Scheda del termine VESTA

VESTA

(Fulvio De Santis)

 

Ai versi 15 e 16 della II cobla di Si.m fos Amors (edizione Eusebi) si legge

tan li serai sers e obediens

tro de s’amor, si.l platz, baizan me vesta.

[…sarò suo servitore obbediente finchè, se a lei piace, m’investa del suo amore baciandomi. (traduzione Eusebi)].

 

Dall’apparato critico della stessa edizione Eusebi si evince che la variante me vesta, tradotta con il verbo m’investa, risulta decisamente minoritaria rispetto a menuesta, riportata dai manoscritti A, B, I, K, N2, S, Uc.

 

Il termine vesta proviene dal latino VESTIO, IS, IVI (II), ITUM, VESTIRE, verbo denominale da VESTIS, IS. I campi semantici principali, in latino, fanno capo ai concetti di vestire, rivestire, ricoprire e ornare. Interessante, in particolare, quest’ultima accezione, riferita all’oratoria: vestire atque ornare oratione [rivestire degli ornamenti dello stile] (dal vocabolario Castiglioni-Mariotti).

 

I lemmi derivati presentano in provenzale una semantica piuttosto articolata, che fa riferimento a due sfere prioritarie e naturalmente collegate:

a)      ambito della vestizione (in senso concreto, riferito all’abbigliarsi);

b)      ambito dell’investitura.

 

Raynouard – Lexique Roman

 

I principali lemmi e ambiti semantici proposti da questo lessico sono i seguenti.

 

1.      Vestir/investir: dal latino VESTIR(E), con apocope della E finale.

In particolare, vestir: habiller; investir: donner l’investitur.

2.      Vestimen/vestiment: dal latino VESTIMENT(UM), da cui anche il lemma italiano vestimento.

3.      Vestitura:  Sia nel senso di veste (vetement, in fr.) che di investitura. Gli corrisponde il termine italiano vestitura. Analoga doppia semantica per vestizo/vestizon.

4.      Envestir: dal verbo latino INVESTIR(E). Corrisponde al verbo italiano investire. Il Raynouard riporta come esempio per questo verbo i versi di Si.m fos Amors, , accogliendo la lezione maggioritaria dei manoscritti (menuesta):

tan li serai sers et obedienz

tro de l’amor, s’ill platz, baizan, m’envesta

[trad.: tant je lui serai serf fidèle et obéissant jusqu’a

ce que de l’amour, s’il lui plait, en baisant elle m’envestisse].

 

 

Domino DU CANGE  – Glossarium mediae et infimae latinitatis

 

Vestir: con la doppia accezione di donare l’investitura/mettere in possesso, e quella di ornare, decorare.

Il verbo latino VESTIRE viene definito come “possessionem conferre rei alicuius.”

Vestison: investitura.

Vesture:dare  l’investitura

 

 

Gli ambiti semantici enucleati da Raynouard e DU CANGE si ritrovano anche in italiano. Nel dizionario di S. Battaglia si riscontrano tuttavia alcune accezioni non registrate nel Lexique Roman. Si nota in particolare un arricchimento semantico in senso trascendente/spirituale

 

S. Battaglia – Grande dizionario della lingua italiana

 

  1. Coprire una persona con abiti, abbigliare.
  2. Fornire di abito, anche nel senso di abito idoneo.
  3. Prendere (o far prendere) l’abito sacerdotale.
  4. Indossare armi; raggiungere l’età per combattere; armarsi di difese spirituali.
  5. Assumere abito intellettuale/forma mentale; meritare un titolo; investire di un dono spirituale.

Esempi: Dante, Par. XV, 54: “…mercè di colei / ch’a l’alto volo ti vestì le piume”. Bibbia volgare: “Vestirò li suoi sacerdoti di salute”.

  1. Dare corpo a un essere umano con la procreazione o con un intervento miracoloso. Anche con riferimento all’incarnazione di Cristo per opera dello Spirito Santo.

