La rima in -eri

La rima in –ERI

(Fulvio De Santis)

Per la rima in –ERI la ricerca con Trobvers restituisce venti occorrenze, delle quali solamente sette corrispondenti a parole parossitone. Sei di queste sette parole sono quelle utilizzate nel primo verso di ciascuna delle coblas di Ab gai so: leri, proferi, queri, emperi, soferi, esmeri. Solo la settima parola in –eri, “sauteri”, non è attribuibile ad Arnaut Daniel (BdT 29), ma al trovatore provenzale Raimon de Tors de Marseilha (BdT 410), unico a riutilizzare, nello stesso componimento (Ar es dretz q’ieu chan e parlle), anche le due parole “arnaldiane” “esmeri” e “emperi”.

Si riportano di seguito le 20 occorrenze, in ordine cronologico. In giallo sono indicate le prime occorrenze, in azzurro i successivi riutilizzi.


262,3 16   et anc mais tan greu no·m feri

29,10 1   ab gai so cuindet e leri

29,10 15   mil messas n’aug e·n proferi

29,10 22   tan l’am de cor e la queri

29,10 29   no vuelh de Roma l’emperi

29,10 36  ges pel maltrag que·n soferi

29,10 tot jorn melhur e esmeri

392,8 37  que vestitz josta peleri,

364,2 10  quant la vi si·m feri

370,14 20  car no vei lieis que de mort me gueri

305,1617  et anc pueys alres non queri;

192,1 ~ 330,2010  pois lai anet a penre, don lo viscoms meri:

151,1 ~ 111,211  e, se·m demandatz qi·m feri,

410,310  qi sabon tot lo sauteri

410,37  per q’ieu mon chantar esmeri,

410,38   qar cuja aver l’emperi

434a,1713  “en Cerveri,

434,7c31  digatz, seyner en Cerveri,

434,7b11  “a que cercatz en Cerveri?”.

434,7b15   per que, mos amics me·n feri

Da Wikipedia

Raimon de Tors de Marseilha (1257–1265) was a Provençal troubadour. He hailed from the “city of towers (tors)” in Marseille (Marseilha), a district wherein the local bishop possessed many towers. He wrote six moral and political sirventes which survive.

Raimon was a dispassionate debater, equally sympathetic to the Guelph cause of Charles of Anjou and that of the Ghibelline Henry of Castile. He had great affection for Alfonso X of Castile, but never visited Spain. But like many contemporary troubadours on either side he hated “false clerics” and denigrates them extensively in his poetry. Metrically and rythmically, Raimon imitated the Apres mon vers vueilh sempr’ordre of Raimbaut d’Aurenga in his own Ar es dretz q’ieu chan e parlle.

Raimon’s most interesting and entertaining song is undoubtedly his complaint against mothers-in-law, A totz maritz mand e dic.

Ab gai so e Bernart de Ventadorn

Arnaut Daniel, Ab gai so e Bernart de Ventadorn

(Fulvio De Santis)

Bernart de Ventadorn (BdV), spesso considerato il più grande dei trovatori provenzali, apre una tra le sue più famose canzoni come segue:

Chantars no pot gaire valer,

si d’ins dal cor no mou lo chans;

ni chans no pot dal cor mover,

si no i es fin’amors coraus.

Per so es mos chantars cabaus

qu’en joi d’amor ai et enten

la boch’e·ls olhs e·l cor e·l sen.

E’ possibile ravvisare una relazione intertestuale tra questa canzone, in particolare tra la strofa riportata, e Ab gai so di Arnaut Daniel, il cui esordio è:

Ab gai so cuindet e leri

fas motz e capus e doli,

que seran verai e sert

quan n’aurai passat la lima,

qu’Amor marves plan’e daura

mon chantar que de lieis mueu

cui Pretz manten e governa.

La lettura della prima strofa delle due canzoni fa emergere una certa distanza tra i rispettivi autori, per quanto riguarda il loro atteggiamento nei confronti della relazione tra canto-amore-cuore e ruolo del poeta.

BdV afferma espressamente nella prima cobla che:

a nulla vale il canto se non viene dal cuore (chantars no pot gaire valer, / si d’ins dal cor no mou lo chans);

il canto non può muovere dal cuore se non c’è amore fino e “corale”, ovvero interiore (ni chans no pot dal cor mover, / si no i es fin’amors coraus);

il canto del poeta eccelle perché poggia sulla gioia d’amore (per so es mos chantars cabaus / qu’en joi d’amor ai et enten / la boch’e·ls olhs e·l cor e·l sen).

AD sembra invece voler:

rivendicare un ruolo da protagonista per se stesso, in quanto “artigiano” della parola (fas motz e capus e doli);

assegnare ad Amore un ruolo fondamentale ma, almeno temporalmente, secondario rispetto a quello del poeta nella produzione del “chantar”. Amore interviene infatti solo a rifinire, forse a levigare, ciò che il poeta ha generato e su cui già ha “passat la lima” (quan n’aurai passat la lima, / qu’Amor marves plan’e daura / non chantar…).

A prescindere dalle possibili interpretazioni degli ultimi due discussi versi della I cobla di Ab gai so (que de lieis muou / cui Pretz manten e governa), AD sostiene infatti che le sue parole, prima dell’intervento d’Amore, sono comunque verai e sert e quindi, a differenza di quanto affermato da BdV, non prive di valore.

La posizione di BdV in Chantars no pot, diversa da quella che emerge in Ab gai so, ha importanti riferimenti ideologici. Antonelli (1978) individua uno dei principali di questi in Riccardo di S. Vittore (Scozia, ca 1110 – Parigi10 marzo 1173), priore e maestro di teologia presso l’abbazia di San Vittore (presso Parigi) dal 1162 al 1173. Riccardo di S. Vittore, incluso da Dante (Par. X, 130) tra i grandi teologi e dottori della Chiesa, afferma che può parlare d’amore solo chi lo fa sotto l’intimo dettato del cuore. Questo è il ben noto solco nel quale si colloca Dante stesso in Purg. XXIV, vv.52-55:

…I’ mi son un, che quando

Amor mi spira, noto, e a quel modo

ch’e’ ditta dentro vo significando.

Ancora più esplicitamente, nella Monarchia, III, IV, 11, Dante definisce Dio “unicus Dictator” che spiega le proprie intenzioni attraverso le penne di molti: “Nam quanquam scribe divini eloquii multi sint, unicus tamen dictator est Deus, qui beneplacitum suum nobis per multorum calamos explicare dignatus est”.

Per BdV, come poi sarà per Dante – con le dovute differenze – il poeta è pertanto strumento materiale, ispirato e mosso da Amore/Dio, che nulla può in assenza di “fin’amors coraus”.

Antonelli (1978, pag. 182, nota 5) ravvisa nei versi di BdV un’ autoesaltazione che si fonda “su una conoscenza ‘amorosa’ da lui ritenuta superiore”: l’amore è cioè strumento di conoscenza e indice di gentilezza e superiorità. Nella II cobla, BdV afferma la propria disponibilità ad amare senza alcuna ricompensa, proprio per l’arricchimento e quindi l’elezione che da questa esperienza deriva. La misura di tale autoesaltazione è ben resa dalle due strofe finali di Chantar no po, in cui il poeta riafferma con forza l’ispirazione del proprio cantare e quindi la propria eccellenza:

Lo vers es fis e naturaus

e bos celui qui be l’enten;

e melher es, qui·l joi aten.

Bernartz de Ventadorn l’enten,

e·l di e·l fai, e·l joi n’aten!

L’indissolubilità tra Amore e canto è affermata da BdV anche nella canzone Can vei la lauzeta mover che, come noto, assieme a No chant per auzel di R. d’Aurenga e a D’amors qui m’a tolu a moi, del romanziere e troviere C. de Troyes, forma una triade di componimenti in cui i tre grandi autori confrontano, anche polemicamente, le rispettive concezioni d’amore. La posizione di BdV nei confronti della mancata ricompensa d’amore è però in questa opera diversa da quella che troviamo in Chantars no pot. Negli ultimi due versi della tornada di Can vei la lauzeta mover, BdV, deluso per l’impossibilità di ottenere amore, dichiara infatti la propria intenzione di rinunciare ad amare e a cantare:

de chantar me gic e m recre,

e de joi e d’amor m’escon.

Proprio su questo atteggiamento si innesta la polemica con il “libertino” R. d’Aurenga, che invece afferma la propria fede assoluta in amore e nella sua donna del momento, e con C. de Troyes, sostenitore della fedeltà assoluta e della paziente sofferenza nell’esperienza amorosa.

Indipendentemente dal “dibattito” tra BdV, R. d’Aurenga e C. de Troyes (si veda al proposito la discussione in Antonelli, 2007), è qui interessante osservare la diversa posizione di AD (in Ab gai so) e di BdV (in Can vei la lauzeta mover), rispetto al possibile fallimento amoroso. All’atteggiamento rinunciatario di BdV, si contrappone infatti la dichiarazione di AD di voler comunque continuare a comporre musica e poesia per l’amata, anche se lei non dovesse curarsi di lui (cobla VI).

Dalla lettura in parallelo di Ab gai so e delle due canzoni Chantars no pot e Can vei la lauzeta mover sembrerebbe quindi che AD voglia ritagliare per se stesso un ruolo in qualche modo più modesto e paziente (ma, proprio per questo, più umano ed eroico) di quello di BdV, sia nella versione autoesaltante di Chantars no pot, che in quella rinunciataria e di autocommiserazione di Can vei la lauzeta mover. E infatti, dall’opera di artistica rifinitura artigianale (cobla I), dalla venerazione quotidiana dell’amata (cobla II), dalle mille messe offerte o pronunciate (cobla III) e dal voler comporre musica e poesia per l’amata, anche se lei non dovesse curarsi di lui (cobla VI), emerge da Ab gai so una figura umana caratterizzata da grande costanza e tenacia, sia per quanto riguarda il proprio ruolo di poeta-fabbro che per la volontà di lottare, pur consapevole dell’inutilità dei propri sforzi. Tale tenacia è emblematicamente rappresentata dalla famosa triplice amara metafora dell’immane e vano lavoro che chiude la canzone:

Ieu sui Arnautz qu’amas l’aura

e cas la lebre ab lo bueu

e nadi contra suberna.

Riferimenti bibliografici

Antonelli R. (1978). Le Origini. In Storia e antologia della letteratura italiana (a cura di A. Asor Rosa), vol. 1. La Nuova Italia Editrice, Firenze.

Antonelli R. (2007). Avere e non avere: dai trovatori a Petrarca, in “Vaghe stelle dell’Orsa”. L’ “io” e il “tu” nella lirica italiana, a cura di F. Bruni. Marsilio, Padova, pp. 41-75.

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Chantars no pot gaire valer

B. de Ventadorn

Ed. Appel, 1915, 15

I

Chantars no pot gaire valer,

si d’ins dal cor no mou lo chans;

ni chans no pot dal cor mover,

si no i es fin’amors coraus.

Per so es mos chantars cabaus

qu’en joi d’amor ai et enten

la boch’e·ls olhs e·l cor e·l sen.

II

Ja Deus no·m don aquel poder

que d’amor no·m prenda talans.

Si ja re no·n sabi’aver,

mas chascun jorn m’en vengues maus,

totz tems n’aurai bo cor sivaus;

e n’ai mout mais de jauzimen,

car n’ai bo cor, e m’i aten.

III

Amor blasmen per no-saber,

fola gens; mas leis no·n es dans,

c’amors no·n pot ges dechazer,

si non es amors comunaus.

Aisso non es amors: aitaus

no·n a mas lo nom e·l parven,

que re non ama si no pren!

IV

S’eu en volgues dire lo ver,

eu sai be de cui mou l’enjans:

d’aquelas c’amon per aver.

E son merchadandas venaus!

Messongers en fos eu e faus!

Vertat en dic vilanamen;

e peza me car eu no·n men!

V

En agradar et en voler

es l’amors de dos fis amans.

Nula res no i pot pro tener,

si·lh voluntatz non es egaus.

E cel es be fols naturaus

que de so que vol, la repren

e·lh lauza so que no·lh es gen.

VI

Mout ai be mes mo bon esper,

cant cela·m mostra bels semblans

qu’eu plus dezir e volh vezer,

francha, doussa, fin’e leiaus,

en cui lo reis seria saus.

Bel’e conhd’, ab cors covinen,

m’a faih ric ome de nien.

VII

Re mais no·n am ni sai temer;

ni ja res no·m seri’afans,

sol midons vengues a plazer;

c’aicel jorns me sembla Nadaus

c’ab sos bels olhs espiritaus

m’esgarda; mas so fai tan len

c’us sols dias me dura cen!

VIII

Lo vers es fis e naturaus

e bos celui qui be l’enten;

e melher es, qui·l joi aten.

IX

Bernartz de Ventadorn l’enten,

e·l di e·l fai, e·l joi n’aten!

Schema metrico

  • abac cdd; 2 tornadas: cdd dd
  • ottosillabi maschili (8)
  • 7 strofe unissonans + 2 tornadas

Analisi puntuometrica

I

II

III

IV

V

VI

VII

TOT.

1

1

1

1

1

2

6

2

2

3

1

2

3

1

12

3

1

1

1

3

1

2

2

11

4

3

1

3

3

3

2

15

5

2

3

3

8

6

1

1

2

1

6

7

3

3

3

2

3

3

3

21

Ab gai so e la metafora della pioggia nel cuore

Ab gai so e la metafora della pioggia nel cuore

(Fulvio De Santis)

Ab gai so, vv. 13-14 (…ins el cor mi plueu)

l’amor qu’ins el cor mi plueu

Mi ten caut on plus iverna

Rea (2008) osserva che l’uso metaforico del verbo piovere, che troviamo in Arnaut Daniel, viene ripreso in Cavalcanti, per esprimere il “vasto spargersi di amore nel cuore, come se piovesse misteriosamente dall’alto”.

Ad esempio, nel verso 11 del componimento XIV di Cavalcanti si trova:

par che nel cor mi piova

un dolce amor sì bono

Rea (2008) osserva che l’uso metaforico dell’immagine della pioggia nel cuore, in relazione a sentimenti dell’animo, ripresa da Cavalcanti, non sembra avere precedenti nella lirica trobadorica e italiana.

Il modello di Arnaut Daniel sarebbe di matrice scritturale. Nella Bibbia e nei testi esegetici la metafora della pioggia interiore esprime l’avvento della grazie divina nel cuore degli uomini. Ad esempio (Salmo 71, 6-7):

descendet sicut pluvia in vellus et sicut stillicidia stillantia super terram

Cfr. anche Petrus Cellensis, Tractatus de Disciplina Claustralis:

http://books.google.it/books?id=4Yqjcxgk_M4C&dq=%22amor%20pluit%22&pg=RA6-PA1141&ci=96,1072,414,381&source=bookclip

Triplex sildevolio alia compuncliva alia suspi riosa alia lacrymosa Compunctiva est Tons scatu ïicns 8uspiriosa esl fous saliens lacrymosa fons Miperebulliens Pungit compunctiva elicit suspi riosa fundit cl pluit lacrymosa Timor pungit spcs elicit amor pluit Yenam stringit limor spes ape ril amor humorem cum impetu spiriluseducil Sic minulus sanguine peccati ligamenlo ferro ctmotti cordls voluntario dicat Domino Voluntarte sacrificaba libi Pial LIU 8 qui ante prasidem l galus aslitisli qui clavis conlixus in ligna pe pendisli qui lancea percussus sanguinem et aquam dedisli oblatus es quasi non coactus quasi qui nouions sed dévolus cl sponlancus quia voluisli Jam de causa dicendum est in qua jï i noiav

Cavalcanti estende l’uso della metafora della pioggia nel cuore per esprimere l’attivazione di processi interiori dell’io lirico, con particolare riferimento a “affezioni dolorose” dell’animo che risultano, nella lirica del fiorentino, inesorabilmente fatali. Ad esempio in Cavalcanti XXXI, v. 13, si legge

e veggio piover per l’aere martiri

che struggon di dolor la mia persona

Il poeta fiorentino va oltre, spostando la metafora della pioggia dal “cor” alla “mente” (XVII, v. 12):

allora che nella mente piova

una figura di donna pensosa

che vegna per veder morir lo core

Il motivo della pioggia d’amore è presente anche in Dante. Perugi (1995) evidenzia quattro occasioni in cui tale motivo viene utilizzato, due nelle Rime e due nel Paradiso.

Nella ballata I’mi son pargoletta (vv. 11-12) il motivo è, secondo Perugi, “usufruito attraverso le ballate cavalcantiane”.

Ciascuna stella ne li occhi mi piove

Del lume suo e de la sua vertute

Recupero più autentico del modello arnaldiano è invece quello nella canzone Io son venuto (vv. 67-68):

Canzone, or che sarà di me ne l’altro

dolce tempo novello, quando piove

amore in terra da tutti li cieli,

quando per questi geli

amore è solo in me, e non altrove?

Gli usi della metafora della pioggia d’amore si trovano nei canti XXVII e XXXII.

Paradiso XXVII, 106 e seg.

(Spiegazione di Beatrice sulla struttura dell’universo e del Primo Mobile)

«La natura del mondo, che quïeta
il mezzo e tutto l’altro intorno move,
quinci comincia come da sua meta;

e questo cielo non ha altro dove
che la mente divina, in che s’accende
l’amor che ‘l volge e la virtù ch’ei piove.

Paradiso XXXII, v. 88 e seg.

(S. Bernardo invita Dante a guardare la Vergine)

Io vidi sopra lei tanta allegrezza
piover, portata ne le menti sante
create a trasvolar per quella altezza,

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

M Perugi (1995). Un’idea sulle rime di Dante. Introduzione a D. Alighieri, Rime, a cura di G. Contini. Einaudi Tascabili.

R. Rea (2008). Cavalcanti poeta. Uno studio sul lessico lirico. Edizioni Nuova Cultura. Roma.

RETOMBA

Di seguito una breve scheda del termine che abbiamo incontrato al v. 44 di Si·m fos Amors de joi donar tan larga: “[…] ieu non ai cor ni poder que·m descarc/ del ferm voler ue n’es pars de retomba […]”:

Da Raynouard (V, 372, I, n° 5)

Retomba, retumba, s.f., siphon, cycloide [sifone]

es. “Ses muiol e ses retomba” (Arnaut Daniel, Lancan son passat li giure) [Senza mozzo e senza sifone]

OPPURE Pot, bouteille, ampoule, fiole [vaso, brocca, boccale, bottiglia, fiala, boccetta]

es. “Atressi cum la retumba/ franh leu e fai maynta lesca,/ franh amors” (Elias Cairel, Era no vei) [così come la fiala si frange facilmente e dà origine a molte schegge, così si frange l’amore]

es. 2 “Amors d’aital hom non dura,/ ans frainh leu plus d’una retomba” (Roman de Jaufre) [l’amore di simili uomini non dura molto, anzi si frange più rapidamente che un’ampolla]

Dal Supplement di Levy

Levy discute sull’alternanza dei significati sifone/coppa/bottiglia specialmente in Arnaut, e propone gli interventi degli editori per distinguere i vari casi; in seguito riporta altri esempi per i vari significati già proposti da Raynouard.

Dal Godefroy

Retombe, s.f., coupole OPPURE vaisseau ou vase de terre d’une forme ronde.

Godefroy riporta diverse attestazioni del termine in diversi testi tutti in prosa (la maggior parte sono documenti di tipo annalistico, glossari, o fogli sciolti di manoscritti). Il verbo corrispondente è retombir (v., retentir = echeggiare, risuonare, ripercuotersi) e questo presenta invece alcune attestazioni poetiche (come Perceval, Chanson d’Antioche).

Dal Glossarium mediae et infimae latinitatis di Du Cange

Retumba= “consutudines monasterii de Regula, seu de la Reole, apud Labbeum”

Dal Breve diccionario di Corominas

Retumbar, “risuonare con strepito”, 1495. Voce imparentata col francese antico tombir e retombir, di probabile origine onomatopeica.

Retomba: legami intertestuali

Introduzione

Ai versi 43-44 di  Si.m fos Amors di Arnaut Daniel (AD) si legge:

qu’ieu non ai cor ni poder que.m descarc

del ferm voler que n’ es pars de retomba

M.L. Meneghetti, nel suo volume su “Il pubblico dei trovatori” (1984), basandosi anche sugli studi di G. Oliver (1973-74), propone di interpretare il termine retomba, letteralmente “fiala/fiasca di vetro” (si veda la scheda linguistica a seguire), nel senso semanticamente assai più pregnante di “fiala del filtro d’amore”, con chiara allusione al filtro d’amore per eccellenza: quello della leggenda tristaniana.

L’analisi della Meneghetti sostiene l’ipotesi di un rapporto intertestuale tra i due grandi componimenti arnaldiani, Si.m fos Amors e Sestina, per i quali già è possibile ipotizzare che costituiscano “sistema”, e i tre famosi componimenti

No chant per auzel di R. d’Aurenga (RdA),

D’amors qui m’a tolu a moi di C. de Troyes (CdT),

Can vei la lauzeta mover di B. de Ventadorn (BdV).

Si tratta, come noto, di una triade di canzoni in cui i tre grandi autori confrontano, anche polemicamente, le rispettive concezioni d’amore. La Meneghetti, come illustreremo a seguire, ravvisa nei due citati componimenti di AD una consapevole e voluta partecipazione del poeta alla disputa tristaniana dei tre autori precedenti.

L’analisi della studiosa viene presentata come prova di ipotesi più generali riguardanti la produzione lirica provenzale. L’idea di base è che le opere dei trovatori non siano

“casualmente oggetto di recuperi, ridiscussioni, riformulazioni; esse piuttosto appaiono spesso progettate in vista di un apporto (di un arricchimento) esterno” (pag. 147).

La disputa tristaniana di RdA, CdT e BdV

Intorno al 1170 RdA, CdT, che ricordiamo essere un autore di romanzi e troviere, ovvero non occitanico, e BdV danno luogo a quella che la Meneghetti definisce una “importante  aggregazione di contributi poetici” attorno a un duplice tema :

la possibile realizzazione dell’amore cortese

  • la sua durata.

Le tre canzoni condividono

  • il tema, ovvero l’amore non (ancora) realizzato;
  • la presenza di un  riferimento a un Tristano (o alla leggenda tristaniana e al filtro d’amore).

Il riferimento al filtro d’amore è presente nelle canzoni di RdA e CdT e assente in quello di BdV. L’invio nella canzone di quest’ultimo è proprio a un Tristano, che Roncaglia riconosce come senhal per CdT. L’invio nella canzone di RdA è invece per Carestia/CdT.

La situazione si schematizza nel modo seguente:

RdA CdT BdV
Filtro nel testo si si
Invio Carestia Tristano

Lo scambio sarebbe quindi il seguente:

RdA invia a Carestia/CdT una canzone in cui afferma che l’amore è

Eterno

Realizzabile (anche perché sostenuto dal filtro d’amore).

Cdt risponde sostenendo che l’amore è

Eterno

Indipendente dalla sua realizzabilità.

In particolare CdT esprime un netto rifiuto di un amore dovuto a un filtro d’amore. In questo modo il romanziere ottiene il duplice scopo di condannare la passione cieca di cui la storia tristaniana è emblema e di polemizzare nei confronti della concezione amorosa libertina di RdA.

Al “dibattito” si unisce quindi BdV il quale, non fa riferimento al tema del filtro ma invia a Tristano/RdA il suo componimento. Il messaggio della canzone di BdV, in contraddizione parziale con lo spirito tipico delle altre opere del grande trovatore, è decisamente pessimista. L’irrealizzabilità dell’amore sostenuta nel componimento impedirebbe, secondo la Meneghetti, ogni riferimento al tema del filtro che, nella concezione “cortese” più tradizionale sarebbe comunque responsabile di un amore folle ma eterno, qui negato. Il legame intertestuale con la coppia di componimenti di RdA e CdT viene quindi stabilito con:

  1. la ripresa dello schema metrico della canzone di RdA
  2. invio a Tristano/RdA e il riferimento alla materia bretone
  3. la ripresa del tema dell’innamoramento attraverso gli occhi presente in CdT e qui negato con la ben nota posizione riguardo alla natura narcisistica dell’innamoramento.

La conclusione pessimistica di BdV è quindi che l’amore è pura illusione narcisistica che non esiste al di fuori del soggetto che ama.

L’intervemto di AD nella disputa tristaniana

Come anticipato, per la  Meneghetti AD interverrebbe nella disputa a tre della generazione del 1170 con Si.m fos Amors e la Sestina, proponendosi come risolutore della disputa stessa.

Il legame della coppia-sistema di AD con la terna-sistema sarebbe dimostrabile da un doppio ordine di motivi, in rapporto gerarchico tra loro, nell’ambito della discussione sulla natura dell’amore cortese:

  1. la voluntas
  2. il ruolo del filtro d’amore (retomba) e tema tristaniano.

Campo semantico della volontà.

AD colloca infatti la definizione del suo concetto di amore nell’ambito del campo semantico della volontà, ricco di implicazioni filosofico-mistiche (in particolare si vedano i legami con  il “volontarismo” di stampo vittorino). Lo stesso campo semantico è ben ravvisabile sia nella canzone di CdT (v.31) che in quella di BdV (v.16).

Il campo semantico della volontà in AD è rappresentato embleticamente dal celebre ferm volers della sestina, presente anche due volte in Si.m fos Amors (v. 25-26 e 35-36, qui collegato direttamente con il termine retomba) e una volta in Sols sui qui sai (v.3).

Da notare come la sfera della volontà è presente nell’opera di AD, ad esempio in Ab gai so, anche quando il poeta affronta l’area tematica dell’ispirazione e della produzione poetica.

Tema tristaniano.

Il senso dell’intervento di AD sarebbe in linea con quello di CdT: la sua volontà di amare (il fermo volere) non è quindi come quello di Tristano, frutto di un filtro e folle. Ne discenderebbe che l’amore cortese (come l’ispirazione poetica) non deve dipendere da elementi soprannaturali e che la sua durata, svincolata dalla realizzazione, non può che essere eterna.

La scoperta del tema tristaniano, inoltre, secondo la Meneghetti, consentirebbe, visto il rapporto tra Si.m fos Amors e Sestina, di riconoscere nell’oncle della Sestina lo zio-oppositore di Tristano.

Il contributo di AD alla disputa tristaniana realizzerebbe in questo modo, oltre a una raffinatissima tecnica di intertestualità, una forte affermazione (vanto) per il superamento dell’oppositore realizzato proprio grazie al ferm voler.

MATERIALI SULLA RIMA IN -OMBA

Si è discusso riguardo il dualismo esistente – e in realtà non del tutto risolvibile – nella traduzione del verso 4 di Si·m fos Amors de joi donar tan larga: “qu’ieu am tan aut qu’espers me pueg’e·m plomba“, specie per quanto rigurda il significato del verbo plombar. Il verbo entra in locuzione col precedente riproducendo, come in diversi altri luoghi arnaldiani, il movimento della ruota della Fortuna e dunque può essere tradotto come “affondare” oppure, seguendo la traduzione di Eusebi, indica un rafforzamento e dunque è “rinsaldare”? Vediamo di seguito alcuni materiali utili alla riflessione.

Ricercando con Trobvers le occorrenze della rima in –omba (appunto quella di plomba), ecco i risultati:

31 occorrenze, di cui:

– 6 da 29, 17, ovvero “Si m fos Amors de joi donar tan larga” (Eusebi, 1995, XVII), nostro testo di partenza;

– 6 da 29, 11, ovvero un altro testo arnaldiano, “Lancan son passat li giure” (Eusebi, 1995, IV);

5 da 80, 29, ovvero Bertran de Born, “Non puosc mudar mon chantar non esparja“;

– 2 da 80, 24a, ovvero Bertran de Born, “Mal o fai domna cant d’amar s’atarja“;

– 6 da 133, 2, ovvero Elias Cairel, “Ara non vei puoi ni comba“;

5 da 214, 1, ovvero Guillem de Durfort, “Quar say petit, mi met en razon larga“;

1 da 457, 10, ovvero Uc de Saint-Circ, “De vos me sui partitz; mals focs vos arga“.

Ecco i testi completi:

29, 11

Lancan son passat li giure

e no·i reman puoi ni comba

et el verdier la flors trembla

sus en l’entrecim on poma,

la flors e li chan e·il clar quil

ab la sazon doussa e coigna

m’enseignon c’ab Joi m’apoigna

sai al temps de l’intran d’abril.

Ben greu trob’om joi desliure,

c’a tantas partz volv e tomba

fals’Amors, que no s’asembla

lai on Leiautatz asoma:

q’ieu non trob jes doas en mil

ses falsa paraulla loigna

e puois c’a travers non poigna

e non torn sa cartat vil.

Totz li plus savis en vauc hiure

ses mujol e ses retomba,

cui ill gignos’en cel embla

la crin qe·il pent a la coma

on plus pres li bruit de l’auzil

e plus gentet s’en desloigna;

e·l fols cre mieills d’una monga

car a simple cor gentil.

Ses fals’Amor cuidei viure,

mas ben vei c’un dat mi plomba

qand ieu mieills vei qu’il m’o embla;

car tuich li legat de Roma

non son jes de sen tant sotil

que sa devisa messoigna,

que tant soaument caloigna

m’en posca om falsar un fil.

Qui Amor sec per tal liure!

Cogul tenga per colomba;

si·ll o ditz ni ver li sembla,

fasa il plan del Puoi de Doma;

qan d’el plus prop es, tant s’apil;

si co·l proverbis s’acoigna,

si·l trai l’uoill, sol puois lo·il ongna,

sofr’e sega ab cor humil.

Ben conosc ses art d’escriure

que es plan o que es comba,

q’ieu sai drut que si assembla

don blasma lei s’el col groma;

q’ieu n’ai ja perdut cortil,

car non vuoill gabs ab vergoigna

ni blasmes ab honor joigna,

per q’ieu loinge son seignoril.

Bertran, non cre de sai lo Nil

tro lai on lo soleils ploigna

mais tant de fin joi m’apoigna

. . . . . . . . . . . . . . . . .

80, 29 (testo da Martin de Riquer, Los Trovadores, II, pp. 727-730, basato sull’edizione Appel “con un retoque en el verso 23”)

No puosc mudar un chantar non esparja,

puois n’Oc-e-No a mes fuoc e trach sanc,

quar grans guerra fai d’eschars senhor larc,

per que·m platz be dels reis vezer la bomba,

que n’aian ops paisso, cordas e pom,

e·n sian trap tendut per fors jazer,

e·ns encontrem a miliers et a cens,

si qu’apres nos en chan hom de la gesta.

Anta l’adutz e de pretz lo descharja

guerra, celui cui om no·n troba franc,

per qu’ieu non cuch lais Caortz ni Carjac

mos Oc-e-No, puois tan sap de trastomba.

S·il reis li da lo tesaur de Chinom,

de guerra a cor, et aura·n puois poder.

Tan l’es trebalhs e messios plazens

que los amics e·ls enemics tempesta.

Qu’ieu n’agra colps receubutz en ma tarja

e fach vermelh de mon gonfano blanc,

mas per aisso m’en sofrisc e m’en parc,

que N’Oc-e-No conosc qu’un dat mi plomba.

Mas non ai ges Lizinha ni Rancom,

q’ieu puoscha lonh osteiar ses aver;

mas aiudar puosc de motz conoissens,

escut al col e chapel en ma testa.

Si·l reis Felips n’agues ars’una barja

denan Gisortz, o crebat un estanc,

si qu’a Roam entres per forza el parc,

que l’assetges pel puoi e per la comba,

qu’om no·n pogues traire breu ses colom,

adoncs sai ieu qu’el volgra far parer

Charle, que fo dels mielhs de sos parens,

per cui fo Polha e Sansonha conquesta.

Anc naus en mar, quan a perdut sa barja

et a mal temps e vai urtar al ranc

e cor plus fort qu’una saieta d’arc

e leva en aut e puois aval jos tomba,

no trais anc pieis, e dirai vos be com,

qu’ieu fatz per lieis que no·m vol retener,

que no·m mante jorn, terme, ni convens,

per que mos jois, qu’era floritz, bissesta.

Vai, Papiols, ades tost e correns,

a Trainac sias anz de la festa;

di·m a·N Rotgier et a totz sos parens

qu’ieu no trop mais “omba” ni “om” ni “esta”.

TRADUZIONE

“Non posso astenermi dal propagare un canto

poiché “Sì-e-No” ha dato fuoco e sparso sangue,

perché la guerra rende generoso il signore meschino,

perciò mi piace molto vedere il fasto dei re,

che abbiano bisogno di palizzate, corde e pomi

e che siano montate esternamente tende per riposare

e che ci incontriamo (urtiamo) a migliaia e a centinaia

cosicché dopo di noi si parli di gesta.

La guerra porta vergogna e spoglia dal merito

colui che non è considerato audace,

perciò non credo che “Sì-e-No” abbandoni Caors né Carjac,

giacché tanto sa fare le capriole (tanto ha ardore in guerra dunque).

Se il re gli dà il tesoro di Chinon

ha volontà di (far) guerra, e ne avrà poi il potere.

Tanto gli piacciono gli affanni e i dispendi

che rovina gli amici (alleati) e i nemici.

Poiché ho ricevuto colpi sul mio scudo

e rendo vermiglio il mio gonfalone bianco,

però lo sopporto e me ne astengo

perché so che “Sì-e-No” mi falsifica un dado.

Ma non posseggo affatto Lusignan né Rancon,

tanto da poter guerreggiare lontano senza denaro;

ma posso aiutare con parole sperimentate,

lo scudo al collo e il cappello (l’elmo?) sulla testa.

Se il re Filippo avesse incendiato una barca o turbato

uno stagno di modo da invadere per (con la) forza il parco di Roan

e il sito dal monte e dalla valle per (di) fortuna/caso

che non si potrebbe inviare messaggio senza colombo

dunque io so bene che lo vorrei far apparire

come Carlo (Magno), che fu il migliore dei suoi genitori (della sua stirpe)

per cui (per il suo essere migliore) furono conquistate Puglia e Sassonia.

La nave nel mare, quando ha perso la sua lancia

e con il maltempo va a urtare contro lo scoglio

e corre più velocemente che una saetta dall’arco

e si solleva in alto e poi giù in basso affonda,

mai soffrì tanto, e vi dirò bene come,

quanto io faccio per lei che non mi vuole mantenermi,

che non mi guarda mai [termine né promessa??]

per cui la mia gioia, che era fiorita, diventa nefasta

Vai, Papiol, adesso rapido e veloce,

fa in modo di trovarti a Trainac prima della festa

e dì per me al signor Ruggero e a tutti i suoi parenti

che io non trovo più “omba” né “om” né “esta”.

Martin de Riquer riporta per questo testo anche una breve introduzione e la razo del componimento, che vediamo di seguito:

Su 80, 29 – Da Martin de Riquer, Los Trovadores, II (pp. 727-730)

[Trad.] Poesia scritta in occasione della guerra tra Riccardo Cuor di Leone e Filippo Augusto di Francia (maggio-giugno 1188). Ha le caratteristiche di un sirventes-canso perché la quinta strofa è di argomento amoroso. Bertran de Born segue qui la struttura strofica e le rime peculiari della canzone di Arnaut Daniel Si·m fos Amors, con sei strofe e una tornada; però il nostro trovatore, che ha ripreso di pari passo la forma, ne compone solo cinque e con ironia si giustifica, nella seconda tornada, affermando di essere incapace di trovare ancora rimanti con le terminazioni rare -omba, -om ed -esta. Dante Alighieri, in De vulgari eloquentia, II, II, cita questo sirventese quando menziona Bertran de Born tra i poeti famosi per aver cantato le armi.

RAZO del componimento (da Boutière-Schultz)

“Anc mais per ren qu’En Bertrans de Born disses en coblas ni en serventes al rei Felip ni per recordamen de tort ni d’aunimen que·ill fos faitz, no volc guerrejar lo rei Richart; mas En Richartz si sailli a la guerra, quant vit la frevoleza del rei Felip, e raubet e preset e ars castels e borcs e villas, et aucis homes e pres; don tuich li baron a  cui desplasia la patz foron molt alegre, e·N Bertrans de Born plus que tuich, per so que plus volia guerra que autr’om e car crezia que per lo seu dire lo reis Richartz agues comensada la guerra, ab lo qual el s’apellava “Oc-e-No”, si come auziretz el sirventes qu’el fetz si tost com el auzi qu’En Richartz era saillitz a la guerra; et el fetz aquest sirventes que comenssa: “Non puosc mudar un chantar non esparga”.

[trad. “Per quanto Bertran de Born diceva nelle strofe e nei sirventesi al re Filippo e per quanto gli ricordasse le ingiustizie e i disonori di cui era stato oggetto, mai (il re Filippo) aveva mosso guerra al re Riccardo; però Riccardo intraprese la guerra quando vide la debolezza del re Filippo, e saccheggiò, prese e incendiò castelli, borghi e ville, e uccise e imprigionò uomini; per queste ragioni a tutti i baroni a cui dispiaceva la pace erano molto allegri, e Bertran de Born più di tutti, perché era quello che chiedeva la guerra più degli altri e perché credeva che a causa delle sue parole il re Riccardo avesse intrapreso la guerra, con le quali egli si chiamava (veniva chiamato) “Sì-e-No”, così come sentì nel sirventese che fece non appena sentì che Riccardo aveva intrapreso la guerra; e fece questo sirventese che comincia “Non puosc…”]

Di seguito ancora il passo del De vulgari eloquentia in cui Dante cita sirventese-contrafactum di Bertran de Born appena proposto:

Dante Alighieri, De vulgari eloquentia, II, II, 7-9:

“[…] hec tria, salus videlicet, venus et virtus, apparent esse illa magnalia que sint maxime pertractanda, hoc est ea que maxime sunt ad ista, ut armorum probitas, amoris accensio et directio voluntatis. Circa que sola, si bene recolimus, illustres viros invenimus vulgariter poetasse, scilicet Bertramum de Bornio arma, Arnaldum Danielem amorem, Gerardum de Bornello rectitudinem; Cynum Pistoriensem amorem, amicum eius rectitudinem. Bertramus etenim ait “Non posc mudar c’un cantar non exparia”; Arnaldus: “L’aura amara/ fa l bruol brancuz/ clarzir”; Gerardus: “Per solaz reveilar/ che s’es trop endormiz”; Cynus: “Digno sono eo di morte”; amicus eius: “Doglia mi reca ne lo core ardire” […]” [E questi tre, cioè salute, amore e virtù, sembrano essere quei grandi argomenti di cui si deve massimamente trattare, cioè quelle che cose che più si avvicinano a esse, come la prodezza delle armi, la passione amorosa e la retta volontà. E solo di questi argomenti, se ben ricordiamo, troviamo che gli uomini illustri abbiano poetato, cioè Bertran de Born circa le armi, Arnaut Daniel sull’amore, Giraut de Bornelh sulla rettitudine; Cino pistoiense sull’amore, il suo amico riguardo la rettitudine. E infatti Bertran compose “Non posc mudar…”; Arnaut “L’aura amara…”; Giraut: “Per solaz reveilar…”; Cino: “Digno son eo…”; il suo amico “Doglia mi reca…”].

80,24a

Mal o fai domna cant d’amar s’atarja.
Mentr’es joves a.l color fresc e blanc
E las tetinas duras ses tot embarc,
E.l ventr’es planz senz ruas e senz comba
E.l conz es gros e.il pelet estan som!
A las ancas planas per meils jazer
E.ls petz petitz e.ls oils clars e rizens
E.l cors fresqet e.l pel saur en la testa.

Pois s’en repen cant il ha la pel larja
Qe li ruon li costat e li flanc,
Et a los oils plus vermeils d’un rainart
E.l cap canut e pansa con retomba,
Et a perdut tot son prez e son nom.
Adoncas vol zo qe nom pot aver —
Mas mentr’en leis es beutatz e jovenz,
Qi la enqier no s’o ten ges a festa.

Da “L’amour et la guerre – L’oeuvre de Bertran de Born” di G. Gouiran, 1985 (tomo II, pp. 839-844) – Premessa al testo

“Ces deux trophes se trouvent au debut de la page 448 du manuscrit Campori sous le nom d’En Bertran de Born, la page précédente étant entièrement consacrée au sirventes “Non puesc mudar mon cantar non esparja” dont ces deux coblas suivent rigoureusement la métrique et les rimes. Stimming […] pense que le grand nombre des fautes de métrique comme de style et l’inspiration d’un réalisme cru ne permittent pas d’attribuer ces deux coblas à Bertran de Born. Je crois qu’il s’agit d’un texte, sans prétention littéraire, composé sur une mélodie connue et qui a été placé après la pièce qu’il imitait; le copiste lui aura attribué le même auteur qu’à l’original. Même si le thème traité a été abordé par Conon de Béthune, avec beaucoup plus de légèreté et d’esprit au demeurant, je ne crois pas qu’on puisse attribuer ces deux coblas à notre troubadour” [Queste due strofe si trovano all’inizio della pagina 448 del manoscritto Campori sotto il nome di Bertran de Born, essendo la pagina precedente completamente occupata dal sirventese “Non puesc mudar…” di cui queste due coblas seguono rigorosamente la metrica e le rime. Stimming pensa che il gran numero di questi fatti di metrica e di stile e l’inspirazione realistica particolarmente cruda non permettono di attribuire queste due coblas a Bertran de Born. Io credo che si tratti di un testo, senza pretese letterarie, composto su una melodia conosciuta ed è stato perciò posto di seguito al pezzo che imita; il copista lo avrà attribuito allo stesso autore dell’originale. Essendo stato trattato lo stesso tema da Conon de Bethune, con molta più leggerezza e spirito a dire il vero, io non credo che si possano attribuire queste due coblas al nostro trovatore].

457,10 – componimento di una sola cobla

De vos me sui partitz; mals focs vos arga;

c’autra n’am mais que vos non amiei anc,

e ges non es loinc de mi un trat d’arc

e val d’aitals una gran plena comba.

cil lauzenzier non sabon ges son nom;

per qe neguns no m’en pot dan tener;

e ja per vos non sarai mais soffrens,

ans vos prezai ben d’aiqels de la festa.

133, 2 (testo da Rialto, basato sull’edizione Lachin, 2004)

Era no vei puoi ni comba

on foilla ni flors paresca,

mas la blancha neu que tresca

mesclad’ab vent et ab ploia,

per qu’ieu ai talan que fassa

saber lai en terra grega

tal vers que ma domn’entenda,

don vuoill ma razon soissebre.

Plus es ses fel que colomba

ma dompna e vermeilla e fresca

per que·l cors me sauta e·m tresca,

car sa valors creis e poia:

mas mon cor trob fol car cassa

so qu’ieu no cre que cossega,

pero neuns non entenda

qu’eu l’am mais per joi recebre:

c’us rics savais que trastomba

Finamor e l’entrebesca

se met ab dompnas en tresca

et a la persona voia

de valor e de ben lassa

e tenc domna trop per pega

que sofre qu’en lieis entenda,

ni camja pin per genebre.

C’atressi cum la retomba

fraing leu e fai mainta lesca

fraing Amors qand ab lieis tresca

cel qu’ab sa ricor la loia,

qu’el vai dizen: “Tals m’abrassa

qu’es pres de mi una lega”,

tant tro que·l maritz l’entenda;

gardatz si·l deu saber pebre!

Si co·l pescaire que plomba

en la mar e pren ab l’esca

lo peisson que sauta e tresca,

atressi·m ten pres en boia

Finamors e no·m deslassa:

doncs, pois ill vol q’ieu la sega

e q’en tan ric luoc m’entenda,

pot me ric far o decebre.

Soven chai e leva e tomba

cel cui Finamors envesca

q’inz el cor me sauta e·m tresca,

mas jes maltraitz no m’enoia,

qe·l cor la bocha menassa

car so q’ieu plus desir nega,

doncs s’ill platz mos huoills entenda

madomna, e pot s’apercebre.

Vers, tost e corren t’en passa

tot dreich lai en terra grega:

ma domna, s’ilh platz, t’entenda,

q’autra res no·m pot erebre.

Lo marques de Massa cassa

bon pretz on qe lo cossega,

e totz lo mons vuelh qu’entenda

que sa valors sembla pebre.

ESTANC – SCHEDA DEL TERMINE

“[…] E si be·m fas lonc esper no m’embarga

qu’en tan ric loc me sui mes e m’estanc

don si belh dig mi tenon de joi larc […]”

Prendiamo a titolo d’esempio i vv. 9-11 di Si·m fos Amors de joi donar tan larga [in traduzione: e se faccio una lunga attesa non mi dispiace (forse più letterale, in ogni caso vicina, rispetto alla traduzione proposta da Eusebi, “mi importa”; embargar, denominale da embarc, significa infatti ostacolare, imbarazzare, impedire – da Raynouard)/ poiché mi son messo e resto in un così ricco luogo/ in cui le sue belle parole mi rendono pieno (cioè prodigo, tanta ne ho) di gioia] per passare a esaminare il verbo estancar, denominale da estanc.

Da Raynouard:

ESTANCAR o ESTANQUAR, verbo (denominale da estanc): stancare, il cui etimo è forse *STANTICARE.

Tra i significati:

1) Arreter, contenir, calmer – fermare, contenere, calmare

Esempi:

Tro que foron lay on estet

l’enfant, et aqui s’estanquet” (dal volgarizzamento di un Vangelo apocrifo)

Fig. “Perqu’el desirs amoros no s’estanca” (H. Brunet, Cortezamen)

2) Rassasier – saziare, appagare

Esempi:

(Participio passato) “Tro qu’el critz es totz estancatz” (dal Roman de Jaufre)

Il Supplement wortherbuch di Levy propone, come ulteriori significati per estancar: frenare, arrestare, ritardare, rallentare, fermare e fermarsi, fare stagno, chiudere, serrare, trattenere, tenere a mente, mantenere calmo, conservare.

1) ESTANC (ma anche ESTAYNCH, ESTANH, STANC) è sostantivo maschile, dal latino stagnum, per cui è stagno, lago

Esempi:

M’estai miels qu’als gras peys en l’estanc” (Johan Esteve, Aissi cum)

Si’l reis Felips n’agues ars una barja

denan Gisorc, o crebat un estanc” (Bertran de Born, Non puosc mudar)

FIG. “Amors es de pretz la claus

e de proeza us estancx” (Arnaut Daniel, En breu brizara·l temps braus)

ALTRI ESITI ROMANZI (sempre da Raynouard): CAT. Estany; ANC. ESP. Estanco; ESP MOD. Estanque; PORT. Tanque; IT. Stagno.

2) ESTANC, aggettivo: stabile, solido

Esempi:

Aissi·m te amors franc

qu’alor mon cor no·s vire

ans l’ai ferm et estanc” (Raimond de Miraval “Aissi·m te amors“)

Dal Supplement worterbuch di Levy:

Per estanc, tra significati ed esempi ulteriori, cita anche “droit exclusif qu’un seigneur avait de vendre du vin aux habitants de sa seigneurie pendant una certaine epoque de l’annee; taxe qu’il percevait pour l’abandon de ce droit” [diritto esclusivo che un signore aveva di vendere vino agli abitanti della sua signoria durante un certo periodo dell’anno; tassa che egli percepiva per la cessione di tale diritto] (citando a sua volta da Godefroy, in cui estanc come aggettivo vuol dire invece desseché, sec, épuisé, las, vaincu, cioè inaridito, secco, esaurito, spossato, vinto).

Vediamo ora gli etimi latini, in latino classico:

Da IL – Castiglioni Mariotti

Stagno, as, avi, atum, are → stagnare, essere stagnante; di luoghi, essere inondato, sommerso; allagare, inondare, sommergere; rendere stagnante.

Stagnum, i → acqua stagnante, stagno, pantano, lago; poet. acqua, mare; stagno artificiale, bacino.

E latino tardo:

Dal Glossarium mediae et infimae latinitatis di Du Cange

Stagnare: stagno seu stanno obducere; oppure sanguinem sistere, ne fluat.

Stagnum:

mare;

stagnum pro stannum,cioè stagnum, lacus, qui non effluit, vel genus metalli; stagnum, Isidoro dicitur, quod metallum secernit;

– dalla Charta Joannis Abbatis S. Bertini: “Dicimus quod fossatum semper remaneat fossatum, nec Stagna ibi possint figi, nisi partes consentiant, ut dicta Stagna remaneant ibidem“;

sedes, sedile (pro Scamnum);

Stagnum hic idem quod Bannum vini, jus scilicet quod domino feudi competit vinum suum certo dierum spatio vendendi, aliis a vin proprii venditione cessantibus (la stessa definizione, sopra riportata, ripresa anche da Godefroy).

Passiamo dunque agli esiti galloromanzi di stagnum e stagnare, così come li elenca il Wartburg:

– Stagnum porta, come già visto, al provenzale estanh, estaynch, estaing; medio francese stagneux (agg.); francese moderno stagnal (agg.cioè provenant des eaux des etangs et des lacs oppure qui vit dans les marais), stagnicole; italiano stagno;

– Stagnare ha come esiti estagnà, étancher (riflessivo, s’imbiber, se souler); antico francese staigner (cioè deborder en formant un etang); medio francese restaigner (cioè croupir, etre stagnant des sentiments o des humeurs du corps), stagnant (cioè qui ne coule pas; qui ne circule pas et s’accumule dans quelque partie du corps; inactif, qui ne fait aucun progres); francese moderno stagner (non colare; non muoversi; essere stagnanti sulla via spirituale), dall’ablativo stagnation (cioè inertie, suspension d’activité; oppure stagnare del sangue e degli altri umori corporali).

Per l’antico francese, il Godefroy riporta, tra i significati, per estanchier [che varia con estenchier, esthanchier, estancier, -sier, -quier, -kier, -cquier, -cher, estauncher, estainchier, estaingchier, atanchier, atainchier, stanchier, stainchier]: fermare, arrestare (anche in senso riflessivo); opporre, ostacolare, prevenire; far cessare, terminare; disseccare; stancare una persona, seccare o asciugare le sue lacrime; arrestarsi per la stanchezza, abbattersi, faticare. In conclusione, l’Autore propone la seguente nota: “la langue moderne a gardé le verbe etancher dans le sense d’etoupper, de boucher les petites ouvertures d’un vaisseau, d’arreter l’ecoulement d’une chose liquide qui s’enfuit par quelque ouverture; etancher un batardeau, une cuve, etancher le sang. C’est pas extension, et toujours dans le sens d’arreter, qu’on dit etancher la soif.” [La lingua moderna ha conservato il verbo nel senso di “bloccare, ostruire le piccole aperture di un vascello o vaso, di arrestare lo scorrere di un liquido attraverso un’apertura; ostruire una diga provvisoria, una tinozza; arrestare il (flusso di) sangue. Per estensione, e sempre nel senso di arrestare, si dice bloccare la sete]. Per stagne [o stainche, estainge, tanche] abbiamo: etang (stagno), noms de lieux anciens (antico toponimo).

Concludiamo infine con la rassegna dei significati degli esiti italiani, attraverso il  Grande dizionario della lingua italiana di Battaglia e ulteriori dati etimologici, sempre per l’italiano, dal dizionario Cortellazzo-Zolli.

Sul Battaglia abbiamo, per stagnare:

–        Fermarsi o esser fermo in una conca, bassura o ansa, formando una pozza, uno stagno o un acquitrino; impaludarsi;

–        Per estensione: cessare di scorrere, p. es di fuoriuscire da una ferita;

–        Essere a stento trattenuto, detto p. es anche delle lacrime dalle ciglia;

–        Bloccarsi, interrompersi;

–        Cessare di fuoriuscire da un recipiente;

–        Esser sospeso nell’aria o in un ambiente;

–        Permanere (detto p. es di un insieme di suoni); avere andamento lento e monotono; restare non pronunciato;

–        Restare inerte o fermo nel luogo in cui ci si trova; rimanere fisso (p. es dello sguardo); restare a lungo inevaso (p. es di pratica); consolidarsi;

–        FIG. Persistere in una persona o nell’animo, nella mente; mantenersi lungamente (di pensiero, atteggiamento, sentimento); restare impresso (p. es nei tratti del volto); acquietarsi;

–        Trascorrere con monotonia, senza novità o entusiasmi;

–        Mantenersi in una condizione di immobilità, senza prospettiva di sviluppo;

–        ECON. Non presentare segnali o tendenze di sviluppo, incremento o innovazione; essere sottratto alla circolazione del mercato; giacere invenduto; mantenere invariato, senza incremento;

–        Consolare, confortare qualcuno; sedare l’irrequietezza;

–        Contraddire.

Mentre, per stagno (it. antico staino):

–        Raccolta di acqua stagnante dolce o salmastra, per lo più estesa e poco profonda, il cui fondo si presenta spesso melmoso e ricoperto di vegetazione palustre; trae origine da precipitazioni, invasione di acque marine, dall’impaludamento di fiumi in anse o dall’emergere di una falda acquifera in aree depresse di terreni alluvionali, oppure può costituire la fase di estinzione e prosciugamento di un lago o essere formata da cavi artificiali;

–        Per estensione: mare chiuso;

–        In ambito letterario, metaforicamente inteso come cielo sereno, immobile;

–        FIG. Inerzia, indifferenza, apatia morale o intellettuale; monotonia delle abitudini di vita;

–        Ambiente o attività angustamente immobilistica, incapace di sviluppi originali o impulsi vitali;

–        Tranquillità interiore;

–        Profusione, abbondanza di sentimento;

–        LOCUZIONE: fare stagno, formare paludi o acquitrini, rallentando o fermando il proprio corso;

Infine, per stancare:

–                    Logorare fisicamente, affaticare, fiaccare, sottoporre a sforzo gravoso;

–                    Mettere duramente alla prova una persona, il suo impegno, la sua costanza, le sue capacità, le sue facoltà mentali, farne venir meno la pazienza o la resistenza;

–                    Consultare ripetutamente un testo, sfruttare fino in fondo le possibilità espressive offerte da un argomento;

–                    Annoiare, infastidire;

–                    Sfruttare eccessivamente un terreno impoverendolo di sostanze nutritive;

–                    Protrarre indefinitamente una trattativa, rallentarla con pretesti;

–                    in senso riflessivo, perdere energie fisiche e mentali, affaticarsi; impegnarsi strenuamente per il conseguimento di un obiettivo;

–                    Desistere da un’impresa, iniziativa o azione, esserne stufo;

–                    Venir meno, esaurirsi;

–                    Essere manchevole, venire meno ai propri fini;

–                    Diminuire progressivamente di intensità fino a cessare.

