Arnaut Daniel giullare e chierico vagante

Le poche notizie biografiche che abbiamo su Arnaut Daniel si ricavano principalmente dall’antica vida: da essa, infatti, sappiamo che proveniva da Ribérac, in Dordogna (nella regione dell’Aquitania, vescovado di Périgord), che era nato da una famiglia della piccola nobiltà (“fo gentils hom”), che studiò il latino e fu dunque uomo “litteratus”, probabilmente destinato alla carriera ecclesiastica, che si dedicò, in principio solo in maniera amatoriale, al “trobar” e che questa inclinazione lo spinse a lasciare le lettere e farsi giullare professionista, che si compiacque di comporre rime molto ricercate, difficili da comprendere e da imparare. In una delle sue canzoni (Doutz brais e critz) Arnaut ricorda di aver assistito alla incoronazione di Filippo Augusto, avvenuta il 21 maggio del 1180, (“al coronar fui del bon rei d’Estampa”). Si tratta dell’unico riferimento di carattere autobiografico presente nei suoi scritti. Fu in rapporti poetici con il nobile trovatore Bertran de Born e a lui fu legato da amicizia così profonda che i due giunsero a chiamarsi l’un l’altro con il senhal Dezirat. Come Bertran, anche Arnaut ebbe la protezione di Riccardo Cuor di leone. La razo della canzone Anc ieu non l’aic racconta che una volta Riccardo lo avrebbe messo in competizione con un altro poeta di corte per chi fosse riuscito a comporre la canzone più bella nell’arco di tempo di dieci giorni. Arnaut, forse perché incapace di comporre “a comando” (così ipotizza Ezra Pound), si sarebbe limitato a spiare l’avversario e a impararne di nascosto i versi. Offertosi di recitare per primo, avrebbe eseguito la composizione del rivale che, non avendo altro da presentare, risultò perdente nella sfida. Da un altro testo attribuito a Raimon de Durfort, contemporaneo di Arnaut, sappiamo che il nostro trovatore si ridusse in povertà a causa del gioco dei dadi. Arnaut Daniel è ritenuto l’inventore della sestina lirica, una forma legata alla sua attività di giocatore. Secondo Benvenuto da Imola, da anziano si fece monaco.

La quasi certa frequentazione di corti regali, come quella di Riccardo d’Inghilterra e Filippo Augusto, dimostra che Arnaut Daniel era un giullare di eccellente reputazione.

“L’attività dei giullari (lat. ioculares o ioculatores) è estremamente varia: si trattava di saltimbanchi, ammaestratori di orsi, suonatori, cantanti, dicitori, narratori; persone di strada, essi non hanno nel loro complesso uno statuto sociale che garantisca loro un inserimento nei tre ordines della società medievale, sin verso la fine del XII sec.” (Lionello Sozzi, Storia della civiltà letteraria francese, Volume I, cap. 2, pag. 9 ).

E’ dunque abbastanza complesso trovare una definizione univoca per questa figura, in quanto il termine ha un significato molto ampio, inteso in più modi in epoche diverse. Infatti il giullare assume caratteristiche particolari a seconda della zona geografica in cui si trova e del relativo contesto politico-sociale nel quale è inserito.

Caratteristica comune a tutti i giullari è sicuramente quella di intrattenere gli uomini esibendosi in pubblico; e la presenza di quest’ultimo è fondamentale poichè, come nota Pidal, un letterato che compone un’opera per rallegrare e divertire, non è giullare se non la recita davanti ad un gruppo di ascoltatori.

D’altra parte, i giullari non possono essere tali senza essere nomadi: il topos del giullare che viaggia di corte in corte, di paese in paese, di festa in festa, è presente in molte descrizioni ed è proprio anche di Arnaut, che canta i testi da lui composti presso le corti dove può avere un suo spazio ed un suo modo di guadagnarsi la vita, come oggetto di prestigio o fasto in corti laiche e religiose, divertimento per le classi urbane emergenti, poiché, chi si accingeva a studiare “ben letras”, “non podia viure” di queste, tanto da andarsene “por lo mon” (cfr Vida di Arnaut de Meroill; MSB)

Significativo è, a questo proposito, il caso del maestro di Marcabrù, primo giullare di cui si hanno notizie biografiche, che si faceva chiamare Cercamon perché “viaggiò per tutte le terre dove poté andare”: nessun giullare poteva quindi conoscere bene quest’arte se non usciva dalla sua terra. Le stesse vidas ci dimostrano, infatti, come i giullari che viaggiarono poco o che non si mossero mai dal luogo d’origine, fossero considerati di poco valore, è il caso di Hugo de la Bacalairìa e Albertet de Cailla.

Dunque anche Arnaut si inserisce in quel processo di tradizione promosso da persone che specificatamente promuovono ed accelerano la trasmissione orale dei testi, in luoghi o circostanze che ne sollecitano il funzionamento, e vi collabora trobando “in caras rimas”.

Arnaut non solo canta, ma compone: questo è significativo se si considera che la distanza tra l’autore dei testi e il giullare era molto tenue, non essendo possibile separare sempre e comunque composizione e diffusione dell’opera.

A partire dal XI secolo si tendeva infatti ad indicare il poeta più colto non sempre esecutore, col nome di trovatore nel Sud della Francia, perché il suo idioma, la lingua  d’oc, fu il primo volgare ad essere reso strumento degno e appropriato per la poesia lirica delle alte classi sociali. Di conseguenza, grazie alla risonanza che ebbe questa nuova poesia, considerata di prestigio, la figura del trovatore si inserì subito in altri paesi e in altre lingue.

