C’era una volta un piccolo ombrellino

C’era una volta un piccolo ombrellino da cocktail che non se la passava tanto bene.
Vantava un rutilante passato festaiolo e, memore di quei giorni gioiosi, spesso sospirava ricordando i tempi felici.
– Quanto ero giovane – andava ciarlando – era tutta un’altra storia! Ah, che bei tempi! Se ricordo quelle estati degli anni ‘80 non riesco a trattenere l’emozione!
– Oh, no, adesso ricomincia! – Sbottava infastidita sua sorella.
I due ombrellini avevano avuto un destino comune e avevano trascorso insieme tutta la vita.
Negli anni della loro gioventù erano capitati in un allegro locale della riviera ligure e per un bel pezzo se ne erano stati tranquilli riposti in un contenitore di vetro sul ripiano dietro il bancone del bar.
E da lì si vedevano tutte le cose del mondo: coppie di innamorati, famiglie numerose, turisti con sandali improbabili, dinamiche vecchiette e giovani sportivi.
E così da quel barattolo l’ombrellino si era fatto una certa esperienza ed era certo quindi di sapersi districare nelle faccende della vita.
Era poi arrivata una luminosa sera di agosto, la sera del destino, verrebbe da dire.
Il vaso venne aperto e l’ombrellino insieme a sua sorella venne appuntato su una fetta di limone:
– Eccoci, finalmente è il nostro turno! – Trillò tutto felice mentre planava in un bicchiere di frizzante analcolico.
La ragazza al quale era destinato quel cocktail fece un brindisi con le sue amiche, sorseggiò quella fresca delizia e poi, a fine serata, ripose i due ombrellini nella sua borsetta di paglia.
Infine li sistemò in un bicchiere pieno di perline collocato nella sulla libreria e lasciò lì per anni e anni senza più curarsi di loro.
L’ombrellino non era molto soddisfatto di quella condizione, sua sorella invece aveva fatto amicizia con la farfallina, le due si intendevano a meraviglia e si godevano la meritata pensione.

L’ombrellino, invece, strepitava.
Voleva fare, andare in giro, vedere posti, conoscere persone, socializzare, divertirsi, aprirsi e poi richiudersi, roteare leggero e vanitoso come si addiceva a uno come lui.
E così ogni tanto si lagnava della sua situazione, mentre sua sorella e la farfalla parlottavano tra di loro quasi commiserandolo.
Passarono mesi e anni, non sapeva nemmeno più lui quanti, poveretto!
Che noia quella vita, dalla libreria vedeva sempre lo stesso panorama: scrivania, divanetto e poltroncine.
A stagioni alterne poi, accanto alla finestra, compariva l’albero di Natale con le lucine brillanti, era l’unico motivo di svago per il povero ombrellino che amava molto quelle atmosfere festose.
Ed era di nuovo quel periodo, freddo ma gioioso.
La ragazza di un tempo era diventata una signora e sotto il suo abete natalizio aveva riposto i regali per la sua nipotina, una bimbetta deliziosa e vivace.
C’erano per lei una scatola di mattoncini colorati, i pennarelli nuovi, diversi libri didattici e anche una celebre bambola bionda tanto desiderata.
Le manine strinsero felici tutti quei doni e poi lo sguardo vispo della bambina si posò sul ripiano della libreria e la piccina svelta si avvicinò, si mise un punta di piedi e afferrando l’ombrellino azzurro esclamò:
– Questo lo prendo io, zia, mi serve per la mia bambola!
La zia annuì sorridendo e l’ombrellino, tutto emozionato, comprese che finalmente lo attendevano nuove avventure.
È proprio vero – pensò tra sé e sé – a volte, quando meno te lo aspetti, la vita ti regala una seconda possibilità!

Un gelato alla fragola

Con questo caldo gusto volentieri un gelato alla fragola che mi riporta subito alle estati della mia infanzia e della mia adolescenza.
All’epoca erano diversi i miei gelati prediletti, è un po’ difficile fare una lista esaustiva, da bambina ero abbastanza golosa e quindi credo di avere una certa competenza in merito, modestamente.
Cornetti, ricoperti, coppette e granite, per ognuna di queste bontà c’era sempre un momento perfetto.
Vi ricordate quel ghiacciolo a quattro gusti diversi che si presentava con quattro strisce verticali?
Vi ricordate il cornetto al caffè?
E quello al whisky con l’uvetta sopra?
E il cono palla?
E il gelato con lo stecco di liquerizia?
E il croccante?
E la celebre, celebrata e leggendaria Coppa del Nonno? Per fortuna abbiamo ancora il piacere di poterla gustare, come del resto il mio delizioso gelato alla fragola che nella parte esterna ha la consistenza del ghiacciolo e l’interno di morbida panna, una bontà che mi induce nostalgiche riflessioni.