Esempio: Dante, Inf. 33, 62: “…Padre, assai ci fia men doglia / se tu mangi di noi: tu ne vestisti / queste misere carni, e tu le spoglia”. Il verbo vestire, qui e altrove nella Commedia, è usato metaforicamente per indicare il corpo, inteso appunto appunto come veste. Si veda ad esempio anche Inf. XIII, 103: “Come l’altre verrem per nostre spoglie, / ma non però qualcuna sen rivesta, / ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie” (riferito ai suicidi).

  1. Investire di autorità.
  2. Ricoprire, rinforzare.
  3. Ornare.
  4. Pervadere un luogo (di luce/oscurità).
  5. Ammantare/arricchire una realtà, per farla apparire migliore.

 

I termini vestitura e vestizione presentano una articolazione semantica coerente con quella del verbo. Si notino, in particolare per vestizione, nome d’azione da vestire, latino tardo vestitio, onis, le seguenti accezioni:

1. Cerimonia liturgica solenne in cui si indossa per la prima volta l’abito religioso o quello di carica ecclesiastica superiore.

2. Cerimonia di investitura cavalleresca.

 

Per quanto riguarda l’attributo vestito, sono interessanti le accezioni:

1. pervaso, illuminato. Si veda ad esempio Dante, Inf., I, 17: “…e vidi le sue spalle / vestite già de’ raggi del pianeta / che mena dritto altrui per ogne calle”. Chiavacci-Leonardi segnala in questi versi la  ripresa di una metafora virgiliana, da Aen. VI, 640: “Qui il cielo più ampio riveste (vestir) i campi di luce / purpurea”. La luce è qui una risposta allo sguardo che si è levato verso l’alto, e quindi un segno che le cose volgeranno al meglio.

2. rivestito in senso letterario, musicato.

 

Schede dei termini PLOMBA e PLOM

 

«Si’m fos Amors de joi donar tan larga

cum ieu sui lieis d’aver ferm cor e franc,

ja de mos jorns no’m calgra far embarc,

qu’ieu am tan aut qu’espers me pueg e’m plomba (…)»

 

Nella I cobla di Si’m fos Amors, al quarto verso, troviamo la terza persona del verbo “plombare”, plomba, tradotto da Eusebi rinsalda, per specificare propriamente come la speranza di Arnaut per il suo amare “tan aut”, oltre a sollevarlo, innalzarlo, e quindi avvicinarlo maggiormente alla donna amata, lo rinforzi e lo saldi, per renderlo così meno fragile.

Plombare deriva dal latino plumbare: “impiombare, saldare con il piombo”.

La definizione che il Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia da di piombare, (oltre a quelle più comunemente usate soprattutto in un linguaggio non poetico di: “cadere dall’alto verticalmente a perpendicolo, con violenza, pesantemente e per lo più all’improvviso per effetto di circostanze naturali o in conseguenza di un atto volontario; abbattersi; schiantarsi”), è:

“ricoprire con uno strato protettivo di piombo; impiombare”.

Anche la definizione di Tommaseo è simile a quella di Battaglia:

“applicare uno strato di piombo, come preservativo, sul ferro od altro che facilmente si guasti all’aria”.

Se si cerca plombar sul Dictionnaire de la langue des trubadours di Raynourd, il significato è proprio plomber, garnir de plomb, cioè “piombare o guarnire di piombo”.

Riporto gli esempi:

«Elh daurara so que mantha gens plomba » da Guillame de Durfort: Quar say.

“Il dorera ce que mainte gent plombe”.

In senso figurato:

«En oc e No conois qu’un datz mi plomba»  da Bertrand de Born: Non estarai.

“Je connais que le seigneur Oui et Non me plombe un dé”

Per estensione la definizione è: “tuffarsi, afferrare, gettare il piombo”.

« Quo’l pescaire que plomba

en la mar, e pren ab l’esca

lo peisson que santa»  da E. Cairels : Era non vey.

“Comme le pêcheur qui jette plombe en la mer, et prend avec l’appât le poisson qui saute”.

Dal Dictionnaire di G. Godefroy:

Plomber, v. a. : garnir de plomb; vernisser avec du plomb ou une substance qui en tient lieu; revêtir de plomb en feuille; Fig. et par extens: rendre de la couleur du plomb ; ternir ; comme on dit aujourd’hui fieffé.

