostrate.

Paolo Carnevali 

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Storia delle Marche un tempo autonoma ed indipendente

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In questi ultimi tempi non si fa che parlare di indipendenza, non solo nelle tv o sui giornali, ma anche sui social network, a proposito della Catalogna o dei Referendum di Lombardia e Veneto, per ottenere una maggiore autonomia. Molti non sanno, che nel passato, c’era una terra in particolare,che con le sue genti, ha lottato molto e fino alla morte, per ottenere l’indipendenza o anche un pò di autonomia. Questa terra oggi è inglobata nella regione Marche. Già nel periodo romano, come non ricordare Ascoli, che nel 91 a.C. deiede il via all’episodio che originò la Guerra Sociale contro Roma. Ascoli insieme atri popoli italici si ribellò ai romani per avere maggiori autonomie. Ascoli insieme ad altri popoli italici fondò una Lega contro Roma, battezzata “Italia”. Roma in questo scontro ebbe la meglio su Ascioli e sull’intera Lega, infatti nell’89 a.C.,il generale romano Gneo Pompeo Strabone, dopo aver assediato a lungo la città, la fece capitolare, uccise i comandanti ascolani ed esiliò quasi tutti i suoi cittadini. Secoli dopo, successivamente al crollo dell’Impero Romano, e alla disfatta dei Goti, gran parte del territorio delle Marche, con l’arrivo del Longobardi, venne compreso nel Ducato di Spoleto.

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I Franchi, invasero successivavente queste terre, mettendole sotto la giurisdizione della Chesa. Ma tale gestione, generò una spaventosa crisi economica, sociale e culturale. il popolo si ribellava a tutto questo spesso in modo violento, tentando di rimettere al potere i vecchi governanti longobardi. Infatti, sotto la dominazione longobarda, godevano di una grande autonomia economica e culturale, che avevano perduto da quando erano caduti sotto l’egemonia papale. Questo fece si che le rivolte continuarono frequenti, tanto da costringere l’Imperatore Carlo Magno a far ricadere tutte queste terre,anche se formalmente continuavano ad appartenere alla Chiesa, sotto la giurisdizione imperiale, creando la nuova contea della Marca.
Poi le città delle Marche, goderono di una notevole autonomia. In seguito si formarono i liberi comuni, grazie a queste autonomie alcune città iniziarono ad diventare ricche e potenti si pensi ad esempio ad Ancona, che alla fine del XII secolo era anche una potente Repubblica marinara.

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Ma tutto terminò quando Francesco Sforza, sempre alla ricerca di soldi e potere, iniziò la sua campagna nelle Marche, incominciò a conquistare con il suo esercito alcune di città marchigiane. Ma non avendo una forza militare così forte, da riuscire a conquistare la maggiorpatre delle città marchigiane, dovette ricorrere ad altre vie. Servendosi di una persona di nobile origine, ma dall’animo corrotto fino al midollo, che non aveva nessun scrupolo ad assassinare i propri parenti, ottenne ciò che il suo esercito non gli poteva dare; il controllo delle Marche. Francesco Sforza temendo la potenza militare dei Varano, signori di Camerino, Chiavelli siogniori di Fabriano e Ottoni signori di Matelica, insieme ad altri loro potenti alleati, riuscì ad eliminarli grazie ad un piano diabolico. Incaricò un parente dei Varano e dei Chiavelli per organizzare delle congiure per ucciderli. Arcangelo di Fiordimonte, ma in realtà possiamo ipotizzare che il suo vero nome era Arcangelo Chiavelli, un uomo che ai giorni nostri non esiteremo a definire psicopatico. Per Francesco Sforza era la chiave per poter organizzare, dall’interno, la strage di queste importanti famiglie, che avevano la forza militare per distuggere i suoi sogni di gloria. Infatti , queste famiglie si fidavano di Arcangelo di Fiordimonte, perchè era un loro parente, i Varano erano imparentati con i Chiavelli. Nel 1434 si ebbe la strage dei Varano, nel 1435 quella dei Chiavelli. Francesco Sforza ottenne il suo scopo, le Marche persero la loro indipendenza, iniziando quel processo che vide questa regione ,nell’arco di poco tempo, soggiogata dallo Stato pontificio.

Paolo Carnevali

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L’Ultimo giorno di Carnevale

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Ultimo giorno di Carnevale.