Il giullare che, nonostante a volte fosse anche poeta, si guadagnava la vita con il canto o i movimenti del corpo, danza, contorsioni, e così via, fu sempre considerato meno nobile del trovatore e a lui sottomesso. Al contrario, il trovatore, pur esibendosi in pubblico proprio come il giullare, e pur essendo la maggior parte delle volte povero e nomade, sempre come l’altro, era comunque considerato il poeta delle classi colte.

E se storicamente questo poeta colto nasce per imitazione del giullare, come dimostra il caso di Guglielmo IX duca d’Aquitania, non bisogna dimenticare che il trovatore non solo era socialmente superiore al giullare, ma lo era anche intellettualmente, in quanto più istruito.  

Come testimonia il testo di Tommaso di Cobham, della fine del XIII secolo, documento importante per il punto di vista della cultura cristiana nei confronti dei giullari, vi sono tre generi di istrioni:

alcuni trasformano e trasfigurano il proprio corpo sia con turpi salti o gesticolazioni, sia turpemente denudandosi, sia ancora indossando orribili maschere, e tutti questi sono condannabili se non abbandonano il loro mestiere. Vi sono poi altri che non lavorano e vivono in maniera criminosa, sono senza domicilio e seguono le corti dei signori, e con lo spirito calunniatore parlano degli assenti per piacere agli altri. Anche questi sono da condannarsi, poiché l’Apostolo proibisce di mangiare insieme ad essi, e sono detti buffoni erranti, poiché a nulla sono utili se non alla crapula e alla maldicenza. Vi è poi un terzo genere di istrioni, dotato di strumenti musicali per dilettare gli uomini, e anche questi sono di due specie. Alcuni infatti frequentano le taverne e le compagne disoneste, e lì cantano diversi canti per muovere gli uomini alla lascivia, e questi sono condannabili come gli altri. Ma vi sono alcuni, che si chiamano giullari, che cantano le canzoni di gesta e le vite dei santi, e portano sollievo agli uomini sia quando sono malati, sia quando sono in difficoltà, e non fanno tutte quelle turpitudini che invece fanno i saltatori e le saltatrici e gli altri che si servono di immagini disoneste e fanno apparire come dei fantasmi per magia o in altro modo. Così, se non hanno queste cose, ma cantano coi propri strumenti le canzoni di gesta ed altre cose utili, per ricreare gli uomini, come abbiamo detto, questi ultimi si possono tollerare.  (Testo latino in Gautier, II, pp. 21-22).

Allo stesso modo Guiraut Riquier di Narbona, giullare che visse presso la corte castigliana, pronunciò nel 1274 la famosa “Supplicatio al rey de Castela per le nom dels juglars”, con la quale chiedeva una classificazione dei ruoli: all’estremo basso il giullare non specializzato, al vertice il letterato, e in posizione intermedia il giullare di corte:

E quelli che sanno vivere tra i potenti con cortesia e con decorose capacità, suonando strumenti o raccontando “novas” di altri autori, o cantando “vers” e canzoni altrui, ben fatte e piacevoli ad ascoltarsi, possono a buon diritto portare quel titolo di “giullari”. Egualmente, chi lo preferisca, può designare ognuno di questi per sé; ma poiché tale è ormai l’uso corrente, siano chiamati pure giullari, in quanto a ragione devono stare in corte e non avere preoccupazioni economiche, poiché di tali persone c’è gran bisogno nelle corti, in quanto vi portano molti generi di intrattenimento che ricreano piacevolmente lo spirito.  (Bertolucci-Pizzorusso, 1996, pp. 111, vv.162-183).

Costui è dunque l’esecutore delle canzoni del trovatore nel momento in cui quest’ultimo è ormai un “dottore in poesia”:

I trovatori sono coloro che conoscono il modo di far cobbole e danza doppie, sirventesi di valore, albe e “partimens”, e comporre versi e musica, i quali non si occupano mai d’altro nelle corti, ma dicono o trasmettono il proprio sapere ai valenti. Questi è più che giusto chiamare trovatori, e sian detti “dottori in poesia” qui valenti che fanno “vers” e canzoni, ed altre valide composizioni profittevoli e piacevoli per i belli insegnamenti che contengono così la loro condizione (merito) sarà ben chiarita (reso illustre).                  (pag 113, vv 356-375)

Ma, come è ovvio, non c’era una rigida separazione dei ruoli, soprattutto all’inizio: un giullare come Marcabrù si elevò al pari dei trovatori grazie al suo valore, viceversa, qualche trovatore, proprio come Arnaut Daniel si fece giullare per guadagnarsi da vivere.

E’ importante allora riflettere su questa doppia figura del giullare-trovatore, incarnata dallo stesso Arnaut, poiché il giullare, secondo Pidal, fu poeta in lingua romanza prima che lo fosse il trovatore. Sono stati infatti proprio i giullari ad aver contribuito in maniera significativa alla formazione delle lingue letterarie moderne, e al loro sviluppo nei primi secoli, con le Cantigas de Amigo in Spagna, le Chanson de geste nei paesi germanici, e così via.

La trasmissione di questi componimenti in culture e zone limitrofe ha permesso che ogni testo abbia dei forti legami con quelli che lo precedono e con quelli dei paesi vicini, consentendo una significativa permeabilità delle culture locali, in un processo di scambio reciproco di cui i giullari sono l’elemento più attivo.