Andare a comprare il gelato, negli anni ‘70 e ‘80, era una sorta di rito del quale non si poteva fare a meno.
C’era il cartellone di metallo con le immagini di tutti i gelati e i relativi prezzi, non ho poi mai dimenticato l’emozione del frigo a pozzetto che si apre rivelando un universo di dolcezze senza fine.
Per non parlare della delusione che ti assaliva quando aspettavi il gelato da te prescelto e ti sentivi rispondere:
– È finito!
Come sarebbe? Io volevo proprio quello lì e mi state dicendo che ora dovrei scegliere un gelato diverso?
Da piccola avevo un debole per i gelati confezionati, lo ammetto, il gelato artigianale mi lasciava un po’ indifferente.
Ma poi, un giorno, tutto cambiò.
Ero al mare, nella solita località del ponente ligure frequentata da sempre dalla mia famiglia.
E là c’erano diverse gelaterie, una era molto rinomata per la qualità di suoi prodotti.
Ero una ragazzina, non più una bambina ma comunque è passato tantissimo tempo da quel giorno che ho impresso nella mente come un istante indimenticabile.
Quindi eccomi qui in coda, nel cuore dell’estate, c’è un sacco di gente che vuole comprare il gelato, tocca avere pazienza.
E poi finalmente arriva il mio turno e scelgo un gelato ad un gusto che non ho mai provato prima, mi pare un’assoluta novità: un gelato all’anguria.
Ed è una delle cose più buone che abbia mai mangiato, lo prenderò ancora, sempre in quella gelateria e poi altrove mai più, per timore della delusione, sapete com’è, vero?
E però sono passati decenni e quel gusto così gradevole e dissetante non l’ho mai dimenticato, è un ricordo delizioso, fresco e leggero come l’aria di certe estati lontane.

Un viaggio in treno negli anni ’80

È estate, sul finire degli anni ‘80 e in questo periodo della vita la mia passione è trascorrere le vacanze al mare, nella casa di famiglia della mia nonna paterna.
I genitori sono in campagna, io invece me ne andrò sulla riviera di ponente in quella casa dove troverò gli zii.
Parto in treno dalla Stazione Principe.
E siamo alla fine degli anni ‘80, vi ricordo.
Quei viaggi sono esperienze perdute e irripetibili, se allora lo avessi saputo forse mi sarei guardata attorno con più attenzione o forse no, del resto erano gli anni ‘80 ed ero impegnata solamente ad abbronzarmi e a divertirmi.
Viaggio leggera con un borsone nero pieno di costumi da bagno, vestitini svolazzanti e sandali, comprerò molte delle cose che mi servono direttamente in paese, uno dei piaceri della vacanza è andare a girare per profumerie e cercare l’abbronzante e il doposole perfetti per me, prediligo tra tutti il profumo del cocco.
Il viaggio in treno è lento e famigliare, per non annoiarmi mi sono portata una rivista e sicuramente troverò da fare uno di quei test tipici dell’estate sull’amore e l’amicizia.
Il treno per la riviera aveva gli scompartimenti con 6 posti, come dimenticare quei sedili marroni?
Penso che siano rimasti nella memoria di molti, quei viaggi sui binari parevano non finire mai.
C’era allora una maniera totalmente diversa di vivere, in ogni atteggiamento o consuetudine.
Nessuno aveva un telefono in tasca, nessuno trascorreva il tempo del viaggio a fissare uno schermo isolandosi dai vicini di posto: il mondo intorno era, in quel momento, il nostro mondo.
E magari non sempre si aveva voglia di chiacchierare, eppure fatalmente accadeva.
Binari, stazioni.
Cogoleto, Varazze, la mia meta è lontana, il mio mare è lontano.
I gabbiani fendono l’azzurro e io fantastico su come sarà la mia estate.