Oggi è l’ultimo giorno di Carnevale, spesso si ha l’errata convinzione che le feste del passato fossero meno belle di quelle attuali, ma se pensiamo a questo giorno, in base agli scritti del prof. Oreste Marcoaldi (1825 –1879) ci rendiamo conto di quanto, i festeggiamenti ,potevano essere magnifici e coinvolgenti. A quei tempi essi si svolgevano non solo con canti e balli per le vie e le piazze della città ma anche con l’accensione delle candele e le lanternine coloratre che si sistemavano davanti alle proprie case. Tutto ciò contribuiva a dare uno straordinario effetto scenografico alla città. L’evento culminante di questi festeggiamenti carnevaleschi poteva essere senza dubbio quello del carnevale morto. In altri luoghi veniva chiamato re carnevale o il pupo. Si costruiva un pupazzo fatto di stracci delle stesse dimensioni di un uomo, posto su una carretta era portato in giro per la città, per essere mostrato a tutta la gente. La rappresentazione della processione e della morte del Carnevale, aveva un significato simbolico molto forte, infatti questo illustrava il legame di questa festa ai riti agrari dell’attesa del risveglio arboreo. Questi riti avevano delle radici preromane e affondavano in antiche tradizioni che arrivavano fino alla preistoria. Questi antichi riti di religioni, che ormai da millenni nessuno ha nemmeno memoria del loro nome, avevano la funzione di celebrare il rinnovamento, nel quale ci si liberava del vecchio per favorire la crescita del nuovo. Probabilmente questi riti erano di tipo propiziatorio, ed erano legati ai cicli della terra, al risveglio della natura dopo il rigido inverno. Possiamo ipotizzare che essi devono la loro nascita quando l’uomo ha smesso di essere solo un cacciatore e ha iniziato a coltivare la terra per nutrirsi. Ritornando al Carnevale è un vero peccato che queste tradizioni di Carnevale siano state abbandonate, potrebbe essere interessante farle rivivere.

Paolo Carnevali

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I Fraticelli: Eretici o vittime dell’Inquisizione.