Dunque per Pidal la figura del giullare colto che si risolve in quella del trovatore non discende in linea diretta dal cantore barbaro, né quella del giullare circense deriva dal mimo romano, perché si è compiuto un generale rimescolamento delle pratiche di quelle figure e dei loro ruoli sociali che ha ricondotto in sè e dunque azzerato in qualche modo le due tradizioni precedenti.

C’è poi una figura particolare, il segrier, che è per Guiraut Riquier semplicemente il nome dato al trovatore che andava per le corti: “e ditz als trobadors Segriers per totas cortz” (Declaratio, v.87-88).

In realtà questo termine è stato oggetto di polemica tra i filologi: tra questi, Pidal lo ha interpretato come una figura intermedia tra il giullare vagabondo e il trovatore, tipica della scuola poetica galego-portoghese, in quanto il termine non è stato trovato né in testi castigliani né in quelli provenzali.

Probabilmente nobile anche se di ultima classe, il segrier era superiore al giullare che era villano, e non potendo aspirare all’ordine dei cavalieri, cercava nella poesia un mezzo per vivere, viaggiando per le corti. Spesso accompagnato da meretrici, con il vizio di bere e del gioco, era considerato un giullare-trovatore, diverso però dal trovatore per il fatto che veniva pagato per le sue canzoni, e diverso dal giullare per la sua condizione nobile e perché cantava anche canzoni composte da lui stesso.

Mi chiedo allora se un’attestazione dell’attività del segrier in Provenza possa essere utile per comprendere la figura del giullare-trovatore Arnaut, in quanto questa sembra essere una figura di mediazione tra le altre incarnate dal “miglior fabbro del parlar materno”.

L’episodio narrato nella razo di Anc ieu, può forse esprimere la sovrapposizione di queste figure, dal momento che in questo testo il giullare si contrappone al trovatore e i ruoli, in un certo senso, si invertono, così che Arnaut, il famoso e “raro” trovatore si macchia di plagio nei confronti di un giullare.

Ma se, come si ritiene, l’aneddoto non è veritiero, allora si realizza quell’identificazione tra la figura del giullare e quella dell’autore, “quasi conducendo la natura del testo ad un episodio di performance orale”.

Ciò permette di analizzare con attenzione il rapporto tra la vita dei trovatori e l’attività giullaresca. Se si conoscono infatti le condizioni e i costumi dei giullari, i loro viaggi, non si può fare a meno di osservare, come suggerisce Pidal, che le loro storie personali sono più interessanti e più poetiche dei loro componimenti, o comunque, sono da questi inseparabili.

La poesia dei giullari-trovatori riflette gli usi e costumi dell’autore, la loro impostazione culturale: Arnaut Daniel trova in caras rimas anche perché “amparet ben las letras” , e non è facile che un semplice giullare di corte lo superi nel comporre.

La tecnica di Arnaut -accuratezza di rime e strofe- fu poi diffusa in altri paesi, come Spagna e Italia, dai giullari occitanici, e presto si estese anche l’imponente portata ideologica, come testimonia la poetica dell’amor cortese, derivata dall’eccesso di raffinamento, causato dall’amore, dai complicati tecnicismi e dalla continua tensione alla novità e all’originarietà. 

I giullari provenzali che, come Arnaut, si dedicano a questa oscurità per cui le canzoni “no son leus ad entendre ni ad aprende”, si cimentano in quel “trobar clus” contro il quale si scaglia Giraut de Bornelh, in una tenso con Raimbaut d’Aurenga.

Raimbaut sostiene che il trobar leu, poiché è comune e uguale per tutti i trovatori e si divulga in tutte le classi sociali, non è dignitoso, come lo è al contrario il trobar clus, che è oscuro, con rime difficili, con parole e costrutti ricercati, raffinati, bizzarre, dal suono arcano. 

Ma per Guirat questo è da criticare, in quanto è sicuramente più apprezzata una canzone facile: “perché -domanda al suo rivale- componete canzoni se non vi piace che tutti le possano comprendere?”. Sembra quasi che la comprensione dei più sia l’unico vantaggio per il trovatore.

In una situazione tale, in cui il trovatore “professionista” tende a distinguersi dal semplice giullare esecutore, Arnaut potrebbe essere ben inserito nella prima categoria, eppure altre informazioni dimostrano, ancora una volta, che le due figure non sono così facilmente separabili.

La già citata razo parla infatti sia dei palafreni che Arnaut e l’altro giullare misero in palio per il vincitore della scommessa, sia di altri doni che i due ricevettero dal re: “e foro aquitat li gatge, et a cascu fes donar bels dos“.

Questo è a mio parere significativo per dimostrare la vita giullaresca di Arnaut che, come gli altri, viaggiava da un luogo all’altro per cercare un pubblico dal quale ricevere doni. Ma se ricevere doni era caratteristico della professione dei giullari, non era altrettanto per i trovatori, che anzi li rifiutavano. E’ per esempio il caso di Ramon Vidal che racconta di aver visitato la corte aragonese per puro passatempo e divertimento, e non a scopo di lucro.

I giullari invece, come il segrier e il trovatore del XV secolo -quello che in un certo senso riunì su di sé le caratteristiche dei primi e che si sostituì ad essi nei palazzi dei re- vivevano di doni che ricevevano, al punto che, nel periodo di decadenza dell’attività giullaresca, la loro poesia era considerata importuna.

Comunque, i doni che i giullari ricevevano era di diverso tipo: tenute, casali, viveri, cavalli, muli e palafreni da parte delle corti; vestiti e panni da parte della gente comune, difronte alla quale il giullare si esibiva nelle piazze.