Savona.
Il treno si ferma più a lungo, io penso che è un po’ strano non esserci mai stata, eppure non è così distante da Genova, qualche anno dopo mi capiterà di andarci più di una volte per una felice motivazione.
Il treno riparte.
Credo di avere nella borsa un pacchetto di gomme da masticare, quelle rosa con le quali si fanno le bolle grandi.
Ho anche gli occhiali da sole, neri e con le lenti a specchio.
Viaggiamo.
Guardiamo il panorama che scorre come il tempo ma io non me ne rendo neanche conto.
Il treno ha anche i sedili in corridoio e non eri troppo fortunato se ti toccava fare il viaggio a quel modo.
Però, in quel tempo diverso, si poteva abbassare il finestrino del treno, ragioni di sicurezza hanno poi prescritto che i finestrini restassero chiusi e questo è decisamente saggio e giusto.
Però in quel tempo era diverso e io me la ricordo ancora l’aria potentissima che ti arriva in faccia mentre il treno corre verso la sua meta.
Si stava in piedi, un po’ distanti dal finestrino, appena per poco tempo, a dire il vero.
Un viaggio in treno negli anni ‘80 era un’esperienza diversa e racchiudeva pazienza, aspettativa, desiderio di arrivare e di saltare giù dal treno nella solita stazione.
Quella stazione oggi non c’è più, come tante altre cose che sono svanite, passate e trascorse.
E vi dico la verità, se allora lo avessi saputo forse mi sarei guardata attorno con più attenzione.
O forse no.

Il futuro è stato bellissimo

Il lato positivo è che ho scoperto di poter eseguire giochetti psicologici con me stesso. Impiego una strategia che ho sempre usato per tutta la vita: se non sono certo di poter eseguire un’azione a livello fisico, faccio finta di esserne in grado. Fake it ‘till you make it, fai finta finché non ci riesci davvero, dice il proverbio. Otto volte su dieci funziona. Il restante venti per cento? Cerotti, ossa spaccate, umiliazioni.”

Questo è il racconto di una vita e di una lotta strenua e indomita contro una malattia terribile, il Morbo di Parkinson che ha colpito l’attore Michael J. Fox quando era appena trentenne.
Il futuro è stato bellissimo Considerazioni di un ottimista sulla mortalità è il libro di Michael J. Fox edito in Italia da Tea nell’anno 2022.
Il titolo originale è No time like the future (nessun tempo è come il futuro), parole che a mio parere meglio richiamano l’iconica trilogia di Ritorno al Futuro che ha consegnato Michael J. Fox all’empireo delle stelle di Hollywood rendendolo per sempre legato al personaggio di Marty McFly.
Michael J Fox, per me e per molti altri, non è semplicemente un attore.
Ho scritto queste medesime parole nella mia precedente recensione del suo libro dal titolo Lucky Man: per me e per molti di coloro che fanno parte delle mia generazione Michael J. Fox è uno di noi, un amico al quale vogliamo bene e del quale non ci dimentichiamo.
Ci ha tenuto compagnia con Casa Keaton, è stato magistrale protagonista del film Le mille luci di New York, trasposizione cinematografica del romanzo di Jay McInerney che fu voce di un decennio e di un’intera generazione.
E così quando ho visto questo libro l’ho acquistato senza esitazione: Michael chiama e il pubblico dei suoi amici c’è, sempre.

Il libro, sincero, toccante e scritto con una certa sapiente ironia narra le vicissitudini quotidiane di Fox, la sua costante lotta con il Parkinson che lo tormenta e tutte le difficoltà da esso derivanti, prima tra tutte la perdita di autonomia e i diversi disturbi motori.
Lui però non si arrende, continua per quanto possibile a recitare e a profondere il suo impegno per la fondazione da lui creata che occupa proprio della ricerca per trovare una cura per il Morbo di Parkinson.
E non è solo questo male ad aver afflitto l’attore negli ultimi anni, nel libro egli infatti racconta di aver subito un’importante operazione per rimuovere un tumore alla spina dorsale che gli causava diversi ulteriori problemi.
Michael però continua a guardare alla vita con uno sguardo in qualche modo colmo di speranza alimentata anche dall’amore delle persone a lui care: la moglie Tracy che ha condiviso con lui la vita intera, i quattro figli, la famiglia di origine, gli amici più intimi che sono da sempre vicini a Michael.
Da questo libro si comprende la straordinaria forza di Michael J. Fox e la sua coscienza perfetta del suo presente e del suo passato, lo seguiamo per le strade di New York, ci commuoviamo a leggere di lui che ricorda la sua adolescenza o che narra del suo amore per gli sport e della sua passione per il golf.
Il libro è anche ricco di aneddoti e di personaggi celebri ma anche di gente comune come tutti coloro che a vario titolo hanno condiviso un tratto di strada con Michael J. Fox.
E lui ci rimanda quell’immagine di sé che io e molti altri abbiamo spesso immaginato: una ragazzo gentile, affabile, con quel sorriso che riconosceremmo tra mille.
Una persona generosa, capace di guardarsi dentro e di condividere incertezze, paure, speranze.
Uno che era uno di noi, in quegli anni ‘80 in cui eravamo tutti giovani.
Uno che resta ancora adesso proprio uno di noi.