 

«E si be’m fas lonc esper no m’embarga

qu’en tan ric loc me sui mes e m’estanc

don si belh dig mi tenon de joi larc;

e segrai tan qu’om me port a la tomba,

qu’ieu no sui ges selh que lais aur per plom (…)»

 

Nella II cobla della stessa canzone troviamo al quinto verso, invece, il sostantivo plom, situato in contrapposizione ad aur, l’oro, preziosissimo metallo.

Arnaut di certo non «lais aur per plom», proprio perché una cosa di valore non verrebbe mai sostituita con qualcosa di inferiore.

Plom deriva dal latino plumbum: “piombo, palla di piombo, tubo, conduttura di piombo”.

In senso figurato si intende “grave, pesante, ottuso, insensibile, stupido, di cattiva qualità (senza valore)”.

Il piombo è un elemento chimico, un metallo tenero, pesante, malleabile e facile da lavorare. Può anche esprimere a volte idee di lentezza e pesantezza (anche in senso figurato).

Nel Grande dizionario di Battaglia la definizione che viene data di piombo (che spiega il senso che ne vuole dare Arnaut nella sua poesia) è:

“In contrapposizione a oro, per indicare persona o cosa di scarso valore, di cattiva qualità, oppure materia o argomentazione che non si presta a un’elaborazione letteraria, artistica o, anche, persona disonesta”.

Ad esempio Francesco da Barberino, nella sua opera Documenti d’amore, al verso 237, scrive: «Mangia pan d’oro e lor (ai parenti) dà piombo a bere»;  cfr. Bembo, 9-2-158: «Potete meglio spendere oro che non posso io piombo o più vile cosa».

Nel Dictionnaire di Raynourd plom = piombo.

« Ilh son pus pezan que plom » da Pierre de la Mula : De joglar

“Ils sont plus pesants que plomb”.

« Ai lo plom e l’estanh recrezut,

    e per fin aur mon argent cambiat»  da G. Adhemar: Non pot esser

“J’ai le plomb et l’étain dédaigné, et pour fin or mon argent changé”.

In senso locativo:

«Tot o mena a plom et a livell eta drecha linha»  da V. et Vert, fol.59.

“Il le mène tout à plomb et à niveau et à droite ligne”

In senso figurato:

« Non avia cor de plom,

     Sec e malvat, mas fiebo»  da R. Vidal de Bezaudun: En aquel.

“N’avait point cœur de plomb, sec et méchant, mais fidèle et bon”

Dal Dictionnaire di G. Godefroy:

Plomb, s. m.: métal d’un blanc bleuâtre, mou et pesant; A plomb, loc. adv., perpendiculairement.

 

Dopo aver analizzato i vari significati che si possono attribuire ai due termini plombare e plom, ci si rende conto che essi, pur avendo la stessa radice, vengono utilizzati in questa canzone con accezioni completamente opposte: nella I cobla plomba ha un’accezione positiva, in quanto indica il rafforzamento, nella II cobla l’accezione diventa negativa, definendo il plom essere solamente un metallo scarso, di poco valore.

 

Silvia Cucinotta

SOISEBRE: SCHEDA DEL TERMINE

Si·m fos Amors de joi donar tan larga

cum ieu sui lieis d’aver ferm cor e franc,

ja de mos jorns no·m calgra far embarc

qu’ieu am tan aut qu’espers me pueg e·m plomba; […]

Sulla locuzione (far) embarc – cioè impegnare, dare appunto in pegno – si sofferma una glossa di H, manoscritto che porta la lezione ubarc (o imbarc, secondo l’apparato in Eusebi, 1995):

