L’estate della Signorina Adele

La signorina Adele arrivava in spiaggia di mattino presto.
La signorina Adele si dilettava con la pittura ed era solita dipingere ad acquerello delicate marine oppure orizzonti in tempesta.
La signorina Adele era quasi quarantenne, faceva l’insegnante di lettere in un blasonato liceo torinese e ogni anno trascorreva un paio di settimane alla Pensione Maria nella ridente località della riviera di ponente che sempre aveva frequentato.
La Pensione Maria, con le sue tre scintillanti stelle, garantiva ai suoi ospiti camere linde con un modesto balconcino e una piccola e quieta spiaggia privata.
Si era a metà degli anni ‘70, Bruno Lauzi cantava Onda su onda, andavano di moda gli zoccoli con le zeppe, i bikini fantasia e i riccioli ribelli.
La Signorina Adele ogni mattina lasciava l’albergo con la sua borsa di paglia, i grandi occhiali da sole a celarle il viso, il copricostume a fiori.
La Signorina Adele amava fare le parole crociate e andarsene al largo con il pedalò, portava in dote una carnagione particolarmente chiara e così per non scottarsi metteva sempre la crema con protezione alta ma l’estate le lasciava comunque un velo di lentiggini sul viso.
La Signorina Adele era riservata, timida, salutava con il consueto garbo gli altri bagnanti della sua spiaggia; la Pensione Maria era a gestione famigliare e poteva contare su una clientela fedele, così naturalmente tutti si conoscevano e ogni anno ognuno raccontava i piccoli eventi del proprio quotidiano ed era una gioia ritrovarsi.
La Signorina Adele leggeva romanzi d’amore: si metteva lì sotto l’ombrellone e poteva starci fino a sera inoltrata, a volte arrivava persino il bagnino a ricordarle che era il caso di rientrare in albergo per la cena.
La Signorina Adele aveva un particolare vezzo: portava sempre un cappello di paglia.
Tra i suoi preferiti ce n’era uno sul quale erano appuntati dei boccioli di rosa e un altro sui toni del blu, arricchito da un velo celeste.
E così, di giorno o di sera, non mancava mai di indossare il cappello che le conferiva anche una misurata eleganza.

Quell’anno alla Pensione Maria soggiornavano anche certe giovani donne inglesi.
E sulla spiaggia parlavano fitto tra di loro, erano spensierate e allegre, la Signorina Adele poteva udirle narrare di Brighton e della grande Londra con le sue vibranti lusinghe.
E così la signorina Adele, di solito schiva e ritrosa, fece amicizia con loro ed così ebbe modo di saperne di più di quei posti che la affascinavano.
Poi l’estate sfumò e venne un nuovo autunno.
Al celebre liceo torinese gli studenti rimasero stupefatti nello scoprire che la loro insegnante non sarebbe ritornata, ancor più si stupirono i proprietari della Pensione Maria quando l’estate successiva non videro Adele ritornare per le vacanze estive.
Passarono altre estati e altri autunni, nessuno la vide mai più nei luoghi che aveva sempre frequentato.
Molti anni dopo, in un giorno di giugno, un turista italiano a Londra si fermò ad ammirare le vetrine dell’atelier di un’artista situato in una trafficata strada di Pimlico, vi erano esposti dipinti di marine e orizzonti tempestosi con navi che sfidavano il loro destino.
L’avventore tuttavia rimase deluso di non poter visitare l’atelier, sulla porta era infatti affisso un cartello che recitava come segue: Adele M. Art Gallery -closed until 1st July.
A Brighton, quel giorno, il mare era davvero inquieto.
Una donna con un lungo abito bianco passeggiava sulla spiaggia e osservava il mare e l’orizzonte.
Aveva sul volto l’espressione appagata e serena, era felice, aveva avuto la vita che aveva sempre desiderato.
Teneva le braccia aperte e cantava una vecchia canzone di Bruno Lauzi, ad un tratto un colpo di vento le portò via il cappello di paglia e lei, senza esitare, corse a recuperarlo e se lo rimise sul capo.
Era uno dei suoi cappelli preferiti, sui toni del blu con i veli celesti, come le onde del mare.

Il profumo del caffè

Chi è quel giovane che viene verso di noi in Regent Street con un garofano all’occhiello e un bastone da passeggio in mano? Potremmo dedurre che sia facoltoso, poiché indossa abiti all’ultima moda, ma avremmo torto; potremmo giungere alla conclusione che ami la raffinatezza, giacché si ferma a guardare la vetrina di Liberty, il nuovo negozio dedicato alle ultime tendenze dello stile – o forse sta solo ammirando il proprio riflesso, i ricci che gli sfiorano le spalle rendendolo diverso dagli altri passanti?