Ma stancare è anche – in italiano antico – stagnare un’imbarcazione.

Dal Dizionario etimologico italiano Cortellazzo – Zolli:

Stagno: piccola distesa d’acqua poco profonda sulla quale affiorano piante palustri (estagno, sec XIII, compasso da navigare). Derivati: stagnante, participio presente e aggettivo, ‘che stagna, si ferma’; stagnare, verbo transitivo, ‘far cessare il flusso di un liquido’, intransitivo ‘cessar di fluire’, ‘fermarsi, formando uno stagno, detto di acqua’, ‘ridursi notevolmente d’intensità, detto specialmente di attività economica’ – dal lat. STAGNU(M), di origine incerta, col derivato STAGNARE ‘ristagnare, impaludarsi; far rimaner fermo, stagnante’.

Stanco: aggettivo. Derivati: stanca ‘fase della piena di un fiume in cui le acque cessano di crescere’; stancabile ‘che si stanca facilmente’; stancare ‘rendere stanco, fisicamente o psichicamente; far venir meno l’impegno; annoiare, tediare, infastidire’; stanchezza ‘condizione di stanco’ – Per l’etimo si pensa a una sovrapposizione di stanco a manco, ma è ipotesi che lascia perplessi. Si ha uno studio di G. Alessio in proposito (riportato anche nel dizionario etimologico Battisti-Alessio): “stanco premette un latino volgare *stancus, panromanzo, che non può esser inteso come vecchio francesismo (estanc) per via del rumeno sting. L’etimologia di *stancus è molto incerta; potrebbe darsi che sia un incrocio di stracco con manco (detto del braccio e della mano sinistra perché il sinistro è più debole del destro). La supposizione che stanco sia un aggettivo verbale di stancare e questo da *exstagnicare, intorpidirsi, è precaria”.

Dal Breve diccionario etimologico de la lengua castellana di Corominas:

Estañ deriva dal lat. stagnum, con ulteriore derivato estañar.

Estancar: voce della fine del sec. XIII, parte di un’ampia famiglia di vocaboli diffusa in tutti i paesi romanzi, che comprende portoghese, catalano e occitanico estancar (frenare il corso di una corrente d’acqua); francese etancher; italiano stancare; e inoltre, senza il prefisso es-, il verbo primitivo  è rappresentato dal catalano tancar (chiudere), voce del sec. XII con altri esiti nell’occitanico tancar, nel sardo tancare e nel castigliano atancar (attestato nel 1595), con gli stessi significati. L’etimologia di questo gruppo di parole, la cui idea centrale pare essere quella di “chiudere, fermare”, è incerta, probabilmente preromana, da una radice indoeuropea *TANKO, “individuare, fissare”.

Melania Gatti

grat – scheda del termine

GRAT – SCHEDA DEL TERMINE

Qu’eras sai ieu sui lieis que mos cors e mos sens

me faran far, lur grat, rica conquesta (Eusebi)

perché ora so che il mio cuore e il mio senno, mi faranno fare, a lor grado, splendida conquista.

C’aras sai ieu que mos cors e mos sens

Mi farant far, lor grat, rica conquesta (Lavaud)

C’ar à present je sais que mon coeur et mon esprit me feront faire, en suivant leur bon plaisir, una riche conqe^te.

nota. LOR GRAT: aucun Lex ne note cette locution. Cfr ab grat de, ab mon grat, estra mon grat, per mon (son) grat. Je ne puis adopter la traduction de Canello: “me feront faire d’accord une riche c.”

C’aras sai ieu que mos cors e mos sens

mi farant far, lor grat, rica conquesta (M. de Riquer)

Ya que ahora sé que mi corazòn y mi juicio me haràn hacer, a gusto de ellos, una rica conquesta.

È interessante analizzare il termine grat, contestualizzandolo da una parte nell’ambito trobadorico e studiando dall’altra il significato che ha assunto nell’italiano antico e in quello contemporaneo.

Il Supplemento al Levy  riporta le seguenti spiegazioni del termine:

grat (R. III, 501 1) “Gefallen, Beliben” (aggradare)

Oimais poirez auzir,

si eus es graz mi talens,

los noms e las razos (Tezaur 617)

Text Z. 1 cui es, vgl. Aber Bartsch, Jahrbuch 4, 235

1. ab g. de, “mit einwillgung von”

Arnaut tramet so cantar d’ongl’e d’oncle

Ab grat de lieys que de sa verj’a l’arma,

Son dezirat (Appel Chr2 26, 38)

2. ab mon g. “nach meinen Gefallen Willen”

Jaufre respon: Domna, per Crist,

Bel voria trobar enans,

Car aquest termes m’es us ans;

Tant ai de lui gran voontatat

C’ades i seria ab mon grat (Jaufre 107a,11)

3. de g., de bon g. “willig, gern” Enves totz cels c’ab vos an acordanssa e que us servon de grat e volontier, Vos non tenetz sagramen ni fianssa (Tenzone Albert de Mallasp.-R. De Vaq.)

Ieu, senher, guerrai, si Dieu platz,

E pueis farai vos de bon grat Tota la vostra volontat (Raimon Vidal) –

Weitere belege im Glossar

Elh sonet son dous e bas,

coind’e leugier e cortes,

per que de grat son apres. – Bartsch Chr.151, 25 (R. de Mir)

Et hom pessaria que fos

Us homs misericordios

Que perdonaria de grat

A tot peccador son peccat (Brev. D’am. 13177)

4. de g., de bon g. “aus freiem Antriebe, von selbst”

Que soi vengutz en cort de grat e non forsatz (Izarn 576)

La donna na Helitz… de grat e de bona voluntat e no per forssa ni per paor ni per suggestio d’alcuna persona… autorguec…que… (cart Alaman S. 74 vl. Z)

Vengro a la porta ferrencia.. que fo uberta ad els de grat (= lat ultro) (Apost. Gesch)

Ela del tost anar no fina

Vas la cambra del cavayer

C’amors desrenhi’ a sobrer

Ella lo pren, vas si lo tira…

Pueys l’a dig: Bels amicx cortes,

Ara us don aisi de bon grat

So c’avetz tostemps dezirat,

C’ amors o vol e m’o acorda. (Raimon Vidal)

5. de g. “umsonst” de grat o receubetz e de grat o donatz (lat. Gratis)

Eu darei al sedejant de la font de l’aiga de vida d egrat (=lat gratis)

6. de g., “onhe Ursache, onhe Grund”

Quar en azirament agro mi de grat (lat gratis) (Clédat)

Mes asso es per que la palaura de lor ley sie complide, or ditz: Encorrotexin me de grat. (Hidt sainte bèarn II, 86, Z. 9)

7. en grat, “nuch Wunsch”

De nulla ren mais non consira

Mais com pogues

Entre l despolhar e l vestir,

Ja mai mals no m pogr’avenir,

quar vostredig e vostre plag

M’an sabor de roza de mag (Piere Vidal)

8. en grat “umsonst”

9. estra mon g., oltra mon g. “gegen mein Gefallen, meinen Willen”

Qu’estra mon grat cuit acabar

E quier so que no vuelh trobar . (G. de Born)

Si m vol de Brunissen garar

Que de ren no m puesca forsar

Ni ritener oltra mon grat (Jaufre)

10.per mon g.

aisso tenc eu per gran error,

e per mon grat no seria (Lanf. Cigala)

Senher, mais guerriera

No us serai per mon grat (G. Riq.)

Que domna no deu esgardar

So que es laig per remirar..

Ni deu auzir per son grat re

Que no l’esteja gen e be (Sordel)

11.aver g. “dank ernten (raccogliere grazie) Beifall finden (trovare approvazione):

Chanssons, a na Maria Vai dir qu’eu chantaria,

Si m sabia aver grat. (Berng. De Palazol)

Quar fan

Vida tal que ja non auran

Grat de Deu ni del segle onor (Sordel)

Gen saup presentar e proferre, De tot quant fes saup aver grat (Flamenca) – glossar, “avoire gré, s’aittirerla reconaissance”

12.aver bon g. “wolgefalling sein” (essere di buon grado)

Que ja lunhs temps retraire

Non l’auzirai mos talans,

tant es nobla e plazens,

don non es a dire

Beutatz, honors ni joven,

Et a bon grat a dous rire

Ab faitz, ab ditz avinens (G. Riq.)

13.cazer en g. “angenehn sein, gefallen”

14.prendre de g. “freundlich aufnehmen” (accogliere benevolo?)

S’ab lor voletz parlar

Trazetz lo capayro

Qu’estiers vostra razo

No prendran ja de grat

que us auran per fat (Deux Mss. VI,171)

15.retener g.

Per c’om degra lialmen viure,aman deu, retenet del mon grat, gen regnam (Sordel)

Tan sap valer Que de totz sap retener Grat que vezon son cors gai (Paul de Mars.)

Quar selh es mortz que sabia renhar Retenet grat de Dieu e de la gen Si qu’anc ves pretz nulh temps no fes falhensa (ibid 6,20)

Ja no vuelh do ni esmeda Ni grat retener Dels ricx ab lur fals saber…, E no vuelh sia grazitz Mos sirventes entre ls flacx nualhos (Bern. De Rovenac)

16.sentir grat

Domna, per vos estauc en greu turmen / Senher, que fols faitz, qu’eu grat no us en sen (Aim. De Peg)

Qi l dones un contat, grat no li n sentiria (Sordel)

17.venir de g., venir en g. “gefallen” (piacere)

Mais am lo talan el dezir

Sofrir el greu mal

C’ai de vos, dona, en vertat,

Que so d’autras c’a drutz ven mays de grat (Bert. Carbonel)

Far devez tota via

De parlar carestia

Que mielz venont de grat

Diche que son apensat…

– E m sojorn en fin’amistat

De leis qui plus mi ven en grat (Piere Vidal).

Il concetto di essere grato, di gratitudine, è qualcosa di strettamente collegato ad un altro concetto, tipico di tutta la poetica romanza, che è il piacere, in particolare il momento di ricevere piacere, fisico o spirituale che sia. Ma a questo proposito, per comprendere al meglio il senso che Arnaut vuole dare a “grat”, è necessario soffermarsi un attimo su questo campo semantico nella lingua latina.

Grate: volentieri, con piacere (Cic: Orazio grate accepta) con riconoscenza (Cic: praeterita grate meminisse, ricordare con animo grato il passato).

Gratia: grazia, piacevolezza, compiacenza, favore, perdono, ringraziamento, gratitudine, ricompensa grazia, favore, rapp di amicizia, buona armina, autorità, potere, influenza.

Gratificor: far piacere, servizio (a uno), compiacere, essere condisciente (gratificatur mihi gestu, “con un gesto mi mostra la sua condiscendenza) sacrificare, prodigare in ricompensa (potentiae paucorum decus gratificari, “sacrificare l’onore alla potenza di pochi”, Sall.) —> gratiosus, a, um che gode favore, gradito, ben accetto, influente (apud aliquem gratiosus, Cic) 

Gratiosi, -orum =persone influenti (Cic, Val Max) disposto ad usare compiacenza,compiacente, cortese ottenuto per grazia, per favore grator, aris, atus sum, ari congratularsi, rallegrarsi (alicui gratari, Verg.; mihi grator, Ov.)

—> Gratuitis, a, um gratuito, disinteressato, sponataneo, senza ricompensa, non pagato non motivato, inutile, senza vantaggio GRATUS, A, UM: in senso ogg grato, grazioso, gradito, accetto, caro, piacevole, ben venuto, ricevuto con riconoscenza – grata loca (campi ameni, Ov.)

– Gratior… pulcro vienens in corpore virtus (il valore che è più attraente in una bella persona, Verg) ecc… in senso soggettivo: grato, riconoscente – gratus alicui (Quint), in o erga (Cic.) o adversus (Sen.) aliquem, grato verso uno; – male gratus, ingrato, Ov.;

– Grato animo, con riconoscenza

– Gratissima memoria, il ricordo riconoscentissimo, Cic.

– Grata manu, con mano riconoscente (Hor.).

L’insistenza sul tema del piacere e della piacevolezza con le sue sfaccettature positive (basti pensare al “valore” sopra citato) e negative (male gratus) dimostrano che alla base del termine c’è un concetto più ampio: qualcosa è gradita (o si è grati di qualcosa) quando questa ci viene donata dopo averla attesa, desiderata; o anche può risultarci gradita perché particolarmente dilettevole, gioiosa, graziosa.

Analizzando il termine sotto questo punto di vista, si può facilmente individuare la sua vicinanza con il vocabolo greco caris. Come risulta dai Vocabolari Etimologi, il verbo gradire deriva dall’antico grazire (prov grazir), che significa ringraziare, mettere in grazia,concedere in grazia, pregio, mediante un supposto verbo gratìre; e allo stesso modo il sostantivo grado (sp. e port. grado, prov. gratz, fr. gré) va letto nel senso di gratitudine, piacere, come nelle frasi “saper grado”, “sentir grado”, “andare a grado”, “di buon grado”, trae dal latino gràtum ciò che è grato. Ma questo termine, grado, si è perso nell’italiano attuale, con l’eccezione di alcune espressioni (citate sopra).

Il suo significato tuttavia, sopravvive ancora in grato, dal lat. gratus, parallelo a: il gr. CHAR-TÒS, piacevole, giocondo, dalla radice GHAR=HAR, che appare nel sscr. Haryami, amo, desidero, mi diletto, haryata caro e ond’anche l’umbr her, volere, il gr. Chairo mi rallegro, gioisco; chàris, charitòs, tutto ciò che eccita goia, piacere, grazia, beneficio, ricompensa, gratitudine; char-ìeis, char- ìsios grazioso; char-ìzestai far piacere; char-ìsma dono, regalo; char-ma, letizia; il got. Gair, passione, gair-na bramoso, desideroso, l’ant alto ted gergiri cupido, geri^ avidità, ge-ron (mod be-gher-en) bramare, gerno (mod gern) volentieri, il lit. gerè-tis dilettarsi, slav zel-ati (rad zel= ghelm, gher) bramare.

Letteralmente quindi, grato equivale a “piacevole, caro, accetto all’animo, che riconosce i benefizi e ne è ricordevole”. E’ poi curioso notare che alcuni derivati del nostro grado (gratificare, gratuito, gratulare –> congratulare, grazia) appartengono al medesimo campo semantico dei termini greci carità ed eucarestia. È proprio questo il punto più interessante, poiché, ciò che piace, che fa stare bene, è cosa gradita:

Χαρτός, -ή, -όν [χαίρω]

che dà gioia, dilettevole, piacevole, gradito

pl. sost. Χαρτά= gioie

avv. Χαρτώς= piacevolemente

χαίρω

1.gioire, essere felice, contento

con dativo di cosa= gioire, essere contento di qualcosa

con dativo di persona= compiacersi di qcn con pt pred dell’acc;

con accusativo dell’oggetto interno;

con aggettivo;

con preposizione; seguito da congiunzione= mostrare favore

2.restare impunito;

3.come forma di saluto: salve, buongiorno, benvenuto; per rispondere al saluto per prendere congedo salve, addio dare l’addio a qualcosa, lasciar perdere, rinunciare per esprimere non saluto ma conforto

4.felice, contento, pieno di gioia unito a un altro vervo, con negativo, impunito, impunemente in espressioni di saluto con valore desiderativo; sostantivo to kairon= gioia

5.χαρίεσις grazioso, bello, di cose gradito (dono, ricompensa). Di persona  fine,elegante, raffinato; Di cose bello,grazioso, elegante

avv. Χαριέντος con grazia o eleganza, bene; gentilmente; con buone intenzioni

χαρίζω dire o fare cosa gradita, ingraziarsi, compiacere rendersi gradito, accondiscendere compiacere, indulgere, cedere donare, concedere, offrire (in senso erot concedersi) con accusativo di persona donare, graziare; in senso negativo consegnare, poster perdonare, condonare con genitivo partitivo donare in abbondanza essere gradito o caro, piacere gradito, ben accetto di cosa, essere donato, ricevere come favore

χάρις  grazia, quindi

1. in senso oggettivo grazia, bellezza, di persona gloria, successo

2. rispetto, onore favore, beneficio lusinga, favore (in senso erot) crist. Grazia, spesso in NT (scritti paolini)

3. gratitudine, riconoscenza

4. acc χάριν come preposizione per, riguardo a.

 Tenendo presente la derivazione di grat, è ora più semplice leggere il senso in cui Arnaut utilizza il termine (reso, a mio parere molto bene da Lavaud, che usa “bon plaisir” e Riquer, “a gustos de ellos”) ma risulta anche più comprensibile l’uso che ne viene fatto nel medioevo, come si può leggere dal Du Cange.

Gratum, gratus cautio de re quadam facienda Edictum S.Ludovivi Regis Fr. Ann. 1235:

Postquam Dominus per annum terram tenuerit, recipiet homagium ab herede, tali modo quod eres de pretiis vivariorum, garennarum, nemorum, et servitiorum, debet Domino prius facere Gratum suum, vel competentem securitatem ei dare, quam infra 80 dies facere debebit. Charta Communiae Rotomag. Aqud de Lauriere: Et si (debitor) inventus fuerit in civitate Rothomag. Vel. Castro Fales, antequam Gratum suum fecerit, tamdiu tenebitur in carcere Communiae, donec redimatur de centum soldis… tum jurabit se non reversurum in dictam civitatem, vel dictum Castellum, donec fecerit Gratum Majoris et creditoris. (Vide Creantare). Vel Potius, Voluntas, placitum, ital. Grato, gall. Gré: unde gratum facere est debitum solvere, satisficere officio, velid quod aliqcui gratumest, exsequi, nostris Faire gré. Charta Phil. Aug. Ann.1207: Nos dedimus in alio loco praedicto Balduino excambium illius terrae ad Gratum suum.

1.Gratus (vide gradus)

2.Gratus, Crates. Vide grates ( =Super dictas scalas ponantur gratices, vulgari seromoni dicuntur Grati, super quas transeunt pedites). —> GRATUS, GRATUM idem quod creantum et crantum:unde nata vox nostra gré, pro assensu, voluntate, quod qui creantat, seu cavet alicui, ultro fidem praestat. – capitula caroli Calvi tit 24: Ipse autem de suo Gradu respondit, quod in illus scriptum non intraret. Ubi Sirmondus, forte de suo Grato, sua sponte, ultro. At Itali grado, pro grato, eadem notione dicunt. -Vetus charta apud Besilium pag 382: Tu quis meus es, quomodo teneas hoc ego non dedi tibi extra meo Gratu? Ratherius Veronensis de Qualitat. Conjectura: Sufficeret ei quod ipse dederat castrum, et ille remandasset ei, quod sic vellet eum tenere pro suo Gratu, sicut pro fellone. […]

—> MALO- GRATO, Gallicum Malgré, Maugré, Invitus, nolens. – Matth. Paris ann. 1245: Libertatem Ecclesiae, quam ipse numquam auxit, sed magnifici antecessoresejus Malo-grato suo stabilierunt. Id est Gallice Malgrè, lui. Idem sub ann. 1252 Malo-Grato Dei, id est Malgré Dieu, invito Deo. Le Roma de Rou MS: Guert out si le Conseil troublé, Que puis n’i out l’homme escouté Qui de faire pais ait parlé, Qui des plus riches n’ait Malgré.

Se dunque il grado (buon grado o mal grado che sia) è la reazione ad una grazia -in senso lato- a qualcosa cioè di bello, piacevole, allora si comprendono più facilmente i significati dei termini che appartengono a questo campo semantico.

Gradire

1.Accettare con intima soddisfazione, con gratitudine, con amabile condiscenza (un omaggio, un dono, un augurio, un invito). – in particolare, accettare l’invito a mangiare o bere (cfr Panciatichi, 131; Manzoni, Pr. Sp. 4; Cicognani, 9-72) – Tommaseo.. ma anche

2.Accogliere qualcuno con segni di stima, di benevolenza, di simpatia; riceverlo con piacere e con i dovuti onori (cfr Guittone, Petrarca, Sacchetti, ecc)

3.Tenere nella giusta considerazione, apprezzare, approvare, aver caro (un atto, un comportamento, un sentimento); compiacersene; godere, gustare, prendere diletto

4.Ascoltare con animo benigno (uno sfogo, una confidenza, un lamento); esaudire (una preghiera); accettare (un consiglio) – Dante, Inf 16-42; – Appagare un desiderio, un’aspirazione (cfr Cino, IV-293e Leopardi, III-1053)

5.Desiderare, vagheggiare; volere, esigere. Con riferimento a cose inanimate (Tommaseo: Una pianta gradisce tale o tale terreno,il terreno la pianta)

6.Ant. e letter. Allietare, rallegrare, dilettare qualcuno, renderlo contento e soddisfatto; appagare, favorire – anche assol. (Petrarca 178-3) – Cattivarsi di qualcuno, renderselo propizio, ottenere i favori

7.Ricompensare, rimunerare, premiare, riconoscere il merito, dimostrare riconoscenza, ringraziare.

8.Concedere graziosamente, procurare, elargire

9.Intr. Rendersi o riuscire grato a qualcuno; cercare di piacergli, di farlo contento. – Anche: compiacere, assecondare, favorire -di animali – accondiscendere, conformarsi

10. Riuscire gradito, piacevole, amabile, caro, conforme alle necessità e alle attese; andare a genio

11. Ant. Provare gioia, rallegrarsi, compiacersi. – anche con la particella pronominale

12. Sostant. Piacere, gioia, soddisfazione.- anche: gradimento (cfr Chiaro Davanzati III-28)

13. Locuz. – A gradire: con grande soddisfazione, con pieno gradimento – Essere da gradire – Farsi gradire – Gradire di più (preferire) – Non gradire, gradire poco

Gradito

1.Venerato, onorato; come appellativo di rispetto o tenerezza; accolto con segni di benevolenza e di stima

2.che è fonte di intimo godimento e di viva compiacenza, che riempe di gioia l’animo (un sentimento che per le sue virtù, i suoi atti, il suo contegno, merita e ottiene simpatia e stima; degno di alta considerazione, caro, diletto, amato – anche amabile, cortese, premuroso, gentile (cfr Dante, Purg., un pensiero)

3.atto a procurare diletto ai sensi, gioia e sollievo allo spirito; destinato ad appagare il gusto, i desideri e le speranze; altamente apprezzato per ciò che rappresenta o ricorda, per i sacrifici che costa; delizioso, attraente che trascorre in una piacevole atmosfera di benessere materiale e spirituale, di serenità, di amabile spensieratezza

4.accogliente, confortevole, invitante, tranquillo (una dimora); dilettevole per l’aspetto ridente, ameno, pittoresco (un luogo)

5.dilettevole alla vista,leggiadro piacevole (una persona) – dilettevole al gusto – dilettevole all’udito -dilettevole all’odorato -caro, congeniale, inseparabile

6. Ant. Valente, abile, esperto – anche con metonimia

7.Locuz. Rendere o tenere qualcosa gradito (Battaglia).

Luisa Guida

Scheda del termine VESTA

VESTA

(Fulvio De Santis)

 

Ai versi 15 e 16 della II cobla di Si.m fos Amors (edizione Eusebi) si legge

tan li serai sers e obediens

tro de s’amor, si.l platz, baizan me vesta.

[…sarò suo servitore obbediente finchè, se a lei piace, m’investa del suo amore baciandomi. (traduzione Eusebi)].

 

Dall’apparato critico della stessa edizione Eusebi si evince che la variante me vesta, tradotta con il verbo m’investa, risulta decisamente minoritaria rispetto a menuesta, riportata dai manoscritti A, B, I, K, N2, S, Uc.

 

Il termine vesta proviene dal latino VESTIO, IS, IVI (II), ITUM, VESTIRE, verbo denominale da VESTIS, IS. I campi semantici principali, in latino, fanno capo ai concetti di vestire, rivestire, ricoprire e ornare. Interessante, in particolare, quest’ultima accezione, riferita all’oratoria: vestire atque ornare oratione [rivestire degli ornamenti dello stile] (dal vocabolario Castiglioni-Mariotti).

 

I lemmi derivati presentano in provenzale una semantica piuttosto articolata, che fa riferimento a due sfere prioritarie e naturalmente collegate:

a)      ambito della vestizione (in senso concreto, riferito all’abbigliarsi);

b)      ambito dell’investitura.

 

Raynouard – Lexique Roman

 

I principali lemmi e ambiti semantici proposti da questo lessico sono i seguenti.

 

1.      Vestir/investir: dal latino VESTIR(E), con apocope della E finale.

In particolare, vestir: habiller; investir: donner l’investitur.

2.      Vestimen/vestiment: dal latino VESTIMENT(UM), da cui anche il lemma italiano vestimento.

3.      Vestitura:  Sia nel senso di veste (vetement, in fr.) che di investitura. Gli corrisponde il termine italiano vestitura. Analoga doppia semantica per vestizo/vestizon.

4.      Envestir: dal verbo latino INVESTIR(E). Corrisponde al verbo italiano investire. Il Raynouard riporta come esempio per questo verbo i versi di Si.m fos Amors, , accogliendo la lezione maggioritaria dei manoscritti (menuesta):

tan li serai sers et obedienz

tro de l’amor, s’ill platz, baizan, m’envesta

[trad.: tant je lui serai serf fidèle et obéissant jusqu’a

ce que de l’amour, s’il lui plait, en baisant elle m’envestisse].

 

 

Domino DU CANGE  – Glossarium mediae et infimae latinitatis

 

Vestir: con la doppia accezione di donare l’investitura/mettere in possesso, e quella di ornare, decorare.

Il verbo latino VESTIRE viene definito come “possessionem conferre rei alicuius.”

Vestison: investitura.

Vesture:dare  l’investitura

 

 

Gli ambiti semantici enucleati da Raynouard e DU CANGE si ritrovano anche in italiano. Nel dizionario di S. Battaglia si riscontrano tuttavia alcune accezioni non registrate nel Lexique Roman. Si nota in particolare un arricchimento semantico in senso trascendente/spirituale

 

S. Battaglia – Grande dizionario della lingua italiana

 

  1. Coprire una persona con abiti, abbigliare.
  2. Fornire di abito, anche nel senso di abito idoneo.
  3. Prendere (o far prendere) l’abito sacerdotale.
  4. Indossare armi; raggiungere l’età per combattere; armarsi di difese spirituali.
  5. Assumere abito intellettuale/forma mentale; meritare un titolo; investire di un dono spirituale.

Esempi: Dante, Par. XV, 54: “…mercè di colei / ch’a l’alto volo ti vestì le piume”. Bibbia volgare: “Vestirò li suoi sacerdoti di salute”.

  1. Dare corpo a un essere umano con la procreazione o con un intervento miracoloso. Anche con riferimento all’incarnazione di Cristo per opera dello Spirito Santo.

Esempio: Dante, Inf. 33, 62: “…Padre, assai ci fia men doglia / se tu mangi di noi: tu ne vestisti / queste misere carni, e tu le spoglia”. Il verbo vestire, qui e altrove nella Commedia, è usato metaforicamente per indicare il corpo, inteso appunto appunto come veste. Si veda ad esempio anche Inf. XIII, 103: “Come l’altre verrem per nostre spoglie, / ma non però qualcuna sen rivesta, / ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie” (riferito ai suicidi).

  1. Investire di autorità.
  2. Ricoprire, rinforzare.
  3. Ornare.
  4. Pervadere un luogo (di luce/oscurità).
  5. Ammantare/arricchire una realtà, per farla apparire migliore.

 

I termini vestitura e vestizione presentano una articolazione semantica coerente con quella del verbo. Si notino, in particolare per vestizione, nome d’azione da vestire, latino tardo vestitio, onis, le seguenti accezioni:

1. Cerimonia liturgica solenne in cui si indossa per la prima volta l’abito religioso o quello di carica ecclesiastica superiore.

2. Cerimonia di investitura cavalleresca.

 

Per quanto riguarda l’attributo vestito, sono interessanti le accezioni:

1. pervaso, illuminato. Si veda ad esempio Dante, Inf., I, 17: “…e vidi le sue spalle / vestite già de’ raggi del pianeta / che mena dritto altrui per ogne calle”. Chiavacci-Leonardi segnala in questi versi la  ripresa di una metafora virgiliana, da Aen. VI, 640: “Qui il cielo più ampio riveste (vestir) i campi di luce / purpurea”. La luce è qui una risposta allo sguardo che si è levato verso l’alto, e quindi un segno che le cose volgeranno al meglio.

2. rivestito in senso letterario, musicato.

 

Schede dei termini PLOMBA e PLOM

 

«Si’m fos Amors de joi donar tan larga

cum ieu sui lieis d’aver ferm cor e franc,

ja de mos jorns no’m calgra far embarc,

qu’ieu am tan aut qu’espers me pueg e’m plomba (…)»

 

Nella I cobla di Si’m fos Amors, al quarto verso, troviamo la terza persona del verbo “plombare”, plomba, tradotto da Eusebi rinsalda, per specificare propriamente come la speranza di Arnaut per il suo amare “tan aut”, oltre a sollevarlo, innalzarlo, e quindi avvicinarlo maggiormente alla donna amata, lo rinforzi e lo saldi, per renderlo così meno fragile.

Plombare deriva dal latino plumbare: “impiombare, saldare con il piombo”.

La definizione che il Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia da di piombare, (oltre a quelle più comunemente usate soprattutto in un linguaggio non poetico di: “cadere dall’alto verticalmente a perpendicolo, con violenza, pesantemente e per lo più all’improvviso per effetto di circostanze naturali o in conseguenza di un atto volontario; abbattersi; schiantarsi”), è:

“ricoprire con uno strato protettivo di piombo; impiombare”.

Anche la definizione di Tommaseo è simile a quella di Battaglia:

“applicare uno strato di piombo, come preservativo, sul ferro od altro che facilmente si guasti all’aria”.

Se si cerca plombar sul Dictionnaire de la langue des trubadours di Raynourd, il significato è proprio plomber, garnir de plomb, cioè “piombare o guarnire di piombo”.

Riporto gli esempi:

«Elh daurara so que mantha gens plomba » da Guillame de Durfort: Quar say.

“Il dorera ce que mainte gent plombe”.

In senso figurato:

«En oc e No conois qu’un datz mi plomba»  da Bertrand de Born: Non estarai.

“Je connais que le seigneur Oui et Non me plombe un dé”

Per estensione la definizione è: “tuffarsi, afferrare, gettare il piombo”.

« Quo’l pescaire que plomba

en la mar, e pren ab l’esca

lo peisson que santa»  da E. Cairels : Era non vey.

“Comme le pêcheur qui jette plombe en la mer, et prend avec l’appât le poisson qui saute”.

Dal Dictionnaire di G. Godefroy:

Plomber, v. a. : garnir de plomb; vernisser avec du plomb ou une substance qui en tient lieu; revêtir de plomb en feuille; Fig. et par extens: rendre de la couleur du plomb ; ternir ; comme on dit aujourd’hui fieffé.

 

«E si be’m fas lonc esper no m’embarga

qu’en tan ric loc me sui mes e m’estanc

don si belh dig mi tenon de joi larc;

e segrai tan qu’om me port a la tomba,

qu’ieu no sui ges selh que lais aur per plom (…)»

 

Nella II cobla della stessa canzone troviamo al quinto verso, invece, il sostantivo plom, situato in contrapposizione ad aur, l’oro, preziosissimo metallo.

Arnaut di certo non «lais aur per plom», proprio perché una cosa di valore non verrebbe mai sostituita con qualcosa di inferiore.

Plom deriva dal latino plumbum: “piombo, palla di piombo, tubo, conduttura di piombo”.

In senso figurato si intende “grave, pesante, ottuso, insensibile, stupido, di cattiva qualità (senza valore)”.

Il piombo è un elemento chimico, un metallo tenero, pesante, malleabile e facile da lavorare. Può anche esprimere a volte idee di lentezza e pesantezza (anche in senso figurato).

Nel Grande dizionario di Battaglia la definizione che viene data di piombo (che spiega il senso che ne vuole dare Arnaut nella sua poesia) è:

“In contrapposizione a oro, per indicare persona o cosa di scarso valore, di cattiva qualità, oppure materia o argomentazione che non si presta a un’elaborazione letteraria, artistica o, anche, persona disonesta”.

Ad esempio Francesco da Barberino, nella sua opera Documenti d’amore, al verso 237, scrive: «Mangia pan d’oro e lor (ai parenti) dà piombo a bere»;  cfr. Bembo, 9-2-158: «Potete meglio spendere oro che non posso io piombo o più vile cosa».

Nel Dictionnaire di Raynourd plom = piombo.

« Ilh son pus pezan que plom » da Pierre de la Mula : De joglar

“Ils sont plus pesants que plomb”.

« Ai lo plom e l’estanh recrezut,

    e per fin aur mon argent cambiat»  da G. Adhemar: Non pot esser

“J’ai le plomb et l’étain dédaigné, et pour fin or mon argent changé”.

In senso locativo:

«Tot o mena a plom et a livell eta drecha linha»  da V. et Vert, fol.59.

“Il le mène tout à plomb et à niveau et à droite ligne”

In senso figurato:

« Non avia cor de plom,

     Sec e malvat, mas fiebo»  da R. Vidal de Bezaudun: En aquel.

“N’avait point cœur de plomb, sec et méchant, mais fidèle et bon”

Dal Dictionnaire di G. Godefroy:

Plomb, s. m.: métal d’un blanc bleuâtre, mou et pesant; A plomb, loc. adv., perpendiculairement.

 

Dopo aver analizzato i vari significati che si possono attribuire ai due termini plombare e plom, ci si rende conto che essi, pur avendo la stessa radice, vengono utilizzati in questa canzone con accezioni completamente opposte: nella I cobla plomba ha un’accezione positiva, in quanto indica il rafforzamento, nella II cobla l’accezione diventa negativa, definendo il plom essere solamente un metallo scarso, di poco valore.

 

Silvia Cucinotta

SOISEBRE: SCHEDA DEL TERMINE

Si·m fos Amors de joi donar tan larga

cum ieu sui lieis d’aver ferm cor e franc,

ja de mos jorns no·m calgra far embarc

qu’ieu am tan aut qu’espers me pueg e·m plomba; […]

Sulla locuzione (far) embarc – cioè impegnare, dare appunto in pegno – si sofferma una glossa di H, manoscritto che porta la lezione ubarc (o imbarc, secondo l’apparato in Eusebi, 1995):

Aillors ditz · ja per gran joi no·m calgra far embarc · Id est debita ·

So es suiscebre don eu fos embariatz · so es embrigatz per debita

Evidente è l’interesse del glossatore per il termine, di cui nella prima parte viene proposta, con estrema lucidità e intelligenza filologica, un’altra variante attestata, riproducendo il verso alternativo con la locuzione far embarc, come prima si diceva nel senso di “impegnare”, ma ancora più interessante è la concatenazione di termini chiave nella seconda parte della glossa, attraverso la quale appunto il glossatore esplicita il senso del termine e più in generale del verso arnaldiano. Qui, se per embariatz e embrigatz il significato è chiaro – essendo il primo il participio passato di embargar, coi significati di “imbarazzare, impedire, o in senso riflessivo intromettersi, immischiarsi“; il secondo ancora participio di embregar, che indica ancora “mettere in imbarazzo, o, di nuovo in senso riflessivo, immischiarsi, occuparsi, badare” – non è lo stesso per suiscebre, che richiede, al contrario, un accurato lavoro di ricerca e su cui a tutt’oggi il giudizio critico non è unanime, anzi non si è arrivati a ipotizzare un significato definitivo.

Così, in questa forma grafica, di suiscebre non si ha altra attestazione in tutto l’ambito romanzo, ma, sfruttando alcune varianti grafiche (per cui <isc> varia con <iss> o <is> e <u> con <o>, in quanto nel vocalismo romanzo u breve latina diventa o) si risale al provenzale soisebre, (e soissebre, soyssebre, soicebre, soiseubre). Il richiamo al patrimonio linguistico latino è, a questo punto, facilmente individuabile, in quanto la fonte del termine è sicuramente il verbo suscipĕre (suscipio, is, cepi, ceptum, ĕre), con i seguenti significati propri e figurati:

prendere su di sé, sostenere, reggere (da sub-capĕre), sorreggere, raccogliere;

suscipere filium: sollevare tra le braccia un neonato, nel senso di riconoscerlo come proprio, allevare un figlio; ma anche generare, mettere al mondo e al passato venire al mondo, nascere; accogliere, ammettere, fare proprio e, in questo senso, sostenere, difendere (suscepi candidatum, Plin.). Da notare che già nel latino tardo della Chiesa il susceptor (poi suscettore) era il patrono, custode, o meglio il padrino o la madrina in caso di battesimo, come si vedrà poco più avanti;

prendere su di sé qualcosa, incaricarsi di qualcosa, intraprendere, cominciare, come atto volontario;

subire, soffrire, affrontarsi, esporsi a qualcosa, da cui probabilmente, e comunque attraverso il francese, giunge il significato che noi diamo all’aggettivo suscettibile: “I francesi, traslatamente, con forma ellittica, chiamano suscettibile la persona che troppo leggermente riceve su di sé l’impressione di parole ed atti che paiono offendere o voler offendere, e troppo tenacemente la serba” (dal Dizionario Etimologico Cortellazzo-Zolli);

– nei dialoghi replicare, rispondere;

ammettere come vero, concedere, sostenere.

Altrettanto interessanti, derivati dal verbo latino, sono i significati del sostantivo susceptor, oris: intraprenditore, impresario; ricevitore, esattore; ricettatore; difensore.

Tra gli esiti romanzi, forme attestate sono l’antico francese sosceivre, il delfinatese suscheibre e il limosino soissebut (participio passato). Tuttavia, l’ambito più vasto e interessante è quello provenzale, delle cui diverse forme prima riportate si ha attestazione in diversi trovatori e testi letterari, come ci dimostrano gli esempi del Lexique Roman di Raynouard e il relativo Supplement wörtherbuch di Levy:

Tal vers que ma dona entenda

don vuelh ma razo soyssebre […]”, da Elias Cairel, Era no·m vey;

Li conseillet qui el en fezes una en aital guiza qu’el soiseubres de las autras domnas e bellas, de chascuna una beutat […]”, dalla Vida di Bertran de Born;

Per far domna soisebuda

tro vos me siatz renduda […]”, da Bertran de Born, Domna puois;

Se·t ven ira o rancura

o cals qe aventura

so que d’autre auzist

non digas tu fezist;

c’a tot ome n’es lag

qe suiscep l’autru fag […]”, da un volgarizzamento dei Disticha Catonis;

Ben a fag los ostals garnir,

que per re no i posca fallir

Legumis, civada ni cera.

De tot aizo non quis espera

per ren que·il n’avengues soisebre […]”, dal Romanzo di Flamenca.

Lavorando sui significati, torniamo un momento agli etimi latini e confrontiamo i significati prima riportati con le corrispondenti voci del Glossarium mediae et infimae latinitatis di Du Cange:

Suscipere: dicuntur Patrini, qui baptezandum ad fontem deducunt, et baptizandum de fonte excipiunt et inde susceptores appellati… [si dicono padrini coloro che conducono al fonte colui che deve battezzarsi e lo stesso estraggono poi dalla fonte, e proprio da ciò sono chiamati susceptores, coloro che prendono, ricevono];

Susceptores: (in) S. Athanasio – qui annonis et tributis utriusque aerarii recipiendis praeposti sub dispositione Rationalium erant […]; o anche: qui principem iter agentem, aut eius comitatum in aedibus suis suscipiunt vel excipiunt [da S. Attanasio – coloro che erano preposti (come da disposizione) a riscuotere per gli approvvigionamenti e per i tributi dell’erario o per entrambi; oppure: coloro che accompagnano in casa o scortano fuori il principe o il suo seguito in occasione di uno spostamento];

Susceptus: cliens, cui adest Advocatus in iudicio [cliente (o sottoposto), per il quale è presente un avvocato durante il processo];

Suscepti: dicuntur, qui habitu Monachi, vel canonici Regularis, donantur in morte et inter monachos suscipiuntur [si dicono coloro i quali, in occasione della loro morte, secondo l’uso dei monaci o dei canonici regolari, sono affidati e accolti tra i monaci].

Sappiamo ancora dal Wartburg che il verbo suscipĕre trova esito quasi esclusivamente in ambito galloromanzo – specialmente in occitanico, come si è visto poco sopra, mantenendo il significato latino, alternativamente con lo slittamento operato dalla cristianità: seguiamo ora per l’antico francese la trasformazione del significato, sulla base del Dictionnaire de l’ancienne langue française di Godefroy , per cui l’esito sosceivre equivale a “relever, porter en haut, quindi “sollevare moralmente”, quasi specializzando il significato più vicino alle celebrazioni battesimali in senso più generale di sollevare da dolore o afflizione. A seguire il Godefroy riporta come esempio un verso dal volgarizzamento del Te Deum: “Tu a deliver a sosceivre le home ne enherdis de la Virgene le ventre“, corrispondente al latino “Tu, ad liberandum suscepturus hominem,/non horruisti Virginis uterum” [Tu nascesti dalla Vergine Madre per la salvezza dell’uomo]. Altrettanto interessanti i significati prodotti dagli esiti dei derivati del verbo. Infatti susceptio produce in medio francese e francese moderno susception, coi significati di “heritage (questo piuttosto interessante anche dal punto di vista economico), action de prendre les ordres sacres, action de recevoir en soi“. Ancora susceptor dà come esito in francese sia antico che moderno suscepteur, cioè “celui qui protège quelqu’un, qui a soin de quelqu’un” oppure (per il francese moderno) “officier qui etait chargé pas les decemvirs de recueillir les impôts” o ancora “celui qui reçoit les ordres sacres“.

L’excursus appena tracciato attraverso significati e forme dell’etimo latino classico e cristiano e degli esiti romanzi ci porta dunque a riflettere sul significato del verbo e più in generale della glossa da cui siamo partiti, ricollegando il tutto al contesto arnaldiano più verosimile. Un dato che emerge costantemente nelle precedenti pagine è la compenetrazione del piano religioso ed economico, intreccio non certo casuale specie nel caso del trovatore perigordino, che l’acutezza del glossatore ha colto in pieno: nonostante i problemi interpretativi, diversi editori e commentatori convengono su questo punto. Infatti, per Martìn de Riquer (in Los Trovadores) embarcestà en el sentido mercantil, como entiende la glosa del manuscrito“, seguendo le traduzioni di Lavaud (“je n’aurais beison… de souscrire aucune obligation“) e Toja (“contrarre debito alcuno“). D’altra parte sappiamo che l’intera produzione medievale si basa sulla convivenza dei valori socio-economici del tempo, con i valori cristiani, trasmessi in primo luogo dai testi sacri. Soffermiamoci allora un momento sui punti di connessione di questi due ambiti, già a partire dalle stesse esperienze vissute dai trovatori.

Arnaut Daniel fu confuso dai dadi e dal tavoliere, ed ebbe dunque molto probabilmente a che fare con il mondo dei prestiti e dell’usura, come rileviamo appunto dal sirventese giovanile e dai termini “tecnici”, “del mestiere” sfruttati in gran parte della sua produzione, come filone tematico e compositivo fondamentale, legato naturalmente all’amore, ma non fu l’unico. Si sa molto al riguardo nei confronti di Uc de Sant Circ, che fu processato come eretico ed usuraio.

Le due accuse non sono analizzabili separatamente, ma sono tra loro combinate, in quanto, come nota giustamente Saverio Guida in Religione e letterature romanze, una delle facce più larghe e conturbanti, una delle piaghe più verminose del prisma ereticale della società medievale, era proprio l’usura, contro la quale si scaglia l’intera tradizione biblica, Vecchio (cfr Es 22,24 e Dt 23,20-21 in cui è esplicitata la proibizione di prestare denaro con interesse, sia all’inizio – mesek – che al termine – tarbet – del pagamento) e Nuovo Testamento (basti ricordare che Paolo esorta i cristiani a pagare le tasse e le imposte, a, potremmo dire, “mettersi in regola” per non incorrere in questi spiacevoli inconvenienti, per “ragioni di coscienza”: non siate debitori di nulla a nessuno fuorché dell’amore scambievole, Romani, 13, 8).

Anche i Padri della Chiesa, sull’esempio di Agostino e i maggiori pensatori cattolici del XIII secolo catalogano il “prestito con interessi” tra le proibizioni del quarto comandamento, equiparandolo così alla rapina, e presentandolo come il latrocinio più odioso in quanto perpetuato ai danni di Dio. Interessante è a questo proposito anche un’osservazione di Tommaso di Chobham (da Summa Confessorum): “L’usuraio non vende al debitore nulla che gli appartenga, tranne il tempo che appartiene a Dio. Dal momento che vende una cosa che non è sua, non deve trarne alcun profitto […]; commette un furto quando prende un bene altrui contro la volontà del proprietario, cioè Dio“.

D’altra parte la Chiesa diffonde il suo pensiero anche attraverso i Concili ecumenici, come, per esempio, quello Lateranense del 1179: “In omnibus fere locis crimen usuram ita inolevit, ut multi aliis negotiis praetermissis quasi licite usuras exerceant, et qualiter utriusque testamenti pagina condemnentur nequa quam attendant […]” [In quasi tutti i luoghi il crimine fa sviluppare così l’usura, quando questa si esercita quasi come se fosse lecita, poiché si trascurano molti altri doveri, e [infatti] così nella pagina di entrambi i Testamenti [questi fatti] sono condannati affinché l’usura non si pratichi].

A ulteriore dimostrazione di come l’ambito economico-sociale non possa essere considerato da solo, senza l’interposizione della tradizione cristiana, si può leggere il passo evangelico della famosa “parabola dei talenti”, dove la terminologia economica è sfruttata e rifunzionalizzata in senso morale, come dimostra, a livello linguistico, lo slittamento semantico del termine chiave, talentum, in latino classico “moneta greca, il cui valore varia secondo i tempi e gli stati” verso la duplicità di significati in latino cristiano e tardo (Du Cange), per cui vale sia quello economico che quello morale nei termini di “desiderio, qualità personale, dell’animo”, da sviluppare e appunto far fruttare. Slittamento che ha dimostrato la sua presa e diffusione nelle letterature romanze, dove talent, talento – gli esiti galloromanzo e italiano – sono tra i termini fondativi dell’ideologia cavalleresca (esempio celebre ne è, tra gli altri, il Lancelot en prose), cortese (come esempio “primo” in ordine cronologico, i vers di Guglielmo IX), così come entrambe si riflettono nella lirica e nella prosa italiana delle origini e non solo. Vediamo la parte che più ci interessa della parabola (Matteo, 25, 14-30; qui 27-29): “[il padrone, rivolgendosi al “servo malvagio e infingardo”] Oportuit ergo te mittere pecuniam meam nummulariis, et veniens ego recepissem, quod meum est cum usura. Tollite itaque ab eo talentum et date ei, qui habet decem talenta: omni enim habenti dabitur, et abundabit; ei autem, qui non habet, et quod habet, auferetur ab eo” [Avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha].

Il significato fondamentale – studiato dal “Grande Commentario biblico Queriniana” – è che, mentre i servi che negoziano i soldi raddoppiano l’investimento, il servo timido nasconde la somma sotto terra. L’idea centrale non sta nell’incertezza del tempo presente, ma nella resa dei conti che ci sarà. Ma il concetto basilare della parabola si trova al verso 24, che, secondo il Commentario, “non va allegorizzato, ma indica che il padrone è esigente”. Il servo che ha nascosto il denaro sotto terra non ha perso nulla, ma non ha guadagnato ugualmente nulla: “avrebbe perlomeno potuto depositarlo presso dei banchieri che nei tempi neotestamentari concedevano un ottimo interesse”. Il detto del verso 29 è paradossale, in quanto indica che i poteri conferiti ai discepoli aumentano quando sono esercitati bene, e diminuiscono quando non lo sono: “Il castigo per questo tipo di infedeltà è severo quanto quello inflitto per mancanze più positive; è l’espulsione nelle tenebre esteriori”.

Ancora, ulteriore punto di connessione tra economia e religione può essere nel rito battesimale, come chiarito precedentemente dai significati del verbo suscipĕre in latino classico e specie tardo (Du Cange), a sottolineare come il “prendere, prendere in prestito”, dunque il rapporto di subordinazione all’attività dell’usuraio si rifunzionalizzi in termini di “prendersi cura di, rendersi garanti, occuparsi dell’educazione” del figlioccio da parte del padrino o della madrina (i susceptores, appunto): infatti “
i padrini erano coloro che presentavano i catecumeni al battesimo e li accoglievano all’uscita dalla piscina battesimale. Venivano chiamati, secondo queste diverse loro funzioni, patrini o susceptores, od anche sponsores, perchè dovevano rendersi garanti dei loro figliocci.
Quest’usanza si trova sia in Oriente che in Occidente, fin dai primi secoli. Allorché in seguito s’affermò l’abitudine di battezzare i bambini, la Chiesa ci tenne ancor più che avessero dei padrini, per assicurare la loro educazione cristiana“.

Torniamo ora all’usura in Arnaut Daniel e cerchiamo di contestualizzare il verso di Si·m fos Amors cui la glossa fa riferimento: il rapporto che nella cobla si crea tra il “donare, impegnare tutto il proprio tempo”, dunque privarsi di qualcosa, esporsi, anche soffrire, in favore della speranza di ricevere un grande joi sembra molto vicino al legame che lo stesso Arnaut instaura tra il renou, l’obrador e la taverna in Ab gai so (29, 10, vv. 27-28: “tan n’a de ver fag renueu/ q’obrador n’ai’e taverna“). È infatti interessante notare come tutti i manoscritti che riportano Ab gai so contengano, tranne a, anche Si·m fos Amors e come lo stesso glossatore di H abbia chiarito in modo diretto, cristallino cosa sia l’obrador (id est locus ubi homo operatur) e, forse, possa aver operato direttamente il collegamento tra le due canzoni nella glossa di cui ci stiamo occupando. I versi poco sopra riportati hanno avuto, in sede di commento, diverse interpretazioni contrastanti: a parer nostro, sarebbe efficace, in generale ma in questo caso in particolare, quella che vede la donna come colei che attua l’usura, una privazione, un rendere subordinato il poeta, un tormento in virtù del quale però Arnaut stesso afferma il proprio avere obrador e taverna, la propria, consapevole, maestria nel trobar e quindi una possibilità di affermazione, di un punto d’approdo verso il joi, l’amore della donna. Proprio in questo senso ci sarebbe dunque una significativa coincidenza tra i versi delle due canzoni, che potrebbe giustificare una ripresa, un collegamento intratestuale tra le due operato da Arnaut e compreso immediatamente dal glossatore, che collega anche le spiegazioni a margine.

Luisa Guida – Melania Gatti

Ans que sim reston de branchas

Analizzando la canzone di Arnaut Daniel “Ans que sim reston de branchas” si nota ,in particolare nell’incipit,una certa similitudine con la canzone di Bernart de Ventadorn “Lancan vei per mei la landa”.Più precisamente,nella canzone di Arnaut Daniel,si denota un attacco stagionale che può essere messo a confronto con quello presente nella canzone di Bertran de Ventadorn.L’interpretazione del cosmo con il sentimento è una prerogativa dei trovatori e lo stesso Bernart de Ventadorn in alcune canzoni,ardente d”amore,trasforma magicamente il paesaggio invernale. Arnaut Daniel :I Cobla

Ans que sim reston de branchas
sec ni despuelhat de fuelha
farai,c’Amors m’o comanda,
breu chanson de razon lonia,
que gen m’a ducx de las artz de s’escola:
tan sai que.l cors fas restar de suberna
e mos buous es pro plus correns que lebres.

“Avanti che le cime delle branche restino secche e di foglie spogliate,dal momento che Amore me lo comanda,farò una breve canzone di materia lunga perchè bene mi ha istruito in arti di sua scuola:tanto so che  posso sospendere il flusso della corrente ed è il mio bue più svelto della lepre”

Bernart de Ventadorn

Lancan vei per mei la landa
dels arbres chazer la folha,
ans que.lh frejura s’espanda
ni.l gens termini s’esconda,
m’es bel que si’auzitz mos chans,
qu’estat n’aurai mais de dos ans,
e cove que.n fass’esmenda.

“Quando vedo cadere le foglie degli alberi al centro della terra,è bello per me prima che il freddo si diffonda e che la dolce stagione si nasconda,che il mio canto sia ascoltato perchè mi sono assentato a cantare per più di due anni e conviene che io ripari a ciò”

L’incipit “invernale” delle due canzoni,che ritroviamo già in Rimbaut D’Aurenga e in Pier D’Alvernha, è molto simile in entrambe.Il componimento invernale è largamente usato dagli autori del trobar car i quali pongono una particolare attenzione per tutto ciò che è malinconico,la cosidetta “ideologia saturnina”.