Arnaut Daniel è giullare di corte, per questo può mettere in gioco il suo palafreno. Molte vidas ci raccontano quanto fosse frequente per i giullari-trovatori provenzali ricevere doni di questo tipo, importanti soprattutto per i viaggi, e ancora più importanti perché i giullari che andavano a cavallo erano ritenuti meritevoli di doni più ricchi.

Fa sorridere, e riflettere, quello che un famoso trovatore, Martin Soàrez, racconta in un suo componimento satirico riguardo un povero giullare (“un joglar que diziàn Lopo, e citolava mal y cantava peyore” – C. Vat., 971), che alla corte del re Fernardo riceveva doni affinché non cantasse; ma questo cantava, per ricevere altri doni offertigli perché smettesse.

In questo modo, anche grazie ai regali, il giullare condivide il vincolo feudale di dipendenza da un signore, ma tale rapporto è di eterna instabilità e, di conseguenza, più i giullari sono in stretto rapporto con le corti dei signori, più cresce la loro volontà di non esserne esclusi.

E questa volontà può manifestarsi non solo nell’ascesa di persone di condizione disperata, come nel caso (in sé immaginario, ma vivo nella sua tipicità) di Marcabrù che “si fo gitatz a la porta d’un ric home, ni anc no n saup hom qui l fo no d’on”; o in quella di un signore povero o impoverito che decide di intraprendere questa vita per amore dell’avventura o per evitare un distacco definitivo dal proprio ambiente (come è per il trovatore provenzale Guilhem Ademar che fu anche giullare: “Gentils hom era, filhs d’un cavallier que non era rics ni manens… e fes se joglar”); ma anche nella personalità dei clerici vagantes, che avevano abbandonato studi o vocazione e si spostavano, senza sede fissa.

Questi chierici non sono per loro costituzione i testimoni di un dissenso o di un anticonformismo culturale, ma gli episodi marginali della grande crescita delle scuole episcopali: persone che avevano certamente superato la soglia della cultura scritta e che per molte ragioni si trovavano fuori dalla struttura che in un primo tempo li aveva potuti accogliere; si potrebbe dire che nel XII secolo in particolare si produsse un ceto intellettuale più abbondante del necessario. Le eccedenze, quantitative o qualitative, confluirono in parte tra i giullari, costituendone uno strato particolare.

Potrebbe essere stato, Arnaut Daniel, oltre che giullare, anche chierico vagante? Se si considera che Raimon de Durfort ce ne parla come di un uomo che si è rovinato per il gioco dei dadi, allora è molto probabile.

Anche detti goliardi, questi chierici si spostavano di città in città, presso le università, dove conducevano spesso  una vita da sradicati, da emarginati, e molte volte anche da esecutori di spettacolo, proprio come i giullari.

L’etimologia del temine “goliardo” è varia e incerta: si pensa alla connessione con il peccato di gola, l’irrefrenabile passione per il mangiare e bere, ma si pensa anche al gigante Golia, simbolo del male nel Medioevo. D’altra parte, Golia era quasi sicuramente il nome attribuito al filosofo-teologo Pietro Abelardo, considerato l’iniziatore del movimento. Non è detto, tra l’altro, che tutti abbiano preso i voti sacerdotali: col termine goliardo si indicava sia chi studiava per prenderli, sia semplicemente l’uomo di lettere.

Il Concilio di Trèveris del 1227 proibì ai “vagantes schoilares aut goliardos” di cantare a messa il Santo e l’Agnus Dei, mentre, una ventina di anni dopo, così si espresse il Concilio di Sens:

Stabiliamo che ai chierici ribaldi, soprattutto a quelli che dal popolo sono chiamati della famiglia di Golia, sia ingiunto da parte dei vescovi, arcidiaconi, ministri e decani, di tagliare i capelli, oppure di raderli in modo che in essi non rimanga la tonsura clericale (Gautier de Sens, Statuta)

Da subito quindi, la Chiesa prese posizione contro questi personaggi, soprattutto perché i loro componimenti erano spesso di argomento satirico e moralistico nei confronti della curia romana corrotta:

La morte ormai regna sui prelati che non vogliono amministrare i sacramenti senza ottenere ricompensa (…) Sono ladri e non apostoli, distruggono la legge del Signore (Carmina Burana, n.10)

Nel 1317 il Concilio di Terragona vietò ai chierici di fare i giullari e i mimi, poiché, come è poi spiegato nel 1352 da Alfonso IV di portogallo, i chierici non potevano e non dovevano esercitare quei turpi mestieri propri degli uomini delle taverne.

E se Arnaut fu, com’è testimoniato, confuso dai dadi e dal tavoliere, non fu certo né il primo né l’unico trovatore in questa situazione.

Verso il 1160 Piere d’Alvernhe, dotto canonico di Clermont, aveva infatti lasciato la vita ecclesiastica per farsi giullare e andare presso le corti, per poi farsi benedettino.

Ma la testimonianza più importante -anche se abbastanza tarda rispetto all’attività di Arnaut- di questa “confusione” nelle taverne con i giullari-trovatori, si ha in Spagna nella figura dell’ Arciprete di Hita, il quale, pur non potendo essere definito propriamente un chierico vagante, esprime nei suoi componimenti una poetica dai tratti tipicamente goliardici.

Solo nel XIV secolo un arciprete castigliano che si sente attratto dall’arte dei giullari, riesce coniugare quest’ultima con la cultura clericale che, in questo modo, può coronare tutta una produzione che era stata oscurata, ma che, per Pidal, è il punto di partenza per tutta la letteratura romanza.