Londra, 1896: l’eccentrico personaggio è Robert Wallis, sfaccendato dandy ventiduenne dalle indefinite ambizioni letterarie e protagonista del romanzo Il profumo del caffè di Anthony Capella edito da Beat Edizioni.
Wallis ha doti particolari: il suo palato è infatti straordinariamente sensibile e inoltre egli è capace di trovare le parole perfette per descrivere ogni gusto.
Un giorno trova sul suo cammino un certo Samuel Pinker, mercante di caffè che vorrebbe realizzare un cofanetto che sia una sorta di dizionario del caffè con lo scopo di utilizzarlo poi per i suoi commerci.
Pinker coinvolge così il giovane Robert nella realizzazione del magnifico Metodo Pinker Wallis per la descrizione e classificazione dei vari aromi di caffè, nel corso di questa impresa Wallis conoscerà Emily, la figlia di Pinker, innamorandosene fino a progettare il matrimonio, con sconcerto del padre di lei.
Questo romanzo elegante e raffinato è ambientato con armonia nell’Inghilterra vittoriana del quale l’autore conosce bene le maniere, i modi, gli stili e i luoghi.
Non mancano allusioni e riferimenti alla vicenda di Oscar Wilde, il più celebre dandy, il nostro Wallis a volte pronuncia persino parole che sono un aperto omaggio all’autore irlandese:

“Le donne sono decorative. È il segreto del loro successo.”

In questo romanzo ricco e niente affatto prevedibile lo scenario poi si sposta in Africa dove Wallis verrà inviato da Pinker per realizzare una piantagione di caffè.
Lontano da Emily, immerso in un’ammaliante cornice esotica, Robert si lascia sedurre e avvolgere da un nuovo amore sensuale e coinvolgente che ha il volto bellissimo della schiava Fikre.
E ogni respiro ha il profumo del caffè:

La sua pelle ha il sapore del caffè: ha lavorato in mezzo ai sacchi di Bey tutto il giorno e le labbra e il collo hanno ancora il gusto affumicato e tostato dei chicchi torrefatti. C’è anche qualcosa d’altro, un mélange di spezie, di profumi: cardamomo, acqua di rose, mirra.

E la vita è dolcezza, passione, estasi dei sensi e meraviglia:

Profumava di caffè: quel sapore era in ogni bacio, il profumo dei forni di torrefazione le si annidava nei capelli. Le sue mani erano caffè; le sue labbra erano caffè; era nell’aroma della sua pelle e nell’umore acqueo che le si raccoglieva agli angoli degli occhi.

E quando tutto sembra seguire il suo corso il destino cambia ancora una volta le carte in tavola.
Movimentato, ricco di colpi di scena, di cambi di scenario e di rivelazioni, questo romanzo si rivela una gradevolissima lettura scritta con garbo e competenza.
Tra i vari argomenti, l’autore affronta tematiche importanti come le cure dell’epoca sui trattamenti dell’isteria e le lotte appassionate del movimento delle suffragette tra le cui fila, nella parte finale del romanzo, troveremo la caparbia Emily.
Una storia inattesa e sorprendente, a tratta amara e imprevedibile, un romanzo per me piacevole come Il Pasticciere del Re, l’altro libro di Capella da me recensito tempo fa in questo post.
Il profumo del caffè è, in definitiva, un viaggio alla scoperta di se stessi con lo stupore di ritrovarsi nel luogo e nel contesto che forse non si sarebbe immaginato, con una rinnovata quieta dolcezza che permette persino di riconoscere il proprio cammino nel mondo.

Non intendo limitarmi ad affermare che ogni storia d’amore sia diversa dalle altre. Invece, l’amore stesso non è fatto di un’emozione sola ma di molte. Proprio come un buon caffè odora, forse, di cuoio, tabacco e caprifoglio, così l’amore è un misto di sentimenti diversi … Non esiste un codice o un regolamento capace di guidarvi tra questi misteri. Alcuni si svelano solo andando in capo al mondo, si intuiscono nello sguardo di uno sconosciuto. Altri si ritrovano in camera da letto, altri ancora in una strada affollata. Alcuni vi bruceranno come una farfalla notturna, lambendovi con le loro fiamme, e altri vi avvolgeranno in un dolce tepore. Alcuni vi procureranno piacere, altri felicità, e altri ancora – se siete fortunati – vi daranno entrambe le cose.

Antonio Andrea Erede: patriota e mazziniano

Questa è la storia di un genovese di nome Antonio Andrea Erede, ardente patriota e mazziniano.
Nato nel 1820, Erede fu educato fin da bambino al patriottismo e nel 1844 si guadagnò la patente di Capitano di Lungo Corso che gli venne rilasciata dal Contrammiraglio Giorgio Mameli all’epoca presidente della commissione esaminatrice e padre dell’eroico Goffredo.
Un filo sottile unisce il destino di Erede e quello di Mameli: Goffredo morirà a Roma il 6 Luglio 1849, dopo essere stato ferito gravemente durante l’assedio della città e ad assisterlo negli ultimi giorni della sua breve vita ci sarà anche Antonio Erede.
Indomito difensore della libertà, Erede è tra le fila di coloro che a Genova contrastano l’attacco dei bersaglieri di La Marmora nelle ore furenti del 1849 e lo troviamo a valorosa difesa della barricata di San Tommaso.
Si unisce poi al Generale Avezzana e parte quindi alla volta di Roma dove sarà tra i combattenti che credono negli ideali Mazzini e della Repubblica Romana.
E qui Erede si distingue quale Ufficiale di Stato Maggiore in quei giorni di gloria e di furore.