Nell’incipit di “Ans que sim reston de branchas ” come in “Ab gai so “,Amore comanda il poeta a scrivere una canzone in Ab gai so,l’autore assegna ad Amore un ruolo sì fondamentale,ma secondario,in quanto esso interviene nel rifinire e levigare ciò che il poeta ha creato e su cui egli ha già “passato la lima”.In  “Ans que sim reston de branchas” si nota un forte senso di indissolubilità tra Arte e Amore.Qui Daniel conferisce ad Amore un ruolo essenziale  in quanto,grazie ad esso,che lo ha istruito nelle arti della sua scuola,potrà comporre “una breve canzone di materia lunga”

I termini “bueos”,”lebres” e “suberna” ai versi 6-7  della prima cobla ricorrono anche nella tornada di “Ab gai so “,<Ieus sui Arnautz qu’amas l’aura e cas la lebre ab lo bueu e nadi contra suberna>,una  amara metafora dell’impossibilità del poeta di realizzare la sua impresa,l’aspirazione dell’innamorato a servire in modo assoluto e disinteressato la donna-signora,a colmare quella distanza causata dalla bellezza e dal potere dell’amata che pongono il poeta lontano da lei  e che egli tende ostinatamente a colmare,qui inoltre Arnaut Daniel descrive il proprio stato d’animo e la sua condizione di povertà morale e materiale in cui si trova.

II Cobla
Ab razos coindas e franchas
m’a mandat qu’ieu no m’n tuelha
ni autra no serva ni.n blanda
pus tan fai qu’ab si m’aconia,
e.m ditz que flors no.il semble de viola
que.s ciamja leu si tot noquaz iverna,
anz per s’amor sia laurs o genebres.

“Con argomenti dilettuosi e franchi mi ha comandato che io non me ne tolga e che io non serva o non blanda nessun’altra in quanto fa in modo che le sia accetto,e mi dice che io non somigli a viola che cambia in fretta se pur non fa affatto freddo,ma per amor suo io sia alloro o ginepro”.

In questa seconda cobla Amore chiede al poeta di non distogliere la propria attenzione dalla donna amata,di non servire o corteggiare nessun’altra e lo esorta a non assomigliare alla viola che cambia in fretta ma che sia come l’alloro e il ginepro,alberi sempreverdi ,simbolo dell”immutabilità dell’amore.Da notare il termine “laurus”,che ritroviamo usato da Dante nel Convivio:”Ramo di foglie verdi a noi s’asconde se non lauro,pino o in abete”  e il termine “lauro” dal Petrarca,”allora saranno i miei pensieri a riva che foglia verde che non si trovi in lauro”  simbolo della viridità perenne dell’amore e allusione  a Laura:”giovane donna sotto un verde lauro”.

III COBLA
Ditz:<<Tu,qu’alhors non t’estanchas
per autra que.t denh ni.t quelha;
totz plaitz esquiv’ e desmanda
sai e lai qui que.t somonia,
que.s clama folh qui se meteis afola;
e tu no far falha don hom t’ esquerna
mas apres Dieu lieis honors e celebres.

 

Dice:<<Tu attenzione non fissarti altrove per altra che ti degni o ti accolga schiva e rimanda ogni accordo,chiunque,qua e la ti solleciti,perchè si chiama folle chi infolla se stesso;e bada di non fare errori da esserne schernito,ma dopo Dio lei onora e celebra”.

Ditz qui il soggetto è Amore secondo l’edizione di Canello.Cuelha si impone  a vuelha al v 23.

IV Cobla

E tu c’o aus,non t’afranchas   per  respieg  qu’amar no.t vuelha:                                                                                                                                                                              sec,s’il te fui ni.t fai.guanda                                                                                                                                                                                               que greu er qu’om no.i aponia

qui s’afortis de priar e no cola,

que n passera part las palutz d’Uzerna

Mon Pelegrin lai on cor en  joi Ebres>>.

 

E ascolta che tu non t’affranchi per tema che amar non ti voglia:insisti,seguila se ti sfugge o ti inganna poichè è arduo che non raggiunge il suo obiettivo, chi persiste nel pregare e non rinuncia,si da passare le paludi di Userna alla Mon Pelegrin là dove scorre l’Ebro>>.

 

                                                                                                                                                                      

 

 

Secondo Canello al verso 22 “e tu co artz y tu cobarde”, Perugi “etu c’o aus”.Al verso 27-28 Canello legge Lerna supponendo che Ebres sia il fiume Hebro de Tracia.Lavaud afferma che si tratti chiaramente delle paludi di Userna,antico nome di Belcaire de Languedac.Al verso 28 Canello legge com. pelegrin come Toya,Perugi legge Mon Pelegrin e non la traduce perchè ipotizza come Canello che si tratti  di un toponimo non identificato.

V Cobla

S’ieu n’ ai passatz pons ni planchas
per lieis,cujatz c’ieu m’en duelha?
non eu,q’ab joi ses vianda
me sap far mezina conia
baizan tenen,e.l cors,si tot si vola,
no.s part de lieis qui.l capdel’e.l governa.
Cors,on qu’ieu an,de lieis no.t luins ni.t sebres!

Se io passai ponte e palanche per lei credete che me ne dolga?Non io perchè di gioia senza vivanda mi sa far medicina gustosa col bacia avvingnhia e il cuore anche se vola via,non si parte da lei che lo dirige e lo comanda.Cuore,dove io sia,che da lei non ti allontani nè ti smembri!

In questa cobla è presente il termine “vianda” che ricorre anche nella canzone di Bertarn de Ventadorn al verso 24.Daniel dice:<Non eu,qu’ab joi ses vianda me sap far mezina conia>  anche se il poeta è senza cibo,metafora per indicare che è senza la donna,questa gioia diviene una medicina gustosa che lo allevia dalle sofferenze per la “lontananza” metaforica che intercorre tra lui e la donna amata.Diversamente,Bernart de Ventadorn,nella sua canzone si rivolge a Dio che essendo colui <que tot lo mon garanda li met’en cor que m’acolha c’a me no te pro vianda ni negus bes no.m aonda>;<che tutto il mondo comanda>gli faccia la volontà di <accogliermi perchè nessun alimento nè nassun bene mi aiuta>
Al verso 33 “baizan tenen” è una espressione che si ritrova frequente nei trovatori.Canello ad esempio traduce di “baci e abbracciamenti”,Toya di “baci ed amplessi”,Perugi “baciandomi e stringendomI”,Eusebi “baciando abbracciando”.

VI Cobla

De part Nil entro c’a Sanchas
genser no.s vest ni.s despuelha,
e sa beutatz es tan granda
que semblaria.us messonia;
be.m vai d’amor,que m’abrassa e m’acola,
e no.m frezis freitz ni gels ni buerna,
ni.m fai doler mals ni gota ni febres.

Da di là del Nilo sino a Sanchas,nessuna più bella si veste e si spoglia;e la sue bellezza è così grande che vi sembrerebbe falsità;ma va bene Amore,perchè mi abbraccia e mi attornia e non mi raffredda,freddo nè gelo,nè inverno,nè mi fa dolere male,gotta o febbre.

Al verso 37 di questa canzone troviamo il termine “despuelha” che ricorre anche al verso 30 della canzone di Bernart de Ventadorn:
Mal o fara,si no.m manda
venir lai on se despolha,qu’eu sia per sa comanda
pres de lieh,josta l’esponda,
e.lh traya.ls sotlars be chaussans,
a genolhs et umilians,
si.lh platz que sos pes me tenda.

Sbagliato farà se non mi comanda ad andare lì dove si spoglia affinchè stia per suo ordine vicino al letto di fianco al bordo e le tolga le scarpe e umiliandomi se le piace tendermi i suoi piedi.

Qui possiamo notare  la posizione di servo che l’autore adotta in questa canzone.
Al verso 36 Sanchas città di Santies nel Poitou nel nord di Burdeos e forse questa stessa città appare come limite geografico nella Chanson de Roland al verso 1428 <>.Al verso 37 “no.s vest” indica una perifrasi equivalente a “non esiste”.Al verso 40 Canello e Toya leggono “qu’ela.m baisa e m’acola”,Perugi legge”que iv.m bai e mi percola”,”che mi bacia e mi abbraccia”.

TORNADA
Sieus Arnautz del sim tro en la sola
e no vuelh ges ses lieis aver Lucerna
ni.l senhoriu del renc per on cort Ebres.

Suo è Arnaut dalla cima alla suola nè voglio senza lei avere Lucerna nè il dominio del regno dove scorre l’Ebro.

Ricorre in questi versi il termine Lucerna come in “Ab gai so” al verso 21.Lucerna è la città sommersa di Villaverde di Lucerna nel lago di Sonobria.

SCHEMA METRICO
a b c d e f
1 tornada di 3 versi
coblas unissonans di 7 versi

ANALISI PUNTOMETRICA

COBLA      I     II      III      IV      V      VI       VII 
VERSO1   
              2                     2         2                   1                        5

              3    1                          1                                             2

             4    1              1          1                      2                     5

             5    2                         2              1     1           1          7 

             6                    1                          3     1                       5

             7   3             3           3             3     3           3          18

 

             

 

BIBLIOGRAFIA
A.D. CANTI E SCHERNO D’AMORE
MARTIN DE RIQUER “LOS TROVADORES”

I giochi di AZAR(do) nel Medioevo

Si deve al re Alfonso X, detto “El sabio”, il più antico trattato sui giochi in lingua europea.

Grazie infatti a questo illuminato sovrano, si creò sotto il suo regno una sorta di circolo culturale, nel quale si traducevano per la prima volta in castigliano testi antichi scritti in arabo ed ebraico e si creavano anche testi inediti in prosa; tra questi va infatti inserito “Libro de los juegos” nel quale vengono descritti i tre principali giochi del periodo ovvero dei dadi, delle tavole e degli scacchi, più le loro varianti aumentate.

Come viene descritto nell’explicit del libro, l’opera fu redatta:

..nella città di Siviglia per ordine del nobilissimo Re Don Alfonso, figlio del nobilissimo Re Don Fernando e della regina Doña Beatriz, Signore di Castiglia e di León, di Toledo, di Galizia, di Siviglia, di Cordova, di Murcia, di Jaén, di Badajoz e dell’Algarve nei trentadue anni che il sopradetto regnò. Nell’anno milletrecentoventuno.”

Si conosce quindi precisamente la data in cui fu completata questa grande opera, ovvero nel 1283 [secondo diversi conteggi] (poco tempo prima della morte di Alfonso X avvenuta il 4 aprile 1284), ma non la data di inizio: si sono fatte delle congetture riguardo la possibile data di inizio dell’opera, prendendo come termine di paragone la durata ventennale dell’elaborazione del Lapidario, che però era una traduzione e non una compilazione originale, il che porterebbe la data di “inizio lavori” tra il 1262 e il 1264.

Sotto la direzione di Alfonso X, lavorò un’équipe composta molto probabilmente da ebrei, arabi e cristiani che scrisse l’intero trattato. Sembra comunque che alcune parti furono scritte dallo stesso monarca.

Il codice, conservato presso la Real Biblioteca del Escorial, consta di 98 carte pergamenacee in folio di circa 400×270 mm il cui testo è disposto su due colonne con le iniziali ornate e rubricate (secondo l’uso medievale) e con i segni dei paragrafi rossi o azzurri.

Oltre al testo, in scrittura gotica minuscola della seconda metà del XIII secolo, con pochi segni di abbreviazione, ci sono ben 150 miniature a colori, che aiutano la comprensione del gioco, mostrando le modalità di gioco a inizio, durante lo svolgimento o a fine partita.

 

La numerologia ha un ruolo fondamentale nell’opera “Libro de los juegos“: l’opera si divide in sette parti così suddivise:

 

     

  1. Scacchi
  2.  

     

  3. Dadi
  4.  

     

  5. Tavole
  6.  

     

  7. Varianti aumentate di scacchi, dadi e tavole (per quanto riguarda le caselle del tavoliere dalle 8 caselle alle 10 e 12 delle varianti, e le facce del dado da 6 a 7 e 8)
  8.  

     

  9. Scacchi e tavole delle quattro stagioni (varianti riguardanti il numero di giocatori da 2 a 4)
  10.  

     

  11. Alquerques (ovvero il gioco del filetto)
  12.  

     

  13. Scacchi e tavole astrologici
  14.  

 

I giochi degli scacchi occupano 8 fascicoli, ovvero fino al verso della 64° carta, il che riporta direttamente alle 64 caselle presenti nella scacchiera. I dadi e le tavole invece sono nei fascicoli IX e X, tanto che si pensa che proprio con il X fascicolo dovesse finire il progetto iniziale dell’opera, fermandosi al numero perfetto 10. Questa tesi sarebbe avvalorata anche dal prologo generale nel quale infatti non vengono citate le varianti di scacchi, tavole e dadi e nemmeno il gioco del filetto, né tanto meno le versioni legate all’astrologia di scacchi e tavole. Evidentemente il grande interesse del sovrano per la numerologia ha dato l’apporto per arrivare ad un totale di XII fascicoli, che corrispondono ai dodici segni zodiacali fondamentali nella numerologia simbolica del Medioevo, con un totale di 98 tavole. Ma lo studioso Grandese ha accertato che l’XI fascicolo manca di due carte fra le attuali 83 e 84, il che farebbe raggiungere all’intera opera 100 carte, uno dei numeri perfetti per eccellenza. Tra l’altro ad avvalorare questa tesi bisogna notare che le varianti astrologiche di scacchi e tavole, influenzate dai pianeti e dai segni zodiacali, sono spiegate nel XII e ultimo fascicolo dell’opera, ricordando appunto il numero dei segni dell’oroscopo.

 

Ma oltre alla spiegazione dei giochi è di fondamentale importanza l’introduzione e la cornice dell’opera perché spiega il motivo di questo interesse verso il ludus ovvero per riuscire a trovare l’alegría indispensabile all’uomo per vivere e per sopportare le preoccupazioni e le fatiche che possono accadergli.

Si continua quindi con la divisione dei giochi che si fanno stando a cavallo, stando in piedi e quelli stando seduti. Alfonso X, con abile mossa sociologica, propende per la terza categoria perché possono essere giochi praticati da tutti: donne, vecchi, prigionieri e marinai, “… si possono giocare quotidianamente, sia di notte che di giorno; possono praticarli le donne che non cavalcano, ma stanno rinchiuse, gli uomini vecchi e fiacchi, colore che preferiscono procurarsi i propri piaceri appartatamente per non avere né fastidio né dispiacere, coloro che sono in potere di altri come ad esempio in carcere o in prigionia o in mare e in genere tutti quelli che hanno molto tempo libero, poiché non possono cavalcare, né andare a caccia o altrove, ma devono per forza restare in casa e cercare qualche tipo di gioco con cui abbiano piacere e si dilettino e non stiano in ozio.”

Nella cornice vera e propria invece si porta ad esempio la storia secondo cui sarebbero nati i giochi di scacchi, dadi e tavole: un re indiano aveva proposto a tre sapienti con cui amava filosofeggiare di riflettere su cosa vale di più tra la fortuna (ventura) e l’intelligenza (seso). I tre saggi si schierarono uno con l’intelligenza, un altro con la fortuna e un altro disse che entrambe avevano uguale importanza e ciascuno portò ad esempio un gioco: rispettivamente gli scacchi, i dadi e le tavole.

La disposizione nel testo della sezione dei dadi, poi delle tavole ed infine degli scacchi rispecchia la “forza” che hanno la fortuna e l’intelligenza all’interno dei giochi:

nel gioco dei dadi la fa da padrone la fortuna, perché non si può assolutamente prevedere e comandare con l’intelligenza il risultato dei dadi.

Poi si passa ai giochi con le tavole nei quali si trova una percentuale quasi identica tra intelligenza (nel posizionare le tavole in modo da vincere la partita e impedire una mossa vincente al concorrente) e fortuna (data dal lancio dei dadi). Infine gli scacchi, ovvero l’antitesi perfetta dei dadi e quindi pienamente giocati attraverso l’intelligenza e l’astuzia del giocatore dove, a parte le varianti con i dadi, il caso non entra assolutamente “in gioco”.

Alfonso X si avvicina molto al gioco delle tavole e questo si dimostra dato che la spiegazione di questi giochi è centrale all’interno della trattato, dal fatto che lo stesso Re sia l’inventore di un gioco di tavole e che la chiusura dell’intero trattato proprio con un gioco di tavole (la variante astrologica)

 

Una grande importanza l’hanno anche le numerose miniature (ben 150) che forniscono un’esemplificazione o spiegazione del gioco descritto; in particolare:

 

     

  • Nel Libro de los dados mostrano soltanto alcuni dei punti usciti, senza indicare l’esito della partita;
  •  

     

  • Nel libro de las tablas e del alquerque mostrano o la posizione iniziale e il tiro dei dadi usciti, senza indicare la prima mossa o quella a gioco già iniziato, mostrando le tavole da muovere secondo i punti usciti.
  •  

 

Ma la grande importanza delle miniature sta nei personaggi rappresentati: sono infatti arabi, ebrei, cavalieri e monaci, arcieri, falconieri, musicisti, farmacisti, donne, vecchi, ecc… insomma, come detto già nell’introduzione dell’opera, la grande importanza dei giochi come elemento di unione tra culture, sessi, religioni e razze diverse. Nonostante questo però si nota che nel “Libro de los dados” le miniature raffigurano soltanto personaggi di bassa condizione sociale, mentre in quelle delle tavole e degli scacchi compaiono personaggi di nobile condizione; questo ribadisce quindi che i giochi di soli dadi, governati principalmente dalla ventura, non sono considerati nobili e quindi non adatti ad un sovrano. Infatti l’imprevedibilità della fortuna porta i giocatori a perdere tutto facendoli anche bestemmiare per ciò che hanno fatto dopo aver giocato: per questo in molte cantigas, anche sotto il regno di Alfonso X, i giocatori di dadi sono sempre peccatori; in una cantiga infatti una donna tedesca a Foggia dopo aver perso scaglia una pietra contro la statua di Santa Maria con Gesù bambino in braccio posta davanti ad una chiesa.

Alfonso X in questo trattato mette in prima luce proprio l’aspetto simbolico dei giochi e non si sofferma molto su moraleggianti, che come abbiamo visto però hanno dei riscontri in altre produzioni sotto il suo regno. Questo suo atteggiamento può essere considerato come “umanistico” o meglio laico soprattutto per due motivi: il primo perché la cultura spagnola si liberava grazie alle numerose traduzioni ordinate dal re e secondo perché veniva adottato il volgare catalano? per la diffusione.

Questo suo “spirito laico” quindi agli occhi dei vescovi venne visto come una “scienza pagana” con una nuova morale nella quale l’elemento principale era la sapienza. La grande importanza che ha infatti questo trattato a differenza dei coevi trattati sugli scacchi è proprio questa mancanza di moralità, anche se il testo gioca comunque a vari livelli: dall’alegría del livello umanistico-laico alla morale della Chiesa; dalla rappresentazione dell’intero universo con il livello cosmologico alla mediazione tra ventura e seso di quello sapienzale.

 

Per la terminologia all’interno del trattato la maggior parte dei termini come dados, tablas, alquerque… si riferisce proprio ai giochi e non agli oggetti; inoltre una buona parte è tratta dal lessico bellico: batalla è lo scontro preliminare con il lancio secco di un dado per vedere chi inizia; ferir è arrivare con i punti dei dadi nella stessa casella (per le tavole) o nello stesso punto di intersezione (per il filetto).

Ma due sono i termini che ricorrono maggiormente nel trattato ovvero barata e manera (maña) che vogliono significare il primo “…quando il giocatore ha sovrapposto le pedine in sei caselle consecutive” secondo Murray e si fa normalmente quando “uno dei giocatori si trova con meno punti e l’avversario è di molto avvantaggiato e in migliore posizione, alla fine di contendergli il gioco.” Per manera si intende l’abilità, un artificio che porta il giocatore perdente a pattare il gioco; entrambi quindi hanno una sfumatura negativa, connessa con l’abilità di imbrogliare.

 

Ma la “mania” per i giochi non è da attribuire al solo sovrano Alfonso X. Molti poeti provenzali nelle loro canzoni hanno difatti inserito termini, allegorie o formule stilistiche che riprendono i giochi in voga a quel tempo. Tra i tanti poeti attivi a quel tempo va sicuramente citato Arnaut Daniel il grande poeta provenzale menzionato da Dante nel Purgatorio (canto XXVI) che, come si legge in un testo ritenuto di Raimon de Dufort, si ridusse in povertà a causa del gioco dei dadi:

Dufort infatti ci dice che “…Arnautz l’escolier, cui coffondon dat e tauliers” quindi non solo “confuso dai dadi” ma anche dal gioco “delle tavole”.

Ma non sono solo autori esterni al poeta a descriverlo come “confuso dai dadi” ma in almeno due scritti di Arnaut possiamo vedere dei richiami al gioco in particolare a quello dei dadi.

Il primo e più esplicito lo troviamo nella canzone “Quan chai la fuelha” (sei coblas singulars di 8 versi 4’a, 6b, 4’a, 6b, 4b,6’a, 4b, 6’a più tornada di 4 versi 4a, 6’b, 4a, 6’b) dove nella quarta colba viene citato il termine reirazar, tra l’altro in posizione rimante:

 

De drudaria

no.m sai de re blasmar,

qu’autrui paria;

trastorn en reirazar

ges ab sa par

no sai doblar m’amia,

q’una non par

que segonda no.l sia.

 

Il reirazar era una particolare mossa vincente all’interno del gioco dell’AZAR. Per giocare all’azar i due giocatori dovevano tirare a turno tre dadi: se il primo giocatore al primo tiro ottiene i punti tra 3 e 6 (compresi questi due) oppure i loro punti sulle facce opposte dei tre dadi ovvero tra 15 e 18 (compresi questi due) vince avendo ottenuto un azar. Se invece il primo giocatore al primo tiro ottiene i punti intermedi tra i due azar ovvero tra 7 e 14 (compresi questi) assegnerà questo punto all’altro giocatore e tirerà nuovamente per assegnarsi il punto. Se ora tirando di nuovo i dati dovesse ottenere uno degli azar perderebbe tutto quanto: questo è definito reirazar. Se invece il primo giocatore tirando nuovamente i dadi faccia uscire invece del reirazar ma un altro dei punti intermedi citati prima (diverso da quello assegnato all’altro giocatore, altrimenti si avrebbe incontro e bisognerebbe iniziare daccapo) si tireranno i dadi fin quando non uscirà uno dei due punti ai quali sono collegati i due giocatori e vincerà il giocatore a cui era assegnato quel punto. Se in attesa della riuscita di uno dei due punti dovessero uscire i punti chiamati azar o reirazar nessuno dei due perderà né vincerà.

Come si può quindi notare il termine reirazar ha concezione negativa, in quanto lo stesso risultato che all’inizio, denominato azar, poteva portare alla vittoria al primo giocatore, in un secondo momento può diventare molto “pericoloso” facendo perdere tutto al primo giocatore qualora uscisse dopo la prima assegnazione del punto.

Nella stessa canzone c’è anche un altro termine legato al lessico dei giochi ovvero par ovvero coppia, ma anche due o più punti uguali ai dadi, oltre ad essere il nome proprio di un altro gioco di dadi chiamato “par con as” nel quale il giocatore che vince la batalla gioca per primo e vince se in due dei dadi ottiene una coppia e nell’altro un uno; in caso contrario gioca l’altro giocatore e dovranno continuare a giocare finché ad un giocatore non uscirà un uno, il ché decreterà la sua vittoria.

Il termine reirazar compare un’altra sola volta nella tradizione provenzale in Bertran de Born sempre in accezione negativa collegato con il sentimento amoroso; questo se si unisce al dato che azar non è presente nella tradizione, si può intuire che il gioco dei dadi era visto in maniera negativa, gioco tra i tre descritti nel trattato che doveva essere il meno praticato dalle persone di un certo livello per evitare di essere trascinate alla rovina o ad azioni nefande.

 

Meno palese è invece il richiamo che Arnaut Daniel fa all’interno della sestina: le sei coblas ma soprattutto la modalità di permutazione delle rime secondo lo schema (6-1,5-2,4-3) fanno tutte richiamo alla figura del dado. Infatti sei sono le facce del dado come le coblas di questa canzone, mentre lo schema di permutazione rispecchia proprio la disposizione dei punti (del dado a sei facce) sulle facce: al punto 1 corrisponde sulla faccia opposta il 6, al 2 il numero 5 e al 3 il numero 4. In più sommando le due facce opposte viene fuori il numero 7 ricordando la i sette giorni della settimana.

 

Analisi della canzone XII di Arnaut Daniel

Arnaut Daniel Analisi della canzone XII

La canzone XII di Arnaut Daniel, “Doutz braitz e critz”, offre di certo un fertile terreno di studio sotto molteplici aspetti, essendo ricca di interessanti spunti sia sul piano contenutistico e formale che su quello, per così dire, “storico”, cioè legato non solo ad una tradizione manoscritta articolata e complessa, ma anche a vicende, personali e cronachistiche, del contesto reale in cui il poeta visse e scrisse. Il componimento secondo Toja “segna la perfezione dello stile arnaldiano” e descrive attraverso immagini altamente raffinate e suggestive, quasi “impressionistiche”, il primo sospirato bacio del poeta con midonz, proponendo dunque una tematica innovativa all’interno di un corpus poetico che, complessivamente, delinea il noto ritratto di un Arnaut “qu’amas l’aura/ e cas la lebre ab lo bueu/ e nadi contra suberna”. Del resto, il fatto che la vida citi proprio la tornada della canzone “Ab gai so cuindet e leri” è emblematico di una certa “ricezione” della poesia di Arnaut : evidentemente la figura del trovatore che soffre per un amore non contraccambiato doveva colpire molto l’immaginario del pubblico. Come già accennato, la canzone XII fornisce alcuni dati significativi per ricostruire un quadro biografico, seppur minimo, dell’autore : nella VII lassa infatti egli accenna ad un episodio di cronaca secondo cui il “reis Ferran” fece imprigionare un suo parente, “Raimon lo fil al comte”, mentre questi si trovava in pellegrinaggio. Nella tornada inoltre Arnaut afferma di aver assistito all’incoronazione di re Filippo II Augusto, avvenuta nel 1180 : un elemento di solida certezza storica in confronto alle scarse notizie biografiche, stereotipate e romanzate, forniteci dalle poche fonti a disposizione (la vida, la Razo di R, il sirventese di Raimon di Durfort e il commento di Benvenuto da Imola al XXVI canto del Purgatorio dantesco). Tuttavia proprio l’estrema concretezza del congedo determina un brusco dislivello stilistico e tematico rispetto alla prima parte della lirica, tanto che Perugi avanzò l’ipotesi di una “trasmissione pluristratificata”, secondo cui esisterebbero diverse redazioni del componimento distanziate nel tempo, forse anche in risposta alla volontà del poeta di testimoniare i recenti fatti di cronaca. Quest’ultimo tratto risulta ancora più significativo alla luce di alcune problematiche legate alla tradizione manoscritta della canzone : anzitutto i codici C (nell’indice) ed R la attribuiscono a Guiraut de Bornelh; una delle stanze, “Ges rams floritz” (la IV dell’edizione Eusebi), è riportata solo nei mss. CMMcSgVg’g’’, tanto da aver suscitato dei dubbi sulla sua reale autenticità. Oltretutto la forte incongruenza tra la tornada ed il resto della canzone, come Eusebi mise in risalto, è un aspetto caratteristico della sirventes-canso, ossia di un genere poetico in cui Guiraut de Bornelh si era cimentato, a differenza di Arnaut. Ciò nonostante, poiché tutti i codici ad eccezione di C ed R assegnano la canzone al Daniel, non sussistono reali motivi per contestarne la paternità. Da un punto di vista metrico e stilistico, il componimento rispecchia pienamente la poetica arnaldiana del trobar car . Esso rientra nel novero delle canzoni sub una oda continua : è infatti costituita da sette coblas unissonans di otto versi (a4, b6’, c10, d10, e10, f10’, g10’, h10’) con tornada di due versi (g10’, h10’); ciascuna cobla consta di un quadrisillabo, un esasillabo e sei decasillabi (4, 6, 10). La cesura del decasillabo cade normalmente dopo la quarta sillaba tonica, tranne ai vv. 5, 24, 43, che sono casi di cesura lirica, in cui cioè la quarta sillaba è atona. Nella lirica ricorrono molte caras rimas, tutte sdrucciole : -òutas, -endi, -ampa, usate solo da Arnaut Daniel, ed -òbra, che ha 14 occorrenze di cui 8 proprio in Arnaut. La rima -itz è la meno preziosa : ha 1473 occorrenze, di cui 51 in Bernart de Ventadorn e 49 in Bertran de Born. Entrambi i trovatori tra l’altro adoperarono delle parole-rima che compaiono anche nella canzone XII di Arnaut : maritz, floritz, deschauzitz, ditz in Bernart de Ventadorn; chauzitz, floritz, descauzitz, maritz in Bertran de Born. La rima – ecs ha 28 occorrenze, di cui 7 nella canzone XIV di Arnaut : la sua variante – ecx si ritrova nella prima lassa del sirventese “Pus Raimon e Truc Malecx”. La rima in – am ha 133 occorrenze, di cui 5 in Cercamon, 12 in Guglielmo IX, 7 in Guiraut de Bornelh, 5 in Jaufrè Rudel, 8 in Peire Vidal. A questo proposito è utile specificare che la parola-rima fam si ritrova già in Guglielmo IX , Guiraut de Bornelh e Peire Vidal. La rima – em ha 39 occorrenze, di cui 3 in Peire d’Alverne, che adopera parole-rima presenti anche nella canzone XII : sabem, Iheruzalem. La canzone presenta inoltre delle rime equivoche : fam (vv.4-12); òbra (vv.7-57); còbra (vv.47,55); escampa (vv.24-56). Roam potrebbe essere una rima equivoca se indicasse le diverse località di Rouen ed Edessa. Iheruzalem è invece una rima identica. Volendo procedere ad un’analisi dettagliata del componimento, non si potrebbe non evidenziare la presenza di varianti notevoli tra le varie edizioni, che si cercherà di esporre in avanti. La I lassa si apre con un leitmotiv della poesia trobadorica : il canto degli uccelli, colto in tutte le sue sfumature sonore (braitz, critz, chans, sos, voutas) ed assimilato a quello dei trovatori in onore delle donne amate. Questo esordio richiama nella fattispecie un componimento di Raimbaut d’Auringa (“Braiz, chans, quils, critz / aug dels auzels pels plaissaditz” ). I vari editori hanno adottato differenti lezioni al v.2 : in Canello, Lavaud, Toja abbiamo “Lais e cantars e voutas”( A); in Perugi “E lais e chanz e voutas” (A); in Eusebi “e chans e sos e voutas” (CDIKLN²RSgVE). Poiché la donna desiderata da Arnaut è la più bella, la canzone a lei dedicata dovrà superare qualunque altra in perfezione stilistica. In questo senso è particolarmente significativa la locuzione “obra” al v.7, che rimanda ad un motivo ricorrente del pensiero arnaldiano : l’obrador come luogo della creazione artistica, in linea con una concezione della poesia intesa come prodotto artigianale ottenuto sgrossando, lavorando ed affinando la materia delle parole. Il perfezionamento della canzone e quello dell’anima procedono di pari passo, l’uno speculare all’altro : il poeta compone per dare voce all’amore, motore primo del processo creativo e fonte di elevazione spirituale. Pertanto la canzone che Arnaut si accinge a scrivere deve essere perfetta, priva di “mot fals “ o “rim’estrampa” : questi due concetti sono senz’altro determinanti per comprendere il significato della lassa e contengono dei riferimenti specifici al complessivo pensiero arnaldiano. Mot fals è “la parola fuori posto, che turba l’armonia strutturale della canzone” (Perugi), “impropria” sul piano stilistico, ma letteralmente “falsa” su quello morale : Arnaut allude evidentemente alla volontà di realizzare una poesia dalla forma ben calibrata ma anche autentica e veritiera, distante dalla mediocrità dei lauzengier, che con parole infamanti rischiano di corrompere la purezza dell’amore. Emblematica a questo proposito è la IV lassa della canzone “Lancan vei fueill’ e flor e frug” : “D’enjan mi tuel e d’enuech fug / per Amor ab qe m’atropel, / don ai un tal ver dig adug / re no sai qe mentirs espel : / oimas pres eu ben pauc lauzenjadors / per so q’eu voil e˙m vol sil c’ai cobida / e eu sel soi qe˙ls sieus ditz non trastorna”; “Da inganno mi tolgo e da noia fuggo per Amore, alla cui schiera mi unisco e dal quale ho tratto una così sincera parola che non so affatto che cosa significa mentire : ormai ben poco ho in conto i maldicenti, perché io voglio e me vuole quella che ho desiderata, e io sono uno che non ritorna su quel che ha detto” . È il vero amore che rende le parole, a loro volta, vere. È possibile ravvisare un riferimento ad una canzone del trovatore Cercamon, “Assatz es or’oimai q’eu chant” , vv.31-36: “Plos es lo vers, vauc l’afinan / ses mot vila, fals, apostitz, / et es totz enaissi noiritz, / l’ap motz politz lo vai uzan / e tot ades va˙s meilluran, / s’es qi bel chant ni be˙l desplei”; “Semplice è la canzone, la vado raffinando senza parola triviale, falsa e posticcia, ed è tutta così formata che con parole eleganti la sto usando e sempre più va perfezionandosi, se vi è chi ben la canti e chi ben l’esponga.” Anche Cercamon allude al perfezionamento di una poesia sgombra di falsità ma ricca stilisticamente. La “rima estrampa” è invece una rima “stramba”, dunque inadeguata, imperfetta : accezione confermata da una glossa del canzoniere provenzale H, che chiosa : “id est descovinen”, cioè “sconveniente”. Nello specifico, come spiegato nelle Leys d’Amor, quella “estrampa” è una rima che rimane isolata, senza risposta nelle strofe successive . Nella seconda lassa il poeta si dirige spedito verso il castello – dimora di midonz oltreché luogo simbolico dell’immaginario cavalleresco e dell’amore cortese – senza prendere “destoutas”, ossia strade secondarie che possano deviare dalla meta e ritardare l’arrivo. Ritorna il motivo della “fame” d’amore, già utilizzato da Guglielmo IX (Tant ai pos d’amor gran fam) e dallo stesso Arnaut Daniel nella canzone II, “Canso do˙ill mot son plan e prim”, vv. 46-47 : “Ar ai fam d’amor don badalh / e non sec mezura ni talh”; “ora ho fame d’amore per cui sospiro e non seguo misura nè regola” (traduzione Eusebi) . Nella fattispecie, la fame del poeta supera quella del “neps de sanh Guillelm” che, secondo Canello, Paris, Toja e Perugi, andrebbe identificato nella figura del cavaliere Vivien, nipote di Guglielmo d’Orange e protagonista di un ciclo di chansons eroiche in cui “l’épisode de la faim tient un grande place”(Paris). L’immagine materiale al v.14 dello sbadiglio (badail) e dello stendersi (n’estendi), come al momento del risveglio, diventa manifestazione fisica di un desiderio non legato al cibo o al sonno bensì alla donna stessa : il poeta tende a lei con tutte le sue forze, a bocca aperta e con il corpo proteso fino a procurarsi un crampo (rampa). Proprio quest’ultima locuzione, al v.16, ha suscitato problematiche interpretative notevoli, legate alla difficoltà di sciogliere pienamente questo sostantivo e alla presenza di varianti nella tradizione manoscritta. “Rampa” è infatti un hapax in occitano antico di probabile origine germanica ed indicherebbe un malessere fisico, una patologia. Secondo Perugi “l’arnaldiano ira ni rampa è un binomio sinonimico” e dunque indicherebbe un malessere non tanto fisico quanto morale : egli scelse la lezione “Tan com val mais gran gaug qu’ira ni rampa” riportata dai mss. AIKLMN²V, traducendo : “Quanto più vale una gran gioia di fronte a tristezza o attacco di malattia”. Del resto, anche Toja aveva pubblicato “Tant cant val mais fis gaugz q’ira ni rampa”, traducendo “così come vale più una gioia pura che ira o tristezza”. Eusebi invece guardò all’accezione dell’occitanico moderno rampo, “crampe, contraction spasmodique” : scelta la lezione “Tan cum val mais gran gaug que no fai rampa” di CRSga, tradusse “tanto quanto vale di più un gran piacere di un crampo”. Come la bellezza di midonz supera quella di tutte le altre donne, la gioia di tendere a lei val bene la pena di un crampo. L’apertura della III lassa (“Ben fui grazitz /e mas paraulas coutas”) testimonia, in un certo senso, il successo riscontrato dalla poesia di Arnaut presso la donna. Questi tratteggia una scena d’amor cortese di forte impatto visivo : midonz, bella e preziosa come oro puro, lo bacia coprendolo con il suo mantello color indaco alla vista di eventuali malelingue. Ecco comparire le figure antagonistiche dei lauzengier, già presenti nella poesia goliardica, sempre descritte come animali : serpenti, rapaci, asini. In “Anc ieu non l’aic, mas elha m’a”, vv 34-44 , Arnaut scrive: Fols es qui per parlar en va / quer com sos jois sia dolors, /que lauzengier, cui Deus afol,/non an ges lengua adorna : / l’us cosselh’e l’autre brama, / per que˙s desmanda / amors c’als fora granda; / mas ieu˙m defen / fenhen / de lor bruida / e am ses falhida”. “Folle è chi, con il suo vano parlare, fa in modo che la sua gioia si converta in dolore, perché i maldicenti, che Dio distrugga, non hanno affatto la lingua ben disposta : uno parla in segreto, l’altro raglia, così che si ritira un amore che altrimenti sarebbe grande. Ma io mi difendo dalle loro chiacchiere dissimulando, e amo senza esitazioni”(traduzione Eusebi). L’amore deve essere celato alla vista degli adulatori e difeso dalle loro menzogne infamanti. Nella sestina, vv. 1-2 Arnaut parla dei maldicenti come se fossero uccelli rapaci : “Lo ferm voler qu’el cor m’intra / no˙m pot ges becs escoissendre ni˙ongla / de lauzengier qui pert per mal dir s’arma” ; “il fermo volere che nel cuore mi entra non mi può scalfire becco né unghia di mettimale che perde per la sua maldicenza l’anima”( traduzione Eusebi). Nella canzone XII, è la lingua velenosa del serpente a divenire simbolo della maldicenza. Bisogna segnalare delle varianti anche in questo passo. Ai vv. 23-24 la maggior parte degli editori ha adottato la lezione riportata da manoscritti ADHN², “que lauzengier fals, lengua de colobra, / non o voisson don tan mals motz escampa” dove “lauzengier” è caso retto plurale, “o” è un pronome-oggetto neutro e “voisson” è imperfetto congiuntivo di vezir : secondo questa interpretazione, i versi suonerebbero : “affinché i falsi maldicenti, lingue di serpente, non vedessero quello che è occasione di così cattivi discorsi” (Eusebi). I versi 23-24 vengono glossati nel canzoniere provenzale H “id est de linguis quorum escampa; id est exit tan mals motz. So es tans mal dires” : mals motz (discorso cattivo) è soggetto di escampa (vien fuori). Perugi si discostò dalle altre edizioni : egli accolse la lezione lauzengiers, caso retto singolare, riportata da CIKLMRSgUac, ed ipotizzò che la forma verbale corretta fosse “osvis”, da ossir₌ auzir . Dunque la versione pubblicata da Perugi è “que lausengiers fals lenga-de-colobra / non osvis so don tan mal-moz escampa”, tradotta “per paura che falso maldicente, lingua di vipera, non udisse cosa donde tanto perniciose parole poi divulga”. Il Perugi aggiunse : “Ora il distico è finalmente comprensibile : se non altro rende alla tradizione ciò che le è dovuto, ed anche a livello topico nessuno mostrava di essersi accorto che «udire», piuttosto che «vedere», è il comportamento che appartiene di regola al lauzengier.” La lassa “Ges ram floritz”, come già detto precedentemente, è riportata soltanto dai mss. CMMcSgg’g’’ , tanto che Canello, dubbioso della sua autenticità, la pubblicò tra parentesi quadre in quinta posizione ed ipotizzò che fosse stata aggiunta in una seconda redazione per testimoniare il soddisfacimento del desiderio amoroso. Lavaud confutò la teoria di Canello e pubblicò la lassa come terza, sottolineandone la continuità rispetto alla seconda : «Il me semble que l’image gracieuse, tracée dans le premiers vers, de la beauté de la dame, se rattache tout naturellement à la fin de la strophe 2, où il est dit qu’elle “surpasse tout les autres ”». Secondo Toja, invece, la lassa “conchiude, quasi musicale commento, l’esaltazione della perfezione del bel corpo femminile”, a quadrare il cerchio apertosi con le scene del bacio e del convegno amoroso. Perugi evidenziò come le strofe “Ges ram floritz” e “Boca que ditz?”, rispettivamente indicate come V’ e V nella sua edizione, siano intercambiabili “non solo per la similarità tematica ma anche e soprattutto per la coincidenza in rima dei toponimi Roam : Ierusalem”. La strofe si apre con il paragone tra la donna ed un fresco ramo fiorito, scosso dagli uccellini in volo : interessante notare come, sulla scia di Canello, tutti gli editori ad eccezione di Perugi abbiano preferito la lezione “floretas”, riportata solo da C, a “fuilhetas” (MMcg’g’’) e “folhetas” (Sg). Per quanto l’immagine dei fiorellini in boccio suggerita da Canello sia molto poetica, nulla vieta di pensare che la lezione “fuilhetas”, peraltro maggioritaria, sia quella giusta. Non necessariamente si devono vedere in questo passo “petali ancora avvolti su sè stessi”: potrebbe trattarsi anche di foglioline tenere, leggermente accartocciate. Ad ogni modo, il desiderio di questa bellissima donna è tale che nessun bene materiale potrebbe reggerne il confronto : il poeta la preferisce a “ Roam” e “Iheruzalem” e gli stessi sovrani d’Inghilterra e di Navarra la vorrebbero per sè. Non è del tutto chiaro quale località sia esattamente Roam. Canello pensò ad Aleppo (Roays ). Lavaud pubblicò i vocaboli “ Roam” e “Iheruzalem” lasciandone in bianco la parte iniziale ed inserendo solo le rime (…am; …em) perchè riteneva che essi fossero una interpolazione del copista della fonte di CMMc, il quale avrebbe riparato ad un ipotetico guasto inserendo i nomi delle località citate nella strofe successiva. Lavaud oltretutto sottolineava come entrambi il “reis de Dobra” e “sehl cui es l’Estel e Luna-Pampa” fossero dei sovrani occidentali : pertanto anche i luoghi citati da Arnaut dovevano essere tali. Secondo Toja Arnaut potrebbe menzionare due paesi entrambi orientali (Edessa di Mesopotamia e Gerusalemme, appunto) oppure “un esempio di paese occidentale e uno di orientale” : in tal caso, Roam sarebbe Rouen, capitale della Normandia. Eusebi crede che Roam sia Rouen. Quale che sia la località cui Arnaut fa riferimento, la sua rinuncia ai beni terreni per amore sancisce la totale consacrazione a midonz. L’immagine del poeta a mani giunte in adorazione di una donna, non della Vergine o di una santa, doveva risultare molto forte, direi blasfema in un’epoca profondamente spirituale e religiosa come il Medioevo. La V lassa prosegue con lo stesso tono ardito della precedente : Arnaut prega Dio di far sì che egli possa giacere con midonz nella sua camera. Il motivo della cambra della donna, luogo del desiderio proibito, ricorre anche nella sestina di Arnaut e trova dei predecenti degni di nota in Betran de Borne (“quan serem sol en chambra o dentz vergier” ) e Cercamon (“si josta ni despoliada / non la puesc baizan e tener/ dinz cambra encortinada” ). Proprio nel componimento di Cercamon si notano dei motivi che compaiono, rivisitati, nella canzone XII di Arnaut : l’eros, la nudità della donna, la cortina che funge da schermo come il mantelh endi della III lassa. La misericordia di Dio cui Arnaut si appella trova concreta rappresentazione attraverso la citazione di un episodio narrato nel vangelo apocrifo di Nicodemo, secondo cui il sangue stillato dal costato ferito di Cristo guarì dalla cecità un centurione romano che lo aveva colpito con la lancia, detto per questo “Longino il cieco” : se Dio ha graziato un peccatore come lui, perchè non dovrebbe accogliere la lussuriosa preghiera di Arnaut? Questi ricorda l’incontro (convens, caso di plurale-singolare) con la donna nella sua camera e spera di raggiungere il colmo di joi, cioè contemplare il corpo nudo di lei contro la luce della lampada. La tradizione manoscritta presenta alcune varianti : Perugi si discosta dagli altri editori adottando le lezioni “Deus lo grazitz” dei mss. ACSga e “jogan risen” di CMSg piuttosto che “Dieus lo cauzitz” di AHMU e “baisan rizen”di DHIKLN²V. Il poeta stesso apostrofa l’arditezza della propria richiesta nell’incipit della VI lassa : “Boca que ditz?”, che rievoca “Lenga, per que potz tan parlar?” di Bernart de Ventadorn. Le promessas pronunciate alludono chiaramente al joi dell’incontro amoroso, tanto prezioso che susciterebbe il desiderio persino dell’ “emperaire grecx”, del “senher de Roam” e del “reis que ten Sur e Ierusalem”. Il signore di Roam-Rouen è il re d’Inghilterra, dato che la Normandia era al tempo un feudo inglese; Sur è invece Tiro, città annessa al regno latino di Gerusalemme. Canello sottolineò come l’allusione al re di Tiro e Gerusalemme permettesse di datare il componimento entro il 1187, anno in cui Guido di Lusignano, sconfitto dal Saladino, perdette il controllo sul regno. Eusebi è l’unico ad adottare la lezione “o˙l reis que ten Sur e mais Besleem”, riportata da C : questa lezione permetterebbe di evitare la ripetizione di Ierusalem, già citata nella IV lassa. Eusebi inoltre giustifica la presenza delle rime equivoche Roam ai vv.28 (IV lassa) e 44 (VI lassa), identificandole, rispettivamente, in Rouen ed Edessa. Gli ultimi versi della lassa presentano delle varianti all’interno della tradizione manoscritta. Canello utilizza la lezione di H, “prezioso rappresentante di tutta una famiglia”, per stabilire la vulgata : “ ni eu d’amor non ai poder qe˙m cobra ni sauis es nuillz om qe ioia tampa”. Lavaud scelse“ Que jes Amors non a poder que˙m cobra, ni savis es nuls om qui joi acampa” traducendo : “ n’est sage aucun homme qui met en fuite sa propre joie”. Toja “Que ies Amors non a poder qe’m cobra, ni savis es nuls om qui ioi acampa” : “perché Amore non ha potere di difendermi e savio non è nessuno, che la sua gioia mette in fuga”. Perugi “Que ges Amor non a poder que˙m cobra ni san Ginei ni on que Joi acampa” :“che né Amore non ha il potere di proteggermi né San Genesio né chiunque veglia su Gioia”. Eusebi “Que gens Amors non a poder que˙l cobra, ni san Genieis, nuill on que joi acampa” : “perché Amore non ha affatto il potere di proteggerlo, né san Genesio, chi caccia gioia”. Sostanzialmente ci sono due varianti notevoli : “savis es”, testimoniata dal solo H, e “san Giniei”, da LUac. Proprio quest’ultima rappresenta probabilmente la lezione corretta, essendo San Genesio il protettore dei giullari e, dunque, una figura ben legata alla ricerca di joi. Nella VII lassa Arnaut allude ad eventi di cui le fonti storiografiche non hanno lasciato testimonianze precise e che i filologi hanno cercato di ricostruire per supposizione. Il poeta voleva evidentemente citare un esempio di pericolosità, per così dire, della maldicenza e delle conseguenze che essa può comportare, come la perdita dell’onore e del prestigio. Egli afferma di non temere “los deschauzitz ab las lenguas esmoutas”, i “disgraziati dalle lingue smunte”, ossia chiaramente i lauzengier di cui sopra, che hanno infangato con parole taglienti il buon nome del senhor dels Galecx, il signore dei Galiziani, cioè il reis Ferran. Questi dovrebbe essere Ferdinando II, re di Galizia e Leòn dal 1157 fino al 1188, nonchè cugino di Alfonso II d’Aragona e Castiglia, il quale contendeva il controllo della Provenza a Raimondo V, conte di Tolosa. Il fratello di Alfonso II, Raimondo Berengario, fu assassinato il giorno di Pasqua del 1181 proprio dai partigiani di Raimondo V. Canello ipotizzò che Arnaut attribuisse la responsabilità di questo omicidio a re Ferdinando II : Raimon lo fil al comte sarebbe allora Raimondo Berengario. Poichè tuttavia Arnaut allude ad una prigionia ancora in corso (“greu fara˙l reis Ferran de pretz cobra si mantenem no˙l solv e no l’escampa”), Canello ipotizzò che egli, trovandosi all’incoronazione di Filippo II Augusto, “lontano, potè credere trattarsi semplicemente di una cattura, anzichè d’un’uccisione”. Lavaud confutò la tesi di Canello, sottolineando come dall’incoronazione di Filippo II Augusto (29 maggio 1180) alla morte di Raimondo Berengario (5 aprile 1181) fosse trascorso un anno e che Arnaut avrebbe avuto molto tempo a disposizione per ritornare in Provenza : “Il est probable que, dans cet intervalle d’un an, A.D. eut tout le temps de rentrer dans son pays”. Per questo egli propose che Raimon lo fil al comte fosse non Raimondo Berengario bensì Raimondo VI, figlio del conte Raimondo V. Questa teoria fu avvalorata da Toja : “Non sembra azzardato pensare che Ferdinando II, per appoggiare il cugino Alfonso II, gravemente offeso per la morte del fratello, si vendicasse del responsabile, il comune parente Raimondo V, catturandone il figlio, Raimondo VI, venticinquenne, forse trattenendolo in prigione quale ostaggio”. Per quanto questi episodi di cronaca risultino attualmente oscuri e di scarso interesse poetico, essi dovevano essere noti al pubblico del tempo, dato che Arnaut ne parla commentando “so sabem” : “sappiamo ciò”, come a dire “sappiamo bene come sono andate le cose”. A chiudere il componimento vi è la tornada, in cui il poeta afferma di aver assistito all’incoronazione di Filippo Augusto, il bon rei d’Estampa. Il manoscritto R aggiunge un secondo commiato, ritenuto “pressocchè inintellegibile” dal Toja : “Mos sobrecors si tot gran sens lo sobra / tenga que ten, si bon gayre noy sampa”. Canello scrisse in merito : “rispetto al secondo commiato, che abbiamo in R, non par dubbio lo si deva dire spurio. R attribuisce il componimento a G. De Bornelh; e il commiato a Sobrecors, che starà per Sobretotz, l’amico di Giraldo, sarà stato aggiunto per quasi autenticarne la dubbia autorità”. Una conclusione ambigua ed oscura per questo componimento, in linea con quel principio di ermetica preziosità che è cifra essenziale della poetica Arnaldiana. Federica Maggio BIBLIOGRAFIA: U.A. Canello, “La vita e le opere del trovatore Arnaldo Daniello”, Halle 1883 Lavaud, “Les poésies d’Arnaut Daniel”, in Annales du Midi, XXII, 1910 Toja, “Arnaut Daniel, Canzoni”, edizione critica a cura di G.Toja, Firenze 1960 Perugi, “Le canzoni di Arnaut daniel”, edizione critica a cura di M.Perugi, Milano-Napoli 1978 Eusebi, “Arnaut Daniel, L’aur’amara”, Parma 1995.

La musica di Arnaut Daniel

LA MUSICA DI ARNAUT DANIEL

 (Silvia Cucinotta)

Introduzione

La musica (intesa come produzione volontaria di suoni da parte dell’uomo) è sempre stata presente in tutte le attività umane, accompagnando feste, banchetti, spettacoli teatrali, cerimonie profane o sacre, preghiere, danze, con il canto o con il suono di strumenti musicali. Ci sono varie testimonianze storiche, come la scoperta di antichi strumenti musicali, sulla presenza della musica nella vita degli uomini fin dalla preistoria, ma purtroppo nessuna trascrizione è giunta fino a noi per restituirci quella musica.

La notazione musicale (cioè la creazione di un insieme di segni e simboli utili per comunicare la musica, traducendo il suono ed il ritmo in note, e registrandolo in uno spartito) nasce infatti dopo l’anno Mille; le più antiche forme musicali che ci sono state trasmesse sono quelle relative al canto gregoriano, che utilizzava i neumi, i segni convenzionali che indicano l’altezza tonale di una nota. La melodia era probabilmente agli inizi monodica, cioè affidata ad un solista, e basata su variazioni d’intonazione attorno ad una nota fondamentale.

Fu a cavallo dell’anno Mille che grazie all’opera di Guido d’Arezzo si affermò il primo sistema di scrittura diastematica, che permetteva cioè di indicare le diverse altezze delle note da intonare: i segni (che sarebbero poi diventati le moderne note) venivano inseriti in una griglia costituita da quattro righe parallele (tetragramma).

 

I trovatori e la loro musica

I reperti di musica profana più antichi sono canti con testi latini. I primi di questi fanno parte di canti goliardici (i goliardi erano studenti o clerici vagantes, che prima della formazione di università stabili, migravano da una scuola all’altra), diffusi dall’XI al XII secolo.

Coloro che cantavano i canti profani del Medioevo, e le famose chansons de geste, erano i jongleurs o “menestrelli”, i quali vagavano tra le piazze e le corti dei paesi cantando, suonando, ballando ed esibendosi come buffoni. Le loro canzoni erano basate su semplici melodie ripetute, e spesso improvvisate sul momento, quindi nessuno si preoccupava di scriverle.

Fu anche grazie ai menestrelli che cominciò a svilupparsi quell’insieme di canti noti oggi come musica dei trovatori. Quest’ultimi erano dei poeti-compositori, appartenenti di solito a famiglie nobili, attivi soprattutto nella Francia meridionale nei secoli XII e XIII. Spesso eseguivano da soli le proprie canzoni, che componevano in lingua provenzale; in alternativa l’esecuzione veniva affidata a un menestrello.

I trovatori spesso si accompagnavano nella loro musica con strumenti musicali.

