REIRAZAR

Bona es vida

pus Joia la mante,

que tals n’escrida

cui ges non vai tan be;

no sai de re

coreillar m’escarida,

que per ma fe

del mielhs ai ma partida.

De drudaria

no.m sai de re blasmar,

qu’autrui paria

trastorn en reirazar;

ges ab sa par

no sai doblar m’amia,

q’una non par

que segonda no.l sia.[40]

Nella partitad’amore Arnaut ha la sorte migliore («del meilhs ai ma partida»)[41],e per questo non può certo accusare il proprio destino («no sai de re / coreillarm’escarida»). Il termine reirazar èfortemente connotato e rinvia ad una fase precisa del gioco dell’azar, che è descritta con precisione nel Librode los juegos di Alfonso X:

Otra manera hay de juego quellaman azar, que se juega en esta guisa. El qui primero oviere de lançar losdados, si lançare quinze puntos o dizeséys o dizesiete o dizeocho o la soçobrasd’estas suertes, que son seys o cinco o quatro o tres, gana. ¶ E qualquiered’estas suertes (en qualquier manera vengan segundo los otros juegos que desusodixiemos) es llamad<a> azar. ¶ E si por aventura no lança ninguno d’estosazares primeramientre e da all otro por suerte una d’aquellas que son de seyspuntos a arriba o de quinze ayuso (en qualquiere manera que pueda venir segundoen los otros juegos dixiemos que vienen) ¶ e depués d’estas lançare alguna delas suertes que aquí dixiemos que son azar, esta suerte será llamada reazar eperderá aquel que primero lançare. ¶ E otrossí, si por aventura no lançare estasuerte que se torna en reazar e tomare pora sí una de las otras suertes, queson de seys puntos a arriba o de quinze ayuso (en qualquiere manera que venga),¶ converná que lançen tantas vegadas fasta que venga una d’estas suertes: o lasuya por que gana o la dell otro por que pierde; salvo ende si tomare aquellamisma suerte que dio all otro, que seríe llamada encuentro, ¶ e converníe quetornassen a alançar como de cabo. ¶ E comoquier que viniesse alguna de lassuertes que son llamadas azar o reazar, e entretanto que veníe una d’aquellasque amos avíen tomado pora ssí, non ganaríe ninguno d’ellos por ella ninperderíe fasta que se partiesse por las suertes, assí como desuso dize.[42]

Quan chai la fuelha

Il trobar car ha un’importante connotazione, che circoscrive un aristocratico disegno di assimilazione del preziosismo all’oscurità e al «poco giorno»: lo stile prezioso è scuro come l’inverno, lo stile piano è chiaro come la bella stagione. È Dejosta·ls breus temps e·ls lonc sers di Peire d’Alvernhe, un componimento la cui eccellenza sul piano melodico è dichiarata nella vida del trovatore, a segnare l’inizio del nuovo modo di comporre e a imprimergli un marchio che giungerà fino alle rime petrose di Dante.

Arnaut Daniel non si è ovviamente sottratto a questa tendenza; in più ha desunto, come al solito, motivi precisi dai testi latini letti a scuola:

Quan chai la fuelha

dels aussors entressims

e·l freg s’erguelha

don seca·l vais e·l vims,

dels dous refrims

vei sordezir la bruelha:

mas ieu sui prims

d’Amor, qui que s’en tuelha.

Tot quant es gela,

mas ieu no puesc frezir

qu’amors novela

mi fa·l cor reverdir;

non dei fremir

qu’Amors mi cuebr’e·m cela

e·m fai tenir

ma valor e·m capdela.

In un ms. proveniente da S. Marziale di Limoges (Paris, B. N. lat. 3719, fol. 42) troviamo un conductus profano straordinariamente simile (incipit identico, clausole con medesime vocali nella prima strofe, perfetta identità fra l’inizio della seconda cobla della canzone provenzale e la quarta strofe del testo latino qui riprodotta):

De ramis cadunt folia,

nam viror totus periit;

iam calor liquit omnia

et habiit,

nam signa celi ultima

sol peciit.

[…]

Modo frigescit quiquid est,

sed solus ego caleo,

immo sic michi cordi est

quod ardeo;

hic ignis tamen virgo est

qua langueo.