Entrata di Mazzini in Roma nel 1849
Illustrazione tratta dal libro Della Vita di Giuseppe Mazzini
di Jessie White Mario

Volume di mia proprietà

Dopo la caduta della Repubblica Romana, Erede si stabilisce a Costantinopoli dove rimarrà per qualche anno.
In seguito lo ritroveremo a Londra ancora al fianco di Giuseppe Mazzini.
Esiste una lettera di Mazzini indirizzata a Erede e datata ottobre ‘57 (da me reperita in una raccolta della Società Ligure di Storia Patria) nella quale Mazzini usa queste parole:

“Mio caro Erede, noi non ci siamo visti che una volta, ma tra compatrioti e patrioti una stretta di mano concede diritti al di là del formalismo sociale.”

Gli affida poi il suo amico Giacomo Profumo che appunto aveva partecipato ai falliti moti del ‘57 ed era poi fuggito a Londra.
Antonio Erede diventerà il segretario di Giuseppe Mazzini e rimarrà con lui a Londra fino 1860.

Instancabile e indomito in quell’anno fatale parte alla volta della Calabria in aiuto ai preparativi della Spedizione dei Mille.
A lui venivano affidati gli incarichi più delicati: ad esempio venne inviato da Ignazio Florio a rinnovare le cambiali che servirono per l’acquisto delle armi necessarie all’insurrezione della Sicilia, armi che furono spedite da Mazzini al Comitato di Azione.

Divise garibaldine
Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano di Genova

Dopo l’Unità d’Italia Erede tornò a vivere nella sua Genova, dove sempre coltivò le sue idee democratiche.
Ho scoperto questa singolare figura di patriota leggendo un interessante articolo di Bice Pareto Magliano pubblicato sul Il Secolo XX – Rivista Popolare Illustrata di Maggio 1915.
Bice Pareto era figlia del Marchese Ernesto, uno dei più ferventi seguaci di Giuseppe Mazzini, fu giornalista e scrittrice e in quelle righe, oltre a rammentare le gesta di Erede, consegna ai posteri anche un suo ricordo di lui.
Lo descrive come un vecchietto dalla prontezza arguta e sempre felice di ricordare i tempi gloriosi che aveva vissuto, lei dice che Erede abitava in una casa in Piazza Ponticello, all’ultimo piano, lassù curava i suoi fiori e e le sue lontane memorie.

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Ricorda poi l’autrice di aver incontrato Erede proprio il giorno prima della sua morte, sopravvenuta il 25 Marzo 1909.
In quell’occasione lei disse al vecchio patriota, ormai ottantanovenne, che nell’aria si sentiva profumo di violette.
Alla sera, rientrando a casa, trovò un mazzo di violette omaggio gentile del sensibile Antonio Erede.
E di lui si ricorda anche l’anonimo giornalista del quotidiano Il Lavoro che scrisse la memoria del patriota sul giornale in data 26 Marzo 1909.
Egli racconta di averlo incontrato in Via Luccoli, alle 10 del mattino del giorno precedente, quello della sua morte.

Erede indossava il suo solito scialle e si era lamentato di non aver ricevuto, a causa di un disguido postale, l’invito a una festa patriottica tenutasi la domenica precedente.
“Perché io non manco mai!” Soggiunse.
Ed era davvero così, Erede era rimasto il fervente patriota di sempre.
E scrive ancora il giornalista che il fiero capitano aveva scritto sul suo biglietto da visita: Ufficiale della Repubblica in aspettativa.
Per amor di precisione aggiungo che il giornalista scrive che Erede, all’epoca della sua morte, abitava in una dimora in Via di Ravecca.

Al suo funerale ci fu grande partecipazione: c’erano i membri della Confederazione Operaia, diverse altre associazioni con la bandiera, una rappresentanza delle scuole popolari e altri personaggi illustri del tempo.
Secondo le sue volontà Antonio Andrea Erede venne cremato e le sue ceneri riposano nel Tempio Crematorio di Staglieno.
E io che non conoscevo la sua storia sono così andata a cercarlo.
La lapide in sua memoria riporta solo i dati anagrafici, non c’è traccia del suo tumultuoso passato e del suo contributo alla storia della nostra nazione.
Così ho voluto rendergli omaggio: qui riposa il Capitano Antonio Andrea Erede, patriota, mazziniano e Ufficiale della Repubblica in aspettativa.

Nuove abitudini

“Quando un uomo va in pensione e il tempo non è più una faccenda urgente e importante, di solito i colleghi gli regalano un orologio. Ma quella involontaria ironia è bilanciata da una pertinenza altrettanto involontaria, perché anche se non è più dominato da ore e minuti, un uomo in pensione desidera molto spesso sapere che ora è.”