Nell’opera dell’Arciprete, il Libro de Buen Amor, c’è molto sia dalla produzione giullaresca, sia di quella goliardica e dotta: molti elementi sono infatti comuni ai componimenti dei Carmina Burana, come la tendenza ad arricchire i testi grazie all’erudizione scolastica, i temi della primavera e dell’amore, la satira contro il clero corrotto e la parodia di quest’ultimo.

L’atteggiamento della Chiesa era quindi assolutamente rigido e proibitivo nei confronti dei goliardi così come nei confronti dei semplici giullari, le cui poesie, costruite in lingua volgare, erano considerate “orrendi barbarismi”.

Eppure fu proprio grazie ai giullari, e a quei chierici che si erano dedicati alle loro canzoni ed alla loro musica che, secondo la tesi sostenuta da Pidal, la Chiesa iniziò ad abbandonare il latino e ad utilizzare la lingua del popolo.

Ma giullari e chierici nacquero come due classi sociali molto distinte tra loro, nonostante attingessero continuamente sostentamenti l’una dall’altra: i giullari-trovatori, per essere tali, erano dovuti entrare necessariamente in contatto con i chierici, presso i quali avevano studiato (non bisogna dimenticare infatti che Arnaut Daniel “amparet ben las letras”). Viceversa, i primi chierici-poeti furono giullari che cantavano in lingua volgare, a dimostrazione del fatto che si cimentarono in un campo a loro estraneo, in un’arte per loro nuova. Solamente più tardi, molto più tardi, queste due figure entrarono in contatto letterario, grazie soprattutto alla mediazione dei goliardi.

Così, se guardiamo le vite dei più importanti trovatori provenzali, notiamo che la maggior parte sono di origine nobile (Guglielmo IX, Jaufre Rudel, Bertran de Born, lo stesso Arnaut Daniel, ecc), ed hanno dunque avuto accesso all’istruzione clericale; molti sono invece borghesi e menestrelli (Cercamon, Marcabrù, Piere d’Alvernhe, Giraut de Bornelh, ecc) e sono dunque entrati in contatto con gli altri presso le corti o le piazze in cui si esibivano; mentre solo quattro sono chierici (Peire Rogier, Uc Brunenc, Gui d’Ussel e il Monge de Montaudon) e solo tre hanno abbandonato gli studi ecclesiastici (Piere Cardinel, Uc de Saint Circ, Arnaut de Mareuil).

Luisa Guida

Ab gai so. COMMENTO

v. 2 capus e doli

Guillem de Berguedan:

41 Raimon de Paz, mon sirventes romansa
42 a·n Nas-de-Corn, e non aias temenssa
43 que plus volpill no·n a d’aqui en Fransa,
44 ni plus coart, si eu ai conoissenssa;
45 que cinc anz a non donet colp ni pres
46 en l’escut d’aur en que la dompna es,
47 ni en tornei non capusa ni dola,
48 anz ten per fol qui sas armas l’afolla.

Guillem de Berguedan:

1 Cel so qui capol’e dola:
2 tant soi cuynde e avinen
3 si que destral ni exola
4 no·y deman ni ferramen;
5 qu’esters n’ay bastidas cen,
6 que maestre de l’escola
7 so, e am tan finamen
8 que per pauc lo cor no·m vola.

Marcabru:

15 e·l jelos bada e musa
16 e fai badiu badarel,
17 car qui l’autrui con capusa
18 lo sieu tramet al mazel,
19 e qui l’estraing vol sentir,
20 lo sieu fai enleconir
21 e·l met en la comunailla.

v. 5 marves: meglio marv e plan’e d’aura. Per marvir, cf. La chanson de la croisade albigeoise, ed. Martin – Chabot, III,p. 104, lassa 196, vv. 31-33:

Lo Cardenals e.l coms fon carpenters venir

Per comensar la cata, ab que.lh voldran delir

E.ls castel e.ls calabres e.ls peiriers amarvir.

v. 5 daura

Esistono diversi metodi di doratura, il più antico è quello della cosiddetta  “doratura a guazzo”, rimasto uguale fino ad oggi:  richiede diverse fasi e possono passare giorni prima di vedere il lavoro ultimato. Come materiali si utilizza:

• Oro in foglia: si tratta di oro in foglia ottenuto martellando tra due spessori di cuoio che lo rendono molto sottile e maneggevole.

• Gesso di Bologna: (in sostituzione può essere impiegato anche il Bianco di Meudon) si tratta di solfato di calcio idrato. Ha una morbidezza al tatto unica, data dalla finezza della grana di cui è composto.

• Colla di Coniglio: (detta anche colla Lapin) si ottiene dalla pelle di coniglio immersa in un bagno di acqua di calce. Era conosciuta ancor prima della colla a caldo da falegname e, rispetto a quest’ultima, ha una tenacia inferiore. Ciò la rende ideale per la delicata preparazione dell’ingessatura.

• Colla di pesce: (ittiocolla) si ricava dalla vescica natatoria di alcune specie di pesci quali storioni ed affini, usata per far aderire la foglia d’oro al bolo.

• Bolo Armeno: è un’argilla particolare che serve da base all’oro. Può essere di tre colori: color terra rossa (bolo rosso), color terra di Siena naturale (bolo giallo) e color nero (bolo nero). Viene passato con un pennello morbido in martora o in vajo, con una sola pennellata leggera.

Come strumenti il doratore utilizza:

• Cuscino da doratore: è uno strumento indispensabile per stendere la foglia oro per poi tagliarla nella misura necessaria alla decorazione.