Aillors ditz · ja per gran joi no·m calgra far embarc · Id est debita ·

So es suiscebre don eu fos embariatz · so es embrigatz per debita

Evidente è l’interesse del glossatore per il termine, di cui nella prima parte viene proposta, con estrema lucidità e intelligenza filologica, un’altra variante attestata, riproducendo il verso alternativo con la locuzione far embarc, come prima si diceva nel senso di “impegnare”, ma ancora più interessante è la concatenazione di termini chiave nella seconda parte della glossa, attraverso la quale appunto il glossatore esplicita il senso del termine e più in generale del verso arnaldiano. Qui, se per embariatz e embrigatz il significato è chiaro – essendo il primo il participio passato di embargar, coi significati di “imbarazzare, impedire, o in senso riflessivo intromettersi, immischiarsi“; il secondo ancora participio di embregar, che indica ancora “mettere in imbarazzo, o, di nuovo in senso riflessivo, immischiarsi, occuparsi, badare” – non è lo stesso per suiscebre, che richiede, al contrario, un accurato lavoro di ricerca e su cui a tutt’oggi il giudizio critico non è unanime, anzi non si è arrivati a ipotizzare un significato definitivo.

Così, in questa forma grafica, di suiscebre non si ha altra attestazione in tutto l’ambito romanzo, ma, sfruttando alcune varianti grafiche (per cui <isc> varia con <iss> o <is> e <u> con <o>, in quanto nel vocalismo romanzo u breve latina diventa o) si risale al provenzale soisebre, (e soissebre, soyssebre, soicebre, soiseubre). Il richiamo al patrimonio linguistico latino è, a questo punto, facilmente individuabile, in quanto la fonte del termine è sicuramente il verbo suscipĕre (suscipio, is, cepi, ceptum, ĕre), con i seguenti significati propri e figurati:

prendere su di sé, sostenere, reggere (da sub-capĕre), sorreggere, raccogliere;

suscipere filium: sollevare tra le braccia un neonato, nel senso di riconoscerlo come proprio, allevare un figlio; ma anche generare, mettere al mondo e al passato venire al mondo, nascere; accogliere, ammettere, fare proprio e, in questo senso, sostenere, difendere (suscepi candidatum, Plin.). Da notare che già nel latino tardo della Chiesa il susceptor (poi suscettore) era il patrono, custode, o meglio il padrino o la madrina in caso di battesimo, come si vedrà poco più avanti;

prendere su di sé qualcosa, incaricarsi di qualcosa, intraprendere, cominciare, come atto volontario;

subire, soffrire, affrontarsi, esporsi a qualcosa, da cui probabilmente, e comunque attraverso il francese, giunge il significato che noi diamo all’aggettivo suscettibile: “I francesi, traslatamente, con forma ellittica, chiamano suscettibile la persona che troppo leggermente riceve su di sé l’impressione di parole ed atti che paiono offendere o voler offendere, e troppo tenacemente la serba” (dal Dizionario Etimologico Cortellazzo-Zolli);

– nei dialoghi replicare, rispondere;

ammettere come vero, concedere, sostenere.

Altrettanto interessanti, derivati dal verbo latino, sono i significati del sostantivo susceptor, oris: intraprenditore, impresario; ricevitore, esattore; ricettatore; difensore.

Tra gli esiti romanzi, forme attestate sono l’antico francese sosceivre, il delfinatese suscheibre e il limosino soissebut (participio passato). Tuttavia, l’ambito più vasto e interessante è quello provenzale, delle cui diverse forme prima riportate si ha attestazione in diversi trovatori e testi letterari, come ci dimostrano gli esempi del Lexique Roman di Raynouard e il relativo Supplement wörtherbuch di Levy:

Tal vers que ma dona entenda

don vuelh ma razo soyssebre […]”, da Elias Cairel, Era no·m vey;

Li conseillet qui el en fezes una en aital guiza qu’el soiseubres de las autras domnas e bellas, de chascuna una beutat […]”, dalla Vida di Bertran de Born;

Per far domna soisebuda

tro vos me siatz renduda […]”, da Bertran de Born, Domna puois;

Se·t ven ira o rancura

o cals qe aventura

so que d’autre auzist

non digas tu fezist;

c’a tot ome n’es lag

qe suiscep l’autru fag […]”, da un volgarizzamento dei Disticha Catonis;

Ben a fag los ostals garnir,

que per re no i posca fallir

Legumis, civada ni cera.

De tot aizo non quis espera

per ren que·il n’avengues soisebre […]”, dal Romanzo di Flamenca.