E difatti è ciò che accade al Signor Tom Baldwin: dopo aver lavorato per 40 anni in un ufficio della City finalmente anche per lui è giunto l’agognato tempo della pensione e, come di rito, anche a lui i colleghi hanno regalato un orologio.
Mirabile rappresentante di una banale e al contempo affascinante normalità, il Signor Baldwin è il protagonista di Nuove abitudini, romanzo ambientato nell’Inghilterra degli anni ‘30 e scritto da Robert Cedric Sherriff nel 1936.
Il romanzo, pubblicato in Italia da Fazi Editore, segue lo stile e l’eleganza di Due settimane in settembre, altro godibile gioiello letterario di Sherriff proposto dalla medesima casa editrice.
Dunque, torniamo al signor Baldwin e alle sue spinose faccende quotidiane: dovete sapere che lui non vedeva l’ora di raggiungere l’agognato traguardo della pensione ma, adesso che ci si trova in mezzo, la questione pare assumere un ben diverso sapore.

“Era molto piacevole avvertire attorno a sé il lieve alito del tempo libero, ma non si sentiva del tutto a suo agio. La sera prima aveva chiuso la porta sul passato e rivolto il viso verso il futuro, ma quella mattina stava cominciando a scoprire che la porta si incurvava in malo modo, e le cose che aveva avuto intenzione di chiudere fuori si stavano insinuando attraverso le fessure.”

La vita è un gioco di miracolosi equilibri, un preciso mosaico di sensazioni e di usanze quotidiane: se sposti un solo tassello tutto quanto sembra andare irrimediabilmente all’aria!
Lo sa bene anche Edith, la moglie del signor Baldwin, che all’improvviso si ritrova il signor Baldwin per casa, tra l’altro lui ha pure preso il vizio di occupare la poltrona preferita di Edith proprio negli orari in cui lei ama rilassarsi in santa pace.
La Signora Baldwin è molto combattuta, sa che il suo Tom si è guadagnato il meritato riposo e tuttavia nutre una sorta di malcelata e inaspettata insoddisfazione.

«Nonostante tutta la gioia della loro vita in comune, quel giorno Edith capiva con una chiarezza mai sperimentata in passato che tale gioia si basava su un regolare e quotidiano periodo di reciproca lontananza».

Elegante, raffinato, deliziosamente ironico, questo romanzo di Sherriff è scritto con una straordinaria lievità capace di rendere ogni pagina assolutamente godibile.
Seguendo la loro vita semplice con i suoi ostacoli quotidiani, piano piano ci si affeziona ai coniugi Baldwin e si prova un senso di autentica gratitudine per aver potuto percorrere insieme a loro un tratto della loro vita ed è il talento di Sherriff a rendere possibile tale insolita sensazione.
Riuscirà il Signor Baldwin a raccogliere il filo del suo destino e sbrogliare la matassa della sua quotidianità?
A dire il vero lui qualche progetto ce l’ha: a 58 anni si è messo in testa di diventare uno storico ma sarà proprio questa la via da seguire?
Il passato mostrerà ai coniugi Balwin quali nuovi abitudini ha in serbo per loro il futuro e non svelerò di più, lasciandovi il piacere di scoprire le piccole avventure di vite normali.
E vi parrà di essere anche voi là, accanto al Signor Baldwin che cerca di far quadrare i conti per realizzare i suoi progetti mentre Edith lo incoraggia e lo sostiene.
È la straordinaria bellezza della normalità, narrata con lo stile garbato e inconfondibile di Robert Cedric Sherriff.

“I momenti migliori ci travolgono così all’improvviso che l’aspettativa non ha la possibilità di annacquare il piacere della realtà e passano così in fretta che nemmeno la realtà ha la possibilità di scavare i suoi buchi sgradevoli nei ricordi che restano.”