“Molte delle cose più importanti della vita mi colgono di sorpresa: impieghi talmente tanto tempo e tante energie per giungere a un traguardo, poi ci arrivi e la sensazione di esserci è comunque una rivelazione. Sono davvero qui, nonostante tutto quel che è successo.”

Un’estate degli anni ’80

È un’estate degli anni ‘80 e sono in partenza: vado al mare, nella casa sulla riviera di ponente della mia famiglia.
Parto in treno da Principe con un borsone nero pieno di vestitini leggeri, costumi da bagno e sandaletti.
Il treno ha i finestrini che si aprono e puoi anche tirarli giù e prendere l’aria in faccia, se fa troppo caldo.
Durante il viaggio guardo il mare e seguo il panorama che scorre via rapido, è una sequenza infinita di scogli, spiagge, ombrelloni a righe e agavi protese verso l’azzurro.
E quando arrivo a destinazione ho un mio rito personale: lì vicino alla stazione infatti c’è una piccola latteria dove vado sempre a bere il frappè alla fragola e questo sarà il primo di molti altri frappè.
È un’estate degli anni ‘80 e nel borsone ho anche la macchinetta fotografica con il rullino da 36, il walkman e la borsa di paglia.
Ho anche un’agendina del telefono e so già che a fine stagione sarà piena di nuovi indirizzi di nuovi amici conosciuti alla spiaggia.
E qui, in questa estate degli anni ‘80, la prima persona che vado a cercare è lei: la mia amica Stefy.
Non andiamo allo stesso stabilimento balneare ma io so precisamente quali sono le sue sdraio sulla spiaggia che lei frequenta e così so dove trovarla, in quest’estate nella quale non giriamo con il telefono in tasca ma sappiamo sempre come raggiungerci senza alcun problema.
La Stefy è piemontese e i giorni trascorsi con lei mi lasceranno in eredità il suo delizioso accento, durante l’inverno ci scambieremo un’infinità di lettere e aspetteremo di rivivere ancora una nuova estate.
La Stefy è bionda e bellissima, ha qualche anno meno di me ma, a dire la verità, è proprio molto più saggia e dispensa consigli da tenere da conto.
Quando c’è il mare grosso a noi piace prendere le onde, poi amiamo gironzolare per il mercato e per i negozietti, andare a ballare e fermarci a bere una bibita fresca sui dondoli del lungomare.
Poi io adoro il gelato all’anguria, gli ombrellini di carta che mettono nell’analcolico alla frutta, i parei, i cappelli di paglia e quel senso di assoluta libertà.
Una magliettina, le ciabattine blu, i capelli bagnati e nessun pensiero.
Era un’estate degli anni ‘80 e mentre ne scrivo dalla radio escono le note di The logical song dei Supertramp e così mi ritrovo a canticchiare: When I was young, it seemed that life was so wonderful a miracle, oh, it was beautiful, magical.
Di quelle vacanze degli anni ‘80 conservo tanti splendidi ricordi, alcune care amicizie come la Stefy, diverse canzoni che conosco ancora a memoria e un’infinità di nostalgie.
La stazione alle quale scendevo è stata dismessa, sarebbe strano arrivare là e scendere dal treno in un luogo diverso.
Amavo gli accessori variopinti e così mi ero comprata due bellissimi fermagli e un paio di adorati orecchini a forma di fiore.
Gli orecchini non li porto più e li tengo in un cofanetto insieme ad altri.
Ho ancora i capelli lunghi come allora e quei fermagli sono ancora perfetti, colorati e allegri come certe giornate d’estate degli anni ‘80.