Lavorando sui significati, torniamo un momento agli etimi latini e confrontiamo i significati prima riportati con le corrispondenti voci del Glossarium mediae et infimae latinitatis di Du Cange:

Suscipere: dicuntur Patrini, qui baptezandum ad fontem deducunt, et baptizandum de fonte excipiunt et inde susceptores appellati… [si dicono padrini coloro che conducono al fonte colui che deve battezzarsi e lo stesso estraggono poi dalla fonte, e proprio da ciò sono chiamati susceptores, coloro che prendono, ricevono];

Susceptores: (in) S. Athanasio – qui annonis et tributis utriusque aerarii recipiendis praeposti sub dispositione Rationalium erant […]; o anche: qui principem iter agentem, aut eius comitatum in aedibus suis suscipiunt vel excipiunt [da S. Attanasio – coloro che erano preposti (come da disposizione) a riscuotere per gli approvvigionamenti e per i tributi dell’erario o per entrambi; oppure: coloro che accompagnano in casa o scortano fuori il principe o il suo seguito in occasione di uno spostamento];

Susceptus: cliens, cui adest Advocatus in iudicio [cliente (o sottoposto), per il quale è presente un avvocato durante il processo];

Suscepti: dicuntur, qui habitu Monachi, vel canonici Regularis, donantur in morte et inter monachos suscipiuntur [si dicono coloro i quali, in occasione della loro morte, secondo l’uso dei monaci o dei canonici regolari, sono affidati e accolti tra i monaci].

Sappiamo ancora dal Wartburg che il verbo suscipĕre trova esito quasi esclusivamente in ambito galloromanzo – specialmente in occitanico, come si è visto poco sopra, mantenendo il significato latino, alternativamente con lo slittamento operato dalla cristianità: seguiamo ora per l’antico francese la trasformazione del significato, sulla base del Dictionnaire de l’ancienne langue française di Godefroy , per cui l’esito sosceivre equivale a “relever, porter en haut, quindi “sollevare moralmente”, quasi specializzando il significato più vicino alle celebrazioni battesimali in senso più generale di sollevare da dolore o afflizione. A seguire il Godefroy riporta come esempio un verso dal volgarizzamento del Te Deum: “Tu a deliver a sosceivre le home ne enherdis de la Virgene le ventre“, corrispondente al latino “Tu, ad liberandum suscepturus hominem,/non horruisti Virginis uterum” [Tu nascesti dalla Vergine Madre per la salvezza dell’uomo]. Altrettanto interessanti i significati prodotti dagli esiti dei derivati del verbo. Infatti susceptio produce in medio francese e francese moderno susception, coi significati di “heritage (questo piuttosto interessante anche dal punto di vista economico), action de prendre les ordres sacres, action de recevoir en soi“. Ancora susceptor dà come esito in francese sia antico che moderno suscepteur, cioè “celui qui protège quelqu’un, qui a soin de quelqu’un” oppure (per il francese moderno) “officier qui etait chargé pas les decemvirs de recueillir les impôts” o ancora “celui qui reçoit les ordres sacres“.

L’excursus appena tracciato attraverso significati e forme dell’etimo latino classico e cristiano e degli esiti romanzi ci porta dunque a riflettere sul significato del verbo e più in generale della glossa da cui siamo partiti, ricollegando il tutto al contesto arnaldiano più verosimile. Un dato che emerge costantemente nelle precedenti pagine è la compenetrazione del piano religioso ed economico, intreccio non certo casuale specie nel caso del trovatore perigordino, che l’acutezza del glossatore ha colto in pieno: nonostante i problemi interpretativi, diversi editori e commentatori convengono su questo punto. Infatti, per Martìn de Riquer (in Los Trovadores) embarcestà en el sentido mercantil, como entiende la glosa del manuscrito“, seguendo le traduzioni di Lavaud (“je n’aurais beison… de souscrire aucune obligation“) e Toja (“contrarre debito alcuno“). D’altra parte sappiamo che l’intera produzione medievale si basa sulla convivenza dei valori socio-economici del tempo, con i valori cristiani, trasmessi in primo luogo dai testi sacri. Soffermiamoci allora un momento sui punti di connessione di questi due ambiti, già a partire dalle stesse esperienze vissute dai trovatori.