Una cheesecake a Covent Garden

È un giorno d’estate a Londra, negli anni ‘90.
Vado al mio appuntamento canticchiando una canzone di George Michael, ho sempre dietro il walkman con la mia musica.
Sarà una fantastica giornata con la zia, lei è professoressa d’inglese ed è a Londra per accompagnare i suoi alunni, io invece sono semplicemente in vacanza.
Quindi, è luglio.
E fa caldo ma c’è un po’ di arietta in questa giornata londinese.
Cammino per la città con le mie fide Superga, faccio chilometri, come sempre.
E con la zia andiamo un po’ per vetrine.
Stoffe di Liberty per lei, scelte con accurato buon gusto.
E poi libri, libri, libri, c’è da perderci la testa e da starci delle ore.
Tra gli altri, in questa occasione, mi aggiudico un volumetto con le Fate dei Fiori di Cicely Mary Barker.
Io e la zia amiamo incondizionatamente le fate dei fiori, secondo noi aiutano a vivere meglio e poi mettono di buon umore.
Mercatini, negozi di cose vintage.
In questo inizio degli anni ‘90 colleziono scatole e scatoline di latta, ne ho un’infinità e troveranno posto sul ripiano della mia libreria.
E così, tornando da Londra, nel bagaglio a mano avrò il mio bel carico di carabattole con le immagini vittoriane, un altro di quegli stili che piacciono tanto anche alla zia.
Covent Garden.
C’è un bellissimo negozio di bottoni: sono tutto colorati e di diverse forme, sono riposti in dei cassettini bianchi e starei a guardare questi bottoni per un tempo infinito.
E la giornata scorre, insieme alla zia.
Ed è ora di pranzo, la zia sceglie un posto per mangiare insieme.
E ho esattamente il ricordo preciso di noi due sedute a quel tavolo a chiacchierare, è un tempo prezioso e bellissimo.
Come dessert arriverà un’invitante cheesecake, la zia è anche provetta pasticcera e la sua versione di questo dolce britannico è una vera delizia, ve lo posso garantire!
Il tempo poi scorre, scivola, svanisce.
L’altro giorno ho preparato la cheesecake, è un dolce che adoro e la memoria mi ha fatalmente riportato subito a quel giorno degli anni ‘90.
Come allora ho ancora una predilezione per le fatine dei fiori, inutile specificarlo.
Ascolto sempre la musica di George Michael e le scatoline vittoriane della mia collezione sono tutte in fila sulla libreria.
E poi, poi, poi c’è quella sensazione inspiegabile così intensa nel ricordo.
Da qualche parte, nelle nostre vite e nella nostra memoria, c’è una porta che a volte si socchiude e ci permette di ritrovarci, quasi inconsapevolmente, in qualche luogo della nostra esistenza insieme a coloro che abbiamo amato.
E così sono ritornata di nuovo là, a Covent Garden, a mangiare la cheesecake con la zia.

Genova, 1857: cuori mazziniani al Teatro Carlo Felice

Accadde a Genova nel lontano 1857.
Erano giorni tempestosi e complicati, erano tempi di trame carbonare e di riunioni segrete e chi credeva in certi ideali di assoluta libertà riaffermava con le azioni la propria fede politica.
In certi momenti di quel secolo distante una musica soave riecheggiò al Teatro Carlo Felice mentre il pubblico fremeva e trepidava.

Nel bel mezzo della rappresentazione, con consistente ritardo, varcarono la porticina di un palco due spettatori particolari: si trattava del Marchese Ernesto Pareto e della sua gentile consorte.
Pareto era da poco uscito di prigione dove era stato portato per aver offerto aiuto a colui che allora era considerato un pericoloso criminale e una minaccia per l’ordine pubblico: il patriota Giuseppe Mazzini.

I due si erano conosciuti a Londra dove Mazzini era esule e nel giugno del 1857 il nobiluomo non aveva esitato a spalancare le porte della sua dimora all’amico che cercava riparo dalla polizia.
Scendendo da Via Martin Piaggio osservate il palazzo con le persiane color ocra: questa era la casa del Marchese Pareto e qui giunse un giorno il nostro Giuseppe Mazzini.

La questura però era in allarme e la polizia andò ben due volte a cercare il fuggiasco senza mai trovarlo.
E così, dopo la seconda visita delle autorità, Mazzini pensò bene di filarsela altrove e uscì dal palazzo in pieno giorno.
Con mirabile sangue freddo varcò la soglia dell’edificio dando il braccio a Cristina Profumo, figlia della sua cara amica Carlotta Benettini, poi passò accanto ad un poliziotto che stava lì a vigilare e gli chiese di accendergli il sigaro.
Quindi salì in carrozza e se ne partì alla volta di Quarto dove si rifugiò in una dimora messa a disposizione proprio dalla Benettini.
E là, sulla casa del Marchese, una targa ancora attesta la presenza del patriota.

Le guardie tornarono per la terza volta a casa del Pareto e non trovando il fuggitivo arrestarono il Marchese ma poi lo lasciarono andare, convinti di essersi sbagliati sulla presenza di Mazzini nella sua casa.
E così ritorniamo su quel palco al Carlo Felice dove, come vi dicevo, i coniugi Pareto giungono con un certo ritardo, attirando l’attenzione degli altri spettatori.
I Pareto non sono soli, insieme a loro c’è una gran dama con un ricco mantello di velluto.
Lei si avvicina al parapetto, si slaccia il mantello e resta con le spalle nude e un abito candidissimo, spicca su di lei una vistosa sciarpa tricolore.
Il pubblico in sala, attonito e ammirato, scoppia in un applauso fragoroso e ne consegue, chiaramente, l’inevitabile intervento delle autorità.
L’indomita dama che senza titubanza aveva osato mostrarsi con il tricolore rispondeva al nome di Arethusa Milner Gibson, era inglese ed era legata da profonda amicizia a Giuseppe Mazzini e alla sua causa, tanto da avere il vezzo di farsi soprannominare “l’italianissima”.
L’aneddoto particolare è riportato tra le pagine del libro “Storia di un teatro: il Carlo Felice” di Giovanni Monleone edito da Erga nel 1979, le varie notizie sul Marchese Pareto sono riferite negli scritti di Giuseppe Mazzini medesimo.
Accadde molti anni fa, nel 1857, a Genova: in quel tempo cuori mazziniani battevano forte al Teatro Carlo Felice.

