Risonanze mistiche della poesia dantesca nel Commento di Benvenuto

“E così vedi che quasi ogni parola di questo testo ha in sé racchiuso un grande mistero” esordisce Benvenuto. Il celeberrimo commentatore ha così affermato la grandezza dell’opera a partire dal linguaggio, in ogni suo termine. L’Alighieri possiede, infatti, una maestria innata nel comporre versi e uno smisurato amore per ciò che allora incontrava l’interesse di un pubblico molto più vasto: la poesia. Secondo Rambaldi, mediante la poesia, il Sommo Poeta ha descritto un percorso universale, che coinvolge ogni aspetto dell’esistenza seppur in modi diversi: la luce divina stessa si manifesta, dunque, in modo differente. La visione di Benvenuto è permeata della concezione neoplatonica.

Dal verso 10 al 15, il commentatore continua dicendo che è, però, impossibile comprendere l’agire divino tramite la sola mente umana: “E nota tuttavia che da nessun intelletto, da nessuna conoscenza Dio può essere compreso; è infatti immenso, incomprensibile, innominabile, ineffabile.” L’ineffabile è un tema ricorrente all’interno della Commedia e strettamente legato al tema mistico. Persino nelle “Lettere” di S. Paolo si trova un riferimento alle parole enigmatiche, “arcana verba”, arcane e di origine sovrumana, che a nessuno sulla Terra era lecito riferire o interpretare. È evidente il razionalismo aristotelico-scolastico, in particolar modo se si prende in considerazione il trattato “Sulla generazione degli animali”: “si concede che l’intelletto giunga solo dall’esterno, e sia esclusivamente divino”. Dunque, secondo la concezione scolastico-platonica, il solo Dio è Bontà assoluta e, se tutte le cose terrene non sono buone in sé, ma per partecipazione, secondo diversi gradi, della bontà divina, l’uomo può avvicinarsi a Dio, Bene supremo, ascendendo di grado in grado lungo la scala delle bontà terrene.

Si legge poi un riferimento ad Apollo tra le pagine di Benvenuto, che egli interpreta come il secondo omaggio dantesco all’arte poetica. Apollo è il dio dei poeti e della sapienza, il sole stesso che Cicerone chiama in causa nel De re publica (“Sole guida, sovrano e moderatore delle altre luci, mente dell’universo e armonia del tutto”) e Plinio il Vecchio nella Naturalis historia.

Dal verso 67 al 72, Rambaldi invita il lettore a riflettere sulla profondità di Dante nella descrizione del suo pensiero, quando il Sommo Poeta prende coscienza di trovarsi nel Paradiso delle delizie, luogo in cui nessun grande poeta si è mai trovato, e ha potuto godere del privilegio di entrare in contatto con una dottrina inedita, “inviolata e intatta”. Dante si considera, afferma il commentatore, il “nuovo Glauco”, purificato dall’acqua che scorreva nei fiumi del Paradiso. Scrive Benvenuto: “L’uomo, infatti, di sua natura, è il più perfetto dei viventi, e il perfettissimo corpo dell’uomo si trova proporzionato al cielo e al cosmo; perciò solo l’uomo, come si legge nel Corpus Hermeticum, è il nesso fra Dio e il cosmo, perché ha in sé l’intelletto divino, attraverso il quale a volte si innalza al di sopra del cosmo; onde l’uomo, perseverando al vertice della mente, attira a sé il corpo e il mondo, poiché l’anima è nata per dominare sul corpo e sull’universo, e l’ordine naturale prevede che l’anima trattenga il corpo dal dissolversi”. In questo passo Rambaldi manifesta nuovamente la dottrina filosofica neoplatonico-aristotelica che lo entusiasmava. Dante, con la sua contemplazione, si trovava in cielo e costituiva una parte del divino. Tuttavia, in quanto uomo, si rendeva conto della propria inferiorità e della sua sottomissione ai bisogni corporali che inevitabilmente condizionavano l’anima.

Benvenuto riporta che Dante si scusava perché, a causa della sua natura umana, non era in grado di riportare a parole quanto aveva visto, ma solo di cercare di formulare degli esempi.

Il commentatore sottolinea, oltre all’aspetto teologico, la profonda umanità della poesia di Dante. Ciò che il Poeta aveva vissuto nell’Inferno, nel Purgatorio e nel Paradiso può essere in certo modo vissuto già sulla Terra, sotto forma di emozioni e sentimenti, dal dolore al pentimento alla gioia, purché vissuti in modo autentico e consapevole.