Arnaut Daniel fu confuso dai dadi e dal tavoliere, ed ebbe dunque molto probabilmente a che fare con il mondo dei prestiti e dell’usura, come rileviamo appunto dal sirventese giovanile e dai termini “tecnici”, “del mestiere” sfruttati in gran parte della sua produzione, come filone tematico e compositivo fondamentale, legato naturalmente all’amore, ma non fu l’unico. Si sa molto al riguardo nei confronti di Uc de Sant Circ, che fu processato come eretico ed usuraio.

Le due accuse non sono analizzabili separatamente, ma sono tra loro combinate, in quanto, come nota giustamente Saverio Guida in Religione e letterature romanze, una delle facce più larghe e conturbanti, una delle piaghe più verminose del prisma ereticale della società medievale, era proprio l’usura, contro la quale si scaglia l’intera tradizione biblica, Vecchio (cfr Es 22,24 e Dt 23,20-21 in cui è esplicitata la proibizione di prestare denaro con interesse, sia all’inizio – mesek – che al termine – tarbet – del pagamento) e Nuovo Testamento (basti ricordare che Paolo esorta i cristiani a pagare le tasse e le imposte, a, potremmo dire, “mettersi in regola” per non incorrere in questi spiacevoli inconvenienti, per “ragioni di coscienza”: non siate debitori di nulla a nessuno fuorché dell’amore scambievole, Romani, 13, 8).

Anche i Padri della Chiesa, sull’esempio di Agostino e i maggiori pensatori cattolici del XIII secolo catalogano il “prestito con interessi” tra le proibizioni del quarto comandamento, equiparandolo così alla rapina, e presentandolo come il latrocinio più odioso in quanto perpetuato ai danni di Dio. Interessante è a questo proposito anche un’osservazione di Tommaso di Chobham (da Summa Confessorum): “L’usuraio non vende al debitore nulla che gli appartenga, tranne il tempo che appartiene a Dio. Dal momento che vende una cosa che non è sua, non deve trarne alcun profitto […]; commette un furto quando prende un bene altrui contro la volontà del proprietario, cioè Dio“.

D’altra parte la Chiesa diffonde il suo pensiero anche attraverso i Concili ecumenici, come, per esempio, quello Lateranense del 1179: “In omnibus fere locis crimen usuram ita inolevit, ut multi aliis negotiis praetermissis quasi licite usuras exerceant, et qualiter utriusque testamenti pagina condemnentur nequa quam attendant […]” [In quasi tutti i luoghi il crimine fa sviluppare così l’usura, quando questa si esercita quasi come se fosse lecita, poiché si trascurano molti altri doveri, e [infatti] così nella pagina di entrambi i Testamenti [questi fatti] sono condannati affinché l’usura non si pratichi].

A ulteriore dimostrazione di come l’ambito economico-sociale non possa essere considerato da solo, senza l’interposizione della tradizione cristiana, si può leggere il passo evangelico della famosa “parabola dei talenti”, dove la terminologia economica è sfruttata e rifunzionalizzata in senso morale, come dimostra, a livello linguistico, lo slittamento semantico del termine chiave, talentum, in latino classico “moneta greca, il cui valore varia secondo i tempi e gli stati” verso la duplicità di significati in latino cristiano e tardo (Du Cange), per cui vale sia quello economico che quello morale nei termini di “desiderio, qualità personale, dell’animo”, da sviluppare e appunto far fruttare. Slittamento che ha dimostrato la sua presa e diffusione nelle letterature romanze, dove talent, talento – gli esiti galloromanzo e italiano – sono tra i termini fondativi dell’ideologia cavalleresca (esempio celebre ne è, tra gli altri, il Lancelot en prose), cortese (come esempio “primo” in ordine cronologico, i vers di Guglielmo IX), così come entrambe si riflettono nella lirica e nella prosa italiana delle origini e non solo. Vediamo la parte che più ci interessa della parabola (Matteo, 25, 14-30; qui 27-29): “[il padrone, rivolgendosi al “servo malvagio e infingardo”] Oportuit ergo te mittere pecuniam meam nummulariis, et veniens ego recepissem, quod meum est cum usura. Tollite itaque ab eo talentum et date ei, qui habet decem talenta: omni enim habenti dabitur, et abundabit; ei autem, qui non habet, et quod habet, auferetur ab eo” [Avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha].