I fratelli Lamb

“Uno dei passeggeri sulla carrozza per Stratford aveva avuto l’imprudenza di chiedergli: « Qual è dunque la vostra occupazione, signore?» Dopo averlo fissato per un istante in silenzio, Samuel Ireland aveva risposto: «Mi occupo del mestiere di vivere, caro signore.» ”

Raffinato, elegante, fortemente evocativo e squisitamente british, ecco un romanzo che delizierà gli amanti della letteratura inglese e gli estimatori della terra di Albione.
I fratelli Lamb è un raffinato romanzo storico scritto dall’ineffabile Peter Ackroyd ed edito in Italia da Neri Pozza.
Ackroyd, uno dei massimi autori britannici, offre uno spaccato straordinario della Londra del passato portando il lettore nel lontano 1795.
I protagonisti del suo volume sono persone realmente vissute: si tratta infatti dei fratelli Charles e Mary Lamb, entrambi autori di romanzi ed opere letterarie.
E tuttavia l’autore avverte il lettore: ha inventato personaggi e modificato le vicende della famiglia Lamb per amore della narrazione.
Per amore della narrazione: arte della quale Ackroyd è incomparabile maestro.

Dunque, la vicenda del romanzo è tanto semplice quanto intrigante.
Il giovane Charles Lamb lavora per la Compagnia delle Indie ma aspira a divenire un celebre scrittore, la sorella Mary condivide con lui l’amore per la poesia e la letteratura, lei è una ragazza dal viso segnato dal vaiolo e vive per lo più nell’ambiente domestico.
Per un caso del destino i due fratelli Lamb si imbattono nel giovane William Ireland, libraio con il padre Samuel a Holborn Passage.
E sapete qual è la circostanza stupefacente?
Il giovane Ireland ha scoperto per ventura alcuni manoscritti di William Shakespeare e l’emozione per tutti loro è davvero incredibile!
Sui manoscritti e sulle presunte opere shakespeariane non vi svelerò nulla di più, sappiate comunque che il colpo di scena è sempre dietro l’angolo e che anche Ireland è realmente esistito.
Questo romanzo ha il profumo della carta e degli antichi manoscritti, vi è inoltre ancora una protagonista fondamentale e nessuno come Ackroyd è capace di narrarla in tale maniera nei nostri tempi: la città di Londra.
È una città a volte fosca, caotica, complicata, per le sue vie si muovono carri e calessi, in questa Londra si incontrano poi personaggi particolari:

“Jonathan Baker era un omino tarchiato dall’aria completamente esausta, con la bocca ripiegata verso il basso e le palpebre pesanti. A Samuel Ireland sembrò una sorta di Pantalone appena uscito da una commedia. Si presentò nell’ufficio con un bizzarro berretto a punta di datazione incerta.”

E i luoghi di Londra, poi, sono descritti in maniera indimenticabile:

“Il palco Amleto odorava di paglia fradicia, cordiale alla liquerizia e ciliegie. L’odore dei teatri di Londra. A William piaceva quell’odore e si sentiva inebriato dai profumi di essenze e unguenti che si levavano a ondate dalla platea eccitata e mormorante.”

In ogni riga di questo romanzo emerge, netto ed evidente, il talento narrativo di Ackroyd e spicca la sua innata capacità di affascinare e coinvolgere in maniera totalizzante i suoi lettori.
Su ogni evento descritto tra le pagine del libro aleggia la figura misteriosa di William Shakespeare, il Bardo è a suo modo anch’egli uno dei protagonisti del romanzo I fratelli Lamb.
Adorato, amato, riletto, i suoi versi sono mandati a memoria e per sempre immortali.
E le sue opere, all’improvviso divengono persino palpabili.
Ecco la sua calligrafia, ecco le sue maniere di scrivere, ecco i personaggi riconoscibili e ritrovati in certi manoscritti davvero straordinari: un’emozione destinata a mutare il destino di certe vite.

“Dunque Shakespeare aveva tenuto quel libro fra le mani… proprio come stava facendo lui in quel momento. L’assoluta reciprocità del gesto gli diede il capogiro.”