Cadono le foglie dai rami, tutto il verde muore; già il calore ha abbandonato ogni cosa ed è fuggito: infatti il sole avanza verso le ultime costellazioni del cielo… Ora tutto quanto gela, ma solo io resto caldo, anzi di più, il mio cuore mi fa ardere; e questo fuoco è la donzella per la quale languisco.

Al testo sammarzialese allegherei, per mostrare la compattezza della tradizione letteraria cui Arnaut fa riferimento, questo famoso carmen buranum:

Sevit aure spiritus,

et arborum

come fluunt penitus

vi frigorum;

silent cantus nemorum.

Nunc torpescit vere solo

fervens amor pecorum;

semper amans sequi nolo

novas vices temporum

bestiali more.

Il vento gelido inasprisce e le chiome degli alberi volano via per il freddo; tacciono i canti dei boschi. Ora intorpidisce l’amore degli animali, fervente in primavera; ma io, sempre innamorato, non voglio seguire il mutare delle stagioni come fanno le bestie.

L’aura

Il complesso sistema di isotopie sul nome di Laura trova una sua giustificazione nelle etimologie di Isidoro di Siviglia. Quello relativo alla derivazione di laurus da laus, lode, è noto («laurus a verbo laudis dicta; hac enim cum laudibus victorum capita coronabuntur»); ancora non valorizzata in direzione petrarchesca è quello che connette l’aurum all’aura, presente nel paragrafo De auro del XVI libro delle Etymologiae, dove si trova anche citata un’auctoritas virgiliana certo nota al Petrarca:

Aurum ab aura dictum, id est ab splendore, eo quod repercusso aere plus fulgeat. Unde Vergilius (Aen. VI, 204): Discolor unde auri per ramos aura refulsit, hoc est splendor auri. Naturale enim est ut metallorum splendor plus fulgeat luce alia repercussus.

Quindi l’oro prende il nome dallo splendore dell’aura, assimilata di fatto alla luce, allo splendore («al modo in cui quando il bronzo viene colpito dalla luce rifulge di più»), giacché è naturale che lo splendore dei metalli rifulga di più quando è colpito da un’altra fonte luminosa. Il passo virgiliano citato da Isidoro di Siviglia (Aen. VI, v. 204: «donde rifulse fra i rami l’aura di diverso colore dell’oro») è quello notissimo del VI libro dell’Eneide, dove si parla del momento in cui Enea trova, in una fitta selva nei pressi dell’ingresso dell’Averno, il ramo d’oro che, secondo quanto la Sibilla gli aveva detto, era necessario per compiere il viaggio ultraterreno. Nel verso citato da Isidoro, il lemma “aura”, che in genere significa “soffio d’aria, brezza, aria, cielo”, viene utilizzato da Virgilio nel senso di “luminosità, scintillio, splendore”.

Il gioco etimologico e paronomastico fra aurum e aura, del resto, dovette avere un’ampia e lunga tradizione. Lo troviamo già in epoca tardo-antica nell’Expositio in Psalterium di Cassiodoro:

Antiqui aureum colorem pulcherrimum vocaverunt; et ideo aurum ab aura dictum esse voluerunt, quod nimis gratissimo colore resplendeat. Nam hodieque aureum dicimus, quod pulchrum volumus aestimare.

E’ accennato in un testo di Venanzio Fortunato In laudem sanctae Mariae Virginis et matri Domini:

O quoties coctum zonae micat aura per aurum,

Pallida nec pallae est fimbria luce nitens!

Il passo isidoriano viene invece ripreso quasi letteralmente da Rabano Mauro nel De Universo, XVII, xii:

De auro

Aurum ab aura dictum, id est a splendore, eo quod repercusso aere plus fulgeat. Unde et Virgilius: “Discolor inde auri per ramos aura refulsit”. Hoc est, splendor auri; naturale enim est, ut metallorum splendor plus fulgeat luce alia repercussus.

E’ quindi estremamente probabile che Petrarca fosse a conoscenza di questa tradizione. Nondimeno, non sembrano ormai sussistere più dubbi sul fatto che la preistoria di Laura sia da ricercare anche in un notissimo passo trobadorico, la famosa tornada della canzone di Arnaut Daniel Ab gai so cuindet e leri:

Ieu sui Arnautz qu’amas l’aura

e cas la lebre ab lo bueu

e nadi contra suberna.