Le informazione riguardo il loro uso ci sono pervenute tutte da frammentarie citazioni letterarie, da scene dei bassorilievi e soprattutto dalle miniature e decorazioni che si trovano sui libri, poiché i manoscritti musicali non nominano mai uno strumento e il suo utilizzo.

Gli strumenti di cui si servivano erano strumenti a corde,

quali la viella (antico strumento ad arco a fondo piatto) ,viella

il liuto, l’organistrum (simile a un grosso liuto) e vari tipi di arpa.liuto

I testi dei trovatori ci sono pervenuti tramite vari manoscritti, contrassegnati da lettere maiuscole se di tipo pergamenaceo, e da lettere minuscole se di tipo cartaceo. Solo quattro di questi manoscritti pergamenacei sono accompagnati da melodia e contengono quindi la produzione musicale dei trovatori: il manoscritto R, conservato a Parigi nella Biblioteca Nazionale, esemplato in Linguadoca occidentale e contenente 160 melodie, e il manoscritto G, conservato a Milano nella Biblioteca Ambrosiana, copiato probabilmente in Italia del Nord e contenente 81 melodie; il canzoniere W ed il canzoniere X (entrambi nella Biblioteca di Parigi) raccolgono sia testi provenzali che francesi. In tutto sono conservate circa 260 melodie.

 

La lettura e l’interpretazione della musica trobadorica

La lettura moderna della notazione della musica monodica nel Medioevo è molto problematica, come anche sono problematici i diversi approcci adottati per realizzarne un’interpretazione. Grazie all’introduzione del tetragramma, oggi quasi completamente in disuso, sostituito nelle trascrizioni moderne dei manoscritti dal pentagramma, si è facilitato il riconoscimento delle altezze delle melodie negli antichi codici.

Un alto livello di problematicità ha però l’interpretazione del ritmo, specialmente quando le melodie sono annotate in maniera tale che le durate relative alle note non sono indicate.

Secondo alcuni studiosi queste canzoni avevano un ritmo libero, mentre altri ipotizzano che avessero una certa regolarità ritmica e che quindi la melodia corrispondesse con note lunghe e brevi, proporzionalmente, alle sillabe accentate e atone delle parole.

Un organismo ritmico complesso è il verso, che si suddivide in ritmi semplici, binari e ternari. L’unità strutturale di un verso è dovuta alla regolare successione delle arsi e delle tesi, rispettivamente la parte forte del piede su cui cade l’accento e il tempo debole del piede (nella metrica classica il piede è l’unità ritmica formata di due o più sillabe). Il piede fondamentale è quello giambico, formato cioè da una sillaba breve e da una lunga.

È necessario quindi che le parole si adattino al ritmo musicale, facendo coincidere gli accenti tonici con le tesi ritmiche.

I versi possono essere di vario tipo, partendo dai più brevi, come il trisillabo, ai più lunghi, come il tetradecasillabo. Il più completo e comprensivo è l’endecasillabo, (che per esempio è quello principalmente usato da Arnaut Daniel per i suoi componimenti).

Un altro dei versi più usati è il settenario, con schema anch’esso giambico.

Nei testi dei trovatori i versi sono organizzati in varie strofe, denominate in lingua provenzale coblas; la cobla è un complesso organismo ritmico governato dalle stesse leggi di suddivisione binaria e ternaria dei versi che lo compongono.

Quando si legge una strofa, si tende ad attribuire ai vari versi un senso di ritmo continuato, in cui le pause e i silenzi fra un verso e l’altro sono elementi di congiuntura e di equilibrio. Il ritmo delle melodie dei trovatori non era però precisato, e occorrerebbe perciò, secondo alcune interpretazioni, ricavarlo dall’andamento metrico del testo poetico, mentre delle melodie sarebbe possibile solo leggere l’altezza delle note.

Dopo che si è riusciti a stabilire il ritmo complessivo di una cobla, ci si trova davanti a due possibilità: o applicare alle strofe seguenti la stessa organizzazione musicale trovata la prima volta, oppure ricercare per ogni cobla il ritmo più pertinente alla singola espressione ritmico-poetica.

I caratteri principali che presenta la melodia del verso trobadorico, almeno negli esempi che ci sono rimasti, sono due: per prima cosa ad ogni sillaba metrica del testo corrisponde una nota isolata o un gruppo neumatico; inoltre ad ogni verso corrisponde una frase melodica distinta ed in sé compiuta.

Nelle trascrizioni le note erano rappresentate con la testa quadrata anziché ovale ed il gambo della nota partiva dal centro della stessa invece che dalla sua circonferenza [prima della metà del XV secolo tutte le note erano rappresentate con la testa piena (notazione nera), ma dopo questo periodo le note di maggior valore verranno rappresentate con la testa vuota (notazione bianca)].

Nei manoscritti, nella maggior parte dei casi, le note sono scritte in forma di virga (neuma gregoriano semplice, derivato dall’accento acuto, rappresentato da un quadratino con una gambetta), e in forma di punctum (rappresentato da un quadratino nero), collocate esattamente sulla riga o nello spazio.

Se si creavano problemi di superamento dell’ottava, anziché tracciare righi e spazi aggiuntivi, l’amanuense spostava o cambiava la chiave.

  Arnaut Daniel

Uno dei trovatori più importanti, ricordato anche da Dante nel XXVI canto del Purgatorio, è Arnaut Daniel. Di Arnaut si conservano 18 composizioni, due delle quali provviste di notazione musicale: Canso do ill mot son plan e prim, e la famosa sestina Lo ferm voler qu’el cor m’intra, conservate entrambe nel manoscritto G.

Dal punto di vista musicale, queste melodie risentono dell’influsso del canto gregoriano, il genere musicale più diffuso a quel tempo, del quale conservano l’andamento monodico (a una sola voce).

Tuttavia nella poesia L’aur’amara, alla VI strofa, Arnaut Daniel cita questo termine:

[…] Ara’t para, chans e condutz […]

tradotto dall’editore Eusebi con il termine discanto. Si trova quindi la citazione del conductus, un altro tipo di composizione vocale di quel periodo, con una o più voci, nel quale la melodia principale (tenor) è una composizione originale, sia per la musica che per il testo (in latino), mentre la musica è in stile omofonico, ossia le diverse voci hanno il medesimo testo e il medesimo ritmo. Inizialmente era di carattere religioso, ma dopo si distaccò dall’ambito liturgico per divenire una composizione di carattere puramente profano.

 Trascrizione moderna della Sestina di Arnaut Daniel “Lo ferm voler”

Nella trascrizione moderna della Sestina di Arnaut Daniel compiuta da Ugo Sesini (docente e musicologo italiano, secondo il cui pensiero la monodia trobadorica aveva dei fortissimi legami con il canto gregoriano), la misura-verso è delimitata da due sbarre parallele verticali, e comprende tutti i tempi primi della melodia nell’ambito di un verso.

Davanti all’ultima sillaba accentata si trova invece una sbarra semplice verticale, che sta ad indicare che dopo di essa cade la tesi fissa del ritmo-verso.

La piccola sbarra collocata tra le due linee superiori del rigo sta a significare le suddivisioni mensurali ternarie antecedenti.  

Le ligaturae e coniuncturae vengono tradotte con note riunite mediante il tratto delle crome quando comprendono due o tre suoni e mediante il tratto delle semicrome per gruppi più numerosi.

L’alterazione del bemolle – il termine deriva dalla notazione musicale alfabetica nella quale la lettera b, corrispondente alla nota Si, quando disegnata con il dorso arrotondato (b molle) indicava il Si bemolle mentre con il dorso spigoloso (b quadro) indicava il Si naturale viene indicata davanti la nota Si, o a capo del rigo (quando risulta dal manoscritto), oppure la si trova sopra la nota quando la sua applicazione è proposta dal traduttore.

A capo della misura-verso, esattamente sopra il rigo, viene indicata con numeri la quantità della misura stessa. Il simbolo numerico dei tempi primi è rappresentato dall’addizione fra la cifra delle quantità che precedono la tesi finale e la cifra delle quantità che la seguono.

Oltre a corrispondere alla realtà quantitativa dei suoni e dei tempi ed al loro ritmo, contiene un’immediata rappresentazione metrica del verso che alla melodia è legato.

Nel caso della Sestina si avrà all’inizio del primo rigo la rappresentazione numerica dell’ottonario: 6+2; a capo del secondo rigo la rappresentazione dell’endecasillabo: 9+2.

 

Lo ferm voler qu’el cor m’intra. La sestina di Arnaut Daniel nella trascrizione moderna di Ugo Sesini.

 musica-arnaut

La trascrizione riprende la melodia unicum del manoscritto G.

Il Si bemolle è segnato nel I verso alla sesta nota; nel III verso alla quarta nota; nel IV verso all’ottava nota. La tonalità è quella di Fa, con finale in Do.

Naturalmente la trascrizione di una melodia è soggetta alle infinite variazioni possibili da parte di chi la interpreta; piuttosto meccanica e fredda, forse a causa dell’utilizzazione di strumentazione elettronica, appare la registrazione della sola melodia reperita in Internet (www.trobar.org/troubadours/arnaut_daniel/arnaut_daniel_09.php).

Un’interpretazione più elaborata è quella presente oggi su You Tube (www.youtube.com), interpretata da Thomas Binkley e dal quartetto Studio der Fruehen Musik, che somiglia molto ad una ballata, dal ritmo piuttosto allegro e scanzonato; la melodia, tranne che nella prima strofa, sembra piuttosto accompagnamento al racconto delle avventure del poeta, i cui versi a volte non si armonizzano con la melodia stessa.

 

 

Bibliografia

D. JAY GROUT, Storia della musica in occidente, Milano 1993 (7° ed.)

G. MONARI, Il ritmo della monodia medievale tra interpretazione ed edizione moderna, in Hortus Musicus, II/6, 2001

G. MONARI, Il ritmo della monodia medievale. Interpretazione, analisi ed edizione multimediale, in Hortus Musicus, II/7, 2001

R. MONTEROSSO, Musica e ritmica dei trovatori, Milano 1956

U. SESINI, Le melodie trobadoriche nel canzoniere provenzale della Biblioteca Ambrosiana, Torino 1942

 lo-ferm-voler

Arnaut Daniel, Lo ferm voler, manoscritto conservato a Milano, nella Biblioteca Ambrosiana, S.P.4. [ex R.71 sup.] (sec. XIV, copiato in Italia), c. 73r

(reperibile su www.filmod.unina.it/cdg/G.htm)

Arnaut, poeta di Dante

Abbiamo sopra ricordato che AD viene canonizzato da Dante come massimo poeta provenzale d’amore nel DVE, con quattro citazioni contenute nel II libro, la parte più formale e tecnica del trattato poetico. Probabilmente anche per questo motivo, una parte della critica tende a limitare all’ambito tecnico-stilistico l’impatto dell’esperienza arnaldiana sulla poesia di Dante. Tale giudizio non è certo unanime né la questione può essere liquidata in modo semplicistico. Infatti, nonostante l’innegabile distinguo ideologico tra i due poeti, è piuttosto pacifico che la seconda canonizzazione dantesca, quella cioè della Commedia, confermi ad AD il primato di massimo poeta di Amor  nella tradizione romanza prestilnovista, andando oltre un riconoscimento puramente tecnico.

 

AD appare nel XXVI canto del Purgatorio, successivamente alla dichiarazione ideologica del canto XXIV (vv. 52-54), in cui Dante si identifica come scriba di Amore-Dio. Nei versi immediatamente successivi (vv. 55-62), Dante, attraverso le parole di Bonagiunta, traccia un vero e proprio solco – un nodo – tra poesia prestilnovistica e nuova poesia, con i seguenti celebri versi:

 

“O frate, issa vegg’io” diss’elli, “il nodo

che il Notaro, Guittone e me ritenne

di qua dal dolce stil novo ch’io odo!

Io veggio ben come le vostre penne

di retro al dittator sen vanno strette,

che de le nostre certo non avvenne;

e qual più a gradire oltre si mette,

non vede più da l’uno a l’altro stilo”.

 

In questi versi non solo si esplicita l’essenza ideologica della lirica stilnovistica – di fatto già contenuta nei versi del canto XXIV -, ma si indica con chiarezza l’esistenza di un prima e di un dopo nella tradizione della poesia d’amore italiana. Pertanto, nel collocare il poeta provenzale nel canto XXVI, additato peraltro da Gunizzelli, che Dante definisce (vv. 97-99)

 

…il padre

 mio e de li altri miei miglior che mai

 rime d’amore usar dolci e leggiadre

 

si ravvisa la volontà di attribuire ad AD un ruolo, se non dalla parte “giusta” del nodo, quanto meno di precursore delle nove rime, simile a quello assegnato cioè a Guinizzelli.

 

E’ questa, in buona sostanza, l’interpretazione che T. Barolini, nel suo Dante’s Poets – Textuality and Truth in the Comedy  (1984), fornisce dell’atteggiamento dantesco nei confronti di AD. L’autrice afferma infatti che una componente fondamentale del fascino esercitato sul poeta fiorentino sia dovuta al fatto che, tra i poeti provenzali, AD è quello in cui maggiormente si realizza la fusione tra uomo che ama e poeta (lover and poet), e in cui aspetto formale e stile derivano da un “misticismo erotico” senza uguali.

 

A sostegno di una tale visione di indissolubilità tra Arte e Amore, ovvero tra Parole e Amore, in AD, seguendo la Barolini, si possono citare i versi 12-18 di Chanso do.ill mot  (II, Eusebi),

 

obri e lim

motz de valor

ab art d’Amor

don non ai cor que.m tuelha;

ans, si ben falh,

la sec a tralh,

on plus vas me s’orguelha

 

e quelli ancora più espliciti di Ans que sim reston de brachas (XVI, Eusebi, vv. 1-7),

 

Ans que sim reston de branchas

sec ni despuelhat de fuelha

farai, c’Amor m’o comanda,

breu chanson de razon lonia,

que gen m’a ducx de las artz de s’escola:

tan sai que.l cors fas restar de suberna

e mos buous es pro plus correns que lebres.

 

La Barolini commenta questi versi osservando che in essi si combina la metafora del fabbro di Purg. XXVI con il credo poetico del canto XXIV e che quindi AD, “like Dante, is initiated into a school where Love is the teacher”. Pertanto, sempre secondo la Barolini, è AD il primo poeta in volgare in cui si realizza pienamente l’identificazione di amore e poesia. E sebbene vada certamente riconosciuto al manifesto poetico di Bernart de Ventadorn una fortissima consonanza con il credo dantesco, è però AD il primo ad associare Amore “non con il il generico trobar ma con il suo aspetto espressamente tecnico” (Barolini, 1984, nota 31, pag. 114). Proprio per questo motivo AD può essere considerato da Dante un vero precursore delle nove rime.

 

Fedeltà al dittatore”, conseguente “oggettività” (universalità dei sentimenti) e “giustificazione della parola” sono proprio i due caratteri che G. Contini, nell’Introduzione alle Rime di Dante, individua come distintivi e definitori della sensibilità stilnovistica. Il critico afferma che il mito stilnovistico della parola “è certo tra i più belli che annoveri la storia delle poetiche (Vita Nova, XVIII)”: la felicità risiede nelle parole di lode alla donna.

Nella stesse pagine Contini sottolinea l’importanza del “provenzalismo dantesco di prima mano”, ovvero l’incontro con i trovatori del periodo aureo, quelli citati nella Commedia. Tra questi, innanzitutto, AD, da cui Dante deriverebbe, prima nelle Rime petrose e poi nella Commedia, la “verbalità del difficile, dell’ostacolo, come presa di possesso del reale non pacifico”. Contini afferma che per Dante la tecnica è “una cosa dell’ordine sacrale, è la via del suo esercizio ascetico, indistinguibile dall’ansia di perfezione”. Vi è in Dante, sempre secondo Contini, una “tecnica dolce che vuol cancellare il suo sforzo”, e una “tecnica aspra, che sottolinea lo sforzo”, in particolare nella rima, che del verso rappresenta il “centro di difficoltà”, l’ostacolo da superare e, quindi, il punto di partenza dell’ispirazione, “in cui trova perfezione e gloria, il poeta”. In questo modo il mezzo tecnico diventa strumento di indagine del poeta.

 

Le interpretazioni critiche qui richiamate giustificano un’attenzione e una valorizzazione degli aspetti tecnici della composizione poetica, che Dante non può non aver trovato anche in AD e che giustificano, a mio avviso, un inevitabile interesse profondo del poeta fiorentino nei confronti dell’opera del provenzale

 

AD è l’ultimo poeta lirico incontrato nel Purgatorio, a cui viene affidato il compito di segnare una linea di demarcazione tra l’esperienza, anche dantesca, della poesia d’amore e quella morale e spirituale del Paradiso. La collocazione purgatoriale (Purg. XXVI, v. 115 e seguenti) nel fuoco che affina è la sintesi dantesca tra distanza ideologica e riconoscimento di assoluta eccellenza formale (nel senso ampio sopra ricordato) nei confronti di AD, a cui è concesso il privilegio, esclusivo nell’opera, di esprimersi in lingua diversa dal volgare latium, con i seguenti versi:

 

Tan m’abellis vostre cortes deman,

qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire:

jeu sui Arnaut, que plor e vau cantan;

consiros vei la passada folor,

e vei jausen la joi qu’esper, denan;

ara vos prec, per aquela valor

que vos guida al som de l’escalina,

sovenha vos a temps de ma dolor!

 

Le prime parole pronunciate da AD rimandano inequivocabilmente all’incipit

 

Tan m’abellis l’amoros pensamen

 

dovuto a Folchetto di Marsiglia (FdM), citato nel DVE (2-VI, 6) e che Dante incontrerà in Paradiso, nel cielo di Venere, ultimo dei poeti d’amore dell’intera Commedia. FdM, trovatore attivo tra il 1179 e il 1195, divenuto monaco e vescovo di Marsiglia, collaboratore di S. Domenico e protagonista della Crociata contro gli Albigesi, diviene così, da poeta di secondaria importanza nel DVE, il simbolo del percorso poetico ideale, ovvero quello compiuto dalla stesso Dante, che attraverso esperienze – tra cui, fondamentale, la poesia d’amore – ascende infine alla vetta della dimensione di  filosofo-morale, guida dell’umanità. In Purg. XXVI Dante celebra quindi AD come grande poeta d’amore ma, con l’additamento a FdM, afferma l’esigenza di affrancamento da questa, come Dante stesso realizza mutando con la Commedia da poeta di venus a poeta di rectitudo.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

 

Antonelli R. (1978). Le Origini. In Storia e antologia della letteratura italiana (a cura di A. Asor Rosa), vol. 1. La Nuova Italia Editrice, Firenze.

 

Barolini T. (1984). Dante’s Poets. Textuality and truth in the Comedy. Princeton University Press.

 

Contini G. (1939). Introduzione alle Rime di Dante. Einaudi (edizione 1995).

 

UN APPUNTO SULLA GENERALIZZAZIONE DELLA SESTINA LIRICA

Fulvio De Santis

1. Caratteristiche della sestina

Abbiamo visto che la sestina lirica è una composizione realizzata con 6 distinte parole-rima e con con le seguenti caratteristiche strutturali:

  1. il numero delle strofe è pari a quello dei versi di ciascuna strofa;
  2. le sequenze delle parole-rima in ciascuna strofa devono essere tutte diverse tra loro;
  3. ogni parola-rima non deve mai comparire nello stesso numero posizionale di verso nelle sei strofe.

La proprietà più caratteristica della sestina è che il passaggio da un ordinamento all’altro delle sei parole-rima si realizza secondo un’unica regola che consente non solo di rispettare i punti 1-3 di cui sopra, ma anche di riottenere, dopo esattamente sei successive applicazioni, l’ordinamento di partenza delle sei parole-rima. In questo modo la settima potenziale cobla presenterebbe le parole-rima nello stesso ordine della prima strofa.

Abbiamo anche visto che, nella realizzazione della sestina, la regola utilizzata da Arnaut Daniel per il passaggio dalla I alla II cobla, legata ai numeri presenti sulle facce contrapposte di un dado, è la seguente:

al verso 1 della II cobla si colloca la parola rima che nella I cobla occupava la posizione 6

al verso 2 della II cobla si colloca la parola rima che nella I cobla occupava la posizione 1

al verso 3 della II cobla si colloca la parola rima che nella I cobla occupava la posizione 5

al verso 4 della II cobla si colloca la parola rima che nella I cobla occupava la posizione 2

al verso 5 della II cobla si colloca la parola rima che nella I cobla occupava la posizione 4

al verso 6 della II cobla si colloca la parola rima che nella I cobla occupava la posizione 3

Sinteticamente rappresentiamo questa regola con i numeri

6-1-5-2-4-3.

Ripetendo la stessa stessa operazione per 5 volte, si ottiene una sequenza di ordinamenti delle parole-rima che soddisfa i vincoli richiesti.

Se indichiamo con i numeri 1, 2, 3, 4, 5 e 6 le parole-rima da utilizzare, possiamo rappresentare complessivamente i 6 ordinamenti ottenuti con la regola descritta in una tabella (matrice) in cui le righe indicano le strofe del componimento e le colonne il numero del verso di una singola cobla.

VERSO

S

T

R

O

F

A

I

II

III

IV

V

VI

I

1

2

3

4

5

6

II

6

1

5

2

4

3

III

3

6

4

1

2

5

IV

5

3

2

6

1

4

V

4

5

1

3

6

2

VI

2

4

6

5

3

1

Si noti che, per ogni riga e per ogni colonna della matrice, ciascuno dei sei numeri (parole-rime) appare una e una sola volta. Si tratta di un esempio di una struttura matematica denominata quadrato latino.  Si veda, a tal proposito, Martines (in bibliografia) e la voce di Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Quadrato_latino), che riporta anche un breve paragrafo sul quadrato latino in letteratura.

Dal punto di vista matematico, le sei sequenze di numeri che rappresentano le sei righe della matrice riportata sono sei possibili permutazioni dei numeri (per noi sempre le sei parole-rima)

{1,2,3,4,5,6},

ovvero sei ordinamenti, diversi tra loro, degli stessi oggetti di partenza. Ovviamente, si tratta di sei particolari ordinamenti dell’insieme considerato, dal momento che il numero complessivo di possibili permutazioni, ovvero di ordinamenti distinti, che possiamo ottenere dall’insieme dato è ben più elevato.

Infatti, per collocare” i sei oggetti a disposizione in una sequenza di sei “posizioni”, si hanno 6 modi diversi (i 6 numeri a disposizione) di scegliere l’oggetto che occupa la prima posizione, 5 modi diversi (i 5 numeri rimasti) per scegliere l’oggetto che occupa la seconda posizione (e quindi 6×5 modi di occupare le prime due posizioni), 4 numeri disponibili per la quarta posizione e così via. Il numero complessivo di modi diversi per occupare le 6 posizioni con i 6 oggetti disponibili è quindi pari al numero 6!, il fattoriale di 6, definito ponendo

6!=6×5×4×3×2×1=720.

La regola che produce gli ordinamenti della matrice considerata, ovvero quelli della sestina, seleziona, dei 720 ordinamenti possibili, sei casi molto speciali, che soddisfano i requisiti sopra richiamati.

2. Generalizzazione: la n-ina

E’ lecito chiedersi se è possibile trovare delle regole, analoghe a quelle considerate nel caso di sei oggetti, che anche per un numero di parole-rima (ovvero di versi di una cobla) diverso da sei soddisfi i requisiti visti per la sestina. Il problema è cioè il seguente: date n distinte parole-rima, è possibile creare un componimento con n strofe tali che

  • ciascuna strofa sia costituita da n versi;
  • l’ordinamento degli n parole-rima sia distinto da strofa a strofa (nessuna parola-rima può occupare la stessa posizione in strofe diverse);
  • la regola di passaggio da cobla a cobla sia sempre la stessa;
  • l’applicazione della regola di passaggio, applicata alla strofa numero n dia, come risultato, l’ordinamento di partenza, ovvero quello della I cobla.

Di questo problema si sono i membri dell’OULIPO (Ouvroir de littérature potentielle), fondato nel 1960 da dieci scrittori e matematici guidati da Raymond Queneau e Francois Le Lionnais. Il risultato (potenziale, perché non è certo che, qualsiasi sia n, il problema abbia soluzione) di questa operazione viene denominato n-ina oppure, in omaggio a Queneau, quenine.

Per illustrare come ottenere, quando possibile, la regola di passaggio che cerchiamo, riprendiamo in considerazione il caso in cui n=6 e riscriviamo la regola che vale per la sestina in termini matematici di permutazione.

Una permutazione, si è detto, è un ordinamento di sei oggetti distinti. Più tecnicamente si può pensare a una permutazione come a una funzione (ovvero una regola che abbina gli elementi di due insiemi) che associa alle posizioni occupate dagli elementi dell’insieme

{1,2,3,4,5,6}

le posizioni che tali oggetti devono avere nell’insieme di “arrivo”. Questa legge, in pratica, data la posizione (numero di verso) di una parola-rima in una cobla, deve determinare la posizione della stessa parola-rima nel verso successivo. Guardando alle prime due righe della matrice considerata sopra, è chiaro che:

  • il primo termine della prima riga (“1”), si trova nel secondo ordinamento alla posizione 2.
  • il secondo termine della prima riga (“2”), si trova nel secondo ordinamento alla posizione 4
  • il terzo termine della prima riga (“3”), si trova nel secondo ordinamento alla posizione 6
  • il quarto termine della prima riga (“4”), si trova nel secondo ordinamento alla posizione 5
  • il quinto termine della prima riga (“5”), si trova nel secondo ordinamento alla posizione 3
  • il sesto termine della prima riga (“6”), si trova nel secondo ordinamento alla posizione 1.

Indicando con σ la funzione che cerchiamo, possiamo allora dire che

σ(1)=2

σ(2)=4

σ(3)=6

σ(4)=5

σ(5)=3

σ(6)=1

Con scrittura compatta si può scrivere

1 2 3 4 5 6

2 4 6 5 3 1

Questa funzione può essere scritta in modo formale: indicando con σ(i) la posizione (numero di verso) che l’oggetto (parola-rima) che occupa la posizione i in una cobla, con i che può assumere i valori da 1 a 6 (ovvero i=1,2,…,6), va ad occupare nella cobla successiva, si ha che:

σ(i)=2i, se i è minore o uguale a 3

σ(i)=2(6-i)+1, se i è maggiore di 3

Se consideriamo ora un numero intero n generico, la formula si generalizza nell’espressione

σ(i)=2i, se i è minore o uguale a n/2

σ(i)=2(n-i)+1, se i è maggiore di n/2

Il problema che ci siamo posti non è però risolto, in quanto non è assicurato che, per qualsiasi valore di n, la formula proposta produca una sequenza di permutazioni di {1, 2, 3, …,n} con i requisiti propri dell’n-ina.

Per esempio, nel caso di n=4, la formula produce la regola di “aggiornamento” seguente:

1 2 3 4

2 4 3 1

Questa regola non può ovviamente produrre una “quartina”, dal momento che, come si evince, il verso che occupa il terzo posto nella I cobla rimane nella stessa posizione in tutti i successivi ordinamenti ottenibili da successive applicazioni della stessa formula.

Le condizioni sul numero n necessarie e sufficienti per ottenere delle n-ine sono state studiate (in particolare da Roubaud). Si tratta di un problema complesso (si veda Odifreddi, per una introduzione): qui ricordiamo solo che una condizione necessaria, ma non sufficiente, è che il numero

2n+1

sia un numero primo (ovvero un numero divisibile solo per se stesso o per l’unità, come ad esempio, i numeri 1, 3, 5, 7, 11, 13…).

Se prendiamo, ad esempio, n=4, abbiamo che 2n+1=9 non è un numero primo e,  come si è visto poco sopra , la regola non produce una quartina.


Analogamente, per n=7, invece, 2n+1=15, e trattandosi di un numero non primo (15 è divisibile per 3 e per 5), siamo certi della non esistenza della n-ina di ordine 7.

Per n=14, invece 2n+1=29 è primo e si può verificare che la legge data produce una…14-ina!

Per un esempio di sestina molto matematica… si veda

http://www.math.pacificu.edu/~emmons/dox/S_estina.pdf

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

M. Audin (2007). Mathématique e littérature. Un article avec des mathématique et de la littérature. Math&Sci.hum. / Mathematical social sciences, n. 178, p. 63-86.

D. Billy (1989). L’architecture lyrique médiévale. S.F.A.I.E.O.

C. Emmons: http://www.math.pacificu.edu/~emmons/dox/S_estina.pdf

Andrea Martines. La letteratura combinatoria. In:

http://www.geocities.com/Athens/Olympus/6043/operazioni1.

P. Odifreddi. Poesia e letteratura matematica.

In : http://matematica.unibocconi.it/odifreddi/poesiaeletteratura.

Wikipedia: quadrato latino. In http://it.wikipedia.org/wiki/Quadrato_latino

L’aura amara: traduzione

L’aura amara fa i boschi frondosi

schiarire, che la dolce ispessisce di foglie

e i lieti becchi di uccelli raminghi

tien balbi e muti, in coppia o soli

per ciò mi sforzo di fare e dir piaceri

a molti, per lei che in basso m’ha torto d’alto,

per cui temo morire, se non cessa l’affanno.

Tanto fu chiara la mia prima luce

a sceglier lei, per cui crede il cuore agli occhi,

che nulla pregio nascosti messaggi

di altra, se lei scarta i miei rari preghi:

però godo a  udire i voleri

di lei, che adoro ed eseguir suoi comandi:

al suo servizio son da piedi a chioma.

Amore, bada! son benvenuto?

Che temo far udir, se mi respingi,

dieci peccati, che è meglio tu la tronchi,

ch’io son fin drudo, caro e non falso;

ma il cuore fermo, forte mi fa coprire molti veri

che per quanto lo neghi, ci vorrebbe un bacio per il caldo

cuore rinfrescare, che non vi vale altra gomma.

Se mi impedisce colui che mi tormenta

di accogliere chi è di Pregio il sommo,

con le quiete preghiere che dentro ho a ranghi

le sarà esposto, chiaro, il mio pensiero:

sarei morto, ma resisto nell’attesa

che la prego mi abbrevi, che ciò mi tien lieto e baldo

e goder d’altre gioie non vale una mela.

Dolce viso, ogni qualità desiderata

dovrò soffrir per voi molti affronti

che siete limite d’ogni mia fatuità

per cui tante dicerie ho sopportato, e derisione

non mi torce da voi, né mi separa ricchezza

che non ami tanto nulla con meno ostentazione

anzi vi desidero più che Dio quelli di Doma.

Or ti prepara, canto e condutto,

presentati al Re che ti accoglierà,

ché Pregio, qui cieco là è doppio

e mantenuto il donare e il mangiare:

con gioia portati là e io guardi il suo anello, se l’alza,

ché mai stetti lontano d’Aragona che d’un salto

non vi volessi andare; ma qui m’han detto: resta.

Fatto è l’accordo: che il cuor guardi ogni sera

lei che corteggio senza in persona Arnaut

ché in altro arbitrio non sforzo intenti al sommo.

IL RODANO

Régime [modifier]

Le régime hydraulique du Rhône est caractérisé par des maxima automnaux liés aux pluies méditerranéennes, et printaniers en raison de la fonte des glaces. L’hiver présente souvent des débits soutenus mais moins marqués et le régime hydraulique minimum est estival.

Longtemps qualifié de « fleuve fantasque », en raison de ses crues puissantes (plus de 11 000 m³.s-1 à l’aval)[réf. nécessaire], il est d’usage de parler aujourd’hui de « fleuve dompté » depuis l’aménagement, sur sa partie française, par la CNR. En amont, sur sa partie suisse, il a subi de nombreux aménagements. Les crues de 1993-1994 et de 2002-2003 ont montré, que l’aménagement hydroélectrique ne gère que les débits ordinaires, mais n’empêche en aucun cas la formation de grandes crues similaires à celles du XIXe siècle.

Le Rhône se caractérise par la diversité de son bassin versant :

  • apports alpins soutenus entre mai et juillet (fonte des neiges et des glaciers)
  • apports océaniques d’hiver, à crues lentes (Saône)
  • apports méditerranéens et cévennols à crues violentes d’automne et étiages sévères d’été.

Il en résulte un régime hydrologique très complexe, et une très grande diversité dans la formation des crues et leur déroulement. On distingue les types de crue suivants[3]:

  • les crues océaniques, dans lesquelles la Saône joue un rôle prépondérant
  • les crues méditerranéennes extensives (janvier 1994), avec une forte contribution des affluents méditerranéens de rive gauche (Durance, notamment)
  • les crues cévennoles (septembre 2002) avec un rôle prépondérant des affluents méditerranéens de rive droite (Ardèche, Cèze, Gardon)
  • les crues généralisées (type 1856)

Le débit moyen interannuel du fleuve relevé à Beaucaire est de 1.700 m³.s-1 (données 1920-2005). On considère que le Rhône est en crue dès que son débit dépasse les 5000 m³.s-1.
Le record récent mesuré date de décembre 2003 avec un débit annoncé initialement à 13000 m³.s-1 à Beaucaire[4]. Le débit a été depuis révisé à 11500 m³.s-1 + ou – 5%[5]. Voir aussi CNR[6] et mairie d’Arles[7].

Les services de l’État, pour l’évaluation du risque d’inondation (élaboration des Plans de Prévention des Risques d’Inondation, PPRI), retiennent comme crue de référence la crue de 1856, estimée à 12500 m³.s-1 à Beaucaire : elle serait ainsi un peu plus forte que la crue de 2003.

La plus grosse crue historique est probablement celle survenue en novembre 1548, voire celle de 580. La crue millénaire, quant à elle, est estimée à plus de 14000 m³.s-1 (entre 14000 et 16000 m³.s-1, selon les auteurs, avec un consensus plus marqué pour 14000-14500 m³.s-1). Le Rhône est celui des cinq fleuves français dont le débit est le plus élevé.

Principales crues historiques [modifier]

Vers 175 av. J.-C., une importante crue du fleuve recouvre une large partie de l’agglomération d’Arles et provoque la destruction irrémédiable des quartiers sud. Ces quartiers périphériques méridionaux sont par la suite abandonnés pendant deux siècles. Vers 150, on a la trace d’une importante crue à Arles. Vers 280, des sources historiques indiquent une crue importante à Lyon, ravagée par une inondation. L’archéologie confirme à Arles la destruction par les eaux d’un habitat romain à la fin du IIIe siècle. 346 voit une crue généralisée du Rhône.

En 563, un éboulement situé dans la région de Saint-Maurice forme un barrage sur le Rhône avec montée des eaux en amont. La rupture du barrage, provoque une vague d’eau qui créa des dégats importants en aval y compris sur les berges du Léman. En 579 ou 580 (plus probablement en 580), a lieu une crue d’automne avec inondation à Lyon et à Arles. À Lyon, Grégoire de Tours rapporte : « au commencement d’octobre, après deux jours de pluies continuelles, le Rhône et la Saône entrèrent en crue. Chose qui ne s’était jamais produite, les deux rivières vinrent se rejoindre au milieu de la presqu’île et formèrent un courant si violent qu’une partie des murs de la ville fut renversée, d’où l’on peut juger du nombre de maisons qui durent être entraînées par les eaux. » A Arles, le cirque romain est abandonné après cette catastrophe. 618 voit une crue probable avec des inondations.

Le Rhône vu de la passerelle d’Illarsaz, dans le Bas-Valais.

En 808, une crue de printemps fait écrire « Cette année, l’hiver fut très « mou » et très pernicieux. On fut affligé à sa suite d’inondations terribles » et est suivie, l’année suivante, d’une crue d’hiver généralisée : « En 809, l’inondation surpassa toutes les inondations connues. Elle emporta les moissons des champs riverains et força les habitants des bords de rivières à chercher un refuge sur les hauteurs. L’abondance des pluies en fut la cause. Elle atteignit son apogée le 28 décembre. »

Lors de l’hiver 821822, des crues généralisées affectent la France : « Il y eut en France une si grande abondance de pluie que les fruits de la terre en furent perdus et qu’on ne put rien semer au printemps suivant. Les rivières sortirent de leur lit et les eaux se répandirent au loin dans les campagnes. » 868 voit une crue historique généralisée des fleuves à la suite de « pluies incessantes ».

En 1226, la crue d’automne (fin septembre) et des inondations en Avignon ont lieu peu de jours après la reddition de la ville aux troupes du roi Louis VIII qui assiégeaient la cité depuis le début de l’été. À quelques jours près, la cité eût été sauvée.

En 1308, une lettre du comte de Provence Charles II évoque les cultures détruites, les ponts emportés et les bestiaux noyés à la suite d’une crue. 1345 voit des inondations catastrophiques. À Arles, à la suite des inondations de 1352, le Chapître ne peut plus être ravitaillé correctement (d’après un texte du 5 octobre 1352) Les inondations catastrophiques se répètent en 1353, 1358, 1368 ou 1373 (la crue est mal datée, probalement, de 1372).

Le Rhône sort du lac Léman à Genève ; l’Arve est visible en avant-plan

La crue du 14 novembre 1396 fait écrire au chroniqueur arlésien Bertrand Boysset : « […] il y eut un grand déluge d’eau du Rhône et des marais… et noya Montlong, La Cape, la Haute-Camargue et les marais salants de Peccais. […] (A Arles) L’eau monta du lundi soir au mardi à l’heure de tierce, de onze palmes de hauteur… (soit environ 2m20). J’ai eu tant d’eau dans ma maison que cela recouvrait les six premières marches de l’escalier. » Les crues d’octobre 1398, décembre 1401 et février 1404 sont aussi signalées par le chroniqueur arlésien Bertrand Boysset.

SOLS SUI QUI SAI: TRADUZIONE

Son sol che so del sopraffanno sorto

in cuor, d’amor soffrendo il sovramare ,

il mio volere è tanto fermo e intero

che mai si scisse né si tolse

da colei  che concupii dal primo sguardo, e poi:

or senza lei dico a  lei parole ardenti,

poi la vedo e non so, tanto la ho, che dire.

D’altre veder son cieco e d’udir sordo

che solamente lei vedo, odo e guardo,

di ciò non sono falso adulatore:

bocca la vuol di più che cuor non dica,

vado per campi, valli e piani e poggi

ma in un sol corpo non trovo tanti pregi

che solo in lei li volle Dio riunire.

Ben sono stato in tante buone corti

ma qui da lei molto più c’è da lodare:

beltà, gioventù, bei fatti e bei soggiorni;

cortesia le insegnò e la educò

tanto ha da sé ogni dispiacere tolto

altro che ben di lei dir non si può.

Nessuna gioia sarebbe breve o corta

sol venisse da lei, che prego la indovini,

perché da me non lo saprà di certo

se il cuor senza parlar non s’appalesa

il Rodano per quanto acqua l’ingrossi

non ha più brio d’amor che, se la guardo,

dilaga in cuore e vi fa stagno.

Gioia e sollazzo di altra sembran falsi e biordi,

nessuna per pregio a lei si può eguagliare

il suo piacere a tutti gli altri è superiore.

Oh, se non l’ho, lasso, gran mal mi morde!

L’affanno è per me riso e gioia e diporto

perché se ci penso son di lei ghiotto ingordo:

Dio, se mai in altra guisa ne sarò gaudente…

Vi giuro mai mi piacque danza o gioco

né altro al cuor poté gioia recarmi

come ciò, di cui  finto maldicente

mai poté rumoreggiare, che m’è solo tesoro.

Dico troppo? io no, se non l’annnoia:

Bella, per Dio, il parlare e la voce

perderei prima di spiacervi in detto.

La mia canzone prego non v’annoi

ché se gradir volete il suono e il testo

poco importa ad Arnaut se piace o spiace.

CANZONIERE L: DIPLOMATICA

CXLII

Arnauz Daniel 

Dolsz brasz ecritz E chantz esons euoltas

Aug delsz aucels qen lor latjn fan precx

damar lor pars . autressi com nos fam

Alannas encui entendem . Edonchas ieu

Qen la genchor entendj dei far cancho

sobre totz debel obra qe no jhaja mot

fals nirem estrampa .

No fui marritz Nino presi de stoltas

Lojornsz qintrej elchastel dinsz los dex

Lai on estai midonsz don hai tal fam

Plus qe no hac loneps desaint guillem .

miluesz lojorn enbadaill em nestendj

perla bella qi totas lautras sobra

Tan qan ual mais granz guag qira ne1

Besui graszitz E mas paraulas 2

coltas percho qe ges au chauszar nosui

pex . Euoilgj mais penre fin aur qe ram

lojorn qieu e madomna nos baisem

om fesz escutz de so bel mantel endj

Qe lausengers fals langa de colobra

No euisso don tan mals motz escampa .

Bels lochausitz percui foro absoltas

las faillidas qe fesz longis locecx

vuoilla qessems ieu emidonsz iacam

dedinsz3 la chambra on ensemes nos mandem

vs ricx conuentz don tan gran joi entendj

qel sieu cors bel baiszan ricen descobra

E qel remir contrl lum de la lampa .

Los deschausitz ab las le ngas emoltas

No dopten ges al seignors dels galex

Shan faich faillir per qesdreich so blasman

Qar sos parentz pres romeu cho sabem

Raimonz lofilz al conte aprendi Q gen

Fara el reis ferranmtz de prez cobra . Si man

tenen nol suen nol descampa

Qieu lhagra uist mas restei pertalobra

Qal coronar feui del bon rej de stampa 
 

CXLIII 

Arnauz Daniel 

Anch ieu nolhaag . 4 mais ella mha

Totz tenps eso poder . amors .

Efaimirat . liet saui efol com

celui qin re no s torna qom no sde

fen qi be ama Qamors comanda

Qhom la serua ela blanda perqieu naten

soffren bona partida can mer es

charida.

En dich pauch qinsz elcor mesta

estar menfai temen paors. La len

gas feign mai locor uol cho don

dolen se sojorna. Gen languis mas

no sen clama Qentat aranda .

Com mars terra garanda Noha tan

gen presen . Com la chausida Qieu

nhaj encobida .

Tan sai so presz fi e certa perqieu

nom puosc uirar aillors . percho l faich

ieu qelcor mendol . Qan solleilz clan

ni sojorna Eno aus dir qi maflama

Locors mabranda . Eloillz han lauianda

Car solamen ueszen mestaj aiszida

vais qim ten auida .

Pero jausen meten esa Ab uplaszers

Deqe mha sors mais mi no passara ja lcol

per paor uilme fos morna Qanqera

sint dela flama damor qim manda

Qe mo cor no espanda sim fai souen

temen Qieu uei per crida maintz

amors delida .

Fols es qi perparlar ama Com sos jois

sia dolors Qill lausengers cui dieus afol

Nohan ges langa tadorna. Lus cosse

ille lautr a brama perqes desmanda

Amors tal fara granda mais ieum

deffen feignem dolor bruida. Eam

ses faillida.

Maint bo chantar leuet epla Nhagrieu

pois fatz sim fis socors . Cill qim dona

joi elmi tol Qar soi liez ermo tras

torna Qez aso uol meliama ren

noill demanda mos cor ni no ill fai

ganda Ansz franchamen limren . Doncx

simoblida merces es perida  
 
 
 
 

CXLIIII 

Arnauz Daniel 

Ansz qe cim reston debranchass

Sec ne despoillat defuoilla

farai 5 Brieu

6 deracho 7 Qe gen maduoch

8 artz desascola Tan sai qel cors

fasz restar desu berna. Emos buos es per plus

corrant qe lebres .

E tu coars no tafranchis perrespeich qa

mor no uoilla .  sec sill te fug net faj

ganda Qe grieu er qhom no i aponja

Qi saffortis de prejar eno cola Qieu pa

sarai part las palus duserna  mon

pelegri lai om cor eniosebres

Ieu nhai passatz pontz ni planchas

perlei cutjasz qieu menduoilla Non eu

qab joi ses uianda men saup far meci

na conja baiszan tenen el cor sitot

se uola No spart delej qil capdel e

gouerna . Qar om qieu an delej nos

loing nesebres .

Abrachos coindas efranchas ma mandat

qe no men tuoilla . Ni autra noserua

niblanda Pos tan fai qab si maconja

Em disz qe flor noill scemble deuiola

qi schanja leu sitot noca siuerna.

Ansz persamor sia laurs egenebres .

Deport nil entroc asanchas Gencher

no suez ni sdespuoilla Qar sa beltatz

es tan granda Scemblaira uos menchonja .

Be m uai damors qimabrach e per

cola . Enom freszis freig ni gels

ne bulerna . Nim fai dolors mals

ni gota ni febres. 

CANZONIERE E. DIPLOMATICA

*naut daniel.

s sui qui sai

sobrafan q(ue)m

s. alcor sufren

mor per sobra

r. que mos uo

s es tan ferms

entiers. quanc

sesduis delieis

sestors. cui en

it alprim ue

ic alieis coitos

non sai tan lai que

dire. 

Enautras res sui secx edauzir sors.qu

en sola liei uei (et) aug (et) esguai. eges daiso

noill soi fals plazentiers. que mais la

uueill nondi labocal cors. q(ui) tan no uau

quan uauc ni plans nipueis. quenu sol

cor trop arsi bons aiptz totz. quen lieis

los uolc dieus triar (et) assire. 

Benai estat amaintas bonas cortz. m/

as sai ablieis trop pro mais que lauzar.

mezure sen (et) autres bos mestiers. beu/

tat iouen (et) autres bons faitz ebels de

mors. gen lensenhet cortezia elenduis.

tant ha ensi totz faitz plazens ebos. de

lieis non cre res de ben siadire*.                                          *non si legge bene la a nel manoscritto 

Nuils iauzimens nom fora breus ni

cortz. delieis cui prec co uueilla deuin/

ar. ho ia per mi non ho sabia estiers.

sil cors sos digz nos prezenta premiers.

[59 A]

defors. que ges roziers peraigua que lengrueis.

nona tal brui calcor plus largua dotz. nom

fai gres tant damor quan la remire. 

Iois esolatz daltram* par fols ebors. cuna de                         *titulus sopra la m

pretz ablieis nos pot eguar. quel sieu solatz

es dels autres sobriers. aisi non lai las quan

mal mo comortz. pero lafans mes deportz ris

cuieis. quar enpensan soi de lieis lecx eglotz.

ai dieus si ian cerai estiers iauzire. 

Enma chanso prec que nous sienuers. que

si uoles grazir lo so nils motz. pauc prezar

naus cui que pes ni que tire.Arnaut da

Anc ieu non laic mas ella ma.niel

tostems enson poder amors. em fai mi

rar let sain fol. com celui quen re nos tor

na. com nos defen qui ben ama. camors

comanda. com laserue la blanda. perquieu

naten. sufren. bona partida.quan mer esca

rida. 

Eu dic pauc quins elcor mesta. estar mi

fai temen paors. lalenguas planh mas lo

cor uol. so don dolen si seiorna.ge(n) languis

mas no sen clama. que tant aranda. com

mars clau ni guaranda. nona tan gen.

prezen. com la cauzida. quieu ai encobida. 

Tant sai son pretz fin eserta. perque nom

puesc uirar aillors. per so fat ieu quel cor

men dol. quan soleits clau ni saiorna.eu

no(n) aus dir qui maflama. lo cors mabran

da. elueill naim lauianda. quar solamen.

uezen. mestai aizida. ueus quim ten aui

da. 

Pero iauzen men te esa. abun plazer deq(ue)

ma sors. mas mi non pasara ial col. per

paor quill me fos morna. quencaram sint

de la flama. damor quim manda. quieu

moncor nonespanda. si fauc souen. teme(n).

que uei per crida. mainta gen perida. 

Fols es qui parla enua. quier com sos

[59 B]

iois sia dolors. quill lauzengier cui dieus

afol. non aun ges lengua adorna. luns

conseilla elautre brama. perques desma(n)da.

amors tals fora granda. mas em defen.

fenhen. de lur brugida. (et) am ses failli

da. 

Maint bon chantar leuet epla. nagrieu

plus fag sim fes secors. sill q(ui)m dona ioi

elmi tol. ar soi letz ar mi trastorna. quar

ason uol menliama. ren noill demanda.

mos cors ni noill fai guanda. ans fran

chamen. lim ren. donx si moblida. mer

ces es perida.Arnaut daniel 

Autet ebas entrels prims fueils. so(n) nou

de flors els rams li renc. enoi te mut

bec ni gola. nuils auzels aus brai ecanta.

cadaus. enson us. per ioi cai dels edel

tems. chan mas amors mi asauta. quels

motz ablo son acorda. 

Dieu ho grazisc (et) amos hueils. que per

lur conoisensam uenc. iois cadreit auci

efola. lira quieu nauie lanta. er uai sus.

qui quen mus. damor don soi fis eferms.

cabliei calcor plus mazauta. soi liatz ab

ferma corda. 

Merce amor quar acueils. tart mi fo

mas engrat mo prenc. quar si mart

dins la mueilla. lo fuecx no uueill q(ue)

sescanta. mas pels us. estauc clus. qui

dautrui ioi fai grues gems. epustela

ensa gauta. sel cab liei si dezacorda. 

De bonamor falsa lescueils. edrutz es

tornatz enfadenc. qui di quel parlars

noill cola. nuilla re cacor crebanta. de

pretz us. quar enfrus. es daquo quieu

mot ai crems. equi deparlar trassauta.

dreitz es que lalenguas morda. 

Vers es quieu lam (et) es orgueils. mas

ab iauzir celar lo trenc. canc pos saint

[60 A]

paul fes pistola. ni nuils hom deius ill.no

poc plus neis gezus. far datal quar absems.

als bos aip quar es plus auta. celas com

per pros recorda. 

Pretz eualors vostres cabdueils. es labela

cabsim retenc. qui ma sol (et) ieu lieis sola.

cautrelmon nomatalanta. aus soi brus.

(et) estrus. alas autras elco tenc prems. m

as pel sieu ioi trepe sauta. no uueill cau

tra mo comorda. 

Arnautz ama enon di nemps. camors

mafrena laganta . que fols gaps no la

comorda.Arnaut daniel 

Enbreu brizal tems braus. el bizel br

ueils nel brancx. qui sentretonon

trastug. de sobre claus rams de fueilla.

quar no chanta auzels ni poilla. mense

nhamors quieu fassadonc. tal chan que

ner segons ni tertz. ans prims de frans

quar coratge. 

Amor es d(e)pretz la claus. ede proeza us

estancx. don naison tug li bon frug. si

es qui leialmen los cueilla. que un non

delis gels ni mueilla. me(n)tre quel noms

elbon tronc. mas sil romp trefas ni cuill

uertz. mor tro leial lo sagre. 

Faillirs emandatz es laus. (et) ieu se(n)tim

nams los flancx. que mais nai damor

ses cug. que tals quen parla es norgu

eilla. q(ue) peitz me fal cor de frueilla.me(n)

tre elam fes semblan enbronc. mais u

olgrui trair penel dezert. on anc non

ac dauzels agre. 

Bona dona esuaus. ecor leial suptils efr

ancx. man damor alferm condug. de li

eis donplus uueill q(ue)m tueilla . quar

sim fo fera (et) escueilla. er iauzen breu

ian tems lonc. quill mes plus fina (et) ieu

lieis sers. que talante meleagre.

[60 B]

Tan dopti quieu per non aus. deuenc

souen uertz eblancx. si mal sen dezirs

fors dug. no sap locors trep es dueilla.

mas ioitz qui despen ma fueilla .mencol

pa quar no la semonc. perque soi depretz

tant espertz. non ai dals talan neis ma

gre. 

Pensar de lieis mes repaus. etragua

mams los hueils crancx. salieis uezer

nols estug. elcor non crezatz quen tueilla

quar oras ni iocx ni uiolas.nom pot

delieis etrauers iornc. partir cai dig

dieus tum somertz. om peris elpeleagre. 

Arnautz uol sos chans siufertz. lai on

dous motz mou enagre.Arnaut daniel. 

Ans que sim rest de brancas. sec

ni despoillat de fueilla. farai cam

ors mo comanda. breu chanso que de

razon lonia. q(ue) gen ma duit de las

artz de sa escola. tan sai quel cor faus

estar de suberna. emos bueus es plus

correns que lebres. 

Etu co aus notafrancas. per respeit

camar not uueilla. secx liste fug nit

fai guanda. que greu er com noi apo

nha. qui lafortis depreiar enon cola.

quien passarai part las palus duzerna.

mon pelegrin lai oncor enios lebres. 

Sieu nai passatz pons ni plancas. per

lieis cuidatz que men dueilla. non ges

cab ioi s(es) uianda. men sap far metzi

na cucinda. baizan tenen el cor si tot si uo

la. nos part delieis quel capdelel gouerna.

cors onquieu an delieis not luenhs nit se

bres. 

Ditz tu caillors notestancas. per autra

quit denh nit uueilla. totz plaitz es qui

ue desmanda. sai elai qui ques somonia.

que ses clam faill qui se mezeis afola. e

[61 A]

tu nofar failla don hom tesquerna.mas

apres dieu lieis honors ecelebres. 

Ab razons cucindas efranchas. ma man

dat que nom….. tueilla. ni autra no ser

ua ni blanda puets tan fai cabsi macon

ia.em di que flors noill semble deuiola.

ques camia leu si tot nonci siuerna. anc

per samor sia laurs ho genebres. 

Depart nil entro casamcas. genser nos

uiest ni* despueilla.quar sabeutatz es

tan granda. ben uos parria mensonia.

bem uai damor q(ue)m membrasse macola.

enom frezis freitz ni gels ni buzerna.

nim fai doler mals ni gota ni febres. 

Sieus es Arnautz del sim truesquen la

sola. esenes lieis nouol auer luderna.nil

senhoriu del rei onor les ebres.Arnaut. 

Chanso don li mot son plazen eprim.

fas pos ar. botonon cill uim. elausor

sim . son decolor . demainta flor. eill cha(n)

eill braill. son alombraill.dels auzels

per labrueilla. 