Stella Nera – Il grande domani

Cadeva un pioggia regolare, dentro un giorno che si era fatto più freddo. In breve giunsero su Via Paleocapa e si diressero verso la Torretta. I negozi, i bar erano aperti, e la gente affollava i portici dove una luce quasi mattutina rischiarava le volte, i visi e le vetrine.

È un chiarore invernale ad illuminare questo scorcio di Savona che è lo scenario della vicenda di Stella Nera – Il grande domani, terza e ultima parte della trilogia scritta da Marco Freccero.
Qui trovate la mia recensione del primo romanzo della serie intitolato Stella Nera – Le luci dell’Occidente e qui la recensione dedicata a Stella Nera – La Promessa.
La città è una delle grandi protagoniste di queste vicende e in questo scorcio del 1987 ritroviamo Davide, Filippo e Massimo, i tre amici che condividono l’esperienza dell’obiezione di coscienza e un mondo di misteri inesplicabili.
Delitti, personaggi sinistri, domande alle quali si cerca affannosamente una risposta.
E c’è un celebre dipinto del Bernini da ritrovare, questo Ecce Homo del Bernini è una di quelle cose che fanno fantasticare i protagonisti del romanzo e anche noi lettori!
Restiamo tutti in attesa che una porta si socchiuda per spalancarsi su questa bellezza da tutti così ricercata.
Dove sarà finito questo dipinto?
Verrà finalmente rinvenuto?

Si trova poi, in queste pagine, la storia di una professoressa che a questo dipinto ha dedicato anni di studio e passione scrivendo un libro che deve essere dato alle stampe.
E c’è un prete, lo zio di uno dei ragazzi, pure lui andrà a finire nei guai.
Riemergono, da un lontano passato e dai tempi della II Guerra Mondiale, le vicende di una donna tedesca e di suo fratello, riprendendo naturalmente il filo degli eventi descritti nei precedenti romanzi.
E l’intreccio, fatalmente, si complica e si arricchisce di colpi di scena.
Se leggerete la trilogia di Stella Nera ritroverete un orizzonte ligure, questi misteri tutti da scoprire e cesellati con pazienza da Marco Freccero.
È un libro sincero, credibile, coinvolgente al punto giusto e si avvale della bella scrittura di Marco Freccero: diretta, priva di fronzoli, moderna ed efficace.
Uno scrittore, a mio parere, deve conoscere bene i luoghi e i tempi che intende proporre, deve saper guardare il mondo con gli occhi dei suoi personaggi, offrendo al lettore un punto di vista inedito che sia per autentico e probabile, senza essere artefatto: nella mia opinione l’autore ha centrato appieno il bersaglio, offrendo una storia pienamente convincente.
I tre libri di Stella Nera sono adesso proposti in un volume unico e se volete immergervi in questa storia savonese vi rimando al blog di Marco Freccero, qui trovate l’articolo di presentazione e tutte le informazioni per acquistare il volume.
E seguendo le vite dei tre ragazzi in questa storia intricata e densa di sorprese vi accorgerete che questa trilogia è un inno ai valori della vita e all’importanza dell’amore, è la riscoperta dell’importanza dell’amicizia, fraterna, profonda e vera.
Ed è un richiamo a volgere lo sguardo nella giusta direzione: ce n’è sempre una, bisogna soltanto trovare la strada.

Ci sono quelli che dicono che le cose vanno da sempre in un certo modo e non si possono cambiare, e coloro che si battono per cambiarle.
Voi, da che parte volete stare?

Ricordi di Piazza Rossetti

I miei primi ricordi di Piazza Rossetti risalgono agli anni ‘70 e ai miei anni d’infanzia, da piccola infatti mi capitava spesso di recarmi in Piazza Rossetti in quanto la mamma andava da un medico che aveva il suo studio proprio in questa piazza della Foce.
Il dottore era come un amico di famiglia e lo ricordo come un uomo molto simpatico e particolare: quando veniva da noi a visitare la nonna mi suggeriva sempre di nascondere le carte delle caramelle sotto il tappeto, era il complice di piccoli misfatti!
E appunto aveva casa e studio in Piazza Rossetti.
In quei luminosi anni ‘70 poi a me quella piazza pareva molto moderna, molto americana e decisamente avveniristica.
Per dire, immaginavo che potessero passare da un momento all’altro lo Zio Bill con Buffy e Jody, i celebri protagonisti di Tre nipoti e un maggiordomo.
Ero infatti più che certa che, svoltato l’angolo di Piazza Rossetti, ci fosse là dietro la Park Avenue del telefilm, la fantasia dei bambini non ha confini e a me pareva tutto logico e molto plausibile.