• Coltello da doratore: si usa per tagliare la foglia d’oro.

• Pennellessa da doratore: realizzata in morbidissimo pelo di vajo, serve per prendere la foglia d’oro, precedentemente tagliata, e stenderla sulla superficie da dorare.

• Brunitoio: conosciuto anche come Pietra d’Agata è uno strumento che serve a comprimere l’oro una volta asciutto il bolo sottostante. È composto dal manico ed una pietra d’agata (con superficie estremamente liscia). Tramite la brunitura si fissa e si lucida la foglia che diventerà un tutt’uno con la base di gesso e bolo. È l’operazione finale della lavorazione e anche la più soddisfacente.

Le fasi della doratura sono:

Preparazione del fondo
Preparazione del bolo
Applicazione della foglia d’oro
Brunitura

La preparazione del fondo che serve ad accogliere l’oro, deve essere accurata, da questa infatti dipenderà la buona riuscita di tutto il lavoro.

Si comincia preparando la colla di coniglio (colletta), indispensabile per la preparazione sia del fondo in gesso che del bolo. Si mette la colla di coniglio nel pentolino del bagnomaria aggiungendo acqua e si lascia riposare per circa 12 ore, affinché la colla assorba l’acqua. A questo punto si passa alla fase di cottura o riscaldamento mettendo il pentolino a bagnomaria sul fuoco fino allo scioglimento della colla. In questo modo si ottiene la colla madre o colletta, che viene stesa direttamente sul legno che dovrà essere pulito, asciutto e privo di polvere. Questa prima mano si chiama imprimitura. Dopo 2 ore si fa sciogliere a bagnomaria il gesso di Bologna nella colletta e si passa il composto ancora caldo sul legno (ammannitura). Tale procedimento viene ripetuto per varie mani (ne possono occorrere anche 5 o 6).

Una volta ottenuta una base in gesso soddisfacente, la superficie andrà sgrossata e levigata. Infatti, una volta asciutta l’ultima mano di gesso, l’oggetto da dorare pede un precisione sugli spigoli e sugli intagli.
Si eseguono quindi con il raschietto da doratore dei delicati interventi di sgrossatura del gesso in eccesso, al fine di ravvivare gli spigoli ed i motivi ornamentali. La forma del raschietto scelto per questo intervento dovrà essere adatta alla superficie che vogliamo levigare e ravvivare. Si passa poi a levigare le parti piane utilizzando abrasivi a grana sempre più fine.

Lo scopo di questa operazione di preparazione del fondo, è quella di isolare il legno dalla foglia d’oro, preparando un base liscia ed omogenea adatta a riceverla (plana in Arnaut). A questo punto si passa alla applicazione del bolo. Il bolo va passato caldo sulla superficie del gesso, con una pennellata decisa e leggera, senza lasciare striature. Se il bolo è diluito nella giusta proporzione basta anche una sola passata (non si deve vedere il fondo bianco del gesso), altrimenti dopo circa 4 ore si può passare una seconda mano, cercando di non aumentare di troppo lo spessore dello strato, che porterebbe ad un’inevitabile distacco dell’oro e del bolo in fase di brunitura. (Si faccia in proposito molta attenzione agli accumuli di bolo nelle cavità degli intagli o negli angoli delle cornici da dorare).
Solitamente la completa asciugatura dello strato di bolo avviene in poche ore, dipende comunque dall’umidità dell’ambiente e dalla stagione dell’anno in cui si lavora.
Se si vuole una maggiore lucentezza della foglia oro e comunque prima della sua applicazione, si deve brunire (lucidare) il bolo con la pietra d’agata in modo da renderlo perfettamente liscio e compatto.

Applicazione della foglia oro
Cominciamo con l’aprire delicatamente il libretto.
Portare poi il blocchetto di foglie d’oro sopra al cuscino e farne scivolare una con l’aiuto del coltello da doratore.
Stendere ora la foglia sul cuscinetto aiutandosi con il coltello e soffiandovi sopra leggermente.
Ricordarsi che la foglia d’ oro va sempre presa con il coltello e mai con le dita altrimenti si distruggerà subito.
A questo punto si può tagliare in pezzi più piccoli la foglia, sia per agevolarne la presa, sia per seguire al meglio le parti da dorare. Questo ritaglio va fatto con il coltello per dorare che è inossidabile e molto affilato. Appoggiare il coltello sul punto in cui si vuole procedere al taglio e fare un piccolo movimento avanti e indietro, appoggiandosi leggermente sul foglio, poi togliere il coltello. Attenzione a non incidere il cuoio del cuscinetto.
Intanto si prepara la colla di pesce che va messa a bagno e poi scaldata a bagnomaria. La colla va passata delicatamente sul bolo con una sola passata altrimenti il bolo può rinvenire e sciogliersi.
Prima che la colla venga assorbita si prende la foglia d’oro necessaria con il pennello di vajo da doratore e si accosta al pezzo in lavorazione. È bellissimo vedere come la colla attiri la foglia a sé, per effetto elettrostatico. Si procede in questo modo fino alla completa applicazione dell’oro.

La brunitura
Ed eccoci all’ultima (ma pur sempre affascinante) fase della doratura: la brunitura con pietra d’agata. Rende lucido e perfettamente liscio l’oro che finora non brillava.
Ha anche la funzione di accorpare l’oro con forza alla base sottostante. Si lucida perché con la pressione le particelle di colla contenute nel gesso e nel bolo vengono spianate meccanicamente.
Il brunitoio va passato sulle parti dorate, con una pressione costante e in diverse direzioni, in modo tale che a lavoro ultimato non si vedano i vari movimenti.
Prima di passarlo va “scaldato” in una pezza di lana strofinandolo velocemente. L’ideale sarebbe possedere un brunitoio della forma giusta per ogni tipo di curva che la doratura effettua.