Questa canzone è intessuta di metafore volte a esprimere il legame fra amore, arte ed artigianato. La verità delle parole è qui direttamente legata al labor limae del poeta, la coscienza della veridicità è in rapporto con la retorica: la posizione di Arnaut Daniel si oppone a quella del suo modello Marcabru, critico invece della doratura delle parole, della «falsa razo daurada». Per Arnaut Daniel è Amore che indora le parole e che porta il poeta all’utilizzo di quegli artifici retorici che sono invece criticati dal grande moralista. L’Amore che canta Arnaut Daniel è in grado di apportare un miglioramento, un dirozzamento nell’animo come nelle parole: Amore è la causa del perfezionamento sentimentale e retorico del poeta, la fin’amor come il fin aur, il raffinamento della persona come il raffinamento dell’oro. In Ab guai so ritorna poi particolarmente insistente il motivo del disinteresse del poeta nei confronti dei beni materiali e degli onori mondani ed è accennato il tema della “perdita” per troppo volere (vv. 23-24): «qu’ab trop voler cug la.m toli, / s’om ren per trop amar pert».

Tenendo conto di questo quadro, ho fornito in altra sede una spiegazione del primo verso della tornada (v. 43): «Ieu sui Arnaut qu’amas l’aura». Il verbo amas sembrerebbe essere un termine tecnico dell’accumulazione improduttiva delle ricchezze e trova corrispondenza in un luogo di Bertran de Born legato all’opera di Arnaut Daniel:

E ja thezaur vielh no vuelh amassar,

Qu’ab thesaur jove pot pretz guazagnar.

Ritroviamo poi il termine in funzione significativa in una tenzone fra Peire ed Albertet:

Amics Peire, per messongier

vos en tenran li conoissen,

car cel que a destrugemen

met lo sieu e non garda com

e non cerca ga ni razon,

vos dic q’es plus fins amaire

qe·l vostre, q’es amassaire,

e drutz q’amassa ni rete

non ama ges per bona fe,

anz es vas si donz trichaire.

La posizione di Albertet, effettivamente, è paradigmatica di tutto un modo di intendere la fin’amor: «colui che manda in rovina il suo patrimonio […] è amante più fino di quello che voi difendete, il quale è un ammassatore, e l’amante che ammassa ed economizza non ama affatto con buona fede, anzi è ingannatore verso propria dama». Il fins amaire non può essere amassaire, amar si oppone ad amassar, insomma, chi ama non ammassa. Questa posizione, in duro contrasto con coloro che accumulano beni e ricchezze, è rintracciabile fra i trovatori fin da Bernart de Venzac, il quale sostiene che mai sarà pregiato né prode nessun uomo per ricchezza che ammassi:

Ja mais non er presatz ni pros

negus hom per aver qu’amas.

Nello stesso modo in una cobla anonima l’accumulazione di oro ed argento viene considerata contraria ai principi cortesi:

Ben es gran danz de cortesia

q’es cazut ios e tornat a nienz

zo son li avars qe cuian noig e dia

aur e argen amassar e tenir

Al mondano ammassare «thezaur» o «l’aur» Arnaut Daniel oppone quindi il suo «ammassar l’aura». Il gioco è evidente: anche qui viene rivendicata la rinuncia alle ricchezze terrene, non l’aur, ma l’aura, non l’oro, ma l’aria; anche qui la derivazione isidoriana gioca su un piano implicito, ma è evidentemente ben presente ed operante. Arnaut Daniel non chiarisce in cosa consista questa aura ammassata, lascia il gioco su un piano volutamente allusivo, enigmatico ed ambiguo, come del resto fa anche per gli altri termini dell’adynaton, ma il gioco viene ripreso ed esplicitato da un altro trovatore, Aimeric de Peguilhan che trasforma l’aura ammassata nel «capitale di sospiri» concesso dall’amata e fatto fruttare dal trovatore:

Pus ma belha mal’amia

m’a mes de cent sospirs captal,

a for de captalier lial

los ai cregutz quascun dia

d’un mil, per q’ueimais seria,

sol qu’a lieys plagues, cominal,

que los partissem per egual,

qu’aissi·s tanh de companhia.

Dacché la bella e cattiva amica del trovatore lo ha dotato di un capitale di cento sospiri, egli, a guisa di leale “capitalista”, li ho fatti crescere di mille al giorno; quindi ormai sarebbe giusto, che i profitti fossero ripartiti in parti uguali, perché così si opera quando si è in società con qualcuno.