In Piazza Rossetti c’è una fontana con l’acqua zampillante e in quegli anni là, quando andavo dal medico e guardavo fuori dalla finestra, mi sembrava di avere davanti un panorama grandioso e vasto e stupefacente ed era incredibile essere là, dentro a un telefilm!
A guardare la fontana dall’alto, poi, quanta meraviglia!

E poi, con il tempo, Piazza Rossetti l’ho vista in tante maniere diverse.
Tutti noi che siamo stati ragazzini a Genova negli anni ‘80 abbiamo memoria di certi pomeriggi trascorsi al Luna Park che era proprio lì di fronte e qualche volta, allora, siamo anche saliti sulla ruota panoramica e abbiamo visto quella Genova da lassù e non l’abbiamo mai dimenticata.

E poi ricordo Piazza Rossetti per gli aperitivi con le amiche e per la grande profumeria con tante vetrine, era una delle mie mete preferite quanto passavo da quelle parti.
E poi in questa piazza ha trovato posto una frequentata libreria, anche se io ricordo pure la sua prima sede che era nella vicina Via Ruspoli.
E insomma, il tempo passa e non si capisce nemmeno come succeda: un giorno sei bambina, nel salotto di casa tua, con te c’è un dottore brillante e gioviale che ti suggerisce di nascondere le carte delle caramelle sotto il tappeto.
Poi tutto diventa ieri, anche se non si comprende proprio come accada.
Il tempo fluisce, come l’acqua che scorre nella fontana di Piazza Rossetti.

Stella Nera – La Promessa

“Uscito dalla chiesa, Pietro attraversò Via Paleocapa e si infilò in Via Pia: diede un’occhiata veloce alle vetrine del cinema Astor dove i manifesti pubblicizzavano i prossimi film in arrivo. La percorse senza fretta, ammirando i palazzi che incombevano sulla stretta via con l’impiantito di pietre, i portali che risalivano al Medioevo. I negozi erano aperti, due vigili discendevano la via mentre il locale “Vino e Farinata” aveva la saracinesca alzata a metà. Giunse in Piazza della Maddalena, si fermò e si guardò intorno; sull’angolo di un palazzo c’era una statua della Madonna con un omino in ginocchio. Qualche anno prima era stato a Genova, ma Savona gli pareva di una pasta differente, una città con un volto che non riusciva mai a cogliere.”

Savona, 1987: una città e i suoi misteri.
Tre amici, tre ragazzi che condividono l’esperienza dell’obiezione di coscienza.
Un dipinto del Bernini scomparso da molti anni, un uomo sparito di recente senza lasciar traccia e un enigma che si dipana tra le pagine di Stella Nera – La promessa, secondo volume di una trilogia scritta da Marco Freccero, il primo romanzo della serie si intitola Stella Nera – Le Luci dell’occidente e ve lo presentai tempo fa in questo post.
Torniamo così alle vicende intricate che hanno come scenario Savona e i suoi dintorni, va detto innanzi tutto che i personaggi restano impressi con le loro caratteristiche e le loro personalità: ho letto questo secondo volume a distanza di un anno dalla prima parte e ho riconosciuto i volti e caratteri come se li avessi incontrati l’altro ieri.
Marco Freccero si avvale di una bella scrittura asciutta e coinvolgente, efficace e piacevolmente priva di inutili ridondanze, ambienta inoltre le sue storie in uno scenario che ben conosce rendendo così la vicenda credibile, autentica e appassionante.
C’è un uomo scomparso, dicevo: è quel Leonardo Perrone che dopo essersi cacciato in un grosso guaio pare davvero essere svanito nel nulla.
E c’è un dipinto che tutti cercano da molto tempo, è un’opera di una bellezza unica e straordinaria sparita nel 1943 proprio a Savona: è l’Ecce Homo del Bernini sul quale tutti fantasticano, cercando di immaginarne i dettagli.