Pels brueils aug lo chan el refrim. e

percom nomen fassa crim. obri elim.

motz deualor. abart damor. don nonai

cor q(ue)m tueill. ans si bem failli la sec

atraill. onplus uas.mi sorgueilla. 

Re no ual orgueill damador: cades tra

buca son senhor: del (i)loe ausoi.bas el

terraill. per tal trebaill. quai de.ioi lo

despueilla. dreitz es lacrim. (et) art erim.

cel que damor iangueilla. 

Bona dona ues cui azor. ges per ergu

eill non uau aillor.mas per paor del

deuinal. don iois trassaill. fatz senblo(n)

que nosuueilla. canc nons iauzim. de

lur noirim. mal mes que lur ho cu

eilla. 

Aram fam damor don bad all. eno sec

[61 B]

mezura ni taill. sols mo enguaill. canc

non auzim. del tems caim. amador m

eins acueilla. cor trichador. perque mos

..*is capdueilla. 

Si bem uau pertot aesdaill. mos pen

samens lai uos assaill. quieu chan euaill

pel ioi quens fim. las on. partim. don

souen.lueill me mueilla. dire de plor.

ede dousor. pro ai damar quim dueilla. 

Dona qui ques destueilla. arnautz dreg

cor. lai on es honor. quar uostres pretz

cabdueilla.Arnaut daniel. 

Lo ferm uoler quel cor mintra. no(m)

pot ges bec escoisendre ni ongla.

de lauzenger si tot per mal.dire sarma.

equar no laus batrab ram ni abuergua.

siuals afrau lai on non aurai oncle. i

auzirai ioi enuergier ho dins cambra. 

Qua mi soue dela cambra. on almeu

dan sai que nuils hom non intra. ans

mi son tug plus que fraire ni oncle. no(n)

ai membre no fremisca ni ongla. plus

que non fai lenfas deuan la uergua.

tal paor ai queill sia trop demarma. 

Del cors li fos non de larma. acconse(n)tis

ma celat dins sa cambra. que plus me

nafral cor que colp deuergua. quar lo

sieus sers lai on ill es non intra. de

lieis cerai aisi com carns (et) ongla. eno(n)

creirai castiex damic ni doncle. 

Anc laceror demon oncle. non amei

tan niplus per aquestarma. que tan

uezis com es lo detz de longla. salieis

plagues uolgresser de la cambra. demi

pot far lamors quins elcor mintra. me

ils ason uol com fortz de freuol uergua. 

Pos floris la sequa uergua. ni den a

dam. soron nebot ni oncle. tan fina

mors. com cela quel cor mintra *cui

[62 A]

datz fos anc encors neis non enarma.on

quill estei fors enpla ho dins cambra.m

os cors delieis nos part tan com te lon

gla. 

Caisi senpren esenongla . mos cors en

lieis com lescorsa enla ueria . quill mes

de ioi tors epalais ecambra . (et) am la mais

no fis cozin ni oncle .quen paradis na

ura duble ioi marma. si ia nuils hom

per benamar lai intra. 

Arnautz tramet son echantar dongle

eoncle. abgrat delieis que de sa ueria

larma . son dezirat capres de cambra

intra .Arnaut daniel. 

Can chai la fueilla. dels ausors en

tresims. elfreitz sergueilla. don

sechal uims. dels dous refrims. uei sor

dezir labrueilla. mas ieu soi prims. da

mor qui que sen tueilla. 

Tot es gelat mas ieu non puesc fre

zir. camor nouela mi fal cor reuerdir.

no(n) dei fremir. camors mi cuebrem cela.

em fai tener ma ualor em cabdela. 

Bones vida quam ioia la mante. que

tals mescrida. cui ges nouai tan be.

nom sai dere. coreillar qui mescrida.

que permafe del mieils ai ma partida. 

De drudaria. nom sai de re blasmar.

cautrui paria. terra tornen reizarar.

ges absa par. no sai eguar. mamia. cu

na non sai. que segonda noill sia. 

No uueill sasemble. mos cors abautr

amor. si quen ueial mamble. ni uolual

cap aillor. nonai paor. que ia cel depon

tremble. naia gensor. de lieis ni que la

semble 

Ges non es croia. cella cui soi amis.

de sai sauoia. plus bela nos noiris.tal

mabelis. don ieu plus ai de ioia. non

[62 B]

ac paris. delena sill de troia.

Tan pareis genta. cella q(ue)m te ioios.las

gensors trenta. uens debelas faisos. ben

es razos. doncas que mos chans senta.q(ua)r

es tan pros. ederic pretz manenta. 

Vai ten chansos. denan lieis ti preze(n)ta.

que sill no fos. noi meirarnautz sente(n)ta. 

Lan qua uei Arnaut daniel.

fueille flor parer. dels albres eill ra

mel. (et) aug lo chan que faun el brueill.

las ranas elrui el bosc lauzel. adonx mi

fueilla em floris. em fruchamors elcor ta(n)

gen. que la nueit me retsida. quanc au

tra gen. dorm epauze soiorna. 

Ar sai ieu camors ma condug. esiu pl’

segur. castel don non dei renda ni trahug.

ans men ha fait don ecapdes. enonai po

der ni cor quem uir aillors. quensenha

mens efizeutatz pleuida.lai per estar

car bon faitz si adorna. 

Amors deuos ai fag estug. loniamen

uerai efizel. canc no fis guanda ni estug. (con “d” soprascritta a “t”)

damar ans mera bon ebel. euos faitz me

dels grans afans socors. merces daitan

quel mieils aia delida. donpar soleils duc

scal iorn quesaiorna. 

Denguan mi tueill edenueg fug. per

lamor abque matropel. don ai un tal

uer dig adug. re non sai que mentir

sespel. huei mais pretz ieu ben pauc

lauzeniadirs. per so quieu uueill emuol

sill cai cobida. (et) ieu soi cel quels sieus

digz non trastorna. 

Si lauzes dir ben saubron tug. que

iois mi montal cor el cel . quar deport

mi creis edesdug . labela que damor apel.

mon bon esper mi dotbla sa ualors. q(ua)r

qui mais ual mais dopta far faillida.

(et) ill non es de re trista ni morna.

[63 A]

Daquestamor son lunh forsdug. dompne*

dor fenhen fradel . pero sis nan maint pre*

destrug. tal ques fan cucinte (et) isnel.(et) ie*

que soi dels leials amadors. estau iauzens

camors eiois me guida . lo cor enioi que

aillors non trastorna. 

Vai ten chansos alabela decors.ediguas l*

carnautz met enoblida. totautramor per

lieis uas cui sadorna .Arnaut daniel. 

Dautra guiza edautra razon. mau*

achantar que no sol. enous cuge*

que demon dol. esper afar bona chanson

mas mestier mes. quieu fassa merceia*

amans chantan. leis que mencolpa tro*

quieu nai lezer. questiers non parla*

tres. 

Merce dei trobar eperdon. sil dreitz uzat

ges nom destol. calque demerceiar nom

tol . ia saluet merces lo lairon. cautre

ben nol podia saluar. ieu nonai plus

uas ma uida confort. que sil dreit cai

nom ual uaillam merces. 

Donx ha hom dreg enamor non. mas

cuidarion so li fol. quelaus encolpara

sis uol. quar li franses no son guasco(n).

equar la naus frais ans que fos abar.

las peraital colpa soi pres demort. que

dals percrist nosai canc tort lagues. 

Ar conosc ieu esap mi bon. com nos pa

rt leu de so que uol. ans na cor plus

humil emol . si tot lestrai un tems son

don. permeus o dic canc nopuec dezam

ar. cela q(ue)m tol deltot ioi edeport. ans me

dezafortis ades on peger mes. 

Huei mais senhor companhon. perdieu

ans que deltot mafol. preiatz lieis don

mamor nol tol. que naia metre com

del son. ediguas tug pos no laus aus

nomnar. bella prendetz narnaut

[63 B]

*ar endefes.

La poetica di Arnaut Daniel, tra orgoglio e gioco

La poetica di Arnaut Daniel, tra orgoglio e gioco

(Fulvio De Santis)

Il solco che separa la concezione poetica di Arnaut Daniel (AD) da quella di Bernart de Ventadorn, che emerge dalla lettura comparativa di Ab gai so e di Chantars no pot gaire valer, può essere ancor meglio percepito dall’esame di un interstesto della canzone arnaldiana, il componimento Ben vuelh que sapchon li pluzor di Guglielmo IX d’Aquitania (G.IX). Il minore ermetismo dello stile del duca di Aquitania può infatti aiutarci a sciogliere ulteriormente e con più sicurezza alcuni aspetti della poetica di AD.

Ben vuelh è infatti il canto del vanto (guab) del duca-poeta. I nodi centrali di questa canzone sono:

la coscienza della propria abilità, il conseguente vanto per la maestria nel comporre poetico e, parallelamente, nel gioco erotico;

la presenza dell’elemento ludico e agonistico, che funge da tratto unificatore tra la dimensione poetica e quella carnale.

Il vanto del poeta, presente anche in Ab gai so, ma in modo più sfumato, è qui esplicito e apre la canzone:

Ben vuelh que sapchon li pluzor
d’est vers si’s de bona color,
qu’ieu ai trag de mon obrador:
qu’ieu port d’ayselh mestier la flor,
et es vertaz,
e puesc en traire.l vers auctor
quant er lassatz.

G.IX afferma con forza l’eccellenza del vers che esce dal proprio obrador, portatore dei colori nobilitanti della retorica, un verso che diventa addirittura auctor, non appena “lassato” , ovvero strutturato metricamente.

L’esaltazione dei colori della retorica e del valore stilistico e strutturale, costituisce un nodo cruciale anche di Canso do.ill mot (canzone n. II di Eusebi). Qui l’orgoglio poetico-fabbrile (obri e lim) è completamente in linea, anche se con un tono più composto, con quello di Ben vuelh. Ritroviamo infatti, nella II cobla, la lode all’eccellenza della parola, plan e prim, e l’esplicito riferimento all’Art, ovvero alle arti liberali, che oltre ai colori della retorica includono le “arti” aritmetiche e geometriche. Il riferimento qui può essere letto nel senso della componente strutturale e metrica della creazione poetica.

La canzone di G.IX, come si è detto sopra, presenta in modo esplicito anche il nesso gioco-poesia, tipico della ideologia di AD. A tale nesso è dedicato il capitolo VII di “Homo ludens”, di J. Huizinga. In questo saggio del 1939, lo storico olandese afferma che la relazione gioco-poesia è il punto centrale del rapporto, più ampio, tra gioco e cultura. Huizinga sostiene che la poesia, nata nell’ambito della sfera ludica dell’uomo, da questa sfera mai si allontana, a differenza di altre fondamentali categorie umane, quali la religione, la scienza, il diritto, la politica: “Poiesis è una funzione ludica” (p. 141). Afferma inoltre che:

“La poesia in ogni civiltà fiorente e viva e soprattutto in uno stato arcaico di cultura, è contemporaneamente culto, sollazzo, gioco di società, abilità, saggio o indovinello, grave insegnamento, persuasione, incantamento, divinazione, profezia, contesa”.

Un punto dell’analisi di Huizinga è di particolare rilievo per l’analisi della poetica di AD e trobadorica in generale: la poesia come gioco sociale, in cui in genere è presente l’elemento competitivo. Gioco sociale ed agonismo che, a detta dello stesso storico olandese, trovano una evidente realizzazione nella ricercatezza lessicale e stilistica del trobar clus.

Se si tiene conto del fatto che la forma e lo stile dei poeti trobadorici ha un preciso valore simbolico, l’idea di un gioco competitivo ed esclusivo, riservato a un circolo selezionato di adepti, è resa con efficacia massima dalle soluzioni arnaldiane. La rarità delle rime e la ricercata circolarità delle strutture metriche, nello specifico di tipo permutativo (come in Canso do.ill mot e poi, ancor più, nella sestina) sono una metafora perfetta di questa idea di preziosità cortese e di “cerchia” di eletti. In particolare, la struttura permutativa circolare risulta emblematica della chiusura perfetta di un sistema, dal quale non si esce e nel quale non si può entrare.

Come osservato in Antonelli-Sapegno (2008), sono proprio l’altezza e l’asperità delle soluzioni formali di AD a costituire per secoli “il segno formale di un’esperienza intellettuale esclusiva che implicitamente definisce un pubblico particolarmente selezionato”. Di tale pubblico selezionatissimo non possono, a distanza di tempo, non entrare a far parte Dante e Petrarca. Infatti, neanche la distanza ideologica può negare ad AD di ottenere da Dante un’attenzione speciale, con quattro citazioni nel libro II del proprio trattato di teoria poetica, il De vulgari eloquentia (DVE), oltre al trattamento di assoluto riguardo riservatogli nella Divina Commedia (DC).

E infatti nel cap. 2-II del DVE, Arnaut è incluso, come poeta di Amor (con citazione de L’aura amara, n. IX in Eusebi), nella terna dei tre auctores scelti da Dante come canonici della lirica provenzale, insieme a Bertran de Born (Salus) e a Giraut de Bornelh (Virtus). AD viene poi nuovamente incluso nel canone degli illustres cantiones, con la canzone Sols sui che sai (n. XV in Eusebi, qui con “che” reso attraverso grafia italianizzata), nel cap. 2-VI, citata come esempio di contructio sapidus et venustus etiam et excelsius [sapido, leggiadro ed elevato], proprio dei poeti illustri.

Nel trattato dantesco, AD riceve però il più alto riconoscimento nel cap. 2-X quando, descrivendo la stanza di canzone sub una oda continua e riferendosi, pur non citandola, alla sestina, Dante afferma di avere seguito il modello stilistico arnaldiano:

et huiusmodi stantia usus est fere in omnibus cantionibus suis Arnldus Danielis, et nos eum secuti sumus cum diximus

“Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra.”

[di questo tipo di stanza fece uso AD in quasi tutte le sue canzoni, ed io l’ho seguito quando ho scritto “Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra.”]

Infine, la quarta citazione del DVE è nel cap. 2-XIII, dove viene additato il componimento Se.m fos Amor de ioi donar (n. XVII di Eusebi), come esempio di canzone con stanze prive di rime interne.

La collocazione purgatoriale (Purg. XXVI, v. 115 e seguenti) nel fuoco che affina è la sintesi dantesca tra distanza ideologica e riconoscimento di assoluta eccellenza formale nei confronti di AD, a cui è concesso il privilegio, esclusivo nell’opera, di esprimersi in lingua diversa dal volgare latium, con i seguenti celebri versi:

Tan m’abellis vostre cortes deman,
qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire:

jeu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen la joi qu’esper, denan;

ara vos prec, per aquela valor
que vos guida al som de l’escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!

Riferimenti bibliografici

Antonelli R. e Sapegno S. (2008). L’Europa degli scrittori. Dalle origini al Trecento: la formazione del canone. Vol. 1°. La Nuova Italia.

Huizinga J. (1939). Homo ludens. Piccola Biblioteca Einaudi (ed. 2002).

CANZONIERE K: DIPLOMATICA

1a

 

 

ARnautz daniels si fo da quella enco(n)tra-

da don fo narnautz de meruoill. Del e-

uesquat de peiregors. Dun chastel q(ue) a nom

ribairac. Efo gentils om. Et anparet ben le-

tras. edeletet se entrobar. et abandonet las

letras. e fez se ioglar. epres una mainera de

trobar. en cara rimas. Per que soas canso(n)s

no son leus ad entendre. Ni ad aprendre. Et

amet una auta domna de gascoina. Mu-

llier den guill(e)m de buouila mas no(n) fo

cregut que la domna li fezes plaiser en dr-

eit damor. Per quel dis eu son arnautz

qua mas laura echatz la lebre ab lo bou. e na-

di contra siberna.

1b

Arnaut daniels.

EN est sonet cuende le-

ri. Fas motz ecapud

edoli. Eseran uerai

esert. Qan naurai pa

ssat la lima. Camors

maes plane(m) daura.

Mon cantar q(ue) dellei

mueu. Que mante

pretz egouerna. 

Ades meillur et es

meri. Que la ge(n)sor

seru ecoli. Del mon sous dic en apert. Sieus

son dal pe tro quel sima. E si tot uental freidu-

ra. Lamors quinz el cor me plou. Mi ten caut

on plus iuerna. 

Tan lam de cor ela queri. Ca trop uoler

cug lam toli. Som ren per ben amar pert.

Quel fis cors sobre trasima. Lo mieu tot e

non sei saura. Tant ai damor fag renueu.

Cobrador nai etauerna. 

Non uoil de roma lemperi. Ni com me(n) fas-

sa postoli. Quen lei no(n) aia reuert. Per cui o-

mart lo cors em rima. E si midonz nom re-

staura. Lamor que dal cor mes mueu. Mi au

si esi enferna. 

Mil messas naug en proferi. En fas lum de

sere doli. Que dieus mi don bon esert. Dellei

quem uenz ses escrima. Ecan remir sa crin sa-

ura. E son blanc cors fresc enueu. Mais la(m)

que quim des luserna. 

Ges pel mal trag qen soferi. De ben amar

nom destoli. Lei anz dic endescubert. Caissim

faill los motz el rima. Pietz trac aman com

que laura. Canc plus non amet unueu. Cel

de mon clin naudierna. 

Au son arnauz camas laura. E caz la lebre 

a lo bueu. E nadi contra suberna.

 

Sols soi que sai lo sobra fan qem sorz.

Al cor damor sofren per so bramar. Que

mos uolers es tan ferms et entiers. Qanc

non ses dueis de celleis ni ses tors. Cui en

cubit als prims uezers epueis. Cades ses

lei dic alei cen bos motz. Puois qan la uei

no(n) sai tan lai que dire. 

Dautras uezer soi secs edauzir sortz. Qen

So la lei ueg e aug et esgar. Eges de so no(il)

son fals plasentiers. Que mais la uoill no(n)

di la bocal cors. Que tan no(n) uan p(la)s uaus

2a

ni plans ni pueis. Que nun sol cors trob ais

sis bos aibs totz. Quen leis los uolc dieus triar

et aissire. 

Ben ai estat amantas bonas cortz. Mas sai

ab lei trop pro mais que lausar. Mesure sen

eautres bons mestiers. Beutat iouen bons faz

ebels demors. Gen lenseingnet cortesia la

duois. Tant a desi totz fatz desplasens rotz. De

llei no(n) cre ren de ben sia dire. 

Nuls iauzimez nom fora breus ni cortz. Del

lei cui prec couoilla deuinar. Qe ia per mi

non o sabra estiers. S il cors ses dins no pre

zenta de fors. Que ges rosers per aiga que

len grueis. No(n) a tal briu can cor plus larga

doz. Nom fas estanc damor tam la desire. 

Iois e solatz dautrui par fols ebortz. Cuna

de pretz ab lei nos pot egar. Quels sieus so

latz es dels autres sobriers. Aisi non lai las

tan mal ma comors. Pero la fanz mes deporz

ris e iueis. Qes en pensan soi dellei lecs e gloz.

Ai dieus si ian serai estiers iauzire. 

Anc mais sos pliu nom platz tan treps ni

bortz. Ni res al cor tan de ioi nom pos dar.

Co(m) fes aquel don anc fals lausengiers. No(n)

ses brugic cami sol soos tresors. Dic trop eu

no(n) sol lei non si enueis. Bella per dieu lo

parlar ela uotz uoill perdre nans quieus di

garen qeus tire. 

Ema chansos prec que nous si enueis. Que

si uolez grazir lo son nils motz. Pauc pretz ar

nautz cui qe plasso cui tire.

AR uei uermeills blaus blancs egrucs.Uer

giers plans plais tertres euaus. El uotz

dels ausels sone tint. Ab douz acort matin eta

rt. Som met encor queu colore mon chan. Du(n)

aital flor do lo frugs si amors. Eiois lo gars elo

lors de noi gandres. 

D amor me pren pessan lo fuocs. El desiers

dous ecoraus. El mals es amoros que sint. El

flama suaus on plus mart. Camors enquier

lossieus daital semblan. Fiels francs fis merce

ians parcedors. Car a sa cort noz enois e ual bla

dres. 

A mi nos camia temps ni luocs. Coseills azi

na bes ni maus. E sieu al mieu enten uos mi

nt. Jamais la bella nom regart. On mestal

cors durme(n) ueillan. Quieu no(n) uoill ges qa

pes sas grans ualors. Esser ses lei on plus

ualc alisandros.

2b

Mantas uez mi solatz enuocs. Ses lei mas de

llei uoill si uaus. Ades dir lo qart mot ol qint.

Quel cor no(n) teig en autra part. P(er) so nai dals

pensamen ni talan. Quil mes de totz los bes

sabers sabors. E uei lel cor seren poilla oen fla(n)

dres. 

Mot desir qen quer fos sos cuocs. E ma ue(n)gues

aitals iornaus. Quien uiuria ben danz pl(us)uint.

Quel cor me ten fresc egaillart. Ua ben son

fols que uau doncs als sercan. Enonca uoill

mas per gieng treu aillors. Baillir lauer que

clau tigres e mandres. 

Mes autres fatz souen feinz iuocs. El iorns

Sembla(m) us anoaus. E pessam car dieus nom con

ssint. Con pogues temps breuiar abart. Que

loncs respiegs fai languir fin aman. Lune so

leills trop faitz loncs uostres cors. Pesam car

plus souen nos faill resplandres. 

Arnautz daniels.

LAura mara. Fals brueills brancutz. Clairir.

Qel douses peissab fueils. Els letz. Becs. De

ls aucels rame(n)cs. Ten balbs emutz. Pars. E

non pars. P(er) quieu mesforz. De far e dir. Plazers.

A mains par lei. Que ma uirat bas daut. Don

tem morir. Sils affanz noma soma. 

Tan fon clara. Ma prima lutz. Deslir. Lei donc

crel cors los oills. No(n) pretz necs. Mans dos ai

gonencs. Dautra ses dutz. Rars. Mos preiars. P(er)o

deport. Mes adauzir. Uolers. Bos motz segrei.

Dellei don tant mazaut. Cal sieu seruir. Soi del pe-

tro la coma. 

Si man para. Cil qem tralutz. Dauzir. Si qes

de pretz capduoills. Dels q(ue)tz. Precs. Cai dedinz

arencs. Ler fors rendutz. Clars. Mos pensamz.

Quieu fora mortz. Mas fam sofrir. Les pres.

Qeill prec quem brei. Caisiom tem let ebaut.

Qe dals ausir. No ual iois una poma. 

Dousa cara. Ab totz aibs uolgutz. Sofrir. Mer

per uos mains orgoills. Qar etz decs. De totz

mos defens. Don ai mains brutz. Pars. Egabars.

De uos nom tortz. Nim fai partir aures. Qanc

no(n) amei. Ren tant ab mens dufaut ans uos de

sir. Plus qe dieus sil de doma. 

Amors gara. Soi ben uencutz. Chausir. Tem.

far sim desacuoills. Tals detz. Precs. Que tes

miels q(ue)t trencs. Queu soi fis drutz. Cars. E

non auars. Mal cors ferms fortz. Men fai sofr

ir. Mains uers cab tot lo nei. Magrobs un

bais al caut. Cor refrezir. Que noi ual autra

goma.

3a

Arat para. Cans econdutz. Formir. Al rei q(ui) ter

escouills. Car pretz. Secs. Chai lai on es doble(n)cs.

Emantengutz. Dars. E maniars. De ioi lat porz.

Son anel mir. Sis ders. Qanc no(n) estei. Jorn da

ragon quel saut. Noi uolgues ir. Massai man

clamat roma. 

Fatz es la crotz. Qel cor remir. Totz sers. Lei cui

dompnei. Ses parsonier arnaut. Qe nautrar

bir. No(n) esfort mententa soma.

Arnautz daniels.


CANZONIERE D

Nº 7 

                         I

Doç brais e criz e chans e voltas

aug dels aucels qu’in lur latins fan precs

d’amar lor par, atreissi cum nos fam

a las amigas en cui entendem:

e doncas eu,  q’en la gençor entendi,

dei far chançon sobre toz de bel obra

que no·i aia mot fals ni rim’estrampa.

                        II

No fui maritz ni non presi destoltas

lo iorn qu’intrei el castel dinz los dex,

lai on estai midonz, don ai tal fam

plus que non ac lo neps de Sang Guillem:

Mil vez lo iorn en badail e·m n’estendi

per la bela que totas altras sobra

tan co val mais granç iois qu’ira granz ni rampa.

                      III

Be fui gririz e ma paraulas cobras,

per ço que ges al causir no fui pescs,

anz volgri mais penre fin aur que ram

lo iorn qez ue madonnas nos baissem.

E·m fez escut de son bel mantel endi,

que lausengier fals, lenga de colobra,

non o  [……….] 1 don tan mals moz escampa.

                    IV

Deus lo causez, per cui forcem absoltas

las faillidas que fez Longis lo cecs,

Voilla qu’essem eu e midon iacham

dedins la chambra en essems nos mandem

uns  rics covens don tan gran ioi atendi

que·l seu bel cor baisan riçen descobra

e que·l remir contral lum de lampa.

                            V

Los deschausiz ab las lenguas esmoutas

non dupti ges si·l seignors dels Galecs en fait faillir,

per qu’es dreis so blasmam,

car son paren pres romeu, cho sabem,

Raimon lo fil al comte, et aprendi

que greu fara·l reis Ferrans de prez cobra

si mantenen no·l solv e no·l deschampa.

                          VI

Eu l’agra vist, mas restei per tal obra

c’al coronar fui del bon rei d’Estampa. 
 
 
 

Nº 8 

                           I

Anc eu no l’aic, mas ela m’a

toz tems en son poder Amors,

em faim irar let, savi fol

cum celui qu’en re no·s torna,

c’om no·s defen qui ben ama,

c’Amors comanda

qu’om la serva, la blanda:

per qu’eu n’aten sofren bona partida

can m’er escarida. 

                    II

Eu dic pauc qu’inz el cor m’esta

estar mi fai temens paors;

la lengas plaing mas lo cors vos dol

ço don dolen se soiorna:

Gen languis mas, no s’en clama,

qu’en tan a randa

cum mars clau e garanda.

Non a tan gen, presen

cum la causida

q’eu ai encobida. 

            III

Tan sai son prez fin e certai

per que non puos virar aillors;

per so faz eu que·l cors m’en dol,

can soleinç clau ni saiorna:

eu non aus dir qui m’aflama;

lo cors m’abranda,

car solamen veçen

m’eistai aizida.

Ve’us qui·m ten a vida! 

            IV

Pero iauzen me ten e sa

ab un plaçers de que m’a sors;

mas mi non passara ia·l col

per paor qu’il me fos morna,

c’anquara·m sint de la flama

d’Amor qui·m manda

qu’eu mon cor non espanda:

si faz soven temen

que vei per crida mangta gen perida. 

              V

Fols  es qui per parlar en va

quer cum sos iois sia dolors,

queill lausengiers, cui Dieus afol,

non an ges lenga tadorna:

l’us cosseill le l’altre brama,

per que·s desmanda amors tals fora granda;

Mas e·m defen fegnen

de lur baugida

et an ses faillida. 

         VI

Mangt bon chantar levot e pla

n’agr’eu plus fang si·m feis secors

cil que·m dona ioi el mi tol,

er soi lez

er m’o trastorna

car a son vol mi liama.

Re no·ill demanda

mos cors ni no·il fai ganda,

anz fracamen li·m ren:

donc, si m’oblida,

Merces es perida.          
 
 

Nº9 

            I

Autet e bas entre·ls prims fols

son nuo de flors el rams li renc,

e no·i te mut bec ni gola

nuillz aucels, anz brai e çanta

cadaus

en son us:

per ioi cai d’els e del temps

qui·ls moz ab lo son acorda 

                II

Deu o gracis et a mos oills,

que per lor conoissencha·m venz

Jois ca dreit auci e fola

l’ira qu’ieu n’aui e l’anta.

Er va sus

qui que·n mus

d’Amor, don sai fis e frems,

cab lei qu’al cor plus m’adauta

soi liaz ab ferma corda. 

                     III

Merces, Amors, q’ar m’acuoills!

Tar mi fo, mas en grat m’o prenc,

car, si m’art dinz la mela

lo focs, non voill que s’eschanta;

mas pels us

estau clus

qui d’altrui ioi fan greus gems,

e pustel’a gen sa gauta

cel c’ab lei se desacorda. 

                IV

De bon’amor falsa l’escuoills,

e druz es tornaz en fadenc,

qui di que·l parlars no·l cola

nulla re ca cor creanta

de Prez us;

car efrus

es d’aco qu’ieu mot ai crems;

e qui de parlar trasaura

dreiç es q’en la lenga·s morda. 

                V

Vres es qu’ieu l’am, et es orguoills:

mas ab iauçir celar lo trenc;

c’anc puois Sainc Pauls fez pistola

ni nuills om deius caranta,

non poc plus

neis Jesus

far de tals, car absems

al bos aips con es plus auta

celas c’om per pros recorda. 

                VI

Preç e Valors, vostre capduoills

es la bella c’ab si·m retenc,

qui m’a sol et eu lei sola,

c’altr’el mon no m’atalenta,

anz soi brus

et estrus

a·ls altras e·l cor tenc prems;

mas pel seu ioi trep’e sauta

no vuoill c’altra m’a conorda. 

                  VII

Arnauz ama e non di nemps,

c’Amors m’afrena la ganta

que fols gaps no la comorda. 
 

Nº 10 

                   I

Em breu brisa tals temps braus

e·l bisel bu ne·l brancs

qui s’entrestenc  trastuch

de sobre claus ram

de foilla:

qu’er no·i chant’aucels ni pola,

m’esseng’Amors q’eu faça donc

tal chan quen er ver segnoz ni terç

anz prims d’efrancar cor agre. 

                 II

Amors es de prez la claus

e de proesa us estancs

don naisso tuig li bon frug,

s’es qui leialmen los coilla,

que un non delis gels ni niola

mentre que·l noiris el bon tronc:

mas si·l rump trafans nil culverz;

mor tro leial lo sagre. 

                 III

Faillirs emendaz es laus;

et eu senti·m n’ams los flancs

que mais n’ai d’amor ses cug

que tals parla e n’ orguoilla,

que petz me fa·l cor de friola;

mentren ela·m fez semblan embronc,

mais volgr’eu trair pen’els deserç

onc anc non ac d’acels agre 

        

         IV

Bona doctrina e suaus

e cors clars, soptilis e francs

m’an d’Amor al ferm conduch

de lei dom plus voill que tinlla,

car si·m fo fera et escriola,

er iauçen brevian teps lonc,

qu’ill m’es plus fina et eu lei cerç

que Talant’e Melagre. 

              V

E an dopti queu per non aus

devenc soven ners e blancs;

si m’a·ls sen Desirs forsuc

no sap lo cors crep es duoilla;

mas iors qui d’esper m’afiola

m’encolpa car no la samonc,

per que soi del prez

no ai d’als talan neis magre. 

               VI

Pensar de lei m’es repaus,

e traga·m los oillz crancs

s’a lei vezer no·ls estug;

e cor non crezaz qu’en tuoilla,

car oras ni iocs ni viola

no·m pot de lei en travers ionc

partir….cai dich? Deu tum somerc

o·m peris el pele agre. 

            VII

Arnauç vol sos chanz sia offerz

lai on dolz moz mou en agre. 
 

Nº 11 

                  I

Anç que cim rest de branchas

sec ni despoillai de foilla

farai, c’Amors mo comanda,

breu chançon de razo loinna,

que gen m’a duoit de las arç de s’escola:

Tan sai que·l cors faz restrai de suberna

e mos buos es pro plus correnz que lebres. 

                     II

E tu c’o aus, non t’afranchas

per respit c’amar not voilla:

sec, s’il te fug ni·t far ganda,

que greu er qu’om no·i apoina

qui s’afortis de preiar e no cola,

qeu passerai part las plus d’Userna

mon Peregrin lai on cor en ios Ebres. 

                     III

S’eu n’ei passaz ponz ni plancas

per lei, cuidaz qu’eu m’en duoilla?

No ges cap ioi ses vianda

men sap far mezina conia

baisan tenen, e·l cors, si toto si vola,

no·s part de lei qi·l capdel’e·l governa.

Cors, on qu’eu de lei no·t long ni·t sobres! 

                     IV

Diz:”Tu, c’aillors non t’estanchas

per altra quit de gen ni·t voilla;

toz plais esquiv’e desmanda

sai e lai qui quez somonia,

que·s esclama faill qui se mezzi afola;

e tu no far failla dom om t’esqerna

mas apres Deu leu onors e celebres. 

                         V 

Ab rasos congdas e franchas

m’a mandat qu’eu no m’en toilla

ni altra no serva ni blanda

puos tan fai cap si m’aconia,

e·m di que flor no·ill semble de viola

qui·s camia leu si tot non cas iverna,

anc per s’amor sia laurs o genebres. 

                       VI

De part Nil entro c’a Sanchas

gençer no·s veist ni·s despoilla,

car sa beutaz es tan granda

ben vos parria menzunia;

be·m vai d’Amor, qui m’abrez e m’acola

e no·m frecis freiç ni gels ni bulerna,

ni·m fai dolor mal ni gota ni febres. 
 

Nº 12 

                        I

Lo ferm voler quel cor m’intra

nom pot ges becs escoissendre ni ongla

de lausenger si tot per mal dir s’arma;

e car non l’aus batr’am ram ni ab veria,

sivals a frau, non avrai oncle;

jauzirai ioi, en vergeir o dins cambra 

                            II

Can mi sove de la chambra

on al meu dan sai que nuillz om non intra

anz mi so tuit plus que fraire ni oncle

plus que non fai lefas denan la virga

tal paor ai queill sia trop de m’arma 

                        III

Del cors li fos, no de l’arma

e cossentis m’a celat dinz sa chambra,

que plus mi nafra·l cor que colps de veria

car lo seus sers

la on il es non intra:

de lei serai aissi con carnz e ongla

e non creirai castic d’amic ni oncle 

                     IV

Anc la seror de mon oncle

non amei plus ni tan, per aquest’arma,

que tan vezis con es lo denz de l’ongla

s’a lei plaghe , volgr’esser de sa chambra

de mi pot far l’amors qu’inz el cor m’intra       
 

         

 
 
 

Canzone di parole piane e prime

Canzone di parole piane e prime
farò, giacché gemma il vinco
e le più alte cime
son del colore
di molti fiori
e verdeggia la foglia
e canti e gridi d’uccelli
risuonano a l’ombra
per il bosco.

Pei boschi odo il canto e il gorgheggio
e perché ciò non mi s’adduca a colpa
lavoro e limo
parole di valore
con l’arte d’Amore,
da cui non ho cuore di togliermi;
anzi, sebbene mi sfugga,
son suo segugio,
quanto più verso me inorgoglisce.

Niente vale orgoglio d’amante
perché presto rovescia il suo signore
dal luogo più alto giù nel terriccio
con tal travaglio
che d’ogni gioia lo spoglia;
giusto è che lacrimi
che arda e frigga
chi contr’Amor borbotta.

Donna gentile, verso cui mi volgo adorante,
non guardo altrove per vostr’orgoglio,
ma per paura degli indovini,
per cui Gioia trasale
faccio mostra che non vi voglia

che mai godemmo

del loro cibo

e mi duole raccoglierlo.

Se pur vado ovunque slegato

Raimbaut d’Aurenga: En aital rimeta

Raimbaut d’Aurenga

En aital rimeta prima
M’agradon lieu mot e prim
Bastit ses regl’e ses linha,
Pos mos volers s’i apila;
E atozat ai mon linh
Lai on ai cor qe m’apil
Per totz temps, e qi·n grondilha
No tem’auzir mon grondilh.

De la falsa genz qe lima
E dech’e ditz (don quec lim)
Ez estreinh e mostr’e guinha
(so don Joi frainh e esfila),
Per q’ieu sec e pols e guinh:
Mas ieu no·m part del dreg fil,
Qar mos talenz no·s roïlha,
Q’en Joi nos ferm ses roïlh.

Qan vei rengat en la cima
Man vert-madur frug pel cim,
E qecs auzelletz relinha
Vas Amor, don chant’e qila,
Per cui ieu vas Joi relinh,
Don m’esforz e chant e qil;
E·l rosinhols s’estendilha
Qe’m nafra d’amor tendilh,

 

Si que·l cor m’art, mas no·m rima
Ren de foras, mas dinz rim;
Q’Amors l’enclav’e l’escrinha
–Si! pels sans qi son part Mila!–
E·l ten pres dinz son escrinh;
Q’ades am mais per un mil
Midons, si tot si·m perilha
Ni·m mou trebailh ni perilh.

 

Asatz m’a sauput d’escrima
Il, q’enqers vas mi s’escrim;
Mas non ha d’Aics tro a Sinha
Sa par defors ni dinz vila
E si·m destreinh ni me sinh,
Ha pro poder que·m envil;
Mas ja sos cors no frezilha
Q’a mi·l sors promes frezilh.

 

Don mos cors sailh fort e grima
Si q’en trep e saut e grim
E plor mais per que . . .
Mon cort gaug, cui acortilha
Dols, don prenc mal . . .
Qe·m ten trist en son cortil
Per l’amor que m’a volpilha
Midons c’a cor trop volpilh.

Qar mi ten midons tan vil,

Maldic lo jorn mil vetz cilha
Q’aduis mon cor pres de cilh.

 

Mas ja no m’en tengues vil,
C’anc mos cors non fon pres cilha
Mas pels cis ni sobrecilh.

 

In questa canzoncina fine

mi piacciono lievi parole e fine,

costruite senza regolo o linea,

giacché il mio desiderio vi si radica;

e attosato ho il mio legno,

là dove ho desiderio d’appoggiarmi

per sempre, e chi ne strilla

non tema udire i miei strilli.

 

Di falsa gente che lima,

dichiara e sparla (onde tutti io limo)

e costringe e mostra e addita

(per questo Gioia è distrutta e rovinata)

per cui mi secco e ansimo e ghigno,

ma non mi allontano dal filo diritto,

perché il mio desiderio non arrugginisce

che ci blocca in Gioia senza ruggine.

 

In questa canzone è sicuramente da vedere il nucleo generatore di Canso do·ill mot son plan e prim, un testo di Arnaut Daniel (canzone II) con una tradizione manoscritta pari a quella della «sestina» e ad essa associato in più manoscritti. Il legame diCanso do·ill mot son plan e prim con En aital rimeta prima è denunciato dall’incipit, forgiato sul secondo verso, «M’agradon lieu mot e prim», ed è ribadito con la ripresa sistematica delle parole con rima in –im presenti nelle prime tre strofe della rimeta. La dichiarazione di Arnaut Daniel di voler comporre «con arte d’Amore» è accompagnata dunque da un esplicito rinvio alla rimeta di Raimbaut d’Aurenga. Si legga il passo arnaldiano:

 

Pels bruelhs aug lo chan e·l refrim,

e per qu’om no m’en fassa crim

obri e lim

motz de valor

ab art d’Amor

 

Pei boschetti odo il canto e il cinguettio e, perché non mi si faccia accusa, lavoro e limo parole di valore con l’arte di Amore

 

Anche la dittologia «ard’e rim», che troviamo in un altro luogo della canzone arnaldiana («dreitz es lacrim / e ard’e rim / sel que d’amor janguelha», «giusto è che frigni, / bruci e si strini / lui che l’amore imbroglia»), richiama, oltre che un passo dello stesso autore, anche l’inizio della strofe della rimeta di Raimbaut d’Aurenga («Si que·l cor m’art, mas no·m rima / Ren de foras, mas dinz rim»). L’ardere del cuore, rappresentato mettendo in rima la parola rima non poteva sfuggire al fabbro che lima parole con arte d’Amore.

SI TOT MI TEN EN DEZERT

 

Il sito web RIALTO interpreta il termine dezert come metonimico per “espiazione, penitenza”, sulla scia della tradizione-traduzione di Eusebi, per il quale i versi 38-39 del componimento di Arnaut Daniel Ab gai so vanno sciolti in questo modo:

“anche se non si cura di me (e dunque ‘nonostante mi faccia fare penitenza’) per lei compongo la melodia e la poesia”

poiché egli considera l’espressione tener en dezert antonimica di tener en car.

Noi riteniamo che forse la soluzione si può trovare considerando desert come metonimico per ‘espiazione, penitenza’ e collegando (come Eusebi) 38 a 39“.

Allo stesso modo, i filologi precedenti avevano interpretato dezert come immagine di una dolorosa situazione interiore:

per Canello il distico va infatti tradotto “così che languire mi fa”; per Perugi, che propone endesert: “per quanto mi tenga senza la ricompensa dovuta ai miei meriti”; e per Lavaud: “quoique cela e retienne dans la solitude”.

Su un altro livello interpretativo si trova invece la soluzione di Toja, che sceglie -e scioglie- un’altra variante per il verso 39: c’aissi n fatz los motz en rima, “poiché così ne faccio le parole in rima”. Di conseguenza il dezert è per Toja quella solitudine e quella sofferenza intima che sono per Arnaut le condizioni necessarie a causa delle quali -e nelle quali- compone e canta, rendendo così il suo canto uno sfogo, un’evasione sentimentale da questo stesso amore che lo tiene nel dezert.

Dunque è a causa del (e non nonostante il) dezert che il trovatore fa melodia e poesia, e lo stesso dezert è, a sua volta, caratteristica fondamentale e fondante di tutta la poetica arnaldiana, in quanto le parole sono rare, oscure, isolate. E questa riflessione sul dato poetologico e metapoetico porta a considerare che non solo la rima in -ert è cara, ma anche lo stesso sintagma che, se non si considera la presenza nel testo di Arnaut, ha solo sette ocorrenze nella lirica trobadorica.

Si ritrova infatti in

  • ElCair (133,1) al verso 55: “de lieys servir en pla ni en dezert“:

49 gentil

50 cors guay

51 e plazen,

52 e divers

53 contra totz mals a la bella que m art

54 lo cor e l cors, e ges per so no m part

55 de lieys servir en pla ni en dezert

56 a ley d’efan

57 cuy la candela platz 

58 que s’art joguan

59 suy trop entalentaz.

60 per Dieus, Amors, trop m’etz mala e perversa!

In questo testo -dove, tra l’altro, il verso 53 ricorda il 32 di Ab gai so cuindet e leri, per cui m’art lo cor e m rima– si intende con dezert un luogo fisico, geografico, nel quale l’amante serve la donna esattamente come nella pla, che però si oppone al dezert perché luogo popolato, affollato.

  • PAuv (323,16) al verso 66: “encausses lai el dezert”:

57 e fezes la terra e·l tro

58 e tot quant es ni anc fo,

59 d’un sol seing e·l sol e·l cel

60 e cofondes farao;

61 e des als filhs d’Israel

62 lach e bresca, manna e mel

63 e dampnes per serpen serpens,

64 c’als vostres fon requies

65 quan vos plac que Moyzes

66 encausses lai el dezert

67 e solses las mas e ls pes 

68 quand us angels l’ac espert

69 sanh Peire e l fezes cert 

70 dels vostres desctrics destreignens

Questo componimento merita particolare attenzione: Peire d’Alvernhe sta rivolgendo un canto a Dio, e dopo averlo invocato nelle prime coblas, lo prega affinché la grazia lo sostenga. Nelle coblas successive Peire elenca i prodigi che il Signore ha fatto nella storia della salvezza, da Sidrac, Misac e Abdenago a Daniele, Giona, a Lazzaro, dal miracolo delle nozze di Canaa al miracolo della creazione, alla figura di Mosè nel deserto (nelle coblas IX e X sopra riportate); e da San Pietro, alla plebaglia che cercò Gesù fino a farlo fuggire in Egitto per ritornare poi a Gerusalemme.

Ma, al di là di questa lista, ciò che va preso in considerazione è la collocazione ed il significato del termine dezert, qui inteso secondo la storia narrata nella Bibbia.

D’altra parte credo sia importante mettere in evidenza come questo termine possa essere in un certo senso collegato con la IV cobla: Qu’ieu no m sen si savis sai/ que puesca conquerre lay/ lo regn’on hom set ni fam/ ni freg non a ni esmay/ sil vostra vertutz cuy clam/ no m don’esfortz qu’ieu dezam/ los ioys d’aquest segle giquens (Perché io qua non mi sento così sapiente da riuscire a conquistare là il regno dove non si ha né sete né fame né freddo né angoscia, se la vostra potenza, che imploro, non mi dà la forza di disprezzare le gioie di questo mondo che vanno abbandonate). Ritengo qui rilevante l’espressione “lo regn’on hom set ni fam” che si contrappone decisamente al dezert, dove la sete in particolare, è invece presente con insistenza.

Ma, tornando alle occorenze di dezert, il termine si trova ancora in:

  • RaimJord (404,13) al verso 2: “e l rossinhol aug chantar el dezert”:

1 vert son li ram e de fuelha cubert

2 e·l rossinhol aug chantar el dezert,

3 autet e clar, per que retint la barta:

4 que sobr’auzels apar lo sieus chantars,

5 e·l pretz midons es sobr’autras plus clars,

6 per que mos cors no·m ditz qu’ieu ja m’en parta.

Anche in questo caso dezert è luogo geografico nel quale il trovatore riesce a sentire il canto degli uccelli: è quindi un luogo silenzioso, quasi addormentato, ma che si sveglia grazie a questo canto (dell’usignolo ma anche di Raimon stesso perché non si allontani dall’amata).

E, nella variante desert, in:

  • CtAmpr-FredIII (180,1-160,1) al verso 15: “onrat dels faitz,che l publat e l desert“:

9 ne no·s cuig ges che·l seus parenz desir

10 ch’el perda tan che·l regne no·il remagna,

11 ne·l bais d’onor per Franzeis enrechir,

12 ch’en laiseron lo plan e la montagna.

13 confunda·ls Deus e lor orgoil dezaia!

14 pero lo rei e Cicilian traia

15 onrant dels faitz, che·l publat e·l desert

16 defendon ben: d’acho sion apert.

Di nuovo il deserto, terra isolata, si oppone alla terra abitata, popolata. Significativa, anche se non letterale, mi è parsa una traduzione inglese dei termini publat e desert, resi con town e country. 

 

  • GlBerg (210,20) al verso 32: “que vostr’om sui en pla et en desert“:

25 a mon seignor puosc ben gabar e dir

26 que no·il reman el comtat de Sardaigna

27 mieiller vassals; e cel qe·m fai partir

28 de s’amistat Dampnidieus lo contraigna.

29 e vos, dompna, reina pros e gaia,

30 emperairitz, non cuietz q’ieu m’estraia

31 de vos amar, anz dic en descobert

32 que vostr’om sui en plan et en desert.

Qui il deserto è, come in Elias Cairel, un luogo geografico e fisico dove il trovatore è disposto a seguire ed amare la donna, proprio come nel plan.

 

  • Marcabr (293,21) al verso 22: “desert’ez essilha”:

19 volpils lengua traversana

20 qu’a lairo cossilha,

21 ab sa messorgua baussana

22 desert’ez essilha,

23 so per qu’amor segurana

24 non truep ses ruylha.

Il significato che Marcabru dà al deserto è da considerare con attenzione, anche perché questo trovatore è un importante punto di riferimento per Arnaut Daniel. Beltrami traduce: il vigliacco lingua torta/che di frode trama/con menzogna e con inganno/distrugge e fa il vuoto/e perciò amore sicuro/non c’è senza ruggine. Al deserto è dunque associata l’immagine della distruzione, quasi di una devastazione, immagine accompagnata dal significativo verbo essilha, che rende bene l’idea del vuoto, della nullità.

 

  • TomPal (442,1) al verso 53: “quant moc del desert”:

49 l’evesque culvert

50 non o preson gaire

51 se·l sainz Vas se pert

52 on fo nostre Paire

53 quant moc del desert,

54 mas amon Belcaire.

55 segur estem, seignors,

56 e ferm de ric socors.

In questo sirventese datato 1226, Tomier e Palazis discutono sulla crociata contro gli Albigesi. Qui si parla di deserto in chiave biblica, facendo così riferimento a “quando nostro Padre si mosse dal deserto”.  

Se poi si considera, oltre alla tradizione trobadorica, anche quello ebraico-cristiana, il termine assume, a mio parere, una più profonda connotazione. Come in altri passi (ad esempio quello sempre in Ab gai so: “l’amor qu’ins el cor mi plueu”) anche qui il riferimento è probabilmente di matrice scritturale. Così dezert si ritrova, nella sua tradizione latina prima e italiana poi, in circa 366 versetti della Bibbia.

Il significato religioso del deserto ha un diverso orientamento, a seconda che si pensi ad un luogo geografico oppure ad un’epoca privilegiata della storia della salvezza. Dal primo punto di vista il deserto è una terra che Dio non ha benedetto, l’acqua vi è rara, come nel giardino del paradiso prima che piovesse (Gen 2,5), la vegetazione minuta, l’abitazione impossibile (Is 6,11). Ed è proprio in questa prospettiva che il deserto, terra isolata, si oppone alla terra abitata come la maledizione alla benedizione (cfr. CtAmpr-FredIII).

Il punto di vista biblico dominante è il passaggio che Dio fa fare al suo popolo attraverso questa “terra spaventosa”  (Deut 1,19) per farlo entrare nella terra in cui scorrono latte e miele. Il simbolismo biblico del deserto non può quindi confondersi con la semplicistica lettura di una qualche solitudine o fuga dalla civiltà, nè mira al ritorno al deserto ideale, ma si realizza nel passaggio attraverso il tempo del deserto di cui l’esodo di Israele è la figura definitiva.

Credo sia allora importante ed utile analizzare il senso con il quale il termine è inteso nelle Scritture, e in particolar modo nei Salmi (dove lo troviamo una ventina di volte) e nel Cantico dei Cantici, poiché proprio per la stessa forma di questi libri, poesia -e non prosa- accompagnata da musica, è possibile fare con maggiore facilità il confronto con il testo di Arnaut.

Soprattutto ritengo rilevante il salmo  63, “Di Davide, quando dimorava nel deserto di Giuda”, in particolare i primi quattro versetti.

1 “O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco,

    di te ha sete l’anima mia,

2  a te anela la mia carne, come terra deserta,

    arida, senz’acqua.

3  Così nel santuario ti ho cercato,

    per contemplare la tua potenza e la tua gloria.

4  Poiché la tua grazia vale più della vita,

    le mie labbra diranno la tua lode”.

Questa immagine del deserto come terra arida, senz’acqua, “terra riarsa” (Salmo 143,6) racchiude un importante significato: proprio perché è nel deserto, tra la sabbia, il caldo, la mancanza di acqua, l’anima ha sete, e questa sete, come sottolinea Riccardo di San Vittore in I quattro gradi della violenta carità, giunge al suo culmine nell’ultimo grado dell’amore, nel quale cioè si fa potente il “desiderio dell’anima ardente”, anima che “è condotta da Dio nella solitudine” (Osea 2,14).

La sete è, per Riccardo, l’elemento alla base del desiderio, ed è dunque presente in tutti i gradi dell’amore:

Nel primo grado l’anima ha sete di Dio, nel secondo ha sete di andare verso Dio. Nel terzo ha sete di essere in Dio. Nel quarto ha sete secondo Dio. Ha sete di Dio l’anima che dice: “L’anima mia ha sete di Dio, viva fonte: quando andrò e rivedrò il volto di Dio?” (Sal 41,3). Ha sete di essere in Dio l’anima che dice: “L’anima mia ha sete di essere in te” (Sal 62,2). Ha sete secondo Dio l’anima che dice: “L’anima mia si consuma senza posa nel desiderio di tuoi precetti” (Sal 118,20). Ha sete di Dio quando desidera sperimentare quale sia quella dolcezza interiore che di solito inebria la mente dell’uomo nel momento in cui egli comincia a gustare e a vedere “quanto è dolce il Signore”  (Sal 33, 9). Ha sete di andare verso Dio l’anima quando, attraverso la grazia della contemplazione, desidera elevarsi sopra di sé e vedere “il re nel suo splendore” (Is 33,17), per osare affermare in tutta verità: “Ho visto il Signore faccia a faccia e la mia anima si è salvata” (Gen 32,31). Ha sete di essere in Dio l’anima quando, attraverso l’estasi, desidera ardentemente passare tutta intera a Dio, in modo tale da poter dire, del tutto dimentica di se stessa: “Nel mio corpo o fuori dal mio corpo non lo so, lo sa Iddio” (2 Cor 12,2). Ha sete secondo Dio l’anima quando, di sua volontà, non solo nei desideri carnali, ma neanche in quelli spirituali, non lascia nulla alla sua libertà a affida tutto a Dio, non pensando più a “quali sono i suoi vantaggi ma a quelli di Gesù Cristo” (Fil 2, 12) per poter dire: “Non sono venuto a fare la mia volontà ma la volontà di mio padre che è nei cieli” (Gv 5,30; 6,38). 

Così Agostino aveva approfondito, nel suo Commento ai Salmi di lode, questi aspetti (pp. 114-122):

5. Ha avuto sete di te l’anima mia. Ecco il deserto dell’Idumea. Vedete in qual modo questi abbia sete, ma vedete anche come la sua sete sia buona. Ha avuto sete di te. Ci sono infatti alcuni che hanno sete, ma non di Dio. Chiunque vuole ottenere qualcosa, brucia dal desiderio; tale desiderio è la sete dell’anima. E vedete quanti desideri vi sono nel cuore degli uomini: uno desidera l’oro, un altro desidera l’argento, un altro ancora desidera le proprietà, un altro l’eredità, un altro denari in abbondanza, un altro numerose greggi, un altro una casa grande, un altro la moglie, uno gli onori terreni, e un altro ancora dei figli. Voi sapete di questi desideri e come essi sono nel cuore degli uomini. Tutti gli uomini ardono dal desiderio; ma quanto è difficile trovare uno che dica: Di te l’anima mia ha avuto sete! La gente ha sete del mondo e non si accorge di essere nel deserto dell’Idumea, ove l’anima loro dovrebbe aver sete di Dio. Noi almeno diciamo: Ha avuto sete di te l’anima mia. Diciamolo tutti, poiché, nella concordia di Cristo, tutti siamo una sola anima: un’anima assetata nel deserto dell’Idumea.