E’ proprio su questo crinale che, a questo punto, vorrei condurre il ragionamento: Aimeric de Peguilhan reintrepreta probabilmente l’aura ammassata da Arnaut Daniel con il capitale dei sospiri. Per Petrarca potrà valere lo stesso discorso? Fino a che punto, cioè, Laura può essere associata ai sospiri del poeta?

Petrarca ha certamente conosciuto e imitato il testo danielino che aveva dato origine all’epiteto di «miglior fabbro». In particolare, la sestina 239 è il luogo in cui il sistema dell’aura si fa più palese e dove la citazione di Ab gai so è più esplicita. Aggiungerei che la ripresa è sapientemente accostata ad una allusione a Raimbaut d’Aurenga, l’autore aurato per antonomasia oltre che per evidenti ragioni onomastiche (oltre che al toponimo di provenienza, si pensi al nomignolo Linhaure con cui Raimbaut dibatte con Giraut de Bornelh). Gli ultimi versi della sestina petrarchesca recitano (vv. 31-39):

Ridon or per le piagge erbette et fiori:

esser non po’ che quella angelica alma

non senta il suon de l’amorose note.

Se nostra ria fortuna è di più forza,

lacrimando et cantando i nostri versi

et col bue zoppo andrem cacciando l’aura.

In rete accolgo l’aura, e ‘n ghiaccio i fiori,

e ‘n versi tento sorda e rigida alma

che né forza d’Amor prezza né note.

Guglielmo IX, Ben vuelh

Ben vuelh que sapchon li pluzor
d’est vers si’s de bona color,
qu’ieu ai trag de mon obrador:
qu’ieu port d’ayselh mestier la flor,
et es vertaz,
e puesc en traire.l vers auctor
quant er lassatz.

Ieu conosc ben sen e folhor,
e conosc anta et honor,
et ai ardimen e paor;
e si.m partetz un juec d’amor
no suy tan fatz
no.n sapcha triar lo melhor
d’entre.ls malvatz.

Ieu conosc ben selh qui be.m di,
e selh qui.m vol mal atressi,
e conosc ben selhuy qui.m ri,
e si.l pro s’azauton de mi,
conosc assatz
qu’atressi dey voler lor fi
e lor solatz.

Mas ben aya sel qui.m noyri,
que tan bo mestier m’eschari
que anc a negu non falhi;
qu’ieu sai jogar sobre coyssi
a totz tocatz;
mais en say que nulh mo vezi,
qual que.m vejatz.

Dieu en lau e Sanh Jolia:
tant ai apres del juec doussa
que sobre totz n’ai bona ma,
e selh qui cosselh mi querra
non l’er vedatz,
ni us mi noa tornara
descosselhatz.

Qu’ieu ai nom “maiestre certa”:
ja m’amigu’ anueg no m’aura
que no.m vuelh’ aver l’endema;
qu’ieu suy d’aquest mestier, so.m va,
tan ensenhatz
que be.n sai guazanhar mon pa
en totz mercatz.

Pero no m’auzetz tan guabier
qu’ieu non fos rahusatz l’autr’ier,
que jogav’a un joc grossier,
que.m fon trop bos al cap primier
tro fuy ‘ntaulatz;
quan guardiey, no m’ac plus mestier,
si.m fon camjatz.

Mas elha.m dis un reprovier:
“Don, vostre dat son menudier,
et ieu revit vos a doblier.”
Dis ieu: “Qui.m dava Monpeslier,
non er laissatz.”
E leviey un pauc son taulier,
ab ams mos bratz.

E quant l’aic levat lo taulier,
empeis los datz,
e.lh duy foron cairavallier
e.l terz plombatz.
E fi.ls fort ferir al taulier,
e fon joguatz.

La rima in -eri

La rima in –ERI

(Fulvio De Santis)

Per la rima in –ERI la ricerca con Trobvers restituisce venti occorrenze, delle quali solamente sette corrispondenti a parole parossitone. Sei di queste sette parole sono quelle utilizzate nel primo verso di ciascuna delle coblas di Ab gai so: leri, proferi, queri, emperi, soferi, esmeri. Solo la settima parola in –eri, “sauteri”, non è attribuibile ad Arnaut Daniel (BdT 29), ma al trovatore provenzale Raimon de Tors de Marseilha (BdT 410), unico a riutilizzare, nello stesso componimento (Ar es dretz q’ieu chan e parlle), anche le due parole “arnaldiane” “esmeri” e “emperi”.