I Fraticelli: Eretici o vittime dell’Inquisizione.Gioacchinodafiore

Dopo aver letto due interessanti articoli di Nicola Righetti(dall’Eremo dei frati bianchi all’eresia dei “fraticelli” medievali, Eremo dei frati bianchi. Incrocio di santi ed eretici), sul sito spiritoemateria.wordpress.com , e uno scambio di uno scambio di post su Twitter, con l’autore, gli ho comunicato, che avrei fatte delle ricerche su questo argomento. Non avrei creduto di trovare così tanto materiale, ma non solo, ho avuto la sensazione, che nella mia città, ci sia stata una Damnatio memoriae, sui roghi e le persecuzioni fatte nel suo territorio. La Damnatio memoriae è una locuzione latina, nel diritto romano, questo termine indicava la pena della cancellazione e della distruzione, di ogni traccia della memoria di un individuo. In questo modo, era come se non fosse mai esistito per i posteri. Allo stesso modo, nel fabrianese, l’Inquisizione aveva cercato di sradicare la memoria di tutto questo, nonostante ciò, qualcosa è rimasto. Ma andiamo in ordine, le mie ricerche hanno avuto un successo inaspettato, ho trovato una enorme mole di materiale. Qui in questo articolo, per motivi di spazio, sarò sintetico sacrificando degli aspetti di questa vicenda. I fatti che riguardano questa, sembrano coinvolgere più aspetti, non solo religiosi, ma anche politici. Per capire il tutto bisogna porsi una domanda: perché nella Vallesina e Fabriano si insediarono e vennero perseguitati i fraticelli? Partiamo dall’inizio, Ludovico Wittelsbach, dopo la morte di Enrico VII, nel 1314 viene eletto dalla maggior parte dei principi tedeschi Imperatore. Nonostante ciò il Papa Giovanni XXII, non riconobbe mai la sua elezione. Questo portò allo scontro tra Impero e la Chiesa. Quando l’Imperatore scese in Italia, tutto il fronte ghibellino si sollevò contro il potere del papato, nel 1327 marciò su Roma. Nelle città ghibelline, immense folle acclamarono l’Imperatore, ed era seguito dal suo esercito dai suoi frati, preti, vescovi e cardinali. Lui, lungo la sua discesa verso Roma, incontrava nobili e religiosi, feudatari dell’Impero. In particolare nelle Marche, si sollevarono al papato, appoggiando l’Imperatore i Chiavelli signori di Fabriano, che erano per tradizione ghibellini, come tutta la Vallesina, dopotutto a Jesi era nato Federico II, e nel passato queste terre avevano appoggiato Federico Barbarossa nel suo assedio ad Ancona. L’Imperatore Ludovico, quando arrivò a Roma, in San Pietro incontro il rappresentante del popolo della città, che gli pose la corona imperiale. Qualche mese dopo, Ludovico emanò un decreto, il “Jacque de Cahors”, questo certificava che papa Giovanni XXII veniva deposto, con l’accusa di eresia. Chiaramente era una accusa pretestuosa, volta a nascondere un grave atto dell’imperatore, ossia quello di creare una propria chiesa da utilizzare per i propri scopi personali. Ludovico IV, detto il Bavaro a Roma, nel 1328, fece eleggere per voto popolare Pietro Rainalducci da Corvaro, francescano spirituale, che prese il nome di Nicolò V, tra i prelati che lo sostenevano c’era il fabrianese Nicolò di Pietro di Salvolo, dotto teologo eremitano di S. Agostino. Egli fu scelto a parlare al popolo in occasione dell’elezione in piazza San Pietro. Il predicatore agostiniano di Fabriano, Nicolò di Pietro di Salvolo fece in quell’occasione un sermone su San Pietro liberato dalla prigione, dove la figura dell’Imperatore era accostata all’angelo e quella di papa Giovanni ad Erode. Naturalmente il sermone era una evidente forzatura delle sacre scritture, il deposto vescovo di Venezia Giacomo Albertino, domandò al popolo se voleva fra Pietro Rainalducci da Corvaro, e la folla rispose affermativamente. L’Imperatore poi lo nominò il nuovo papa, con il nome di Nicolò V. La domenica seguente, l’antipapa Nicolò V fece sette cardinali, ricompensando coloro che lo avevano appoggiato, Giacomo Albertino fu nominato cardinal-vescovo di Ostia, Nicolò di Fabriano cardinal-prete del titolo di S. Eusebio. (fonte Storia del cristianesimo, Di Antoine Berault-Bercastel). Bisogna ricordare che a Fabriano e nella Vallesina, seguendo l’esempio dell’Imperatore Ludovico IV, diedero rifugio ai dissidenti francescani, che appartenevano alla cerchia di Michele da Cesena. Quindi non è un caso che troviamo un religioso di Fabriano, come il predicatore Nicolò di Pietro di Salvolo, a sostenere l’elezione dell’antipapa Nicolò V al cospetto dell’Imperatore. Questo tradimento verso il papato, venne pagato a caro prezzo e con il sangue. Anche se non vi sono prove del coinvolgimento del papato nella strage dei Signori di Fabriano, si può ipotizzare che i congiurati, non si sono mossi per organizzare tutto ciò, senza avere ampie assicurazioni sulla loro impunità e incolumità, dopo questi misfatti. Quindi ci possiamo domandare chi aveva la forza e il potere per garantire ciò, i possedimenti della signoria dei Chiavelli alla fine a chi andarono? Comunque nel 1435 cinque Chiavelli vengono massacrati nella Chiesa di San Venanzio. Giorni dopo, cinque ragazzi dei Chiavelli vengono avvelenati e strozzati. In sito la città di Fabriano passa allo Sforza poi al papato, nel 1449 alla presenza di Papa Nicolò V(al secolo Tomaso Parentucelli) e fra. Giacomo della Marca, vengono bruciati al rogo in Piazza Bassa(attuale Piazza Garibaldi) uno per volta dodici fraticelli. Le persecuzioni contro i fraticelli furono implacabili in tutta la Vallesina, in particolare dove esistevano loro consistenti insediamenti come a Maiolati, Poggio Cupro, Mergo e Massaccio (l’odierna Cupramontana). Nel territorio di Fabriano, i frati e le “monache” che predicavano la povertà assoluta, si rifugiarono in luoghi isolati come da esempio rifugi naturali e grotte, come quelle che si trovano vicino a Paterno, una frazione di Fabriano. Le grotte sono tuttora accessibili, anche se non è semplice raggiungerle, come testimoniano alcuni video che si trovano su Youtube. Da ragazzo, avevo sentito storie e leggende di streghe legate a quei luoghi, le avevo liquidate come sciocche favole, ora mi sono ricreduto, dopo tutto, in ogni leggenda c’è sempre un po’ di verità. Comunque su questo argomento c’è ancora molto da scrivere. Forse ne parlerò in altri articoli.

Paolo Carnevali

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