E c’è anche una scrittrice, una professoressa in pensione, lei ha scritto un libro sull’Ecce Homo del Bernini: un libro nel libro, pagine su pagine.
Il dipinto con il suo magnifico mistero, riconduce alle cupe vicende della II Guerra Mondiale e alla cieca crudeltà di quel tempo e qui risiede, a mio parere, il filo conduttore della trilogia.
In questa scrittura che si sostiene con magnifico equilibrio, in realtà, sullo sfondo, spicca un tema universale: la lotta tra il bene e il male.
E la ricerca della comprensione dei meccanismi dell’umano sentire, pur nell’impossibilità di trovare sempre una spiegazione.
E del resto così si legge tra le pagine di questo romanzo.

“Abbiamo a che fare con la creatura più folle dell’universo. L’uomo.”

Peccato, dolore, perdono, fede: sono argomenti che di volta in volta affiorano dalle pagine del romanzo, ritornando come interrogativi che travalicano la storia per condurre a inevitabili riflessioni:

“Ma si può ammirare la bellezza, amarla. E uccidere. Non è una magia, la bellezza.”

Quel dipinto poi pare essere la chiave di volta di tutta vicenda: pensate che c’è persino una persona che lo ha veduto!
E sa anche raccontarlo, descriverlo e ammaliare i suoi ascoltatori, non sarò certo io a guastarvi la sorpresa ma sappiate che quel quadro racchiude in sé la maestà della verità.
Scorrevole, avvincente e ricco di misteri, questo secondo episodio della trilogia di Marco Freccero pare traghettarci verso un esito che non sappiamo immaginare, l’autore infatti è un maestro del colpo di scena e sa tenerci abilmente con il fiato in sospeso.
Se desiderate anche voi immergervi nelle vicende di Stella nera vi rimando al blog di Marco Freccero, qui potete trovare tutte le informazioni per poter acquistare i volumi finora pubblicati in formato digitale o cartaceo.
Quando il romanzo giungerà alla sua conclusione ritroveremo anche la traccia di Leonardo Perrone?
E il dipinto del Bernini verrà finalmente rinvenuto?
Saranno forse Davide, Filippo e Massimo, i tre ragazzi obiettori di coscienza, a svelare un intrico che pare irrisolvibile?
Non ci resta che attendere che si calmino le acque, che scenda il vento e che la linea dell’orizzonte compaia finalmente chiara e netta.

“Alle spalle del padrone di casa una grande finestra si apriva sull’Isola di Bergeggi, mentre la superficie del mare spumeggiava. Contro il vetro si sfracellavano le gocce di pioggia scaraventate da un furioso vento di scirocco.”

I miei 45 giri di Sanremo e ricordi sparsi degli anni ’70 e ’80

Ricordi.
Ricordi sparsi, un po’ appannati e a volte invece vivissimi.
Ricordi della nostra musica e dei 45 giri del Festival di Sanremo che si andavano a comprare nel rimpianto negozio di Ricordi, che gioco di parole!
Ora i 45 giri di quegli anni là sono un magnifico cimelio, così ne ho scelti alcuni dei miei per ritornare a quel tempo insieme a voi.
Erano gli anni ‘70, a quell’epoca lì avevamo le televisioni senza telecomando: a pensarci ora pare persino strano!
Io non rammento l’anno preciso in cui il telecomando divenne un oggetto di uso comune, ho invece una memoria perfetta di me bambina scocciatissima perché devo alzarmi dal tappeto per andare alla TV a cambiare canale.
Era il 1976, io avevo 10 anni, Felice Gimondi vinceva il giro di’Italia e la Regina Elisabetta regnava sul trono d’Inghilterra.
Di quel Sanremo conservo il 45 giri di quello che sarebbe diventato uno dei singoli più venduti dell’anno: Linda bella Linda dei Daniel Sentacruz Ensemble.
Venne poi il 1977, il 1 Gennaio andò in onda l’ultima puntata di Carosello, Jimmy Carter fu nuovamente eletto presidente degli Stati Uniti e la Regina Elisabetta era sempre sul trono d’Inghilterra, adorata regina, ci ha accompagnato per tutta la nostra vita!
Divago, lo so, è inevitabile.
Sanremo quell’anno fu presentato da Maria Giovanna Elmi e da Mike Bongiorno e sorrido tanto pensando alla biondissima fatina della TV amata da tutti noi bambini e all’allegria del nostro caro Mike.
Quell’anno a Sanremo trionfarono gli Homo Sapiens con la loro canzone Bella da morire, devo dirvi che me la ricordo ancora bene!
Oltre al 45 giri dei vincitori, quell’anno però mi aggiudicai anche Miele, il brano proposto dal complesso Il giardino dei Semplici.