6. Dice: Ha avuto sete di te l’anima mia; in molte maniere di te ha avuto sete anche la mia carne. Poca cosa è che abbia avuto sete la mia anima; ha avuto sete anche la mia carne. Che l’anima abbia sete di Dio, va bene; ma com’è che anche la carne ha avuto la stessa sete? Poiché, veramente, quando il corpo ha sete ha sete di acqua; come quando l’anima ha sete ha sete della fonte della sapienza, alla quale si inebrieranno le nostre anime, conforme a quanto sta scritto in un altro salmo: Si inebrieranno nell’abbondanza della tua casa e tu li abbevererai nel torrente delle tue delizie (Sal 35, 9). Dobbiamo dunque aver sete della sapienza, dobbiamo aver sete della giustizia. E di ciò ci sazieremo, per quanto ne siamo capaci, al termine di questa vita, quando raggiungeremo ciò che Dio ci ha promesso, cioè l’uguaglianza con gli angeli (Cf. Lc 20, 36). Gli angeli non provano la sete che proviamo noi, non provano la fame che noi conosciamo, ma sono sazi di verità, di luce, di sapienza immortale. Per questo sono beati. E dalla loro sede beata, cioè da quella città, la Gerusalemme celeste, verso la quale noi ora siamo incamminati, essi attendono noi esuli. Hanno compassione di noi, e per ordine del Signore ci aiutano a tornare a quella patria che abbiamo con essi comune, per saziarci insieme con loro alla fonte di verità e di eternità che il Signore ci ha preparata. Allo stato attuale, dunque, l’anima nostra ha sete. Ma di che cosa ha sete anche la nostra carne? Quale è anzi la sua sete in più modi sperimentata? Dice infatti: In più modi ha avuto sete di te anche la mia carne. Se lo dice, è perché anche alla nostra carne è promessa la resurrezione. Come alla nostra anima è promessa la beatitudine, così alla carne nostra è promessa la resurrezione. Sì, la resurrezione della carne ci è stata promessa. Ascoltate e imparate; e tenete a mente quale sia la speranza dei cristiani e per qual motivo noi siamo diventati cristiani (…)

Ora infatti, fragili e corruttibili come siamo, se non mangiassimo ci sentiremmo stanchi e avremmo fame; se non bevessimo, verremmo meno e avremmo sete. Se rimaniamo svegli per molto tempo, ci stanchiamo e dobbiamo dormire; e quando siamo stanchi di dormire ci svegliamo. Se mangiamo e beviamo troppo, anche se mangiamo e beviamo per ristorarci, questo esagerato protrarsi della refezione diviene causa di debolezza. Se stiamo molto tempo in piedi, ci stanchiamo e ci dobbiamo mettere seduti; ma anche di stare troppo a lungo seduti ci stanchiamo e dobbiamo alzarci. Osservate inoltre come per la nostra carne non si dia alcuna stabilità. L’infanzia se ne vola passando nella fanciullezza; tu cerchi l’infanzia ed essa non c’è più, perché già al suo posto c’è la fanciullezza. Ma questa in un attimo vola nell’adolescenza; cerchi la fanciullezza e non la trovi. L’adolescente diventa giovane; cerchi l’adolescente e non c’è più. Il giovane diventa vecchio; cerchi il giovane e non c’è. Il vecchio muore: cerchi il vecchio e non lo trovi più. La nostra vita, nelle sue varie età, non si arresta; e dovunque c’è fatica, dovunque stanchezza, dovunque deterioramento. Mirando però alla speranza della resurrezione che Dio ci ha promessa, in tutte queste fasi del nostro decadere noi abbiamo sete di quella incorruttibilità; e così la nostra carne ha sete di Dio in molte maniere. In questa Idumea, in questo deserto, siccome in molti modi si soffre, così in molti modi si ha sete. In molti modi ci si stanca, e in molti modi si ha sete di quella incorruttibilità che non conosce stanchezza.

7. Tuttavia, fratelli miei, il cristiano, se è buono e fedele, ha sete di Dio in questo mondo, nella sua stessa carne. Se egli ha bisogno di pane, di acqua, di vino, di denaro, di una cavalcatura, deve chiedere tutto questo a Dio e non ai demoni o agli idoli o a non so quale potere di questo mondo. Vi sono infatti alcuni i quali, quando soffrono la fame (dico della fame fisica), abbandonano Dio e pregano Mercurio, oppure Giove o colei che chiamano la Celeste o qualche altro simile demone perché provveda ai loro bisogni. La loro carne non ha sete di Dio. Coloro invece che hanno davvero sete di Dio, debbono sentirla sempre e dovunque, nell’anima e nella carne, poiché Dio, come dà all’anima il suo pane, cioè, la parola della verità, così dà anche alla carne ciò che le è necessario: poiché Dio ha fatto sia l’anima, che il corpo. Per la tua carne preghi i demoni. Forse che Dio ti ha creato l’anima e i demoni hanno fatto la tua carne? Chi ha fatto l’anima ha fatto anche il corpo; e colui che ha fatto ambedue le cose, ambedue le cose nutre. Abbiano dunque, l’una e l’altra, sete di Dio, e nella loro molteplice fatica siano ristorate con un unico intervento di lui.

8. [v 3.] Ma quando l’anima nostra e (nelle sue svariate forme) anche la nostra carne hanno sete, e non di chiunque ma di te, Signore (cioè del nostro Dio), dove si trovano ad aver sete? Nella terra deserta e senza via e senz’acqua. Abbiamo detto trattarsi di questo mondo: questa è l’Idumea, questo è il deserto dell’Idumea, donde il salmo ha preso il titolo. Nella terra deserta. È poco dire deserta, cioè dove non abita alcun uomo; essa è per di più senza via e senz’acqua. Vi fosse almeno una via in quel deserto! O almeno un uomo in cui imbattersi, un uomo che sapesse la via per uscirne! Non incontra un uomo che lo consoli; non vede una via, anzi non ce n’è assolutamente. Deve fermarsi. E vi fosse almeno un po’ d’acqua! Non potendo uscire dal deserto, potrebbe almeno ristorarsi. Brutto il deserto! orribile e spaventoso! Ma Dio ha avuto misericordia di noi e ha aperto per noi una via nel deserto: il Signore nostro Gesù Cristo. E ci ha procurato una consolazione nel deserto: i predicatori della sua parola. Ci ha offerto dell’acqua nel deserto, ricolmando di Spirito Santo i suoi predicatori affinché si formasse in essi una fonte di acqua che sale fino alla vita eterna (Cf. Gv 4, 14). Ecco, noi abbiamo tutto, ma tutto questo non è roba del deserto. E se il salmo ha sottolineato fin dall’inizio le caratteristiche del deserto, l’ha fatto affinché tu, persuaso del male in cui ti trovi, quando incontri in tale deserto una qualche consolazione o compagni di viaggio o tracce di sentiero o sorgenti di acqua, non attribuisca tutto questo al deserto, ma a colui che s’è degnato venirti incontro nel deserto.

9. Così nel santuario sono apparso davanti a te, per vedere la tua potenza e la tua gloria. Antecedentemente aveva avuto sete di te la mia anima, e così la mia carne, la quale anzi era assetata in molte maniere. Questo quand’ero nel deserto, nella terra senza strada e senz’acqua. Dopo, io sono apparso davanti a te nel santuario per vedere la tua potenza e la tua gloria. Se uno non comincia a soffrire la sete nel deserto, cioè nel male in cui si trova, mai perverrà a quel bene che è Dio. Ma dice: Sono apparso davanti a te nel santuario. Trovarsi nel santuario è già una grande consolazione. Sono apparso davanti a te: che cosa significa? Mi ti son lasciato vedere. Avendomi tu visto, io posso ora vedere te. Sono apparso davanti a te per vedere. Non dice: Sono comparso davanti a te perché tu mi vedessi; ma: Sono apparso davanti a te affinché io potessi vedere la tua potenza e la tua gloria. Come dice l’Apostolo: Ma ora, conoscendo Dio, o meglio essendo conosciuti da Dio ( Gal 4, 9) prima siete apparsi dinanzi a Dio, affinché, in un secondo momento, Dio potesse apparire a voi. Per vedere la tua potenza e la tua gloria. A dire il vero, in questo deserto, cioè tra lo squallore di questa terra, se l’uomo pretendesse di trovare mezzi di salvezza forniti dallo stesso deserto, mai riuscirebbe a vedere la potenza del Signore e la sua gloria. Rimarrebbe a morire di sete, e non troverebbe né strada né consolazione né acqua che gli permettano di sopravvivere nel deserto. Se invece uno si eleverà verso Dio e dal più profondo di se stesso gli dirà: La mia anima e la mia carne, in molti modi, hanno avuto sete di te (Sal 62, 2 ) -e questo per non chiedere ad altri fuori che a Dio ciò che è necessario allo spirito e anche alla carne, e per non dimenticare la resurrezione della carne che Dio ci ha promessa- se uno dunque saprà elevarsi in questa maniera, conoscerà non piccole consolazioni.

In questo senso, è la solitudine, l’isolamento, l’assenza -dell’oggetto amato, vitale come l’acqua- che spinge il salmista a cercare (“all’aurora ti cerco”) e a cantare Dio (“le mie labbra diranno la tua lode”), e il trovatore la donna amata, tanto desiderata dall’anima assetata.

D’altra parte questi sentimenti, che alludono continuamente al campo semantico del deserto, possono essere rappresentati con un altro termine, come avviene nel Samo 102, che è la “sventura”. Nel salmo, non a caso intitolato “Preghiera nella sventura“, l’afflitto è “simile al pellicano nel deserto, come un gufo tra le rovine”.

In questo modo, si rafforza l’idea del doloroso processo interiore che porta al canto, considerato sfogo. Così l’anima che prima era sofferente, gioisce ora grazie al canto (Salmo 63,6: “e con voci di gioia ti loderà la mia bocca”) ed è in questo modo liberata, secondo quanto recita il Salmo 68 (vv.7-9)

“Ai derelitti fa abitare una casa, 

fa uscire con gioia i prigionieri,

solo i ribelli abbandona in arida terra.

Dio, quando uscivi davanti al tuo popolo,

quando camminavi per il deserto,

la terra tremò, stillarono i cieli (…)”

Ma Dio, se lascia perire nel deserto tutti coloro che si sono ostinati ed induriti nella loro infedeltà e nella loro mancanza di fiducia, non abbandona tuttavia il suo disegno: ha permesso cioè che il suo popolo dimorasse nel deserto perché ne uscisse e arrivasse alla terra promessa, facendo in questo modo del soggiorno nel deserto un’epoca privilegiata, ma provvisoria. 

Non è cosi in Arnaut, nel quale non c’è questo passaggio dalla solitudine, dal deserto alla gioia attraverso il canto; piuttosto il canto si ferma a una funzione di evasione sentimentale, di sfogo, fine a se stesso. E ritengo che ciò sia dimostrato dalla tornada, alla quale il trovatore prepara i lettori-ascoltatori durante tutto il suo canto ma significativamente quando parla di questo dezert, poiché alla solitudine, alla mancanza, all’isolamento, alla sventura, è accostata l’immagine del vuoto, della nullità, della vanità, presa a simbolo della poetica arnaldiana:

“Ieu sui Arnautz qu’amas l’aura

e cas la lebre ab lo bueu

e nadi contra suberna”.

Sembra quindi che Arnaut non esca dal deserto, come fa invece l’anima che si rivolge a Dio, eppure le corrispondenze con i passi biblici sono ancora numerose.

Nell’ottavo capitolo del Cantico dei Cantici, infatti il quinto versetto recita:

“Chi è colei che sale dal deserto,

appoggiata al suo diletto?”,

dove i Padri della Chiesa hanno visto nella figura femminile la Chiesa-Sposa di Cristo, che è il Re del Cantico.

C’è quindi una ripresa, da parte di Arnaut della figura femminile cantata nelle Scritture, ma è qui una ripresa solo formale perché questa figura, che in Arnaut è la donna amata, in realtà non ricambia chi la canta, non si appoggia al suo diletto.

Un’ultima importante considerazione credo sia da fare nei riguardi della esperienza di deserto dei monaci, della quale Arnaut era, suppongo, a conoscenza.

Nel mondo cristiano, il monachesimo ebbe origine tra la fine del III e gli inizi del IV secolo, in un periodo particolare, in cui finiva il mondo cosiddetto antico, e l’impero romano era già diviso fra Occidente ed Oriente. In quell’epoca, la Chiesa possedeva un’organizzazione abbastanza solida, una gerarchia, un culto, una letteratura. Col monachesimo inizia una forma di vita consacrata interamente alla preghiera e alla penitenza, nell’isolamento dal mondo e inizia, al tempo stesso la filosofia cristiana, o meglio, l’identificazione tra cristianesimo e filosofia.

Come nota giustamente il Curtius infatti, quando lo storico della chiesa Eusebio parla di “filosofia” non intende esclusivamente la fede cristiana, ma anche l’ascesi: “Eusebio non conosceva ancora il monachesimo, ma poco più tardi i suoi successori annettevano al termine ‘ascesi’ il significato specifico di identificazione della filosofia con l’anacoresi o col monachesimo. Ad esempio, Nilo di Ancira, considerava la vita monastica come la vera filosofia insegnata da Cristo”.

Così alcuni cristiani, specialmente in Egitto e in Palestina, ma anche in Siria e in Mesopotamia, iniziarono a ritirarsi nel deserto con l’intento di voler riaffermare che “il regno di Dio non è di questo mondo” e rivendicare i più alti valori dello spirito, insieme ad una protesta (più o meno esplicita) contro i pericoli della mondanità. In realtà l’origine del monachesimo risale ai primi convertiti che, nelle città, vivevano in modo radicale la propria fede alla ricerca di un’unione intima ed esclusiva con Cristo. Il loro ideale era quello di piacere soltanto a Dio e di anticipare in qualche modo sulla terra quella vita trascendente in cui Dio è “tutto in tutti”.

L’etimologia del termine “monaco” (dal greco mónachos = unico, solo) ha una lunga storia che inizia con Platone. Ha avuto diverse interpretazioni: Gerolamo la intende con “solitario”; i padri orientali con “persona unificata”; Agostino con persona mirante all’“unanimità” coi fratelli; nel mondo siriaco pensando al monaco come imitatore di Cristo, “l’unigenito”.

La prima espressione di vita monastica è sicuramente quella eremitica o anacoretica. Gerolamo definisce gli anacoreti quanti abitano da soli nei deserti e prendono il loro nome dal fatto che si sono ritirati lontano dagli uomini. Il termine originario greco anachoréo (= ritirarsi) significa la fuga nel deserto dei debitori insolventi. Gli anacoreti si caratterizzano per il loro isolamento pressoché totale, l’astinenza sessuale, le penitenze, il lavoro manuale e l’assenza di un superiore. In mancanza di fonti attendibili, non è possibile sapere dettagli sull’istituzione di questo tipo di vita. Solo successivamente farà seguito una vita associata o cenobitica (dal greco koínos bíos = vita comune). Fu Pacomio (292-347) che, dopo un’esperienza personale di vita eremitica, diede forma al cenobitismo impostato sulla convivenza nella totale condivisione dei beni e nella preghiera comune, nell’osservanza della stessa regola, nel lavoro manuale e nell’obbedienza all’abate. La sua prima comunità venne fondata nel 323 a Tabennisi, nell’alto Egitto. La sua Regola, di 194 articoli, venne osservata in poco più di vent’anni da nove conventi maschili e due femminili.

Anche Antonio il Grande (250-355), dopo un periodo di anacoretismo divenne “padre” di alcuni piccoli monasteri che facevano capo a lui. Basilio di Cesarea (330-379), grazie alle esperienze monastiche che lo avevano preceduto, iniziò ad apportare modifiche e correzioni alle forme cenobitiche già in atto. Egli impostò la convivenza comunitaria su un tipo di rapporto amicale, convinto che soltanto la vita cenobitica garantisse l’esercizio della carità. La coabitazione costituisce infatti un campo di prova, un continuo esercizio, un’ininterrotta meditazione dei precetti del Signore. Basilio limitò il numero dei monaci che vivevano assieme e inserì i monasteri all’interno della realtà sociale ed ecclesiale, aggregando ospizi, scuole, orfanotrofi. Ridimensionò l’impegno dei lavori manuali, dando maggior rilievo alla preghiera e allo studio. Infine, Gerolamo (340-420) riuscì ad esportare nell’Occidente queste forme di vita ascetica sorte nel mondo orientale.

Il percorso spirituale compiuto dal monachesimo è stato in primo luogo quello di rettificare le posizioni dell’inizio che portarono ad alcune degenerazioni: scarso senso ecclesiale, disordini morali, errori teologici, forme di fanatismo. Il cammino spirituale era visto come un passaggio dalla tristezza alla gioia. Sulla base delle prime esperienze compiute dai Padri del deserto venne formandosi un patrimonio comune di dottrina e di idealità. Possiamo individuare alcune tappe dell’ideale ascetico, secondo i seguenti temi:

1) pénthos: il tema della compunzione;

2) apótaxis: la rinuncia;

3) anachóresis: l’allontanamento nella solitudine;

4) áskesis: l’ascesi;

5) agôn: il combattimento spirituale;

6) apátheia: il dominio di sé;

7) diákrisis: il discernimento degli spiriti;

8) parrhesía: il riacquisto dello spirito colloquiale con Dio;

9) theopoíesis: la deificazione.

La parola deserto evoca risonanze nelle varie culture etniche, nella filosofia, nelle religioni e nella spiritualità. Il Nuovo Dizionario di Spiritualità (Edizioni Paoline, Cinisello Balsam,o MI 1989) tratta il termine “deserto” a partire dalla poesia araba dei beduini pre-islamici, nella quale si canta della lotta fra il deserto che rifiuta l’uomo e questi che cerca di conquistarlo comunque.

«L’uomo prende veramente coscienza del suo nulla e anche del nulla assoluto d’ogni cosa nella fuga inarrestabile del tempo. Non c’è dubbio che il deserto lamini l’uomo, come fa con tutto il resto; ma appare anche indubbia la rivincita dell’uomo, la cui lucidità mette a nudo il deserto nella sua realtà essenziale, la quale non è che il nulla… nella sua individualità, è la pietra, ossia il vuoto assoluto e irrazionale».

Questo prendere coscienza del nulla si ritrova in Arnaut, in particolare nella tornada: ecco allora che il termine dezert risponde con precisione al significato biblico e mistico come momento che prepara alla sperimentazione del vuoto, del nulla. Ma, come già notato, Arnaut si ferma a questo stadio. C’è sì anachóresis, almeno simbolicamente, ma non c’è askesis, né agôn, né apátheia, e così via.

Con argomentazioni di tipo etnologico, al deserto è attribuita la scoperta dell’unicità di Dio. L’uomo, divenendo pastore nomade, sviluppa progressivamente, con l’aiuto del deserto, l’idea del Dio unico. Questo sembra accertato sia nel pastore orientale antico che nella civiltà dell’America dopo la scoperta di Colombo. Gli stessi ebrei dovettero essere educati nel deserto al fine di pervenire all’idea del solo ed unico Dio. L’amore del deserto si trova in India, in Cina, in Asia centrale, in Africa e in America attraverso l’esperienza, simile ovunque, degli anacoreti. Non sempre si tratta del deserto come luogo geografico, con le sue rocce, le sabbie aride, le distese brulle, dove tutto muore, che impone la riflessione e la sensazione della nullità dell’uomo, sempre teso alla ricerca di oasi di verde dove la vita appaia di nuovo. Esistono infatti altri luoghi che assicurano la solitudine, il ritiro dalla mondanità, il silenzio, l’ascolto. 

L’attrazione del deserto venne sentita in modo originale dai mistici cristiani, non solo in quanto si sentivano stranieri e pellegrini in questo mondo, ove non hanno una città stabile, permanente (cfr. 1 Pt 2,11 ed Eb 13,14), ma anche per disporsi alla città futura, mediante l’ascesi penitenziale del deserto. Antonio il Grande è la figura emblema di questa scelta: la solitudine, il nascondimento, il deserto erano il luogo dove si scopriva meglio il conflitto delle passioni, delle forze oscure ed occulte, operanti all’interno di ogni uomo. Si credeva infatti che fosse il diavolo ad operare tale conflitto, aggirandosi da padrone nella solitudine del deserto. Pertanto, per le anime più decise e coraggiose il deserto diventava la palestra per una lotta più impegnativa e spesso risolutiva contro il nemico dello spirito. 

Antonio passa attraverso una prova di oscurità nel corso della quale ha l’impressione di essere abbandonato da Dio al potere diabolico: tuttavia egli persevera, pur nella fede più nuda. E solo al termine della prova, una visione luminosa del cielo lo consola. È allora che domanda: dov’eri? perché non sei apparso fin dal principio per far cessare le mie sofferenze? Una voce risponde: io ero là, ma attendevo per vederti combattere(Atanasio, Vita di Antonio).

Dunque il deserto può essere inteso come un luogo spirituale secondo le prospettive tracciate  nel  Dizionario teologico enciclopedico (Piemme, Casale Monferrato AL, 2004):

DINAMICA DEL PROVVISORIO (sulla quale ho già insistito): il deserto, secondo quando scaturisce dall’insegnamento biblico, come luogo geografico e come atteggiamento di separazione dal resto degli uomini, non può essere considerato una condizione permanente. Per il popolo eletto, il deserto ha rappresentato un tempo intermedio fra la schiavitù e la terra promessa. Per Abramo, Mosè, Elia e per Gesù stesso il soggiorno nel deserto fa parte di un itinerario spirituale come momento forte di maturazione delle proprie scelte e di incontro privilegiato con Dio. All’interno si inserisce una dinamica che dal passato si proietta al futuro, come costruire il termine verso cui si tende.

EDUCAZIONE ALL’ASSOLUTO: il deserto è più di un luogo di ritiro, perché l’uomo non è in grado di sostenersi da solo, di fronte al deserto. Si tratta dunque di un tentativo di avanzare nudi, deboli, privi di ogni appoggio umano, nel digiuno del cibo materiale e spirituale, verso l’incontro con Dio. Il deserto presuppone una rottura con il proprio ambiente: si lascia il mondo normale delle relazioni sociali e delle comodità per trovarsi soli in un  ambiente elementare, dove si risvegliano i bisogni essenziali, che prendono il posto di quelli secondari o fittizi. Come Israele, il cristiano è chiamato a dimostrare la sua fede nell’unico Signore, a dipendere solo da lui, a porre soltanto in lui la propria sicurezza. Deve scegliere l’Assoluto, relativizzando gli altri valori ed abbandonando gli idoli via via costruiti. 

L’esperienza monastica è sicuramente conosciuta da Arnaut Daniel, il quale, avendo studiato, ha approfondito il pensiero dei Dottori e Padri della Chiesa e degli stessi Monaci del deserto, e ha poi avuto la possibilità di vedere come questa esperienza era ancora viva nel suo tempo, della quale parla anche Abelardo (1079-1142):

Nelle sue Lettere, infatti, racconta di quando si trasferì “in un eremo nella zona di Troyes” e là si nascose “insieme ad un solo chierico, per poter cantare, come nel salmo:

Ecco, mi allontanai fuggendo

ed abitai nella solitudine”.

Poco più avanti Abelardo, riprendendo il pensiero di Gerolamo, sottolinea come anche i filosofi “abbandonarono le città”; e i Pitagorici i quali “sfuggirono la folla e scelsero di abitare in solitudine e in luoghi deserti”; e anche Platone che “scelse per dedicarsi alla filosofia e per stabilirvi l’Accademia, una località lontana dalla città, non solo deserta ma anche insalubre, così la cura e la frequentazione delle malattie avrebbero spezzato la forza della passione,e i suoi disepoli non avrebbero desiderato nient’altro che i suoi insegnamenti” (Gerolamo, Contra Iovinianum II).

D’altra parte, come è noto, lo stesso Gesù ha indubbiamente utilizzato il deserto come rifugio dalla folla:

  • Mt 14,13: “…e si ritirò in disparte in un luogo deserto”;
  • Mc 1,45: “…al punto che Gesù non poteva più entrare  pubblicamente in una città, e se ne stava fuori, in luoghi deserti”;
  • Mc 6,31: “Ed egli disse loro: ‘Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”;
  • Lc 4,42: “Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto”;

ma anche come luogo propizio alla preghiera solitaria:

  • Mc 1,35: “…e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava”.

Dio ha dunque chiamato Israele non a vivere nel deserto, ma ad attraversarlo e a sentirlo come esperienza che lo conducesse nella terra promessa, al contrario per Arnaut il deserto è la situazione in cui egli stesso vive, e dalla quale sembra non poter uscire. Non c’è infatti nel componimento un’allusione ad una qualche salvezza, terrena o celeste, c’è piuttosto, nella tornada, il ribadimento della sua esperienza di deserto, intesa nella sua etimologia di deserere, abbandonare, lasciare in abbandono.

Significativa è, a mio parere, la definizione del termine secondo il Vocabolaro Etimologico Pianigiani, che sottolinea come la particella latina de dia senso contrario a sèrere, che vuol dire connettere, annodare, quasi a dire “che non ha punto di connessione, cioè vuoto d’ogni cosa”. 

Altrettanto significativa è la definizione del termine deserto secondo le Etymologiae di Isidoro di Siviglia, poiché  se é vero che Arnaut studiò le lettere, allora è molto probabile che venne a conoscenza delle Etymologiae. Questo libro è infatti un’opera  fondamentale del Medio Evo, che si deve leggere proprio come era letto dall’uomo medievale e cioè “come un libro strutturalmente unitario e di incontestabile autorità”, come un gioiello, secondo quanto un copista inglese ha scritto su un codice:

This book is a schoolmaster to those that are wise,           

but not to fond fooles that learning despise,                              

A juwell it is, who list it to reede,                                                   

Whitin it are Pearells precious in deede.                                       

 “Questo libro è un maestro per coloro che son saggi,

 non per stupidi sempliciotti che sdegnano gli studi

 è un gioiello per davvero, chi desideri leggerlo.

 In esso sono contenute delle Perle preziose”.

Dunque per Isidoro:

Deserta vocata quia non seruntur et ideo quasi deseruntur; ut sunt loca silvarum et montium, contraria uberrimarum terrarum, quae sunt uberrimae glebae (Etymologiae XIV, 8,31).

E’ importante, a mio avviso, il fatto che per definire “deserto” Isidoro metta il termine in contrasto con il suo opposto, l’aggettivo uber, cioè fertile, fecondo, abbondante, come a sottolineare l’aridità e la secchezza della terra desertica, la sua mancanza d’acqua, in un certo senso il suo vuoto.

E proprio in questo vuoto, in questa vanità è racchiuso il senso dell’esperienza poetica del trovatore, che non viene esplicitata solamente dal punto di vista del contenuto, ma anche per quanto riguarda la forma, la struttura stessa del componimento. 

Ab gai so cuindet e leri è infatti strutturato su coblas dissolutas, prive di rime al loro interno e unissonans, dove cioè ogni verso rima con suo corrispettivo della strofa successiva. In questo modo viene ben messo in evidenza l’isolamento, la rarità della poetica arnaldiana, la sua oscurità, aridità.

Il discorso del deserto come terra arida vale, a mio parere, anche, più in generale, per il trobar car che, per sua definizione, corrisponde ad una poesia aspra, dura e oscura.

E credo che questa aridità formale non corrisponda semplicemente alla sterilità, ma possa, al contrario essere compresa, alla luce di quanto analizzato, come ciò che provoca la nascita di un frutto, il canto stesso. (Mi chiedo allora se questa feconda aridità del canto possa essere interpretata in relazione alla verga seca, verginale maternità di Maria).

L’anima nel deserto -l’uomo che si trova dunque in una situazione di aridità interiore- cerca nel canto un’evasione a questa sofferenza (la stessa aridità) riflessa nello stesso tempo in quella oscurità che definisce la poetica di Arnaut. 

Luisa Guida

AURIFLAMA

461,174 ~ 461,68:

1 N’Auriflama, car vos etz flamejans
2 coma fin aur quand es ben aflamatz,
3 en la flama ben flamant ni purgatz,
4 soi enflamatz e mon cors es flamans
5 d’una flama flamejant qu’es mout pura
6 que flameja si com fai dauradura,
7 la qual flama tot jorn creis e melhura;
8 n’Auriflama, vos etz d’aital natura.

9 Vos etz flama de fin aur reflamans,
10 n’Auriflama, per qu’ieu soi enflamatz
11 de tal flama dont es mon cors dauratz,
12 que coma l’aur lutz, tant es reflamans;
13 don flameja fuoc e flama tot dia
14 per vostr’amor qu’enflama tan la mia,
15 si qu’escantir la flama no·s poiria,
16 tan soi de vos enflamatz, douç’amia.

REIRAZAR

Bona es vida

pus Joia la mante,

que tals n’escrida

cui ges non vai tan be;

no sai de re

coreillar m’escarida,

que per ma fe

del mielhs ai ma partida.

De drudaria

no.m sai de re blasmar,

qu’autrui paria

trastorn en reirazar;

ges ab sa par

no sai doblar m’amia,

q’una non par

que segonda no.l sia.[40]

Nella partitad’amore Arnaut ha la sorte migliore («del meilhs ai ma partida»)[41],e per questo non può certo accusare il proprio destino («no sai de re / coreillarm’escarida»). Il termine reirazar èfortemente connotato e rinvia ad una fase precisa del gioco dell’azar, che è descritta con precisione nel Librode los juegos di Alfonso X:

Otra manera hay de juego quellaman azar, que se juega en esta guisa. El qui primero oviere de lançar losdados, si lançare quinze puntos o dizeséys o dizesiete o dizeocho o la soçobrasd’estas suertes, que son seys o cinco o quatro o tres, gana. ¶ E qualquiered’estas suertes (en qualquier manera vengan segundo los otros juegos que desusodixiemos) es llamad<a> azar. ¶ E si por aventura no lança ninguno d’estosazares primeramientre e da all otro por suerte una d’aquellas que son de seyspuntos a arriba o de quinze ayuso (en qualquiere manera que pueda venir segundoen los otros juegos dixiemos que vienen) ¶ e depués d’estas lançare alguna delas suertes que aquí dixiemos que son azar, esta suerte será llamada reazar eperderá aquel que primero lançare. ¶ E otrossí, si por aventura no lançare estasuerte que se torna en reazar e tomare pora sí una de las otras suertes, queson de seys puntos a arriba o de quinze ayuso (en qualquiere manera que venga),¶ converná que lançen tantas vegadas fasta que venga una d’estas suertes: o lasuya por que gana o la dell otro por que pierde; salvo ende si tomare aquellamisma suerte que dio all otro, que seríe llamada encuentro, ¶ e converníe quetornassen a alançar como de cabo. ¶ E comoquier que viniesse alguna de lassuertes que son llamadas azar o reazar, e entretanto que veníe una d’aquellasque amos avíen tomado pora ssí, non ganaríe ninguno d’ellos por ella ninperderíe fasta que se partiesse por las suertes, assí como desuso dize.[42]

Quan chai la fuelha

Il trobar car ha un’importante connotazione, che circoscrive un aristocratico disegno di assimilazione del preziosismo all’oscurità e al «poco giorno»: lo stile prezioso è scuro come l’inverno, lo stile piano è chiaro come la bella stagione. È Dejosta·ls breus temps e·ls lonc sers di Peire d’Alvernhe, un componimento la cui eccellenza sul piano melodico è dichiarata nella vida del trovatore, a segnare l’inizio del nuovo modo di comporre e a imprimergli un marchio che giungerà fino alle rime petrose di Dante.

Arnaut Daniel non si è ovviamente sottratto a questa tendenza; in più ha desunto, come al solito, motivi precisi dai testi latini letti a scuola:

Quan chai la fuelha

dels aussors entressims

e·l freg s’erguelha

don seca·l vais e·l vims,

dels dous refrims

vei sordezir la bruelha:

mas ieu sui prims

d’Amor, qui que s’en tuelha.

Tot quant es gela,

mas ieu no puesc frezir

qu’amors novela

mi fa·l cor reverdir;

non dei fremir

qu’Amors mi cuebr’e·m cela

e·m fai tenir

ma valor e·m capdela.

In un ms. proveniente da S. Marziale di Limoges (Paris, B. N. lat. 3719, fol. 42) troviamo un conductus profano straordinariamente simile (incipit identico, clausole con medesime vocali nella prima strofe, perfetta identità fra l’inizio della seconda cobla della canzone provenzale e la quarta strofe del testo latino qui riprodotta):

De ramis cadunt folia,

nam viror totus periit;

iam calor liquit omnia

et habiit,

nam signa celi ultima

sol peciit.

[…]

Modo frigescit quiquid est,

sed solus ego caleo,

immo sic michi cordi est

quod ardeo;

hic ignis tamen virgo est

qua langueo.

Cadono le foglie dai rami, tutto il verde muore; già il calore ha abbandonato ogni cosa ed è fuggito: infatti il sole avanza verso le ultime costellazioni del cielo… Ora tutto quanto gela, ma solo io resto caldo, anzi di più, il mio cuore mi fa ardere; e questo fuoco è la donzella per la quale languisco.

Al testo sammarzialese allegherei, per mostrare la compattezza della tradizione letteraria cui Arnaut fa riferimento, questo famoso carmen buranum:

Sevit aure spiritus,

et arborum

come fluunt penitus

vi frigorum;

silent cantus nemorum.

Nunc torpescit vere solo

fervens amor pecorum;

semper amans sequi nolo

novas vices temporum

bestiali more.

Il vento gelido inasprisce e le chiome degli alberi volano via per il freddo; tacciono i canti dei boschi. Ora intorpidisce l’amore degli animali, fervente in primavera; ma io, sempre innamorato, non voglio seguire il mutare delle stagioni come fanno le bestie.

L’aura

Il complesso sistema di isotopie sul nome di Laura trova una sua giustificazione nelle etimologie di Isidoro di Siviglia. Quello relativo alla derivazione di laurus da laus, lode, è noto («laurus a verbo laudis dicta; hac enim cum laudibus victorum capita coronabuntur»); ancora non valorizzata in direzione petrarchesca è quello che connette l’aurum all’aura, presente nel paragrafo De auro del XVI libro delle Etymologiae, dove si trova anche citata un’auctoritas virgiliana certo nota al Petrarca:

Aurum ab aura dictum, id est ab splendore, eo quod repercusso aere plus fulgeat. Unde Vergilius (Aen. VI, 204): Discolor unde auri per ramos aura refulsit, hoc est splendor auri. Naturale enim est ut metallorum splendor plus fulgeat luce alia repercussus.

Quindi l’oro prende il nome dallo splendore dell’aura, assimilata di fatto alla luce, allo splendore («al modo in cui quando il bronzo viene colpito dalla luce rifulge di più»), giacché è naturale che lo splendore dei metalli rifulga di più quando è colpito da un’altra fonte luminosa. Il passo virgiliano citato da Isidoro di Siviglia (Aen. VI, v. 204: «donde rifulse fra i rami l’aura di diverso colore dell’oro») è quello notissimo del VI libro dell’Eneide, dove si parla del momento in cui Enea trova, in una fitta selva nei pressi dell’ingresso dell’Averno, il ramo d’oro che, secondo quanto la Sibilla gli aveva detto, era necessario per compiere il viaggio ultraterreno. Nel verso citato da Isidoro, il lemma “aura”, che in genere significa “soffio d’aria, brezza, aria, cielo”, viene utilizzato da Virgilio nel senso di “luminosità, scintillio, splendore”.

Il gioco etimologico e paronomastico fra aurum e aura, del resto, dovette avere un’ampia e lunga tradizione. Lo troviamo già in epoca tardo-antica nell’Expositio in Psalterium di Cassiodoro:

Antiqui aureum colorem pulcherrimum vocaverunt; et ideo aurum ab aura dictum esse voluerunt, quod nimis gratissimo colore resplendeat. Nam hodieque aureum dicimus, quod pulchrum volumus aestimare.

E’ accennato in un testo di Venanzio Fortunato In laudem sanctae Mariae Virginis et matri Domini:

O quoties coctum zonae micat aura per aurum,

Pallida nec pallae est fimbria luce nitens!

Il passo isidoriano viene invece ripreso quasi letteralmente da Rabano Mauro nel De Universo, XVII, xii:

De auro

Aurum ab aura dictum, id est a splendore, eo quod repercusso aere plus fulgeat. Unde et Virgilius: “Discolor inde auri per ramos aura refulsit”. Hoc est, splendor auri; naturale enim est, ut metallorum splendor plus fulgeat luce alia repercussus.

E’ quindi estremamente probabile che Petrarca fosse a conoscenza di questa tradizione. Nondimeno, non sembrano ormai sussistere più dubbi sul fatto che la preistoria di Laura sia da ricercare anche in un notissimo passo trobadorico, la famosa tornada della canzone di Arnaut Daniel Ab gai so cuindet e leri:

Ieu sui Arnautz qu’amas l’aura

e cas la lebre ab lo bueu

e nadi contra suberna.

Questa canzone è intessuta di metafore volte a esprimere il legame fra amore, arte ed artigianato. La verità delle parole è qui direttamente legata al labor limae del poeta, la coscienza della veridicità è in rapporto con la retorica: la posizione di Arnaut Daniel si oppone a quella del suo modello Marcabru, critico invece della doratura delle parole, della «falsa razo daurada». Per Arnaut Daniel è Amore che indora le parole e che porta il poeta all’utilizzo di quegli artifici retorici che sono invece criticati dal grande moralista. L’Amore che canta Arnaut Daniel è in grado di apportare un miglioramento, un dirozzamento nell’animo come nelle parole: Amore è la causa del perfezionamento sentimentale e retorico del poeta, la fin’amor come il fin aur, il raffinamento della persona come il raffinamento dell’oro. In Ab guai so ritorna poi particolarmente insistente il motivo del disinteresse del poeta nei confronti dei beni materiali e degli onori mondani ed è accennato il tema della “perdita” per troppo volere (vv. 23-24): «qu’ab trop voler cug la.m toli, / s’om ren per trop amar pert».

Tenendo conto di questo quadro, ho fornito in altra sede una spiegazione del primo verso della tornada (v. 43): «Ieu sui Arnaut qu’amas l’aura». Il verbo amas sembrerebbe essere un termine tecnico dell’accumulazione improduttiva delle ricchezze e trova corrispondenza in un luogo di Bertran de Born legato all’opera di Arnaut Daniel:

E ja thezaur vielh no vuelh amassar,

Qu’ab thesaur jove pot pretz guazagnar.

Ritroviamo poi il termine in funzione significativa in una tenzone fra Peire ed Albertet:

Amics Peire, per messongier

vos en tenran li conoissen,

car cel que a destrugemen

met lo sieu e non garda com

e non cerca ga ni razon,

vos dic q’es plus fins amaire

qe·l vostre, q’es amassaire,

e drutz q’amassa ni rete

non ama ges per bona fe,

anz es vas si donz trichaire.

La posizione di Albertet, effettivamente, è paradigmatica di tutto un modo di intendere la fin’amor: «colui che manda in rovina il suo patrimonio […] è amante più fino di quello che voi difendete, il quale è un ammassatore, e l’amante che ammassa ed economizza non ama affatto con buona fede, anzi è ingannatore verso propria dama». Il fins amaire non può essere amassaire, amar si oppone ad amassar, insomma, chi ama non ammassa. Questa posizione, in duro contrasto con coloro che accumulano beni e ricchezze, è rintracciabile fra i trovatori fin da Bernart de Venzac, il quale sostiene che mai sarà pregiato né prode nessun uomo per ricchezza che ammassi:

Ja mais non er presatz ni pros

negus hom per aver qu’amas.

Nello stesso modo in una cobla anonima l’accumulazione di oro ed argento viene considerata contraria ai principi cortesi:

Ben es gran danz de cortesia

q’es cazut ios e tornat a nienz

zo son li avars qe cuian noig e dia

aur e argen amassar e tenir

Al mondano ammassare «thezaur» o «l’aur» Arnaut Daniel oppone quindi il suo «ammassar l’aura». Il gioco è evidente: anche qui viene rivendicata la rinuncia alle ricchezze terrene, non l’aur, ma l’aura, non l’oro, ma l’aria; anche qui la derivazione isidoriana gioca su un piano implicito, ma è evidentemente ben presente ed operante. Arnaut Daniel non chiarisce in cosa consista questa aura ammassata, lascia il gioco su un piano volutamente allusivo, enigmatico ed ambiguo, come del resto fa anche per gli altri termini dell’adynaton, ma il gioco viene ripreso ed esplicitato da un altro trovatore, Aimeric de Peguilhan che trasforma l’aura ammassata nel «capitale di sospiri» concesso dall’amata e fatto fruttare dal trovatore:

Pus ma belha mal’amia

m’a mes de cent sospirs captal,

a for de captalier lial

los ai cregutz quascun dia

d’un mil, per q’ueimais seria,

sol qu’a lieys plagues, cominal,

que los partissem per egual,

qu’aissi·s tanh de companhia.

Dacché la bella e cattiva amica del trovatore lo ha dotato di un capitale di cento sospiri, egli, a guisa di leale “capitalista”, li ho fatti crescere di mille al giorno; quindi ormai sarebbe giusto, che i profitti fossero ripartiti in parti uguali, perché così si opera quando si è in società con qualcuno.

E’ proprio su questo crinale che, a questo punto, vorrei condurre il ragionamento: Aimeric de Peguilhan reintrepreta probabilmente l’aura ammassata da Arnaut Daniel con il capitale dei sospiri. Per Petrarca potrà valere lo stesso discorso? Fino a che punto, cioè, Laura può essere associata ai sospiri del poeta?

Petrarca ha certamente conosciuto e imitato il testo danielino che aveva dato origine all’epiteto di «miglior fabbro». In particolare, la sestina 239 è il luogo in cui il sistema dell’aura si fa più palese e dove la citazione di Ab gai so è più esplicita. Aggiungerei che la ripresa è sapientemente accostata ad una allusione a Raimbaut d’Aurenga, l’autore aurato per antonomasia oltre che per evidenti ragioni onomastiche (oltre che al toponimo di provenienza, si pensi al nomignolo Linhaure con cui Raimbaut dibatte con Giraut de Bornelh). Gli ultimi versi della sestina petrarchesca recitano (vv. 31-39):

Ridon or per le piagge erbette et fiori:

esser non po’ che quella angelica alma

non senta il suon de l’amorose note.

Se nostra ria fortuna è di più forza,

lacrimando et cantando i nostri versi

et col bue zoppo andrem cacciando l’aura.

In rete accolgo l’aura, e ‘n ghiaccio i fiori,

e ‘n versi tento sorda e rigida alma

che né forza d’Amor prezza né note.

Guglielmo IX, Ben vuelh

Ben vuelh que sapchon li pluzor
d’est vers si’s de bona color,
qu’ieu ai trag de mon obrador:
qu’ieu port d’ayselh mestier la flor,
et es vertaz,
e puesc en traire.l vers auctor
quant er lassatz.

Ieu conosc ben sen e folhor,
e conosc anta et honor,
et ai ardimen e paor;
e si.m partetz un juec d’amor
no suy tan fatz
no.n sapcha triar lo melhor
d’entre.ls malvatz.

Ieu conosc ben selh qui be.m di,
e selh qui.m vol mal atressi,
e conosc ben selhuy qui.m ri,
e si.l pro s’azauton de mi,
conosc assatz
qu’atressi dey voler lor fi
e lor solatz.

Mas ben aya sel qui.m noyri,
que tan bo mestier m’eschari
que anc a negu non falhi;
qu’ieu sai jogar sobre coyssi
a totz tocatz;
mais en say que nulh mo vezi,
qual que.m vejatz.

Dieu en lau e Sanh Jolia:
tant ai apres del juec doussa
que sobre totz n’ai bona ma,
e selh qui cosselh mi querra
non l’er vedatz,
ni us mi noa tornara
descosselhatz.

Qu’ieu ai nom “maiestre certa”:
ja m’amigu’ anueg no m’aura
que no.m vuelh’ aver l’endema;
qu’ieu suy d’aquest mestier, so.m va,
tan ensenhatz
que be.n sai guazanhar mon pa
en totz mercatz.

Pero no m’auzetz tan guabier
qu’ieu non fos rahusatz l’autr’ier,
que jogav’a un joc grossier,
que.m fon trop bos al cap primier
tro fuy ‘ntaulatz;
quan guardiey, no m’ac plus mestier,
si.m fon camjatz.

Mas elha.m dis un reprovier:
“Don, vostre dat son menudier,
et ieu revit vos a doblier.”
Dis ieu: “Qui.m dava Monpeslier,
non er laissatz.”
E leviey un pauc son taulier,
ab ams mos bratz.

E quant l’aic levat lo taulier,
empeis los datz,
e.lh duy foron cairavallier
e.l terz plombatz.
E fi.ls fort ferir al taulier,
e fon joguatz.

Ab gai so. H c. 10r

carta-10r

MALASTRUC: ARNAUT DANIEL E RAIMBAUT D’AURENGA

Ar non sui jes mals et astrucs,

Anz sui ben malastrucs de dreg;

E puois malastres m’a eleg

Farai vers malastruc e freg.

Si trop un malastruc adreg

Que·l malastruc cap mi pesseg!


Que per totz temps sui malastrucs

Per un gran malastre qe·m ve;

E qui per malastruc no·m te

Dieu prec de malastre l’estre

Que mil malastruc foran ple

Del malastre q’ieu ai en me.


Dompna, per vos sui malastrucs

Car per malastre·m voletz mal;

E fis ben malastruc jornal,

C’anc nuills malastrucs no·l fetz tal!

Malastruc tro manatz engal

Per que d’est malastruc no·us cal.


Er aujatz cum sui malastrucs:

Qand cuich de malastre mover

Eu sui plus malastrucs en ver!

C’ab malastre·m laissiei cazer,

E pois vinc malastre querer,

Don aurei malastruc esper.


E pus aysi soy malastrucs

Mos pels malastrucx mi tolray

– Aytan del malastre perdray –

E si·l malastre no s’en vay

Malastrucx sia qui mi play

Car tan de malastre m’eschay.


S’ieu atrobes dos malastrucs

Q’anesson malastrugamen

A me mais malastre queren,

Adoncs for’ieu malastruc-gen;

Mas non trob malastruc valen

C’a me de malastre·s prezen.


Et eu sui aitant malastrucs

Qe de malastre port la flor

Et ai ben malastrug honor.

Levet, malastruc de seignor,

Tu chantes malastre ab plor

D’aquest malastruc amador!


Tu iest malastrucs de seignor

Et ieu soi malastrucs d’amor.

Raimbaut d’Aurenga si definisce – in questa chansòmalastruc, utilizzando un termine, un concetto, senz’altro caro alla cultura medievale, che ricorre con notevole frequenza nella poesia trobadorica, che sarà ereditato poi anche dalla poesia italiana – non ultimo Dante (con le voci malastrù, malastrudo, malastro, malestro e il malfatato dantesco) -. Malastruc è colui che si trova al di fuori dall’influenza di una “buona stella”, ed è perciò “malastrato”, sfortunato. L’importanza del termine è legata sia alla dottrina filosofica delle influenze celesti – durante la stagione trovadorica e più precisamente nell’inoltrata seconda metà del XII sec probabilmente ancora in fieri ma certamente già largamente nota e operante, per esempio in area italiana, mezzo secolo più tardi – sia soprattutto al concetto di Fortuna, centrale specie nella poesia goliardica, a sottolineare come lo status di colti dei clerici vagantes, la frequentazione degli ambienti universitari e il diletto nel trobar accomunassero e consentissero frequenti scambi tra i goliardi, legati al mondo ecclesiastico, e i poeti cortesi. Nell’elaborazione goliardica, come risulta evidente dai Carmina Burana, coi quali essa massimamente s’identifica, il concetto di Fortuna – dalle caratteristiche paganeggianti – quasi si sostituisce alla Legge Divina, ma di fatto a questa si accompagna, rappresentandone la realizzazione terrena, più immediatamente riconducibile all’ambiente delle taverne, perfettamente esemplificata nel gioco dei dadi. Infatti, la Fortuna è rappresentata miniaturizzata come una ruota, che girando sottolinea l’imprevedibilità, la fugacità, ma anche la circolarità della contingenza, una sorta di regolarità per cui è possibile sovvertire l’ordine sociale, per cui quindi i poveri si trovano improvvisamente ad essere ricchi e viceversa, riportando di fatto l’attenzione e ammonendo gli uomini che tutto il mondo terreno è nelle mani di Dio: chi si lascia perciò abbindolare dall’avidità e dalla superbia agisce in modo anticristiano ed è condannato alla rovina temporale ed eterna – e non è raro infatti trovare associate, alla fugacità delle ricchezze, anche le considerazioni sulla grandezza umana, dei signori, che si definisce soprattutto in base alla loro prodigalità, al loro mettere a disposizione le proprie ricchezze in favore di molti, rimandando all’immagine dei giullari che sopra ogni altra cosa chiedono ai signori di donar loro un cavallo.

L’indagine sul concetto di fortuna nel Medioevo parte necessariamente – come ha sottolineato Howard R. Patch in The goddess Fortuna in the Medieval literature – da una mancanza: ci si può affidare unicamente alla parte istruita della popolazione. Nonostante le pressoché inesistenti attestazioni, presso le classi inferiori molto probabilmente sopravvivevano più a lungo culti primitivi, più legati alla religione o folkloristici.

Sappiamo da S. Agostino e dagli altri Padri più antichi che la Fortuna rimase lungamente “viva” – e in realtà, fino al presente, non si è mai estinta – presso le popolazioni europee medievali, e non solo come figura letteraria, nonostante le continue allusioni e la quasi meccanica ripetizione delle formule a essa comunemente associate: gli scrittori, dopo tutto, dovevano costantemente mantenere un rapporto col pubblico, scrivevano, nella maggior parte dei casi, per un pubblico, e da questo, e insieme dalla cultura popolare, riprendevano e forgiavano spregiudicatamente tematiche e motivi fortemente ricorrenti, a inquadrare un modello di vita esistente o auspicabile, da cui trarre insegnamenti e riflessioni.

Nel periodo precristiano la Fortuna non era sempre inquadrata nell’accezione di casualità, sorte, anzi il termine stesso non sembra indicare specificazioni particolari entro il generale concetto di Fato. Anche a livello morfologico-lessicale, dalla radice indoeuropea *bher sarebbe derivato il sostantivo Fors, da cui Fortuna per aggiunta del suffisso -nus, a indicare appartenenza (esattamente come Romanus per Roma). Il fatto che la Fortuna fosse strettamente legata al Fato sottolinea come lo sviluppo del termine possa essere legato al concetto ellenistico di Tuchè. Che il Fato operi in modo casuale, capriccioso è però un’aggiunta successiva: si oscilla quindi da un periodo in cui si vede l’universo dominato da un ordine, per cui Fortuna è equivalente a Fatum, un destino già scritto e ineluttabile, di cui la Fortuna si fa portatrice, a un altro nel quale emerge più preponderante il capriccio per cui Fortuna è associata alla casualità. Per quanto riguarda il Medioevo, è importante osservare come, alla fine del periodo classico, fosse accettata più comunemente la seconda posizione, come testimoniano già Ovidio nei Tristia – “Fortuna volubilis errat et manet in nullo certa tenaxque loco” – e Plinio il Vecchio nella Historia Naturalis. Plutarco (De Fato) richiama la filosofia aristotelica, dimostrando l’esistenza della Fortuna dipingendola come la causa per accidens, necessaria all’esistenza del libero arbitrio: perciò essa possiede una base razionale senza esserlo però totalmente, in quanto non è in alcun modo legata alla ricompensa della virtù né alla punizione dei vizi.

Nel periodo imperiale, il concetto di Fortuna era dunque completamente legato alla casualità: l’ambizione di conquiste territoriali senza limiti spingeva verso l’ignoto, il rischio, che naturalmente implicava la casualità degli eventi; oltretutto, proprio dal venire in contatto con culture sempre diverse e la predisposizione a mantenere i culti religiosi dei popoli conquistati, coi quali molte volte il culto romano finiva sincreticamente per fondersi, lo “scetticismo” religioso era piuttosto generalizzato, quindi la profondità spirituale, il rapporto con la divinità, non era mai comparato né mai contrastava con la dea Fortuna, regina capricciosa. Al contempo, l’uomo romano, sentendosene in balia, cercava però di limitarne i poteri, opponendole la forza del coraggio, della saggezza, della virtù, di fatto prendendo la direzione che negava l’esistenza stessa della Fortuna: un punto di contatto con la cultura cristiana successiva.

Certamente il passaggio dalla Fortuna Dux alla concezione cristiana, con la presenza di Dio e la suprema importanza della virtù, non fu rapida, né omogenea, né immediata: in realtà non si può affatto dire che la religione cristiana abbia soppiantato la Fortuna nel pensiero come nell’agire umano. “Le popolazioni, che poco comprendevano e ancor meno si interessavano alle sottili dispute e sottilissime distinzioni operate da teologi e filosofi, non abbandonarono mai la fede in uno o più poteri, occulti e irresistibili, distinti e separati dalla volontà divina, e variamente designate coi nomi di destino, fortuna o influenza astrologica” (Arturo Graf).

Natualmente, la dea Fortuna continuò il proprio percorso non senza aggiustamenti: i Padri della Chiesa le avevano “dichiarato guerra”, non combattendola più solo con fortezza d’animo, prudenza, con l’aiuto della filosofia, o della virtù, ma negandone a chiare lettere l’esistenza, reinterpretando allo stesso modo anche l’argomento aristotelico della causa per accidens. Così leggiamo in S. Agostino, Lattanzio, S. Tommaso d’Aquino: la Fortuna è identificata per lo più con lo spirito del Male, insieme a tanta altra parte della cultura pagana.