Si riportano di seguito le 20 occorrenze, in ordine cronologico. In giallo sono indicate le prime occorrenze, in azzurro i successivi riutilizzi.


262,3 16   et anc mais tan greu no·m feri

29,10 1   ab gai so cuindet e leri

29,10 15   mil messas n’aug e·n proferi

29,10 22   tan l’am de cor e la queri

29,10 29   no vuelh de Roma l’emperi

29,10 36  ges pel maltrag que·n soferi

29,10 tot jorn melhur e esmeri

392,8 37  que vestitz josta peleri,

364,2 10  quant la vi si·m feri

370,14 20  car no vei lieis que de mort me gueri

305,1617  et anc pueys alres non queri;

192,1 ~ 330,2010  pois lai anet a penre, don lo viscoms meri:

151,1 ~ 111,211  e, se·m demandatz qi·m feri,

410,310  qi sabon tot lo sauteri

410,37  per q’ieu mon chantar esmeri,

410,38   qar cuja aver l’emperi

434a,1713  “en Cerveri,

434,7c31  digatz, seyner en Cerveri,

434,7b11  “a que cercatz en Cerveri?”.

434,7b15   per que, mos amics me·n feri

Da Wikipedia

Raimon de Tors de Marseilha (1257–1265) was a Provençal troubadour. He hailed from the “city of towers (tors)” in Marseille (Marseilha), a district wherein the local bishop possessed many towers. He wrote six moral and political sirventes which survive.

Raimon was a dispassionate debater, equally sympathetic to the Guelph cause of Charles of Anjou and that of the Ghibelline Henry of Castile. He had great affection for Alfonso X of Castile, but never visited Spain. But like many contemporary troubadours on either side he hated “false clerics” and denigrates them extensively in his poetry. Metrically and rythmically, Raimon imitated the Apres mon vers vueilh sempr’ordre of Raimbaut d’Aurenga in his own Ar es dretz q’ieu chan e parlle.

Raimon’s most interesting and entertaining song is undoubtedly his complaint against mothers-in-law, A totz maritz mand e dic.

Ab gai so e Bernart de Ventadorn

Arnaut Daniel, Ab gai so e Bernart de Ventadorn

(Fulvio De Santis)

Bernart de Ventadorn (BdV), spesso considerato il più grande dei trovatori provenzali, apre una tra le sue più famose canzoni come segue:

Chantars no pot gaire valer,

si d’ins dal cor no mou lo chans;

ni chans no pot dal cor mover,

si no i es fin’amors coraus.

Per so es mos chantars cabaus

qu’en joi d’amor ai et enten

la boch’e·ls olhs e·l cor e·l sen.

E’ possibile ravvisare una relazione intertestuale tra questa canzone, in particolare tra la strofa riportata, e Ab gai so di Arnaut Daniel, il cui esordio è:

Ab gai so cuindet e leri

fas motz e capus e doli,

que seran verai e sert

quan n’aurai passat la lima,

qu’Amor marves plan’e daura

mon chantar que de lieis mueu

cui Pretz manten e governa.

La lettura della prima strofa delle due canzoni fa emergere una certa distanza tra i rispettivi autori, per quanto riguarda il loro atteggiamento nei confronti della relazione tra canto-amore-cuore e ruolo del poeta.

BdV afferma espressamente nella prima cobla che:

a nulla vale il canto se non viene dal cuore (chantars no pot gaire valer, / si d’ins dal cor no mou lo chans);

il canto non può muovere dal cuore se non c’è amore fino e “corale”, ovvero interiore (ni chans no pot dal cor mover, / si no i es fin’amors coraus);

il canto del poeta eccelle perché poggia sulla gioia d’amore (per so es mos chantars cabaus / qu’en joi d’amor ai et enten / la boch’e·ls olhs e·l cor e·l sen).

AD sembra invece voler:

rivendicare un ruolo da protagonista per se stesso, in quanto “artigiano” della parola (fas motz e capus e doli);

assegnare ad Amore un ruolo fondamentale ma, almeno temporalmente, secondario rispetto a quello del poeta nella produzione del “chantar”. Amore interviene infatti solo a rifinire, forse a levigare, ciò che il poeta ha generato e su cui già ha “passat la lima” (quan n’aurai passat la lima, / qu’Amor marves plan’e daura / non chantar…).