Facciamo un salto in avanti, al 1980: fu l’inzio di un decennio per me straordinario, ripenso sempre con gioia a quel tempo là.
Quell’anno a presentare Sanremo c’era il fantastico Claudio Cecchetto, toccò di nuovo a lui anche l’anno successivo.
La vittoria fu conquistata da Toto Cutugno ma io comprai il 45 giri di Su di Noi di Pupo e sì, è una delle canzoni che ancora saprei cantare.
In quel 1980 ero già un po’ più grande e sul palco di Sanremo salì un gruppo che mi conquistò letteralmente: erano i Decibel con la loro Contessa, uno straordinario Enrico Ruggeri dalla chioma biondo platino e con gli occhiali scuri d’ordinanza ci affascinò tutti con quel suo brano; Chi sei contessa? Tu non sei più la stessa.
E infine ecco il 1981.
Lei fu indimenticabile.
Bellissima, con quei capelli lunghi e folti, la frangetta e gli occhi grandi, il viso perfetto.
E la voce, la voce di Alice, inconfondibile tra mille.
Quanti anni sono passati da allora? Più di quaranta, anche a scriverlo non sembra proprio vero.
La voce di Alice, le note e le parole della sua canzone Per Elisa accompagnarono i nostri giorni turbolenti, giovani, felici, complicati e a volte invece facilissimi e spensierati.
Erano quei giorni là, era la musica dei nostri 45 giri, quella che ancora risuona nei nostri ricordi.

Un panino alla spiaggia

Di tutti i ricordi del tempo d’estate questo è uno dei più belli.
Avrete anche voi memoria di certi sapori che erano i vostri prediletti in tempi diversi: ognuno ha la propria madeleine proustiana e a volte anche più di una.
Ecco, quando andavo al mare sulla riviera di ponente, in quella casa tanto rimpianta appartenente ai miei antenati, ogni tanto mi capitava di mangiare alla spiaggia.
La casa era sull’Aurelia, davvero a pochi metri dal mare, tornare a pranzare attorno a un tavolo era semplicemente un agio e un gradito momento di ristoro dalla calura estiva, il pranzo in spiaggia era invece una piacevole eccezione iniziata con i miei genitori e conservata da ragazzina con le mie amiche.
Ah, poi a dire il vero ricordo bene anche che alcuni andavano a mangiare nel ristorantino di uno stabilimento balneare dove servivano piatti di fumanti spaghetti con le vongole e all’epoca a me sembrava una scelta stravagante e particolare, chissà poi perché!
Io no, io mi portavo il mio amato panino con il pomodoro rigorosamente fasciato nella carta d’argento.

Dunque, il mio panino con il pomodoro è semplicissimo da preparare, la mamma lo ha sempre fatto con una bella rosetta.
Il panino va tagliato a metà ed entrambe le parti vanno generosamente condite con sale, olio, aceto e origano, quindi va imbottito con delle belle fette di pomodoro succoso e maturo della Riviera di Ponente, una delle delizie della nostra regione.
Ecco, il panino è pronto, una vera bontà!
E poi quel gesto: le mani che stringono il pane reso più morbido dalla carezza gentile dell’olio, il sapore dell’origano, l’aria del mare, la bibita con la cannuccia presa al baretto, le chiacchiere, le risate e una piacevole e bellissima consuetudine che ricordo davvero con nostalgia.
Seguiva poi, immancabile, il gelato di rito.
Seguiva poi l’estenuante attesa delle canoniche interminabili ore prima del bagno e devo dire che noi bambini degli anni ‘70 sbuffavamo un po’ ma eravamo piuttosto disciplinati, alla fin fine.
Ora non ricordo quando per l’ultima volta ho mangiato quel panino ma è successo davvero un sacco di anni fa.
Ricordo benissimo il rito della preparazione: la cucina con il tavolo turchese, la finestra spalancata e il canto delle cicale, la borsa di paglia e le ciabattine di gomma.
E una sola semplice delizia: il mio fantastico panino con il pomodoro.