Il significato fondamentale – studiato dal “Grande Commentario biblico Queriniana” – è che, mentre i servi che negoziano i soldi raddoppiano l’investimento, il servo timido nasconde la somma sotto terra. L’idea centrale non sta nell’incertezza del tempo presente, ma nella resa dei conti che ci sarà. Ma il concetto basilare della parabola si trova al verso 24, che, secondo il Commentario, “non va allegorizzato, ma indica che il padrone è esigente”. Il servo che ha nascosto il denaro sotto terra non ha perso nulla, ma non ha guadagnato ugualmente nulla: “avrebbe perlomeno potuto depositarlo presso dei banchieri che nei tempi neotestamentari concedevano un ottimo interesse”. Il detto del verso 29 è paradossale, in quanto indica che i poteri conferiti ai discepoli aumentano quando sono esercitati bene, e diminuiscono quando non lo sono: “Il castigo per questo tipo di infedeltà è severo quanto quello inflitto per mancanze più positive; è l’espulsione nelle tenebre esteriori”.

Ancora, ulteriore punto di connessione tra economia e religione può essere nel rito battesimale, come chiarito precedentemente dai significati del verbo suscipĕre in latino classico e specie tardo (Du Cange), a sottolineare come il “prendere, prendere in prestito”, dunque il rapporto di subordinazione all’attività dell’usuraio si rifunzionalizzi in termini di “prendersi cura di, rendersi garanti, occuparsi dell’educazione” del figlioccio da parte del padrino o della madrina (i susceptores, appunto): infatti “
i padrini erano coloro che presentavano i catecumeni al battesimo e li accoglievano all’uscita dalla piscina battesimale. Venivano chiamati, secondo queste diverse loro funzioni, patrini o susceptores, od anche sponsores, perchè dovevano rendersi garanti dei loro figliocci.
Quest’usanza si trova sia in Oriente che in Occidente, fin dai primi secoli. Allorché in seguito s’affermò l’abitudine di battezzare i bambini, la Chiesa ci tenne ancor più che avessero dei padrini, per assicurare la loro educazione cristiana“.

Torniamo ora all’usura in Arnaut Daniel e cerchiamo di contestualizzare il verso di Si·m fos Amors cui la glossa fa riferimento: il rapporto che nella cobla si crea tra il “donare, impegnare tutto il proprio tempo”, dunque privarsi di qualcosa, esporsi, anche soffrire, in favore della speranza di ricevere un grande joi sembra molto vicino al legame che lo stesso Arnaut instaura tra il renou, l’obrador e la taverna in Ab gai so (29, 10, vv. 27-28: “tan n’a de ver fag renueu/ q’obrador n’ai’e taverna“). È infatti interessante notare come tutti i manoscritti che riportano Ab gai so contengano, tranne a, anche Si·m fos Amors e come lo stesso glossatore di H abbia chiarito in modo diretto, cristallino cosa sia l’obrador (id est locus ubi homo operatur) e, forse, possa aver operato direttamente il collegamento tra le due canzoni nella glossa di cui ci stiamo occupando. I versi poco sopra riportati hanno avuto, in sede di commento, diverse interpretazioni contrastanti: a parer nostro, sarebbe efficace, in generale ma in questo caso in particolare, quella che vede la donna come colei che attua l’usura, una privazione, un rendere subordinato il poeta, un tormento in virtù del quale però Arnaut stesso afferma il proprio avere obrador e taverna, la propria, consapevole, maestria nel trobar e quindi una possibilità di affermazione, di un punto d’approdo verso il joi, l’amore della donna. Proprio in questo senso ci sarebbe dunque una significativa coincidenza tra i versi delle due canzoni, che potrebbe giustificare una ripresa, un collegamento intratestuale tra le due operato da Arnaut e compreso immediatamente dal glossatore, che collega anche le spiegazioni a margine.

Luisa Guida – Melania Gatti

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