A prescindere dalle possibili interpretazioni degli ultimi due discussi versi della I cobla di Ab gai so (que de lieis muou / cui Pretz manten e governa), AD sostiene infatti che le sue parole, prima dell’intervento d’Amore, sono comunque verai e sert e quindi, a differenza di quanto affermato da BdV, non prive di valore.

La posizione di BdV in Chantars no pot, diversa da quella che emerge in Ab gai so, ha importanti riferimenti ideologici. Antonelli (1978) individua uno dei principali di questi in Riccardo di S. Vittore (Scozia, ca 1110 – Parigi10 marzo 1173), priore e maestro di teologia presso l’abbazia di San Vittore (presso Parigi) dal 1162 al 1173. Riccardo di S. Vittore, incluso da Dante (Par. X, 130) tra i grandi teologi e dottori della Chiesa, afferma che può parlare d’amore solo chi lo fa sotto l’intimo dettato del cuore. Questo è il ben noto solco nel quale si colloca Dante stesso in Purg. XXIV, vv.52-55:

…I’ mi son un, che quando

Amor mi spira, noto, e a quel modo

ch’e’ ditta dentro vo significando.

Ancora più esplicitamente, nella Monarchia, III, IV, 11, Dante definisce Dio “unicus Dictator” che spiega le proprie intenzioni attraverso le penne di molti: “Nam quanquam scribe divini eloquii multi sint, unicus tamen dictator est Deus, qui beneplacitum suum nobis per multorum calamos explicare dignatus est”.

Per BdV, come poi sarà per Dante – con le dovute differenze – il poeta è pertanto strumento materiale, ispirato e mosso da Amore/Dio, che nulla può in assenza di “fin’amors coraus”.

Antonelli (1978, pag. 182, nota 5) ravvisa nei versi di BdV un’ autoesaltazione che si fonda “su una conoscenza ‘amorosa’ da lui ritenuta superiore”: l’amore è cioè strumento di conoscenza e indice di gentilezza e superiorità. Nella II cobla, BdV afferma la propria disponibilità ad amare senza alcuna ricompensa, proprio per l’arricchimento e quindi l’elezione che da questa esperienza deriva. La misura di tale autoesaltazione è ben resa dalle due strofe finali di Chantar no po, in cui il poeta riafferma con forza l’ispirazione del proprio cantare e quindi la propria eccellenza:

Lo vers es fis e naturaus

e bos celui qui be l’enten;

e melher es, qui·l joi aten.

Bernartz de Ventadorn l’enten,

e·l di e·l fai, e·l joi n’aten!

L’indissolubilità tra Amore e canto è affermata da BdV anche nella canzone Can vei la lauzeta mover che, come noto, assieme a No chant per auzel di R. d’Aurenga e a D’amors qui m’a tolu a moi, del romanziere e troviere C. de Troyes, forma una triade di componimenti in cui i tre grandi autori confrontano, anche polemicamente, le rispettive concezioni d’amore. La posizione di BdV nei confronti della mancata ricompensa d’amore è però in questa opera diversa da quella che troviamo in Chantars no pot. Negli ultimi due versi della tornada di Can vei la lauzeta mover, BdV, deluso per l’impossibilità di ottenere amore, dichiara infatti la propria intenzione di rinunciare ad amare e a cantare:

de chantar me gic e m recre,

e de joi e d’amor m’escon.

Proprio su questo atteggiamento si innesta la polemica con il “libertino” R. d’Aurenga, che invece afferma la propria fede assoluta in amore e nella sua donna del momento, e con C. de Troyes, sostenitore della fedeltà assoluta e della paziente sofferenza nell’esperienza amorosa.

Indipendentemente dal “dibattito” tra BdV, R. d’Aurenga e C. de Troyes (si veda al proposito la discussione in Antonelli, 2007), è qui interessante osservare la diversa posizione di AD (in Ab gai so) e di BdV (in Can vei la lauzeta mover), rispetto al possibile fallimento amoroso. All’atteggiamento rinunciatario di BdV, si contrappone infatti la dichiarazione di AD di voler comunque continuare a comporre musica e poesia per l’amata, anche se lei non dovesse curarsi di lui (cobla VI).