Peire d’Alvernhe:

22 nuills hom del mon non a pretz vert,
23 quan vol daurar e puois lima,
24 per que es fols cel qe·is n’azec,
25 pos ve que bens no·i reverta;
26 c’a la cocha pot hom proar
27 amic de bocha ses amor,
  mas: “don non ves, non esperar”.461,174 ~ 461,68:
1 n’Auriflama, car vos etz flamejans
2 coma fin aur quand es ben aflamatz,
3 en la flama ben flamant ni purgatz,
4 soi enflamatz e mon cors es flamans
5 d’una flama flamejant qu’es mout pura
6 que flameja si com fai dauradura,
7 la qual flama tot jorn creis e melhura;
8 n’Auriflama, vos etz d’aital natura.
9 vos etz flama de fin aur reflamans,
10 n’Auriflama, per qu’ieu soi enflamatz
11 de tal flama dont es mon cors dauratz,
12 que coma l’aur lutz, tant es reflamans;
13 don flameja fuoc e flama tot dia
14 per vostr’amor qu’enflama tan la mia,
15 si qu’escantir la flama no·s poiria,
16 tan soi de vos enflamatz, douç’amia.

Marcabru, 293, 25:

23 ai! com es encabalada
24 la falsa razos daurada:
25 “denan totas vai triada”!
26 va! ben es fols qui s’i fia;
27 de sos datz
28 c’a plombatz
29 vos gardatz,
30 qu’enganatz
31 n’a assatz,
32 so sapchatz,
33 e mes en la via.

AB GAI SO

Ab gai so cuindet e leri 
fas motz e capus e doli, 
que seran verai e sert 
quan n’aurai passat la lima, 
qu’Amor marves plan’e daura 
mon chantar que de lieis mueu 
cui Pretz manten e governa. 

Tot jorn melhur e esmeri 
quar la gensor am e coli 
del mon, so.us dic en apert: 
sieu so del pe tro qu’al cima, 
e si tot venta.ill freg’aura, 
l’amor qu’ins el cor mi pleu 
mi ten caut on plus iverna. 

Mil messas n’aug e.n proferi 
e.n art lum de cer’e d’oli 
que Dieu m’en don bon acert 
de lieis on no.m val escrima; 
e quan remir sa crin saura 
e.l cors qu’a graile e nueu 
mais l’am que qui.m des Luzerna. 

Tan l’am de cor e la queri 
qu’ab trop voler cug la.m toli, 
s’om ren per trop amar pert, 
que.l sieu cors sobretrasima 
lo mieu tot e non s’aisaura: 
tan n’a de ver fag renueu 
q’obrador n’ai’e taverna. 

No vuelh de Roma l’emperi 
ni qu’om m’en fassa postoli 
qu’en lieis non aia revert 
per cui m’art lo cors e.m rima; 
e si.l maltrait no.m restaura 
ab un baizar anz d’annueu, 
mi auci e si enferna.

Ges pel maltrag que.n soferi 
de ben amar no.m destoli; 
si tot mi ten en dezert 
per lieis fas lo son e.l rima: 
piegz tratz, aman, qu.om que laura, 
qu’anc non amet plus d’un hueu 
selh de Moncli Audierna. 

Ieu sui Arnautz qu’amas l’aura 
e cas la lebre ab lo bueu 
e nadi contra suberna.

ASTRUC

vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv

RAZO ANC IEU

E fon aventura qu'el fon en la cort del rey Richart d'Englaterra; 
et estant en la cort, us autres joglars escomes lo com el trobava 
en pus caras rimas que el. Arnautz tenc so ad esquern, 
e feron messios cascun de son palafre que no fera, en poder del rey. 
El reis enclaus cascun en una
cambra, e N'Arnautz, de fasti qu'en ac, non ac poder que
lasses un mot ab autre. Lo joglar fes son cantar leu e tost.
E els non avian mas .x. jorns d'espazi, e devia's jutjar per
lo rey; a cap de .v. jorns, lo joglar demandet a N'Arnaut
si avia fag: e  N'Arnautz respos que oc, passat a .111. jorns ;
e no'n avia pessat. E'l joglar cantava tota nueg sa chansso
per so que be la saubes ; e N'Arnautz pesset co'l traisses a
isquern: tan que venc una nueg el joglar la cantava, e
N'Arnautz la va tota arretener e'l so. E can foron denan lo
rey, N'Arnautz dis que volia retraire sa chansso; e comenset
mot be la chansso quel joglar avia facha. E'l joglar, can
l'auzic, gardet lo en la cara, e dis qu'el l'avia facha. E'l
reis dis co.s podia far. E'l joglar preguet al rey qu'el ne
saubes lo ver, e'l reis demandet a N'Arnaut com era estat,
e N'Arnautz comtet li tot com era estat. E'l reis ac ne
gran gaug e tenc so tot a gran esquern. E foro aquitiast
los gatges e a cascu fes donar bels dos, e fo donatz lo
cantar a N'Arnaut Daniel, que di, Anc ieu non l'ac, mas
ella m'a.