Una cartolina per Miss Muriel

La cartolina per Miss Muriel venne spedita nell’inverno del 1926: era proprio il giorno di Santo Stefano e colui che la scrisse la inviò con lo scopo di porgere anche i suoi auguri per il nuovo anno.
Il mittente si chiamava George e si era ben sistemato qui nella Superba, dimorava infatti in una bella casa nella nostra Via Assarotti, naturalmente la sua cartolina è scritta in inglese.
Mr George, dunque, fu preso da una sorta di inevitabile nostalgia per Miss Muriel e così, per l’appunto, pensò bene di contattarla.
Ah George, a dire il vero non era poi così certo di essere rimasto impresso nella mente di Muriel e infatti glielo dice: non so se vi ricordiate di me, ma io penso spesso a quel periodo meraviglioso a Penzance.
E così, con poche parole cariche di rimpianto per il bel tempo andato, George ha suscitato la mia curiosità, figuratevi invece cosa avrà risvegliato nella mente di Miss Muriel!
La nostra eroina all’epoca si trovava a Londra, naturalmente sono subito andata a cercare le immagini dell’indirizzo riportato sulla busta e ho così trovato un’ampia strada pianeggiante, con un’infilata di edifici di mattoni rossi in stile vittoriano con le finestrelle bianche.
E naturalmente ho veduto lei: pallida, con la pelle chiara, Miss Muriel ha gli occhi di ghiaccio e i capelli molto sottili tendenti al rosso che porta raccolti sulla nuca, per leggere indossa certi piccoli occhialini.
Miss Muriel tiene saldamente tra le dita la cartolina di George e con lo sguardo segue quelle righe fitte scritte da lui.
Lui le racconta di aver trovato un buon lavoro in questo sunny south (il sud soleggiato) e tuttavia, non senza rammarico, aggiunge che molto spesso sente nostalgia per la sua cara Inghilterra.
Non so se poi Mr George e Miss Muriel si siano ritrovati, a me piace pensare che un giorno lui abbia attraversato la Manica e sia ritornato nella sua amata terra natale e insieme a Miss Muriel si sia goduto un soggiorno in Cornovaglia, nella loro cara Penzance.
Miss Muriel certo avrà avuto un bel cappello a tesa larga per ripararsi dal sole e sarà stata molto curiosa di sentire i racconti di George su quel sunny south che lui ben conosceva.
E forse, stringendo tra le dita quella cartolina di Genova, gli avrà domandato di mostrarle i dettagli di quella città a lei sconosciuta: la basilica di Carignano sullo sfondo, il porto, le colline della Superba.
Una suggestione in bianco e nero in una cartolina per Miss Muriel.

Un passato imperfetto

“Londra è ormai per me una città di fantasmi e io sono uno di loro. Ovunque vada, ogni strada, ogni piazza, ogni viale, mi parlano all’orecchio di un’altra età della mia vita. Mi basta fare due passi a Chelsea o Kensington per ritrovarmi davanti a qualche casa che un tempo mi ospitò e dove oggi sarei un perfetto sconosciuto.”

Così si apre il sipario sulla vicenda squisitamente british del romanzo Un passato imperfetto pubblicato da Beat Edizioni e scritto da Julian Fellowes, Premio Oscar per la sceneggiatura con Gosford Park e autore di Dowtown Abbey.
La storia si dipana tra un presente da decifrare e un passato non troppo distante che ancora racchiude segreti da svelare.
Il narratore della vicenda è uno scrittore che un giorno riceve una lettera inaspettata da Damian Baxter, un amico di gioventù con il quale negli anni ‘60 ha condiviso i giorni di Cambridge e di una giovinezza particolarmente mondana.
Damian non può vantare origini aristocratiche ma ha sempre avuto un particolare ascendente sulle ragazze dell’alta società e il suo amico ben si ricorda le sue molte avventure.
Damian è ora un uomo di successo e possiede un’immensa fortuna, tuttavia è gravemente malato e gli resta poco da vivere: per questa ragione, a distanza di molti anni, rintraccia il suo antico compagno di gioventù e gli chiede di aiutarlo a scavare in quel suo passato imperfetto.
Grazie a una missiva anonima, infatti, Damian Baxter sospetta che, in qualche parte del mondo, una delle ragazze che un tempo frequentava potrebbe aver dato alla luce un erede al quale Damian vorrebbe lasciare il suo patrimonio: ecco il compito dello scrittore, sarà lui a dover ritrovare quel figlio sconosciuto.
Seguiamo così il protagonista mentre riannoda i fili di lontane passioni amorose in cerca di una verità che non è affatto scontata.

Un passato imperfetto è un romanzo ricco e affollato di vicende e personaggi, Fellowes indugia con piacere in quelle arguzie tipicamente britanniche, in quello stile raffinato e sottile che lo rende un maestro nel delineare pregi e difetti di una certa upper class ferocemente ritratta con le sue manie e le sue idiosincrasie.
In questo romanzo così deliziosamente inglese ho apprezzato in maniera particolare il garbo, l’atmosfera e questa talentuosa leggerezza nel delineare le caratteristiche della buona società.
Sempre, con lievità, si coglie una nota di rimpianto e di nostalgia: non solo per la giovinezza lontana e per le occasioni perdute ma anche per un tempo più gentile e promettente, meno confusionario e caotico.
Qua e là, tra un episodio e l’altro, l’autore ci regala inoltre certe sue brevi divagazioni sullo stile, sulla moda e sulle buone maniere e non manca mai un particolare senso dell’ironia.
Un passato imperfetto è una lettura scorrevole che vi consiglio, se volete poi conoscere un’altra opinione in merito qui trovate la recensione della mia amica Stravagaria che sul suo blog ha inoltre già proposto altri celebri romanzi di Julian Fellowes.
A voi scoprire come culminerà la vicenda di Damian Baxter, in un romanzo che ha come sottofondo la musica degli anni ‘60 e la gioia di quegli anni, come scenario le strade di Londra e della campagna inglese, mentre certi cuori battono invariabilmente seguendo il ritmo della nostalgia.