Dal verso 25 al 30, Benvenuto riferisce una serie di parallelismi tra Enea e Dante: “Come infatti Enea discende all’inferno sotto la guida della Sibilla, così Dante sale al cielo sotto la guida di Beatrice; e come Enea trova il proprio vecchio padre, così Dante trova il proprio antico predecessore. E come Enea trova il padre in un campo ameno e luminoso, in cui vi erano le anime illustri degli uomini saggi e giusti, così Dante trova questo suo antenato nel campo spaziosissimo, dilettevolissimo e luminosissimo del cielo, in cui si trovano le anime gloriose dei sapientissimi combattenti, come nel cielo di Marte. E come Anchise accoglie assai lietamente Enea dopo averlo a lungo atteso, così Cacciaguida accoglie assai lietamente Dante dopo averlo a lungo desiderato. E come Anchise predisse a Enea, con utilità, molte cose, grazie alle quali potesse essere premunito contro gli attacchi dei nemici, così Cacciaguida predisse molte cose, in modo salutare, a Dante, grazie alle quali fosse cauto e avvertito contro l’assalto delle avversità e degli avversari, così come tutto ciò apparirà chiaramente più oltre.” L’allusione è forse a un costante confronto con gli exemplaria greci e il parallelismo si riferirebbe a un’impavida rivisitazione dei modelli classici da parte di Dante.

Nei versi che vanno dall’88 al 96, straordinaria è la visione di Maria descritta dall’eccelso Poeta. Rambaldi sottolinea come Dante abbia riportato la straordinaria bellezza di Beatrice e la gloria e la beatitudine degli angeli, ma nulla ha lasciato stupefatto e ammirato Dante quanto l’incomparabile gloria di Maria, che più di ogni altra creatura rappresenta e riceve la luce divina:

“Io vidi sopra lei tanta allegrezza piover, portata ne le menti sante create a trasvolar per quella altezza, che quantunque io avea visto davante, di tanta ammirazion non mi sospese, né mi mostrò di Dio tanto sembiante; e quello amor che primo lì discese, cantando ‘Ave, Maria, gratïa plena’, dinanzi a lei le sue ali distese.”

“Come infatti la risposta di Apollo, che era il Dio della saggezza, trasmessa alla sapiente Sibilla, veniva scritta su una foglia e veniva portata via dal vento, così la visione di Dio, che è vera e somma sapienza, mostrata al saggio Dante, fu scritta nella mente mobile che fluttua come una foglia nel vento.” Questo parallelismo tra Apollo e il Dio cristiano e tra la Sibilla e Dante conduce al tema della memoria; come la Sibilla, a cui era stata trasmessa la sapienza da Apollo, perdeva la memoria nel momento in cui veniva rapita, così Dante. Inoltre, riporta Benvenuto, le Sibille erano molte e alcune di esse profetizzarono l’avvento di Cristo. Da qui una riflessione sull’essenza divina e sull’innato collegamento a essa di tutte le creature della Terra: “tutte le cose create erano legate in essa, sia corporali che spirituali, tanto visibili quanto invisibili, tanto temporali quanto eterne, che lì appaiono come in uno specchio, e lì hanno il proprio essere nell’istante dell’eternità, cosicché le cose future sono nel presente, le contingenti, le necessarie, le mobili e le immobili, occulte, manifeste, fortuite, certe.” Aggiunge che, inoltre, l’autore non doveva sprecare fatica nel cercare di riportare alla memoria e trascrivere ciò che aveva visto con “le proprie penne”, ossia la ragione e l’intelletto, in quanto solo umane e incapaci di comunicare tanto nobili e divine rivelazioni.

“Poiché non può elevarsi più in alto, e per questa ragione, come ben puoi cogliere la forma della costruzione di quest’opera, ossia la virtù della fantasia; e poiché più non può, perciò più non vuole il desiderio della sua volontà.” La volontà e il desiderio di Dante erano giunti al fine, nella contemplazione dell’”Amor che move il sole e l’altre stelle”, poiché aveva compiuto perfettamente tutto il circolo della sua orbita e aveva congiunto la fine al principio (riferimento di Benvenuto alla circulata melodia). Dal principio fino alla fine l’autore intende giungere al fine di tutte le cose: “alla beatifica visione di quel fine ci conduca in patria” (ossia il Paradiso, visto come “patria” spirituale), “Colui che si è degnato di condurre a esso in via” (l’esistenza terrena) “questo felicissimo autore”.

Federica Cappello 


OpenEdition vi suggerisce di citare questo post nel modo seguente:
Matteo Veronesi (29 Dicembre 2025). Risonanze mistiche della poesia dantesca nel Commento di Benvenuto. Parvula Benvenutiana. Recuperato il 16 Aprile 2026 da https://doi.org/10.58079/15f5h


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