Ma la concezione più paganeggiante della dea continua ugualmente a esistere, emergendo anche nell’Anticlaudianus di Alano di Lilla – dove comunque la descrizione oscilla spesso e confusamente dall’immagine della divinità alla mera personificazione dell’idea astratta, ma pur sempre riappare nella sua forma pagana. Ancora, altri autori, su tutti Boezio, tenevano presenti sia la figura di Dio sia quella della Fortuna, senza preciso intendimento di conciliare le due concezioni: la casualità rende possibile il libero arbitrio, ma il fato è subordinato a Dio, così come la casualità stessa, originata da cause ignote, è soggetta alla Provvidenza divina.

L’idea del De consolatione boeziano è riportata e poeticizzata da Dante, il quale ancora una volta sincretizza il concetto pagano e quello cristiano, come è evidente da Inferno, VII, 67-96: “[…]Colui lo cui saver tutto trascende/ […] alli splendor mondani/ ordinò general ministra e duce/ che permutasse a tempo li ben vani/ […] oltre la difension di senni umani;/ […] Vostro saver non ha contasto a lei:/ questa provede, giudica e persegue/ suo regno come il loro li altri dei./ Le sue permutazion non hanno triegue;/ necessità la fa esser veloce; […]”.

Nel periodo successivo a Dante, le posizioni si attestano sempre sui tre filoni principali che vedono la Fortuna come la divinità con le sue caratteristiche pagane, come la forza che coesiste con Dio (ma al Creatore è subordinata), oppure ancora come l’intelligenza celeste che determina gli influssi astrali sull’animo umano (che ritroviamo ancora una volta in Dante, in Convivio II, Purgatorio XVI e Paradiso VIII). Nel Petrarca del De remediis utriusque fortunae ad esempio emerge la conflittualità che oppone al capriccio della Fortuna la fortezza d’animo e la devozione spirituale; ancora Petrarca, in una concezione solidamente agostiniana, tornerà sulla questione anche nell’epistola a Tommaso del Garbo (Seniles I, VIII, 3): “[…]la Fortuna ho sempre stimato esser nulla […]”; ancora Boccaccio evolve il proprio concetto da quello ovidiano di Fortuna volubilis a un’idea più strettamente cristiana, mai però dimentica dell’elaborazione dantesca, che riemerge anche in Pico della Mirandola.

Durante Umanesimo e Rinascimento torna preponderantemente al suo splendore la Fortuna come divinità paganeggiante, così come la ritroviamo, tra gli altri, in Machiavelli e Guicciardini, ancora in Pulci, Boiardo e Poliziano.

Strettamente legati all’ambito italiano sono naturalmente quello inglese e francese, all’interno dei quali sopravvive ancora la concezione paganeggiante e si profila ugualmente un attestarsi delle posizioni dalla negazione cristiana all’immagine sincretica dantesca. In Francia, ad esempio, in testi come il Roman du Renart e nelle opere di Chretien de Troyes è fondamentale la non opposizione tra Dio e la Fortuna, ma anzi che essi operino in qualche maniera d’accordo, concezione che diventa ancora più forte ne La Manekine di Philippe de Beaumanoir – dove Dio consente alla Fortuna di governare il mondo -, in un dialogo tra la Fortuna e Pierre de la Broche – dalle forti reminiscenze boeziane – e nell’opera di Watriquet de Couvin, all’interno dei quali si vede la Fortuna totalmente soggetta alla volontà divina. In particolare Watriquet de Couvin descrive l’Avventura piuttosto che la Fortuna (ma in realtà entrambe rappresentano la stessa idea, anche la Fortuna per esempio in ambito italiano ma soprattutto francese era nominata spesso Ventura) dando esplicitamente l’idea del rapporto che sussiste tra Dio e la divinità capricciosa: “[…] Frère, on m’apele Aventure,/ en terre m’a Diex establie;[…]”.

Nella letteratura francese fiorisce anche il concetto della Fortuna come divinità d’amore: ad esempio in Panthère d’Amours di Nicole de Margival, Les echecs amoureux, ancora nelle opere di Guillaume de Machaut, Froissart, Deschamps e altri. E il rapporto tra Fortuna e Amore si rivela essere assolutamente dinamico, tanto che Amore non può dirsi mai completamente soppiantato, totalmente in balia della Fortuna. Certo è che, però, pur non sostituendosi al dio dell’Amore, la Fortuna può prodigare o trattenere per sé, a suo giudizio, ricchezze e gloria che certamente avvicinerebbero più facilmente l’amante all’amata. I ruoli delle due divinità tendono talvolta a intrecciarsi tanto da confondersi forse perché l’affinità tra le due è parecchio accentuata ed evidente, già riconosciuta tra XI e XII sec da Ildeberto di Lavardin nel De infidelitate Fortunae et Amoris mundi: Amore e Fortuna sono entrambi senza fede, non danno dolcezza senza tormento, affanno. La Fortuna solleva gli uomini e li sprofonda un attimo dopo, così come l’Amore li blandisce e poi li brucia, li uccide. Altri autori posero tuttavia una distinzione netta tra Fortuna e Amore, per cui la prima si trovava a ostacolare l’operato dell’altro – esattamente come nel caso di Raimbaut d’Aurenga, nel componimento in testa all’articolo, o come anche Arnaut Daniel, anche se non così apertamente dichiarato come per il suo auctor, di cui conosciamo il malastre amoroso dalla vida, dalla tornada di Ab gai so e ancora da Amors e jois e temps e luecs.

Oppure, ancora, spesso le due divinità così affini si trovano a operare insieme, entrambe accusate di causare le pene degli amanti, come ne Li romanz de la Poire. Ma già in questo caso, e ancor più nel già citato Panthère d’Amours, la Fortuna sembra prendere il sopravvento totale sull’Amore: le questioni amorose si decidono sul giudizio di Fortuna, così come questa prende il controllo della Corte d’Amore e la rende propria. Forse il primo, più antico, esempio della preponderanza della dea si trova già nell’epistolario di Abelardo ed Eloisa (lettera IV): la Fortuna separa gli amanti, dopo averli uniti, e provoca in loro atroci sofferenze. Da questo momento in poi, Fortuna si immischia di peso nelle questioni amorose: aiuta gli audaci, guida gli amanti, li unisce e li fa innamorare, fa in modo che consumino il loro amore, fa nascere i loro figli. E’ Boccaccio, nell’Elegia di Madonna Fiammetta, a descrivere i metodi della Fortuna, portando l’attenzione sul fatto che generalmente essa, dopo averli spinti l’uno nelle braccia dell’altra, si pone contro uno o entrambi gli amanti. Ha il cuore duro, invidioso, ostile, e finisce col tormentarli, portandoli fino alla separazione. In questo modo, quindi, Fortuna finisce col disfare ciò che Amore ha creato, e tale rapporto tra le due divinità non è certo casuale, tanto che in molti modi le sue caratteristiche vanno a ricalcare quelle di Amore. Anche Fortuna è cieca, incostante e capricciosa, e rifila frecce alle sue vittime. Arriva così il momento in cui l’identificazione e l’interscambio divengono così pressanti da identificare, quasi sostituire, Venere e sua sorella Fortuna, tanto che ne Les echecs amoureux (databile al XV sec), si vede Venere girare una ruota, esaltando o svilendo l’umanità.

Ma facciamo un momento un passo indietro per parlare ancora delle caretteristiche, della descrizione vera e propria e delle attività della Fortuna, così come si stabiliscono e variano nel corso del Medioevo. Intanto, è necessaria una distinzione, seppur sottile, di base: la personificazione del concetto astratto di fortuna – perciò appunto la buona fortuna, salute, ricchezze et similia – non implica certamente che la Fortuna sia una dea, anzi personificazione e divinità tendono spesso, erroneamente, a essere confuse, quasi sovrapposte – a indicare forse una poco chiara conoscenza della divinità da parte degli Autori che facevano confusione. Un discrimine importante tra le due può essere certamente la qualità dei doni: mentre la personificazione si qualifica dai doni – perciò è assimilabile a un tipo – la divinità esiste di per sé, non in quanto prodiga di beni per lo più materiali. La dea Fortuna può dare o togliere, secondo il proprio capriccio; è puramente simbolica; inoltre non soffre del suo stesso operato, come invece è più probabile pensare della personificazione: a tal riguardo è senz’altro utile riferirsi a quelle rappresentazioni grafiche, in cui spesso è coinvolta anche la ruota della fortuna (di cui si parlerà più avanti), nelle quali si vede la figura della fortuna come intrappolata nel movimento della ruota stessa, quindi soggetta a un controllo certamente improbabile per una divinità.

Un ambito altrettanto variabile è quello delle descrizioni letterarie della Fortuna: non di rado le vengono attribuite due facce, una bellissima, l’altra orribile, le quali probabilmente rappresentano, insieme all’espressività facciale della dea, che può sorridere o essere accigliata, l’imprevedibile e continuo mutamento d’umore, da cui dipendono i rivolgimenti che colpiscono gli uomini. Ancora, soffermandoci sempre sul viso della divinità, possiamo trovarla “dipinta” cieca oppure bendata, a sottolineare come il merito non abbia peso nelle sue decisioni, ma i suoi occhi possono talvolta apparire, significativamente descritti l’uno gioioso, sorridente, l’altro in lacrime. Collegata alla simbologia degli occhi c’è quella delle mani, per cui queste possono essere molte o differenziarsi l’una dall’altra: così come il viso va a dividersi in destra e sinistra, anche le mani operano separatamente, rispettivamente la destra in direzione del bene e l’altra verso il male. Questa particolare associazione destra-bene, sinistra-male si collega a tanta parte della cultura classica naturalmente assimilata e reinterpretata dalla cultura medievale: nel primo caso si collegava al moto apparente del Sole nel cielo, sorgente a est, a destra dell’orizzonte, per cui la via di destra era quella illuminata, lontana dall’errore, dal male appunto. Analogamente la cultura cristiana associa il sorgere del Sole, la presenza della luce, alla Luce divina, la Giustizia, l’infallibilità, il bene. Esempio particolarmente evidente lo abbiamo ancora in Dante, nei versi incipitari dell’Inferno: “[…] mi ritrovai per una selva oscura/ che la diritta via era smarrita/[…]” (Inferno, I, 2-3) e “[…] tant’era pien di sonno a quel punto/ che la verace via abbandonai/[…]” (Ivi, 11-12); qui, ancora sottolineando la mente estremamente sincretica del Poeta, la diritta come la verace via rappresentano lo stesso concetto: la “via di destra” come via del bene, declinato secondo la cultura cristiana o quella classica; non a caso, infatti, ponendo se stesso in antitesi con la figura di Ulisse (Inferno XXVI), Dante descrive il condottiero greco che procede “sempre acquistando dal lato mancino” (v. 126), procedendo quindi verso la perdizione.

Ancora, tornando alla descrizione della Fortuna, la troviamo spesso dotata di ali, sempre sospesa a mezz’aria. Anche la postura diventa significativa e simbolica per ciò che la dea rappresenta: che si trovi in piedi su una sfera o ancor più sulla sua ruota, è importante sottolineare l’instabilità e i continui cambiamenti cui essa capricciosamente si rivolge. Per quanto riguarda le sue vesti, queste naturalmente cambiano di Autore in Autore: per esempio Boccaccio, nel De casibus, la descrive di “mollisque cutis, roseus color, ac purpurea vestis”. Nel portamento e nelle maniere, così come nel volto, la Fortuna può apparire insieme gentile e scortese: il suo carattere rivela orgoglio, tendenza alla collera, malingnità. Nel dar corpo alla propria volontà è ingannevole e disonesta, profondamente invidiosa della prosperità umana, incostante e irrazionale. La sua caratteristica mutevolezza porta subito alla mente il paragone con la luna e la sua influenza sul moto delle maree, così come la slealtà richiama l’analogia con i serpenti o, meglio, con gli scorpioni.

Soffermiamoci ora sul principale simbolo associato alla dea Fortuna, la ruota, che rappresenta al contempo la variabilità, l’instabilità, il capriccio della divinità così come il controllo da questa esercitato sulle vicende umane. Ritroviamo la figura della ruota nelle più disparate varianti all’interno dei codici medievali, associata sì alla Fortuna ma che di per sé rimanda già a un campo semantico vasto: quello della velocità, dell’incessante procedere circolare dell’esistenza, del cambiamento, e ancora il Sole, la Terra, Dio, l’eternità. E’ probabile che questo tipo di simbolismo possa essersi legato alla Fortuna partendo dal concetto fondamentale di instabilità, per poi allargarsi e specializzarsi col procedere della cultura. L’immagine della Fortuna in bilico su una sfera risale all’iconografia della Roma antica e da qui proviene alla cultura medievale sempre fondandosi sull’instabilità degli eventi, ma non possiamo cogliere una vera e propria allegoria dell’attività e in generale della Fortuna come divinità finché la ruota stessa diventa simbolo di variabilità, eventualmente messa in moto proprio dalle mani della dea. Una prima connessione tra la divinità capricciosa e le sorti degli uomini emerge però per esempio in Ammiano Marcellino (Res gestae): “Fortuna volucris rota, adversa prosperis semper alternans”; o ancora in Seneca (Agamemnon): “Ut praecipites regum casus Fortuna rotat!”, dove sembra più specifica l’azione che la Fortuna compie nel “ruotare” gli affari umani in virtù dei propri poteri. Andando oltre, tra V e VI sec d.C., la ruota non è più considerata indipendentemente dalla dea; ancora nel De consolatione Philosophiae boeziano, l’idea che la Fortuna controlli i movimenti della ruota, che questa arrivi a simboleggiare il capovolgimento della realtà, che figure umane si trovino sulla ruota a seguirne le rotazioni frenetiche, è riportata come se fosse del tutto “familiare”, quindi un dato culturale consolidato, e così rimarrà a distanza di secoli, nonostante manchino quasi del tutto i riferimenti fino a Dante.

In realtà esisteva anche una ulteriore concezione del moto della ruota, ravvisabile nello Speculum Ecclesiae di Onorio d’Autun – il quale si rivela apperentemente debitore di una tradizione altrettanto consolidata –, per cui la Fortuna non ha alcun potere sulla ruota, anzi viene trascinata dai movimenti di questa, seguendo e soffrendo proprio come gli uomini i suoi rivolgimenti. Sulla base di queste considerazioni, si nota però facilmente come l’immagine della Fortuna che soffre se stessa, in balia del corso degli eventi così com’è scandito dalla ruota, non può essere direttamente riconducibile alla divinità, quanto piuttosto al tipo.

Quindi, ripartendo dalla fonte boeziana, nel Medioevo, sulla scorta dell’evoluzione della figura attraverso la classicità, la ruota era indissolubilmente legata alla Fortuna, che ne ha pieno controllo, causando così a suo capriccio veri e propri capovolgimenti non solo nelle vicende umane ma per l’umanità stessa: in questo senso, la ruota potrebbe rappresentare metaforicamente due concetti. Innanzitutto, il movimento potrebbe essere relazionato ai “doni” della Fortuna: così come la ruota gira, gli eventi e la vita cambiano, ma non sappiamo mai come, né con quale criterio – il che è riconducibile ancora all’aspetto fisico della dea, cieca o meglio ancora bendata. Ancora, il fatto che gli uomini stessi prendano parte al movimento della ruota segue l’idea che non solo le vicende ma anche gli stessi status umani possano cambiare improvvisamente: particolarmente significativa è in questo senso una delle tematiche legate alla simbologia della ruota, che vede in particolare quattro figure umane seguire il movimento circolare: un giovane incoronato e con uno scettro tra le mani seduto sulla cima della ruota; alla sua destra, un uomo che precipita, mentre la corona cade dalla sua testa; nella pare più bassa un uomo completamente prostrato; risalendo verso sinistra, di nuovo un giovane che cerca di arrampicarsi lungo la ruota, estendendo le braccia verso il giovane coronato sulla cima. Fungevano da “didascalie” agli uomini rappresentati rispettivamente le locuzioni: regno, regnavi, sum sine regno, regnabo; perciò la relazione tra l’umanità sulla ruota e il proprio status veniva espresso secondo una sorta di gerarchia che mirava probabilmente a riprodurre l’ordine sociale. E non è un caso che questa particolare tipologia iconica fosse estremamente diffusa e nota nella cultura medievale, così come non è un caso che si adatti precisamente all’ambiente delle taverne di cui prima si parlava: l’uomo che perde la corona, quello del tutto prostrato, quello che ambisce al potere sono tutti esempi di giocatori, che secondo la volubilità della Fortuna vincono, o più spesso perdono, ciò che hanno insieme al proprio status sociale, incarnazione della simbologia legata alla Fortuna e tramiti principali della stessa attraverso gli anni.

Entrambi i significati metaforici appena espressi implicano l’idea che il movimento della ruota possa non essere continuo, che questa possa fermarsi e poi riprendere il proprio corso: in realtà è difficile crederlo, come asseriva già Boezio, o se anche si potessero ipotizzare delle pause nei movimenti, la Fortuna, in quanto divinità, non necessariamente agisce sempre attraverso la ruota, sebbene questa sia il suo strumento principale. L’idea della continua dinamicità delle vicende umane ci è suggerita forse ancora più realisticamente dalle taverne stesse, che continuamente si trovavano a esser teatri di rivolgimenti sociali, tanto da far bandire il gioco dei dadi – ancora una volta facente parte della simbologia della Fortuna – proprio per questioni di ordine sociale: quasi impossibile pensare, in questo caso, per una mentalità e una cultura enciclopedica, organica, simbolica e così fitta di rimandi come quella medievale, a una soluzione diversa che non preveda l’intervento della Fortuna. Intervento che, ampliandosi oltre il dato contingente, rivolta tanto lo status sociale quanto i sentimenti dell’uomo: ognuno può singolarmente, moltiplicando il numero delle ruote, descrivere i propri rivolgimenti, le proprie ascese – e anche gli sforzi per godere più a lungo dell’ascesa: non bisogna dimenticare che l’uomo poteva in un certo senso “sfidare” la Fortuna per cercare di mantenere i vantaggi che gli erano pervenuti, concezione a cui forse si può far risalire il detto proverbiale che la Fortuna aiuta gli audaci – e discese, fino a quella primaria, il percorso che va dalla vita alla morte, quel circolo della vita che tanto si avvicina alla simbologia della ruota della Fortuna, che davvero non può che assumere una fondamentale importanza nel pensiero ma anche nella praticità dell’uomo.

Abbiamo fin qui ricostruito una sorta di percorso storico della figura della Fortuna e le sue caratteristiche e simbologie principali. Concentriamoci ora, invece, su quale potesse essere la concezione della Fortuna per Arnaut Daniel, così come possiamo desumerla dai suoi studi in primis e dall’opera sua e degli altri trovatori per lui auctoritates o contemporanei.

Partiamo dalla formazione: in quanto escolier che amparet ben letras, Arnaut aveva letto e conosceva sicuramente a fondo per lo meno quegli auctores, sia pagani che cristiani, normalmente inseriti nei canoni, nei programmi scolastici. Considerando che l’attività poetica del trovatore perigordino viene abbastanza concordemente situata tra gli anni 1180-1200 circa, e di conseguenza la sua nascita non dovrebbe essere anteriore agli anni tra il 1150 e il 1160, vediamo i canoni scolastici di auctores del XII sec., in particolar modo quelli della seconda metà del secolo, “riformati” e notevolmente ampliati rispetto ai precedenti (Curtius, 1995): se entro la prima metà – secondo un elenco riportato da Corrado di Hirsau – autori già rilevanti nell’elaborazione dell’idea di Fortuna in Arnaut erano già Boezio, Isidoro, Virgilio, Cicerone e Ovidio, bisogna però sottolineare che degli ultimi due venivano letti per lo più solo il De amicitia e il De senectute e i Fasti e le Epistulae ex Ponto. Se guardiamo invece a un elenco – attribuito ad Alessandro Neckman – di meno di mezzo secolo più tardi, troviamo il più probabile fondamento per la concezione arnaldiana: il repertorio ovidiano è notevolmente ampliato (quindi probabile è anche l’inclusione dei Tristia, prima citati) così come quello ciceroniano (fondamentale in questo senso è l’adozione come testo scolastico anche del De officiis); figurano nuovamente anche Isidoro, Boezio e Virgilio accanto ad altrettanto importanti inclusioni come l’Anticlaudianus di Alano di Lilla e l’opera di Seneca (sia morale che tragico, allora e ancora per Dante considerati due autori distinti) e di Plinio il Vecchio. Naturalmente gli elenchi riportati sono ancora piuttosto riduttivi rispetto al repertorio realmente disponibile e studiato, a cui i letrat avevano accesso, fitto anche di scrittori più contemporanei, tra cui particolarmente importante, non iscritto negli elenchi ma certamente già auctoritas, è Pietro Abelardo.

Possiamo quindi ragionevolmente supporre che, sulla base di questi auctores già citati ed esaminati precedentemente, Arnaut Daniel conoscesse la Fortuna come divinità capricciosa che fa girare la propria ruota rivoltando lo svolgimento degli affari mondani: un’immagine nitidissima in Canso do ill mot son plan e prim, vv. 20-24: […] qu’ades trabuca son senhor/ del luec aussor/ bas el terralh/ per tal trebalh/ que de joi lo despuelha […], in probabile riferimento, insieme alla frequentazione delle taverne, all’iconografia della ruota più diffusa precedentemente descritta, dove l’alternarsi dei destini umani è simboleggiato nelle locuzioni regno – regnavi – sum sine regno – regnabo. La dea si trova però spesse volte confusa con la personificazione dell’idea generica di “buona fortuna”, esattamente come per gli Autori cristiani che integravano le caratteristiche paganeggianti con la dipendenza da Dio. Ulteriore conferma di ciò viene dalla grande diffusione, tra le generazioni trovadoriche e nella letteratura di area francese in generale, del concetto di Aventura, sostanzialmente sinonimo di Fortuna, anche se più spesso associato proprio con la personificazione piuttosto che con la dea vera e propria: nell’opera di Arnaut non troviamo ricorrenze del termine – ne troviamo però di un altro strettamente collegato, l’escarida (in Anc ieu non l’ac, vv. 6-11: […] Amors comanda/ qu’om la serv’e la blanda:/ per qu’ieu n’aten/ sufren/ bona partida/ quan m’er escarida […]; e in ripresa intratestuale in Quan chai la fuelha, vv. 21-24: […] no sai de re/ coreillar m’escarida,/ que per ma fe/ del mielhs ai ma partida […]), il destino, anche nell’accezione più ampia di “corso degli eventi”, quindi controllato dai rivolgimenti di Fortuna – mentre aventura ricorre spesso in un contesto che possiamo certamente definire “arnaldiano”, in particolare in Marcabru, Bernart de Ventadorn, Raimbaut d’Aurenga e Arnaut de Maroill.

Nella grande maggioranza dei testi in cui si verifica l’occorrenza prevale l’identificazione della dea con la personificazione del concetto di “buona fortuna”, come possiamo notare nei seguenti esempi:

Marcabru (293, 28, cobla III, vv. 17-21):

“[…]per qu’ieu no·m planc mon dampnatge?

Qu’aitals es ma destinada

que Joys e Bon’Aventura

mi tolh un pauc de rancura

que m’es ins el cor assiza […]”

Qui, oltre l’evidente personificazione – anche se le lettere capitali sono del tutto arbitrarie, in quanto nei codici non si trovano se non in rarissimi casi – è importante sottolineare come la canzone di Marcabru sia vicina sempre a Quan chai la fuelha proprio per il suo essere “canzone invernale”, in cui il poeta sottolinea la continuità del suo canto nonostante la mancanza di vita nella natura: “[…]Ara perdon l’alegragge/ pel frey e per la gilada,/ mas ieu ai pres tal uzatge/ totz jorns chant […]” (sempre Lanquan foillon le boscatge, vv. 7-10).

Bernart de Ventadorn (70, 13, cobla II, vv. 10-18):

“[…] domna, […]

ab vos remanh et ab vos vau.

e sapchatz que de vos me lau

assatz mais que no sai grazir.

be conosc que mos pretz melhura

per la vostra bon’aventura;

e car vos plac que·m fezetz tan d’onor

lo jorn que·m detz en baizan vostr’amor,

del plus, si·us platz, prendetz esgardamen!

Notiamo in questa canzone ancora un importante riferimento all’inverno, anche se molto più metaforico, come ai vv. 3-6: “[…]Eras, pus negus no s’esjau/ E pretz e donar vei morir,/ No posc mudar no prenha cura/ D’un vers novel a la frejura […]”, oltre – come ulteriori motivi comuni all’opera arnaldiana e non solo – il motivo del premio da parte della donna, il baizar che anche Arnaut chiede in Ab gai so per restaurar ‘l maltrait.

Bernart de Ventadorn (70, 24, cobla II, vv 9-16):

Ges d’un’amor no·m tolh ni·m gic,

don sui en bon’aventura

[…]

car sui tengutz per fin amic

lai on es ma volontatz;

que […]

(ni) d’autra no sui en cura […]”

Ancora un testo importantissimo e senza dubbio vicino a Quan chai la fuelha: in questi versi sembra realizzarsi, a livello di nostra traduzione, l’identificazione, o quanto meno lo strettissimo legame, tra aventura ed escarida. Bernart de Ventadorn si dice in questa canzone en bon’aventura, dunque fortunato, proprio perché è fin amic proprio per colei che lui stesso ama e per tal ragione non si cura delle altre donne, sequenza che ritorna anche nei versi arnaldiani sopra citati: “[…] no sai de re/ coreillar m’escarida/ que per ma fe/ del mielhs ai ma partida […]” (vv. 21-24) e ancora, più avanti, “[…] autrui paria/ trastorn en reirazar […]”, formula quest’ultima ancora una volta non dimentica tanto del concetto di Fortuna, quanto del vizio del gioco proprio di Arnaut, come sarà specificato più avanti.

Bernart de Ventadorn (70, 30, cobla VI, vv. 36-42):

Pero ben es qu’ela·m vensa

a tota sa volontat,

que, s’el’a tort o bistensa,

ades n’aura pietat;

que so mostra l’Escriptura:

causa de bon’aventura

val us sols jorns mais de cen […]”

Significativi anche questi ultimi versi, in quanto ritornano motivi legati alla poetica arnaldiana: intanto che il poeta sia vinto del tutto dall’amata (“[…] ‘l sieu cors sobretrasima/ lo mieu tot e non s’aisaura:/ (tan) n’a de ver fag renueu […]” per citare un esempio in Ab gai so); ancora, già dall’incipit della canzone di Bernart, la mutevolezza delle circostanze contingenti (ancora una volta motivo questo legato al moto della ruota della Fortuna); i riferimenti, nel corso di tutto il componimento, al gioco e all’escola: anche nei versi citati, l’Escriptura – di nuovo la maiuscola è arbitraria dell’editore, Appel, 1915 – più che alla Sacra scrittura potrebbe forse essere riferita, proprio per la presenza stessa dell’escola, pochi versi addietro, ai testi degli Auctores studiati a scuola, in particolare, forse, gli stessi che abbiamo già visto significativi anche nella formazione di Arnaut (Isidoro, Boezio, Abelardo).

Ma per completare la definizione del concetto arnaldiano di Fortuna è necessario considerare intanto la già evidenziata concezione goliardica, ma anche e soprattutto l’ambito d’indagine più tecnico proprio della trattatistica. Facciamo in questo caso riferimento al Libro de los juegos commissionato da Alfonso X El Sabio: la bontà del riscontro parte da una quasi identità a livello di locuzione così, come prima si diceva, come la ritroviamo ancora una volta in Quan chai la fuelha, vv. 25-28: De drudaria/ no m sai de re blasmar,/ qu’autrui paria/ trastorn en reirazar […]. In particolare l’ultimo verso ha generato diverse discussioni riguardo la sua interpretazione, specie in ragione della totale diffrazione della tradizione manoscritta al riguardo: la canzone è riportata complessivamente in quattro manoscritti (C, E, a, ψ), con le lectiones che variano da Torn ieu en razonar in C, a Terra tornen reizarar in E, fino a Tron torn a reirazar in a e Torn en reire azar in ψ. Trastorn, come chiarisce Eusebi, è congettura di Bartsch: si tratta però di un termine senza ulteriori riscontri nella lirica occitanica, se non come hapax arnaldiano. Più plausibile sarebbe invece la lectio di ψ, sulla quale si potrebbe congetturare ulteriormente rendendola Se torn en reirazar, proprio facendo riferimento al Libro de los juegos, in particolare al passo, nel Libro de los dados, dedicato all’azar, il più diffuso gioco coi dadi:

“[…] Otra manera hay de juego que llaman azar, que se juega en esta guisa. El qui primero oviere de lançar los dados, si lançare quinze puntos o dizeséys o dizesiete o dizeocho o la soçobrasd’estas suertes, que son seys o cinco o quatro o tres, gana.E qualquiere d’estas suertes […] es llamad<a> azar. E si por aventura no lança ninguno d’estos azares primeramientre e da all otro por suerte una d’aquellas que son de seys puntos a arriba o de quinze ayuso […] e depués d’estas lançare alguna delas suertes que aquí dixiemos que son azar, esta suerte será llamada reazar e perderá aquel que primero lançare. E otrossí, si por aventura no lançare esta suerte que se torna en reazar […] converná que lançen tantas vegadas fasta que venga una d’estas suertes […]”.

La semi-identità di locuzione connota perciò il verso arnaldiano nel preciso contesto del gioco, certamente non sconosciuto al trovatore. Ma è importante proseguire nell’analisi generale del Libro alfonsino per inquadrare il significato più ampio del gioco e del malastre in un contesto che è successivo a quello di Arnaut Daniel – infatti il Libro de los juegos è stato completato, come risulta dall’explicit del codice, nel 1283 – ma certamente non dissimile da quello proprio del trovatore perigordino.

Intanto, per quanto riguarda le notizie più generali, un concetto basilare nel trattato commissionato da Alfonso X è l’alegria, il sentimento di origine divina che è al centro di ogni esperienza ludica, da essa generato e in essa da ricercare. I giochi, al di là di questo dato comune, si differenziano in tre tipologie ampie: quelli che si svolgono a cavallo, quelli in piedi e quelli da seduti; al re Sabio interessano particolarmente questi ultimi perché possono esser praticati da tutti, e hanno pertanto una maggiore rilevanza e utilità sociale. Le sette parti in cui il trattato si divide (scacchi; dadi; tavole; varianti aumentate di scacchi, dadi e tavole; scacchi e tavole delle quattro stagioni; alquerques; scacchi e tavole astrologiche) sono legate da una cornice con funzione coesiva in cui si racconta una storia cui si allude all’inizio di ognuna delle parti: un re indiano – il quale, nell’ottica complessiva dell’opera, va identificato con Alfonso X stesso – aveva proposto a tre sapienti di riflettere su cosa valesse maggiormente tra Fortuna (Ventura, di nuovo) e Intelligenza (Seso). Uno si schiera dalla parte dell’Intelligenza e porta come prova gli scacchi, il secondo dalla parte della Fortuna provando la propria posizione con i dadi, il terzo sceglie una posizione intermedia, sostenendo l’importanza di entrambe, con le tavole, che rappresentano appunto l’unione degli scacchi e dei dadi.

Per quanto riguarda i dadi, che qui maggiormente ci interessano, bisogna immediatamente rilevare come con ogni probabilità questi non fossero ritenuti consoni a un sovrano: nelle miniature presenti nel pregevole codice del Libro, infatti, il sovrano non è mai raffigurato mentre gioca ai dadi. Rimanendo sempre nell’ambito grafico, è importante anche notare come le miniature abbiano un ruolo centrale nell’ottica complessiva del trattato, in quanto rappresentano la totalità sociale accomunata dall’alegria; importante è anche la similiarità rilevata con alcune miniature del Codex buranus che riportano, nell’ordine, tre scene di giochi di dadi, tavole e scacchi, seguendo perciò un ordinamento differente rispetto alla sistemazione del trattato ma non senza ragione riflettendo sulla centralità dei dadi nei Carmina Burana.

Protagonisti del gioco ai dadi nel codice del Libro de los juegos, se non il re, sono invece, più generalmente, i tafures – ovvero coloro che frequentan les cases de joc, jugadores, tablajeros – con altri personaggi di bassa condizione sociale o con i cavalieri rimasti nudi per aver perso tutto al gioco: per questa ragione, i giochi con i dadi sono i meno nobili fra quelli descritti nel trattato, seppure occupino un volume non indifferente, necessariamente da ricondurre, sebbene non fossero il fenomeno di costume più rilevante, alla grandissima diffusione di questa tipologia ludica negli ambienti tabernari e non solo, diffusione contrastata come ben sappiamo da continui divieti per evitare quegli sconvolgimenti sociali che i rivolgimenti di Fortuna, le perdite e le vincite portavano; ma non solo: i dados, esaminati con reale minuzia, quasi scientifica, fanno da collante tra la sezione degli scacchi e quella delle tavole che appunto fonde le due precedenti. Anzi, pare proprio che i tafures stessi abbiano fortemente voluto l’inclusione del Libros de los dados nel trattato alfonsino, così come questi avrebbero pressato Alfonso X per la redazione dell’Ordeniamento de las tafurerias, il codice giuridico che affrontava le questioni sul gioco d’azzardo; questi stessi personaggi ricorrono inoltre in diversi luoghi delle ugualmente alfonsine Cantigas de Santa Maria, in cui l’alegria su cui i giochi si fondano diventa tafureria, aborrita dalla Vergine. Da un’ulteriore opera commissionata dal Sabio emerge poi un dato importantissimo anche per la concezione di Arnaut Daniel, nostro principale motivo d’indagine: nell’Astromagia, infatti, la propensione al gioco è indicata come derivante dalle stelle, che diventa mal-astre nel caso del trovatore, sicuramente più ampiamente funzionale nel quadro complessivo della sua poetica e della concezione d’amore, come vedremo in seguito.

Perciò comprendere a pieno la simbologia legata ai dadi è importante per correttamente indagare tanto l’ideologia alfonsina quanto le metafore ludiche in contesti squisitamente letterari e metalinguistici come quelli di Arnaut. Dai dadi e in virtù dei dadi lo sguardo si allarga pertanto al progetto fondante il Libro de los juegos e ai rapporti tra le sue parti: il sistema dei giochi nel suo complesso è strumento, infatti, dell’intenzione di rappresentare in maniera totalizzante il mondo e il cosmo. In quest’ottica, scacchi e dadi sono i vertici opposti del sistema-cosmo che entrano in contrasto: i primi – che in un’ottica moraleggiante, non presente nel trattato alfonsino, pongono in relazione pezzi e mestieri o classi sociali – espressione della razionalità pura che esclude ogni intervento del caso, i secondi in antitesi perfetta. Si tratta di una contrapposizione più ampia, fondante per i sistemi filosofici e in generale nel pensiero e nella morale umana, quella tra predestinazione e libero arbitrio, tra necessità e caso, tra Sapientia e Fortuna, appunto tra Seso e Ventura, come nella cornice del Libro – a tal proposito, interessantissima è ancora una miniatura in un codice di Cambridge, dove la Fortuna da un lato indica la propria ruota con le parole: “Mundana casu aguntur omnia”, mentre la Sapienza dall’altro: “Nichil in mundu fit casu” – per la quale il trattato stesso ristabilisce una sorta di procedimento dialettico in cui scacchi e dadi rappresentano rispettivamente tesi e antitesi, mentre la sintesi vera arriva con le tavole, parte questa che dunque è la più importante, come punto d’arrivo, e che molto dice dell’attitudine alla mediazione del re Sabio, comprensibilmente a questo punto identificabile col re indiano della novella della cornice. Le tavole rappresentano dunque la possibilità di influsso razionale sul destino (il faber non in senso letterario ma generale, quello di un secolo e mezzo dopo) che non può non tenere in conto i rivolgimenti di Fortuna: non a caso, dunque, il trattato termina con le Tables que se juegan por astronomia, tavole di mediazione tra Seso e Ventura, in cui è importantissima anche – ed ecco ancora preponderante uno degli interessi di Alfonso X – l’influenza astrale sui destini umani.

E proprio su questa base, sulla rappresentazione della Fortuna, ha preso avvio questa ricerca. Attraverso il termine malastruc è possibile infatti istituire un filo conduttore ulteriore tra Raimbaut d’Aurenga e Arnaut Daniel: il conte d’Orange rappresenta sicuramente uno degli auctores del trovatore perigordino, e di ciò abbiamo una prima testimonianza dalle vidas di entrambi i trovatori: Arnaut Daniel che […] delectet se en trobar […] e pres una maniera de trobar en caras rimas […] così come Raimbaut d’Aurenga […] fo bons trobaires de vers e de chansons; mas mout se entendeit en far caras rimas e clusas. Ma non solo: dall’analisi del testo della vida di Arnaut e della chansò sopra proposta di Raimbaut, i due trovatori sono accomunati anche dal malastre in amore, malastre che ha un antecedente anche in Lanquan li jorn son lonc en mai di Jaufre Rudel (BDT 262,2), precisamente nei versi finali […]Mas so qu’ieu vuelh m’es atahis,/ qu’enaissi·m fadet mos pairis/ qu’ieu ames e non fos amatz. Infatti, il conte d’Orange si rivolge all’amata dicendole […] Dompna, per vos sui malastruc, car per malastre·m voletz mal […] mentre dalla vida di Arnaut Daniel sappiamo che […] amet una auta domna de Gascoigna […] mas non fo cregut que la domna li fezes plaiser en dreit d’amor; per qu’el dis – nella tornada di Ab gai so cuindet e leri –: Ieu sui Arnautz qu’amas l’aura/ e cas la lebre ab lo bueu/ e nadi contra suberna.

Il trovatore perigordino è però legato al malastre anche nello scambio tenzonesco di sirventesi tra Raimon de Durfort, Truc Malec e Arnaut stesso, per cui Raimon de Durfort scrive Pus etz malastrucx sobriers/ non es Arnautz l’escoliers,/ cui coffondon dat e tauliers, parlando perciò del malastre più goliardico, legato al gioco d’azzardo. Riflettendo sulle occorrenze dei termini astruc e malastruc nelle varie forme è forse interessante sottolineare come i generi poetici in cui questi ricorrono maggiormente siano proprio canzoni, sirventesi (anche, nel caso di Bertran de Born, il sirventes joglarescMailoli, joglar malastruc”), tenzoni, planh, albas, dove maggiormente l’attenzione ricade sul poeta, e conseguentemente sull’attività poetica in sé, che sia un giullare o che componga per la propria donna: infatti e piuttosto evidentemente, tornando alla chansò di Raimbaut d’Aurenga, l’insistenza sul termine malastruc o sull’astratto malastre – che oltretutto costituisce una parola-rima che lega i versi iniziali di tutte le coblas, mentre gli altri sono a rima unica – sta forse a denotare, oltre a una nota di scherno nei confronti del codice cortese ravvisabile in altri luoghi della produzione del conte d’Orange, una specificità più squisitamente letteraria, un sottolineare la coscienza della particolarità del proprio operato, come per i versi […] Mas non trob malastruc valen/c’a me de malastre·s prezen […] oppure […] E fis ben malastruc jornal,/ c’anc nuills malastrucs no·l fetz tal! […]. Tra l’altro, nello stesso testo, ricorrono le voci trop, trob, atrobes, qui traducibili col verbo trovare, ma che potrebbero anche equivocare col trobar vero e proprio. Della stessa coscienza si potrebbe naturalmente parlare per Arnaut Daniel, miglior fabbro del parlar materno – e sull’attività fabbrile la stessa già citata Ab gai so cuindet e leri è parecchio eloquente – proprio per la grande consapevolezza del proprio mestiere, che lo porta a sperimentare forme, stili e modi di trobar fino alla sestina. Un simile gioco letterario fondato sull’insistenza su un solo termine si ritroverà, infine, anche nella poesia italiana successiva, trovando alcuni esempi in Giacomo da Lentini (Eo viso – e son diviso – da lo viso, sonetto IX), Guittone d’Arezzo (Tuttor ch’eo dirò gioi, gioiva cosa), Panuccio del Bagno (Sovrapiagente gioia gioiosa), Guido Cavalcanti (Pegli occhi fere un spirito sottile).

Tornando ancora su Ab gai so cuindet e leri, perciò sull’attività fabbrile, artigianale, metaforica del trobar, e soprattutto di come questa sia un unicum con la concezione d’amore e il gioco, la fortuna nella taverna, è possibile citare ancora un componimento di Arnaut Daniel (BDT 29,1 – ne L’aura amara a cura di M. Eusebi è il componimento XIV) in cui egli stesso si definisce astruc, ma ancora non amatz:

Amors e jois e luecs e temps

mi fan tornar lo sen en derc

d’aquel joi* qu’avia l’autr’an

qan chassava lebr’ab lo bou:

ara’m va meils d’Amor e pieis,

car ben am, d’aizo’m clam astrucs;

ma Non-Amatz ai nom anquers

s’Amors no venz son dur cor e’l mieus precs.

Cel que totz bes pert a ensems,

mestiers l’es qe ric seignor cerc

per restaurar la perd’e’l dan,

qe’l paubres no’il valri’un ou:

per zo m’ai eu chauzit en leis

don non aic lo cor ni’ls oils clucs,

e pliu’t, Amors, si la’m conqers,

trevas tostemps ab totas fors dels decs.

Pauc pot hom valer de joi sems;

per me’l sai que l’ai agut berc,

car per un sobrefais d’afan

don la dolor del cor non mou

-e s’ab joi l’ira no’m foreis…-

tost m’auran mei paren faducs;

pero tal a mon cor convers

q’en leis amar volgra morir senecs.

Non sai om tan si’en Dieu frems,

ermita ni monge ni clerc,

com ieu sui seleis de cui chan,

e er proat anz de l’annou;

liges sui seus meilz qe demeis,

si’m for’eu si fos reis o ducs:

tant es en lieis mos cors esmers

qe s’autra’n voil ni’n deing donc si’eu secs.

D’aizo c’ai tant duptat e crems

creis ades e meillur e’m derc,

que’s reproers c’auzi antan

me dis que tan trona tro plou;

e s’ieu mi pec cinc anz o seis,

ben leu, can sera blancs mos sucs,

jauzirai zo per qu’er sui sers,

c’aman preian s’afranca cor ufecs.

De luencs suspirs e de grieus gems

mi pot trar cella cui m’aerc

c’ades sol per un bel semblan

n’ai mogut mon chantar tot nou.

Contramon vauc e no m’encreis,

car gent mi fai cujar mos cucs.

Cor, vai sus! ben fas si’t suffers:

sec tant q’en leis c’as encubit no’t pecs.

Ans er plus vils aurs non es fers

c’Arnautz desam leis ont es fermanz necs.

* D’obbligo una precisazione: Eusebi accoglie a testo la lectio joi, specificando nella nota sottostante: “[…] le correzioni proposte (Canello noi, Lavaud – e Toja – fol) non persuadono: si deve forse intendere “giogo” nel senso di tormento”. In realtà – considerando che nella stragrande maggioranza delle occorrenze nella lirica trobadorica joi è sempre il joi, l’aspirazione massima di ogni poeta – forse entrambe le congetture contestate potrebbero essere accolte a testo, in particolare quella proposta da Lavaud poi ripresa anche da Toja, tenendo presente che l’antitesi ben amar e follia è piuttosto frequente, comunque salda, quasi proverbiale, e che si potrebbe citare in questo senso ancora una canzone arnaldiana, Ans que sim reston de branchas, che costituisce, insieme a quella appena proposta e ad Ab gai so, una sorta di miniciclo interno all’opera del trovatore perigordino, come si vedrà chiaramente più avanti.

Iniziamo dalle caratteristiche formali del componimento e dalla sua tradizione: il testo compare nei manoscritti T, a e ψ, nel quale però mancano le prime due coblas. La struttura metrica è tipicamente arnaldiana: 6 coblas dissolutas unissonans più la tornada; i versi di ogni cobla sono tutti maschili – tranne il quinto, il cui timbro rimico è -eis – e ottosillabi tranne l’ultimo, che è invece un decasillabo (anche queste due tipologie di versi sono tra le più utilizzate da Arnaut). L’analisi puntuometrica ci suggerisce inoltre che probabilmente, nonostante la struttura dissolutas, è possibile identificare nuclei sintattici interni, suggeriti dalla struttura – a distico – della tornada e poi, appunto dalla punteggiatura. Di seguito la sintesi dei valori:

I c.

II

III

IV

V

VI

Somma

1°v.

1

2

1

4

1

1

1

3

1

1

2

2

2

2

2

3

11

1

3

1

1

1

5

2

1

2

2

1

3

11

1

1

2

4

3

3

3

3

3

3

18

Quindi la punteggiatura suggerisce una ripartizione interna, pur non evidenziata da diesis, delle coblas secondo lo schema 4+2+2, dove l’ultimo distico è proprio quello indicato dalla tornada, così come, leggendo il testo, anche lo svolgimento stesso dell’argomentare del trovatore.

Altro importante ambito di riflessione è ancora la rarità delle rime: la vida ce ne informa immediatamente presentando le caras rimas come elemento distintivo della poesia di Arnaut, evidentissimo, oltre che naturalmente nella scelta dei timbri, nelle sue costruzioni testuali, nei meccanismi di permutazione interni alle coblas, che andranno perfezionandosi negli anni fino alla massima sublimazione della sestina, a scandire un percorso in cui il trovatore perigordino ci dimostra, e ne è egli per primo estremamente cosciente, di “avere” davvero obrador e taverna (Ab gai so, v.28). Dunque ciò vale anche per Amors e jois e temps e luecs: da una breve ricerca della frequenza dei timbri rimici della canzone, quasi tutti sono poco frequenti, anzi caratterizzati in maniera piuttosto particolare, decisamente non casuale nella coscienza ed elaborazione poetica e metaletteraria di Arnaut Daniel. L’unica più frequente – con 1184 occorrenze, pari a poco più dell’1% nell’intero corpus trobadorico – è la rima in –ers (v. 7 di ogni cobla); ancora una frequenza più alta rispetto alle altre si registra per la rima in –an (v.3), contando 257 occorrenze all’interno delle quali è però necessario distinguere tra an nome (l’anno) e an voce verbale (terza persona plurale del presente indicativo del verbo avere), notando come le voci verbali siano nettamente più frequenti del nome che qui ci interessa. Molto minori le altre frequenze:

em(p)s (v.1) conta 43 occorrenze, delle quali 9 solo arnaldiane – riferite a questa canzone e ad Autet e bas entre·ls prims fuelhs – mentre le altre sono soprattutto riferibili a Giraut de Bornelh, Marcabru e Raimbaut d’Aurenga;

erc (v.2) conta ancora 43 occorrenze, tra le quali, oltre quelle arnaldiane, se ne trovano ancora di Giraut de Bornelh, Raimbaut d’Aurenga e soprattutto di Gavaudan;

-ou (v.4) conta 29 occorrenze, 9 arnaldiane e le altre ancora di Raimbaut d’Aurenga, Raimbaut de Vaqueiras e Raimon de Miraval;

-eis (v.5) conta 129 occorrenze, la maggior parte delle quali riferite a tre testi di Bertrand de Born: A! Lemozin, francha terra cortesa, Nostre Seigner somonis el meteis, S’abrils e foillas e flors (ed. Gouiran, 1985);

-ucs (v.6), questo forse il risultato più significativo e interessante, conta 45 occorrenze utilizzate esclusivamente da Arnaut e Marcabrù;

-ecs (v.8) conta infine 28 occorrenze, di cui 7 arnaldiane (questo timbro è utilizzato solo in Amors e jois).

Riflettendo sui risultati appena proposti, salta immediatamente all’occhio come la presenza degli auctores arnaldiani non sia affatto casuale: in particolare la ripresa dei timbri rimici di Raimbaut d’Aurenga e di Marcabrù si definisce probabilmente come precisa dichiarazione di poetica, ripresa consapevole per delineare e mostrare anche il proprio status poetico proprio e soprattutto nell’artigianalità, nell’aspetto più importante del suo esercizio. Valgono a dimostrare ciò i tanti richiami intratestuali presenti nella sorta di miniciclo – come prima si diceva – di cui Amors e jois e temps e luecs fa parte insieme ad Ab gai so cuindet e leri – che la precede – e Ans que sim reston de branchas, a seguire: l’aspetto fabbrile del trobar non è qui esplicitamente calcato – sebbene il trovatore insista sulla creazione poetica: “n’ai mogut un chantar tot nou” (v.44) e anche “farai, c’Amors m’o comanda,/breu chanson de razon lonia,/ que gen m’a ducx de las artz de s’escola” in Ans que sim reston de branchas, vv. 3-5 – ma vale e resta fondamentale nella linea tematica che complessivamente ne viene fuori, a disegnare Arnaut uomo e poeta indissolubilmente legati, che compie un percorso, appunto umano – affrontando le vicende della propria vita, soprattutto l’abbandono della vita ecclesiastica, l’assunzione dello status di clericus vagantes, i colpi avversi della Fortuna – e insieme poetico – l’amore infelice e tormentato per una donna sdegnosa che fa cassar lebr’ab lo bou e amassar l’aura ma che al contempo stimola il comporre e soprattutto l’obrar e il limar, ancora una volta memori tanto dell’ “officina” di Guglielmo IX sia della rimeta prima del conte d’Orange – alla ricerca di quella maestria e quella perfezione che gli varranno sia la fama di trovatore delle caras rimas di cui ci parla anche la razo di Anc ieu non l’ac sia la fortemente ambita dignità dell’uomo nuovo, dopo la perdita al gioco, che cerca proprio in virtù della propria cultura e dei propri motz de valor il vertice della società che vive, in continua evoluzione, l’ambiente esclusivo dell’elaborazione culturale e ideologica della classe dirigente. All’interno di questi richiami intratestuali possiamo dunque ravvisare il nucleo tematico fortissimo di un amore incondizionato, espresso di contro attraverso metafore economiche che allo stesso tempo sottolineano anche la rinuncia ai beni mondani in favore del sentimento che eleva e raffina; amore egualmente incondizionato che si sottopone alla sofferenza fisica e l’annulla, anzi dalla prova si rafforza; infine un amore irrealizzabile ma che non può fare a meno di continuare a esistere, che trova la propria espressione così eroica nella tornada di Ab gai so, quei versi – secondo la felice definizione di Eusebi, la vera “divisa poetica di Arnaut” – che riecheggiano nella vida, persino nella strofa satirica del Monge di Montaudon e naturalmente negli altri componimenti qui indicati. Riassumiamo brevemente di seguito i principali richiami intratestuali:

L’amore attraverso la metafora economica e la rinuncia alla mondanità

Ab gai so cuindet e leri

Amors e jois e temps e luecs

Ans que sim reston de branchas

[…]sieu so del pe tro qu’al cima […]

[…]mais l’am que qui m des Luzerna*[…]

[…]no vuelh de Roma l’emperi/ni qu’om m’en fassa postoli/qu’en leis non aia revert […]

[…] e si l maltrait no m restaura/ab un baizar anz d’annueu[…]

[…]piegz tratz, aman, qu om che laura/qu’anc non amet plus d’un hueu/selh de Moncli Audierna[…]

[…]Cel qe totz bes pert a ensems/mestiers l’es que ric segnior cerc/per restaurar la perd’e l dan/qe l paubres no il valri’un ou […]

[…] Sieus es Arnautz del sim tro en la sola/e no vuelh ges ses lieis aver Lucerna/

ni l senhoriu del renc on cort Ebres […]

*(qui la maiuscola è, come sempre, arbitraria dell’editore, ma occorre sottolineare, oltre il più ovvio riferimento alla conquista della città, anche l’equivocatio possibile con Dio, visto il tono generale della cobla, la III, in cui il verso si trova)

L’amore che si sottopone a sofferenza fisica e la annulla

Ab gai so cuindet e leri

Amors e jois e temps e luecs

Ans que sim reston de branchas

[…] ges pel maltrag que n soferi/de ben amar no m destoli[…]

[…]tot jorn melhur e esmeri[…]

[…] e si tot venta ill freg aura/l’amor qu’ins el cor mi plueu/mi ten caut on plus iverna[…]

[…]Pauc pot hom valer de joi sems/per me l sai che l’ai agut berc/car per un sobrefais d’afan/don la dolor del cor non mou[…]

[…]non sai om tan si’en dieu frems/ermita ni monge ni clerc/com ieu sui seleis de cui chan/e er proat anz de l’annou[…]

[…]Contramon vauc e no m’encreis[…]Cor, vai sus! ben fas si t suffers:/sec tant q’en leis c’as encubit no t pecs[…]

[…]tant en lieis mos cors esmers[…]

[…]creis ades e meillur e m derc […]

[…]S’ieu n’ai passatz pons ni planchas/per lieis, cujatz qu’ieu m’en duelha?[…]

[…]<tu, qu’alhors non t’estanchas […] totz plaitz esquiv’e desmanda […] que s clama folh qui se meteis afola[…]>*

[…]be m vai d’Amor, que m’abrassa e m’acola,/e no m frezis freitz ni gels ni buerna[…]

*Un altro richiamo forte in questo caso è ancora alla già citata Quan chai la fuelha: […]no sai de re/coreillar m’escarida/que per ma fe/de mielhs ai ma partida./De drudaria/no’m sai de re blasmar,/qu’autrui paria/trastorn en reirazar[…] (vv.21-28). Da qui e in questo senso vale, a mio parere, l’accoglimento a testo della lezione fol rispetto a joi al v.3 di Amors e jois.

La “divisa poetica di Arnaut”

Ab gai so cuindet e leri

Amors e jois e temps e luecs

Ans que sim reston de branchas

[…] Ieu sui Arnautz qu’amas l’aura/e cas la lebre ab lo bueu/e nadi contra suberna.