“Esiste da qualche parte una religione secondo la quale si muore due volte: la seconda è quando anche l’ultima persona che ti conosceva se ne va e non rimane più nessuno sulla terra che si ricordi di te.”

Piccola grande isola

Una lettura che vi conquisterà, un’avventura in compagnia di un autore ironico, brillante e curioso del mondo: Bill Bryson vi racconta la Gran Bretagna, la Piccola grande isola protagonista del suo ultimo libro edito in Italia da Guanda.
Non è la prima volta che Bryson volge il suo sguardo a questi luoghi, sono trascorsi vent’anni dal suo Notizie da un’isoletta e se non lo conoscete vi consiglio la lettura di entrambi i volumi, lui è uno dei miei autori preferiti e gli sarò eternamente grata per certi momenti di autentico divertimento.
Giornalista e scrittore, americano di nascita e inglese di adozione, il nostro nutre un affetto profondo per la piccola grande isola, là ha conosciuto sua moglie ed egli stesso scrive che da quarant’anni è ancora profondamente innamorato di entrambe.
Il viaggio narrato dallo scrittore va da sud a nord, da Bognor Regis a Cape Wrath, lungo una linea retta da lui battezzata Bryson Line, naturalmente.
Un cammino che attraversa località celebri e piccoli paesi, un racconto che pone l’accento sul valore del patrimonio artistico e della tutela del paesaggio, dalle spiagge alla campagna, alcune pagine sono fortemente evocative e certe descrizioni a dir poco incantevoli.

londra

Londra – Richmond Park

Un libro che si snoda tra comiche disavventure e aneddoti particolari del passato e del presente, sono diversi i nomi famosi che compaiono in questo libro, da Arthur Conan Doyle a John Lennon, da George Everest a Mary Shelley.
Piacevolmente spassose sono le righe in cui il nostro mette in evidenza tutta la sua peculiare verve, Bill Bryson sa essere davvero esilarante: inseguito da un cigno o attaccato dalle mucche il nostro eroe riesce sempre a regalare un sorriso con le sue peripezie.
Immaginate la spiaggia di Brighton e i bagnanti che si godono una giornata al mare: c’è anche Bill, naturalmente.

“Lanciavano grida che allora interpretai come espressioni di piacere, ma che ora riconosco come urla di sofferenza.
Ingenuamente, mi tolsi la maglietta e corsi in acqua: fu come tuffarsi nell’azoto liquido.
In tutta la mia vita quella fu l’unica volta che mi mossi come in uno spezzone di pellicola che viene riavvolto. Mi tuffai in acqua e poi ne uscii immediatamente, correndo all’indietro, e da allora non sono mai più entrato in un mare inglese.”

Da ridere fino alle lacrime, lasciatemelo dire.
Oltre a ciò Bryson è colto e lungimirante pertanto dai suoi libri scaturiscono sempre diversi spunti di riflessione, nel caso di Piccola grande isola si coglie anche una sorta di nostalgia.
I luoghi cambiano, in certe località alcuni negozi che lui ricordava sono scomparsi, la cura e l’attenzione verso la bellezza vanno diminuendo: è un monito, un invito a difendere l’ambiente in cui viviamo, preservandone le bellezze e le particolarità.

oxford

Oxford

Uno scrittore che ama la vita e i viaggi, lui si diverte e il lettore se la spassa.
Ed ecco le mirabolanti peripezie alla stazione, le sagaci descrizioni di improbabili Bed & Breakfast, i tragicomici malintesi al pub, piccoli incidenti quotidiani che diventano a loro modo memorabili.
Vi dispiacerà arrivare in fondo al volume, ve lo garantisco, a me capita sempre con i libri di Bryson e così finisco per leggerli più volte.
Tra le sue perle vi ricordo anche Una passeggiata nei boschi, ne scrissi in questo post diverso tempo fa, solo a pensare a quell’avventura mi viene da sorridere.
L’ho già detto altrove e lo ripeto, se dovessi scegliere un compagno di viaggio non avrei dubbi: partirei con Bill, senza esitazioni.
I libri sono viaggi di parole, alcuni sanno essere speciali per merito del talento di chi li scrive.
Grazie di tutto, caro Bill, ancora una volta ci hai regalato un viaggio da ricordare.

Londra