Dalla lettura in parallelo di Ab gai so e delle due canzoni Chantars no pot e Can vei la lauzeta mover sembrerebbe quindi che AD voglia ritagliare per se stesso un ruolo in qualche modo più modesto e paziente (ma, proprio per questo, più umano ed eroico) di quello di BdV, sia nella versione autoesaltante di Chantars no pot, che in quella rinunciataria e di autocommiserazione di Can vei la lauzeta mover. E infatti, dall’opera di artistica rifinitura artigianale (cobla I), dalla venerazione quotidiana dell’amata (cobla II), dalle mille messe offerte o pronunciate (cobla III) e dal voler comporre musica e poesia per l’amata, anche se lei non dovesse curarsi di lui (cobla VI), emerge da Ab gai so una figura umana caratterizzata da grande costanza e tenacia, sia per quanto riguarda il proprio ruolo di poeta-fabbro che per la volontà di lottare, pur consapevole dell’inutilità dei propri sforzi. Tale tenacia è emblematicamente rappresentata dalla famosa triplice amara metafora dell’immane e vano lavoro che chiude la canzone:

Ieu sui Arnautz qu’amas l’aura

e cas la lebre ab lo bueu

e nadi contra suberna.

Riferimenti bibliografici

Antonelli R. (1978). Le Origini. In Storia e antologia della letteratura italiana (a cura di A. Asor Rosa), vol. 1. La Nuova Italia Editrice, Firenze.

Antonelli R. (2007). Avere e non avere: dai trovatori a Petrarca, in “Vaghe stelle dell’Orsa”. L’ “io” e il “tu” nella lirica italiana, a cura di F. Bruni. Marsilio, Padova, pp. 41-75.

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Chantars no pot gaire valer

B. de Ventadorn

Ed. Appel, 1915, 15

I

Chantars no pot gaire valer,

si d’ins dal cor no mou lo chans;

ni chans no pot dal cor mover,

si no i es fin’amors coraus.

Per so es mos chantars cabaus

qu’en joi d’amor ai et enten

la boch’e·ls olhs e·l cor e·l sen.

II

Ja Deus no·m don aquel poder

que d’amor no·m prenda talans.

Si ja re no·n sabi’aver,

mas chascun jorn m’en vengues maus,

totz tems n’aurai bo cor sivaus;

e n’ai mout mais de jauzimen,

car n’ai bo cor, e m’i aten.

III

Amor blasmen per no-saber,

fola gens; mas leis no·n es dans,

c’amors no·n pot ges dechazer,

si non es amors comunaus.

Aisso non es amors: aitaus

no·n a mas lo nom e·l parven,

que re non ama si no pren!

IV

S’eu en volgues dire lo ver,

eu sai be de cui mou l’enjans:

d’aquelas c’amon per aver.

E son merchadandas venaus!

Messongers en fos eu e faus!

Vertat en dic vilanamen;

e peza me car eu no·n men!

V

En agradar et en voler

es l’amors de dos fis amans.

Nula res no i pot pro tener,

si·lh voluntatz non es egaus.

E cel es be fols naturaus

que de so que vol, la repren

e·lh lauza so que no·lh es gen.

VI

Mout ai be mes mo bon esper,

cant cela·m mostra bels semblans

qu’eu plus dezir e volh vezer,

francha, doussa, fin’e leiaus,

en cui lo reis seria saus.

Bel’e conhd’, ab cors covinen,

m’a faih ric ome de nien.

VII

Re mais no·n am ni sai temer;

ni ja res no·m seri’afans,

sol midons vengues a plazer;

c’aicel jorns me sembla Nadaus

c’ab sos bels olhs espiritaus

m’esgarda; mas so fai tan len

c’us sols dias me dura cen!

VIII

Lo vers es fis e naturaus

e bos celui qui be l’enten;

e melher es, qui·l joi aten.

IX

Bernartz de Ventadorn l’enten,

e·l di e·l fai, e·l joi n’aten!

Schema metrico

  • abac cdd; 2 tornadas: cdd dd
  • ottosillabi maschili (8)
  • 7 strofe unissonans + 2 tornadas

Analisi puntuometrica

I

II

III

IV

V

VI

VII

TOT.

1

1

1

1

1

2

6

2

2

3

1

2

3

1

12

3

1

1

1

3

1

2

2

11

4

3

1

3

3

3

2

15

5

2

3

3

8

6

1

1

2

1

6

7

3

3

3

2

3

3

3

21

ASTRUC

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