Hugo Primas (1093 – 1160)

         
Si quis Deciorum dives officio
gaudes in vagorum esse consortio,
vina numquam spernas,
diligas tabernas:
 
Bacchi, qui est spiritus, infusio
gentes allicit bibendi studio;
curarumque tedium
solvit et dat gaudium.
 
Terminum nullum teneat nostra contio,
bibat funditus confisa Decio.
nam ferre scimus eum
Fortune clipeum.
 
Circa frequens studium sis sedula,
apta digitos, gens eris emula,
ad fraudem Decii
sub spe stipendii.
 
Qui perdit pallium,
scit esse Decium
Fortune nuntium
sibi non prospere,
dum ludit temere
gratis volens bibere.
  Lusorum studia
sunt fraudis conscia;
perdentis tedia
sunt illi gaudium,
qui tenet pallium
per fraudis vitium.
 
  Ne miretur homo, talis
quem tus es nudavit;
nam sors item cogit talis
dare penas factis malis
Iovemque beavit.
 
 
Ut plus ludat,
quem sors nudat,
lucri spes hortatur;
sed dum testes
trahunt vestes
non auxiliatur.
  In taberna
fraus eterna
semper est in ludo.
hanc qui amat,
sepe clamat
sedens dorso nudo:
 
  «Ve tuis donis, Decie,
tibi fraus et insidie;
turbam facis lugentium,
paris stridorem dentium.
 
 
Lusorum enim studia
sunt fraudes et rapina,
que michi supplicia
merso dant in ruina.
  Fortune bona primitus
voluntas est inversa,
in meque michi penitus
novercatur aversa.
 
  In vase parapsidis
stat fronte capillata,
que nunc aures aspidis
habet, retro calvata».
 
 
  «Schuch!» clamat nudus in frigore,
cui gelu riget in pectore,
quem tremor angit in corpore:
— ut sedeat estatis tempore
sub arbore!
 
 
Per Decium
supplicium
suis datur cultoribus
quos seviens
urget hiems
semper suis temporibus.
  Sub digito
sollicito
latet fraus et deceptio;
hinc oritur,
dum luditur,
sepe litis dissensio.
 
Deceptoris est mos
velocis, ut tardos
et graves fraudet sors;
sint secum Decii,
sed furti conscii,
dum ludunt, socii.
  Sub quorum studio
fraus et deceptio
regnant cum Decio;
non equis legibus
damna notavimus,
sed nexis retibus.
 
  Corde si quis tam devoto
ludum imitatur,
huius rei testis Otto,
colum cuius regit Clotho,
quod sepe nudatur.
 
 
Causa ludi
sepe nudi
sunt mei consortes;
dum sic prestem,
super vestem
meam mittunt sortes.
  Heu, pro ludo
sepe nudo
dat vestire saccus!
sed tum penas,
mortis venas
dat nescire Bacchus.
 
  Tunc salutant peccarium
et laudant tabernatium,
excluditur denarius,
profertut sermo varius:
 
 
«Deu sal, misir bescher de vin!»
Tunc eum osculamur —
Wir enachten niht uf den Rin,
sed Baccho famulamur.
 
  Tunc rorant scyphi desuper
et canna pluit mustum,
et qui potaverit nuper,
bibat plus quam sit iustum.
 
  Tunc postulantur tessere,
pro poculis iactatur,
nec de furore Boree
quisquam premeditatur.

LA VIDA

Arnautz Daniels si fo d’aquella encontrada don fo N’Arnautz de Meruoill de l’evesquat de Peiregors, d’un chastel que a nom Ribairac e fo gentils hom. Et amparet ben letras e delectet se en trobar. Et abandonet las letras, et fetz se joglars, e pres una maniera de trobar en caras rimas, per que soas cansons non son leus ad entendre ni ad aprendre. Et amet una auta dompna de Gascoingna, muiller d’En Guillem de Buovilla, mas non fo cregut que anc la dompna li fezes plaiser en dreit d’amor; perqu’el dis en una
canson:

Eu sui Arnautz qu’amas l’aura

e catz la lebre ab lo bou

e nadi contra suberna.

LA BIOGRAFIA. MATERIALI

Raimon de Durfort

Pus etz malastrucx sobriers
non es Arnautz l’escoliers,
cui coffondon dat e tauliers
e vay coma penedensiers
paupres de draps e de deniers,
qu’yeu li donera grans loguiers
per so qu’yeu lay cornes primiers,
e cornera mielhs que porquiers
ni Porta-ioia l’escassiers.

Arnaut escolier, vay mi
ancanog o al mati
a na Enan, e digas li
que Raimons de Durfort li di
que ben es pres del Caersi
quan li mostret son raboi,
mas grieu li responder’ayssi
ans i cornera ses tai
plus fresc que sirvens apezi.

Monge de Montaudon

Ab Arnaut Daniel son set,
qu’a sa vida ben non cantet,
mas us folhs motz qu’om non enten;
pus la lebr’ab lo bou casset,
e contra suberna nadet;
no vals sos chans un aguilen.

LA BIOGRAFIA: Vida A

ARnautz daniels sifo daqella
encontrada don fo arnautz de
maruoill deleuescat depeiregos dun
chastel que a nom ribairac.efo gen
tils hom.et amparet ben letras.e delei
tet se entrobar et encaras rimas.per
que las soas chanssos non son leus ad
entendre ni ad aprendre. Et amet una
auta dompna degascoigna moiller den
Guillem debouuila.mas non fo crezut
queanc la dompna lifezes plazer en
dreich damor.perque el ditz en una
cansson. Eu sui arnautz qamas laura
ecatz la lebre ab lobou enadi contra
suberna.

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