[…]qan chassava lebr’ab lo bou

[…]tan sai que l cors fas restar de suberna/e mos buous es pro plus correns que lebres[…]

Il malastre amoroso così come si evince dagli esempi appena riportati – malastre che però evolve poi fino a cambiare completamente di segno – ci rimanda sì a un’altra sfortuna egualmente danielina, quella al gioco, ma ricollegandosi di nuovo al testo di Raimbaut d’Aurega in testa alla scheda, anche lui malastruc d’amor, torna ancora in Amors e jois, con un ampliamento significativo: […]car ben am, d’aizo’m clam astrucs;/ma Non-Amatz ai nom anquers[…]. Arnaut dunque chiama se stesso e si presenta come Astrucs Non-Amatz: una contrapposizione netta tra Amore e Fortuna, l’uno nemico dell’altra, in continua lotta, contrapposizione ben nota e attestata nella letteratura medievale, come abbiamo già visto in precedenza. Ma Astruc è anche “a prænomen used frequently by Jews in southern France and eastern Spain; used to this day as a family name in France” (R. Gottheil): basilare, dunque, anche la relazione con l’onomastica ebraica, che gli Ebrei stessi hanno acquisito, in Catalogna, durante il periodo della conversione. E non è forse un caso, proprio a proposito di quest’ultima, che, pochi versi più avanti, anche il cuore di Arnaut si “converta” a lei: […]pero tal a mon cor convers/q’en leis amar volgra morir senecs; e la nuova fede appare quasi più integra di quella di eremiti, monaci e chierici: Non sai om tan si’en Dieu frems,/ermita ni monge ni clerc,/com ieu sui seleis de cui chan[…]; ancora, continuando sull’intratestualità, si possono citare l’intera III cobla di Ab gai so e il v.21 di Ans que sim: […]mas apres Dieu lieis honors e celebres.

E sempre da un’ottica intratestuale si può riflettere sulla fisionomia della donna di Arnaut, colei che assume un atteggiamento dapprima duro nei confronti del poeta, arrivando poi infine a ricambiare il sentimento: che sia la donna di Bouvila, come vuole la vida? La questione è molto complessa. Così come ci illustra Toja (1960), Canello riteneva che le ispiratrici della poesia danielina fossero due: un’aragonese, forse di nome Laura – nome allusivamente espresso da giochi allusivi insistenti: L’aura (canzone IX), laura, aura (X), laurs (XVI); oltre che dai riferimenti all’Ebro, quindi ai luoghi d’origine della donna; tutte le prove a favore della sua identificazione sono comunque molto deboli – e una guascone, celata dal senhal Meills de Ben – non si dà per certo né si ritiene errato il riferimento della vida alla donna di Bouvila – cui è dedicata, fra le altre, anche la canzone XIV; anche la guascone avrebbe avuto comportamento simile all’aragonese: prima sdegnosa, poi, persuasa dai prieghi del trovatore, gli concede i suoi favori. Seguendo l’ipotesi di Canello – alla quale sono seguite molte altre elaborazioni distinte, nessuna però, come questa, confermata con certezza – dunque le tre canzoni del “miniciclo” sarebbero dirette a due donne differenti: Ab gai so e Ans que sim all’aragonese e Amors e jois alla guascone. In realtà, forse proprio la fitta intratestualità, nonché l’ideale progressione di sentimento sulla quale i tre componimenti si pongono, indicherebbe un’unica destinataria, sulla quale non ci sarebbe forse troppo bisogno di discutere per individuarne l’identità: il protagonista reale della sua poesia è Arnaut stesso, teso nello sforzo umano ma eroico di autoaffermarsi, di conciliare la propria cultura e la propria maestria con il mondo che lo circonda, di riscattare il vizio del gioco con l’obrador e la taverna. Uno sforzo sempre in divenire, così come in divenire rimane l’opera di composizione, l’attività fabbrile del trobar – nonostante la coscienza di sé e delle proprie capacità. Non è questo un approdo, un esito che risulta del tutto nuovo: sappiamo già che il fondamento sociologico nella poesia trobadorica è appurato e ben evidente, così come lo stesso riferimento al sociale sarà fondante nella letteratura dei secoli a venire. Un esempio eclatante, già punto di arrivo per questa stessa ipotesi: lo Stil novo, la cui sostanza è certamente molto più elaborata e filosofica-filosofeggiante di quella trobadorica, ma in cui la rivisitazione del topos classico della donna angelo alla luce dell’angelologia filosofica – e quindi in diretta connessione con le intelligenze celesti motrici dei cieli – accentuava la sempre più sottile consistenza reale delle donne dei poeti, rendendole il tramite per cui il poeta-scriba Amoris poteva realizzare appunto il “dettato”, emergendo perciò tra coloro che per elevatezza d’animo e d’ingegno meglio si prestavano alla guida ideologica della società, culminante poi in quella collaborazione tra potere e cultura prospettata nel IV trattato del Convivio. Il discrimine filosofico è però estremamente importante in questo caso e ci porta direttamente a ricomporre di nuovo l’aspetto fabbrile, la Fortuna, il gioco all’interno del complessivo status di poeta e quindi della concezione d’amore: Arnaut non riconosce l’Amore come dictator, né arriva, nei testi qui analizzati, a posizioni totalizzanti e definitive. Anche in Ans que sim, infatti, l’approdo non è mai completo: la donna concede i suoi favori, alleviando le sofferenze del poeta, ma è Amore stesso a incitare il trovatore a non desistere né a interrompere il proprio sforzo di miglioramento e quindi di lode della donna, incarnando così il paradoxe troubadoresque per eccellenza, il joi che si trova nell’amore che mai si completa, che mai si avvicina nel caso del già citato amor de loinh, perché se ciò avvenisse, con lo sforzo verrebbe meno tutto il resto. E Amore – ancora, per Arnaut – non è dictator, ma “plan’e daura” il “chantar que de lieis mueu”: interviene dunque a indorare e raffinare massimamente le parole già “lavorate” artigianalmente, sgrossate e piallate (capus e doli) dal poeta, il cui cantare muove direttamente da lei, e non da Amore. Si ravvisa dunque qui una posizione opposta a quella già espressa da Bernart de Ventadorn in Chantar no pot gaire valer, dove d’ins el cor mou lo chan e il cor non può che essere animato da fin’amors coraus: è qui che materialmente si testa la mancanza del sostrato filosofico nella poesia arnaldiana, al contrario di Bernart, certamente influenzato da Riccardo di S. Vittore – ancora e non solo per Dante uno dei grandi teologi della Chiesa – il quale chiaramente lega la capacità di esprimere l’amore all’intimo dettato che può scaturire solo dal cuore. Ulteriore e programmatica differenza può notarsi, similmente, in un altro testo di Bernart, Can vei la lauzeta, nella quale il trovatore afferma di voler rinunciare al canto qualora non fosse reamatz (De chantar me gic e.m recre,/e de joi e d’amor m’escon) al contrario della permanenza – nei testi arnaldiani – del sentimento e della forza che genera il canto, vincendo e anzi fortificandosi di fronte a ogni avversità. A tal proposito è interessante citare anche lo scambio di componimenti che coinvolge ancora Bernart de Ventadorn (ancora Can vei la lauzeta ma anche la stessa Chantar no pot gaire valer) e Raimbaut d’Aurenga (No chan per auzel ni per flor) e a cui si riallaccia anche il troviero Chretien de Troyes nella sua D’Amors, qui m’a tolu a moi, che segue sì Bernart nella concezione più cortese dell’amore che procede da cuor gentile e da consapevole elezione – opponendosi quindi all’amore fatale, prodotto da una forza irresistibile, secondo la posizione del conte d’Orange – ma di fatto se ne discosta per le conclusioni completamente opposte. Infatti, mentre Bernart rinuncerebbe al canto se i suoi sentimenti non fossero ricambiati, Chretien conclude: “Cuers, se madame ne t’a chier,/ ja mar por ce t’an partiras:/ toz jorz soies an son dangier,/ puisqu’ anpris et comanciè l’as,/ Ja, mon los, planté n’ameras,/ ne por chier tans ne t’esmaier!/ Bien adoucist par delaier,/et quant plus desirré l’avras,/ tant iert plus douz a l’essaiier”, a sottolineare dunque una dedizione assoluta, anche senza compenso, teorizzando dunque il godimento amoroso come tanto più pieno e vero quanto più raro e difficilmente fruibile. Infatti, planté n’ameras, perché l’abbondanza toglie pregio alle cose largamente disponibili rendendole vili: planté è dunque sinonimo di vilté in questo caso, e ad essa fortemente si oppone, al contrario, la chier tans, la carestia, che si pone dunque ancora come emblema dello spitzeriano paradoxe amoureux à la base de toute la poesie troubadoresque tanto quanto (e molto simile in verità) l’amor de loinh di Jaufre Rudel. Ma non solo: la carestia è già tematica nell’ Ars amatoria, nei Remedia amoris e specie negli Amores ovidiani: “Pinguis amor nimiumque patens in taedia nobis vertitur” (II, XIX, vv, 25-26). Lo stesso termine provenzale, cartat, gioca ambiguamente sul significato dell’aggettivo car, di nuovo così tipicamente arnaldiano: ancora, possiamo citare alcuni versi che programmaticamente si oppongono, probabilmente, ancora a Bernart de Ventadorn, quelli di Lancan son passat li giure: “[…]Qu’ieu non trob jes doas en mil/ ses falsa paraulla loigna/ e puois c’a travers non poigna/ e no torne sa cartat vil[…]” (vv.13-16), dove la falsa paraulla loigna sembra contrapporsi alla lonja paraubla d’amar in Qan l’erba fresch’e lh folha par (BdT 70,39). Dunque, ecco che il cerchio sembra nuovamente tornare a chiudersi, comprendendo in tutt’uno la cartat simbolo di grandezza e veracità d’amore, che rafforza il cuore e il sentimento ma che rinnova anche costantemente l’impegno per scacciare la falsa paraulla, accrescendo il prestigio della creazione artigianale – attività ludica che è creatività, dunque vita e che in quanto tale risente quindi dei colpi di Fortuna – del testo e arrivando dunque ai motz de valor che saran verai e cert. A tal proposito chiudiamo questa scheda tornando al punto iniziale: riflettendo sulle occorrenze del termine astruc, particolarmente significativi – proprio alla luce e in quanto include tutti i punti appena ricordati – appaiono questi versi di Giraut de Bornelh, forse non sconosciuti ad Arnaut, da Amars, onrars e charteners (vv.1-16 e 33-40):

Amars, onrars e charteners,

Umiliars et obezirs,

Loncs merceiars e loncs grazirs,

Long’ atendens’ e loncs espers

Me degron far viur’ ad onor,

S’eu fos astrucs de bo senhor!

Mas car no.m vir ni no.m biais,

No vol Amors qu’eu sia gais.

Pero mos sens e mos sabers

E mos parlars e mos be-dirs,

Mos esperars e mos sofrirs

E mos celars e mos temers

M’agron totztems onrat d’amor,

S’eu perchasses mo ben alhor!

Mas cilh que.m ten en greu pantais

No vol qu’eu l’am ni que m’en lais.

[…] Era.m combat sobrevolers

E sobramars e loncs dezirs

E fa.m chassar sobrenardirs

E foleiars e no-devers

So que no tanh a ma valor,

E s’eu volh trop per ma folor,

Mos sens en par alques savais!

Mas eu remanh fis e verais.[…]

Melania Gatti

Arnaut Daniel giullare e chierico vagante

Le poche notizie biografiche che abbiamo su Arnaut Daniel si ricavano principalmente dall’antica vida: da essa, infatti, sappiamo che proveniva da Ribérac, in Dordogna (nella regione dell’Aquitania, vescovado di Périgord), che era nato da una famiglia della piccola nobiltà (“fo gentils hom”), che studiò il latino e fu dunque uomo “litteratus”, probabilmente destinato alla carriera ecclesiastica, che si dedicò, in principio solo in maniera amatoriale, al “trobar” e che questa inclinazione lo spinse a lasciare le lettere e farsi giullare professionista, che si compiacque di comporre rime molto ricercate, difficili da comprendere e da imparare. In una delle sue canzoni (Doutz brais e critz) Arnaut ricorda di aver assistito alla incoronazione di Filippo Augusto, avvenuta il 21 maggio del 1180, (“al coronar fui del bon rei d’Estampa”). Si tratta dell’unico riferimento di carattere autobiografico presente nei suoi scritti. Fu in rapporti poetici con il nobile trovatore Bertran de Born e a lui fu legato da amicizia così profonda che i due giunsero a chiamarsi l’un l’altro con il senhal Dezirat. Come Bertran, anche Arnaut ebbe la protezione di Riccardo Cuor di leone. La razo della canzone Anc ieu non l’aic racconta che una volta Riccardo lo avrebbe messo in competizione con un altro poeta di corte per chi fosse riuscito a comporre la canzone più bella nell’arco di tempo di dieci giorni. Arnaut, forse perché incapace di comporre “a comando” (così ipotizza Ezra Pound), si sarebbe limitato a spiare l’avversario e a impararne di nascosto i versi. Offertosi di recitare per primo, avrebbe eseguito la composizione del rivale che, non avendo altro da presentare, risultò perdente nella sfida. Da un altro testo attribuito a Raimon de Durfort, contemporaneo di Arnaut, sappiamo che il nostro trovatore si ridusse in povertà a causa del gioco dei dadi. Arnaut Daniel è ritenuto l’inventore della sestina lirica, una forma legata alla sua attività di giocatore. Secondo Benvenuto da Imola, da anziano si fece monaco.

La quasi certa frequentazione di corti regali, come quella di Riccardo d’Inghilterra e Filippo Augusto, dimostra che Arnaut Daniel era un giullare di eccellente reputazione.

“L’attività dei giullari (lat. ioculares o ioculatores) è estremamente varia: si trattava di saltimbanchi, ammaestratori di orsi, suonatori, cantanti, dicitori, narratori; persone di strada, essi non hanno nel loro complesso uno statuto sociale che garantisca loro un inserimento nei tre ordines della società medievale, sin verso la fine del XII sec.” (Lionello Sozzi, Storia della civiltà letteraria francese, Volume I, cap. 2, pag. 9 ).

E’ dunque abbastanza complesso trovare una definizione univoca per questa figura, in quanto il termine ha un significato molto ampio, inteso in più modi in epoche diverse. Infatti il giullare assume caratteristiche particolari a seconda della zona geografica in cui si trova e del relativo contesto politico-sociale nel quale è inserito.

Caratteristica comune a tutti i giullari è sicuramente quella di intrattenere gli uomini esibendosi in pubblico; e la presenza di quest’ultimo è fondamentale poichè, come nota Pidal, un letterato che compone un’opera per rallegrare e divertire, non è giullare se non la recita davanti ad un gruppo di ascoltatori.

D’altra parte, i giullari non possono essere tali senza essere nomadi: il topos del giullare che viaggia di corte in corte, di paese in paese, di festa in festa, è presente in molte descrizioni ed è proprio anche di Arnaut, che canta i testi da lui composti presso le corti dove può avere un suo spazio ed un suo modo di guadagnarsi la vita, come oggetto di prestigio o fasto in corti laiche e religiose, divertimento per le classi urbane emergenti, poiché, chi si accingeva a studiare “ben letras”, “non podia viure” di queste, tanto da andarsene “por lo mon” (cfr Vida di Arnaut de Meroill; MSB)

Significativo è, a questo proposito, il caso del maestro di Marcabrù, primo giullare di cui si hanno notizie biografiche, che si faceva chiamare Cercamon perché “viaggiò per tutte le terre dove poté andare”: nessun giullare poteva quindi conoscere bene quest’arte se non usciva dalla sua terra. Le stesse vidas ci dimostrano, infatti, come i giullari che viaggiarono poco o che non si mossero mai dal luogo d’origine, fossero considerati di poco valore, è il caso di Hugo de la Bacalairìa e Albertet de Cailla.

Dunque anche Arnaut si inserisce in quel processo di tradizione promosso da persone che specificatamente promuovono ed accelerano la trasmissione orale dei testi, in luoghi o circostanze che ne sollecitano il funzionamento, e vi collabora trobando “in caras rimas”.

Arnaut non solo canta, ma compone: questo è significativo se si considera che la distanza tra l’autore dei testi e il giullare era molto tenue, non essendo possibile separare sempre e comunque composizione e diffusione dell’opera.

A partire dal XI secolo si tendeva infatti ad indicare il poeta più colto non sempre esecutore, col nome di trovatore nel Sud della Francia, perché il suo idioma, la lingua  d’oc, fu il primo volgare ad essere reso strumento degno e appropriato per la poesia lirica delle alte classi sociali. Di conseguenza, grazie alla risonanza che ebbe questa nuova poesia, considerata di prestigio, la figura del trovatore si inserì subito in altri paesi e in altre lingue.

Il giullare che, nonostante a volte fosse anche poeta, si guadagnava la vita con il canto o i movimenti del corpo, danza, contorsioni, e così via, fu sempre considerato meno nobile del trovatore e a lui sottomesso. Al contrario, il trovatore, pur esibendosi in pubblico proprio come il giullare, e pur essendo la maggior parte delle volte povero e nomade, sempre come l’altro, era comunque considerato il poeta delle classi colte.

E se storicamente questo poeta colto nasce per imitazione del giullare, come dimostra il caso di Guglielmo IX duca d’Aquitania, non bisogna dimenticare che il trovatore non solo era socialmente superiore al giullare, ma lo era anche intellettualmente, in quanto più istruito.  

Come testimonia il testo di Tommaso di Cobham, della fine del XIII secolo, documento importante per il punto di vista della cultura cristiana nei confronti dei giullari, vi sono tre generi di istrioni:

alcuni trasformano e trasfigurano il proprio corpo sia con turpi salti o gesticolazioni, sia turpemente denudandosi, sia ancora indossando orribili maschere, e tutti questi sono condannabili se non abbandonano il loro mestiere. Vi sono poi altri che non lavorano e vivono in maniera criminosa, sono senza domicilio e seguono le corti dei signori, e con lo spirito calunniatore parlano degli assenti per piacere agli altri. Anche questi sono da condannarsi, poiché l’Apostolo proibisce di mangiare insieme ad essi, e sono detti buffoni erranti, poiché a nulla sono utili se non alla crapula e alla maldicenza. Vi è poi un terzo genere di istrioni, dotato di strumenti musicali per dilettare gli uomini, e anche questi sono di due specie. Alcuni infatti frequentano le taverne e le compagne disoneste, e lì cantano diversi canti per muovere gli uomini alla lascivia, e questi sono condannabili come gli altri. Ma vi sono alcuni, che si chiamano giullari, che cantano le canzoni di gesta e le vite dei santi, e portano sollievo agli uomini sia quando sono malati, sia quando sono in difficoltà, e non fanno tutte quelle turpitudini che invece fanno i saltatori e le saltatrici e gli altri che si servono di immagini disoneste e fanno apparire come dei fantasmi per magia o in altro modo. Così, se non hanno queste cose, ma cantano coi propri strumenti le canzoni di gesta ed altre cose utili, per ricreare gli uomini, come abbiamo detto, questi ultimi si possono tollerare.  (Testo latino in Gautier, II, pp. 21-22).

Allo stesso modo Guiraut Riquier di Narbona, giullare che visse presso la corte castigliana, pronunciò nel 1274 la famosa “Supplicatio al rey de Castela per le nom dels juglars”, con la quale chiedeva una classificazione dei ruoli: all’estremo basso il giullare non specializzato, al vertice il letterato, e in posizione intermedia il giullare di corte:

E quelli che sanno vivere tra i potenti con cortesia e con decorose capacità, suonando strumenti o raccontando “novas” di altri autori, o cantando “vers” e canzoni altrui, ben fatte e piacevoli ad ascoltarsi, possono a buon diritto portare quel titolo di “giullari”. Egualmente, chi lo preferisca, può designare ognuno di questi per sé; ma poiché tale è ormai l’uso corrente, siano chiamati pure giullari, in quanto a ragione devono stare in corte e non avere preoccupazioni economiche, poiché di tali persone c’è gran bisogno nelle corti, in quanto vi portano molti generi di intrattenimento che ricreano piacevolmente lo spirito.  (Bertolucci-Pizzorusso, 1996, pp. 111, vv.162-183).

Costui è dunque l’esecutore delle canzoni del trovatore nel momento in cui quest’ultimo è ormai un “dottore in poesia”:

I trovatori sono coloro che conoscono il modo di far cobbole e danza doppie, sirventesi di valore, albe e “partimens”, e comporre versi e musica, i quali non si occupano mai d’altro nelle corti, ma dicono o trasmettono il proprio sapere ai valenti. Questi è più che giusto chiamare trovatori, e sian detti “dottori in poesia” qui valenti che fanno “vers” e canzoni, ed altre valide composizioni profittevoli e piacevoli per i belli insegnamenti che contengono così la loro condizione (merito) sarà ben chiarita (reso illustre).                  (pag 113, vv 356-375)

Ma, come è ovvio, non c’era una rigida separazione dei ruoli, soprattutto all’inizio: un giullare come Marcabrù si elevò al pari dei trovatori grazie al suo valore, viceversa, qualche trovatore, proprio come Arnaut Daniel si fece giullare per guadagnarsi da vivere.

E’ importante allora riflettere su questa doppia figura del giullare-trovatore, incarnata dallo stesso Arnaut, poiché il giullare, secondo Pidal, fu poeta in lingua romanza prima che lo fosse il trovatore. Sono stati infatti proprio i giullari ad aver contribuito in maniera significativa alla formazione delle lingue letterarie moderne, e al loro sviluppo nei primi secoli, con le Cantigas de Amigo in Spagna, le Chanson de geste nei paesi germanici, e così via.

La trasmissione di questi componimenti in culture e zone limitrofe ha permesso che ogni testo abbia dei forti legami con quelli che lo precedono e con quelli dei paesi vicini, consentendo una significativa permeabilità delle culture locali, in un processo di scambio reciproco di cui i giullari sono l’elemento più attivo.

Dunque per Pidal la figura del giullare colto che si risolve in quella del trovatore non discende in linea diretta dal cantore barbaro, né quella del giullare circense deriva dal mimo romano, perché si è compiuto un generale rimescolamento delle pratiche di quelle figure e dei loro ruoli sociali che ha ricondotto in sè e dunque azzerato in qualche modo le due tradizioni precedenti.

C’è poi una figura particolare, il segrier, che è per Guiraut Riquier semplicemente il nome dato al trovatore che andava per le corti: “e ditz als trobadors Segriers per totas cortz” (Declaratio, v.87-88).

In realtà questo termine è stato oggetto di polemica tra i filologi: tra questi, Pidal lo ha interpretato come una figura intermedia tra il giullare vagabondo e il trovatore, tipica della scuola poetica galego-portoghese, in quanto il termine non è stato trovato né in testi castigliani né in quelli provenzali.

Probabilmente nobile anche se di ultima classe, il segrier era superiore al giullare che era villano, e non potendo aspirare all’ordine dei cavalieri, cercava nella poesia un mezzo per vivere, viaggiando per le corti. Spesso accompagnato da meretrici, con il vizio di bere e del gioco, era considerato un giullare-trovatore, diverso però dal trovatore per il fatto che veniva pagato per le sue canzoni, e diverso dal giullare per la sua condizione nobile e perché cantava anche canzoni composte da lui stesso.

Mi chiedo allora se un’attestazione dell’attività del segrier in Provenza possa essere utile per comprendere la figura del giullare-trovatore Arnaut, in quanto questa sembra essere una figura di mediazione tra le altre incarnate dal “miglior fabbro del parlar materno”.

L’episodio narrato nella razo di Anc ieu, può forse esprimere la sovrapposizione di queste figure, dal momento che in questo testo il giullare si contrappone al trovatore e i ruoli, in un certo senso, si invertono, così che Arnaut, il famoso e “raro” trovatore si macchia di plagio nei confronti di un giullare.

Ma se, come si ritiene, l’aneddoto non è veritiero, allora si realizza quell’identificazione tra la figura del giullare e quella dell’autore, “quasi conducendo la natura del testo ad un episodio di performance orale”.

Ciò permette di analizzare con attenzione il rapporto tra la vita dei trovatori e l’attività giullaresca. Se si conoscono infatti le condizioni e i costumi dei giullari, i loro viaggi, non si può fare a meno di osservare, come suggerisce Pidal, che le loro storie personali sono più interessanti e più poetiche dei loro componimenti, o comunque, sono da questi inseparabili.

La poesia dei giullari-trovatori riflette gli usi e costumi dell’autore, la loro impostazione culturale: Arnaut Daniel trova in caras rimas anche perché “amparet ben las letras” , e non è facile che un semplice giullare di corte lo superi nel comporre.

La tecnica di Arnaut -accuratezza di rime e strofe- fu poi diffusa in altri paesi, come Spagna e Italia, dai giullari occitanici, e presto si estese anche l’imponente portata ideologica, come testimonia la poetica dell’amor cortese, derivata dall’eccesso di raffinamento, causato dall’amore, dai complicati tecnicismi e dalla continua tensione alla novità e all’originarietà. 

I giullari provenzali che, come Arnaut, si dedicano a questa oscurità per cui le canzoni “no son leus ad entendre ni ad aprende”, si cimentano in quel “trobar clus” contro il quale si scaglia Giraut de Bornelh, in una tenso con Raimbaut d’Aurenga.

Raimbaut sostiene che il trobar leu, poiché è comune e uguale per tutti i trovatori e si divulga in tutte le classi sociali, non è dignitoso, come lo è al contrario il trobar clus, che è oscuro, con rime difficili, con parole e costrutti ricercati, raffinati, bizzarre, dal suono arcano. 

Ma per Guirat questo è da criticare, in quanto è sicuramente più apprezzata una canzone facile: “perché -domanda al suo rivale- componete canzoni se non vi piace che tutti le possano comprendere?”. Sembra quasi che la comprensione dei più sia l’unico vantaggio per il trovatore.

In una situazione tale, in cui il trovatore “professionista” tende a distinguersi dal semplice giullare esecutore, Arnaut potrebbe essere ben inserito nella prima categoria, eppure altre informazioni dimostrano, ancora una volta, che le due figure non sono così facilmente separabili.

La già citata razo parla infatti sia dei palafreni che Arnaut e l’altro giullare misero in palio per il vincitore della scommessa, sia di altri doni che i due ricevettero dal re: “e foro aquitat li gatge, et a cascu fes donar bels dos“.

Questo è a mio parere significativo per dimostrare la vita giullaresca di Arnaut che, come gli altri, viaggiava da un luogo all’altro per cercare un pubblico dal quale ricevere doni. Ma se ricevere doni era caratteristico della professione dei giullari, non era altrettanto per i trovatori, che anzi li rifiutavano. E’ per esempio il caso di Ramon Vidal che racconta di aver visitato la corte aragonese per puro passatempo e divertimento, e non a scopo di lucro.

I giullari invece, come il segrier e il trovatore del XV secolo -quello che in un certo senso riunì su di sé le caratteristiche dei primi e che si sostituì ad essi nei palazzi dei re- vivevano di doni che ricevevano, al punto che, nel periodo di decadenza dell’attività giullaresca, la loro poesia era considerata importuna.

Comunque, i doni che i giullari ricevevano era di diverso tipo: tenute, casali, viveri, cavalli, muli e palafreni da parte delle corti; vestiti e panni da parte della gente comune, difronte alla quale il giullare si esibiva nelle piazze.

Arnaut Daniel è giullare di corte, per questo può mettere in gioco il suo palafreno. Molte vidas ci raccontano quanto fosse frequente per i giullari-trovatori provenzali ricevere doni di questo tipo, importanti soprattutto per i viaggi, e ancora più importanti perché i giullari che andavano a cavallo erano ritenuti meritevoli di doni più ricchi.

Fa sorridere, e riflettere, quello che un famoso trovatore, Martin Soàrez, racconta in un suo componimento satirico riguardo un povero giullare (“un joglar que diziàn Lopo, e citolava mal y cantava peyore” – C. Vat., 971), che alla corte del re Fernardo riceveva doni affinché non cantasse; ma questo cantava, per ricevere altri doni offertigli perché smettesse.

In questo modo, anche grazie ai regali, il giullare condivide il vincolo feudale di dipendenza da un signore, ma tale rapporto è di eterna instabilità e, di conseguenza, più i giullari sono in stretto rapporto con le corti dei signori, più cresce la loro volontà di non esserne esclusi.

E questa volontà può manifestarsi non solo nell’ascesa di persone di condizione disperata, come nel caso (in sé immaginario, ma vivo nella sua tipicità) di Marcabrù che “si fo gitatz a la porta d’un ric home, ni anc no n saup hom qui l fo no d’on”; o in quella di un signore povero o impoverito che decide di intraprendere questa vita per amore dell’avventura o per evitare un distacco definitivo dal proprio ambiente (come è per il trovatore provenzale Guilhem Ademar che fu anche giullare: “Gentils hom era, filhs d’un cavallier que non era rics ni manens… e fes se joglar”); ma anche nella personalità dei clerici vagantes, che avevano abbandonato studi o vocazione e si spostavano, senza sede fissa.

Questi chierici non sono per loro costituzione i testimoni di un dissenso o di un anticonformismo culturale, ma gli episodi marginali della grande crescita delle scuole episcopali: persone che avevano certamente superato la soglia della cultura scritta e che per molte ragioni si trovavano fuori dalla struttura che in un primo tempo li aveva potuti accogliere; si potrebbe dire che nel XII secolo in particolare si produsse un ceto intellettuale più abbondante del necessario. Le eccedenze, quantitative o qualitative, confluirono in parte tra i giullari, costituendone uno strato particolare.

Potrebbe essere stato, Arnaut Daniel, oltre che giullare, anche chierico vagante? Se si considera che Raimon de Durfort ce ne parla come di un uomo che si è rovinato per il gioco dei dadi, allora è molto probabile.

Anche detti goliardi, questi chierici si spostavano di città in città, presso le università, dove conducevano spesso  una vita da sradicati, da emarginati, e molte volte anche da esecutori di spettacolo, proprio come i giullari.

L’etimologia del temine “goliardo” è varia e incerta: si pensa alla connessione con il peccato di gola, l’irrefrenabile passione per il mangiare e bere, ma si pensa anche al gigante Golia, simbolo del male nel Medioevo. D’altra parte, Golia era quasi sicuramente il nome attribuito al filosofo-teologo Pietro Abelardo, considerato l’iniziatore del movimento. Non è detto, tra l’altro, che tutti abbiano preso i voti sacerdotali: col termine goliardo si indicava sia chi studiava per prenderli, sia semplicemente l’uomo di lettere.

Il Concilio di Trèveris del 1227 proibì ai “vagantes schoilares aut goliardos” di cantare a messa il Santo e l’Agnus Dei, mentre, una ventina di anni dopo, così si espresse il Concilio di Sens:

Stabiliamo che ai chierici ribaldi, soprattutto a quelli che dal popolo sono chiamati della famiglia di Golia, sia ingiunto da parte dei vescovi, arcidiaconi, ministri e decani, di tagliare i capelli, oppure di raderli in modo che in essi non rimanga la tonsura clericale (Gautier de Sens, Statuta)

Da subito quindi, la Chiesa prese posizione contro questi personaggi, soprattutto perché i loro componimenti erano spesso di argomento satirico e moralistico nei confronti della curia romana corrotta:

La morte ormai regna sui prelati che non vogliono amministrare i sacramenti senza ottenere ricompensa (…) Sono ladri e non apostoli, distruggono la legge del Signore (Carmina Burana, n.10)

Nel 1317 il Concilio di Terragona vietò ai chierici di fare i giullari e i mimi, poiché, come è poi spiegato nel 1352 da Alfonso IV di portogallo, i chierici non potevano e non dovevano esercitare quei turpi mestieri propri degli uomini delle taverne.

E se Arnaut fu, com’è testimoniato, confuso dai dadi e dal tavoliere, non fu certo né il primo né l’unico trovatore in questa situazione.

Verso il 1160 Piere d’Alvernhe, dotto canonico di Clermont, aveva infatti lasciato la vita ecclesiastica per farsi giullare e andare presso le corti, per poi farsi benedettino.

Ma la testimonianza più importante -anche se abbastanza tarda rispetto all’attività di Arnaut- di questa “confusione” nelle taverne con i giullari-trovatori, si ha in Spagna nella figura dell’ Arciprete di Hita, il quale, pur non potendo essere definito propriamente un chierico vagante, esprime nei suoi componimenti una poetica dai tratti tipicamente goliardici.

Solo nel XIV secolo un arciprete castigliano che si sente attratto dall’arte dei giullari, riesce coniugare quest’ultima con la cultura clericale che, in questo modo, può coronare tutta una produzione che era stata oscurata, ma che, per Pidal, è il punto di partenza per tutta la letteratura romanza.

Nell’opera dell’Arciprete, il Libro de Buen Amor, c’è molto sia dalla produzione giullaresca, sia di quella goliardica e dotta: molti elementi sono infatti comuni ai componimenti dei Carmina Burana, come la tendenza ad arricchire i testi grazie all’erudizione scolastica, i temi della primavera e dell’amore, la satira contro il clero corrotto e la parodia di quest’ultimo.

L’atteggiamento della Chiesa era quindi assolutamente rigido e proibitivo nei confronti dei goliardi così come nei confronti dei semplici giullari, le cui poesie, costruite in lingua volgare, erano considerate “orrendi barbarismi”.

Eppure fu proprio grazie ai giullari, e a quei chierici che si erano dedicati alle loro canzoni ed alla loro musica che, secondo la tesi sostenuta da Pidal, la Chiesa iniziò ad abbandonare il latino e ad utilizzare la lingua del popolo.

Ma giullari e chierici nacquero come due classi sociali molto distinte tra loro, nonostante attingessero continuamente sostentamenti l’una dall’altra: i giullari-trovatori, per essere tali, erano dovuti entrare necessariamente in contatto con i chierici, presso i quali avevano studiato (non bisogna dimenticare infatti che Arnaut Daniel “amparet ben las letras”). Viceversa, i primi chierici-poeti furono giullari che cantavano in lingua volgare, a dimostrazione del fatto che si cimentarono in un campo a loro estraneo, in un’arte per loro nuova. Solamente più tardi, molto più tardi, queste due figure entrarono in contatto letterario, grazie soprattutto alla mediazione dei goliardi.

Così, se guardiamo le vite dei più importanti trovatori provenzali, notiamo che la maggior parte sono di origine nobile (Guglielmo IX, Jaufre Rudel, Bertran de Born, lo stesso Arnaut Daniel, ecc), ed hanno dunque avuto accesso all’istruzione clericale; molti sono invece borghesi e menestrelli (Cercamon, Marcabrù, Piere d’Alvernhe, Giraut de Bornelh, ecc) e sono dunque entrati in contatto con gli altri presso le corti o le piazze in cui si esibivano; mentre solo quattro sono chierici (Peire Rogier, Uc Brunenc, Gui d’Ussel e il Monge de Montaudon) e solo tre hanno abbandonato gli studi ecclesiastici (Piere Cardinel, Uc de Saint Circ, Arnaut de Mareuil).

Luisa Guida

Ab gai so. COMMENTO

v. 2 capus e doli

Guillem de Berguedan:

41 Raimon de Paz, mon sirventes romansa
42 a·n Nas-de-Corn, e non aias temenssa
43 que plus volpill no·n a d’aqui en Fransa,
44 ni plus coart, si eu ai conoissenssa;
45 que cinc anz a non donet colp ni pres
46 en l’escut d’aur en que la dompna es,
47 ni en tornei non capusa ni dola,
48 anz ten per fol qui sas armas l’afolla.

Guillem de Berguedan:

1 Cel so qui capol’e dola:
2 tant soi cuynde e avinen
3 si que destral ni exola
4 no·y deman ni ferramen;
5 qu’esters n’ay bastidas cen,
6 que maestre de l’escola
7 so, e am tan finamen
8 que per pauc lo cor no·m vola.

Marcabru:

15 e·l jelos bada e musa
16 e fai badiu badarel,
17 car qui l’autrui con capusa
18 lo sieu tramet al mazel,
19 e qui l’estraing vol sentir,
20 lo sieu fai enleconir
21 e·l met en la comunailla.

v. 5 marves: meglio marv e plan’e d’aura. Per marvir, cf. La chanson de la croisade albigeoise, ed. Martin – Chabot, III,p. 104, lassa 196, vv. 31-33:

Lo Cardenals e.l coms fon carpenters venir

Per comensar la cata, ab que.lh voldran delir

E.ls castel e.ls calabres e.ls peiriers amarvir.

v. 5 daura

Esistono diversi metodi di doratura, il più antico è quello della cosiddetta  “doratura a guazzo”, rimasto uguale fino ad oggi:  richiede diverse fasi e possono passare giorni prima di vedere il lavoro ultimato. Come materiali si utilizza:

• Oro in foglia: si tratta di oro in foglia ottenuto martellando tra due spessori di cuoio che lo rendono molto sottile e maneggevole.

• Gesso di Bologna: (in sostituzione può essere impiegato anche il Bianco di Meudon) si tratta di solfato di calcio idrato. Ha una morbidezza al tatto unica, data dalla finezza della grana di cui è composto.

• Colla di Coniglio: (detta anche colla Lapin) si ottiene dalla pelle di coniglio immersa in un bagno di acqua di calce. Era conosciuta ancor prima della colla a caldo da falegname e, rispetto a quest’ultima, ha una tenacia inferiore. Ciò la rende ideale per la delicata preparazione dell’ingessatura.

• Colla di pesce: (ittiocolla) si ricava dalla vescica natatoria di alcune specie di pesci quali storioni ed affini, usata per far aderire la foglia d’oro al bolo.

• Bolo Armeno: è un’argilla particolare che serve da base all’oro. Può essere di tre colori: color terra rossa (bolo rosso), color terra di Siena naturale (bolo giallo) e color nero (bolo nero). Viene passato con un pennello morbido in martora o in vajo, con una sola pennellata leggera.

Come strumenti il doratore utilizza:

• Cuscino da doratore: è uno strumento indispensabile per stendere la foglia oro per poi tagliarla nella misura necessaria alla decorazione.

• Coltello da doratore: si usa per tagliare la foglia d’oro.

• Pennellessa da doratore: realizzata in morbidissimo pelo di vajo, serve per prendere la foglia d’oro, precedentemente tagliata, e stenderla sulla superficie da dorare.

• Brunitoio: conosciuto anche come Pietra d’Agata è uno strumento che serve a comprimere l’oro una volta asciutto il bolo sottostante. È composto dal manico ed una pietra d’agata (con superficie estremamente liscia). Tramite la brunitura si fissa e si lucida la foglia che diventerà un tutt’uno con la base di gesso e bolo. È l’operazione finale della lavorazione e anche la più soddisfacente.

Le fasi della doratura sono:

Preparazione del fondo
Preparazione del bolo
Applicazione della foglia d’oro
Brunitura

La preparazione del fondo che serve ad accogliere l’oro, deve essere accurata, da questa infatti dipenderà la buona riuscita di tutto il lavoro.

Si comincia preparando la colla di coniglio (colletta), indispensabile per la preparazione sia del fondo in gesso che del bolo. Si mette la colla di coniglio nel pentolino del bagnomaria aggiungendo acqua e si lascia riposare per circa 12 ore, affinché la colla assorba l’acqua. A questo punto si passa alla fase di cottura o riscaldamento mettendo il pentolino a bagnomaria sul fuoco fino allo scioglimento della colla. In questo modo si ottiene la colla madre o colletta, che viene stesa direttamente sul legno che dovrà essere pulito, asciutto e privo di polvere. Questa prima mano si chiama imprimitura. Dopo 2 ore si fa sciogliere a bagnomaria il gesso di Bologna nella colletta e si passa il composto ancora caldo sul legno (ammannitura). Tale procedimento viene ripetuto per varie mani (ne possono occorrere anche 5 o 6).

Una volta ottenuta una base in gesso soddisfacente, la superficie andrà sgrossata e levigata. Infatti, una volta asciutta l’ultima mano di gesso, l’oggetto da dorare pede un precisione sugli spigoli e sugli intagli.
Si eseguono quindi con il raschietto da doratore dei delicati interventi di sgrossatura del gesso in eccesso, al fine di ravvivare gli spigoli ed i motivi ornamentali. La forma del raschietto scelto per questo intervento dovrà essere adatta alla superficie che vogliamo levigare e ravvivare. Si passa poi a levigare le parti piane utilizzando abrasivi a grana sempre più fine.

Lo scopo di questa operazione di preparazione del fondo, è quella di isolare il legno dalla foglia d’oro, preparando un base liscia ed omogenea adatta a riceverla (plana in Arnaut). A questo punto si passa alla applicazione del bolo. Il bolo va passato caldo sulla superficie del gesso, con una pennellata decisa e leggera, senza lasciare striature. Se il bolo è diluito nella giusta proporzione basta anche una sola passata (non si deve vedere il fondo bianco del gesso), altrimenti dopo circa 4 ore si può passare una seconda mano, cercando di non aumentare di troppo lo spessore dello strato, che porterebbe ad un’inevitabile distacco dell’oro e del bolo in fase di brunitura. (Si faccia in proposito molta attenzione agli accumuli di bolo nelle cavità degli intagli o negli angoli delle cornici da dorare).
Solitamente la completa asciugatura dello strato di bolo avviene in poche ore, dipende comunque dall’umidità dell’ambiente e dalla stagione dell’anno in cui si lavora.
Se si vuole una maggiore lucentezza della foglia oro e comunque prima della sua applicazione, si deve brunire (lucidare) il bolo con la pietra d’agata in modo da renderlo perfettamente liscio e compatto.

Applicazione della foglia oro
Cominciamo con l’aprire delicatamente il libretto.
Portare poi il blocchetto di foglie d’oro sopra al cuscino e farne scivolare una con l’aiuto del coltello da doratore.
Stendere ora la foglia sul cuscinetto aiutandosi con il coltello e soffiandovi sopra leggermente.
Ricordarsi che la foglia d’ oro va sempre presa con il coltello e mai con le dita altrimenti si distruggerà subito.
A questo punto si può tagliare in pezzi più piccoli la foglia, sia per agevolarne la presa, sia per seguire al meglio le parti da dorare. Questo ritaglio va fatto con il coltello per dorare che è inossidabile e molto affilato. Appoggiare il coltello sul punto in cui si vuole procedere al taglio e fare un piccolo movimento avanti e indietro, appoggiandosi leggermente sul foglio, poi togliere il coltello. Attenzione a non incidere il cuoio del cuscinetto.
Intanto si prepara la colla di pesce che va messa a bagno e poi scaldata a bagnomaria. La colla va passata delicatamente sul bolo con una sola passata altrimenti il bolo può rinvenire e sciogliersi.
Prima che la colla venga assorbita si prende la foglia d’oro necessaria con il pennello di vajo da doratore e si accosta al pezzo in lavorazione. È bellissimo vedere come la colla attiri la foglia a sé, per effetto elettrostatico. Si procede in questo modo fino alla completa applicazione dell’oro.

La brunitura
Ed eccoci all’ultima (ma pur sempre affascinante) fase della doratura: la brunitura con pietra d’agata. Rende lucido e perfettamente liscio l’oro che finora non brillava.
Ha anche la funzione di accorpare l’oro con forza alla base sottostante. Si lucida perché con la pressione le particelle di colla contenute nel gesso e nel bolo vengono spianate meccanicamente.
Il brunitoio va passato sulle parti dorate, con una pressione costante e in diverse direzioni, in modo tale che a lavoro ultimato non si vedano i vari movimenti.
Prima di passarlo va “scaldato” in una pezza di lana strofinandolo velocemente. L’ideale sarebbe possedere un brunitoio della forma giusta per ogni tipo di curva che la doratura effettua.

Peire d’Alvernhe:

22 nuills hom del mon non a pretz vert,
23 quan vol daurar e puois lima,
24 per que es fols cel qe·is n’azec,
25 pos ve que bens no·i reverta;
26 c’a la cocha pot hom proar
27 amic de bocha ses amor,
  mas: “don non ves, non esperar”.461,174 ~ 461,68:
1 n’Auriflama, car vos etz flamejans
2 coma fin aur quand es ben aflamatz,
3 en la flama ben flamant ni purgatz,
4 soi enflamatz e mon cors es flamans
5 d’una flama flamejant qu’es mout pura
6 que flameja si com fai dauradura,
7 la qual flama tot jorn creis e melhura;
8 n’Auriflama, vos etz d’aital natura.
9 vos etz flama de fin aur reflamans,
10 n’Auriflama, per qu’ieu soi enflamatz
11 de tal flama dont es mon cors dauratz,
12 que coma l’aur lutz, tant es reflamans;
13 don flameja fuoc e flama tot dia
14 per vostr’amor qu’enflama tan la mia,
15 si qu’escantir la flama no·s poiria,
16 tan soi de vos enflamatz, douç’amia.

Marcabru, 293, 25:

23 ai! com es encabalada
24 la falsa razos daurada:
25 “denan totas vai triada”!
26 va! ben es fols qui s’i fia;
27 de sos datz
28 c’a plombatz
29 vos gardatz,
30 qu’enganatz
31 n’a assatz,
32 so sapchatz,
33 e mes en la via.

AB GAI SO

Ab gai so cuindet e leri 
fas motz e capus e doli, 
que seran verai e sert 
quan n’aurai passat la lima, 
qu’Amor marves plan’e daura 
mon chantar que de lieis mueu 
cui Pretz manten e governa. 

Tot jorn melhur e esmeri 
quar la gensor am e coli 
del mon, so.us dic en apert: 
sieu so del pe tro qu’al cima, 
e si tot venta.ill freg’aura, 
l’amor qu’ins el cor mi pleu 
mi ten caut on plus iverna. 

Mil messas n’aug e.n proferi 
e.n art lum de cer’e d’oli 
que Dieu m’en don bon acert 
de lieis on no.m val escrima; 
e quan remir sa crin saura 
e.l cors qu’a graile e nueu 
mais l’am que qui.m des Luzerna. 

Tan l’am de cor e la queri 
qu’ab trop voler cug la.m toli, 
s’om ren per trop amar pert, 
que.l sieu cors sobretrasima 
lo mieu tot e non s’aisaura: 
tan n’a de ver fag renueu 
q’obrador n’ai’e taverna. 

No vuelh de Roma l’emperi 
ni qu’om m’en fassa postoli 
qu’en lieis non aia revert 
per cui m’art lo cors e.m rima; 
e si.l maltrait no.m restaura 
ab un baizar anz d’annueu, 
mi auci e si enferna.

Ges pel maltrag que.n soferi 
de ben amar no.m destoli; 
si tot mi ten en dezert 
per lieis fas lo son e.l rima: 
piegz tratz, aman, qu.om que laura, 
qu’anc non amet plus d’un hueu 
selh de Moncli Audierna. 

Ieu sui Arnautz qu’amas l’aura 
e cas la lebre ab lo bueu 
e nadi contra suberna.

ASTRUC

vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv

RAZO ANC IEU

E fon aventura qu'el fon en la cort del rey Richart d'Englaterra; 
et estant en la cort, us autres joglars escomes lo com el trobava 
en pus caras rimas que el. Arnautz tenc so ad esquern, 
e feron messios cascun de son palafre que no fera, en poder del rey. 
El reis enclaus cascun en una
cambra, e N'Arnautz, de fasti qu'en ac, non ac poder que
lasses un mot ab autre. Lo joglar fes son cantar leu e tost.
E els non avian mas .x. jorns d'espazi, e devia's jutjar per
lo rey; a cap de .v. jorns, lo joglar demandet a N'Arnaut
si avia fag: e  N'Arnautz respos que oc, passat a .111. jorns ;
e no'n avia pessat. E'l joglar cantava tota nueg sa chansso
per so que be la saubes ; e N'Arnautz pesset co'l traisses a
isquern: tan que venc una nueg el joglar la cantava, e
N'Arnautz la va tota arretener e'l so. E can foron denan lo
rey, N'Arnautz dis que volia retraire sa chansso; e comenset
mot be la chansso quel joglar avia facha. E'l joglar, can
l'auzic, gardet lo en la cara, e dis qu'el l'avia facha. E'l
reis dis co.s podia far. E'l joglar preguet al rey qu'el ne
saubes lo ver, e'l reis demandet a N'Arnaut com era estat,
e N'Arnautz comtet li tot com era estat. E'l reis ac ne
gran gaug e tenc so tot a gran esquern. E foro aquitiast
los gatges e a cascu fes donar bels dos, e fo donatz lo
cantar a N'Arnaut Daniel, que di, Anc ieu non l'ac, mas
ella m'a.

Hugo Primas (1093 – 1160)

         
Si quis Deciorum dives officio
gaudes in vagorum esse consortio,
vina numquam spernas,
diligas tabernas:
 
Bacchi, qui est spiritus, infusio
gentes allicit bibendi studio;
curarumque tedium
solvit et dat gaudium.
 
Terminum nullum teneat nostra contio,
bibat funditus confisa Decio.
nam ferre scimus eum
Fortune clipeum.
 
Circa frequens studium sis sedula,
apta digitos, gens eris emula,
ad fraudem Decii
sub spe stipendii.
 
Qui perdit pallium,
scit esse Decium
Fortune nuntium
sibi non prospere,
dum ludit temere
gratis volens bibere.
  Lusorum studia
sunt fraudis conscia;
perdentis tedia
sunt illi gaudium,
qui tenet pallium
per fraudis vitium.
 
  Ne miretur homo, talis
quem tus es nudavit;
nam sors item cogit talis
dare penas factis malis
Iovemque beavit.
 
 
Ut plus ludat,
quem sors nudat,
lucri spes hortatur;
sed dum testes
trahunt vestes
non auxiliatur.
  In taberna
fraus eterna
semper est in ludo.
hanc qui amat,
sepe clamat
sedens dorso nudo:
 
  «Ve tuis donis, Decie,
tibi fraus et insidie;
turbam facis lugentium,
paris stridorem dentium.
 
 
Lusorum enim studia
sunt fraudes et rapina,
que michi supplicia
merso dant in ruina.
  Fortune bona primitus
voluntas est inversa,
in meque michi penitus
novercatur aversa.
 
  In vase parapsidis
stat fronte capillata,
que nunc aures aspidis
habet, retro calvata».
 
 
  «Schuch!» clamat nudus in frigore,
cui gelu riget in pectore,
quem tremor angit in corpore:
— ut sedeat estatis tempore
sub arbore!
 
 
Per Decium
supplicium
suis datur cultoribus
quos seviens
urget hiems
semper suis temporibus.
  Sub digito
sollicito
latet fraus et deceptio;
hinc oritur,
dum luditur,
sepe litis dissensio.
 
Deceptoris est mos
velocis, ut tardos
et graves fraudet sors;
sint secum Decii,
sed furti conscii,
dum ludunt, socii.
  Sub quorum studio
fraus et deceptio
regnant cum Decio;
non equis legibus
damna notavimus,
sed nexis retibus.
 
  Corde si quis tam devoto
ludum imitatur,
huius rei testis Otto,
colum cuius regit Clotho,
quod sepe nudatur.
 
 
Causa ludi
sepe nudi
sunt mei consortes;
dum sic prestem,
super vestem
meam mittunt sortes.
  Heu, pro ludo
sepe nudo
dat vestire saccus!
sed tum penas,
mortis venas
dat nescire Bacchus.
 
  Tunc salutant peccarium
et laudant tabernatium,
excluditur denarius,
profertut sermo varius:
 
 
«Deu sal, misir bescher de vin!»
Tunc eum osculamur —
Wir enachten niht uf den Rin,
sed Baccho famulamur.
 
  Tunc rorant scyphi desuper
et canna pluit mustum,
et qui potaverit nuper,
bibat plus quam sit iustum.
 
  Tunc postulantur tessere,
pro poculis iactatur,
nec de furore Boree
quisquam premeditatur.

LA VIDA

Arnautz Daniels si fo d’aquella encontrada don fo N’Arnautz de Meruoill de l’evesquat de Peiregors, d’un chastel que a nom Ribairac e fo gentils hom. Et amparet ben letras e delectet se en trobar. Et abandonet las letras, et fetz se joglars, e pres una maniera de trobar en caras rimas, per que soas cansons non son leus ad entendre ni ad aprendre. Et amet una auta dompna de Gascoingna, muiller d’En Guillem de Buovilla, mas non fo cregut que anc la dompna li fezes plaiser en dreit d’amor; perqu’el dis en una
canson:

Eu sui Arnautz qu’amas l’aura

e catz la lebre ab lo bou

e nadi contra suberna.

LA BIOGRAFIA. MATERIALI

Raimon de Durfort

Pus etz malastrucx sobriers
non es Arnautz l’escoliers,
cui coffondon dat e tauliers
e vay coma penedensiers
paupres de draps e de deniers,
qu’yeu li donera grans loguiers
per so qu’yeu lay cornes primiers,
e cornera mielhs que porquiers
ni Porta-ioia l’escassiers.

Arnaut escolier, vay mi
ancanog o al mati
a na Enan, e digas li
que Raimons de Durfort li di
que ben es pres del Caersi
quan li mostret son raboi,
mas grieu li responder’ayssi
ans i cornera ses tai
plus fresc que sirvens apezi.

Monge de Montaudon

Ab Arnaut Daniel son set,
qu’a sa vida ben non cantet,
mas us folhs motz qu’om non enten;
pus la lebr’ab lo bou casset,
e contra suberna nadet;
no vals sos chans un aguilen.

LA BIOGRAFIA: Vida A

ARnautz daniels sifo daqella
encontrada don fo arnautz de
maruoill deleuescat depeiregos dun
chastel que a nom ribairac.efo gen
tils hom.et amparet ben letras.e delei
tet se entrobar et encaras rimas.per
que las soas chanssos non son leus ad
entendre ni ad aprendre. Et amet una
auta dompna degascoigna moiller den
Guillem debouuila.mas non fo crezut
queanc la dompna lifezes plazer en
dreich damor.perque el ditz en una
cansson. Eu sui arnautz qamas laura
ecatz la lebre ab lobou enadi contra
suberna.

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